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Il cambiamento e la tecnologia:personalità, necessità, utilità

Sono tanti i momenti in cui avvertiamo la necessità di cambiare la nostra vita personale, le nostre abitudini, il nostro modo di studiare o lavorare senza riuscire però a concretizzare le nostre aspettative. I motivi di questa opposizione al cambiamento sono da ricercarsi alla naturale predisposizione della nostra mente che si concentra a svolgere attività per noi abituali, mantenendoci nella nostra zona di comfort nonostante una razionale insoddisfazione. Infatti normalmente, ogni cambiamento comporta dei sacrifici, che però possono essere meno ardui se si dà il giusto valore agli obiettivi che ci prefissiamo. Il cambiamento può avvenire secondo due modalità: per desiderio e convinzione personale o per necessità.

La prima tipologia di cambiamento si sviluppa trasformando il proprio desiderio in obiettivo; la differenza tra desiderio e obiettivo sta nella misurabilità e nella conseguente raggiungibilità di quest’ultimo rispetto al primo. È infatti controproducente porsi degli obiettivi troppo complicati da raggiungere, in quanto il mancato conseguimento del risultato comporta spesso nell’individuo un senso di sconforto che ne causa spesso la rinuncia. Più logico invece è scomporre un grande obiettivo in diversi micro-obiettivi, più facilmente raggiungibili, e attribuirci una ricompensa per ogni successo raggiunto.

La realizzazione di un obiettivo, e di conseguenza di un cambiamento, avviene attraverso un percorso in cui, come in tutta la vita, si incontrano degli ostacoli.

A seconda del valore che si dà al proprio obiettivo, ognuno di noi può essere pienamente in grado di superare ogni tipologia di ostacolo giungendo al proprio traguardo con un alto grado di fierezza. Non sempre si possono attribuire le colpe di alcuni nostri “fallimenti” a fattori estranei a noi stessi poiché a volte, o meglio nella maggior parte dei casi, il mancato cambiamento è dovuto alla poca conoscenza di quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. L’attribuzione delle colpe a fattori esterni, quali per esempio le persone che ci circondano, è un modo per giustificare il mancato raggiungimento dell’obiettivo, attribuendo ad altri delle responsabilità invece da attribuire solo a noi stessi.

La seconda tipologia di cambiamento prevede che questo sia necessario, cioè dovuto a cause di forza maggiore che ci impongono a cambiare le nostre abitudini all’improvviso. Un esempio molto attuale di cambiamento necessario è quello legato all’emergenza sanitaria in corso per il nuovo coronavirus: nessuno pensava di dover cambiare le proprie abitudini, così radicate, in poco tempo, eppure ciò sta accadendo. Certo tutto questo comporta fatica ma, analizzando bene tutto quello che sta cambiando, molti di noi sono rimasti sorpresi da come lo stato di necessità abbia permesso una variazione che prima non avremmo mai pensato di poter attuare.

L’emergenza attuale ha portato anche dei cambiamenti necessari nel modo di studiare o di lavorare: è più che mai utile in queste settimane la tecnologia, che sta permettendo agli studenti di assistere alle lezioni telematiche e ai lavoratori di procedere attraverso lo smart working. Gli strumenti di uso comune come smartphone, tablet, laptop e PC, anche in casi differenti da questa emergenza, sono molto utili ad esempio per coloro che per motivi logistici sono impossibilitati a frequentare fisicamente le lezioni universitarie, o ancora per gli studenti con difficoltà motorie che, attraverso questi mezzi, possono assistere alle lezioni non privandosi di un desiderio (quello di frequentare l’università) pienamente raggiungibile nell’epoca della tecnologia.

Queste modalità di formazione e di lavoro possono, se utilizzate con frequenza, far assumere al nostro Paese una nuova dimensione di globalizzazione. I social network, che spesso sono stati criticati e demonizzati per essere strumenti di distrazione e diseducazione, stanno assumendo un ruolo importante nel processo di cambiamento sociale in corso, rendendo questo cambiamento necessario meno drastico.

Sebbene a distanza fisica, gli italiani che in questo periodo sono costretti a rimanere in casa possono ugualmente mantenere i contatti con amici e parenti, scambiare informazioni, condividere file multimediali e pensieri, sentendosi vicini anche se lontani. L’auspicio, ovviamente, è che si ritorni alla normalità nel più breve tempo possibile e non è pensabile che la tecnologia possa sostituire la fisicità, ma sicuramente dopo questa esperienza rimarrà la consapevolezza che la tecnologia ci può essere amica e che da un cambiamento necessario si può uscire anche migliori.

 

Martina Sarcina

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Il Traditore

‘‘Buscetta è stato un uomo che ha cambiato tante facce -anche fisicamente- quanti posti ha abitato e quante persone ha conosciuto. Egli era un uomo capace di parlare con un brasiliano come se fosse brasiliano, di mettersi di fronte ad un giudice cercando di pensare di essere un collega e di manipolare la realtà di cui voleva essere parte, tuttavia il nostro film, vista la persona che era, non cede alla tentazione di farlo diventare un’icona.’’

Sono queste le parole che Pier Francesco Favino esprime per descrivere il personaggio di Tommaso Buscetta, da lui magistralmente interpretato nel film Il Traditore (2019), scritto e diretto da Marco Bellocchio, prodotto da Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution.

La storia verte su un mafioso palermitano, che sul finire degli anni 80 partecipa ad una cena il cui scopo è quello di sancire la pace tra le famiglie di Cosa Nostra e quelle Corleonesi. Nonostante un accordo trovato per gestire in maniera tranquilla e pacifica gli scambi di droga, il protagonista, chiamato ‘‘Il boss dei due mondi’’ percepisce una guerra imminente. Decide quindi di fuggire in Brasile, lasciando i suoi due figli, uno dei quali tossico dipendente, al suo caro amico Pippo Calò. In Sud America Buscetta riesce a crearsi una nuova vita, che non durerà, poiché come lui stesso sa, non si esce dal giro di Cosa nostra. Il boss dei due mondi tornerà in Italia dopo essere stato scoperto dalla polizia locale. Una volta tornato a casa, gli viene offerta l’opportunità di collaborare con la giustizia ed in particolar modo con lo storico magistrato Falcone per smascherare i vertici di una mafia ormai potentissima e senza scrupoli. Ciò avrà come conseguenza un inevitabile odio nei suoi confronti che condurrà i suoi ora nemici ad eliminare persino componenti innocenti della sua famiglia (compresi i suoi figli) per intimorirlo.

La pellicola segna un gran ritorno alla regia per Marco Bellocchio, il quale si è preso il rischio e la responsabilità di affrontare un argomento estremamente delicato. Personalmente non reputo sbagliata la sua scelta, mi rendo conto che la storia della cinematografia italiana è ricca di film riguardanti le vicende della criminalità organizzata siciliana, tuttavia è necessario riportare alla memoria di noi cittadini quanto accaduto in passato, in maniera tale da non commettere gli stessi errori. Ho apprezzato il lavoro svolto insieme allo scenografo e al direttore della fotografia, sono infatti notevoli le ambientazioni, le luci e gli accostamenti di colore che ricreano in maniera perfetta i luoghi e l’atmosfera anni 80-90. L’autore è stato in grado di tenere alta l’attenzione dello spettatore per tutta la durata del film, che equivale a 2 ore e 35 minuti.  Non era di certo facile riuscire nell’intento, poiché i personaggi dialogano fra di loro prevalentemente in dialetto siciliano e in portoghese. La scelta del regista si è rivelata la migliore, sentire parlare i protagonisti con il loro idioma originale, infatti, rende il tutto più realistico e avvincente e ha consentito agli interpreti una piena immedesimazione nei ruoli. Lo testimonia l’interpretazione oserei dire sublime di Favino, il quale ha dovuto imparare e saper interpretare un testo distante da quelli ai quali è stato abituato fino ad ora. Egli non lascia trasparire per nemmeno un minuto la ‘‘recita’’ e si presenta ai nostri occhi come un siciliano autentico, regalando al pubblico un personaggio perennemente tragico, ma allo stesso tempo lungimirante, che sa adattarsi in svariate situazioni. Buscetta è un uomo che non ha paura di niente e di nessuno, ‘‘nemmeno della morte’’ come lui stesso afferma, tuttavia non mancano momenti in cui s’intravede anche una profondità e una drammaticità umana che non lasciano indifferenti. Posso definire questa interpretazione, senza ombra di dubbio, la migliore della carriera dell’attore romano, cosa che ha certamente aiutato il film a gareggiare al Festival di Cannes per la Palma d’oro. Riconosco infine l’ottimo lavoro dei truccatori; sul volto dei personaggi il tempo sembra scorrere in maniera del tutto naturale, anche in questo caso, non traspare mai l’ombra del fittizio.

L’Italia ha necessità di altri film di questo calibro, di maggiore visibilità, di registi e attori con il giusto talento e la voglia di farsi vedere a livello internazionale. ‘‘Il Traditore’’ testimonia che possiamo portare a testa alta la nostra arte al di fuori dei confini della nostra penisola, magari toccando temi delicati come quello trattato in questo piccolo-grande capolavoro italiano, firmato Marco Bellocchio.

-Simone Silvestri

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Una squadra che cerca solo la parità

“Abbracciamoci forte, e vogliamoci tanto bene; Perché abbiamo vinto, abbiamo vinto tutti. Guardate con chi siete, perché non ve lo dimenticherete mai! E sarà l’abbraccio più lungo che una manifestazione sportiva vi abbia mai regalato. Forse uno dei più lunghi della vostra vita! Abbracciatevi forte… Abbracciatevi forte… E abbracciate soprattutto questa meravigliosa squadra… Che ha vinto soffrendo… “ -Fabio Caressa.

Per quanti anni abbiamo sognato quel momento? Per quanti anni abbiamo intonato queste parole nei bar, alle feste, per le strade, con amici, con la nostra famiglia, ma anche con tutti coloro, sconosciuti o meno, che insieme a noi hanno ancora oggi la voglia di urlarle al cielo. Il calcio. Lo sport. Italia.

In quel giorno, in quei momenti, non esistevano critici, non erano ammessi insulti (se non alla squadra avversaria); amanti o meno del calcio, erano tutti incollati alla sedia; poggiavano la birra ed esultavano, perdendo la voce sulle note del nostro coro. Tutti uniti, per 90 minuti e anche di più, una nazione unita per una squadra.

Sempre l’Italia, quest’estate, è tornata ad emozionarci, è tornata a farci lottare e soffrire con lei; tutti incollati al televisore, abbiamo seguito le maglie azzurre e il pallone quasi come se fossimo noi a giocare. L’unica differenza rispetto a 13 anni fa è stata la formazione: 11 donne in campo e altrettante in panca. Sì, avete letto bene: Donne.

Sono andate contro ogni scetticismo, hanno abbattuto ogni critica e superato ogni aspettativa. Donne che meritano più di tutti noi le parole sopracitate, che rappresentano meglio di chiunque lo spirito di sacrificio e dello sport, al di là delle discipline. Ho volutamente sottolineato le parole di Caressa, perché sono le uniche che rappresentano al meglio questo periodo sportivo: la rivoluzione. Parola alla rinascita.

I loro sforzi in quel rettangolo verde danno voce alle lacrime che centinaia di bambine versano dopo ogni allenamento perché non accettate o perché prese in giro da chi, a quanto pare, di sport non ne vuole capire niente. Il sudore versato dalle nostre donne non è altro che la rivoluzione del calcio femminile che chiama alla carica. In Italia, come in buona parte d’Europa, negli ultimi anni sorge un incredibile incremento di iscrizioni femminili alle scuole calcio e di conseguenza maggiori creazioni di staff e squadre femminili.

Ai livelli più alti invece si lotta ancora oggi per rendere la nostra Serie A femminile un campionato di categoria massima riconosciuto tra quelli professionistici, come di fatto avviene da anni in Spagna, Francia e Stati Uniti. Ma la lotta più grande, che le nostre atlete devono affrontare è un’altra: “Il calcio non è uno sport per donne “, “Gli uomini giocano a calcio e le donne ballano” e mille altri luoghi comuni. Frasi ricche di eresie e follia. Frutto di un egocentrico pensiero, infondato e fortemente antisportivo.

Le ragazze che hanno scelto di dedicare la vita al loro amato sport, al calcio, partecipano ad allenamenti molto pesanti e oltre allo sforzo fisico devono affrontare il peso costante delle etichette, delle discriminazioni, degli insulti. È in atto una battaglia culturale e chi scredita il calcio femminile non ama questo sport; chi ama davvero il calcio non può che stare dalla parte delle donne, dalla parte di chi vuole solo avere la possibilità di seguire la propria passione a prescindere dal sesso. La rivoluzione è cominciata, 1-0 palla al centro, alla prossima…

 -Alessandro Zannini

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Arte o pornografia? Facebook non sa riconoscere la bellezza

Facebook nel corso degli anni ha assunto le sembianze di Daniele da Volterra detto “il Braghettone”, il pittore chiamato in piena Controriforma “a rendere meno scandalose” le nudità dipinte da Michelangelo nella Cappella Sistina. Gli standard comunitari di Facebook vietano la pornografia e limitano la visualizzazione della nudità, eppure quando “l’algoritmo talebano” di Mark Zuckerberg entra in azione, con insistenza maniacale, censura la grande arte desnuda scambiandola per “pornografia”.

Il caso che voglio affrontare oggi è quello di un professore francese, Frédéric Durand, il cui profilo social è stato chiuso a seguito della pubblicazione di un’immagine del quadro “L’origine du monde”. Si tratta di una celebre opera del pittore realista Gustave Courbet esposto al Museo d’Orsay a Parigi.

Generalmente un’immagine si definisce pornografica quando lede la dignità di chi la osserva e promana sensazioni di degrado della femminilità o degli esseri che vi interagiscono. Il nudo è pornografico, quindi, quando “sfrutta” piuttosto che esaltare il corpo di un soggetto.

“L’origine du monde raffigura, con immediatezza quasi fotografica, un primo piano di una vulva femminile coronata da riccioli lunghi e neri. Il corpo della donna, adagiata lascivamente su un letto e parzialmente ricoperta da un lenzuolo bianco, è visibile solo dalle cosce che, divaricandosi delicatamente, consentono la visione intima fino al seno. L’opera è realizzata con un’audacia e un realismo tali da conferire alla tela una forte carica seduttiva. L’erotismo del dipinto, tuttavia, non sfocia nella pornografia, grazie alla grande abilità tecnica di Courbet e all’adozione di una sofisticata gamma di tonalità ambrate” (cfr. Wikipedia). Il quadro perciò, frutto di integrità e sensibilità, rappresenta l’esaltazione dell’immagine femminile, non di certo la sua mortificazione.

 La vicenda giudiziaria

La censura ha colpito Durant nel lontano 2011 e da quel momento per poter riutilizzare il social è stato costretto ad iscriversi con uno pseudonimo. Fino al 2016, anno in cui il caso è approdato in Francia. I legali dello sfortunato professore hanno condotto una battaglia legale contro Zuckerberg, rivendicando 20 mila dollari di risarcimento.

Lungo e tortuoso l’iter per portare la questione al vaglio della Corte francese. Il primo problema riguardava la possibilità di ottenere un giudizio nel Paese europeo: Facebook reclamava il diritto di svolgere il processo in California, sulle cui leggi si basano i termini e le condizioni accettate dagli utenti al momento dell’iscrizione e dove si trova la sede legale dell’azienda. Nel frattempo Facebook ha modificato le regole che riguardano il nudo, infatti dal 2015 è consentito pubblicare immagini senza veli se queste sono opere d’arte.

La proposta del colosso social fu quella di erogare al professore francese un rimborso simbolico di un euro, anche se ad oggi rimangono ignoti i motivi della sospensione dell’account, ridotti a una «semplice controversia contrattuale». La replica dell’avvocato di Durant non tardò ad arrivare: «La chiusura del profilo, subito dopo la pubblicazione dell’Origine du monde non può essere una coincidenza, l’account era attivo da due anni e mezzo».

Finalmente nel 2018 si è pronunciato il tribunale francese, convenendo che Facebook è in colpa e che la pubblicazione di un’opera d’arte non può essere motivo di sanzioni. Nel caso specifico, tuttavia, la corte non ha condannato il colosso americano a pagare la penalità di 25mila dollari richiesti dall’avvocato di Durant per risarcire i danni al suo cliente, adducendo a motivazione il fatto che l’utente ha potuto immediatamente creare un suo nuovo profilo. La decisione costituisce comunque un prezioso precedente giurisprudenziale per tutti i colossi del web, nell’auspicio che venga drasticamente e concretamente modificata la policy in materia di libertà d’espressione.

In un mondo permeato dall’uso del digitale, la modifica dei meccanismi che si celano dietro la censura può rappresentare un’occasione irrinunciabile per valorizzare e promuovere il patrimonio culturale, attraverso la fruizione dei capolavori artistici all’interno di piattaforme prive di confini geografici, ove risulta agevolato lo scambio di idee e punti di vista e quindi promossa una crescita culturale intelligente.

 -Rebecca Linguanti

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A ciascuno il suo “Duel”

È complicato, a distanza di così tanto tempo dall’ultima recensione, ritrovarsi a scrivere qualcosa di nuovo su questa rubrica. Soprattutto se è un periodo in cui hai messo in discussione il ruolo del critico amatoriale e ti senti un po’ in colpa per aver fatto passare per verità assolute – e condite di arroganza – quelle che sono state le tue impressioni su questo o quel prodotto audiovisivo. Mi piace tantissimo crogiolarmi in questa zona neutrale, ma credo sia arrivato anche il momento di provare a fare un passo oltre. Quindi eccomi di nuovo, ma in una veste diversa, a parlare dei film che mi hanno lasciato qualcosa e che sento di consigliarvi.

L’Ultimo Piano è il film che corona la fine del triennio degli studenti della scuola di cinema Gian Maria Volonté. Il progetto infatti ha coinvolto, divisi tra tutte le mansioni, circa sessanta ragazzi. Nove di questi hanno curato la regia (Giulia Cacchioni, Marcello Caporiccio, Egidio Alessandro Carchedi, Francesco Di Nuzzo, Francesco Fulvio Ferrari, Luca Iacoella, Giulia Lapenna, Giansalvo Pinocchio, Sabrina Podda), tutti giovanissimi ma con del potenziale. La pellicola segue le vicende di vari personaggi: Mattia, un rider che pedala da una parte all’altra della Capitale per consegnare cibo a domicilio; Diana, una studentessa fuori sede; Flora, una mamma single che non ha ancora abbandonato l’adolescenza; infine Aurelio, ex musicista imprigionato nel passato. Vite diverse, storie diverse, accomunate da una sola cosa: un appartamento, quello in cui vivono tutti. Sarà infine l’arrivo di Adriano, il figlio di Flora, a cambiare le loro vite.

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La prima cosa sulla quale voglio soffermarmi è il cast; spiccano i nomi di Francesco Acquaroli (Samurai in Suburra La Serie) e Simone Liberati (Zero ne La Profezia Dell’Armadillo), in un cast che nel complesso vede attori ben calati nel ruolo. I personaggi quindi, oltre ad essere interpretati molto bene, risultano verosimili sia per la caratterizzazione che per le situazioni in cui si trovano ad interagire. Si vede che chi li ha scritti conosce bene ciò di cui sta parlando, infatti proprio gli autori affermano: “abbiamo tutti un’età molto vicina a quella dei personaggi che raccontiamo. Con loro condividiamo la precarietà e molti timori, ma anche una delicata indefinitezza che in questo film […] abbiamo cercato di raccontare con sincerità”.
Personalmente avrei preferito che qualche questione fosse approfondita maggiormente, ma forse questa assenza di dettagli è il vero punto di forza del film.

Traendo le conclusioni, L’Ultimo Piano è la prova di maturità di questi ragazzi, un po’ come è stato per Spielberg con Duel. Tratta argomenti maturi e le carenze passano comunque in secondo piano per via della qualità di mezzi e persone che ci sono dietro. Nonostante la dimensione corale e accademica del progetto, non si avverte un’eccessiva mancanza di visione d’autore, punto sul quale auguro ai nove giovani registi di aver modo di continuare a lavorare in futuro, mettendo su altri progetti, così da poter mostrare liberamente al mondo non solo il talento tecnico, ma anche la loro visione individuale del mondo. Magari ci regaleranno anche un cinema diverso in Italia.

-Matteo Verban

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Un giorno di pioggia a New York – sotto la pioggia sboccia l’amore

Woody Allen torna a Manhattan con “Un giorno di pioggia a New York”, una commedia romantica che racconta la storia di due fidanzatini del college, Gatsby (Timothée Chalamet) e Ashleigh (Elle Fanning), i cui piani per un weekend romantico da trascorrere insieme a New York vanno in fumo non appena mettono piede in città. I due, fin dal loro arrivo nella grande mela, si ritrovano separati e si imbattono in una serie di incontri casuali e bizzarre avventure, ciascuno per proprio conto, ognuno alla ricerca di se stesso.

Gatsby incontra Chan, la sorella minore di una sua vecchia fiamma, che lo accompagna in questa folle giornata a New York, mentre Ashleigh si ritrova a interfacciarsi, a causa di una intervista commissionatagli dal giornalino del college, con il mondo dello spettacolo, tra l’eclettico regista Pollard (Liev Schreiber) in piena crisi artistica, il tormentato sceneggiatore Ted Davidoff (Jude Law) e il famoso attore sudamericano Francisco Vega (Diego Luna).

I personaggi di Un giorno di pioggia a New York hanno tutti problemi inerenti alla propria identità. Gatsby ha quello più ovvio: non conosce ancora se stesso. Gatsby viene da una famiglia benestante di New York, appartiene ad un’epoca passata: preferisce i film classici hollywoodiani e la musica di Gershwin a qualsiasi cosa contemporanea. Vive alla giornata, tra una partita a poker e una corsa di cavalli e non ha alcun piano per il futuro. Non è per nulla soddisfatto dalla sua vita, tanto che (tramite l’eccellente interpretazione di Timothée Chalamet) si lascia ad un’interpretazione di un motivo celebre degli anni ’40, “Everything Happens to Me”, che parla dell’uomo più sfortunato della Terra. Quella canzone potrebbe sembrare una scelta poco ovvia per Gatsby, che ha tanto nella vita, ma serve a rivelare il fatto che lui invece non è felice.

La personalità di Ashleigh è ancora del tutto indefinita: quando incontra Vega è così stordita dalla sua fama da dimenticarsi addirittura il proprio nome e due volte nel film tira fuori la patente per potersi identificare. Lo sceneggiatore Davidoff vive all’ombra del regista Pollard, sempre in secondo piano come autore. Pollard, a sua volta, ha perso il contatto con l’artista che era una volta. Infine Vega ha i suoi problemi da attore chiamato ad interpretare sempre lo stesso ruolo.

Per sottolineare il fatto che i protagonisti del film hanno difficoltà a farsi riconoscere per quello che sono, sul piano visivo i loro volti sono spesso oscurati, in ombra. Un esempio è quando il finestrino della macchina, nella location dove si sta girando il film, mostra il riflesso di quello che c’è fuori, anziché Gatsby e Chan che siedono dentro l’auto, grande intuizione questa del direttore della fotografia Vittorio Storaro (che ha già collaborato con Allen per Café Society e La ruota delle meraviglie), il quale riesce inoltre ad alternare sapientemente luci diverse per enfatizzare le differenze nelle personalità di Gatsby e Ashleigh.

Ruolo da protagonista nel film lo ha ovviamente la pioggia che simboleggia. per Allen, il romanticismo e l’amore. La pioggia suggerisce anche il modo diverso in cui Gatsby e Ashleigh vedono la vita: se per Gatsby la pioggia è romantica Ashleigh la trova triste e deprimente. Il tempo è un altro dei temi importanti del film e non è un caso che un orologio appaia spesso nella storia. Gatsby e Ashley arrivano a New York un sabato mattina con l’intenzione di ripartire la mattina dopo. Siccome Gatsby ha pianificato tutto al minuto, sappiamo sempre che ora è e come le cose stiano sfuggendo al suo controllo. Da non sottovalutare inoltre il comparto musicale della pellicola, che accompagna tutto il film con lente ballate da pianobar e musica jazz, connettendo lo spettatore con quei locali suburbani tanto amati da Gatsby.

In definitiva, “Un giorno di pioggia a New York” è la versione di Woody Allen delle vecchie commedie romantiche di Hollywood, contornata dalla sua sottile ironia e il tipico black humor. Un film che, come ci ha abituato da sempre il regista newyorkese, parla di cinema attraverso il cinema e i suoi personaggi, ognuno dei quali rappresenta una parte diversa della sua personalità.

 

 -Marco Parrulli

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Danza e pittura: una grande storia d’amore

Lo spettacolo di danza contemporanea Alma Tadema, coreografato da Ricky Bonavita con la compagnia Excursus e le musiche di Francesco Ziello, è un omaggio al pittore vittoriano del XIX secolo Lawrence Alma Tadema. L’arte che incontra l’arte: un connubio perfetto tra danza e pittura, rappresentato sul palco del Teatro Vascello di Roma, venerdì 15 novembre 2019.

Sulla scena sei danzatori hanno ripreso i soggetti dei quadri di Alma Tadema, proiettati sullo sfondo, attraverso una narrazione episodica che ha dato luce alla ricostruzione della storia dell’antico mondo romano tra decadenza e fastosità. Una danza travolgente in cui ogni ballerino è stato protagonista dei diversi episodi, alternandosi in assolo e pezzi corali. Lo spettacolo è un prodotto della riflessione del coreografo sull’importanza dell’antichità e del suo ricordo nel presente. Si tratta di un viaggio di immagini trasposte attraverso i movimenti del corpo sul palco, in cui non mancano momenti di enfasi performativa volti a stupire e far riflettere  il pubblico. Le scene di maggior rilievo hanno visto sempre protagoniste le 3 danzatrici (centrale il ruolo della donna), che mostrano il loro carattere trasgressivo con danze e richiami sessuali.

Ciò che ha colpito profondamente è la professionalità, la morbidezza dei movimenti dei danzatori i cui corpi volteggiavano nello spazio, seguendo le melodie che hanno arricchito la performance; notevole è stata la capacità espressiva dei danzatori anche attraverso la mimica facciale che ha confermato la valenza pantomimica della danza. Le coreografie hanno previsto una scena iniziale collettiva, con il susseguirsi di assolo, duetti, trio interamente maschile o femminile e altre parti corali.

74614778_2309158842727857_3700041487153627136_n.jpgRicky Bonavita

Il pubblico, composto da varie fasce d’età, è rimasto ipnotizzato in religioso silenzio per l’intera durata dello spettacolo; al termine, è seguito uno scrosciante applauso per i danzatori e il coreografo. A due amanti e studiose della danza come noi ha affascinato la genialità nella reinterpretazione dei quadri da parte di Ricky Bonavita. Ancora una volta abbiamo avuto la conferma del potere della danza che, una volta iniziato lo spettacolo, ci ha completamente estraniate dal mondo esterno rendendoci partecipi e stupefatte allo stesso tempo dell’intero capolavoro.

 

-Martina Sarcina, Giada Gambula

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Narcisismo e Gaslighting

Il Gaslighting è una forma di manipolazione psicologica mirata ad alterare la percezione della realtà di un individuo o di una collettività, la quale viene distorta attraverso menzogne, contraddizioni continue e persistenti negazioni della realtà oggettiva.
L’origine del termine “Gaslighting” deriva dal titolo dell’opera teatrale di Patrick Hamilton del 1938, nella quale un uomo assoggettava la moglie modificando l’intensità dei lumi a gas della loro casa, raccontando però alla donna che tale variazione di luce non fosse reale e che lei stesse diventando pazza; infatti le vittime di questo tipo di violenza psicologica arriveranno lentamente a mettere in dubbio la loro memoria, la loro sanità mentale ed infine nei casi più gravi la loro stessa identità. In altri termini è un insidioso, reiterato, sottile e gratuitamente violento “lavaggio del cervello” che spesso e volentieri è accompagnato da vera e propria violenza fisica.

Le domande che spontaneamente sorgono da questa inquietante definizione sono molte: chi mai potrebbe affliggere una simile tortura ad un altro essere umano e perché?
Le fonti nella letteratura di psicologia e psichiatria sono piuttosto concordi su questo punto, stiamo parlando del narcisista.
L’individuo affetto dal disturbo narcisista di personalità, descritto nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” – a cui rimando per una descrizione completa –  ha tipicamente la convinzione di essere incredibilmente migliore degli altri, un senso del sé a dir poco grandioso e un’empatia bassissima che gli consente di non provare rimorso quando manipola le persone che lo circondano, mosso dal desiderio sadico di potere e soprattutto di fama e riconoscimento sociale. Queste persone difficilmente potranno sperimentare l’amore, ciò che desiderano è solo il controllo sugli altri e sono abili nel simulare anche le emozioni più complesse, come ad esempio il pentimento. Il narcisista non riconosce o non dà importanza a sentimenti altrui, non desidera identificarsi con i loro desideri; non riesce ad accettare di essere messo da parte, di ricevere critiche di ogni tipo ed è spesso soggetto ad ossessione e rimuginio mentale, all’invidia cieca del prossimo. La prima realtà ad essere drammaticamente alterata è proprio quella in cui vive. Per avere un’idea della pericolosità di questi soggetti si pensi che ogni psicopatico è anche dapprima un narcisista, anche se non è sempre vero il contrario. Questa patologia è inoltre incredibilmente subdola poiché coloro che ne sono affetti statisticamente sono anche allegramente inconsapevoli del loro disturbo e non cercano di farsi curare, se costretti saranno propensi a mentire al proprio terapista.

Alla luce di ciò non è difficile immaginare la disinvoltura con la quale un narcisista possa minare la fiducia, verso il mondo e verso se stessa, della sua vittima. Il meccanismo che viene messo in atto è per esso semplice quanto perverso: l’individuo abusante usurerà l’esistenza psicofisica della vittima attraverso la negazione di circostanze realmente esistenti o l’invenzione di un falso passato, simulando ad esempio eventi che la vittima avrebbe dovuto ricordare ma che non sono mai esistiti, o fingendo di aver pronunciato delle affermazioni o di aver preso con la vittima determinati accordi che essa ovviamente non potrà mai ricordare, perché mai concordati. Il narcisista mira ad abbattere i confini dell’individualità dell’altro, i suoi diritti elementari, per usarlo a suo piacimento  e farlo sentire costantemente su un’altalena emotiva. Un momento prima speciale, un momento dopo la sua rovina. Lo punirà come si fa con i cani quando non obbediscono, mettendogli la testa nelle loro deiezioni. Gli farà credere che in ogni caso la colpa è solo sua, che lui gli vuole bene, che l’ha costretto a fargli del male. “Guarda cosa mi hai fatto fare”; la conversazione durante il gaslighting è piena di silenzi assordanti, è frammentaria e distorta soprattutto nelle prime fasi, quando la vittima ha ancora la forza di mettere in dubbio gli inganni del suo carnefice; per lei sarà il momento della confusione. La vittima userà la sua razionalità per cercare dunque di instaurare un dialogo per comprendere il senso di quella spaventosa illogicità, una forma di proiezione su di sé di ciò che percepisce come un malessere di chi in realtà la sta tormentando, ma ciò avrà come sola conseguenza quella di renderla ancora più esausta nel suo tentativo.

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E’ qui che la malcapitata perde le sue energie mentali per poi divenire un guscio vuoto, completamente dipendente, sola, ed è proprio su questo che si può intervenire: per far funzionare questo disturbante meccanismo il narcisista deve isolare la sua vittima e manipolarla quotidianamente. Per questo, se si ha il vago sospetto di essere in una situazione del genere, bisogna immediatamente tornare alla realtà, uscendo dalla soffocante situazione nella quale ci si relaziona quasi esclusivamente con il proprio carnefice, parlando apertamente con amici, familiari, psicoterapisti e figure legali che possano tutelarvi. Non c’è miglior terapia della parola, raccontare come ci si sente davvero, validando le proprie emozioni che vengono costantemente minimizzate, esagerate, invalidate o derise.

Esaminando il fenomeno in un’ottica più ampia, il gaslighting è ovunque; pur essendo paradigmatico in una relazione amorosa, può verificarsi in famiglia, nel rapporto tra amici, sul posto di lavoro, in una coppia di qualsiasi tipo. Nella definizione iniziale ho parlato della collettività come potenziale destinataria del gaslighting e non a caso: la comunicazione politica può essere estremamente mistificatoria. Esiste ed è sotto gli occhi di tutti come determinati politici del nostro tempo non solo siano contraddittori ma si avvalgono dei social network per confondere, banalizzare, diffondere notizie false e poco chiare, consumando lentamente la coscienza di un’intera popolazione che diventa sempre più dipendente dallo slogan semplificato di qualcuno, sempre più influenzabile.

Per contrastare sia il narcisista che la società narcisista, la soluzione risiede sempre e solo nel ripartire dal basso, da noi. Dal resistere ridefinendoci come esseri umani pensanti e non come consumatori. Definire e difendere la nostra identità ma allo stesso tempo creare una comunità diversa, reale e non virtuale, per fuggire dall’alienazione verso la quale siamo spinti. Si potrebbe iniziare dal rispondere ad una delle domande più drammaticamente difficili del nostro tempo: chi siamo e chi vogliamo diventare.

Il vero dramma del gaslighting è proprio questo, ti priva di tutto ciò che sei, ti divora. Eppure anche quando ci sembrerà di non avere che il nulla dentro, dovremmo ripartire non dalle etichette che ci hanno dato, ma dal nostro centro, dalla nostra vita, dalla riappropriazione del corpo, dal nostro respiro.

La meravigliosa Nina Simone cantava così nel 1968:” Ain’t got no friends, ain’t got no schoolin’/Ain’t got no love, ain’t got no name/(…)Why am I alive, anyway?(..)Got my heart, got my soul/(…)I’ve got life, I’ve got my freedom/ And I’m going to keep it/I’ve got the life”.

-Alessandra Testoni

 

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Tlamess: un film dall’estetica sensoriale

Il MedFIlm Festival si dimostra essere, ancora una volta, un palco cinematografico mai banale. Nell’ultima serata alla quale ho partecipato, ci ha offerto un’esperienza pienamente visionaria e sensoriale: Tlamess. Come il film di apertura del Festival, It Must Be Heaven (link all’articolo: http://www.culturarte.it/2019/11/11/medfilm-festival-un-mare-fra-spagna-e-palestina/), anche quest’opera si presenta quasi del tutto priva di dialoghi, lasciando alle immagini il fardello della narrazione.

Scritto e diretto da Ala Eddine Slim, Tlamess è una coproduzione franco-tunisina, presentato a Cannes il maggio scorso. È la storia di un soldato, S. (interpretato dal poeta e musicista Abdullah Miniawy), che riceve un congedo di una settimana dopo aver assistito al suicidio di un suo commilitone ed essere venuto a conoscenza della morte della madre; S. torna a casa e coglie l’occasione per disfarsi di quegli abiti militari che lo hanno condotto alla solitudine e alla disperazione. Qui il film assume toni thriller: nel suo quartiere parte una caccia all’uomo, S. diviene la preda di alcuni ufficiali di polizia; scopre così di essere un fuggiasco. Ferito e senza abiti si indirizza verso la foresta, dove si nasconderà senza far mai ritorno.

Alcuni anni dopo la storia si sposta su una donna, F. (Souhir Ben Amara), che scopre e comunica a suo marito di essere incinta proprio nel momento in cui il suo matrimonio sembra soffrire una condizione di noia ed assenza del partner. In questa fase drammatica della pellicola anche F. si scopre in fuga: una mattina si avventura per una passeggiata nella foresta circostante la sua casa senza far mai più ritorno.

S. ed F. si incontrano in questo luogo al tempo stesso di perdizione, riscatto e salvezza, in una foresta che trattiene a sé ma al tempo stesso dà modo di ricercare una propria nuova identità. Il film in questa ultima fase cambia registro: non è più un dramma, non è più un thriller, bensì assume dei toni mistici, surreali. I due comunicheranno senza parlare, attraverso i loro sguardi installeranno un canale empatico che non li lascerà mai. In Tlamess torna il tema dell’imbarbarimento, gli uomini stanno tornando ad essere scimmie? Dal punto di vista di chi scrive il film non si offre una valida risposta a questo quesito, segnando a mio giudizio una nota a suo sfavore.

Slim realizza un film che ripercorre le tappe simboliche della ricerca dell’identità e del significato della vita, temi che quest’anno sembrano cari al MedFilm Festival. Il comparto tecnico del film, tra cui spiccano sicuramente la fotografia e il sound-design, si mantiene alto per tutto il film. Un tono più basso lo si registra in alcuni passaggi per quel che riguarda la narrazione.

La pellicola non nasconde dei chiari richiami al cinema di Kubrick. Innanzitutto, la sequenza del suicidio del soldato nei primi minuti del film strizza con evidenza l’occhio al celebre suicidio di Palla di lardo in Full Metal Jacket. Ma Slim non si limita a questo e forza il citazionismo inserendo addirittura il monolite di 2001: Odissea nello Spazio. La scelta non si rivela infelice o fastidiosa, poiché offre una palpabile chiave di lettura dell’opera a chi un minimo conosce la filosofia del capolavoro del buon vecchio Stanley.

 

-Alessandro Berti

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Disturbi – Teatro Ivelise

Buio, poi una tenue luce rossa che inquadra una sagoma femminile giacente a terra e nell’angolo un’altra figura attende composta il suo turno. Sullo sfondo invece uno schermo sul quale viene proiettato un caleidoscopio di immagini e suoni discordanti, interrotti da una voce femminile: glaciale, pungente, sibillina. Nel segno di questo schema triadico ci si immerge nella realtà di Disturbi, diretto da Olivia Balzar e tratto dal romanzo Disturbi di personalità dell’autrice pugliese, romana di adozione, Ilaria Palomba, a cui abbiamo avuto il piacere di assistere al Teatro Ivelise domenica 10 novembre (terza giornata di replica e pure di sold out!).

Perseguitata da paure e incertezze, la protagonista (interpretata brillantemente da Luisa Paradiso) s’imbatte in due amori fugaci, (Giacomo di Biasio e Davide Cherubini), immersa in una spasmodica ricerca di equilibrio che si sublima nella passione e nella tensione erotica. L’antidoto e il veleno, lo zenit e il nadir; due sagome imperfette, perciò complementari l’un l’altra, ma entrambe incapaci di donare la serenità e la completezza di cui la protagonista sente necessità e che saprà infine raggiungere altroveIl tutto si svolge sotto gli occhi vigili e onnipresenti dell‘Oracolo (di cui veste i panni Joe Filippi), un omaggio allo spirito ellenico e alla tradizione delfica; resta immobile sul suo trono ma interviene contrastando le tre ombre, figure vestite di nero allegoria della coscienza individuale, una coscienza corrotta, violata dai meccanismi di una società che umilia e mortifica l’essere umano.

Alla protagonista si accompagna una voce interiore, impalpabile e immaginaria, il suo disturbo. Sin da subito la donna mostra i chiari sintomi di un disturbo borderline: autolesionismo, abuso di farmaci, tentativi di suicidio e rabbia improvvisa, questo spiega anche la sua difficoltà di stabilire un rapporto duraturo nel tempo, probabilmente dovuta a quel trauma infantile che sin dall’inizio viene narrato.

Evocato solo nella mente e mai presente in scena è il “ragazzo delle altalene”, figura cardine del tortuoso sentiero che ha condotto la protagonista verso una singolare e cangiante follia, a volte dissimulata, altre fin troppo ostentata, la cui violenza inflitta nella prima adolescenza innesca un pericoloso meccanismo di dominazione e subordinazione, ostinato e tenace tentativo di riassumere il controllo del proprio corpo, violato nella carne e nella psiche.

Questa rappresentazione in un unico atto riesce ad emozionare e allo stesso tempo offrire validi spunti di riflessione. Un plauso va alla regia per la scelta brillante dei temi che hanno accompagnato l’intera esecuzione, tra tutti “The End” (superlativo brano dei Doors), le cui sonorità psichedeliche e ridondanti fanno da cornice all’atmosfera sospesa, onirica, all’interno della quale prende vita l’intreccio dei personaggi coinvolti. I disturbi mentali continuano ad essere minimizzati nella società odierna e non vi è informazione adeguata; la storia rappresentata è solamente una delle tante, questo spettacolo è riuscito a dar voce non solo ad una ragazza, ma a tutte le persone che soffrono e cercano disperatamente una via di fuga.

Disturbi nasce dall’esigenza intima di mettere a nudo gli archetipi di una società che spesso si rivela pessima nutrice ed eccellente carnefice, dalla quale ci è concessa la fuga ma non la piena assoluzione, che blandisce l’apologia, ma nega il perdono e pertanto galvanizza e appesantisce le sue vittime più fragili che invece vorrebbero librarsi in alto, in virtù di una lucida, anzi luminosa, follia.

 

-Giada Gambula ed Eduardo Manuale