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Nomadland

La pellicola che ci ha fatti tornare al cinema dopo nove mesi di chiusure. Il film vincitore dei massimi premi dell’Academy Awards, migliore attrice protagonista a Frances McDormand, miglior film e miglior regia per Chloe Zhao e per la prima volta viene dato un simile premio ad una donna asiatica, per la seconda volta ad donna in assoluto.

La Zhao, regista, sceneggiatrice e montatrice del film, racconta la storia tratta dal romanzo omonimo della giornalista Jessica Bruder. Lo spettatore assiste a circa un anno della vita di Fern, una donna di mezza età che sopravvive come una nomade moderna girando con il suo furgone gli Stati Uniti, spostandosi di stagione in stagione nei luoghi dove può trovare dei lavori di sussistenza. La sua scelta sembra forzata dalla morte del marito e compagno di una vita Boo e dopo il fallimento della società che dava lavoro a lei e a tutta la città industriale Empire, in Nevada. 

Una storia di una gravissima mancanza del sistema economico statunitense- in particolare del welfare – nei riguardi delle persone più vulnerabili che per ragioni anagrafiche o di salute vengono emarginate dal mondo lavorativo proprio nei loro ultimi anni, magari dopo l’impegno di una vita. Nonostante le vicende siano ambientate durante la Grande Recessione, il meccanismo narrato è e sarà sempre più preoccupante – per ragioni demografiche e sistemiche che vanno oltre gli scopi di questo articolo – non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo occidentale. Il concetto di produttività presentato come luminosa occasione di realizzazione personale diviene dapprima il modo per essere membri validi della società per degenerare ulteriormente divenendo infine il prezzo da pagare anche solo per esistere.

Tuttavia, questa narrazione è in Nomadland – incredibilmente, data la potenza della storia in sé – soltanto la superficie.Nomadland racconta un mondo tardo capitalista dove Amazon e il lavoro disumanizzante in fabbrica o in un fast food non sono mostrati attraverso un giudizio morale e con un’estetica di stampo pietista – trita e ritrita nel cinema che definirei “radical-chic”- ma quasi come se si stesse assistendo ad un fenomeno naturale. Il lavoro ai margini della società è ciò che permette ai nuovi nomadi di sopravvivere e allo stesso tempo è la causa della loro condizione. Siamo di fronte ad un nuovo e spaventoso concetto di natura, creata più o meno consapevolmente dall’uomo. La Zhao assume quindi un atteggiamento neutrale sia per ovvie ragioni produttive sia perché questo tipo di denuncia non è l’obiettivo primario della narrazione, la quale pur essendo inventata ha al suo interno storie vere e attori anche non professionisti.

Nonostante questo approccio in Nomadland viene rappresentata anche la Natura come ambiente selvaggio e sconfinato, Natura che esiste, esisteva ed esisterà a prescindere dall’effimero fenomeno antropico del capitalismo. Le immagini straordinarie di essa, che ricordano nel ritmo i documentari di Werner Herzog, sono accompagnate dalla musica di Ludovico Einaudi in modo così azzeccato che è quasi un suono interiore, mentale. La Natura nell’accezione con la quale viene mostrata restituisce delle suggestioni che ricordano i classici Western statunitensi di John Wayne, e non a caso: il riferimento a questi nuovi nomadi come una forma rielaborata del mito della frontiera è assolutamente evidente anche in alcuni dialoghi e nel topos del bivacco attorno al fuoco, presente in diverse scene di introspezione. Questi pionieri sono presentati come molto diversi da quelli dell’immaginario comune, sono signore e signori sui sessant’anni, educati e rispettosi che vivono invisibili ai margini della società, organizzati come possono in delle comunità di aiuto reciproco.

La scelta che li rende degli innovatori non è infatti solo nell’avere riadattato la pratica ancestrale del nomadismo ai paradossi del nostro tempo, ma nel modo in cui scelgono di esistere e di sperimentare la vecchiaia.
Il nucleo nella pellicola risiede qui, nel concetti di libertà e nell’accettazione della fine della vita. 

Fern e gli altri esseri umani che si incontrano in Nomadland vogliono vivere e morire liberi. Ognuno con il suo viaggio, incontrandosi occasionalmente ma con inusuale profondità lungo la strada

La riflessione che collega il potente concetto di scelta attiva del proprio destino e la struttura della società attuale fa sorgere diverse questioni: sono forse coloro che vivono ai margini della società gli unici davvero liberi? Risiede nella zona vuota dell’emarginazione l’unica possibilità di autodeterminarsi rifiutando gli schemi sui quali siamo tutti costretti a scegliere? Sono domande senza dubbio controverse alle quali in molti hanno cercato risposta: impossibile non pensare ad Happy People, del già citato Herzog o al celebre Into the wild.

La Bellezza è, infine, la chiave per l’accettazione della transitorietà del viaggio di ognuno dei personaggi e per estensione, degli spettatori, nomadi o stanziali poco conta. Bellezza che la regista ci descrive attraverso l’intimità dei rapporti umani che osserviamo, ma anche tramite i legami con gli oggetti del passato, ma soprattutto con i paesaggi quasi viventi della pellicola, indimenticabili. Si potrebbe scrivere molto altro su Nomadland, ma le parole perdono significato dopo un po’. L’unico modo per capire è lasciarsi coinvolgere dalla visione del film, ma soprattutto dal proprio viaggio.

-Alessandra Testoni


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ELEZIONI COMUNALI 2021:

Liste civiche: intervista alla candidata Sindaca Monica Lozzi

Sono iniziate, ormai da mesi, le molteplici vicende in vista delle elezioni amministrative di Roma, che si terranno a ottobre. Il Consiglio dei Ministri ha ufficializzato uno slittamento a causa del persistere dell’emergenza Covid, decidendo che le urne per le elezioni amministrative si apriranno con la doppia data del 10 e 11 ottobre, mentre gli eventuali ballottaggi si terranno due settimane dopo. L’appuntamento Capitolino rappresenta da sempre una competizione elettorale molto importante specialmente dopo la fine del Conte-bis e la nascita del governo Draghi.

Siamo tempestati da sondaggi quasi ogni settimana, alcuni decisamente lunatici e volubili esattamente quanto le forze politiche che analizzano; Roma chiede da anni stabilità e governabilità e sembra che tutti conoscano i mali che la logorano ma nessuno fino ad ora sia riuscito a trovare la medicina della salute, quella cura che assunta costantemente e con il giusto dosaggio, possa rinvigorire un corpo sofferente e stanco.

L’Urbe osservata con stupore da turisti innamorati, spesso invece viene percepita dai cittadini romani come non all’altezza delle capitali europee, problematica, stressante, sporca e trafficata. Il cittadino romano per antonomasia è per un perenne conflitto odi et amo nei confronti della Capitale ma, nonostante ciò, quando ha la possibilità di ritagliarsi quel piccolo momento per perdersi fra i vicoli e vivere davvero la città, ricade subito assopito fra le sue braccia. 

Tornando alle elezioni amministrative, al momento sono poche le certezze per quanto riguarda i candidati, a iniziare dal destino dell’attuale Sindaca. Tanti i nomi in campo:

il Partito Democratico presenta Roberto Gualtieri ma solo dopo aver effettuato le primarie, che vedranno partecipare insieme a lui: Giovanni Caudo, Paolo Ciani e Tobia Zevi.

Cristina Grancio ex Movimento 5 Stelle, con il Partito Socialista Italiano.

Virginia Raggi con l’appoggio del Movimento 5 Stelle, dopo essersi destreggiata fra la scacchiera degli accordi tra PD e 5 Stelle, sembrerebbe essersi fortemente imposta per la sua ricandidatura.  

A proseguire il ventaglio politico: Carlo Calenda con Azione, Paolo Berdini per Rifondazione Comunista, Andrea Bernaudo per i Liberisti Italiani e Vittorio Sgarbi con Rinascimento. 

Il centrodestra rumorosamente taciturno prende tempo, dopo molteplici fughe di notizie, ancora non è arrivato ad un accordo interno sul nome del candidato. 

Fuori dai discorsi partitici, Monica Lozzi, Presidente uscente del Municipio VII, sta lavorando da alcuni mesi al progetto REvoluzione Civica, la lista civica che la supporterà nella sua corsa al Campidoglio, ripetendo come un mantra che la sua è “l’unica vera lista civica”. Abbiamo avuto la possibilità di intervistarla e di riflettere insieme a lei sulle elezioni:

Presidente può spiegarci il progetto di REvoluzione Civica? In che modo riguarda anche noi giovani?

REvoluzione Civica è un progetto totalmente civico, nato dall’esperienza di governo del VII municipio e dal coinvolgimento di persone appassionate e capaci, che amano Roma e vogliono cambiarla, mettendo a disposizione il loro tempo e le loro competenze. La nostra lista lavora concretamente sui temi della città e si pone l’obiettivo di creare un vero progetto civico per Roma lontano dalle logiche dei vecchi schieramenti partitici di destra e di sinistra. Abbiamo sempre pensato che il male di Roma fossero i grandi interessi dietro alla politica, che l’hanno spolpata e svilita, senza che nessuno si occupasse davvero dei problemi della città e senza una programmazione che rivolgesse lo sguardo al futuro. REvoluzione Civica vuole avere quello sguardo, e i suoi occhi saranno i giovani. Non possiamo cambiare il presente e preparare il futuro se non li coinvolgiamo, se non conosciamo i loro bisogni, la loro visione e i loro desideri. È talmente importante per la lista il coinvolgimento del mondo giovanile da aver creato una lista apposita che correrà al Comune a sostegno della candidata Sindaca  insieme a quella principale, ed è chiamata REvoluzione Civica Giovani”.

Può esporci quali sono in linea generale i punti programmatici su Roma?

I punti toccati nel nostro programma elettorale sono molti: vanno dalla riorganizzazione di Roma alle periferie, dalla scuola allo sport, dalle politiche giovanili ai diritti civili, dai rifiuti alla mobilità. Siamo però convinti che, per prima cosa, Roma abbia bisogno di una riorganizzazione amministrativa, per poi procedere al resto. C’è bisogno che i Municipi, che sono l’istituzione più vicina ai cittadini, abbiano più autonomia per potersi occupare dei servizi primari, come il decoro, la pulizia e la manutenzione delle strade. Un altro punto per noi importante riguarda lo sport, che  vogliamo accessibile a tutti. Ecco perché abbiamo inserito nel programma la realizzazione nelle ville e nei parchi di playground illuminati, videosorvegliati e allestiti anche con campetti polivalenti e percorsi fitness. Oggi molti giovani vivono sentimenti di insicurezza e fragilità che possono essere superati con lo sport, e REvoluzioneCivica va proprio in questa direzione. Vogliamo una Città Smart fatta a vostra misura.”

In che modo i giovani, nello specifico noi studenti universitari, possiamo cambiare questa città?

“Voi giovani potete fare tanto per questa città. Innanzitutto avete la freschezza e l’entusiasmo che molto spesso gli adulti hanno perso. Per la rinascita di Roma c’è bisogno che incanaliate questo entusiasmo in un progetto vivo, vero di inclusione e di attivismo. Che si chiami REvoluzione Civica Giovani o altro, poco importa. La cosa fondamentale è scendere in campo in prima persona e proporre idee e soluzioni inerenti alle proprie competenze e alle proprie passioni. Voi siete maestri nel generare passione e coinvolgimento: senza la vostra presenza e le vostre idee, qualsiasi progetto, anche il nostro, è destinato a fallire”.

Fino ad ottobre e anche pochi giorni prima delle elezioni, accadranno moltissime cose. Il significato più puro del termine politica è anche questo: dare tempo al tempo e aspettare il susseguirsi degli eventi, dando sempre importanza alla strategia ma allo stesso tempo, mantenere sempre la sincerità e la limpidezza delle scelte e dei programmi elettorali. Il nostro desiderio è quello di trovare finalmente la cura e il medicinale per far rinvigorire questa città e augurarci il bene di una magnifica Capitale, Roma.

-Maria Chiara Petrassi

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Gabe e la sua Ninnananna per quando si litiga

Chiara Gabellone, in arte Gabe, classe 1996; irriverente e romantica, appassionata e ironica, definita anche come “la Janis Joplin del Quadraro”. Dopo l’uscita del suo ultimo singolo Afferrarsi, che ci ha ispirati a riafferrarci tutti di nuovo e dopo aver scatenato un boom sui social e nelle testate musicali, il 30 aprile sorprende tutti con l’uscita del suo nuovo brano. S’intitola “Ninnananna per quando si litiga” e rappresenta un’ode in un periodo costellato da nervosismi e pandemie. 

Il brano parte con un arpeggio di chitarra delicato, intimo che lascia prevedere cosa sarà questa ninna nanna. Veniamo catapultati in un’atmosfera dolce e in un mondo introverso e quasi malinconico. 

Le prime parole sono “è inutile che urliamo se siamo vicini, ci sentiamo”, la vicinanza questa sconosciuta. In un periodo così delicato, ci siamo disabituati a restare vicini, costretti dal distanziamento sociale. Perciò cosa accade spesso nelle relazioni di ogni genere? 

Si discute dimenticandoci, invece, che la vicinanza porta all’empatia e quest’ultima è sempre la soluzione e il rimedio a tutto. Il brano prosegue immergendoci sempre di più in un mondo onirico, portandoci alla riflessione. Ritengo che negli ultimi tempi sia davvero raro trovare un brano che ti lasci riflettere, che in qualche modo ti faccia vedere ciò che hai dentro. Gabe ci è riuscita, attraverso parole e rime sincere che esprimono pienamente il significato che la cantautrice vuole trasmetterci. Ogni parola è ricca di quotidianità e di fotografie che rappresentano la realtà dei rapporti e in qualche modo dell’amore. 

Il brano prosegue, al punto che vorremmo non finisse mai, ormai completamente accompagnati in un’altra realtà. Le parole che ascoltiamo sono “e se vorrai i tuoi passi seguirò, che ovunque andrai il mio Nord sei sempre tu. Ti porto con me verso il Sud, per portarti calore”

Un finale che esprime speranza, voglia di continuare e di seguire e proteggere chi è sempre accanto a noi. Gabe c’è e la sua strada anche, noi siamo pronti a cantare insieme a lei questa Ninnananna per quando si litiga. 

Per ascoltarlo: https://open.spotify.com/track/0SRnNL7KtyVS5voIxAC3di?si=82ae27f2ef5845a6

-MariaChiara Petrassi

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L’arte dei burattini e di far teatro

Alessia Luongo e Manuel Pernazza sono due ragazzi che lottano nella cultura contemporanea per mantenere viva l’arte del teatro, della Commedia dell’arte e delle nostre tradizioni.

Prima di iniziare, presentateci un po’ il vostro progetto artistico:

  • La compagnia teatrale ha l’obiettivo di diffondere la Commedia dell’arte. I nostri spettacoli sono manifesto della Commedia dell’arte partenopea e di tutto il suo patrimonio culturale.
    Presentiamo canovacci antichi, lazzi di tradizione con la musica dal vivo suonata con strumenti antichi. Viaggiamo per tutta Italia e non solo coi nostri spettacoli.

La Commedia dell’arte è un modo di fare teatro che si sviluppa nel 1500, fatto di scherzi e burle, toni beffardi e improvvisazione, maschere.Perché avete scelto proprio la Commedia dell’arte e che rapporto avete con le maschere che interpretate?

  • Non abbiamo scelto la Commedia dell’arte, ci piace e diverte pensare che è stata lei che ha scelto noi, quando l’abbiamo scoperta, lei ha conquistato la nostra anima!
    Grazie all’amore per la Commedia dell’arte abbiamo unito i nostri progetti artistici, che poi hanno coinvolto la vita personale, diventando una vera e propria “famiglia di arte e di vita”.
    Il rapporto con i nostri personaggi è molto delicato, sono delle vere e proprie entità con le quali ci rapportiamo e nel momento che le “vestiamo” viviamo un rito molto sacro, entrando in una vita immortale, perché la maschera sopravvive e non muore e mette in comunicazione vari mondi.

Dal 2020 avete preso in affido il teatro dei burattini del Gianicolo, un teatro storico a cuore a molti romani.Attraverso quest’esperienza incredibile avete anche deciso di produrre artigianalmente i burattini da mandare in scena, fatti da cuore e mani per cuori e mani: come si costruisce un burattino? E che valore ha per voi produrli?

  • Costruire un burattino ha una tecnica molto simile alla scultura e dipende molto dal materiale con il quale si costruisce.
    I burattini che mettiamo in scena sono in legno per un discorso storico e di funzionalità, fatti apposta per durare a bastonate e botte, e hanno dimensioni notevoli rispetto a quelli che vendiamo come “da gioco” per chi vuole conservare un ricordo dell’esperienza del Gianicolo.
    Per coloro che vogliono divertirsi in questo mondo, produciamo burattini giocattolo che costruiamo in legno e in gesso.
    Vogliamo tramandare un ricordo e un valore che possano far appassionare nuovamente grandi e piccoli a un’arte così immensa.

Voi siete dei ragazzi giovanissimi che riportano in vita antiche tradizioni, echi di atmosfere lontane che in questo mondo tecnologicamente contemporaneo tendono a perdersi. Con il vostro progetto cosa vorreste contribuire a fare nel mondo del teatro e della cultura?

  • Vorremmo riportare il mondo, in un gesto rivoluzionario, ai valori di una volta: a storie antiche che suonano moderne come non mai. 
    Tramite il nostro progetto vorremmo tramandare la Commedia dell’arte autentica, poiché a differenza di altri spettacoli dello stesso genere, i nostri sono tutto frutto di tradizione, di ciò che si mette in scena dal 1600 e che a noi è stata tramandata per via esclusivamente orale da grandi maestri e interpreti della maschera.
    Non si può far morire qualcosa che ha storicamente attraversato i secoli e che non morirà mai!

Da bambina io ho fatto molte esperienze di educazione al teatro sia con la scuola che con mia mamma, da attrice e spettatrice, ed è una parte fondamentale dell’educazione artistica: il narrare con il corpo e con le emozioni.In questo periodo si ha un po’ l’impressione di un abbandono o un accantonamentodell’insegnamento dell’arte (intesa nelle sue moltissime, varie e magnifiche manifestazioni, tra cui ovviamente il teatro) nelle scuole e nella vita privata.Che ne pensate?Ci potrebbero essere nuovi modi di approcciarsi alle nuove generazioni, ai nuovi bambini, ai nuovi ragazzi?

  • Ci saranno sempre modi per far innamorare il pubblico del teatro e per noi la soluzione migliore sarebbe ANDARE A TEATRO.
    Suona come una provocazione, ma è la realtà.
    Bisogna abituare il pubblico, soprattutto quello giovane, ad andare a teatro con la stessa frequenza di un’uscita a un parco o altro, bisogna che incontri il teatro e se ne innamori.
    “Avvicinarsi al teatro” viene spesso frainteso con “vado a fare un laboratorio di teatro per scoprire me stesso”, ma vi sono altri tipi di percorsi per farlo e questo creerebbe persone che trattano quest’arte con una superficialità disarmante.
    Bisogna che si crei il “rito dell’andare a teatro”, poi chi vorrà continuare questa professione, con i suoi immensi sacrifici, sarà richiamato proprio da questa.
    Per “andare a teatro” non intendiamo una rigidità del luogo, ovviamente, da commedianti, crediamo che sia proprio il teatro che in questo tempo debba andare in piazza a scavare nel cuore delle persone!

Questo 2020 è stato un anno molto particolare e anche questo 2021 si sta rivelando uguale.Come state affrontando i problemi relativi al mondo dello spettacolo in epoca Covid?

  • Stiamo resistendo, ma dando davvero fondo a molti risparmi e soffrendo tanto. Oltre al dolore sociale e personale di vedere il mondo in difficoltà, attanagliato da una pandemia e di aver avuto anche perdite personali, si aggiunge la gravità di un governo che non valorizza e non ha interesse nell’artista di professione.
    I contributi che riceviamo arrivano spesso in ritardo e con difficoltà, tutto questo è un disagio emotivo incredibile.
    Tuttavia, si resiste e non si abbandona, si studia.
    Non crediamo che la soluzione sia negli spettacoli “online”, lo spettacolo si fa dal vivo, da che mondo è mondo, l’arte del teatro è nel contatto con le persone, nel respiro degli spettatori.
    In tutto ciò ci chiediamo: come mai in Chiesa si può andare e in teatro no? Come mai le metro possono riempirsi ma i teatri no? Come mai… come mai… tanti dubbi, purtroppo poca chiarezza, se non quella di restare saldi!
    Arriveranno tempi migliori, d’altronde i commedianti sono vissuti all’epoca della peste e sono riusciti a sopravvivere e a far andare avanti una nobile arte.

Grazie ragazzi, non vedo l’ora di venirvi a trovare al Gianicolo, buona fortuna!

-Irene Iodice

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Le Avventure di Pinocchio, di Shozin Fukui

Pinocchio è il simpatico burattino, protagonista del celebre romanzo di Collodi, che ha accompagnato l’infanzia di chiunque. È un personaggio così famoso da essere continuamente riproposto in (più o meno) nuove salse anche al cinema: lo abbiamo visto di recente nel film di Garrone e presto vedremo anche quello firmato Guillermo Del Toro. Ora dimenticate tutto ciò.

Pinocchio è anche un androide pensato e costruito per fare da schiavo sessuale. Il modello 964, così si chiama il protagonista, ha però un difetto: non mantiene l’erezione e, come con tutti gli oggetti difettosi, le sue due padrone decidono di lobotomizzarlo e disfarsene senza pensarci troppo. Siamo nel Giappone del 20XX (un futuro non troppo lontano dal nostro) e questo è l’incipit di quel delirio che è √964 Pinocchio, pellicola del 1991 diretta da Shozin Fukui.
Pinocchio vaga per la città senza ricordi, è un fantasma che si muove in mezzo ad una massa informe di persone “normali” che si tengono a debita distanza da lui. Fa ribrezzo perché è un rifiuto. Himiko è un’altra androide senza memoria che sopravvive nella giungla urbana da più tempo e vuole disegnare una mappa per aiutare quelli come lei ad orientarsi. Sarà lei a prendersi cura di Pinocchio, anche troppo.
Al centro di tutta la vicenda vi è il concetto di sfruttamento, declinato in diversi modi: le atmosfere cyberpunk, che strizzano l’occhio a Tetsuo, uscito due anni prima, servono solo a incorniciare la società giapponese di 30 (sic!) anni fa, quella industriale, delle città-dormitorio, del lavoro dai ritmi serrati e dei metrò straripanti di persone. Non è un caso, infatti, che il protagonista sia proprio un ibrido tra uomo e macchina, tra persona e cosa, tra essere umano e oggetto inanimato. Vi è inoltre lo sfruttamento che deriva dall’industria del sesso, che non si risolve neanche quando ormai non sono più le persone a lavorarci in prima linea, legalmente o meno: il droide non funziona e viene tranquillamente torturato, poi le clienti si lamentano con l’azienda. Infine le azioni che porteranno Himiko ad incatenare Pinocchio, dopo avergli fatto riprendere la memoria, ci fanno capire che non c’è pietà per nessuno, chiunque vuole dominare sull’altro, specie se più debole.
La città è permeata da una luce piatta e abbacinante, ma il film privilegia invece i vicoli bui, i sotterranei, la metropolitana. Quest’ultima sarà simbolo di alienazione e raccapriccio, con la (letteralmente) vomitevole esperienza di Himiko là sotto. Anche lei sta vagando come Pinocchio, con un’apparente consapevolezza in più; ancora una volta è in mezzo alla massa, lei contrapposta a tanti, eppure la differenza non si nota, sono tutti sullo stesso piano, soli e isolati. Tutti perversi, spinti dalle più becere pulsioni ad accoppiarsi con dei giocattoli, trascurando qualsiasi emozione e dimenticandosi degli altri esseri umani; il sadomaso che praticano contamina e si fonde con le strutture piramidali delle aziende.
Presa consapevolezza di tutto ciò, Pinocchio cercherà vendetta. È fra la gente, isolato di nuovo, sanguinante, vuole raggiungere i suoi creatori e ucciderli e il tutto si conclude nella maniera più inaspettata possibile, in una certa qual misura anche positiva.
«L’orrore» diceva Kurtz nel finale di Cuore di Tenebra e di Apocalypse Now, e l’orrore lo troviamo nel genere del film, che non si risparmia di spaventare e far provare disgusto, regalando allo spettatore debole di stomaco esperienze memorabili; ma l’orrore fa parte del mondo, quello della finzione della storia ma soprattutto quello reale e Fukui rimarca fortemente questo concetto.

La narrazione procede in maniera fortemente frammentata, con continui flashback e cambi di punto di vista, ma quello che potrebbe in apparenza sembrare una nota di merito si rivela invece un tallone d’Achille: il regista non fornisce in maniera chiara le coordinate per ricostruire l’intreccio e si fa fatica a seguire la vicenda. Interessante invece la scelta fatta sul ritmo della storia, a volte lenta, a volte iperfrenetica con immagini accelerate e macchina a mano ai limiti dell’instabilità, il tutto accompagnato da inquadrature angolate e un uso sapiente e originale dei grandangoli.
Nel complesso, è un film pieno di significato e gli amanti del cinema estremo saranno i primi ad adorarlo, ma nella più totale onestà si deve ammettere che l’esperimento non è del tutto riuscito, vuoi per la narrazione che procede a singhiozzi, vuoi per alcune scene fin troppo lunghe e prive di una giustificazione che alla lunga annoiano, vuoi per il budget molto basso. Ad ogni modo, la visione è caldamente consigliata.

-Matteo Verban

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“Macbeth”: la natura umana fra luce e ombra

La celebre tragedia di Shakespeare, che porta il titolo del suo protagonista, è una storia dalle tinte gotiche, in cui un grande condottiero scozzese, dopo aver ascoltato l’oracolo pronunciatogli da tre streghe, decide insieme a sua moglie di assassinare il re e di prenderne il posto. Ne consegue una catena di delitti e di crimini orribili, perpetrati dal protagonista una volta al trono, per annientare i suoi oppositori, fino a trascinare nel baratro sé stesso, la sua sposa e tutta la corte.

Macbeth e sua moglie sono due dei più celebri antieroi della storia della letteratura. La loro vicenda, costellata di tradimenti, omicidi, macchinazioni e crudeltà, potrebbe essere considerata un compendio della malvagità umana. Eppure non è solo l’abiezione che Shakespeare racconta nella sua opera: il terribile protagonista e la sua sposa sono personaggi complessi, che difficilmente potrebbero rientrare in una definizione univoca. Lo stesso Shakespeare, da straordinario scrittore qual è, fornisce nel corso dell’opera elementi che rimandano di continuo all’indefinito e all’ambiguità: Macbeth inizia a concepire le sue azioni criminose dalle profezie fattegli da tre streghe. Queste profezie, tuttavia, risultano oscure, in esse la verità viene solo apparentemente mostrata come lampante e comprensibile, quando in realtà deve essere estrapolata dopo un’accorta interpretazione degli oracoli: nel primo le tre sorelle chiamano Macbeth “signore di Cawdor” e gli predicono che dovrà essere re. Ma è esclusivamente per la sua ambizione e la sua sete di potere che il condottiero pensa di dover uccidere il sovrano per prenderne il posto, senza soffermarsi sulle molte sfumature che le parole delle streghe potrebbero assumere.

Inoltre, la sua brama non basta per portare a compimento quanto da lui meditato ed è solo grazie alla determinazione spregiudicata di Lady Macbeth che il primo disegno omicida sarà eseguito. Il ritratto che quest’ultima fornisce del marito è di nuovo caratterizzato dall’ambiguità: “tu sei grande, non sei senza ambizione: ma non hai il malvolere che dovrebbe accompagnarla […] e vorresti quel che hai più timore di commettere che desiderio che non sia commesso”. Lady Macbeth, al contrario, appena ricevuta notizia della profezia, sceglie risolutamente di votarsi al male, invocando le forze demoniache perché reprimano in lei ogni compassione e sentimento umano, lasciandole solo il desiderio di uccidere. L’atteggiamento del protagonista, tuttavia, non è dettato solo dall’indecisione, da un’incapacità di stampo amletico di darsi all’azione: un sincero scrupolo morale lo tiene a freno, che si fa ancor più vivo nel momento in cui il re Duncan giunge al castello, mostrandogli tutto l’affetto e la fiducia che nutre nei suoi confronti. Macbeth è colto da un senso di orrore, si rende conto della mostruosità dei suoi intenti e, in un vago presagio del suo tragico destino, capisce di aver ordito dei propositi che vanno ben oltre le sue capacità e la sua indole. In una metafora efficacissima, egli si paragona a un cavaliere che, per montare in sella, compie un salto troppo lungo e cade dalla parte opposta.

Ma Lady Macbeth ravviva in lui l’arrivismo e il desiderio di potere e lo accusa di vigliaccheria, riuscendo così a istigarlo all’omicidio. Calata la notte, i due uccidono il re nel sonno a pugnalate e, il giorno seguente, fanno ricadere la colpa sugli uomini della scorta del sovrano, che vengono trucidati da Macbeth prima che possano avere il tempo di discolparsi.

È il primo di una lunga serie di atti efferati che, una volta salito al potere, Macbeth continuerà a perpetrare, mantenendo il suo posto sul trono solo a prezzo di una lunghissima scia di sangue. Con il passare del tempo, però, il sovrano inizia a provare nuovamente inquietudine per il suo operato, tanto da essere perseguitato dalle immagini delle sue vittime, che invece sua moglie e i membri della corte non riescono a vedere.

Di nuovo, egli si reca a consultare le tre streghe, che pronunciano una profezia più intricata della prima, coronata di visioni, dalla quale il protagonista crede di capire che dovrà essere ancor più spietato ma che, alla fine, egli sarà intoccabile e sarà impossibile spodestarlo. Inizia così una nuova serie di persecuzioni, che raggiungono il culmine della crudeltà con il massacro della famiglia del nobile scozzese MacDuff, del quale non vengono risparmiati neanche la moglie e i figli.

A questo punto assistiamo a una singolare inversione di ruoli fra i protagonisti: mentre il re persevera nella sua insensibilità, riuscendo a convivere con sé stesso grazie a un crescente distacco dal mondo reale, lady Macbeth sprofonda sotto il peso delle sue azioni, i rimorsi la tormentano senza darle tregua, fino a spingerla in uno stato di sonnambulismo, preda di orrende visioni in cui tenta, senza mai riuscirci, di pulire le sue mani intrise di sangue. Solo con il suicidio la regina riuscirà a liberarsi del peso insopportabile delle sue azioni.

L’interpretazione, anche in questo caso errata, delle parole delle streghe, segna la definitiva catastrofe per Macbeth: Malcolm, figlio di Duncan, ponendosi a capo della resistenza contro il tiranno, assedia il castello del protagonista che, avendo ormai perduto del tutto il contatto con la realtà, pronuncia il suo celebre monologo sulla vanità dell’esistenza e, incurante della sconfitta imminente, si lancia nella battaglia che infuria sotto le mura, dove viene ucciso e decapitato.

“Macbeth” è un’opera che spinge a riflettere su numerose tematiche, tutte di grande importanza: la legittimità dei governanti, che possono essere tollerati solo quando il loro operato sia libero da passioni oscure, il desiderio di potere e di affermazione incontrollato, che spinge a commettere azioni irrazionali o addirittura crudeli, il comportamento dell’individuo nel momento in cui deve confrontarsi con le conseguenze del suo agire.

Ma è soprattutto nella caratterizzazione di Macbeth e della Lady che risiede la grandezza di questa tragedia. Pochi autori del passato sono riusciti a fornire, con i loro personaggi, ritratti psicologici indimenticabili come quelli di Shakespeare, che rivela in questo caso tutta la sua maestria, cogliendo a pieno uno dei tratti distintivi della natura umana: essa è inafferrabile, un fluire e sovrapporsi di stati che quasi mai perdurano, così che risulta difficile, quando non impossibile, stabilire se l’indole di una persona sia malvagia o nobile, pietosa o insensibile, mossa dai più ammirevoli principi o dai più meschini interessi.

È l’ambiguità, di cui l’opera è permeata, a regnare nel profondo dell’animo umano, dove luce e ombra si alternano in una lotta il cui esito non è mai scontato. 

-Alessandro Troisi

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La comunicazione: necessità, passione o materia di studio?

La comunicazione fa parte del nostro essere, sembra scontato dirlo, ma talvolta ci scordiamo che cosa essa sia. Molte volte capita che ci troviamo in mezzo a una situazione dove non sappiamo comunicare con gli altri, non riusciamo a interfacciarci ad un pubblico o solamente con un altro interlocutore.

C’è da dire che quella che noi intendiamo come comunicazione, sostantivo singolare femminile, in realtà non è singolare, non è un processo unico e monodirezionale, in questo senso parliamo di comunicazioni, e di sistemi comunicativi, al plurale che entrano in gioco nel mero atto comunicativo.

Bisogna immaginare la comunicazione come una grande famiglia che abbraccia più parenti e a tal proposito definiamo la comunicazione multimodale:

“La comunicazione è multimodale: negli umani, i segnali di ogni modalità produttiva costituiscono un sistema di comunicazione con le sue regole specifiche […]” 

(D. Poggi I.: Le parole del corpo. Introduzione alla comunicazione multimodale. Carocci, Roma 2006.)

Esistono dei veri e propri lessici per i diversi sistemi comunicativi come i gesti, lo sguardo, il contatto fisico, le espressioni facciali, le posture, la prossemica. Ad ognuno di questi sistemi comunicativi corrispondono delle regole “fonologiche” che determinano le norme d’uso nei contesti sociali.

L’aspetto della comunicazione e dei processi che noi, esseri umani, utilizziamo è ciò che mi ha spinta ad intraprendere la facoltà di Scienze della Comunicazione e gli studi di questo percorso universitario mi hanno fatta appassionare sempre di più a questo ambito.

Tutto ciò influenza anche le mie scelte di lettura. Qualche mese fa, come faccio spesso, ho consultato le nuove uscite della casa editrice Garzanti (con la quale collaboro sul mio blog personale) e come una calamita sono stata attratta dal libro intitolato Il coltellino svizzero di Annamaria Testa.

Un saggio che, proprio come un coltellino svizzero (non a caso è intitolato così), raccoglie e compatta, in un unico strumento, una serie di utensili necessari nel nostro quotidiano. Gli strumenti, nel caso del libro, sono gli elementi principali della comunicazione, del linguaggio e della psicologia:

“Questo libro si intitola Il coltellino svizzero perché ha l’ambizione di rendersi utile senza occupare troppo spazio o infliggervi troppo peso. Può servirvi, magari, per avvitare un pensiero. Per limare ben bene una percezione. Per stappare un’opportunità, o un nuovo punto di vista.”

Annamaria Testa è specializzata in comunicazione, linguaggio e creatività. Da oltre vent’anni è docente universitaria, inoltre scrive come blogger e saggista, tutto ciò è affiancato alla professione di consulente per le imprese.


Oggi abbiamo il piacere di poterla accogliere con una breve intervista su CulturArte per parlare di comunicazione, di processi comunicativi e di contenuti presenti nel suo ultimo libro che è stato presentato nelle righe precedenti.

  • Grazie Dottoressa Testa per essere qui con noi su CulturArte. Nel corso dell’articolo ho dato un piccolo assaggio del suo nuovo libro “Il coltellino svizzero”, ma sono curiosa, più nello specifico, di capire come è nata l’idea di questo saggio, da una particolare esigenza?

Scrivere per internazionale e per il mio blog nuovoeutile mi offre la grande opportunità di avere un riscontro forte e immediato da parte dei lettori. Quando vedo che un articolo è apprezzato e condiviso da migliaia, e a volte da decine di migliaia di persone, posso legittimamente pensare che quell’articolo abbia toccato un punto di interesse comune. Il coltellino svizzero raccoglie, riordina e collega tra loro tutti i più apprezzati e condivisi tra gli oltre ottocento articoli che in questi anni ho pubblicato in rete. Qual è il filo rosso che connette ogni articolo agli altri? Un concetto semplice e affascinante: la metacognizione. Pensare al modo in cui pensiamo. Esserne consapevoli, per saper pensare meglio.

  • Ho provato, anche se solo attraverso un articolo di pochi caratteri che certamente non bastano, a dare una spiegazione a grandi linee della comunicazione. La cosa che mi interessa sapere oggi, e da cui si formula la successiva domanda, è se il nostro modo di comunicare e la comunicazione stessa, siano cambiati con l’evoluzione digitale?

Le regole di base della comunicazione, che dipendono dal modo in cui funzionano i nostri organi di senso (il nostro sistema percettivo) e il nostro cervello (le nostre emozioni, la nostra cognizione) non sono certo cambiate. A essere cambiati sono due elementi: la velocità, enormemente accresciuta, e l’accesso ai media, oggi aperto a tutti.

  • Proprio per questo, volevo chiederle se quindi con il web e con i social media, l’effetto Dunning-Kruger (più le persone sono incompetenti e meno capiscono di esserlo), che è spiegato in maniera molto dettagliata nel libro, sia aumentato lasciando ai margini le personalità opposte?

Mi dispiace confermarlo, ma temo proprio di sì. Per dirla con Umberto Eco: il web dà voce (anche) a legioni di imbecilli. Per dirla in modo un po’ più blando: con i social media, qualsiasi incompetente può sperare di trovarsi almeno un follower che lo applaude entusiasta, e conferma la sua illusione di saperla lunga.

  • Ho notato dai miei studi che la conoscenza della comunicazione e dei modi di comunicare ha cambiato la mia comunicazione. Quanto ritiene sia importante far conoscere questo ambito alle persone? e perché?

Se sappiamo come la comunicazione funziona, capiamo meglio gli altri. E, soprattutto, riusciamo a farci capire meglio dagli altri.

  • Siamo arrivate all’ultima domanda. Devo ammettere che mi ha colpito molto il suo stile di scrittura, il fatto che Il coltellino svizzero presenta degli argomenti complessi spiegati in maniera intuitiva e divertente, senza mai cadere nel banale o risultare ridondante. Perciò, Per quale pubblico è pensato questo libro? 

Un coltellino svizzero è un attrezzo utile, versatile, leggero. Questo libro vuole essere esattamente così. Non è un libro di autoaiuto. Non è un manuale per fare meglio qualcosa. È una serie di piccoli attrezzi molto affilati, utili per capire, decidere, progettare, comunicare meglio. Tutto ciò sembra piacere molto ai lettori: fino a oggi ho avuto riscontri molto positivi, e a poco più di due mesi dall’uscita il libro ha già avuto due ristampe. A chi è dedicato? Semplice: a tutte le persone curiose di se stesse e del mondo che ci circonda.

Ringrazio Annamaria Testa a nome di CulturArte per aver partecipato a questo articolo. Vi invito a visitare il suo blog e ad approfondire questi argomenti, perché come ha detto dell’intervista: “Se sappiamo, capiamo meglio e riusciamo a farci capire”.Inoltre, suggerisco la lettura de Il coltellino svizzero, un libro in grado di coinvolgere il lettore nei meccanismi e nei processi della mente. Spiegando comportamenti, situazioni e raccontando aneddoti Annamaria Testa ci regala una lettura utile e senz’altro interessante.

-Alessandra Marenga

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Padroni del nostro futuro ma non dell’odierno presente

Padroni di niente” è una canzone contenuta nel nuovo omonimo album di Fiorella Mannoia, uscito lo scorso 6 novembre, la cantante è tornata con il suo diciannovesimo disco, regalandoci otto brani dal sapore autentico e coinvolgente, scritti da diversi autori tra cui Amara, Ultimo, Simone Cristicchi, Bungaro e Olivia xx, nati da delle preziosissime riflessioni sul periodo di lockdown, momento storico di cui ognuno di noi è diventato protagonista ormai da troppi mesi. 

Ascoltare questo brano è stato un po’ come guardarmi allo specchio, nel quale ho riconosciuto il riflesso del mio stato d’animo. Quando un artista riesce a dar voce ai miei pensieri più profondi così come li penso io, ai miei sogni così come li sogno io e alle mie paure, le stesse che provo io, esprimendo emozioni che neanche la più sensibile parte di me era riuscita a mettere a fuoco così bene, non riesco a rimanere indifferente. Se poi le parole in questione sono le portavoci delle sensazioni scaturitesi da una tale fase di dolore globale, il valore che acquisisce la musica diventa impareggiabile.

Il messaggio del testo è molto chiaro e significativo: nel 2020 ci siamo tutti resi conto di come prima ci sentissimo un po’ come gli unici “registi” delle nostre vite, progettando senza dar conto a nessuno le nostre giornate e quando poi improvvisamente è arrivato il virus, abbiamo riscoperto il ruolo di insignificanti comparse in un mondo che è sfuggito ferocemente dal nostro ipercontrollo rivelatosi del tutto inefficace.

Una frase mi ha colpito moltissimo: “Qui c’è gente che spera in mezzo a gente che spara e dispera l’amore”, termini che non potrebbero descrivere meglio la situazione di disagio che la pandemia ci sta arrecando, di cui ognuno ha assaggiato un pezzetto dal gusto diverso ma doloroso allo stesso modo in base alle proprie situazioni personali.

Speranza, odio e amore, tre concetti interconnessi tra loro, dato che tendenzialmente attraverso il primo si è cercato di annientare il secondo mirando alla promulgazione dell’ultimo. Non sempre però l’iter perseguito è stato il seguente; è capitato infatti che l’aggressività l’abbia avuta vinta e di questo ne abbiamo avuto la prova, basti pensare alle scene di violenza susseguitesi nelle più importanti piazze italiane, quando solo poche settimane prima su migliaia di balconi svolazzavano al vento bandiere raffiguranti fiduciosi arcobaleni, sinonimo di unione e tenacia. Due momenti contrastanti, testimoni della divisione interiore dell’umanità.

Ci sentivamo così invincibili da pensare di riuscire persino a cambiare il mondo, quando poi è stato il mondo a cambiare noi. Ma com’è cambiato il nostro rapporto con il mondo negli ultimi mesi?

È passato all’incirca un anno da quando godevamo della quasi inconsapevole libertà di poterci permettere il lusso di scegliere, più o meno, come riempire le giornate. Fra discorsi rimasti a metà per la fretta, appuntamenti rivelatisi “portatori sani” di nuove piacevoli compagnie per le anime che ci portiamo dentro, l’università che ci vedeva prendere posto pronta per trasmetterci nuove pillole di cultura, visite alle mostre d’arte nel cuore della città, concerti in cui i nostri pensieri si annullavano per trasformarsi all’unisono in melodie cantate a squarciagola, viaggi che hanno superato di gran lunga le aspettative che avevamo rispetto alla bellezza di una destinazione, le passeggiate alla ricerca di un bel vestito, un buon gelato, o solo un caldo tramonto sotto il quale scambiare sorrisi con gli amici, insomma da soli o in gruppo eravamo decisamente felici e forse nemmeno lo sapevamo, di sicuro però adesso lo abbiamo capito.

Tutto questo oggi ci sembra solo un lontano ricordo e ciò mi spaventa davvero. Molti di noi ormai si sono quasi “abituati” ad affrontare la routine in modo alienante, in primis distanziandosi dagli altri e quindi dalla socialità e per secondo probabilmente anche da se stessi, dato che ci alimentavamo di quello che ci circondava mentre poi ci si è ritrovati a esser confinati da mura domestiche.
Imparare a reinventarsi non è stato facile per nessuno, ma soprattutto è stato un percorso graduale, chi ci è riuscito lo sa bene, lo ha fatto con calma, un passo dopo l’altro, avanzando lentamente alla ricerca di una meta che avesse le sembianze di una tanto attesa serenità.

Contemporaneamente a camminare in direzione opposta c’era lo smarrimento, con il quale purtroppo quasi tutti ci siamo scontrati. A conti fatti però, dopo aver visto da vicino qual è il suo volto abbiamo appurato che infondo valeva la pena proseguire per il nostro cammino e voltargli le spalle con determinazione. Io personalmente l’ho fatto e seppur davanti a me vedevo solo degli sbiaditi stralci di rassicurazioni alla fine ho capito che l’unica destinazione alla quale potevo aspirare era la rassegnazione a una lunga attesa. Nel mio viaggio però sono sempre stata accompagnata dalla speranza di poter tornare presto alla normalità.

Ciò che mi chiedo più spesso è se siamo sicuri che quando finalmente potremo riappropriarci della piena autonomia dei nostri spostamenti non sarà cambiato qualcosa dentro di noi a tal punto da percepire la realtà in modo diverso? Probabilmente dovremo riabituarci nuovamente al perpetuo scorrere del tempo, per ricominciare a scrivere pagine di vita su quello che ormai è diventato un diario relegato esclusivamente da fogli bianchi e sì, sicuramente ora come ora siamo veramente “Padroni di niente” ma abbiamo certamente imparato a diventare un po’ più padroni di noi stessi, con l’augurio che questo 2021 ci possa restituire almeno in parte una maggiore dose di giorni felici.

-Giulia Pernaselci

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This is the end. Crisi e fine dell’attuale classe politica

This is the end my only friend the end, così cantava il noto cantante dei The Doors, Jim Morrison. Questa è la fine ma la fine di cosa? La fine della politica, o meglio l’epitaffio della politica o di una classe dirigente politica. Ma torniamo alle origini e alle cause che hanno portato a quest’evento. È il 13 gennaio (invoco gli scaramantici), il leader di Italia Viva, Matteo Renzi (sì, l’esperto di Referendum) annuncia, in una conferenza stampa alla Camera, le dimissioni della sua delegazione nel Governo Conte bis: le ministre Teresa Bellanova, Elena Bonetti e il sottosegretario Ivan Scalfarotto. Riferisce in una lettera al Presidente del Consiglio “…è molto più difficile lasciare una poltrona che aggrapparsi allo status quo […] davanti a questa crisi il senso di responsabilità è quello di risolvere i problemi, non nasconderli”. E prosegue “…la crisi politica non è aperta da Italia Viva, è aperta da mesi”. Ricorderete l’accorato discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale aveva esortato all’unione e alla coesione; non sapeva che quelle parole impeccabili non sarebbero state recepite poi così tanto bene, a neanche un mese di distanza.

L’Italia si ferma, in ognuno di noi sale uno sconforto, una sensazione di instabilità e d’incertezza che l’ultimo anno già ci ha “donato”. Tutti si chiedono perché, cosa c’è effettivamente dietro questa scelta, questa conferenza stampa tenuta da Matteo Renzi. Google rispecchia le domande e le incertezze dell’Italia (forse anche dell’Europa), le ricerche più assidue sono: “perché crisi di Governo?” “Perché Renzi dimette ministre?” “Quante sono state le crisi di Governo totali in Italia?” Alle prime due domande, probabilmente ancora non sappiamo rispondere ma all’ultima sì. L’Italia Repubblicana ha avuto ben 66 crisi di Governo. Dal primo luglio 1946 ad oggi con una durata in media di 33 giorni. L’8,3% della nostra storia è trascorsa fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici (da 9Colonne.it). 

14 gennaio: all’ora di pranzo, ricevendo Conte, il Presidente della Repubblica chiede di più: uscire velocemente dall’incertezza politica, per affrontare al meglio la pandemia. Il premier si prende ancora qualche ora di riflessione prima di salire al Colle, ma a sera, l’ipotesi che accetti l’offerta di Renzi (reiterata dopo le dimissioni delle ministre) di aprire un tavolo per un governo Conte ter, non sembra percorribile. Anche perché gli alleati sono furiosi con il Senatore di Rignano.

18 gennaio: ore 12.00, la lunga giornata a Montecitorio ha inizio. Conte interviene nell’Aula della Camera dei deputati, rilanciando l’alleanza di Governo e aprendola ai “volenterosi che hanno a cuore il destino dell’Italia”. Il premier appare freddo e conciso, d’altra parte, la sua palestra fu già nella crisi di Governo dell’agosto 2019 che i più appassionati ricorderanno come “l’arringa di Conte a Salvini”.  Nel suo discorso Conte ha rotto definitivamente con Renzi, perché questa crisi aperta in piena pandemia è “senza un plausibile fondamento”, ma lo strappo del leader di Italia viva è “incancellabile”, quindi adesso “si volta pagina”. La Camera alle 20.48 dà il via libera alla fiducia al premier Giuseppe Conte con 321 voti a favore, 259 contrari e 27 astenuti. Il presidente del Consiglio ha quindi ottenuto 6 voti in più della maggioranza assoluta. Il bello deve ancora arrivare…

Il senatore Ciampolillo dov’è? 19 gennaio 23.30 circa, dopo una lunghissima giornata di dibattito al Senato, il Governo incassa la tanto attesa e sofferta fiducia con 156 sì. Tutto per un voto in extremis del senatore Ciampolillo (ex Movimento 5 Stelle), il quale affermerà il giorno seguente: “l’istinto mi ha detto di salvare il Paese. Così all’ultimo minuto mi sono buttato nella mischia”. Che fosse in realtà un concerto e non un’Aula istituzionale? 

La fiducia è raggiunta in entrambe le Camere sì, ma è una fiducia claudicante, non è abbastanza forte per permettere al Governo di camminare e poter scalare la vetta della crisi economica, sanitaria e sociale. 

26 gennaio, Conte si dimette, la crisi è formalmente aperta.

29 gennaio, è il momento di Mattarella; il Presidente conferisce al Presidente della Camera Roberto Fico un mandato esplorativo, volto a verificare la prospettiva di una maggioranza parlamentare a partire dai gruppi che sostenevano il precedente Governo (PD, LeU, M5S e IV). Fico dovrà riferire entro il martedì successivo. Si aprono i vari scenari caratterizzati da teorie e previsioni, degni del maestro Stanley Kubrick. Avvengono le consultazioni con ogni partito, Renzi con Italia Viva rimane fermo sulle due decisioni, anzi appare anche più inflessibile di prima. La sua mossa politica viene paragonata ad una puntata della nota serie House of Cards con protagonista Frank Underwood, interpretato da Kevin Spacey; ma la nuda e cruda verità è che Renzi vuole solamente far saltare Conte. Kevin Spacey nelle sue mosse ha spesso progetti più intrigati e strategici di lui. 

Arriviamo alla fine di questa tragedia Sofoclea, 2 febbraio, fine del mandato esplorativo. Fico si reca al Quirinale per comunicare a Mattarella, che le distanze permangono e che ciò non permette di dar vita a una nuova maggioranza, basandosi sugli attuali partiti. Segue il discorso di Mattarella, in cui spiega magistralmente per quale motivo le elezioni (tanto invocate dal centro-destra) sono sì un esercizio di democrazia, ma sono caratterizzate da prassi con periodi lunghi e da rischi di ingovernabilità che in questo momento il Paese non può permettersi. Infine convoca per la mattina seguente al Quirinale, l’ex numero uno della Bce Mario Draghi. L’ipotesi di un governo tecnico è in atto. Mario Draghi accetta con riserva e si prepara alle consultazioni con le forze politiche…the show must go on. Vorrei tornare all’incipit di questo articolo, la fine della politica. Tutto questo spettacolo ha portato alla fine, alla morte di tutto quello che poteva esserci di lontanamente politico in Italia. Politici che hanno dimostrato di non essere in grado di gestire una crisi e di giungere ad un punto d’incontro, ad una coesione in un momento così delicato. Il politologo Sartori afferma: “Un governante che asseconda e ascolta soltanto i sondaggi è un pessimo governante. Ci sono tantissime cose che un buon governo deve fare (per essere buono) a prescindere dai sondaggi” (2008). 

This is the end

-MariaChiara Petrassi

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Le streghe della notte: quando l’emancipazione femminile passò dai cieli scuri della guerra

C’è un momento nella storia di ogni emancipazione – personale o collettiva – in cui si sente distintamente uno scatto interiore, un clic. Si tratta di un piccolo ma preciso movimento della mente o dell’anima provocato anche da un fatto o un episodio irrilevante, da una parola, un gesto, una sensazione.

Lo può identificare, anche a distanza di tempo, ogni donna che abbia cominciato il suo personale cammino alla ricerca della parità. E si può avvertire abbastanza distintamente negli eventi collettivi che, qualche volta, nella storia del genere umano, segnalano il cambiamento in direzione dell’eguaglianza fra i sessi.

[…] Ascoltando la storia delle streghe, credo di aver compreso il momento del clic, l’attimo in cui avevano capito che ce l’avevano fatta.

“Secondo la mitologia popolare, essere soprannaturale immaginato con aspetto femminile o donna reale che svolge un’attività di magia nera e comunque dirige gli eccezionali poteri che le vengono attribuiti ai danni di altre persone”. Così viene descritto dall’Enciclopedia Treccani il significato del termine “strega”.

Quando pensiamo alle streghe, spesso, ci vengono in mente volti verdognoli e solcati da rughe, grandi verruche sul naso, cappelli a forma di cono neri, scope usurate e la compagnia di gatti neri. Per i più giovani, inoltre, è facile immaginare anche i volti dei personaggi che hanno reso famose le serie tv fantasy che da tanti anni allietano i nostri pomeriggi su Italia Uno prima e le serate su Netflix oggi. Una sola costante rimane nel nostro immaginario collettivo: l’atmosfera cupa e buia, creepy diremmo se fossimo anglofoni.

Le streghe, lo sappiamo bene, sono creature malvagie che, generalmente, non escono alla luce del sole: persino in un successo dei primi anni 2000 si parla della notte delle streghe. La vicenda di cui si parla troppo poco, invece, è quella delle Streghe della Notte. Se pensate che possa essere un argomento spaventoso o strettamente connesso al concetto di male, dovrete ricredervi, o forse no: in fondo, la guerra è sempre un male.

Le Streghe della Notte, infatti, non sono esseri soprannaturali. Sono giovani donne russe, alcune laureate, altre studentesse, altre lavoratrici, altre ancora mamme. Hanno scelto di tagliare le loro lunghe trecce di capelli, per lo più biondi, preferendo una lunghezza corta perché, senza quell’impegnativo fastidio, la loro testa entra con più facilità nel berretto da aviatore: non si spostano su scope lerce e volanti, ma su velivoli instabili e leggeri.

Sono aviatrici o, meglio ancora, lo diventano facendo parte del 588º Reggimento bombardamento notturno, poi ribattezzato 46º Reggimento guardie di Taman per il bombardamento leggero notturno, uno dei tre reggimenti aerei femminili della seconda guerra mondiale voluti da Marina Raskova, conosciuta anche come la Amelia Earhart sovietica.

“E c’è –fortissima – la spinta alla conquista della parità con l’uomo, desiderata talmente tanto – e questa non è retorica – da scegliere di morire pur di ottenerla”.

Le donne che decidono di diventare streghe hanno esistenze e passati diversi l’una dall’altra, ma sono accomunate da un unico grande sentimento: la necessità di doversi impegnare, come e quanto gli uomini, a sostegno della loro patria. La loro storia resta sconosciuta ai più, in Italia così come in Russia: pur essendo considerata da molti soldati nemici quasi invincibili, essendo donne, le Streghe della Notte hanno dovuto sgomitare per ricevere qualche ringraziamento o, addirittura, semplice riconoscimento, dalle istituzioni del loro Paese.

A parlare della loro storia, delle loro gioie e dei loro dolori è stata Ritanna Armeni nel libro edito da Ponte alle Grazie “Una donna può tutto. 1941. Volano le Streghe della Notte”, uscito nel 2018. È proprio in quell’anno che ho avuto modo di prendere parte alla presentazione del libro a Perugia, nel corso dell’International Journalism Festival, dove ero presente come Stampa per CulturArte.

Il libro è una vera e propria fonte specifica di informazione e approfondimenti sulla storia di queste donne e, più in particolare, di Irina Vyacheslavovna Rakobolskay, matematica e fisica che, giovanissima e ancora studentessa universitaria, quando i suoi due più grandi amici vengono chiamati nell’esercito decide che anche lei, pur essendo donna e quindi, all’epoca, ancora impossibilitata ad incominciare una carriera militare, avrebbe combattuto per la sua Unione Sovietica. Interessata alla storia delle Streghe della Notte, dalla definizione che diedero di loro i soldati tedeschi die Nachthexen, Ritanna Armeni, dopo ricerche e consultazioni, giungeva a Mosca nel quartiere dell’università dove abitava Irina, che nei giorni in cui veniva svolta la raccolta delle informazioni aveva 96 anni ed era l’unica strega rimasta in vita, fino al 2016.

Sono in pochi ad interessarsi di questa vecchia storia, ma quando l’autrice si presenta con la volontà di raccontare le vicende delle Streghe, si riesce a percepire ancora, sempre meno velatamente con il passare degli incontri, l’entusiasmo con cui ricorda quell’epoca, dolorosa e appassionante al tempo stesso. “Quando deve volare, il volto le si illumina perché – dice – le piace avvicinarsi alle stelle”.

Ritanna Armeni racconta in maniera capillare la storia che ha ascoltato dalla viva voce di Irina, ma descrive con sapienza anche tutti i movimenti e i comportamenti dell’anziana Strega quando si trovano a parlare, a bere il tè o quando mostra loro le foto delle sue vecchie amiche, di suo marito. Quella raccontata in “Una donna può tutto” è una autobiografia corale: non esiste una forma migliore che questo ossimoro per descrivere i toni del libro. Irina, che è una strega, fra le pagine diventa tutte le Streghe della notte del Cinquecentottantottesimo reggimento, nessuna esclusa.

Ne leggiamo, fra le righe, le abitudini, i sentimenti, le attitudini e i momenti di crisi. I velivoli utilizzati dalle streghe, infatti, sono piccoli e traballanti, non realizzati per combattere una guerra e neppure per volare in notturna: gli allenamenti, lo studio e i voli di prova furono molto consistenti. Più volavano e più riuscivano a disorientare il nemico: nessuno sapeva della loro esistenza e questo per loro fu un grande vantaggio. Ciò, a poco a poco, riuscì persino ad affievolire la loro paura; era merito delle Nachthexen, infatti, se i tedeschi stavano ritardando la loro avanzata. Era grazie a loro, le più sottovalutate dell’intero esercito, se l’Unione Sovietica stava ricominciando a sperare.

“Un reggimento tutto femminile non è mai esistito. Anche se voi e io non ci troviamo niente di strano, gli uomini ne sono stupiti.” Così aveva detto alle sue ragazze, future Streghe della notte, Marina Raskova, l’unica a credere in loro. Ci hanno provato, ci sono riuscite e oggi brillano nei cieli che solcavano lanciando bombe con i loro velivoli malconci: e noi, anche se non lo sappiamo, dobbiamo ringraziare le Streghe.

-Beatrice Tominic