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I burattini del Gianicolo

Alessia Luongo e Manuel Pernazza sono due ragazzi che lottano nella cultura contemporanea per mantenere viva l’arte del teatro, della Commedia dell’arte e delle nostre tradizioni.

Prima di iniziare, presentateci un po’ il vostro progetto artistico:

  • La compagnia teatrale ha l’obiettivo di diffondere la Commedia dell’arte. I nostri spettacoli sono manifesto della Commedia dell’arte partenopea e di tutto il suo patrimonio culturale.
    Presentiamo canovacci antichi, lazzi di tradizione con la musica dal vivo suonata con strumenti antichi. Viaggiamo per tutta Italia e non solo coi nostri spettacoli.

La Commedia dell’arte è un modo di fare teatro che si sviluppa nel 1500, fatto di scherzi e burle, toni beffardi e improvvisazione, maschere.Perché avete scelto proprio la Commedia dell’arte e che rapporto avete con le maschere che interpretate?

  • Non abbiamo scelto la Commedia dell’arte, ci piace e diverte pensare che è stata lei che ha scelto noi, quando l’abbiamo scoperta, lei ha conquistato la nostra anima!
    Grazie all’amore per la Commedia dell’arte abbiamo unito i nostri progetti artistici, che poi hanno coinvolto la vita personale, diventando una vera e propria “famiglia di arte e di vita”.
    Il rapporto con i nostri personaggi è molto delicato, sono delle vere e proprie entità con le quali ci rapportiamo e nel momento che le “vestiamo” viviamo un rito molto sacro, entrando in una vita immortale, perché la maschera sopravvive e non muore e mette in comunicazione vari mondi.

Dal 2020 avete preso in affido il teatro dei burattini del Gianicolo, un teatro storico a cuore a molti romani.Attraverso quest’esperienza incredibile avete anche deciso di produrre artigianalmente i burattini da mandare in scena, fatti da cuore e mani per cuori e mani: come si costruisce un burattino? E che valore ha per voi produrli?

  • Costruire un burattino ha una tecnica molto simile alla scultura e dipende molto dal materiale con il quale si costruisce.
    I burattini che mettiamo in scena sono in legno per un discorso storico e di funzionalità, fatti apposta per durare a bastonate e botte, e hanno dimensioni notevoli rispetto a quelli che vendiamo come “da gioco” per chi vuole conservare un ricordo dell’esperienza del Gianicolo.
    Per coloro che vogliono divertirsi in questo mondo, produciamo burattini giocattolo che costruiamo in legno e in gesso.
    Vogliamo tramandare un ricordo e un valore che possano far appassionare nuovamente grandi e piccoli a un’arte così immensa.

Voi siete dei ragazzi giovanissimi che riportano in vita antiche tradizioni, echi di atmosfere lontane che in questo mondo tecnologicamente contemporaneo tendono a perdersi. Con il vostro progetto cosa vorreste contribuire a fare nel mondo del teatro e della cultura?

  • Vorremmo riportare il mondo, in un gesto rivoluzionario, ai valori di una volta: a storie antiche che suonano moderne come non mai. 
    Tramite il nostro progetto vorremmo tramandare la Commedia dell’arte autentica, poiché a differenza di altri spettacoli dello stesso genere, i nostri sono tutto frutto di tradizione, di ciò che si mette in scena dal 1600 e che a noi è stata tramandata per via esclusivamente orale da grandi maestri e interpreti della maschera.
    Non si può far morire qualcosa che ha storicamente attraversato i secoli e che non morirà mai!

Da bambina io ho fatto molte esperienze di educazione al teatro sia con la scuola che con mia mamma, da attrice e spettatrice, ed è una parte fondamentale dell’educazione artistica: il narrare con il corpo e con le emozioni.In questo periodo si ha un po’ l’impressione di un abbandono o un accantonamentodell’insegnamento dell’arte (intesa nelle sue moltissime, varie e magnifiche manifestazioni, tra cui ovviamente il teatro) nelle scuole e nella vita privata.Che ne pensate?Ci potrebbero essere nuovi modi di approcciarsi alle nuove generazioni, ai nuovi bambini, ai nuovi ragazzi?

  • Ci saranno sempre modi per far innamorare il pubblico del teatro e per noi la soluzione migliore sarebbe ANDARE A TEATRO.
    Suona come una provocazione, ma è la realtà.
    Bisogna abituare il pubblico, soprattutto quello giovane, ad andare a teatro con la stessa frequenza di un’uscita a un parco o altro, bisogna che incontri il teatro e se ne innamori.
    “Avvicinarsi al teatro” viene spesso frainteso con “vado a fare un laboratorio di teatro per scoprire me stesso”, ma vi sono altri tipi di percorsi per farlo e questo creerebbe persone che trattano quest’arte con una superficialità disarmante.
    Bisogna che si crei il “rito dell’andare a teatro”, poi chi vorrà continuare questa professione, con i suoi immensi sacrifici, sarà richiamato proprio da questa.
    Per “andare a teatro” non intendiamo una rigidità del luogo, ovviamente, da commedianti, crediamo che sia proprio il teatro che in questo tempo debba andare in piazza a scavare nel cuore delle persone!

Questo 2020 è stato un anno molto particolare e anche questo 2021 si sta rivelando uguale.Come state affrontando i problemi relativi al mondo dello spettacolo in epoca Covid?

  • Stiamo resistendo, ma dando davvero fondo a molti risparmi e soffrendo tanto. Oltre al dolore sociale e personale di vedere il mondo in difficoltà, attanagliato da una pandemia e di aver avuto anche perdite personali, si aggiunge la gravità di un governo che non valorizza e non ha interesse nell’artista di professione.
    I contributi che riceviamo arrivano spesso in ritardo e con difficoltà, tutto questo è un disagio emotivo incredibile.
    Tuttavia, si resiste e non si abbandona, si studia.
    Non crediamo che la soluzione sia negli spettacoli “online”, lo spettacolo si fa dal vivo, da che mondo è mondo, l’arte del teatro è nel contatto con le persone, nel respiro degli spettatori.
    In tutto ciò ci chiediamo: come mai in Chiesa si può andare e in teatro no? Come mai le metro possono riempirsi ma i teatri no? Come mai… come mai… tanti dubbi, purtroppo poca chiarezza, se non quella di restare saldi!
    Arriveranno tempi migliori, d’altronde i commedianti sono vissuti all’epoca della peste e sono riusciti a sopravvivere e a far andare avanti una nobile arte.

Grazie ragazzi, non vedo l’ora di venirvi a trovare al Gianicolo, buona fortuna!

-Irene Iodice

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Le Avventure di Pinocchio, di Shozin Fukui

Pinocchio è il simpatico burattino, protagonista del celebre romanzo di Collodi, che ha accompagnato l’infanzia di chiunque. È un personaggio così famoso da essere continuamente riproposto in (più o meno) nuove salse anche al cinema: lo abbiamo visto di recente nel film di Garrone e presto vedremo anche quello firmato Guillermo Del Toro. Ora dimenticate tutto ciò.

Pinocchio è anche un androide pensato e costruito per fare da schiavo sessuale. Il modello 964, così si chiama il protagonista, ha però un difetto: non mantiene l’erezione e, come con tutti gli oggetti difettosi, le sue due padrone decidono di lobotomizzarlo e disfarsene senza pensarci troppo. Siamo nel Giappone del 20XX (un futuro non troppo lontano dal nostro) e questo è l’incipit di quel delirio che è √964 Pinocchio, pellicola del 1991 diretta da Shozin Fukui.
Pinocchio vaga per la città senza ricordi, è un fantasma che si muove in mezzo ad una massa informe di persone “normali” che si tengono a debita distanza da lui. Fa ribrezzo perché è un rifiuto. Himiko è un’altra androide senza memoria che sopravvive nella giungla urbana da più tempo e vuole disegnare una mappa per aiutare quelli come lei ad orientarsi. Sarà lei a prendersi cura di Pinocchio, anche troppo.
Al centro di tutta la vicenda vi è il concetto di sfruttamento, declinato in diversi modi: le atmosfere cyberpunk, che strizzano l’occhio a Tetsuo, uscito due anni prima, servono solo a incorniciare la società giapponese di 30 (sic!) anni fa, quella industriale, delle città-dormitorio, del lavoro dai ritmi serrati e dei metrò straripanti di persone. Non è un caso, infatti, che il protagonista sia proprio un ibrido tra uomo e macchina, tra persona e cosa, tra essere umano e oggetto inanimato. Vi è inoltre lo sfruttamento che deriva dall’industria del sesso, che non si risolve neanche quando ormai non sono più le persone a lavorarci in prima linea, legalmente o meno: il droide non funziona e viene tranquillamente torturato, poi le clienti si lamentano con l’azienda. Infine le azioni che porteranno Himiko ad incatenare Pinocchio, dopo avergli fatto riprendere la memoria, ci fanno capire che non c’è pietà per nessuno, chiunque vuole dominare sull’altro, specie se più debole.
La città è permeata da una luce piatta e abbacinante, ma il film privilegia invece i vicoli bui, i sotterranei, la metropolitana. Quest’ultima sarà simbolo di alienazione e raccapriccio, con la (letteralmente) vomitevole esperienza di Himiko là sotto. Anche lei sta vagando come Pinocchio, con un’apparente consapevolezza in più; ancora una volta è in mezzo alla massa, lei contrapposta a tanti, eppure la differenza non si nota, sono tutti sullo stesso piano, soli e isolati. Tutti perversi, spinti dalle più becere pulsioni ad accoppiarsi con dei giocattoli, trascurando qualsiasi emozione e dimenticandosi degli altri esseri umani; il sadomaso che praticano contamina e si fonde con le strutture piramidali delle aziende.
Presa consapevolezza di tutto ciò, Pinocchio cercherà vendetta. È fra la gente, isolato di nuovo, sanguinante, vuole raggiungere i suoi creatori e ucciderli e il tutto si conclude nella maniera più inaspettata possibile, in una certa qual misura anche positiva.
«L’orrore» diceva Kurtz nel finale di Cuore di Tenebra e di Apocalypse Now, e l’orrore lo troviamo nel genere del film, che non si risparmia di spaventare e far provare disgusto, regalando allo spettatore debole di stomaco esperienze memorabili; ma l’orrore fa parte del mondo, quello della finzione della storia ma soprattutto quello reale e Fukui rimarca fortemente questo concetto.

La narrazione procede in maniera fortemente frammentata, con continui flashback e cambi di punto di vista, ma quello che potrebbe in apparenza sembrare una nota di merito si rivela invece un tallone d’Achille: il regista non fornisce in maniera chiara le coordinate per ricostruire l’intreccio e si fa fatica a seguire la vicenda. Interessante invece la scelta fatta sul ritmo della storia, a volte lenta, a volte iperfrenetica con immagini accelerate e macchina a mano ai limiti dell’instabilità, il tutto accompagnato da inquadrature angolate e un uso sapiente e originale dei grandangoli.
Nel complesso, è un film pieno di significato e gli amanti del cinema estremo saranno i primi ad adorarlo, ma nella più totale onestà si deve ammettere che l’esperimento non è del tutto riuscito, vuoi per la narrazione che procede a singhiozzi, vuoi per alcune scene fin troppo lunghe e prive di una giustificazione che alla lunga annoiano, vuoi per il budget molto basso. Ad ogni modo, la visione è caldamente consigliata.

-Matteo Verban

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“Macbeth”: la natura umana fra luce e ombra

La celebre tragedia di Shakespeare, che porta il titolo del suo protagonista, è una storia dalle tinte gotiche, in cui un grande condottiero scozzese, dopo aver ascoltato l’oracolo pronunciatogli da tre streghe, decide insieme a sua moglie di assassinare il re e di prenderne il posto. Ne consegue una catena di delitti e di crimini orribili, perpetrati dal protagonista una volta al trono, per annientare i suoi oppositori, fino a trascinare nel baratro sé stesso, la sua sposa e tutta la corte.

Macbeth e sua moglie sono due dei più celebri antieroi della storia della letteratura. La loro vicenda, costellata di tradimenti, omicidi, macchinazioni e crudeltà, potrebbe essere considerata un compendio della malvagità umana. Eppure non è solo l’abiezione che Shakespeare racconta nella sua opera: il terribile protagonista e la sua sposa sono personaggi complessi, che difficilmente potrebbero rientrare in una definizione univoca. Lo stesso Shakespeare, da straordinario scrittore qual è, fornisce nel corso dell’opera elementi che rimandano di continuo all’indefinito e all’ambiguità: Macbeth inizia a concepire le sue azioni criminose dalle profezie fattegli da tre streghe. Queste profezie, tuttavia, risultano oscure, in esse la verità viene solo apparentemente mostrata come lampante e comprensibile, quando in realtà deve essere estrapolata dopo un’accorta interpretazione degli oracoli: nel primo le tre sorelle chiamano Macbeth “signore di Cawdor” e gli predicono che dovrà essere re. Ma è esclusivamente per la sua ambizione e la sua sete di potere che il condottiero pensa di dover uccidere il sovrano per prenderne il posto, senza soffermarsi sulle molte sfumature che le parole delle streghe potrebbero assumere.

Inoltre, la sua brama non basta per portare a compimento quanto da lui meditato ed è solo grazie alla determinazione spregiudicata di Lady Macbeth che il primo disegno omicida sarà eseguito. Il ritratto che quest’ultima fornisce del marito è di nuovo caratterizzato dall’ambiguità: “tu sei grande, non sei senza ambizione: ma non hai il malvolere che dovrebbe accompagnarla […] e vorresti quel che hai più timore di commettere che desiderio che non sia commesso”. Lady Macbeth, al contrario, appena ricevuta notizia della profezia, sceglie risolutamente di votarsi al male, invocando le forze demoniache perché reprimano in lei ogni compassione e sentimento umano, lasciandole solo il desiderio di uccidere. L’atteggiamento del protagonista, tuttavia, non è dettato solo dall’indecisione, da un’incapacità di stampo amletico di darsi all’azione: un sincero scrupolo morale lo tiene a freno, che si fa ancor più vivo nel momento in cui il re Duncan giunge al castello, mostrandogli tutto l’affetto e la fiducia che nutre nei suoi confronti. Macbeth è colto da un senso di orrore, si rende conto della mostruosità dei suoi intenti e, in un vago presagio del suo tragico destino, capisce di aver ordito dei propositi che vanno ben oltre le sue capacità e la sua indole. In una metafora efficacissima, egli si paragona a un cavaliere che, per montare in sella, compie un salto troppo lungo e cade dalla parte opposta.

Ma Lady Macbeth ravviva in lui l’arrivismo e il desiderio di potere e lo accusa di vigliaccheria, riuscendo così a istigarlo all’omicidio. Calata la notte, i due uccidono il re nel sonno a pugnalate e, il giorno seguente, fanno ricadere la colpa sugli uomini della scorta del sovrano, che vengono trucidati da Macbeth prima che possano avere il tempo di discolparsi.

È il primo di una lunga serie di atti efferati che, una volta salito al potere, Macbeth continuerà a perpetrare, mantenendo il suo posto sul trono solo a prezzo di una lunghissima scia di sangue. Con il passare del tempo, però, il sovrano inizia a provare nuovamente inquietudine per il suo operato, tanto da essere perseguitato dalle immagini delle sue vittime, che invece sua moglie e i membri della corte non riescono a vedere.

Di nuovo, egli si reca a consultare le tre streghe, che pronunciano una profezia più intricata della prima, coronata di visioni, dalla quale il protagonista crede di capire che dovrà essere ancor più spietato ma che, alla fine, egli sarà intoccabile e sarà impossibile spodestarlo. Inizia così una nuova serie di persecuzioni, che raggiungono il culmine della crudeltà con il massacro della famiglia del nobile scozzese MacDuff, del quale non vengono risparmiati neanche la moglie e i figli.

A questo punto assistiamo a una singolare inversione di ruoli fra i protagonisti: mentre il re persevera nella sua insensibilità, riuscendo a convivere con sé stesso grazie a un crescente distacco dal mondo reale, lady Macbeth sprofonda sotto il peso delle sue azioni, i rimorsi la tormentano senza darle tregua, fino a spingerla in uno stato di sonnambulismo, preda di orrende visioni in cui tenta, senza mai riuscirci, di pulire le sue mani intrise di sangue. Solo con il suicidio la regina riuscirà a liberarsi del peso insopportabile delle sue azioni.

L’interpretazione, anche in questo caso errata, delle parole delle streghe, segna la definitiva catastrofe per Macbeth: Malcolm, figlio di Duncan, ponendosi a capo della resistenza contro il tiranno, assedia il castello del protagonista che, avendo ormai perduto del tutto il contatto con la realtà, pronuncia il suo celebre monologo sulla vanità dell’esistenza e, incurante della sconfitta imminente, si lancia nella battaglia che infuria sotto le mura, dove viene ucciso e decapitato.

“Macbeth” è un’opera che spinge a riflettere su numerose tematiche, tutte di grande importanza: la legittimità dei governanti, che possono essere tollerati solo quando il loro operato sia libero da passioni oscure, il desiderio di potere e di affermazione incontrollato, che spinge a commettere azioni irrazionali o addirittura crudeli, il comportamento dell’individuo nel momento in cui deve confrontarsi con le conseguenze del suo agire.

Ma è soprattutto nella caratterizzazione di Macbeth e della Lady che risiede la grandezza di questa tragedia. Pochi autori del passato sono riusciti a fornire, con i loro personaggi, ritratti psicologici indimenticabili come quelli di Shakespeare, che rivela in questo caso tutta la sua maestria, cogliendo a pieno uno dei tratti distintivi della natura umana: essa è inafferrabile, un fluire e sovrapporsi di stati che quasi mai perdurano, così che risulta difficile, quando non impossibile, stabilire se l’indole di una persona sia malvagia o nobile, pietosa o insensibile, mossa dai più ammirevoli principi o dai più meschini interessi.

È l’ambiguità, di cui l’opera è permeata, a regnare nel profondo dell’animo umano, dove luce e ombra si alternano in una lotta il cui esito non è mai scontato. 

-Alessandro Troisi

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La comunicazione: necessità, passione o materia di studio?

La comunicazione fa parte del nostro essere, sembra scontato dirlo, ma talvolta ci scordiamo che cosa essa sia. Molte volte capita che ci troviamo in mezzo a una situazione dove non sappiamo comunicare con gli altri, non riusciamo a interfacciarci ad un pubblico o solamente con un altro interlocutore.

C’è da dire che quella che noi intendiamo come comunicazione, sostantivo singolare femminile, in realtà non è singolare, non è un processo unico e monodirezionale, in questo senso parliamo di comunicazioni, e di sistemi comunicativi, al plurale che entrano in gioco nel mero atto comunicativo.

Bisogna immaginare la comunicazione come una grande famiglia che abbraccia più parenti e a tal proposito definiamo la comunicazione multimodale:

“La comunicazione è multimodale: negli umani, i segnali di ogni modalità produttiva costituiscono un sistema di comunicazione con le sue regole specifiche […]” 

(D. Poggi I.: Le parole del corpo. Introduzione alla comunicazione multimodale. Carocci, Roma 2006.)

Esistono dei veri e propri lessici per i diversi sistemi comunicativi come i gesti, lo sguardo, il contatto fisico, le espressioni facciali, le posture, la prossemica. Ad ognuno di questi sistemi comunicativi corrispondono delle regole “fonologiche” che determinano le norme d’uso nei contesti sociali.

L’aspetto della comunicazione e dei processi che noi, esseri umani, utilizziamo è ciò che mi ha spinta ad intraprendere la facoltà di Scienze della Comunicazione e gli studi di questo percorso universitario mi hanno fatta appassionare sempre di più a questo ambito.

Tutto ciò influenza anche le mie scelte di lettura. Qualche mese fa, come faccio spesso, ho consultato le nuove uscite della casa editrice Garzanti (con la quale collaboro sul mio blog personale) e come una calamita sono stata attratta dal libro intitolato Il coltellino svizzero di Annamaria Testa.

Un saggio che, proprio come un coltellino svizzero (non a caso è intitolato così), raccoglie e compatta, in un unico strumento, una serie di utensili necessari nel nostro quotidiano. Gli strumenti, nel caso del libro, sono gli elementi principali della comunicazione, del linguaggio e della psicologia:

“Questo libro si intitola Il coltellino svizzero perché ha l’ambizione di rendersi utile senza occupare troppo spazio o infliggervi troppo peso. Può servirvi, magari, per avvitare un pensiero. Per limare ben bene una percezione. Per stappare un’opportunità, o un nuovo punto di vista.”

Annamaria Testa è specializzata in comunicazione, linguaggio e creatività. Da oltre vent’anni è docente universitaria, inoltre scrive come blogger e saggista, tutto ciò è affiancato alla professione di consulente per le imprese.


Oggi abbiamo il piacere di poterla accogliere con una breve intervista su CulturArte per parlare di comunicazione, di processi comunicativi e di contenuti presenti nel suo ultimo libro che è stato presentato nelle righe precedenti.

  • Grazie Dottoressa Testa per essere qui con noi su CulturArte. Nel corso dell’articolo ho dato un piccolo assaggio del suo nuovo libro “Il coltellino svizzero”, ma sono curiosa, più nello specifico, di capire come è nata l’idea di questo saggio, da una particolare esigenza?

Scrivere per internazionale e per il mio blog nuovoeutile mi offre la grande opportunità di avere un riscontro forte e immediato da parte dei lettori. Quando vedo che un articolo è apprezzato e condiviso da migliaia, e a volte da decine di migliaia di persone, posso legittimamente pensare che quell’articolo abbia toccato un punto di interesse comune. Il coltellino svizzero raccoglie, riordina e collega tra loro tutti i più apprezzati e condivisi tra gli oltre ottocento articoli che in questi anni ho pubblicato in rete. Qual è il filo rosso che connette ogni articolo agli altri? Un concetto semplice e affascinante: la metacognizione. Pensare al modo in cui pensiamo. Esserne consapevoli, per saper pensare meglio.

  • Ho provato, anche se solo attraverso un articolo di pochi caratteri che certamente non bastano, a dare una spiegazione a grandi linee della comunicazione. La cosa che mi interessa sapere oggi, e da cui si formula la successiva domanda, è se il nostro modo di comunicare e la comunicazione stessa, siano cambiati con l’evoluzione digitale?

Le regole di base della comunicazione, che dipendono dal modo in cui funzionano i nostri organi di senso (il nostro sistema percettivo) e il nostro cervello (le nostre emozioni, la nostra cognizione) non sono certo cambiate. A essere cambiati sono due elementi: la velocità, enormemente accresciuta, e l’accesso ai media, oggi aperto a tutti.

  • Proprio per questo, volevo chiederle se quindi con il web e con i social media, l’effetto Dunning-Kruger (più le persone sono incompetenti e meno capiscono di esserlo), che è spiegato in maniera molto dettagliata nel libro, sia aumentato lasciando ai margini le personalità opposte?

Mi dispiace confermarlo, ma temo proprio di sì. Per dirla con Umberto Eco: il web dà voce (anche) a legioni di imbecilli. Per dirla in modo un po’ più blando: con i social media, qualsiasi incompetente può sperare di trovarsi almeno un follower che lo applaude entusiasta, e conferma la sua illusione di saperla lunga.

  • Ho notato dai miei studi che la conoscenza della comunicazione e dei modi di comunicare ha cambiato la mia comunicazione. Quanto ritiene sia importante far conoscere questo ambito alle persone? e perché?

Se sappiamo come la comunicazione funziona, capiamo meglio gli altri. E, soprattutto, riusciamo a farci capire meglio dagli altri.

  • Siamo arrivate all’ultima domanda. Devo ammettere che mi ha colpito molto il suo stile di scrittura, il fatto che Il coltellino svizzero presenta degli argomenti complessi spiegati in maniera intuitiva e divertente, senza mai cadere nel banale o risultare ridondante. Perciò, Per quale pubblico è pensato questo libro? 

Un coltellino svizzero è un attrezzo utile, versatile, leggero. Questo libro vuole essere esattamente così. Non è un libro di autoaiuto. Non è un manuale per fare meglio qualcosa. È una serie di piccoli attrezzi molto affilati, utili per capire, decidere, progettare, comunicare meglio. Tutto ciò sembra piacere molto ai lettori: fino a oggi ho avuto riscontri molto positivi, e a poco più di due mesi dall’uscita il libro ha già avuto due ristampe. A chi è dedicato? Semplice: a tutte le persone curiose di se stesse e del mondo che ci circonda.

Ringrazio Annamaria Testa a nome di CulturArte per aver partecipato a questo articolo. Vi invito a visitare il suo blog e ad approfondire questi argomenti, perché come ha detto dell’intervista: “Se sappiamo, capiamo meglio e riusciamo a farci capire”.Inoltre, suggerisco la lettura de Il coltellino svizzero, un libro in grado di coinvolgere il lettore nei meccanismi e nei processi della mente. Spiegando comportamenti, situazioni e raccontando aneddoti Annamaria Testa ci regala una lettura utile e senz’altro interessante.

-Alessandra Marenga

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Padroni del nostro futuro ma non dell’odierno presente

Padroni di niente” è una canzone contenuta nel nuovo omonimo album di Fiorella Mannoia, uscito lo scorso 6 novembre, la cantante è tornata con il suo diciannovesimo disco, regalandoci otto brani dal sapore autentico e coinvolgente, scritti da diversi autori tra cui Amara, Ultimo, Simone Cristicchi, Bungaro e Olivia xx, nati da delle preziosissime riflessioni sul periodo di lockdown, momento storico di cui ognuno di noi è diventato protagonista ormai da troppi mesi. 

Ascoltare questo brano è stato un po’ come guardarmi allo specchio, nel quale ho riconosciuto il riflesso del mio stato d’animo. Quando un artista riesce a dar voce ai miei pensieri più profondi così come li penso io, ai miei sogni così come li sogno io e alle mie paure, le stesse che provo io, esprimendo emozioni che neanche la più sensibile parte di me era riuscita a mettere a fuoco così bene, non riesco a rimanere indifferente. Se poi le parole in questione sono le portavoci delle sensazioni scaturitesi da una tale fase di dolore globale, il valore che acquisisce la musica diventa impareggiabile.

Il messaggio del testo è molto chiaro e significativo: nel 2020 ci siamo tutti resi conto di come prima ci sentissimo un po’ come gli unici “registi” delle nostre vite, progettando senza dar conto a nessuno le nostre giornate e quando poi improvvisamente è arrivato il virus, abbiamo riscoperto il ruolo di insignificanti comparse in un mondo che è sfuggito ferocemente dal nostro ipercontrollo rivelatosi del tutto inefficace.

Una frase mi ha colpito moltissimo: “Qui c’è gente che spera in mezzo a gente che spara e dispera l’amore”, termini che non potrebbero descrivere meglio la situazione di disagio che la pandemia ci sta arrecando, di cui ognuno ha assaggiato un pezzetto dal gusto diverso ma doloroso allo stesso modo in base alle proprie situazioni personali.

Speranza, odio e amore, tre concetti interconnessi tra loro, dato che tendenzialmente attraverso il primo si è cercato di annientare il secondo mirando alla promulgazione dell’ultimo. Non sempre però l’iter perseguito è stato il seguente; è capitato infatti che l’aggressività l’abbia avuta vinta e di questo ne abbiamo avuto la prova, basti pensare alle scene di violenza susseguitesi nelle più importanti piazze italiane, quando solo poche settimane prima su migliaia di balconi svolazzavano al vento bandiere raffiguranti fiduciosi arcobaleni, sinonimo di unione e tenacia. Due momenti contrastanti, testimoni della divisione interiore dell’umanità.

Ci sentivamo così invincibili da pensare di riuscire persino a cambiare il mondo, quando poi è stato il mondo a cambiare noi. Ma com’è cambiato il nostro rapporto con il mondo negli ultimi mesi?

È passato all’incirca un anno da quando godevamo della quasi inconsapevole libertà di poterci permettere il lusso di scegliere, più o meno, come riempire le giornate. Fra discorsi rimasti a metà per la fretta, appuntamenti rivelatisi “portatori sani” di nuove piacevoli compagnie per le anime che ci portiamo dentro, l’università che ci vedeva prendere posto pronta per trasmetterci nuove pillole di cultura, visite alle mostre d’arte nel cuore della città, concerti in cui i nostri pensieri si annullavano per trasformarsi all’unisono in melodie cantate a squarciagola, viaggi che hanno superato di gran lunga le aspettative che avevamo rispetto alla bellezza di una destinazione, le passeggiate alla ricerca di un bel vestito, un buon gelato, o solo un caldo tramonto sotto il quale scambiare sorrisi con gli amici, insomma da soli o in gruppo eravamo decisamente felici e forse nemmeno lo sapevamo, di sicuro però adesso lo abbiamo capito.

Tutto questo oggi ci sembra solo un lontano ricordo e ciò mi spaventa davvero. Molti di noi ormai si sono quasi “abituati” ad affrontare la routine in modo alienante, in primis distanziandosi dagli altri e quindi dalla socialità e per secondo probabilmente anche da se stessi, dato che ci alimentavamo di quello che ci circondava mentre poi ci si è ritrovati a esser confinati da mura domestiche.
Imparare a reinventarsi non è stato facile per nessuno, ma soprattutto è stato un percorso graduale, chi ci è riuscito lo sa bene, lo ha fatto con calma, un passo dopo l’altro, avanzando lentamente alla ricerca di una meta che avesse le sembianze di una tanto attesa serenità.

Contemporaneamente a camminare in direzione opposta c’era lo smarrimento, con il quale purtroppo quasi tutti ci siamo scontrati. A conti fatti però, dopo aver visto da vicino qual è il suo volto abbiamo appurato che infondo valeva la pena proseguire per il nostro cammino e voltargli le spalle con determinazione. Io personalmente l’ho fatto e seppur davanti a me vedevo solo degli sbiaditi stralci di rassicurazioni alla fine ho capito che l’unica destinazione alla quale potevo aspirare era la rassegnazione a una lunga attesa. Nel mio viaggio però sono sempre stata accompagnata dalla speranza di poter tornare presto alla normalità.

Ciò che mi chiedo più spesso è se siamo sicuri che quando finalmente potremo riappropriarci della piena autonomia dei nostri spostamenti non sarà cambiato qualcosa dentro di noi a tal punto da percepire la realtà in modo diverso? Probabilmente dovremo riabituarci nuovamente al perpetuo scorrere del tempo, per ricominciare a scrivere pagine di vita su quello che ormai è diventato un diario relegato esclusivamente da fogli bianchi e sì, sicuramente ora come ora siamo veramente “Padroni di niente” ma abbiamo certamente imparato a diventare un po’ più padroni di noi stessi, con l’augurio che questo 2021 ci possa restituire almeno in parte una maggiore dose di giorni felici.

-Giulia Pernaselci

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This is the end. Crisi e fine dell’attuale classe politica

This is the end my only friend the end, così cantava il noto cantante dei The Doors, Jim Morrison. Questa è la fine ma la fine di cosa? La fine della politica, o meglio l’epitaffio della politica o di una classe dirigente politica. Ma torniamo alle origini e alle cause che hanno portato a quest’evento. È il 13 gennaio (invoco gli scaramantici), il leader di Italia Viva, Matteo Renzi (sì, l’esperto di Referendum) annuncia, in una conferenza stampa alla Camera, le dimissioni della sua delegazione nel Governo Conte bis: le ministre Teresa Bellanova, Elena Bonetti e il sottosegretario Ivan Scalfarotto. Riferisce in una lettera al Presidente del Consiglio “…è molto più difficile lasciare una poltrona che aggrapparsi allo status quo […] davanti a questa crisi il senso di responsabilità è quello di risolvere i problemi, non nasconderli”. E prosegue “…la crisi politica non è aperta da Italia Viva, è aperta da mesi”. Ricorderete l’accorato discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale aveva esortato all’unione e alla coesione; non sapeva che quelle parole impeccabili non sarebbero state recepite poi così tanto bene, a neanche un mese di distanza.

L’Italia si ferma, in ognuno di noi sale uno sconforto, una sensazione di instabilità e d’incertezza che l’ultimo anno già ci ha “donato”. Tutti si chiedono perché, cosa c’è effettivamente dietro questa scelta, questa conferenza stampa tenuta da Matteo Renzi. Google rispecchia le domande e le incertezze dell’Italia (forse anche dell’Europa), le ricerche più assidue sono: “perché crisi di Governo?” “Perché Renzi dimette ministre?” “Quante sono state le crisi di Governo totali in Italia?” Alle prime due domande, probabilmente ancora non sappiamo rispondere ma all’ultima sì. L’Italia Repubblicana ha avuto ben 66 crisi di Governo. Dal primo luglio 1946 ad oggi con una durata in media di 33 giorni. L’8,3% della nostra storia è trascorsa fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici (da 9Colonne.it). 

14 gennaio: all’ora di pranzo, ricevendo Conte, il Presidente della Repubblica chiede di più: uscire velocemente dall’incertezza politica, per affrontare al meglio la pandemia. Il premier si prende ancora qualche ora di riflessione prima di salire al Colle, ma a sera, l’ipotesi che accetti l’offerta di Renzi (reiterata dopo le dimissioni delle ministre) di aprire un tavolo per un governo Conte ter, non sembra percorribile. Anche perché gli alleati sono furiosi con il Senatore di Rignano.

18 gennaio: ore 12.00, la lunga giornata a Montecitorio ha inizio. Conte interviene nell’Aula della Camera dei deputati, rilanciando l’alleanza di Governo e aprendola ai “volenterosi che hanno a cuore il destino dell’Italia”. Il premier appare freddo e conciso, d’altra parte, la sua palestra fu già nella crisi di Governo dell’agosto 2019 che i più appassionati ricorderanno come “l’arringa di Conte a Salvini”.  Nel suo discorso Conte ha rotto definitivamente con Renzi, perché questa crisi aperta in piena pandemia è “senza un plausibile fondamento”, ma lo strappo del leader di Italia viva è “incancellabile”, quindi adesso “si volta pagina”. La Camera alle 20.48 dà il via libera alla fiducia al premier Giuseppe Conte con 321 voti a favore, 259 contrari e 27 astenuti. Il presidente del Consiglio ha quindi ottenuto 6 voti in più della maggioranza assoluta. Il bello deve ancora arrivare…

Il senatore Ciampolillo dov’è? 19 gennaio 23.30 circa, dopo una lunghissima giornata di dibattito al Senato, il Governo incassa la tanto attesa e sofferta fiducia con 156 sì. Tutto per un voto in extremis del senatore Ciampolillo (ex Movimento 5 Stelle), il quale affermerà il giorno seguente: “l’istinto mi ha detto di salvare il Paese. Così all’ultimo minuto mi sono buttato nella mischia”. Che fosse in realtà un concerto e non un’Aula istituzionale? 

La fiducia è raggiunta in entrambe le Camere sì, ma è una fiducia claudicante, non è abbastanza forte per permettere al Governo di camminare e poter scalare la vetta della crisi economica, sanitaria e sociale. 

26 gennaio, Conte si dimette, la crisi è formalmente aperta.

29 gennaio, è il momento di Mattarella; il Presidente conferisce al Presidente della Camera Roberto Fico un mandato esplorativo, volto a verificare la prospettiva di una maggioranza parlamentare a partire dai gruppi che sostenevano il precedente Governo (PD, LeU, M5S e IV). Fico dovrà riferire entro il martedì successivo. Si aprono i vari scenari caratterizzati da teorie e previsioni, degni del maestro Stanley Kubrick. Avvengono le consultazioni con ogni partito, Renzi con Italia Viva rimane fermo sulle due decisioni, anzi appare anche più inflessibile di prima. La sua mossa politica viene paragonata ad una puntata della nota serie House of Cards con protagonista Frank Underwood, interpretato da Kevin Spacey; ma la nuda e cruda verità è che Renzi vuole solamente far saltare Conte. Kevin Spacey nelle sue mosse ha spesso progetti più intrigati e strategici di lui. 

Arriviamo alla fine di questa tragedia Sofoclea, 2 febbraio, fine del mandato esplorativo. Fico si reca al Quirinale per comunicare a Mattarella, che le distanze permangono e che ciò non permette di dar vita a una nuova maggioranza, basandosi sugli attuali partiti. Segue il discorso di Mattarella, in cui spiega magistralmente per quale motivo le elezioni (tanto invocate dal centro-destra) sono sì un esercizio di democrazia, ma sono caratterizzate da prassi con periodi lunghi e da rischi di ingovernabilità che in questo momento il Paese non può permettersi. Infine convoca per la mattina seguente al Quirinale, l’ex numero uno della Bce Mario Draghi. L’ipotesi di un governo tecnico è in atto. Mario Draghi accetta con riserva e si prepara alle consultazioni con le forze politiche…the show must go on. Vorrei tornare all’incipit di questo articolo, la fine della politica. Tutto questo spettacolo ha portato alla fine, alla morte di tutto quello che poteva esserci di lontanamente politico in Italia. Politici che hanno dimostrato di non essere in grado di gestire una crisi e di giungere ad un punto d’incontro, ad una coesione in un momento così delicato. Il politologo Sartori afferma: “Un governante che asseconda e ascolta soltanto i sondaggi è un pessimo governante. Ci sono tantissime cose che un buon governo deve fare (per essere buono) a prescindere dai sondaggi” (2008). 

This is the end

-MariaChiara Petrassi

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Le streghe della notte: quando l’emancipazione femminile passò dai cieli scuri della guerra

C’è un momento nella storia di ogni emancipazione – personale o collettiva – in cui si sente distintamente uno scatto interiore, un clic. Si tratta di un piccolo ma preciso movimento della mente o dell’anima provocato anche da un fatto o un episodio irrilevante, da una parola, un gesto, una sensazione.

Lo può identificare, anche a distanza di tempo, ogni donna che abbia cominciato il suo personale cammino alla ricerca della parità. E si può avvertire abbastanza distintamente negli eventi collettivi che, qualche volta, nella storia del genere umano, segnalano il cambiamento in direzione dell’eguaglianza fra i sessi.

[…] Ascoltando la storia delle streghe, credo di aver compreso il momento del clic, l’attimo in cui avevano capito che ce l’avevano fatta.

“Secondo la mitologia popolare, essere soprannaturale immaginato con aspetto femminile o donna reale che svolge un’attività di magia nera e comunque dirige gli eccezionali poteri che le vengono attribuiti ai danni di altre persone”. Così viene descritto dall’Enciclopedia Treccani il significato del termine “strega”.

Quando pensiamo alle streghe, spesso, ci vengono in mente volti verdognoli e solcati da rughe, grandi verruche sul naso, cappelli a forma di cono neri, scope usurate e la compagnia di gatti neri. Per i più giovani, inoltre, è facile immaginare anche i volti dei personaggi che hanno reso famose le serie tv fantasy che da tanti anni allietano i nostri pomeriggi su Italia Uno prima e le serate su Netflix oggi. Una sola costante rimane nel nostro immaginario collettivo: l’atmosfera cupa e buia, creepy diremmo se fossimo anglofoni.

Le streghe, lo sappiamo bene, sono creature malvagie che, generalmente, non escono alla luce del sole: persino in un successo dei primi anni 2000 si parla della notte delle streghe. La vicenda di cui si parla troppo poco, invece, è quella delle Streghe della Notte. Se pensate che possa essere un argomento spaventoso o strettamente connesso al concetto di male, dovrete ricredervi, o forse no: in fondo, la guerra è sempre un male.

Le Streghe della Notte, infatti, non sono esseri soprannaturali. Sono giovani donne russe, alcune laureate, altre studentesse, altre lavoratrici, altre ancora mamme. Hanno scelto di tagliare le loro lunghe trecce di capelli, per lo più biondi, preferendo una lunghezza corta perché, senza quell’impegnativo fastidio, la loro testa entra con più facilità nel berretto da aviatore: non si spostano su scope lerce e volanti, ma su velivoli instabili e leggeri.

Sono aviatrici o, meglio ancora, lo diventano facendo parte del 588º Reggimento bombardamento notturno, poi ribattezzato 46º Reggimento guardie di Taman per il bombardamento leggero notturno, uno dei tre reggimenti aerei femminili della seconda guerra mondiale voluti da Marina Raskova, conosciuta anche come la Amelia Earhart sovietica.

“E c’è –fortissima – la spinta alla conquista della parità con l’uomo, desiderata talmente tanto – e questa non è retorica – da scegliere di morire pur di ottenerla”.

Le donne che decidono di diventare streghe hanno esistenze e passati diversi l’una dall’altra, ma sono accomunate da un unico grande sentimento: la necessità di doversi impegnare, come e quanto gli uomini, a sostegno della loro patria. La loro storia resta sconosciuta ai più, in Italia così come in Russia: pur essendo considerata da molti soldati nemici quasi invincibili, essendo donne, le Streghe della Notte hanno dovuto sgomitare per ricevere qualche ringraziamento o, addirittura, semplice riconoscimento, dalle istituzioni del loro Paese.

A parlare della loro storia, delle loro gioie e dei loro dolori è stata Ritanna Armeni nel libro edito da Ponte alle Grazie “Una donna può tutto. 1941. Volano le Streghe della Notte”, uscito nel 2018. È proprio in quell’anno che ho avuto modo di prendere parte alla presentazione del libro a Perugia, nel corso dell’International Journalism Festival, dove ero presente come Stampa per CulturArte.

Il libro è una vera e propria fonte specifica di informazione e approfondimenti sulla storia di queste donne e, più in particolare, di Irina Vyacheslavovna Rakobolskay, matematica e fisica che, giovanissima e ancora studentessa universitaria, quando i suoi due più grandi amici vengono chiamati nell’esercito decide che anche lei, pur essendo donna e quindi, all’epoca, ancora impossibilitata ad incominciare una carriera militare, avrebbe combattuto per la sua Unione Sovietica. Interessata alla storia delle Streghe della Notte, dalla definizione che diedero di loro i soldati tedeschi die Nachthexen, Ritanna Armeni, dopo ricerche e consultazioni, giungeva a Mosca nel quartiere dell’università dove abitava Irina, che nei giorni in cui veniva svolta la raccolta delle informazioni aveva 96 anni ed era l’unica strega rimasta in vita, fino al 2016.

Sono in pochi ad interessarsi di questa vecchia storia, ma quando l’autrice si presenta con la volontà di raccontare le vicende delle Streghe, si riesce a percepire ancora, sempre meno velatamente con il passare degli incontri, l’entusiasmo con cui ricorda quell’epoca, dolorosa e appassionante al tempo stesso. “Quando deve volare, il volto le si illumina perché – dice – le piace avvicinarsi alle stelle”.

Ritanna Armeni racconta in maniera capillare la storia che ha ascoltato dalla viva voce di Irina, ma descrive con sapienza anche tutti i movimenti e i comportamenti dell’anziana Strega quando si trovano a parlare, a bere il tè o quando mostra loro le foto delle sue vecchie amiche, di suo marito. Quella raccontata in “Una donna può tutto” è una autobiografia corale: non esiste una forma migliore che questo ossimoro per descrivere i toni del libro. Irina, che è una strega, fra le pagine diventa tutte le Streghe della notte del Cinquecentottantottesimo reggimento, nessuna esclusa.

Ne leggiamo, fra le righe, le abitudini, i sentimenti, le attitudini e i momenti di crisi. I velivoli utilizzati dalle streghe, infatti, sono piccoli e traballanti, non realizzati per combattere una guerra e neppure per volare in notturna: gli allenamenti, lo studio e i voli di prova furono molto consistenti. Più volavano e più riuscivano a disorientare il nemico: nessuno sapeva della loro esistenza e questo per loro fu un grande vantaggio. Ciò, a poco a poco, riuscì persino ad affievolire la loro paura; era merito delle Nachthexen, infatti, se i tedeschi stavano ritardando la loro avanzata. Era grazie a loro, le più sottovalutate dell’intero esercito, se l’Unione Sovietica stava ricominciando a sperare.

“Un reggimento tutto femminile non è mai esistito. Anche se voi e io non ci troviamo niente di strano, gli uomini ne sono stupiti.” Così aveva detto alle sue ragazze, future Streghe della notte, Marina Raskova, l’unica a credere in loro. Ci hanno provato, ci sono riuscite e oggi brillano nei cieli che solcavano lanciando bombe con i loro velivoli malconci: e noi, anche se non lo sappiamo, dobbiamo ringraziare le Streghe.

-Beatrice Tominic

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Shepard Fairey. 3 decades of dissent

Agli inizi di ottobre, ho avuto il piacere di recarmi alla Galleria d’Arte Moderna di Roma per vedere la mostra di Shepard Fairey, street artist di fama internazionale. Si tratta di un progetto espositivo esclusivo, curato dallo stesso Shepard congiuntamente a Claudio Crescentini, Federica Pirani e la Wunderkammerm Gallery.

Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle sempre più stringenti misure di contenimento della pandemia, che hanno richiesto il sacrificio di molti settori, tra cui quello artistico, con la chiusura di tutti i musei. Tengo così vicino a me il ricordo di questa mostra, nell’attesa della riapertura dei centri culturali, ninfa vitale, a mio parere, di tutti noi.

La “legge del dissenso”

Shepard Fairey è un urban artist, divenuto famoso in tutto il mondo grazie alla sua campagna di sticker iniziata nel 1989. Le sue opere, di forte impronta social-politica, denotano una spiccata sensibilità dell’artista nei confronti di temi come la violenza contro le donne, discriminazione razziale, integrazione, pace nel mondo, infanzia violata.

Attraverso le sue raffigurazioni, trasmette messaggi di grande impatto visivo, chiari ed incisivi, che non lasciano scelta allo spettatore se non quella di recepire quanto egli vuole comunicare, ma soprattutto ad interrogarsi. Ciò che trovo affascinante è che le opere di Fairey si sono fatte spazio all’interno di un mondo artistico, quello contemporaneo, caratterizzato sempre più da opere con chiavi di lettura polivalenti, o spesso di difficile comprensione.

La street art, invece, riesce a mettere in scena una sorta di ritorno al passato, ad un’arte più immediata, quasi alla stregua delle opere che possiamo trovare nelle chiese medievali, dove anche l’analfabeta aveva modo di comprendere ciò che l’opera voleva/doveva comunicare; allo stesso modo gli stencil utilizzati dall’artista sono in grado di comunicare con qualsiasi tipo di pubblico, anche quello completamente a digiuno nei confronti delle nuove correnti di arte contemporanea. Lui definisce l’arte come una “legge del dissenso”, la quale deve avere una funzione prima di tutto pubblica.

Curiosa, però, è la nascita del famoso sticker “Obey Giant”, raffigurante il wrestler Andrè the Giant, con la scritta “obbedisci”, Shepard, infatti, ha dichiarato che in realtà tale creazione non ha particolari significati nascosti, è stato solo frutto di una sorta di sfida con un suo compagno universitario. La speranza di Fairey è comunque quella che lo spettatore, interrogandosi riguardo al vero significato dello sticker, applichi lo stesso spirito critico ad ogni contenuto visivo che gli viene sottoposto, smettendo di accettare passivamente tutto ciò che vede senza farsi domande, ma reagendo attivamente. La scritta “OBEYche campeggia sotto il volto del gigante è un trucco di psicologia inversa: non obbedire, fatti domande, ribellati al sistema.

Le interferenze d’arte, una connessione di temi

Il tema del dissenso alla Galleria d’Arte Moderna va a connettersi con opere di altri artisti, l’esposizione infatti, chiamata Interferenze d’Arte, si caratterizza per l’accostamento di capolavori di vari artisti, che esprimono gli stessi valori.

A mio parere questo non sempre risulta evidente e alcune opere, più che al tema di fondo caro a Fairey, sembrano essere accumunate soltanto da similitudini decorative; questo è particolarmente evidente nei casi dei ritratti femminili e delle composizioni floreali. 

Quando ci si ritrova di fronte all’intenso, ma in fondo manieristico, olio di Giacomo Balla, Il Dubbio, ritratto di Elisa moglie dell’artista, non risulta chiara la vicinanza con il poster Defend the dignity di Shepard, ritratto di Maribel Valdez Gonzalez, facente parte delle serigrafie “We The People”, in risposta diretta ai sentimenti xenofobi, razzisti e anti-immigrati.

Sarebbe risultata sicuramente utile una didascalia esplicativa “dell’interferenza” che dovrebbe legare le opere selezionate e messe a confronto. Si alternano così accostamenti che riescono effettivamente a caricare ed enfatizzare il messaggio che vuole essere trasmesso, ad altri molto meno chiari.

In mostra per le Interferenze d’arte opere di: Claudio Abate, Carla Accardi, Giacomo Balla, Domenico Belli, Felice Casorati, Emanuele Cavalli, Primo Conti, Nino Costa, Giorgio de Chirico, Fortunato Depero, Antonio Donghi, Francesco Guerrieri, Virgilio Guidi, Renato Guttuso, Fabio Mauri, Cipriani Efisio Oppo, Pino Pascali, Luca Maria Patella, Fausto Pirandello, Giuseppe Salvatori, Mario Schifano, Scipione, Mario Sironi, Giulio Turcato e altri artisti.

-Elisa Ciaffi

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Plogging: la nuova frontiera dello sport ecosostenibile

Se nel corso di una passeggiata vi siete imbattuti in persone che, mentre corrono, raccolgono i rifiuti per strada, dovete sapere che molto probabilmente stavano facendo “plogging”.

Il Plogging è la nuova tendenza del momento, lo sport che fa bene sia alle persone che all’ambiente. Il termine deriva dalla crasi del termine svedese, Plocka upp che significa “raccogliere” e dal più noto termine inglese jogging, “correre”. L’ideatore del Plogging è, non a caso, un ambientalista appassionato di fitness, lo svedese Erik Ahlström, il quale un paio di anni fa ha cominciato a ripulire le strade di Stoccolma durante le sue sessioni di allenamento portandosi dietro un sacchetto della spazzatura e raccogliendo i rifiuti che trovava lungo la strada. Ahlström ha raccontato questa sua innovativa e particolare iniziativa sui social network, Facebook e soprattutto Instagram, dove in poco tempo è diventata virale permettendo al Plogging di diffondersi su scala mondiale sia tra gli sportivi che tra le persone preoccupate per la questione ambientale, sempre più rilevante in tutto il pianeta.

Questa nuova disciplina unisce sia runner esperti sia principianti che per la prima volta si avvicinano al mondo del jogging. Si tratta di uno sport che porta benefici a diversi livelli: ovviamente troviamo alla base l’aspetto legato all’atletismo, il jogging tradizionale, dove si corre per mantenersi in forma, per perdere peso, per tonificare la muscolatura o comunque per sentirsi bene con se stessi. La novità apportata dal Plogging è che non si limita al semplice esercizio fisico ma agisce anche a livello mentale, ci fa sentire più attivi, orgogliosi e fieri di aver compiuto una buona azione eco-friendly, essendoci impegnati attivamente a favore dell’ambiente. Come se non bastasse, l’allenamento da Plogging risulta anche essere più proficuo del semplice jogging poiché non si tratta di una semplice corsa, ma consiste anche in una serie di piegamenti per raccogliere i rifiuti da terra e diverse andature: si trasforma così in un allenamento con ripetute.

Essendo, inoltre, una disciplina che si può praticare anche in gruppo trova nella socialità un altro aspetto importante. La parola d’ordine è condivisione, nella vita reale così come su tutti i vari social, da Facebook a Twitter e, come aveva fatto fin dagli albori Ahlström, Instagram. Parte integrante dell’esperienza è, infatti, la consuetudine di farsi una foto con tutto quello che si è raccolto durante la sessione di allenamento e di condividerla con i vari hashtag del movimento, per poi ovviamente gettare il tutto nei bidoni della raccolta differenziata.

Anche in tempi recenti, con le varie restrizioni imposte dalle misure per contrastare il coronavirus, il Plogging è un’opzione praticabile: si corre insieme, all’aperto e lontani gli uni dagli altri nel pieno rispetto delle norme del distanziamento sociale. Non solo è possibile mantenersi in forma e uscire di casa in sicurezza, ma anche con la consapevolezza di contribuire, nel nostro piccolo, alla salvaguardia del pianeta.

Proprio consapevolezza e condivisione, oltre naturalmente a fitness e allenamento, sono dunque i principi del plogger: la consapevolezza di star facendo un grande servizio a noi, ai nostri concittadini e al nostro pianeta nel raccogliere e ripulire la propria città e la condivisione con gli altri.

L’attrezzatura del plogger è la stessa dei runners ma con qualche piccola aggiunta: comprende oltre ai classici indumenti come scarpe da corsa, pantaloncini o leggings e maglietta, uno zainetto o un sacchetto per contenere i rifiuti raccolti e un paio di guanti da lavoro per non entrare in contatto diretto con i rifiuti. Alcuni, soprattutto le persone che preferiscono non sforzare troppo la schiena ma che non vogliono rinunciare a questa nuova pratica, si servono inoltre di un bastone raccogli-rifiuti, il quale permette di raccogliere mozziconi, lattine, cartacce e chi più ne ha più ne metta, senza doversi piegare in continuazione.

Inutile inventarsi delle scuse, allora, per non praticare il plogging: uno sport che unisce l’amore per l’ambiente e quello per noi stessi.

-Francesco Rodorigo

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Sfida accettata: 30 giorni senza social network per disintossicarsi dallo smartphone

Ricordo perfettamente che la persona ad avermi trasmesso l’amore per la fotografia è stata mia madre. Credo di avere circa una decina di album fotografici e ogni volta quando li sfoglio mi commuovo, perché attraverso questo mezzo potentissimo abbiamo la possibilità di bloccare un particolare momento, con quello scatto teniamo vivo il ricordo per sempre. La tecnologia oggi ci ha tolto la seccatura di dover andare a sviluppare il rullino fotografico, abbiamo la fortuna di poter avere sempre con noi le foto sullo smartphone e di poterle condividere immediatamente con il resto del mondo nei vari social network; allo stesso tempo questo meccanismo ci ha resi schiavi di un sistema creato appositamente per non separarci mai dal telefono.

Il nostro smartphone è molte cose insieme: oltre ad essere una macchina fotografica, è un giradischi portatile, è in grado di darci tutte le notizie della giornata e di tenerci in contatto sia con il vicino di casa che con quella lontana cugina tedesca. Hai un problema? Chiedilo a Google, sicuramente saprà risolverlo. Non sai la strada per raggiungere il bar dove devi incontrare i tuoi amici? Apri Maps. Vuoi trovare la tua anima gemella? C’è Tinder. Nuovo taglio di capelli? Pubblica subito cinque foto su Instagram, non vorrai mica perdere l’occasione per poterti mettere in mostra! Vuoi trovare il ragazzo conosciuto al locale ieri sera? Cercalo su Facebook, ci vogliono soltanto due minuti… e se ti dovesse annoiare la home di Facebook, tranquillo c’è sempre il feed di Instagram con le sue meravigliose stories.

Ci sentiamo perennemente annoiati, in uno stato d’ansia collettivo, in questa situazione drammatica decidiamo di abbandonarci a noi stessi e anziché coltivare delle attività utili, stiamo ore e ore a passare da un’applicazione all’altra. Roviniamo preziosi momenti di socialità soltanto perché siamo troppo pigri e preferiamo stare con lo smartphone in mano, per non perderci neanche una nuova foto dei nostri “amici”. 

Vi ricordate l’ultima volta che siete stati a fare aperitivo e non avete sentito lo stimolo di fare una storia su Instagram? Avete mai monitorato in una giornata quanto tempo utilizzate le vostre applicazioni? Siete consapevoli dello stato emotivo che vi fa provare il telefono? Io no, per questo ho deciso di lanciarmi in un’avventura: 30 giorni senza social network per riuscire a disintossicarmi.

Parlo di disintossicazione perché non tutte le dipendenze riguardano le sostanze stupefacenti o l’alcol, viene ben spiegato nella prima parte del libro Come disintossicarti dal tuo cellulare (maggio 2018) di Catherine Price; i nostri smartphone e le app sono stati progettati per manipolare la produzione di dopamina nel nostro cervello, una sostanza che rende molto difficile sospenderne l’utilizzo; qualsiasi esperienza che attivi il rilascio di dopamina è un’esperienza che siamo portati a ripetere. Per esempio, quando ci mettono like su Facebook, oltre ad esprimere un apprezzamento, inconsciamente ci stanno invitando a ripubblicare qualcosa.

La cosa più preoccupante di questo meccanismo è che, se un’esperienza provoca il rilascio di dopamina, il cervello memorizza il rapporto causa – effetto e finisce quindi per rilasciare dopamina ogni volta che quell’esperienza viene ricordata, rilasciandola a priori. La capacità di anticipare la soddisfazione nei casi più estremi porta anche alla dipendenza. Fateci caso la prossima volta che vi sentite in ansia senza motivo, sicuramente prenderete il vostro telefono per vedere se qualcuno vi ha scritto.

L’11 novembre ho iniziato questo percorso, dopo una scintilla di pensieri che sono scoppiati nella mia testa. Com’è possibile che in questo periodo d’isolamento non siamo riusciti seriamente ad isolarci? Perché stare in solitudine in realtà non significa uccidere i propri pensieri, passando da un’applicazione all’altra soltanto per ammazzare il tempo, mostrando interessamento per la vita di chiunque eccetto che per la nostra. Ho sempre amato alla follia i social, con questa condivisione spasmodica hanno il potere di non farci mai sentire soli, ma questo è anche un difetto.

Le situazioni più spiacevoli si sono riscontrate quando ho cominciato a mettermi dei limiti e delle zone in cui non avrei dovuto utilizzare il telefono, come per esempio a tavola o quando uscivo a prendere un caffè con un’amica, perché mi sono accorta che nel disagio in cui viviamo ci siamo dimenticati di come si vive senza rimanere connessi tutto il giorno.

Mettere il telefono vicino al piatto è una mancanza di rispetto nei confronti delle persone che avete di fronte, perché inconsciamente vi state disperatamente chiedendo di controllare le notifiche, potrebbe esserci un messaggio che non potete assolutamente perdere. Mentre aspettate che arrivino gli uramaki, perché anziché stare su Instagram a vedere cosa sta facendo qualcun altro che non è lì, non sfruttate al meglio ogni minuto che avete a disposizione con la persona che avete di fronte a voi?

Bisogna acquisire la consapevolezza che i piccoli momenti fanno la differenza, che al contrario dei nostri smartphone, noi esseri umani non siamo programmati per essere multitasking; stare concentrati a rispondere ai messaggi, non consente di dare la giusta importanza a chi ha deciso di passare del tempo con noi.

Proprio il tempo è uno dei fattori più importanti che ha scatenato in me la voglia di cambiare approccio con lo smartphone. Secondo una ricerca di Rescuetime.com effettuata su 11mila utenti, le persone trascorrono circa 3 ore e 15 minuti al giorno sui telefoni; questo può avere un impatto significativo sulla salute mentale. Diversi studi, come per esempio quelli svolti da José De-Sola Gutiérrez Cell-Phone Addiction: A Review in Frontiers Psychiarty – , hanno dimostrato che l’uso intensivo degli smartphone (si parla soprattutto dei social media) ha degli effetti negativi sull’autostima, la capacità di controllare gli impulsi, il senso d’identità, l’immagine di sé, problemi di sonno, stress e depressione.

Il mondo fantastico dei social è un mondo perfetto dove tutti noi dobbiamo obbligatoriamente essere migliori di qualcun altro per essere felici. Dobbiamo mostrare le nostre vittorie e mai le sconfitte; le note positive della nostra vita, dal magnifico piatto postato con l’hashtag foodporn, alla foto in costume postata solamente per far ingelosire gli altri di un qualcosa di perfetto, ma che non è. Perché nella vita reale non si possono usare i filtri o Photoshop per togliere le smagliature e i fianchi larghi. Tutto questo dipende soltanto da noi, da quello che vogliamo vedere nei social e da quello che cerchiamo. Vogliamo lasciare che questi meccanismi ci trascinino in un vortice di cattive abitudini, oppure desideriamo riprendere in mano il tempo che abbiamo a disposizione e goderci a pieno il momento che stiamo vivendo? A voi la sfida.

Giada Gambula

-immagine in copertina di Gabriele Stefani