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DISCMAN 2.0 – #15 All’IMBRUNIRE, ci divertiremo

Non ho mai creduto nelle conoscenze virtuali. Forse perché sono “vecchio stampo” e ho bisogno di avere davanti una persona in carne e ossa cui poter stringere la mano o tirare uno spintone se dice qualcosa di sbagliato; qualcuno con cui poter parlare di ciò che è la vita e di ciò che era, con cui commentare il nuovo governo, il ciuffo di Trump o il nuovo modo di fare musica… magari in compagnia di una birra. Cinque mesi fa, però, è successo che un certo Limbrunire Fra, dall’immagine del profilo cupa e sospetta, mi contatta dicendomi che ha letto il mio articolo su Colapesce e che gli piacerebbe essere protagonista di un mio articolo (pensa te, che culo!). Quindi, detto fatto, ve lo presento subito: lui è Francesco, per il resto del mondo Limbrunire, vive vicino La Spezia, tra le Cinque Terre e la Versilia, è ghiotto di noci e, nonostante scriva da circa 15 anni, “la canzone più bella deve ancora scriverla”.
Non so dirvi se è alto, basso, bello o brutto perché non ci siamo mai incontrati e in ogni caso mi interessa poco: so dirvi però che nelle sue canzoni, in ogni singola nota o parola, ci mette l’anima e il cuore. E che l’ultimo lavoro in uscita, La spensieratezza è esattamente questo: un connubio di sentimenti, di batticuore, di ricordi e dell’essere consapevoli che la vita ormai non ha più colori, ma è grigia e cupa; con sonorità a metà tra Battiato e Cosmo, con parole semplicissime ma allo stesso tempo ricercate, Limbrunire si lascia andare e suggerisce anche a noi di farlo. 

A voi la sintesi di tutto quello che ci siamo detti per 5 mesi, passando dalla carbonara a Little Tony. A voi, lo spensierato Limbrunire. 

 

In due parole: chi è Limbrunire? 

Fra: Limbrunire è un semplice ragazzo cresciuto a pane e musica, curioso della vita, assetato di scoperta. È un ragazzo che cerca di dire la sua dopo anni d’interrogativi, studio e ammirazione per chi ce l’ha fatta.

Cosa racconta la tua musica, il tuo nuovo lavoro in uscita l’8 giugno? 

Fra: La mia musica racconta ciò che eravamo e quel che abbiamo, alterna momenti di riflessione nostalgica — ma mai malinconica — e parallelismi contemporanei, ipotesi possibiliste, idiosincrasie e schietta quotidianità accompagnata da una giusta componente ironica.

Chi o cosa è la tua fonte di ispirazione? E come o chi vorresti diventare? 

Fra: La mia fonte d’ispirazione non ha regole precise o iter prestabiliti, sono un grande osservatore quindi ho incipit sensoriali perennemente attivi verso ciò che mi circonda. Leggo molto, mi aiuta ad aprire la mente e a fidelizzare immagini, anche se ultimamente, ahimè, non riesco a farlo come vorrei. Alle volte prendo appunti e li lascio lievitare: spesso trovo melodie interessanti mentre sono alla guida, capita spesso che prenda l’auto solo per girare ore e ore senza meta. Mi piacerebbe diventare o invecchiare come Jovanotti, Sting o Tiziano Terzani, gente che ha trovato un’equilibrio stimabile e il giusto compromesso all’esistenza nell’essenza. Mi piacerebbe scrivere un libro, o forse più di uno e magari un giorno proporre una mia personalissima mostra fotografica.

Mi hai parlato di un vecchio gruppo in cui suonavi, completamente diverso da quello che è adesso il tuo stile: perché questa svolta improvvisa?

Fra: Avevo un un gruppo rock-pop, si chiamava Trenet, composto da Francesco Zanetti, mio attuale batterista nei live e Giacomo Spagnoli, amico fraterno e attuale bassista di Francesco Gabbani. Con loro ho attraversato momenti di crescita significativi: siamo arrivati secondi al Premio Lunezia 2009 tra le “Nuove Proposte”; abbiamo inciso un disco ai Drum Code Studio, dove prima di noi avevano registrato i Marlene Kunz; abbiamo avuto il piacere di girare un videoclip agli ordini di Daniele Barraco (fotografo e videomaker di Francesco De Gregori, tra i tanti); abbiamo sfogato la nostra incoscienza su diversi palchi, tra i quali quello della F.I.M. di Genova, arrivando infine ad aprire un concerto di Morgan. A quel punto ho sentito la necessità di sperimentare altre sonorità, di battere nuovi sentieri, e la band mi limitava nella fase produttiva: non è facile spiegare ad altri due musicisti, seppur bravissimi, le proprie idee. Da solo ho accorciato le tempistiche e ciò che ho in mente lo butto giù di getto adottando tecniche “d’artigianato” e un successivo lavoro di cesello in fase di post-produzione.

Cosa dai alla musica? E cosa la musica ti dà?

Fra: La musica per me È. Mi tiene a galla! È la ciambella di salvataggio in mare aperto e allo stesso tempo l’onda che arriva nelle giornate di secca, dove fai a gara con gli amici per entrarci dentro; è la scintilla che m’accompagna dal mattino alla sera e oltre. Non è un’alternativa: è la certezza che comunque vada continuerò a dedicarle attenzione maniacale, così come fa il centauro con la sua Harley. Non sono semplici note, parole, ritmo tribale o soave leggerezza: è passione mistica, armonia e sudore, è una spinta ad andare, l’autoscontro e lo zucchero filato, è un sax che suona sotto i portici e il vento tra i capelli su una Pagoda del ’70. È comunicazione, è sinergia, è chimica. È un flusso continuo e uno spirito libero. È coraggio, dedizione e pazienza.

Qual è il tuo stato d’animo, ad oggi? 

Fra: A oggi sono determinato più che mai e pronto… ma ovviamente anche un po’ teso: provo quella giusta tensione che si ha prima del gran debutto, lo stomaco chiuso la notte prima della maturità. Non vedo l’ora di sapere che ne sarà di me dopo questo turbinio d’emozioni. Quel che è certo è che continuerò a scrivere nuove canzoni, perché per me non è un traguardo bensì un punto di partenza dal quale evolvere e migliorare.

 

 

-Caterina Calicchio.

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L’uomo nero

Ultimamente penso molto alle ingiustizie che accadono intorno a me e questi pensieri non mi fanno dormire bene: sento il bisogno di scriverne, poiché in qualche modo mi reputo colpevole a causa della mia inerzia e passo il tempo a chiedermi cosa potrei fare per migliorare questa o quella situazione senza essere capace di darmi risposta; l’unica cosa che riesco a fare è quella di osservare il mondo che gira incessantemente. Mi sento come Dario Brunori, quando ne L’Uomo Nero canta: «tu che credevi nel progresso e nei sorrisi di Mandela, tu che pensavi che dopo l’inverno sarebbe arrivata la primavera e invece no». Le sue parole riassumono bene le sensazioni di un normale studente universitario che, tornato a casa la sera, accende la televisione e sente parlare solo di odio e di violenza; come il caso della famiglia di migranti (marito e moglie incinta con bambino in carrozzina) tirata giù dal treno dalla polizia francese a Mentone, tra urla e disperazione. La vicenda, brevemente, ha visto coinvolti due agenti che, al rifiuto di esibire i documenti da parte dell’uomo, hanno preso di polso la situazione e senza indugiare hanno letteralmente rimosso la famiglia dal convoglio. Il fatto è accaduto il 16 febbraio ma solo da qualche giorno il video, girato da studenti, sta circolando in rete: senza dubbio gli autori del fatto hanno agito seguendo una procedura, è chiaro che non si può resistere a un pubblico ufficiale che deve eseguire tutti gli accertamenti del caso, ma mi chiedo se quello fosse l’unico modo per garantire la sicurezza. Le immagini sono dure e inevitabilmente toccanti, non si tratta di buonismo ma di mera umanità: dove stiamo andando? Dove sono finiti gli altissimi principi che hanno animato la ricostruzione del Vecchio Continente durante il secondo dopoguerra? È la paura che, come una goccia nella roccia, si sta lentamente insinuando nella società e nelle istituzioni moderne erodendo le certezze, il timore che l’oasi di pace attorno al Mediterraneo possa collassare da un momento all’altro; prima la crisi economica, poi la nuova stagione del terrorismo islamico stanno minando alla base le fondamenta del nostro stato di diritto faticosamente costruito nei secoli e non è un caso che proprio la Francia, paese più colpito dagli attentati, sia costantemente al centro della cronaca — ultimi ma non meno importanti i fatti di Bardonecchia. La paura è legittima, ma non dobbiamo accettare prevaricazioni e soprusi, anche se perpetrati apparentemente a difesa della collettività, perché ci vuole tanto ad arrivare in cima e vivere in un mondo civile, ma così poco per cadere giù e arretrare: il caso che mi ha dato spunto per questa riflessione è solo uno dei tanti, noi nel nostro piccolo siamo testimoni di numerosi soprusi quotidiani, italiani o stranieri non fa differenza; siamo tutti vittime e carnefici di una guerra tra disperati, allora se vogliamo alzare la testa e nobilitare in qualche modo la nostra condizione umana dobbiamo preservare i nostri diritti e non dobbiamo accettare che a qualcuno vengano tolti, perché si comincia piano a far vacillare la morale e a instillare il tarlo che sia giusto che alcuni debbano avere di meno perché altri possano vivere meglio. La società moderna non ha versato il sangue per vivere nel mondo libero, non ha mai conosciuto l’oppressione; appare nelle televisioni, fa sentire fieri di padri che stiamo silenziosamente cercando di soffocare. Non chiniamo la testa, perché qualcuno in tempi neanche troppo lontani ha lottato ed è morto per farla tirare su; non chiniamola e teniamo lo sguardo desto, perché a forza di abbassarla, un giorno, di fronte al fatto più grave, potremmo renderci conto di non poterla più rialzare.

-Gabriele Russo.

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Hiroshige: visioni di un Giappone lontano

C’era un tempo in cui Giappone non significava solo manga e All-you-can-eat; un tempo, quello dell’impero Edo (1600-1868) — nome che indicava l’attuale città di Tokyo — in cui il Paese del Sol Levante, nonostante il suo regime di estremo isolamento e repressione, creò le basi per un’arte che avrebbe ridefinito non solo le regole dello stile di molti artisti giapponesi, ma anche influenzato pittori europei come Degas, Klimt e Van Gogh. Proprio quest’ultimo affermava: «Quello che invidio ai giapponesi è l’estrema limpidezza che ogni elemento ha nelle loro opere […]. Le loro opere sono semplici come un respiro, i giapponesi riescono a creare figure con pochi tratti, ma sicuri, con la stessa facilità con la quale noi ci abbottoniamo il gilé».

È proprio questo il segreto e forse la genialità degli artisti della Ukiyo-e, movimento artistico dell’impero di Edo che rese possibile l’estro di maestri come Utagawa Hiroshige (1797-1858), in mostra alle Scuderie del Quirinale fino al 29 Luglio 2018. L’Ukiyo-e, letteralmente “immagine del mondo fluttuante”, è un termine buddhista che indica l’illusorietà della realtà terrena a cui il saggio non deve attaccarsi; una dimensione unica, quella dei piaceri della vita, rappresentativa di quell’energico mondo giovanile che nel tardo Settecento incombeva nelle città sviluppate di Edo, Kyoto e Osaka. È proprio questa energia che si percepisce nelle innumerevoli silografie che Hiroshige ha realizzato nel corso della sua vita. È la forza dei loro tratti, netti e sicuri, che ritraggono il Giappone nella sua quotidiana misticità. Ne è un esempio la serie di silografie Le cinquantatré stazioni di Tōkaidō (1832) in cui il maestro scova paesaggi e personaggi di un Giappone nascosto, quello della route Tōkaidō, arteria principale dell’impero Edo che, partendo da Kyoto e giungendo alla capitale, toccava gran parte del Paese. Quelli di Hiroshige sono veri e propri scorci che, come in una fotografia, mostrano senza filtri la vita dei viaggiatori delle stazioni di sosta, ora intenti ad attraversare un ponte in piena bufera, ora costretti a sopravvivere al gelo delle nevi nipponiche.

Il tema dei paesaggi viene ripreso più volte dall’artista, fino a giungere alla sua celebre serie le Cento famose vedute di Edo che lo consacrerà maestro dell’ukiyo-e alla pari del già celebre Hokusai. Cento prospettive della città di Edo, ognuna diversa dall’altra per forma e contenuto, che contribuiscono a fornire un’immagine multiforme della complessa capitale giapponese. Sembra di essere scagliati insieme ai protagonisti contro la pioggia che attraversa il ponte Onashi in Scroscio improvviso sul ponte Onashi e Atake, che ispirò lo stesso Van Gogh in Bridge in the Rain (after Hiroshige) del 1887, o di intravedere fra i fiori del Horikiri Iris garden il rosso intenso del calar del sole.

Ancora più stupefacente risulta il modo in cui la natura — soprattutto piante e fiori — riescono a prender vita con Hiroshige: in Fiori e piante delle quattro stagioni fiori di ciliegio e crisantemi gialli, bianchi e rosa invadono un ruscello giapponese che sembra appartenere proprio a quel mondo “fluttuante” a lungo decantato dall’ukiyo-e. Qui la forza della natura viene evocata dal grande artista, come in Carp (koi) dedicata ai guizzanti pesci di fiume: le carpe. A proposito di questi pesci, in uno dei suoi poemi fedelmente riportati sulle pareti dell’ultima sala della mostra, Hiroshige scriverà:

Alla fine
Il suo destino è trasformarsi
In un drago delle nuvole
La forte carpa
che risale il torrente

In Hiroshige tecnica, contenuto e forma coesistono in un armonico spazio a sé. L’ukiyo-e è quella voce fuori dal coro che, con un’eleganza e armonia tipicamente giapponese, impone la necessità di una nuova arte, così di rottura da sconvolgere l’esperienza artistica di molti pittori, europei e non, gettando le basi iconografiche di quella che sarà una delle future industrie più produttive del Giappone: il manga.

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-Daniela Di Placido.

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IL FOTOGRAFO DEL MESE: Robert Doisneau

Immaginiamo una città viva, densa di persone, accesa nel suo brulicante e florido campo di emozioni da cogliere: era probabilmente così che Robert Doisneau percepiva la Parigi del ‘900, dai minuscoli dettagli di una “rue” ombreggiata agli ampi spazi d’una veduta panoramica. Fra i più noti e rilevanti fotografi della storia, Doisneau percorse con il suo lavoro quasi tutto il secolo scorso, imprimendo nelle menti dei contemporanei e dei posteri la sua idea di realtà. Egli affermò che, attraverso la fotografia, era possibile dimostrare l’esistenza di «un mondo in cui si sentisse bene, dove la gente fosse gentile e dove trovare tenerezza». La sua indagine si rivolgeva in primis alle persone: chiunque, incontrato anche camminando per strada, riuscisse a destare in lui particolare curiosità o empatia; quanto agli spazi, perlopiù esterni, essi fungevano da cornice agli scenari di una realtà quotidiana, semplice e spensierata. Doisneau amava far dialogare profondamente individui e luoghi, ricercandovi sfumature poetiche e superando il puro concetto di ritratto. Per questo, viene annoverato fra i maggiori esponenti della corrente dell’umanismo fotografico, di cui fecero parte giganti come Eugène Atget e Henri Cartier Bresson, suoi modelli. Un’indagine sociale, dunque, quella propria dell’universo di Doisneau, che si permea di vitalità grazie ai soggetti scelti per animare gli scatti. Fra i suoi preferiti ricordiamo sicuramente le folle di passanti, i bambini e gli innamorati, come i due giovani amanti della celeberrima “Le baiser de l’hôtel de Ville”, 1950. Immortalò inoltre noti artisti e intellettuali, che non mancò di cogliere sempre in situazioni semplici e quotidiane. Per citare degli esempi: “Les pains de Picasso”, 1952, con Pablo Picasso a tavola, o “Jacques Prévert au guéridon”, 1955, in cui il poeta siede al tavolo di un bistrot con il suo cane ai piedi. Doisneau e Prévert, in particolare, instaurarono un rapporto di stima, amicizia e vivace scambio intellettuale; erano soliti incontrarsi per passeggiare a lungo, anche silenziosamente, facendosi suggestionare dalle mille sfaccettature che Parigi mostrava loro. Questa città, infatti, fu quinta inevitabile per le scene del fotografo, il quale contribuì fortemente a restituirne un’immagine romantica e poetica che conserviamo ancora oggi. Potremmo azzardare dicendo che Doisneau sia riuscito a fissare con nitidezza e serenità quella Parigi sbiadita e “spleenetica” che l’Ottocento impressionista e maledetto aveva trasmesso. Certamente il suo fu un meraviglioso filtro di filantropia e vitalità, semplice come la realtà, sublime come la poesia che vi seppe cogliere.

Les jardins du Champs de Mars, 1944

Le baisier de l’hôtel de Ville, 1950

Les tabliers de la Rue de Rivoli, 1978

La Dame Indignée, 1948

 

-Gioia Toscana De Col.

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La vedi, la ascolti, la respiri.

A breve si concluderà la Klimt Experience, ospitata nella sala delle donne all’Ospedale San Giovanni di Roma. Spesso definita banalmente una mostra, essa è di fatto un’esperienza sensoriale unica, un viaggio virtuale che immerge lo spettatore nella cornice sociale e culturale vissuta da Gustav Klimt attraverso la sua vita e le sue opere.

All’entrata il visitatore è accolto in una sala introduttiva in cui il personaggio e il suo stile sono presentati mediante immagini dei suoi quadri, foto in cui è ritratto e sue citazioni. In lontananza, tuttavia, è già possibile farsi un’idea del contenuto della sala successiva: si riescono ad ascoltare, infatti, in maniera ben distinguibile, le sinfonie più famose della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento che, con uno sforzo immaginativo, si potrebbero pensare ascoltate e apprezzate dallo stesso Klimt.

Seguendo il richiamo musicale, lo spettatore si ritrova nella già intravista seconda sala: una stanza di forma rettangolare, lunga e stretta, che attraverso un semplice gioco di luci diventa grande e maestosa, in cui vengono proiettate le opere del maestro austriaco raggruppate in diverse sezioni. I capolavori dell’artista, dai più famosi a quelli meno conosciuti, scorrono sulle quattro pareti, creando una coreografia suggestiva sulle musiche: dai soggetti umani ai paesaggi, dall’uso del color oro al blu, le pareti più strette del rettangolo in genere presentano un solo quadro, animato da effetti speciali o concentrato su particolari, mentre sulle pareti più lunghe si assiste alla compresenza e, talvolta, all’intersezione fra i quadri.

Sebbene vi siano file di divanetti sparsi per la sala, il pavimento è rivestito da moquette su cui lo spettatore è invitato a sedersi o addirittura sdraiarsi a terra per godere appieno dello spettacolo. I giochi di luce e le proiezioni arrivano infatti anche sul rivestimento, rendendolo parte della composizione artistica che lo circonda e lo sovrasta. Luci, stelle, paesaggi marittimi e pesci: tanti i soggetti dipinti dall’artista che troviamo rappresentati anche sui corpi in contemplazione della meraviglia che soltanto arte e tecnologia sono in grado di creare.

Al termine della proiezione — che non si ferma mai e viene riproposta ciclicamente per permettere a qualsiasi spettatore di essere avvolto dalla tecnica di Klimt in qualsiasi momento — attraversando un tendaggio nero molto simile al sipario di un teatro si entra in quello che può essere definito un “palcoscenico” davvero magico: la sala degli Specchi. Quella che per l’Alice di Lewis Carroll era un incubo deformante all’interno della Klimt Experience diventa motivo di meraviglia per lo spettatore, che viene accolto in una scenografia così simile eppure così diversa dalla precedente: la proiezione stavolta avviene in uno spazio cubico, con una base aperta, in cui lo spettatore è invitato a entrare e fermarsi. Le restanti tre facce sono ricoperte da degli specchi su cui l’immagine proiettata viene riprodotta dappertutto, permettendo di essere suggestivamente immersi in scenografie bucoliche e cascate dorate.

L’esperienza, che potrebbe già concludersi qui, trova termine con un vero e proprio viaggio virtuale in quattro quadri di Klimt, fra cui Il Bacio e Il ritratto di Adele Bloch, attraverso l’innovazione tecnologica degli oculos. Disposti su due file di sgabelli, nella ricostruzione di una sala museale con quattro cornici prive di quadro, ogni spettatore è invitato a indossare degli occhiali virtuali sospesi in aria che, puntando lo sguardo su una delle cornici, trasportano all’interno di un dipinto. Una volta raggiunta ed esplorata la prima meta virtuale, si può tornare indietro e compiere le altre tre prima di dichiarare compiuto l’intero viaggio. I comportamenti delle persone che usano gli oculos sono davvero i più disparati, poiché sono veramente moltissimi i modi di approcciarsi a questo tipo di esperienza: c’è chi guarda verso il basso e verso l’alto per vedere cosa abbia in serbo la dimensione digitale della realtà aumentata o chi si dimena alla ricerca del dettaglio più nascosto. Non importa quale sia la vostra reazione, sicuramente ci troviamo di fronte alla scoperta di un nuovo mondo capace di creare un ponte fra tecnologia e arte, fra antico e moderno, fra reale e immaginario.

-Beatrice Tominic.

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JAGO: il Social Artist che (s)colpisce ancora

Lo scultore Jacopo Cardillo, in arte Jago, stupisce il pubblico romano nella sua ultima mostra tenutasi al Museo Carlo Bilotti di Roma dal 15 Febbraio al 2 Aprile 2018. Ma cosa si cela dietro l’immagine social di questo artista “tra marmo e modem”?

 

Nell’ultima sala del Museo Carlo Bilotti di Roma fino a qualche giorno fa era possibile percepire, in un’aria di sacrale mistero, gli sguardi delle statue Habemus Hominem (2009-2016) e Venere (2016) che catturavano e seguivano lo spettatore da ogni angolatura; sguardi vivi come le reazioni dei loro spettatori, che si immedesimavano in essi diventando a loro volta oggetti d’arte.

«Ma se l’opera ti guarda, allora chi è l’opera d’arte?»: questo uno dei quesiti che l’autore di queste opere, l’artista ciociaro Jacopo Cardillo in arte Jago, si pone in un video postato sulla sua pagina Facebook, che ad oggi conta circa 247.000 seguaci. Sono proprio loro, i suoi follower, influenzare Jago e la sua produzione scultorea, attraverso consigli e opinioni presentategli nelle dirette Facebook delle sue sedute di lavoro: «Il mio obiettivo ultimo è poter dire che il social network è l’opera d’arte. Cioè che siamo noi l’opera d’arte ed è grazie a noi che l’arte si manifesta».

Social artist, sì, ma la sua arte è tutto meno che digitale: amante dei grandi scultori — fra cui l’immortale Michelangelo, sua massima fonte di ispirazione — Jago è capace di coniugare tecniche classiche di lavorazione del marmo a concetti più ampi, sia personali che universali. Per lui, infatti, l’amore per l’arte è anche la ricerca della propria strada: i grandi del passato sono e rimarranno tali, ma si deve credere di poter fare qualcosa di altrettanto grande nella nostra epoca, come ha affermato l’artista in una delle ultime dirette: «Sii umile ma non umiliarti».

E qualcosa di “grande” è apparso evidente nelle opere della mostra di Jago che ha avuto luogo al Museo Carlo Bilotti di Roma dal 15 Febbraio al 2 Aprile 2018: lo studio del dettaglio, la logica dietro l’esecuzione. Camminando nei corridoi del museo viene l’istinto di sventrare Prigioni e salvare l’uomo racchiuso all’interno del blocco di marmo, di estrarre completamente l’arma da fuoco Excalibur infissa nella pietra o di immergersi nei pensieri di Memoria di sé, che vengono evocati da un volto di bambino incastonato in un volto d’uomo. Il marmo, materiale così freddo e duro per natura, viene modellato fino a sembrare vivo; il cuore scolpito in Muscolo minerale potrebbe contrarsi da un momento all’altro, il sasso di fiume che contiene Sphynx sembra essere in tensione e nulla in generale di ciò che è in mostra è davvero inanimato, ma si trovano vita e sentimento in ogni realizzazione.

È l’ultima sala che tuttavia regala maggiori emozioni: messe una di fronte all’altra, Habemus Hominem e Venere, ultima creazione ampiamente criticata dell’artista, si scrutano a vicenda: la prima opera, ritratto dell’ex pontefice Joseph Ratzinger, spogliato di ogni potere divino per raggiungere la condizione umana, rappresenta una sorta di “opera di formazione” di Jago; è una storia di vita e di crescita, di una lotta che anche l’artista ha dovuto combattere contro di sé, superando i propri blocchi interiori per approdare a qualcosa di più “grande”. È anche il percorso della fede, un atto religioso ma anche un atto di fiducia in se stessi che sembra ispirare l’artista, il quale afferma: «Se non iniziamo a credere in noi stessi come possiamo credere in Dio? Dire “Io credo in Dio”, lo uccide un po’, perché lo chiudi in un concetto, in una parola, lo chiudi in una forma, in un’immagine. Fatto sta che a livello materiale, credere fa una grande differenza».

Venere invece disorienta lo spettatore, il suo sguardo vitreo e timoroso suscita scalpore: è una donna anziana, malata, nuda e raggrinzita, che si copre mostrando vergogna e disagio. Non è bella, anzi è un pugno nello stomaco: anche la dea della bellezza è cresciuta, eccola lì la donna per eccellenza, viene da dire «Habemus Mulierem», come in risposta al Papa emerito che ha di fronte.

Il giovane Jago ci insegna che ancora oggi la pietra o il marmo possono far trapelare un’energia che tange tutti: l’artista, nel suo Hominem e nelle altre sculture, riesce a oltrepassare i limiti fisici di una materia statica per approdare a forme pienamente apprezzabili dal vivo così come nella riproduzione virtuale dei social, che lo consacrano come Social Artist. Jago si muove tra certezze e incertezze, senza dimenticare le sue origini ma senza nemmeno perdere tempo a guardarsi allo specchio: egli è in cerca di una sua arte, un suo pensiero. Jacopo Cardillo cerca di essere Jago.

Ultima ma non meno importante considerazione va fatta alla luce della nostra chiacchierata con Jago, in occasione della sua presenza al museo abbiamo avuto infatti modo di scambiare qualche parola, mezz’ora di chiacchierata amichevole con una persona bellissima nella sua limpidezza. Ciò che Jacopo dice nelle sue dirette facebook, nelle interviste o in occasione di eventi vari risponde esattamente a ciò che pensa: si percepisce un calore umano standogli vicino, lo stesso che viene poi trasmesso nelle sue opere, pensate per avere un valore atemporale. La sua non è superbia ma la sana ambizione di chi vuole lasciare un segno in questa vita, non per questo disprezzando ciò che è stato. In questo Jacopo fa una cosa bellissima, si sporca le mani e i vestiti, è padre più che autore delle sue opere, riesce a vedere il bello oltre le forme corruttibili del tempo. Oltre ogni scultura o parola, una cosa, una su tutte colpisce nell’intimo: l’abbraccio di Jacopo Cardillo, la voglia di relazionarsi, di portare l’arte in mezzo alla gente e non issarsi su un piedistallo come altri artisti fanno, non arte per l’arte ma arte per la vita; grazie.

 

-Gabriele Russo
& Daniela Di Placido.

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CINEMA UNDERGROUND: Harmony Korine, tra underground e mainstream

Esistono artisti con idee e concezioni del mondo alquanto fuori dal comune, che nel corso della loro vita decidono di rappresentare queste loro strane manie senza preoccuparsi affatto del possibile scarso successo ma, al contrario, ponendo particolare attenzione nel creare scandalo tra i fruitori “medi” delle loro opere; esistono altri invece che tentano solo di farsi conoscere, per poter entrare nel grande mondo del cinema mainstream e magari ambire opzionalmente alla celeberrima statuetta dorata; Harmony Korine non appartiene propriamente a nessuna delle due categorie o, per meglio dire, costituisce un caso molto particolare. L’articolo con cui venne inaugurata questa rubrica parlava di Larry Clark, fotografo e regista che ha influenzato tanti artisti attraverso le sue opere prettamente di stampo underground: Korine può essere considerato il “costato” di Clark. Harmony collabora infatti con Clark sin dalla sua prima opera: è lo sceneggiatore di Kids e vi farà anche un cameo; per lui scriverà il famoso e censuratissimo Ken Park; contemporaneamente alle collaborazioni varie però si dedicherà anche alla creazione di una sua filmografia, a partire dal 1997 con Gummo.

La filmografia di Korine può essere suddivisa in due parti. La prima parte è composta da film che seguono la scia tracciata da Clark, rappresentando i sobborghi americani non solo attraverso gli occhi degli adolescenti, ma utilizzando quelli di qualsiasi comunità etnica che li compone. La componente “underground” in questi film è molto forte: tutto ciò che la società considera inusuale viene impresso su pellicola, da storie di finzione altamente disturbanti come Trash Humpers fino a un film — mai completato — in cui lo stesso regista si fa riprendere in giro per New York strafatto di droghe pesanti e intento a farsi picchiare dai passanti. Fa parte di questa categoria anche il film che, secondo la leggenda, gli venne commissionato da Lars Von Trier: Julien Donkey-Boy, il primo ad aderire al Dogma ’95 su territorio extra-europeo. Opera davvero particolare perché Korine sfrutta appieno la situazione per sperimentare con la macchina da presa e, anche se non rispetta tutti i punti imposti dal Dogma, mette in scena un lavoro davvero alternativo e in linea con gli ideali del movimento del cineasta danese. Nella pellicola viene mostrato uno stralcio della vita di Julien, ragazzo schizofrenico che lavora in una scuola per non vedenti, e della sua famiglia, composta dal padre cinico e autoritario, dal fratello desideroso di diventare un wrestler e dalla la sorella messa incinta dallo stesso Julien. Desta particolare interesse l’abilità di messa in scena quasi documentaristica del regista, maturata a partire dalla scrittura di Kids: se però in quest’ultimo la finzione era in un certo senso percepibile, in Julien si fa veramente fatica a credere che siano solo attori. È anche grazie al cast che ciò diventa possibile: abbiamo infatti Ewen Bremner – famoso per aver interpretato Spud in Trainspotting – affiancato da Chloe Sevigny, il regista tedesco Werner Herzog e un’infinità di “freaks” che fungono da contorno al racconto —anche se non si può definire tanto un racconto quanto piuttosto una carrellata di immagini trainate dallo stesso filo conduttore.

La seconda parte della filmografia mantiene spesso e volentieri le caratteristiche tipiche citate poc’anzi, ma in una forma un po’ più attenuata al fine di rendere la fruizione dell’opera più adatta anche alle grandi masse: tra questi spiccano il famosissimo Spring Breakers e Mister Lonely. Se il primo non ha bisogno di presentazioni, il secondo sì: uscito nel 2007, è il primo tentativo di Korine di avvicinarsi quanto più possibile al cinema per le grandi masse. Nella pellicola viene narrata la storia di un sosia di Michael Jackson, definibile anche un Michael Jackson “de Latina”, che fa l’artista di strada a Parigi e che un giorno si imbatte nella sosia di Marilyn Monroe; insieme a lei andrà in Scozia in una comune popolata da soli sosia di vari personaggi, da James Dean a Cappuccetto Rosso. Al contempo seguiremo le vicende di un prete (interpretato di nuovo da Herzog) alle prese con un gruppo di suore che miracolosamente riescono a sopravvivere a qualsiasi tipo di caduta, anche se lanciate da un aereo senza paracadute. Qui è importante sottolineare il contesto che ha portato alla creazione di quest’opera: disintossicatosi da poco e ormai abbandonato da Chloe Sevigny, Korine si sposa con Rachel Korine. Questo film  sembra comunicare la speranza di un posto al mondo per chiunque, anche quando si commettono errori, anche quando si desidera essere qualcun altro: a tutto c’è rimedio, basta crederci veramente per far diventare possibile l’impossibile (e qui la metafora delle suore calza a pennello). Dal punto di vista tecnico, Korine abbandona la pellicola, le registrazioni in VHS e quant’altro e si dedica al digitale, evolvendo e adattando a questo “nuovo” metodo le sue abilità artistiche. Nonostante lo consideri il suo lavoro minore, è comunque una pellicola degna di nota.

In conclusione, Korine è tra quei “giovani” che sicuramente hanno molto altro da raccontare (è già in cantiere un nuovo film con protagonisti Matthew McConaughey e Snoop Dogg e si pensa di diffondere un’essenza alla cannabis in sala durante l’intera proiezione della pellicola, per favorirne il coinvolgimento dello spettatore) e che lasceranno il segno nella storia del cinema contemporaneo. A me non resta che consigliare la visione dei suoi film, affiancati ai lavori di Clark.

 

-Matteo Verban.

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Introduzione a Klimt

Verso la fine dell’Ottocento, in un’Austria sempre più avanguardista, l’esigenza di trasformazioni e innovazioni metropolitane diede adito all’espansione di nuove concezioni che coinvolsero più branche dell’arte su ispirazione dell’Arts and Crafts britannico: dall’architettura, alle arti applicate, ma soprattutto alla pittura. Fu così che, nel 1897, diciotto fra gli esponenti di tali branche dichiararono la propria scissione dalla Wiener Künstlerhaus, l’associazione ufficiale degli artisti viennesi, e l’ufficializzazione di una nuova e indipendente associazione artistica, la Secessione Viennese, dotata di una propria sede, il Palazzo della Secessione a Vienna. A guidarli era il loro mentore, nonché massimo esponente del movimento, il pittore Gustav Klimt.

Volendo contestare il prevalente conservatorismo vigente, gli artisti secessionisti desideravano esplorare le nuove possibilità dell’arte, aspirando a una rinascita che andasse oltre i confini della tradizione accademica con il proposito di dare inizio a una nuova epoca nel mondo artistico. Le nuove grafiche, le innovative illustrazioni e i design d’avanguardia ebbero modo di raccontarsi sia tramite divulgazioni scritte che nello stesso Palazzo della Secessione, grazie alle numerose esposizioni, permisero l’affermazione del movimento nel suo complesso, nonché dei singoli artisti relativamente alla branca di appartenenza; così, se per la costruzione di palazzi o edifici pubblici era sempre più richiesto l’estro raffinato e originale dell’architetto e urbanista Otto Wagner, per l’arredo dei salotti viennesi le opere del pittore Gustav Klimt divennero di vera e propria tendenza. Infatti, proveniente da numerose commissioni pubbliche — quali il Fregio di Beethoven, dipinto per la mostra in onore del noto compositore o le allegorie realizzate per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna — Klimt divenne l’artista della borghesia in ascesa, di cui ritrasse sopratutto gli esponenti femminili. Tutte le donne dell’alta società viennese aspiravano a essere ritratte da Klimt, motivo di vanto e lusinga fra i salotti cittadini; molte furono le donne che ci riuscirono, si contano infatti più di 3000 ritratti, oggi conservati per la maggior parte fra il Museo del Belvedere e il Palazzo della Secessione, ma solo in poche divennero le Muse ispiratrici del pittore. Fra queste meritano di essere menzionate la moglie di uno dei più importanti industriali dell’epoca, Adele Bloch-Bauer, e la nota stilista Emilie Floge, dei cui ritratti le dominanti tinte dorate di Klimt — caratteristiche nella pittura dell’artista soprattutto a seguito della sua visita del 1903 a Ravenna, da cui acquisì le influenze bizantine — sono frutto della perfetta simbiosi e della totale astrazione dalla realtà createsi nel momento in cui le ritraeva.

Klimt, al contrario del suo contemporaneo teorico della misoginia Otto Weininger, ribalta totalmente la figura femminile conferendole una superiorità erotica tale da sovrastare ogni tipo di pregiudizio esistente. È fondamentale citare l’intrigato erotismo sprigionato dal Ritratto di Adele Bloch-Beuer I (1907), dove la donna viene raffigurata quasi come una divinità o un idolo, astraendola da ogni concetto e dandole una carica erotica idealizzata, senza mai  proporre una sessualità violenta, cruda o volgare. Non solo erotismo, ma anche angoscia e castrazione sono dipinti nelle sue opere: non a caso infatti nel 1900 lo psichiatra e analista Sigmund Freud pubblica una delle opere più controverse del XX secolo, L’Interpretazione dei Sogni, scritto che condizionerà fortemente l’arte e la cultura del tempo, soprattutto a Vienna. Il Fregio di Beethoven (1902) è l’esempio lampante dell’influenza di questa nuova corrente culturale che fa capo a Freud: un’opera carica d’erotismo nella quale il perverso potere seduttivo della donna gioca un ruolo fondamentale, dimostrando quanto la donna sia associata alle forze ingovernabili della natura. L’angoscia di castrazione di Freud diventa una realtà quasi tangibile in quest’opera: le figure delle Gorgoni propongono un rapporto sessuale incompleto, quasi “masturbativo”, dove a trarre piacere sarebbe solo la donna lasciva, che promette amore, ma dona sofferenza e angoscia.

A Roma, dal 10 Febbraio al 10 Giugno, nella cornice della Sala delle Donne presso il Complesso Monumentale di San Giovanni Addolorata, è possibile immergersi tramite un viaggio onirico nella vita e nelle opere del padre fondatore della Secessione Viennese: la Klimt Experience si configura infatti come un percorso multimediale le cui proiezioni visive e sonore garantiscono allo spettatore un salto nel passato, per rivivere le emozioni e gli scenari che hanno visto Vienna protagonista e alimentato il genio di Gustav Klimt; da quello della nascente psicoanalisi, dominato da Freud, a quello della musica classica, in cui la contravvenzione di tutte le regole del tradizionale sistema tonale permise l’ascesa del compositore Arnold Schonberg.

-Carlotta Ketmaier &
Lorenzo Zannetti.

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DISCMAN 2.0 – #14 I leoni dei trulli

Come penso avrete capito dopo ben 14 articoli, Roma mi ha adottata, ma la mia mamma è un’altra: la Puglia. Il mio è un paese dell’alta Murgia, nella regione chiamata “la Jamaica italiana”: forse perché siamo un po’ scuretti di pelle, perché c’è un clima perfetto per la crescita di qualsiasi tipo di piantagione o perché abbiamo il sole in fronte (alcuni ne hanno anche troppo). Jamaica forse per la musica: il reggae. In tanti hanno provato a suonare quelle melodie per le quali il sedere si stacca e balla da solo mentre tu sei con una torcia in mano a cercare la bellezza della vita, e tra quelli che ci hanno provato e che continuano a farlo voglio presentarvi un gruppo a cui tengo particolarmente, che ho visto nascere, crescere e… volare. Direttamente dai trulli di Alberobello, i Lion’s Cage.

Per presentarveli al meglio, ho voluto che loro stessi vi parlassero della loro musica e dei loro dread: ecco a voi le mie 4 chiacchiere con Irven, il cantante.

Long live Reggae music, buona lettura.

Comincio col dire che io vi conosco dai tempi della “Giornata dell’arte” del liceo ma non vi ho mai chiesto come mai vi chiamate così. Ebbene, adesso è arrivato il momento: cosa significa Lion‘s Cage? Perché “la gabbia del leone”?

La gabbia del leone rappresenta la vita e ogni suo aspetto, rappresenta l’esperienza, le difficoltà e le gioie: un cammino lunghissimo, anche se la gabbia ci appare piccola e stretta. Il Leone è la gabbia, come la Gabbia è il leone. L’individuo è il mondo, come il mondo rappresenta tutte le realtà che l’individuo si costruisce intorno: la realtà è il riflesso di come ci poniamo ad essa, il prodotto di ciò che vogliamo vedere. Niente è meglio di una gabbia per produrre in qualcuno la sensazione di essere più grande di ciò che si è, per trasmettergli la voglia di aprirla e di fare lo sforzo di lavorare su se stessi per capire quali limiti ci si pone senza nemmeno aver provato!

Perché il pubblico dovrebbe ascoltare proprio voi e non un altro gruppo reggae? Convincetemi.

Il pubblico non dovrebbe ascoltare noi al posto di un altro gruppo reggae… ma potrebbe farlo per curiosità, per distaccarsi dalle solite tematiche che girano intorno alla scena reggae, per la ricerca di un sound differente!

Continuando a parlare dell’immagine, ho notato che quasi tutti avete i dread, siete rastaman: tra le tante cose, condividete tutti il pensiero rastafari o è solo una coincidenza?

Come dico nel brano Dreadlock: «a volte avere i dreadlock è solo una bella acconciatura». Ci sono molti dei temi Rastafariani come libertà, uguaglianza e ribellione che condividiamo sicuramente, ma non sono i soli messaggi che cerchiamo di dare con la nostra musica e con la nostra immagine. Certo, l’acconciatura dà un tocco esotico al gruppo, ma di rastafariano c’è ben poco! Io, ad esempio, sono di una religione che ama la buona volontà ed il fine stesso della vita: l’esperienza.

Cosa rappresenta Real life, questo primo album che avete pubblicato?

Real Life è la rappresentazione tangibile di tutti gli elementi caratteriali, fisici ed energetici della vita terrena: nove step, al settimo si trova la vita reale, l’illuminazione. Ma non è lì che si raggiunge l’apertura della famosa “Gabbia del leone”; vivere la vita reale in tutta la sua purezza lo si può solo con l’esperienza (traccia che chiude l’album). Real Life è l’inizio di un racconto che durerà quanto una vita di cambiamenti, avventure, storie e lezioni che aiuteranno il leone a crescere man mano.

Rispetto all’impronta ska iniziale state andando sempre più verso il “reggae delle 4:20” (permettetemelo). Avete voluto sperimentare o questa è la scelta definitiva?

Il reggae delle 4:20 mi piace, funziona! È un reggae fatto per rilassarsi e pensare, ballare e stare in compagnia di se stessi; siamo cresciuti dai tempi di Bredda Mikael, dando al nostro reggae l’impronta jazz e “pesante” tipica del genere più vicino alle radici che lo caratterizzano. Ma i Lion’s hanno una vena guerriera, ne sentirete delle belle!

Cosa dobbiamo aspettarci da voi? Progetti futuri?

Statene certi! I Lion’s Cage stanno viaggiando nel cosmo in cerca di nuove idee e soprattutto di se stessi, sempre più vicini a un punto saldo e resistente (“un centro di gravità permanente”), avranno come tutti delle difficoltà lungo il cammino, ma sarà in queste che vedranno delle opportunità! Nasce così il secondo album che ti annuncio in anteprima: We Care Of All Dem. Detto ciò, tenete ampi gli spiriti, che vi veniamo a prendere!

 

 

 -Caterina Calicchio.

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The Space In Between

C’è una sorta di varco che separa l’artista dal raggiungimento più pieno di se stesso; vale anche per l’uomo? Esiste davvero una dimensione “di mezzo” che tutti noi, prima o poi, dovremo affrontare per poter essere considerati “umani”?
La società di oggi è un insieme discontinuo di elementi; questo può rendere più vaga e distorta la visione universale delle cose. Spesso l’uomo ha dovuto scegliere fra l’armonia o la distruzione, fra quella che è la visione certa, finita e “bella” della realtà o una nuova consapevolezza della “bruttezza” e del suo sovversivo ed evanescente caos. Questa ambivalenza ha ridefinito costantemente gli schemi dell’arte contemporanea, poiché l’arte è riflesso dell’universo così come l’uomo lo è per la società. Ma cos’è questo riflesso e come lo si percepisce? Marina Abramovic tenta una risposta entrando nel cosiddetto “spazio di mezzo”, un misterioso varco di mistica energia insito in ogni essere umano. Cos’è questo spazio di mezzo e soprattutto, come lo si raggiunge?

Nata a Belgrado da una famiglia di ex militari partigiani della seconda guerra mondiale, verso la fine degli anni Sessanta approda come artista nello Student Cultural Centre, fulcro creativo e anticonformista della città che, nella Jugoslavia autoritaria di Tito, promuoveva artisti locali dal grande appeal anticonvenzionale. È proprio qui che, sotto l’influsso di artisti internazionali come Joseph Beuys, Marina sviluppa il proprio concetto di arte come performance, incapace di essere autoreferenziale perché bisognosa di un dialogo, di un riscontro attivo, immediato e puro con il pubblico, concreto fautore del prodotto artistico finale. Il medium è il corpo dell’artista, ora forza motrice e conoscitrice dell’arte, in grado di catturare lo spettatore in dimensioni parallele e tuttavia vissute nella realtà del momento artistico. Per approdare a ciò però bisogna prima oltrepassare uno “spazio di mezzo”, lo Space in Between, una barriera da infrangere per raggiungere il punto più puro di noi stessi: un luogo con cui noi tutti, in quanto umani, dovremo prima o poi fare i conti.
Questo è anche il tema centrale dell’ultima pellicola dell’artista, The Space In Between (2016), che ripercorre i tratti più salienti del suo recente viaggio in Brasile, dove Marina ha potuto sperimentare nuove sensazioni derivate dall’incontro con forti poteri spirituali e riti tribali locali: «È quando abbandoni tutte le tue abitudini e ti apri completamente al destino. Sei aperto a nuove idee. Per me questo spazio è quello più creativo dove un artista si possa mai trovare. È quando tutto diventa vulnerabile, perché esci dalla tua zona di comfort».


Come la vita, l’arte è un rituale, un flusso irrazionale e continuo di sensazioni e azioni che spingono l’uomo fino al limite fisico e mentale. Lo stesso che Marina intendeva sfidare nel celebre Rhythm 0 (1974) che la rese famosa. Qui l’artista dispose su un tavolo, quello della Galleria Morra di Napoli, 72 oggetti, alcuni di piacere (piume, scarpe, bottiglie, ecc.), altri di dolore (catene, fruste, martelli) o di morte (pistola, coltello); poi vi appoggiò un foglio: «Sul tavolo ci sono 72 oggetti che potete usare su di me come meglio credete: io mi assumo la totale responsabilità per sei ore. Alcuni di questi oggetti danno piacere, altri dolore». Inizialmente il pubblico era titubante, le porgeva delle rose o le pettinava I capelli. Dopo alcune ore però, l’animo umano si fece belva: qualcuno tentò di stuprarla, qualcun altro di accoltellarla o di ucciderla con un colpo di pistola. È a questo punto che l’esibizione venne interrotta, avendo sorpassato i limiti umanamente accettabili.
Ma, dopotutto, non è forse questo lo Space In Between? Un luogo desueto in cui l’uomo deve fare i conti con qualcosa che non conosce o che forse ha sempre conosciuto: un’energia che pervade l’essenza stessa dell’essere umano.

-Daniela Di Placido.