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Napoli in tuta acetata

Per questa edizione di Discman vi avevo promesso emozioni forti: ebbene, dopo Raffaella Carrà, per ragioni anche a me sconosciute, ho deciso di parlarvi di un gruppo poco conosciuto, ma che tutti prima o poi dovrebbero ascoltare per vivere più felici.

È successo che tra maggio e aprile scorso, la mia home di Facebook era invasa da questa copertina giallo sbiadito con un disegno al centro: tutti ne parlavano benissimo ed erano molto entusiasti, ma io sono sempre troppo poco curiosa; un bel giorno però, andando contro i miei pigri principi, decisi di ascoltarlo, nonostante avessi abbastanza paura si trattasse del nuovo album di Gigi D’Alessio: sapete, da un disco che si chiama Nuova Napoli, ci si può  aspettare di tutto. E invece no, Nuova Napoli è una delle più belle scoperte di tutto l’anno e definire la musica dei Nu Guinea innovativa o semplicemente strana sarebbe riduttivo: in questi casi, geniale penso sia l’aggettivo corretto… almeno per quanto mi riguarda.

Nu Guinea è un duo italiano, di Napoli per l’appunto, immigrato a Berlino, perché, si sa, nonostante sia la patria delle salsicce e dei crauti, la fredda capitale tedesca è anche il bacino dei suoni elettronici e della musica techno. E così, Massimo Di Lena e Lucio Aquilino, dal 2014 si sono trasformati per il mondo intero nei Nu Guinea e io non potrei essere più contenta. A prescindere dal nome discutibile e incognito, che ancora non mi spiego, l’album Nuova Napoli è così pieno di grinta, energia e bassi che persino Clara si alzerebbe dalla sedia a rotelle per ballare con Heidi e le caprette!

Definiti (da me medesima) gli Abba dei Quartieri Spagnoli, i Nu Guinea mischiano nella stessa traccia le sonorità più tipiche della disco anni ’80, quelle piene di energia, di colore e di coretti femminili degni dei Bee Gees o degli Abba, per l’appunto. In aggiunta, però, la parte meridionale del tutto: il magnifico dialetto partenopeo che rende tutto più popolare, più paesano. Ascoltando le tracce, sembrerà di stare nella strada di Forcella o a San Domenico, le vrenzole sui balconi che chiacchierano e un venditore ambulante che cerca di venderti persino un pelo pubico.

Penso che tra i suoni sintetizzati e un soave “A signor ‘re pizz fritte nun ce sta’ cchiù” si crei una chimica tale da non riuscire a stoppare il disco e a smettere di muovere i fianchi. Con questo disco nelle orecchie, non servirà più fare 4 ore di macchine per giungere alla città più focosa del Mediterraneo e mangiare la pizza più buona del mondo – sappiate che quando si tratta di cibo, sono molto seria – e bere il caffè perfetto.

… Bene, magari per il caffè vi consiglio di non affidarvi alle mie manine di fata e a rivolgervi al bar sotto casa, che magari assomiglia di più a quello napoletano, per tutto il resto, basta aprire bene le orecchie, ascoltare per credere!

 

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La difficoltosa situazione Brexit

Il 23 Giugno 2016 in Gran Bretagna, con un referendum consultivo, quasi il 52% della popolazione ha votato a favore dell’uscita del Paese dall’Unione Europea. Il Trattato di Lisbona (2009) ha introdotto l’articolo 50 che consente la possibilità di recedere dall’Unione Europea, definendone le modalità. L’articolo prevede che due anni dopo la notifica della volontà di recesso, i trattati non verranno più applicati. La scadenza dei due anni per la Gran Bretagna è fissata il 29 Marzo 2019 e in tale data dovrebbe uscire ufficialmente dall’Unione; i negoziati sono conclusi ed è stata elaborata una bozza di accordo di separazione che è al vaglio del Parlamento inglese.

La situazione però non si risolverà entro Marzo; infatti, se il documento venisse approvato, continuerebbero i negoziati tra Unione Europea e Gran Bretagna sulla base di questo accordo. I punti di maggior preoccupazione riguardano il confine tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, lo status dei cittadini europei e i servizi finanziari. Dalla bozza di accordo di separazione si evince che fino al 31 Dicembre 2020 il diritto europeo avrebbe il primato su quello nazionale  e la Corte di Giustizia europea avrebbe giurisprudenza sulle controversie riguardanti il diritto dell’Unione, ma cosa ancora più importante, tutte le decisioni del governo britannico dovranno essere interpretate conformemente alle decisioni della Corte di Giustizia.

Un punto caldo è la questione irlandese, sulla quale ancora non si è arrivati a un’intesa definitiva. Perché è importante? Si è ipotizzato che l’Irlanda del Nord possa continuare a far parte del mercato unico e dell’unione doganale non ripristinando quindi le barriere con l’Irlanda. Questa soluzione porterebbe però a una divisione territoriale della Gran Bretagna e ad un vantaggio economico non indifferente rispetto al Galles, alla Scozia e all’Inghilterra, che invece uscirebbero dal mercato unico europeo.

Per quanto riguarda i cittadini europei stabilitisi nel territorio del Regno Unito, fino al Dicembre 2020 potranno continuare a fondare il loro soggiorno in base alla cittadinanza europea, mentre chi arriverà successivamente non godrà degli stessi diritti; l’intenzione della premier May, per di più dopo la Brexit, è quella di ridurre sotto i 100.000 gli ingressi annuali. Inoltre la Gran Bretagna si è impegnata a pagare 40 miliardi di euro all’Unione Europea.

Dove tutto ha avuto inizio? Nel 1975 la Gran Bretagna è entrata nell’Unione Europea con un referendum che ha visto favorevoli il 65% dei votanti; nonostante l’alto consenso di cui ha goduto l’ingresso nell’Unione, i rapporti tra Gran Bretagna e UE non sono mai stati idilliaci. Negli anni ’80 la Thatcher ottenne la restituzione di  una parte dei contributi versati a favore del bilancio comunitario (famosa la frase I want my money back), uno sconto che tuttora Londra mantiene. Un ulteriore fatto che differenzia la Gran Bretagna dagli altri stati membri è stata la possibilità di ottenere 4 opting out (nessun altro paese ne ha tanti), tra i quali ricordiamo l’aver mantenuto la sterlina.

Nel 2015 il governo britannico chiese al Consiglio una rinegoziazione della sua posizione all’interno dell’Unione, con la richiesta di uno status speciale in materia: finanziaria; di welfare state; sovranità territoriale e immigrazione. Il governo Cameron, forte di due referendum vittoriosi alle spalle, per rafforzare la sua posizione dopo l’accordo raggiunto con Bruxelles indisse il referendum sulla Brexit. Cameron, favorevole al remain, dopo la sconfitta si dimise, sostituito dalla May, leader del Partito Conservatore.

In Italia non sarebbe possibile fare lo stesso tipo di referendum in quanto l’articolo 75 della Costituzione non ammette consultazioni in materia di trattati internazionali.

 

-Erica D’Ignoti

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Bandersnatch – scegli ma non hai scelta

Bandersnatch è un librogame, un tipo di narrativa in cui il lettore prende, attraverso l’uso di sezioni, paragrafi o pagine numerate, scelte che condizioneranno l’esito del racconto.
Scritto da Jerome F. Davies, un (fittizio) genio pazzo con una storia trucolenta, diventa la trama del videogioco interattivo che inizia a progettare Stefan Butler nel 1984. Tramite la società che vuole acquistare il gioco, la Tuckersoft, Stefan entra in relazione con personaggi come Colin Ritman, che influenzeranno più o meno la sua vita, a seconda delle scelte dello spettatore. Stefan è un personaggio complesso, un disturbo post traumatico, a seguito dell’incidente che gli ha portato via sua madre e di cui si sente in parte responsabile, lo costringe a dover prendere dei farmaci e a farsi seguire con una terapia da una psicologa. Bandersnatch potrebbe essere il suo successo, la sua rovina, potrebbe confonderlo, potrebbe essere tutto una finzione, potrebbe essere la causa di diversi omicidi o del suo suicidio. Sta allo spettatore deciderne la sorte.

Il film si articola in molti modi diversi, alcune scelte condizionano solo piccole cose come le pubblicità in televisione o che tipo di musica far sentire a Stefan, ma la maggior parte delle scelte fanno la differenza e creano mille sfaccettature nella trama della storia, alcune sono variazioni di un percorso stabilito, altre pilotano bruscamente le trame del film. Ci sono circa una decina di finali, a conclusione di storie che possono durare dai quaranta minuti alle due ore e mezza. Questo perché c’è un percorso “migliore”, o meglio un paio di percorsi migliori, su cui sei dirottato a cliccare, che sei obbligato a scegliere per non finire in conclusioni frettolose e scontate.

La parte interessante della puntata però, quella che ti immerge in molteplici riflessioni, è il momento in cui Stefan inizia a rendersi conto che qualcuno sta manovrando le sue scelte e sta decidendo per lui sulle sue azioni e sulla sua esistenza. Potrebbe essere il Programma di Controllo Governativo, potrebbe essere il Glifo, simbolo delle biforcazioni del libro, del gioco, della puntata e della sua vita, o si scoprono le carte e potrebbe essere Netflix, e quindi noi che guardando l’episodio stiamo cliccando per far si che Stefan scelga.
Stefan si rende conto che il mondo è tutto un bivio di decisioni da prendere e che per quanto tu sia illuso di poter prendere le tue scelte in totale autonomia e di avere il libero arbitrio, comunque qualcuno ti sta indirizzando e pilotando verso un finale stabilito.

 “E’ lo spirito li fuori connesso con il nostro mondo che decide cosa facciamo e noi dobbiamo soltanto assecondarlo” – Colin

E questo discorso vale anche per tutto l’episodio di Bandersnatch. Clicchi delle scelte ma Stefan può decidere di tornare indietro, di non mangiarsi le unghie e di non distruggere il computer. Non perché lo voglia lui, ma perché lo vogliono gli autori.

 “Ci sono messaggi in ogni gioco. Come Pacman.
Crede di avere il libero arbitrio ma è incastrato in un labirinto, in un sistema. Può solo consumare, è inseguito da demoni che sono nella sua testa, e anche se scappa uscendo dal lato del labirinto, torna subito dentro, dall’altro lato. Per le persone è un gioco felice, ma non lo è.
E’ un cazzo di mondo da incubo e la cosa peggiore è che è reale, ci viviamo dentro.” – Colin

La teoria che Stefan elabora con Colin, sotto effetto di allucinogeni, in una delle alternative, affermerebbe che viviamo in un mondo costruito su molteplici realtà simili a quella che percepiamo ma in cui si sono fatte scelte diverse. Questo vuol dire che le nostre azioni, prese in base a decisioni forse non nostre, nel quadro complessivo non valgono niente, possiamo influenzare altre realtà e altri percorsi, ma non definire un finale o più finali, perché ce ne sono infiniti.  Oppure niente accade davvero, ma è tutta un’illusione, non vivi la tua vita normalmente ma sei all’interno di una ricostruzione, stai interpretando un ruolo con un copione scritto da qualcun altro, senza conoscerne né il motivo né l’esistenza.

La critica di questo episodio è spezzata. In molti credono che la trama sia scialba, che gli autori abbiano puntato solo al coinvolgimento dello spettatore, al suo intrattenimento partecipato, proprio in linea con una delle storylines del film, in cui allora ci si pone il problema che se ogni cosa è creata per uno spettatore del futuro (che siamo noi che guardiamo Bandersnatch) allora il tutto debba essere più dinamico e avventuroso, portando la storia ad un finale con un surreale combattimento armato stile manga.
Il film effettivamente fatica a procedere, si rimane svegli dalla curiosità dell’infinita possibilità di scelta, ma i dialoghi sono un po’ lenti, le tonalità di colori ripetitive e alcuni finali scontati.
Qualcuno addirittura pensa che Netflix abbia voluto strafare, autocelebrandosi più volte nel corso dell’episodio attraverso una ventina di Easter Eggs su Black Mirror e attraverso alcuni finali.
L’altra sponda della critica invece ne è rimasta soddisfatta, per l’innovazione principalmente e per le prospettive future, ma anche per alcuni passaggi particolarmente intensi.

Per il resto, a voi il vostro finale, a voi il giudizio.

 

-Irene Iodice

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Ma che li fate a fa? Si poi v’odiate

Er Presepio

Ve ringrazio de core, brava gente, / pè ‘sti presepi che me preparate, / ma che li fate a fa? Si poi v’odiate, / si de st’amore nun capite gnente… / Pé st’amore so nato e ce so morto, / da secoli lo spargo da la croce, / ma la parola mia pare ‘na voce / sperduta ner deserto senza ascolto. // La gente fa er presepe e nun me sente, / cerca sempre de fallo più sfarzoso, / però cià er core freddo e indifferente / e nun capisce che senza l’amore / è cianfrusaja che nun cià valore.

Trilussa

Cristiani, atei, agnostici, appartenenti ad una qualsiasi fede, nel mondo occidentale sta arrivando il Natale, ricorrenza festiva per molti versi ormai slegata dalla sua matrice religiosa. L’arrivo di Babbo Natale ha rubato la scena alla nascita di Gesù, è cambiato il mondo, è cambiata la società, sono cambiate le nostre priorità. Il Natale è storicamente una festa ricca di simboli, tradizioni iconiche che segnano l’immaginario comune, l’albero addobbato, le decorazioni, i dolci tipici, i mercatini, le luci, il presepe. Già, Er presepio come lo chiama Trilussa nella sua nota poesia, la secolare usanza italiana che attribuiamo a San Francesco d’Assisi, il quale, secondo la tradizione, fu il primo a riprodurre la scena della natività nel lontano 1223 a Greccio. Da allora il presepe si è diffuso in tutto il mondo cattolico declinandosi in varie forme in ogni angolo del Globo. Ma rimanendo alla nostra piccola realtà, questa Italia culla di civiltà e di pensieri, cosa rimane oggi dei simboli davvero? Partiamo da un dato di fatto, in quanto a realizzazione ed esposizione di presepi siamo leader; nelle case, nelle scuole, nelle chiese, in sale museali, in Italia ogni anno nascono milioni di bambinelli! Ora, appurato il buono stato di salute della nostra tradizione e l’asserita cristianità della maggior parte della popolazione italiana, non riesco a non vedere una contraddizione tra il Paese che viviamo ed il grande messaggio di pace e amore che proclamiamo solennemente in questo periodo dell’anno. Il recente rapporto Censis 2018 espone numeri chiarissimi: il 63% della popolazione vede negativamente l’ingresso di persone da paesi extra-comunitari, il 45% si dichiara diffidente anche verso l’immigrazione Schengen. Il fenomeno di chiusura e paura verso l’altro va sotto il nome di “sovranismo psicologico”, una realtà ormai conclamata nel nostro Paese, respirabile per strada, sui social, nel dibattito politico. Ora, a prescindere dalla fede, il Santo Natale dovrebbe essere la festa della gioia e dell’inclusione, dovremmo essere tutti più buoni, dovremmo amare i nostri fratelli, tutti i nostri fratelli. E torniamo al punto, il presepe è la raffigurazione di una storia di accoglienza, di ultimi della società rifiutati da tutti e costretti a dare alla luce il Figlio in una mangiatoia. Non è nato da re Gesù, al giorno d’oggi probabilmente nascerebbe su un barcone, ogni anno ripercorriamo con animo fedele le vicende di quella povera e sacra famiglia, perseguitata e costretta a vivere nascosta. Ci dichiariamo credenti in valori altissimi che poi disattendiamo quotidianamente. Certo, è facile parlare, forse sono buonista, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e di buone intenzioni non si vive; già, ma il messaggio che ci ha lasciato Lui non è semplice, tant’è che spesso preferiamo girare la testa e fare finta che vada tutto bene. Io scrivo queste parole non perché mi senta migliore, anzi, sono molti i dubbi che mi hanno assalito nel redigere questo editoriale, scrivo proprio per condividere le umane perplessità che avverto con l’approssimarsi del Natale, quella ricerca di essere davvero tutti più buoni che si scontra con una realtà che spesso incattivisce. “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”, parole pesanti pronunciate da Cristo, riportate in questo passo della prima lettera di Giovanni, che fanno riflettere trasversalmente; non serve essere credenti per capire la potenza di queste parole, cosa è rimasto dei simboli, in cosa crediamo davvero? Questo è il mio auspicio, che il simbolo per eccellenza del Natale, il presepe, torni a far riflettere sul percorso che l’umanità sta intraprendendo, che non sia solo una decorazione, che unisca i fratelli, tutti i fratelli, di ogni colore, di ogni lingua, di ogni cultura, perché senza l’amore è cianfrusaja che nun cià valore.

-Gabriele Russo

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Il Cinématographe Lumière nella società di massa

Fin de siècle. L’Europa sciagurata, che con certezza di opinione amava autodefinirsi dominatrice del mondo, si dirigeva come un treno in corsa dalla seconda industrializzazione alla prima guerra mondiale e in quel tripudio di fermenti positivisti e pioneristici, caratteristici della belle époque, il vecchio continente nell’ora del suo tramonto era ironicamente bello a vedersi. Bello appare ancora a noi osservandolo negli oltre 1400 filmati contenuti nel catalogo Lumière, nel quale, diviso per generi, è raccolto tutto il materiale girato dai due fratelli di Lione dal 1895 al 1907. Se il verdetto storico che li sancisce come i padri del cinema può essere oggetto di discussione, non può esserlo il loro ruolo di grandi inventori, industriali e primi autori del cinema. I Lumière sono stati capaci di restituirci, nonostante la giovinezza del loro mezzo, un’immagine sensazionale degli uomini e della terra in cui agivano attraverso delle vedute estremamente positive e dei ritratti provenienti da ogni continente grazie agli operatori Lumière dispersi per il globo.

Il cinema attirò inizialmente le masse urbane occidentali mostrando con la propria funzione documentarista il dinamismo crescente della vita quotidiana, della realtà registrata, sia quella esoticamente lontana, sia quella in cui si era direttamente immersi. Ma nei filmati dei Lumière già si può ammirare una prima conversione alla finzione, che Méliès svilupperà immediatamente dopo: furono allestite scene surreali, umoristiche, ironiche. Il dinamismo delle loro pellicole contiene tutto il futuro del cinema, mostra la vita come non si era mai potuta contemplare. Gli operatori riprendono unitamente, con i loro incredibili strumenti, la realtà ed il regno del miracolo, in un connubio di ingenuità e purezza. Con spirito innovatore i due fratelli hanno mise en scène l’entusiasmo che stava per travolgere il mondo. Un mondo controllabile e presuntuosamente sorvegliato da quell’Europa che ora poteva andarsene in giro collezionando sempre nuove vedute, spostando costantemente l’orizzonte, alimentando fantasie e concezioni. La rivoluzione permanente delle immagini ha inizio con i Lumière, che – come disse il grande Jean Renoir – “aprirono la porta alla nostra immaginazione”, elevando di fatto il cinematografo a Settima Arte. Un mezzo di proiezione ed esplorazione della realtà, una “realtà fotografica” accolta direttamente dai nostri occhi.  Vengono mostrate partenze ed arrivi di navi, automobili, treni, carrozze, tram, momenti di svago come partite a bocce e a carte, spaccati dell’atmosfera borghese osservabili nei giardini privati, strade più o meno affollate, lo stile di vita prevalentemente urbano di quegli anni a cavallo fra Ottocento e Novecento. I momenti di piacere e gioco non furono gli unici protagonisti. Louis e Auguste impressero su pellicola anche la Francia che lavorava per la nazione: falegnami, operai, edili, maniscalchi, contadini, pescatori.

“Non pensavo che la gente sarebbe potuta rimanere delle ore a guardare il cinematografo” disse Louis Lumière, ormai anziano, in un’intervista del 1948. Ma già le prime proiezioni furono un mezzo di espressione al tempo stesso realistico e onirico, che unirono realtà rigorosamente naturale, razionale ed estremo incanto, sposandosi egregiamente con la mentalità ottimistica e positiva ancora spensieratamente dilagante. L’opera dei Lumière ha chiuso di fatto un’epoca, quella ottocentesca, voltandogli deliberatamente le spalle e traghettando quello stesso mondo in una nuova dimensione novecentesca, allontanandosi dalle passate concezioni e inaugurando un rinnovato modo di raffigurarsi e riflettersi nell’arte. Il ricchissimo catalogo Lumière trasmette tuttora con il suo mutismo e le sue sperimentazioni registiche atmosfere candide, serene, laboriose, in cui operano soggetti curiosi, leggiadri e colti da un sorriso profondamente speranzoso che indirizzano timidamente alla macchina del loro regista. Quel sogno permanente che, fortunatamente, è ancora per noi il Cinema, è nato e vissuto in un contesto onirico, quello della già citata “belle époque”. Frutto dell’applicazione pratica di un’invenzione dell’industria chimica, la celluloide, il cinema aveva un fascino tutto particolare: faceva vedere mondi lontani, immaginare storie via via sempre più avvincenti, in una parola sognare.

Ma si deve prestare attenzione, la Storia, soprattutto quella sociale, non è un percorso univoco e lineare, non tutti gli occhi si persero in un tripudio di spensierato stupore ed eccitazione. Le parole di uno scrittore russo mostrano un diverso approccio emotivo al cinematografo; Maksim Gor’kij vide a Mosca i primi prodotti dei fratelli Lumière e così li recensì in un articolo apparso il 4 luglio 1896: “Ieri sono stato nel regno delle ombre. È un mondo privo di suoni e di colori. Un mondo in cui tutto è dipinto di un grigio monotono. […] Questa non è vita, ma ombra di vita; non è movimento ma silenziosa ombra di movimento. […] I vostri nervi si tendono, l’immaginazione vi trasporta in una nuova vita, di fantasmi o di uomini, colpiti dalla maledizione dell’eterno silenzio, privati di tutti i colori, di tutti i suoi suoni, insomma della sua parte migliore. È terribile vedere questo grigio movimento di ombre grigie, silenziose, mute. […] Che non sia forse un’allusione alla vita del futuro?”

L’immaginazione ha potuto condurre, quindi, anche ad una visione spettrale, ad un lugubre teatro di ombre che diviene metafora dell’alienazione, dell’estraniazione dell’uomo contemporaneo da se stesso, di cui noi tuttora siamo il frutto. Alla massificazione della società, che faceva il suo ingresso nelle sempre più gremite sale cinematografiche, nei caffè, salotti, teatri, club, si affiancava il paradossale timore di vivere in una folla urbana votata all’anonimato, all’individualismo, che non entra in relazioni reciproche. L’avvento del cinema, come di qualunque altra grande innovazione della seconda rivoluzione industriale, ha comportato un’opposizione fra chi osservava il progresso come fonte illimitata di felicità e di ottimismo e chi invece gli volgeva occhiate titubanti, cariche di angosce non ancora ben delineate.

-Alessandro Berti

 

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LADRI DI BANKSY

“Un muro è una grande arma. E’ una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno” – Banksy

Chi si cela dietro il nome di battaglia “Banksy” è forse il più grande street artist di sempre.
Ma se sia un lui, una lei, o un collettivo di artisti, sono in pochi a saperlo.

Ha scelto di rimanere anonimo, di non identificarsi, e all’inizio questo ha attivato una vera e propria caccia all’uomo, taglie sulla sua identità su Ebay, inserzioni, giornalisti, poliziotti.
Quello che fa è illegale e viene considerato vandalismo e autenticando le sue opere ammetterebbe un reato.

I murales che appaiono quando le città dormono, i primi attorno agli anni 2000, rappresentano scimmie, topi, bambini o poliziotti che a loro volta scrivono e lasciano messaggi provocatori sui muri.
Il ratto è l’immagine iconica di Banksy, ne ha un esercito disseminato in tutto il mondo, è l’incarnazione di quella parte di popolazione emarginata, rifiutata e rigettata dalle classi più abbienti.

“Se sei sporco, insignificante e nessuno ti ama, i ratti sono il tuo modello definitivo” – Banksy

Attraverso stencil via via più complessi, a 2/3 tonalità d’ombreggiatura e con l’utilizzo di caratteri liberi e schizzi, i messaggi che Banksy lascia sui muri di tutto il mondo hanno un modo ironico e sfrontato di raccontare e denunciare tutte le falle della società: la condizione umana, il divario sociale, la povertà, l’omologazione, le regole di facciata, la manipolazione mediatica, lo sfruttamento, la guerra, le repressioni della polizia, l’inquinamento del pianeta, il maltrattamento degli animali.

Lo scopo della street art, nata negli anni ’60 come una forma di protesta, è infatti quello di divulgare, comunicare, connettersi, far pensare, creare un senso di consapevolezza di quello che siamo e di quello che ci circonda, rendendo partecipe un numero enorme di persone, che vengono “colpite” semplicemente camminando per strada.
Non c’è un biglietto, non c’è un museo, una galleria.
E’ lì per tutti, senza nessuna distinzione di razza, sesso, età, classe sociale, classe economica, eppure in molti non riescono a comprendere questo concetto.

“Le persone che governano le nostre città non capiscono i graffiti perché pensano che niente abbia il diritto di esistere, a meno che non generi un profitto” – Banksy

In ogni parte del mondo ci sia un’opera di Banksy, c’è in agguato un ladro.
Il film-evento di dicembre L’uomo che rubò Banksy del circuito Arte al cinema ci racconta la storia di Walid “la Bestia” e del furto dell’opera palestinese Donkey’s Documents, il docu-film Saving Banksy ci spiega il caso del Ratto Socialista e, insieme al documentario Banksy does New York, illustrano la complicata controversia della compravendita delle opere di Street Art.

Walid la Bestia, sotto ordine di Mikael Kawanati, brutalizza un muro di cemento con martelli pneumatici, seghe diamantate, flessibili ad acqua e frullini di grandi dimensioni e si porta via Donkey’s Documents, un’opera di 4 tonnellate che raffigura un soldato israeliano che controlla i documenti ad un asino palestinese, portando l’attenzione sul conflitto tra Palestina e Israele e sul muro eretto nel 2003 come soluzione alla guerra.

Le motivazioni di questi veri e propri furti sono molteplici.
La più becera e banale è quella di trarne un profitto, vendendola alle case d’asta, che a loro volta la venderanno per miliardi di dollari a qualche ricco collezionista che metterà un’opera con lo scopo sociale di essere per tutti, nel salotto della sua lussuosa villa.
Strappata al proprio contesto per essere ammirata solo da quelle persone che incarnano gli ideali combattuti dall’artista con gli spray.
Oppure, come spesso succede, le opere rimangono invendute, sottratte al pubblico per finire imballate e nascoste in grandi magazzini.

In Saving Banksy il ladro Brian Greif ha perlomeno scopi nobili: il Comune di San Francisco infatti non tollera la presenza di street art sui propri muri ma non vuole pagare per la rimozione. Per questo motivo se sei proprietario di un edificio che viene taggato, è tua responsabilità cancellare questi tag, o verrai multato e sulla tua casa verrà messa un’ipoteca.
Così a San Francisco i murales di Banksy sono via via spariti tutti.
Brian Greif si prende quindi la responsabilità di “salvare” il “Ratto Socialista”, rimuovendolo con molti sforzi, trattative e molto denaro, dal posto originale per regalarlo ad un museo cittadino che potesse preservarlo ed esporlo in maniera gratuita.
I musei però richiedono il consenso dell’artista per poter trattare l’opera.

“Alcuni artisti creano i propri lavori perché vengano distrutti, non vogliono che l’arte sopravviva, e quindi non spetta al museo preservarle contro la loro volontà. Se un’opera d’arte è stata fatta per stare in un luogo pubblico, allora forse l’artista non vuole vederla in un museo” – afferma John Zarobell, curatore del SFMOMA.

Consenso e diritto d’autore sono problemi che nessuno si pone mai nel momento del furto.
Si pensa che visto che l’opera è “incustodita” se ne possa fare quello che si vuole, senza chiedere e senza dare all’artista nemmeno una piccola parte del ricavato dalla vendita delle sue opere per miliardi di dollari.
Un altro problema è il concetto dell’effimero.
Molti artisti non vogliono preservare, custodire e mantenere nel tempo i loro lavori.

“Gli street artists fanno altre opere nei loro studi, che vengono firmate e vendute. Quello è il modo per farsi ricordare e lasciare una traccia. Dobbiamo essere noi a decidere cosa vogliamo vendere e conservare.”- afferma Ben Eine, street artist e collaboratore di Banksy.

La mercificazione di opere realizzate senza alcuno scopo di lucro per essere ammirate gratuitamente, spesso fa scattare la reazione degli artisti.
L’ultimo caso Banksy è quello del quadro della Bambina con il palloncino che, appena battuto all’asta per una grande somma di denaro, si è autodistrutto grazie ad un sistema mangiacarta installato nella cornice.
Oppure il caso Blu a Bologna, che ha cancellato ogni singola opera realizzata per la città, perché soggette a percorsi turistici a pagamento.

“Non possiamo fare nulla per cambiare il mondo, finche il capitalismo non crolla”- Bansky

 

-Irene Iodice

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Un teen drama tutto italiano

Devo ammettere che con la sessione invernale imminente sto trascurando le serie tv, ad eccezione di Star Wars Resistance, che mi occupa solo pochi minuti a settimana. Tuttavia mi sono imbattuto nella recente e troppo pubblicizzata Baby, diretta da Andrea De Sica e Anna Negri, disponibile dal 30 novembre su Netflix. La prima stagione è composta da solo sei episodi, così ho deciso di fare binge watching e tirare le somme. Considerando che è la seconda serie italiana distribuita da Netflix – la prima è stata Suburra – ero molto curioso di vedere questo nuovo prodotto, desiderio alimentato anche dal fatto che la produzione è “giovane”. Da menzionare per questo è il collettivo GRAMS a cui è stata affidata la stesura della sceneggiatura, ma anche tanti volti nuovi nel cast. Preannunciava da una parte un secondo successo non solo in Italia ma anche in buona parte del mondo, grazie alla distribuzione contemporanea in 190 paesi; dall’altra, avrebbe dato più visibilità alla nuova generazione di creativi che da tempo cercano di scavarsi una nicchia nel panorama mainstream del cinema italiano.

Con Baby infatti le idee nuove sembrano non mancare: si prende in esame lo scandalo delle baby squillo dei Parioli. Seguiremo le vicende di Chiara e Ludovica, interpretate rispettivamente da Benedetta Porcaroli e Alice Pagani (viene sempre citata la sua apparizione in Loro di Paolo Sorrentino, forse per evidenziare di più la pessima performance attoriale), due liceali di una scuola privata “nel quartiere più bello di Roma” che imboccheranno la strada delle baby squillo, il tutto contornato da tante sottotrame caratterizzate dalle solite vicende tra adolescenti: amore, droga e feste. Una serie con molto potenziale, dunque, ma che purtroppo, a mio parere, delude le aspettative.

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In primo luogo, la serie manca di uno stile proprio. Quello che vediamo sullo schermo è un susseguirsi di cliché che cercano di ricalcare i luoghi comuni tipici dei “pariolini” o degli adolescenti in generale, ma tutto ciò risulta invece una copia dei teen drama americani o, per restare in tema Netflix, della recente serie spagnola Élite. Questa eccessiva aderenza a prodotti già visti fa risultare l’opera piatta e priva di impegno: ci sarebbe stato molto da raccontare sui Parioli e su Roma, tanti personaggi da rappresentare e quant’altro, ma la produzione ha optato per la strada più facile, rendendo la Città Eterna una metropoli come tante altre. Continuando per questa strada, nel corso di ogni episodio possiamo notare una recitazione assente, con picchi di trash degni di una produzione di Lori Del Santo. I dialoghi risultano fortemente artificiosi, ogni conversazione sembra forzata giusto per far andare avanti una trama che vacilla ugualmente, pregna di lacune. Infatti appare difficile capire le motivazioni che hanno spinto ad esempio Chiara a intraprendere quella determinata strada, o la vicenda della retta scolastica non pagata da Ludovica. Inoltre i personaggi hanno uno spessore quasi nullo, a partire dai genitori dei vari adolescenti, che esistono quasi solo come oggetti per riempire le inquadrature, ma anche i ragazzi stessi; si cerca di introdurre in una maniera a dir poco imbarazzante la tematica dell’omosessualità.

E ancora, tutte le storyline mancano di quel pathos che di solito fa venire voglia di vedere un altro episodio: accade tutto così velocemente, senza quasi nessun nesso di causa-effetto; non si ha il tempo di metabolizzare quanto avvenuto che già viene proposta una nuova vicenda, fino a giungere al finale, insipido e disorientante, ma che tira per i capelli un futuro seguito di cui non si sente proprio il bisogno.

Ciò che si salva, nella serie, è veramente poco. La regia di De Sica a tratti sembra ambiziosa e abile ma in altri risulta elementare, con campi e controcampi sbagliati o attori che guardano in macchina quando non dovrebbero. Un’altra cosa che mi è piaciuta è la presenza dei social anche a scopo diegetico: per una volta possiamo vedere qualcuno che riesce a integrare per bene nel racconto la tecnologia dei nostri tempi, desistendo dal fare la solita critica su quanto sia nociva per le attuali generazioni. Belli anche gli effetti con cui vengono mostrare le conversazioni tramite messaggi o le interazioni tramite gli altri Social Network.

Nonostante tutte le critiche, però la serie sta riscuotendo successo. Tolti i ragazzi oltre i diciotto anni che spero vivamente la guardino solo per farsi due risate in compagnia, la fascia di età che sembra apprezzare di più è quella che va dai tredici ai diciassette anni: questi sentono proprie le tematiche trattate nella serie, dopotutto sono clichè rappresentati un po’ ovunque e la stessa reazione avvenne anche con il boom dei libri e film di Federico Moccia, quindi probabilmente avremo una seconda stagione per accontentare la fame di intrighi tra adolescenti americani-che-però-vivono-a-Roma.

Ciò che mi lascia perplesso, infine, è l’impronta che questa serie lascia nel panorama dell’audiovisivo italiano. Sappiamo che il cinema e la televisione sono in crisi in Italia, molte produzioni sono ancora riservate alle vecchie generazioni di registi, per i giovani lo spazio è quasi assente e per lo più ci si affida al cinema indipendente, per cui spesso i film neanche escono in sala o non vengono pubblicizzati o distribuiti a dovere. Se si tratta di serialità televisiva è ancora peggio, poiché nessuno investe in produzioni al di fuori delle classiche fiction. Per una volta che invece viene data una possibilità ai giovani di dimostrare quanto si può valere, possibilità che può assumere un valore di opportunità importante per il futuro dell’industria, questa si rivela un fiasco.

 

-Matteo Verban

 

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Chi non ha Paura vive PER SEMPRE

Così si presenta “Bohemian Rhapsody”,  il film biografico/tributo più rischioso degli ultimi anni. L’impavida pellicola segue i primi quindici anni della celeberrima rockband dei Queen e del suo carismatico frontman Freddie Mercury. Un film che non ha decisamente avuto paura di tentare l’impossibile: riportare in vita la leggenda.

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*SPOILER FREE*

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Quando e se si decide di parlare di film come Bohemian Rhapsody, così come molte altre opere del genere biopic/tribute movie, si dovrebbe evitare di analizzarli unicamente da severi storiografi. Potrà generare disaccordo ma a volte le licenze poetiche e le inesattezze storiche sono inevitabili e funzionali allo scopo: rendere protagonista, nel bene o nel male, il soggetto che si sceglie di omaggiare e far risaltare raccontandone la storia più o meno rielaborata. Bohemian Rhapsody  non vuole essere un film storico né un fedele documentario sui primi 15 anni di attività dei Queen, è bene ricordarlo prima di proseguire.
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Dunque, mettere mano su una figura non solo iconica -sotto più punti di vista- ma anche amata all’inverosimile quale lo era e lo è tutt’oggi quella di Freddie Mercury (fan o meno, nel 2018 non è ormai necessario aprire una digressione esplicativa su quest’uomo e la sua band), ha significato entrare nell’intimità di un’amplia fetta di popolazione mondiale e dirle: “Ok, proveremo a riportare in vita per 130 minuti un idolo e a restituirvi delle emozioni viscerali che vi sono state tolte decisamente troppo presto”. Una sfida importante e rischiosa che non a caso ha richiesto anni di progettazione, varie peripezie e una buona dose di volontà da parte dei produttori della pellicola tra cui Brian May e Roger Taylor, rispettivamente  il chitarrista ed il batterista/membro fondatore dei Queen nonché compagni storici di vita del frontman della band.  Anni trascorsi a cercare il volto che potesse riportare in vita una leggenda e svariate controversie a riguardo, giusto qualche difficoltà nella sceneggiatura di un pezzo di storia della musica, un delicatissimo processo di estrazione e pulizia delle tracce vocali originali dai vari concerti live (fare un film su un uomo dalla voce ineguagliabile fornendogliene un’altra sarebbe stato al quanto controproducente) e, per concludere in bellezza, un cambio improvviso di regia da affrontare a pochi mesi dalla data di rilascio della pellicola. C’era dunque abbastanza materiale per giustificare una resa incondizionata da parte dell’intera produzione ma, e questo è un “ma” grande quanto un palazzo intero, accade spesso che quando sono gli stessi protagonisti della storia a volerla raccontare, ci riescono a qualsiasi costo. Perciò eccoci qui a parlare di un film di cui si parla ormai da mesi, da anni per chi lo ha sempre aspettato. Risulta d’obbligo in tali circostanze  ribadire l’ovvio, quanto stavolta (come nella maggior parte dei casi) corrisponde con ciò che ha omogeneamente messo d’accordo la critica mondiale: la prova attoriale fornita da Rami Malek nei panni di Freddie Mercury è inaspettatamente e perfettamente all’altezza del personaggio. Chi ha amato con tutto il cuore il performer dei Queen, di fatto uno dei più ben voluti showmen nella storia della musica, sa bene perché si renda necessario l’utilizzo di avverbi come “inaspettatamente” quando si parla del risultato ottenuto da questo film. Probabilmente tutti, una volta appreso in via ufficiale il nome di chi avrebbe interpretato Sua Maestà, avremo avuto un pensiero del genere: “Oh povero Rami. Così hanno rifilato a te la patata bollente, eh? Peccato eri simpatico e così promettente. Chissà se ne uscirai vivo.”. Eppure il signor Malek è attualmente vivo e vegeto e si gode i meritati frutti del suo miracolo, rispondendo così a chi chiede cosa abbia significato per lui questa fatica Eraclea:
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Prima di interpretare Freddie Mercury per questo film, non avevo un così immenso e a dir poco reverenziale rispetto nei confronti della sua figura di artista. Ma adesso, che dire…ecco un uomo capace di cantare “We Are The Champion” in un’arena, piena di gente, in cui tutti cantavano insieme a lui. La sua abilità nell’unire le persone al di là di lingue, nazionalità e differenze culturali era davvero avanti con i tempi. Non c’è nessuno come lui in questo.
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Ironia della sorte l’attore sembra aver ereditato dal personaggio la medesima caratteristica; la capacità di unire i critici che passano al vaglio da circa un mese, senza trovarvi la minima pecca, le sue movenze, la sua mimica facciale ed il suo modo di esprimersi parlando, o stando in silenzio, nelle vesti del cantante. Tuttavia l’uomo che ha dovuto addossarsi il peso di una leggenda, non l’ha fatto di certo a cuor leggero. Malek racconta infatti di aver trascorso notti insonni a guardare e riguardare tutti i video attualmente disponibili delle più celebri esibizioni dei Queen e dei vari backstage e interviste. Mesi passati a studiare un animo così geniale, complesso e turbato che “non voleva morire ma a volte desiderava di non essere mai nato”. Imitarne gli slang, l’ironia e ogni minimo gesto quotidiano, persino il modo di accendere una sigaretta, arricciare le labbra o portarsi la mano alla bocca per nascondere i denti. Il tutto, a tal proposito, con in bocca ogni giorno, per almeno 12 ore al giorno, un’ingombrante dentiera plasmata sul calco più verosimile possibile della celebre dentatura di Freddie Mercury. Per non parlare del dover riprodurre l’incredibile empatia che quest’ultimo aveva con ogni pubblico, ovunque si esibisse, concedendovisi ogni volta senza riserve. Tutto ciò, per dare un’idea della giusta proporzione del suo trionfo, ha costituito la sfida brillantemente superata da Malek. Del resto Brian May aveva dichiarato più volte che l’attore avrebbe convinto tutti indistintamente senza dissacrare ma anzi fornendo un indimenticabile tributo. Accanto a lui poi, un cast corale altrettanto talentuoso e degno di nota: Lucy Boynton interpreta Mary Austin, compagna storica e migliore amica del frontman della band, l’amore indissolubile più volte cantato dal pubblico di tutto il mondo, Gwilym Lee e Ben Hardy interpretano i già citati Brian May e Roger Taylor e Joe Mazzello veste i panni di John Deacon, storico bassista del gruppo. Riguardo quest’ultimo inoltre torna a galla in questa circostanza una nota dolorosa che non può essere ignorata: l’ultimo membro ad unirsi alla band infatti, a seguito della morte di Mercury, resistette per ancora qualche anno tra vari tira e molla e poi lasciò definitivamente i Queen nel 1997 rimanendone silente supervisore per affari perlopiù finanziari. I suoi due compagni continuano ad oggi a far esibire la “Vecchia Regina”, non con poca amarezza, trainandone la memoria storica e riconfermandosi ogni giorno come tributo vivente all’amico scomparso. Deacon invece, a detta degli ex compagni, si chiuse nel suo dolore ammettendo serenamente che la prematura dipartita di Mercury per lui aveva significato la fine della corsa, la fine dei Queen. C’è chi dice che egli sia stato l’unico dei membri della band a guardare in faccia la realtà mentre gli altri avrebbero preferito continuare a rifugiarsi in un passato niente affatto facile da accantonare. Tutto ciò che sappiamo oggi riguardo allo storico bassista del gruppo è che fosse già da tempo d’accordo con il progetto del film. E’ certo però che se ora torniamo a chiederci che fine abbia fatto Deacon, se abbia visto il film e cosa ne pensi, è principalmente perché questi quattro giovanotti nei panni dei Queen ci hanno davvero convinti e resi dunque nostalgici di qualcosa che è ormai ben lontano, purtroppo. Come ha efficacemente espresso Ben Hardy ( nel film Roger Taylor), i quattro attori una volta ingaggiati si sono immediatamente riconosciuti come band e voluti bene.
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Il risultato è stato piuttosto evidente.   Abbiamo visto i primi 15 anni di quattro ragazzi incredibilmente talentuosi, diversi e complementari che misero in piedi una rockband che produsse innovazione e arte. Li abbiamo visti ridere di gusto insieme, litigare, prendersi in giro, innamorarsi e segnare la cultura pop/rock con successi come Killer Queen, Love of My Life, Hammer To Fall, We Are The Champions, I Want To Break Free, We Will Rock You, Another One Bites the Dust e svariati altri. Li abbiamo visti separarsi per poi piangere lacrime vere quando uno di loro ha confidato di “averlo preso”, di aver contratto il mostro invisibile e invincibile degli anni ’80: l’AIDS. Li abbiamo visti e abbiamo riso, pianto come bambini e soprattutto cantato ogni singolo brano insieme a loro. Li abbiamo visti ma non siamo stati più in grado di distinguere tra realtà e finzione. Siamo tornati sul palco insieme a loro nella storica esibizione del Live Aid di Wembley nel 1985, una performance di appena 20 minuti che passò alla storia e che ancora oggi resta il principale motivo per cui chiunque abbia memoria di quel mastodontico concerto. Uno spettacolo riprodotto fedelmente in ogni minimo dettaglio, minuto per minuto, a chiusura della pellicola.  Li abbiamo visti e ci siamo emozionati con loro rivivendo un’avventura che si era conclusa troppo presto. Abbiamo assistito alla restituzione di un pezzo di storia della musica che da tempo ormai cercava di tornare al proprio posto. E’ stata esorcizzata una forte mancanza e riportato in vita chi ormai ci ha lasciati da 27 anni senza in realtà però lasciarci mai davvero ed era proprio questo lo spirito della pellicola, ben espresso nella tag-line dell’opera: Chi Non Ha Paura Vive Per Sempre ( Fearless Lives Forever ).
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Proprio per questo motivo, nonostante le innumerevoli inesattezze storiche e l’evidente e innegabile natura romanzata di alcuni momenti della narrazione -in entrambi i casi elementi considerati scientemente e voluti dalla stessa produzione e regia- non si può dire che sia stata raccontata tutta un’altra storia o che le incongruenze siano state tali da vanificare il messaggio del film. Per sempre infatti vivrà l’incredibile voce di un povero ragazzo di origini parsi che sconvolse il mondo e non ebbe paura nel cercare di diventare ciò per cui era nato, sia al livello artistico che personale. Per sempre vivranno quattro amici, quattro talentuosissimi artisti le cui ineguagliabili poesie scrissero la storia della musica e ci accompagnano tuttora. Per sempre vivrà una canzone che non ebbe paura, che ad oggi resta un capolavoro musicale quasi inclassificabile ma che all’epoca del suo primo rilascio rappresentò un flop totale, attirando su di sé severissime critiche negative: Bohemian Rhapsody.             
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FEARLESS  LIVES FOREVER

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-Margherita Cignitti

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R come Raffaella

Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio

Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento

Se c’è una cosa che mi fa impazzire, sono le coincidenze. Le coincidenze sono quel tipo di stregoneria che fa in modo che eventi, persone, oggetti, si intrecciano con la tua vita senza sapere come sia stato possibile. Ora vi dimostrerò non-scientificamente come funziona una coincidenza: da molto tempo avevo in mente di parlarvi della regina indiscussa dello show italiano; il caso vuole che proprio ieri sera ho trovato in un negozio dell’usato un suo 45 giri datato 1974: Rumore/ Felicità ta ta che, ovviamente, ho comprato; il caso vuole (ancora una  volta) che alla cassa, il titolare del negozio, mi abbia detto: “Ma lei ormai è spagnola, l’abbiamo adottata!
Capiate bene, quindi, che questo insieme di casi fortuiti, io li presi come un vero segno dell’universo.
Dunque, cari lettori, è arrivato il momento di parlarvi di una delle più grandi donne di sempre, un esempio da seguire, una delle voci italiane più apprezzate nel mondo: è arrivato il momento di parlarvi della Raffaella Nazionale.
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Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio.
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Detto ciò vi starete sicuramente chiedendo perché da Sinigallia di due settimane fa, vi ritroviate a leggere di una cantante ascoltata dai vostri genitori: ve lo spiego subito. Dovete sapere che, sebbene abbia  21 anni all’anagrafe, la mia anima ne ha all’incirca 60:  l’armadio pieno di pantaloni di velluto e maglioni di quando mio padre era un giovanotto, vestiti a fiori, l’amore per l’imperfezione del suono dei vinili e l’incapacità di relazionarmi con la tecnologia. Sono così vecchia dentro, che un giorno un mio amico m’ha detto: “Cate, poco a poco stai realizzando il tuo sogno di diventare  una vecchietta”… solo perché volevo comprare degli occhiali da sole con i fiori.
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Dopo aver dato le dovute spiegazioni senza che nessuno me le abbia chieste, è ora di cominciare.
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Nel 1943, a Bologna, nasce Raffaella Maria Roberta Pelloni, per il mondo Raffaella Carrà.
Nasce attrice, si sogna coreografa e finisce con l’essere showgirl, modella, ballerina, cantante e chi più ne ha più ne metta… per farla breve, finisce con l’essere “tutto”.
Raffaella Carrà è il caschetto biondo per antonomasia, nonostante il giovane Nino D’Angelo sia un ottimo rivale; è la donna del Tuca Tuca, la donna che per prima ha mostrato l’ombelico a forma di tortellino in televisione.
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Ora, capite bene che mi è impossibile – anche se sarebbe bellissimo – analizzare tutte le canzoni cantate e ballate dalla regina dello show, raccontarvi di tutti i duetti (da Topo Gigio a Renato Zero) e di tutte le trasmissioni tv da lei condotte come  Canzonissima e R come Raffaella; per questo motivo ho deciso di prendere in analisi solamente uno dei primi album:  ho scelto per voi l’album “Raffaella Carrà ’82”.
L’album, inizialmente scritto e prodotto in Italia, è stato poi divulgato e tradotto in tutto il mondo, tra cui la penisola Iberica, zona in cui ultimamente bazzico. In Raffaella Carrà ’82, troviamo pezzi come Ballo, ballo, che tutti almeno una volta hanno ballato, pezzi come America e Mamma dammi 100 lire, che rappresentano la società del XX secolo, con il sogno americano in testa e la voglia di cambiare vita e di non tornare più nello stivale. In più,  troviamo pezzi che liberamente parlano d’amore e di emancipazione; parole forti che rompono gli schemi di una società inflessibile che si scandalizzava per due cosce di fuori: a tal proposito, vi immaginate  come potrebbe reagire un qualsiasi uomo degli anni ’50 di fronte ad un’adolescente che il sabato sera indossa un vestito a giro-passera? No, perché io me lo chiedo molto spesso.
Lo so, mi perdo tra i discorsi… torniamo a noi. Nell’album, dicevo, ci sono pezzi come Ché dolor che parla di un tradimento con una biondina nell’armadio, o come Dammi un bacio, in cui si fa all’amore 5 volte al giorno o, ancora, come Sei un bandito, mia canzone preferita dell’album, in cui si parla di una donna che ha capito come trattare gli uomini, come gestirli: “perché tu, tu sei un bandito, mi hai rubato il cuore ma non te lo dico”… Non so se rendo la grandezza di questa donna. D’altronde, stiamo parlando della stessa ragazza che ha conosciuto Frank Sinatra alla stazione Tiburtina e gli ha dato un due di picche non indifferente, perché lei di una collana di perle con chiusura di diamante non se ne fa niente, deve essere conquistata con altre cose, come afferma in un’intervista.
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Mi sembra più che chiaro, dunque, il perché Raffaella Carrà sia l’icona della libertà, secondo il governo spagnolo che ad ottobre l’ha premiata come “Dama al Orden del Mérito Civil”.
Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento: energica, passionale, sempre disposta ad aiutare gli altri ma non fessa, e pronta ad essere la mamma di chiunque ne abbia bisogno e perfetta anche a 75 anni.
Vi dico di più: se solo provaste a paragonare questa Donna con i cantanti della nostra società, vi rendereste conto che noi, figli del 2000, siamo messi malissimo: tra testi che parlano di “nera come la tua schiena”, basi banali e tutte uguali e concerti in playback con pubblico di tredicenni assatanate, l’unica cosa che mi viene in mente è che la signora musica ha fatto le valigie e se n’è andata in Brasile!
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Sua maestà Raffaella, perdonali, perché non sanno quello fanno!

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-Caterina Calicchio

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Winckelmann – Capolavori diffusi nei Musei Vaticani

L’unica via per noi di diventare grandi e – se possibile – insuperabili è l’imitazione degli antichi.

Le immagini della mostra sono disponibili al seguente link
Foto di Giulia Tramet

In occasione del 250° anniversario della sua morte, i Musei Vaticani dedicano a Johann Joachim Winckelmann una mostra per celebrare l’importanza che il suo pensiero ed i suoi studi hanno avuto per la cultura dei suoi tempi e per quelli successivi, in particolar modo per lo sviluppo dei Musei così come possiamo ammirarli oggi. L’archeologo tedesco, dopo aver conseguito gli studi in Germania, si trasferì a Roma dove, nel 1764, venne nominato Sopraintendente alle Antichità e poté dedicarsi allo studio della cultura classica, di cui lui era fortemente appassionato. Egli riteneva che l’Arte dovesse avere delle prerogative ben definitive: nobile semplicità e quieta grandezza. La sua concezione era, dunque, quella di un’arte basata sulla contraddizione tra tempestas e tranquillitas. Celebre è, infatti, il paragone che fece tra la struttura dei capolavori greci e il mare in burrasca: nonostante siano agitate da passioni, le figure greche mostrano sempre un’espressione posata così come il mare può apparire calmo in superficie sebbene mosso da forti correnti in profondità. Pertanto Winckelmann asseriva la superiorità dell’arte greca su tutte le altre, compresa quella romana, ritenendo che in quest’ultima non fosse possibile ritrovare la purezza propria di quella ellenica, che è la sola che si possa considerare libera, essendo prosperata nel periodo dello sviluppo della democrazia ateniese. Le opere che maggiormente sono in grado di rappresentarne questi ideali sono sculture classiche quali l’Antinoo (custodito ai Musei Capitolini), l’Apollo del Belvedere (tipico esempio dell’armonia delle proporzioni) e il Laocoonte (emblema della grazia).
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Winckelmann viene considerato non solo come uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo ma anche come il fondatore della storia dell’arte intesa modernamente. È a lui, ad esempio, che si deve la predilezione del colore bianco delle scultoree marmoree, il colore perfetto che comprendeva tutti gli altri. Importante influenza ebbe inoltre il suo pensiero sulle opere di artisti come Mengs, Canova, Ingres e Jacques-Louis David. La mostra Winckelmann. Capolavori diffusi nei Musei Vaticani, che sarà allestita fino al 9 marzo 2019, è stata progettata come un percorso a tappe in cui si mettono in risalto circa 50 opere conservate nel complesso museale che maggiormente ebbero un impatto nella formazione artistica di Winckelmann, capolavori non solo di archeologia classica greco-romana ma anche di arte egizia ed etrusca fino al Rinascimento. Un omaggio che i Musei Vaticani hanno voluto rendere a questo grande studioso al quale debbono la loro odierna forma strutturale e concettuale. Celebrazione che trova il suo apice nella Sala XVII della Pinacoteca in cui è stata allestita una presentazione del personaggio e della sua epoca, nonché un’esposizione delle sue più importanti produzioni letterarie.

-Giulia Tramet