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«Vedo solo quel che devo»: Hitler Contro Picasso e gli altri

– Avete fatto voi questo orrore, maestro?
– No, è opera vostra.

 

Così rispose sul Guernica Picasso all’ambasciatore tedesco Otto Abetz, in visita al suo studio dopo l’occupazione di Parigi ad opera dei nazisti. E questo, paradossalmente, uno dei pochi riferimenti sul pittore all’interno del film-evento Hitler Contro Picasso e gli altri, proiettato nelle sale romane il 13 e il 14 marzo 2018. Un documentario, quello impresso sulla pellicola di Claudio Poli prodotta dalla NexoDigital in collaborazione con SkyArte HD, che racconta l’ossessione del regime nazista per l’arte, le compravendite, i saccheggi e le enormi contraddizioni delle scelte di Hitler in merito all’inestimabile patrimonio in suo possesso.

La sublime voce di un insospettabile, bravissimo Toni Servillo accompagna lo spettatore attraverso immagini e video d’epoca, interviste a esperti e testimonianze, spesso anche molto crude, di chi la guerra l’ha vissuta, in tutti i sensi: perché se trafugare opere d’arte da tutta Europa, catalogarle e stiparle in luoghi nascosti e sicuri fu un lavoro lungo che impiegò la vita di moltissime persone, le ricerche di quelle stesse opere, il loro recupero e le estenuanti battaglie legali per riappropriarsi di cimeli di famiglia o semplicemente ricordi di una vita rubata è tutta un’altra storia. Tutt’oggi, parte del bottino nazista è introvabile; tutt’oggi, molti dei legittimi proprietari delle opere d’arte ritrovate devono lottare per riottenere ciò che è loro.

Tanta, tantissima l’arte mostrata nell’arco di tutto il film: non solo le opere ammirate e rubate o nascoste dal regime, ma soprattutto quelle disprezzate. Perché Hitler era sì contro Picasso, ma anche contro Chagall, Matisse, i Fauves: la loro era un’arte degenere, orribile, contraria a tutto ciò che la società tedesca avrebbe dovuto incarnare, eppure trafugata anch’essa alla stessa maniera e con lo stesso ritmo dell’arte classica ed esposta in un museo a parte, quello appunto dell’arte “degenerata”. Molte le storie che vengono raccontate, fra cui il ritrovamento, a Monaco di Baviera nel 2012, di numerosi pezzi d’arte nella casa del nipote di uno dei commercianti d’arte di Hitler: non solo una vicenda interessante e recente, ma anche un monito che lascia intendere come, nonostante si cerchi di insabbiare questo capitolo della storia umana, esso sia tutt’altro che pronto ad essere chiuso e anzi pieno di domande ancora in attesa di una risposta.

Una cosa più di tutto, però, ha attratto la mia attenzione, con una forza tale da diventare il titolo della mia riflessione, in maniera totalmente avulsa dal contesto artistico e in un modo che ancora non mi riesco a spiegare — tanto che, spesso, mi chiedo ancora se l’abbia visto davvero; per un secondo, verso la fine del docu-film, presumo su uno dei musei tedeschi (un grande palazzo bianco e rettangolare) ho visto affissa una frase in italiano, probabilmente risalente al periodo nazista: «Vedo solo quel che devo».

Centinaia i motivi per cui una frase del genere si sia potuta trovare in quel posto, ancora di più i significati che le si potrebbero attribuire: è però, di base, l’atteggiamento durante i regimi, quello nazista e quello fascista. Le persone, spinte probabilmente dalla parvenza di stabilità ritrovata dopo la Grande Guerra o dal trovarsi “dall’altro lato” delle persecuzioni, tendevano a vedere solo ciò che dovevano (e volevano) vedere, convincendosi che non ci fosse altro: questo l’atteggiamento maggioritario nei confronti delle deportazioni, dei furti e della condotta proibitiva e razzista del regime. È un comportamento perfettamente insito nella nostra specie eppure percepito come il meno umano possibile: la vera banalità del male, l’istinto di conservazione che ci spinge a distogliere lo sguardo in situazioni pericolose, cercando di vedere solo ciò che si dovrebbe vedere, sforzandosi (con nemmeno troppa difficoltà) di credere a ciò che viene detto. Sempre sul finire del film un sociologo intervistato, teorico del comportamento nazista, rifletteva su come, nel corso dei suoi studi, non avesse ancora incontrato nemmeno una persona veramente “malvagia” nel senso assoluto del termine: solo umani, vittime e carnefici spesso inconsapevoli di giochi di potere più grandi di loro, alle prese con una specie di follia collettiva per cui, data la licenza di uccidere, torturare e condannare, si uccide, tortura e condanna per non essere uccisi, torturati e condannati, fino a che non si diventa insensibili al dolore, proprio e altrui.

Forse questa situazione si sta ripresentando: sicuramente non ai livelli del passato, ma la memoria collettiva è spesso troppo corta e non ricorda come la sottovalutazione delle dinamiche di potenza, la desensibilizzazione alla sofferenza dell’altro e la strumentalizzazione politica dell’insoddisfazione generale possano portare a eventi catastrofici.
Non bisogna distogliere lo sguardo, non bisogna ignorare chi ha bisogno di aiuto: non si può evitare di sentire lo sparo di un fucile solo perché non è accaduto nel proprio giardino.

 

-Rosanna Saccucci.

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DISCMAN 2.0 – #11 Motta(non)sonopiùio

Ben ritrovati su Discman 2.0, rubrica musicale creata con l’unico intento di ricevere un discman come regalo inaspettato grazie alle mie capacità di intrattenervi con le parole – o, più probabilmente, grazie a quelle di ammorbarvi fino a farvi esclamare «Eddai! Regaliamogliene uno!».
Questa settimana ho deciso di parlarvi di un artista che, poco a poco, sta subendo una metamorfosi che non mi piace per niente (in realtà non è che non mi piaccia, piuttosto non la accetto poiché è quel tipo di cambiamento che avverrà anche in me, prima o poi). Alto, magro, capelli ricci, faccia con chili di droga sotto le occhiaie: no, non è Galeffi, è Motta. Lo so, non potrà mai reggere il confronto con il caschetto di Ruggero, ma diciamo che i suoi riccioli hanno quel “non so che” di necessario: Motta rappresenta per me la colonna sonora di un’adolescenza di pianti, cuori spezzati e sorrisi senza motivo… o, forse, rappresentava. Parlo al passato perché oramai mi sa che l’amore gli ha dato alla testa e quel senso di spleen e di incertezza generale che mi faceva sentire a mio agio, non c’è più. Chissà cosa gli ha fatto, la «Cagna maledetta»…

Se nel suo primo lavoro, La fine dei vent’anni, la cattiveria, la rabbia e i ritmi tribali dei Criminal Jockers erano onnipresenti, adesso le cose sono un po’ cambiate ed è proprio per questo che ho deciso di raccontarvi della mia relazione con la sua musica adesso, perché ho paura di un prossimo album fatto più col cuore, che col disagio.
Paroliere come pochi, Motta è sempre stato la nota macabra in un panorama pieno di felicità: basti pensare a pezzi come Bestie o Fango, o più semplicemente all’immagine di lui a torso nudo che canta mentre suona la batteria. Pazzesco, no? Come la magia della noia, come Roma che mi prende dal collo e poi mi lascia per terra, come la paura di dovere stare bene che prima o poi ci passerà; pazzesco come sentirsi dedicare Sei bella davvero senza capire effettivamente il senso di questa dedica perché non te l’hanno mai spiegato senza giri di parole, senza quella concretezza di cui ogni tanto abbiamo bisogno. Questa parola, che sembra avere il peso di una tonnellata di cemento armato dovrebbe in realtà fare bene più che spaventare; è infatti la concretezza che ha portato Motta a scrivere La nostra ultima canzone, ricominciando a parlare di “noi”, per essere felici senza pensare troppo a quello che viene dopo, solo per il gusto di esserlo o perché lo si vuole essere. 

Perché, d’altronde, il peso delle parole è soggettivo e dipende da quanta paura – e quanta voglia – si ha di affrontarle; in questo modo persino un elefante potrebbe pesare quanto un colibrì nell’immaginazione, ma tutto deve partire dal proverbiale criceto che gira nel cervello. Dato però che il mio di criceto si è svegliato e ha deciso che ho fame, concludo questo articolo non troppo simpatico con la strofa tatuata nella mia mente e che, insieme al benedetto stile di vita “sticazzi”, mi fa essere quello che sono adesso: un po’ a cazzo di cane. Ma che volete fare, è andata così.

 

«Le parole son qualcosa di importante, di cui ti armi per uccidermi la mente».

Nota: ogni riferimento non è assolutamente casuale.

 

 

 

-Caterina Calicchio.

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Nuit Debout – Cos’è rimasto dell’insurrezione alla Francese?

Durante la Primavera del 2016 Parigi, insieme ad altre città francesi, ha conosciuto uno dei pochi movimenti insurrezionisti spontanei posteriori al 1968. Auto-organizzazione, democrazia partecipativa, ridefinizione del progetto sociale e politico nacquero simbolicamente in Place de la République. Il suo nuovo carattere, indefinibile, è solo banalmente riassumibile in una serie di rivendicazioni, che ha sconvolto la classe politica. Nonostante sia stato represso poco dopo l’estate e diviso in vari gruppi, bisogna chiedersi cosa sia effettivamente rimasto di quel movimento oggi, nella Francia di Macron.

Contesto

Il movimento di insurrezione spontaneo detto «Nuit Debout» – che si può tradurre malamente in “Notte ritta” – nacque con l’intento di creare una coscienza cittadina che rifiutava di “addormentarsi”. Tutto ebbe il 31 marzo del 2016, in reazione alla legge proposta dall’ex-ministro del Lavoro Myriam El-Khomri, pericolosamente simile al Jobs Act italiano. Si trattò di un movimento auto-proclamato nel contesto delle manifestazioni contro la cosiddetta “Loi Travail” (“Legge sul Lavoro”), organizzato dai movimenti giovanili e dai sindacati, che ben presto raggiunse il numero massimo di un milione di partecipanti. Si distinse inoltre dalle precedenti manifestazioni Francesi per la sua lunghezza e per la sua capacità organizzativa, ferma nella volontà di creare un’alternativa al di là della semplice protesta contro la legge.

Utopie in cerca di autore

Nel quadro malato della politica francese, contagiato sia dalla bassissima popolarità del Presidente della Repubblica, François Hollande (Partito Socialista), che dalla generale delusione giovanile nei confronti della politica, Nuit Debout mise in opera diversi esperimenti con l’obiettivo di sanare la ferita tra cittadini e politica. Alle riunioni dei vari collettivi di Piazza della Repubblica poté partecipare chiunque: lo scopo era di occuparla di continuo, di far incontrare studenti, operai e lavoratori di ogni tipo. Il movimento era riuscito ad alternare manifestazioni durante la giornata e riunioni durante la sera. Si impostarono esperimenti di democrazia partecipativa e varie commissioni tematiche per creare spazi di incontro e discussione: dall’ecologia politica alle violenze delle forze dell’ordine, dall’economia al femminismo, ma vi furono esperimenti più concreti come le biblioteche aperte con orari prolungati o gruppi di conferenze per l’educazione popolare. Venne rievocata la possibilità di creare di nuovo un’Assemblea Costituente, di ridistribuire il tempo di parola in modo più giusto. Un’iniziativa studentesca – “Alterfac” – tentò di aprire le università a tutti, non-studenti compresi (non si può entrare in una università senza tessera in Francia). Tuttavia ci si è dovuti porre la questione inevitabile del leader: chi sarebbe stato il capo di questo movimento? L’assenza di un leader definito – come d’altronde di una meta precisa – venne spesso criticata poiché impediva decisioni più concrete. Tuttavia alcune personalità politiche del Nouveau Parti Anticapitaliste del Partito di Sinistra, che diventerà poi la France Insoumise di Mélenchon, e degli ecologisti furono molto presenti durante le riunioni. E d’altra parte, numerosi erano i militanti senza nessuna tessera che si opponevano a qualsiasi operazione di “recupero” politico.

Ispirazioni

Nuit Debout è spesso stata paragonata al movimento spagnolo degli “Indignados” madrileni, anche per l’uso che venne fatto dei social network o per il coinvolgimento univoco di movimenti studenteschi, disoccupati, sindacati ed operai. Uno dei maggiori ispiratori nell’ambito della politica francese è stato il giornalista François Ruffin, autore del documentario Merci Patron! (“Grazie, boss!”) che denunciava le condizioni del lavoro salariato in Francia. Venne sviluppata, inoltre, una simbolica specifica che faceva riferimento a vari movimenti di insurrezione: l’Agorà Greca, l’uso del rosso e del nero come nel 1968, un rinnovamento del calendario con il mese di marzo simbolicamente infinito che ricordava quello dei Rivoluzionari del 1789 o quello Napoleonico. Inoltre le conferenze della commissione di educazione popolare si riferirono spesso a episodi rivoluzionari francesi famosi come il 1789, la Comune del 1870 ed il 1968.

Macerie Prime – Nuit Debout oggi

Nuit Debout si è sciolto dopo l’estate del 2016 a causa delle forze di polizia e dello scoraggiamento generale dei partecipanti, che vedevano una campagna elettorale in cui sembrava dominare la destra. I suoi militanti più attivi rimpolparono i ranghi del movimento “La France Insoumise” di Mélenchon oppure entrarono in altri gruppi anarchici, altri invece preferirono essere coinvolti nell’azione associativa piuttosto che nella politica. Nel 2017 è uscito a riguardo il documentario “L’Assemblée” della regista Mariana Otero. Il movimento tuttavia rimane vivo tutt’ora tramite il suo blog e alcune mobilitazioni che si focalizzano intorno ai diversi mutamenti cui si oppone, come la nuova legge sul lavoro del governo di Edouard Philippe, l’attuale primo ministro, o la “perennizzazione” dello Stato di Emergenza…

Le critiche che sono piovute sul movimento proponevano ognuna una diagnosi riguardo la smobilitazione avvenuta: per il regista ex-trotskista Romain Goupil sia l’assenza di un leader dichiarato che l’implicita gola che fece Nuit Debout a ogni movimento di sinistra hanno altresì impedito ogni progresso organizzativo. Per alcuni giornali, principalmente di destra, le debolezze del movimento risiedevano nella scarsità delle proposte, mentre l’uniformità ideologica era fortissima.

Alcuni link
– trailer del documentario L’Assemblée : https://vimeo.com/238592777
– servizio sul movimento di DW English : https://www.youtube.com/watch?v=vB4fJ2zFmeU
– il blog : https://nuitdebout.fr/blog/category/democratie/
– trailer di Merci Patron ! (in inglese) : https://www.youtube.com/watch?v=ch0HsuYu_TI

-Clelia Di Pasquale.

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Autunni caldi

Chi di voi non ha partecipato almeno una volta nell’arco della sua vita, soprattutto liceale, ad una manifestazione studentesca?

Per alcuni era un momento di fondamentale discussione e contestazione sulle tematiche scolastiche attuate in quel preciso periodo, per altri un semplice modo di non andare a scuola quel giorno o, per altri ancora, un pretesto per creare scompiglio e mettere in atto la propria voglia di generare caos; in qualsiasi gruppo vi collochiate, però, è evidente che quel semplice giorno, mese, periodo vi è rimasto impresso, contribuendo a creare dei vividi ricordi. Ora, ci siamo mai chiesti come i vari slogan, movimenti e battaglie si siano evoluti in tutto questo tempo e durante tutti questi “autunni caldi”?
Di qualche mese fa sono gli ultimi eventi che hanno visto protagonisti gli studenti nelle piazze: il 13 ottobre e il 17 novembre 2017, ma il malessere che viene sottolineato dai ragazzi ha radici ben più lontane.
«Forse lo schermo era veramente uno schermo, schermava noi, dal mondo. Ma ci fu una sera nella primavera del ’68 in cui il mondo finalmente sfondò lo schermo»: questa citazione del film di Bernardo Bertolucci The Dreamers – I sognatori può essere un buon punto di partenza per ben delineare il famoso Maggio francese durante la primavera del 1968, da molti considerato l’apice della contestazione sessantottina in Europa. L’ondata che travolse la Francia in quel periodo non fu autunnale bensì primaverile, ma non ebbe ripercussioni solo nell’ambito studentesco (ed è proprio questo a sottolineare l’importanza di questo momento storico) ma coinvolse tutti gli ambiti della società francese degli anni ’60 del Novecento, tanto da far convenire gli storici su una suddivisione degli eventi in tre fasi: un “periodo studentesco” (3-13 maggio), un “periodo sociale” (13-26 maggio) e un “periodo politico” (27-30 maggio). Da Nanterre alla Sorbonne di Parigi, la protesta dilagò in tutta la Francia: la miccia che innescò l’incendio fu una riforma, proposta da Christian Fouchet (ministro dell’Educazione nel governo gollista di Georges Pompidou), che tendeva a creare un legame più stretto fra università e mondo lavorativo. All’inizio del 1968 il progetto, definito “tecnocratico”, creò diffusi malumori soprattutto nelle facoltà umanistiche, che si sentivano marginalizzate; il 22 marzo si registrò il primo atto di protesta, in cui circa 200 studenti occuparono la Facoltà di lettere dell’Università di Nanterre, sobborgo di Parigi. Ma Fouchet era solo una miccia casuale: già dal 1967 tutti gli ambienti giovanili d’Europa erano in fermento.

Ma quali erano i motivi che spingevano gli studenti a protestare?
Sovraffollamento delle università, incertezza degli sbocchi professionali, crisi dei valori tradizionali, scarso ricambio nelle classi dirigenti: in Germania l’epicentro del movimento fu Berlino Ovest, patria di Rudi Dutschke, capo carismatico degli studenti di sinistra. Quanto all’Italia, tutto era iniziò a Trento, dove gli studenti avevano occupato la Facoltà di sociologia con mesi di anticipo rispetto ai loro colleghi di Nanterre. Articolati in gruppi diversi, i vari movimenti dell’Europa Occidentale erano accomunati da alcune parole d’ordine: antiautoritarismo, anticonsumismo, rifiuto della “società borghese”. Da una certa fase in poi li accomunò anche una diffusa violenza, sia inferta che subita: l’Italia ebbe il suo “battesimo del fuoco” il 1° marzo, con la “battaglia di Valle Giulia”, nata dal tentativo di un corteo di entrare a forza nella Facoltà di architettura presidiata dalla polizia, mentre in Francia tutto precipitò quando le istituzioni decisero di usare il pugno di ferro contro gli studenti che si barricarono in altre università, dapprima quelle parigine e poi quelle dell’intera nazione. Da quel momento la protesta cambiò volto; ormai il “Maggio” non era più una semplice protesta studentesca, ma si era saldata con vertenze contrattuali di varia categoria, creando un connubio con il mondo operaio che di lì a poco sarebbe riuscito a paralizzare il paese con numerosi scioperi. Per la Francia gollista tutto ciò era inaccettabile e anzi, aveva quasi un sapore di eversione, percepita come tale non solo per i caratteri violenti che ebbe in alcune fasi, ma soprattutto per la denigrazione delle istituzioni e dei modelli di comportamenti tradizionali da parte dei rebelles della Sorbonne. Successivamente un ulteriore segmento della popolazione francese scese in piazza preoccupato di un probabile razionamento della benzina che sarebbe stato causato dai numerosi scioperi, e chiedendo a voce alta che venisse ristabilito, quanto prima possibile, l’ordine pubblico; il generale Charles De Gaulle sbalordì tutti, sciogliendo le camere e andando ad elezioni anticipate, senza ascoltare gli appelli dell’opposizione che chiedevano un governo di unità nazionale. Si concluse così quelli che molti definiscono una rivoluzione mancata, ma che comunque ha segnato (nel bene e nel male) un’intera generazione. Nei decenni successivi, sopratutto a causa del terrorismo di matrice politica, i movimenti e le proteste studentesche cominciarono a spegnersi un po’ in tutta Europa: nell’Italia degli ultimi tempi, complici le riforme volute da vari ministri nel corso dell’ultimo decennio del ‘900 e dei primi anni 2000, le proteste sono ritornate in auge portando istanze diverse (ma non distanti) rispetto alle corrispettive degli anni ’60. La scena politica italiana però è completamente diversa, come diverso è il mondo nei quali i ragazzi si trovano a “combattere” per ottenere voce in capitolo su ciò che li riguarda: i tagli alla spesa pubblica, in primis al sistema scolastico e universitario; una carenza di credibilità nella democrazia rappresentativa e nei partiti, che sembrano non prendersi più carico delle istanze della propria base elettorale; riforme scolastiche volte a una scuola pubblica maggiormente privatizzata; l’alternanza scuola-lavoro; l’accesso alle facoltà a numero chiuso e la conseguente difesa al diritto all’istruzione sono temi ricorrenti in questi ultimi anni di proteste studentesche, che nelle ultime settimane si sono legate anche ad una battaglia di carattere civile come quella dello Jus Soli.

Nell’autunno caldo (anche e soprattutto climaticamente parlando) del 2017 sembra che vi sia una nuova forza vitale all’interno di questa generazione di studenti consapevoli, pronti a lottare per diritti tutt’altro che garantiti. Nell’ultima manifestazione, organizzata dall’UDU il 17 novembre scorso, si chiedevano garanzie di natura economica e prospettive lavorative che non sempre devono essere cercate all’estero – altra parola chiave di chi in questi anni cerca di specializzarsi compiendo studi universitari e che vede fuori dal nostro paese l’unica possibilità per realizzarsi ed essere realmente considerati come professionisti. Nel mondo globalizzato di oggi gli studenti hanno ancora motivo di alzare la voce per far sentire le proprie istanze? Serve a loro, alle future generazioni, affinché credere in un mondo dove studiare ed essere retribuiti per quello in cui ci si è specializzati non debba essere visto come semplice utopia, ma come una realtà quotidiana.

«Un innegabile bisogno di diritti, e di diritto, si manifesta ovunque, sfida ogni forma di repressione, innerva la stessa politica.»
(Stefano Rodotà)

-Lucilla Troiano.

 

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Road to Tunis: Un sogno divenuto realtà

Ci sono opportunità che capitano praticamente una volta nella vita e probabilmente questa è una di esse: ho avuto la fortuna, infatti, di vincere il bando “Torno Subito”, progetto della regione Lazio che permette a giovani under 35 di poter fare un percorso di studio/lavorativo all’estero (o fuori dalla regione Lazio) ed un tirocinio fino a sei mesi nella regione al termine della prima fase. Il progetto di quest’anno aveva come meta la Tunisia: ho scelto un master in diritto dell’immigrazione e mediazione interculturale, percorso che mi ha catapultato nella caotica e suggestiva capitale della Tunisia il 25 Ottobre dove terminerò questa prima fase di studio a fine Gennaio, con la presentazione di un project work nell’ambasciata italiana a Tunisi. Aspettavo questo momento da una vita, e inaspettatamente è arrivato. La preparazione alla partenza è stata lunga, meticolosa, un po’ frenetica e con tanti imprevisti, ma alla fine della fiera eccomi qui: cultura diversa, cibo diverso, clima e religione diverse in toto. Avevo tante idee e progetti, tante considerazioni iniziali che si sono subito infrante al mio arrivo all’aeroporto internazionale di Tunisi: no, la Tunisia non è un paese arabo, bensì “di cultura berbera”, fa parte della confederazione del Maghreb e qui la religione islamica è decisamente più tollerante rispetto ad altri Paesi. Subito mi sono reso conto delle molte contraddizioni: donne con il velo ma dal trucco pesante, che guidano e che “trascinano” i mariti; moralmente costrette alla verginità fino al matrimonio, ma che hanno ottenuto il diritto di voto ancor prima che in Italia; ho scoperto che l’eroe politico della nazione è Bourguiba, considerato lungimirante e democratico, che ha rivoluzionato la Tunisia, ma che è stato al potere per 30 anni di fila, mentre nessuno ha il coraggio di parlare della rivoluzione tunisina del 2011, una rivoluzione partita dal basso e che ha avuto come conseguenza un generale parziale allontanamento dalla cultura europea, sebbene abbia notato fin dal primo giorno tantissime analogie con l’Italia, sia positive che negative. Vivere in Tunisia è una continua è una continua sorpresa: il master che sto facendo mi porta via più di nove ore al giorno dal lunedì al venerdì, e questo è un peccato in quanto non ho il tempo né di assimilare i contenuti dei miei studi, né di visitare e godere appieno gli angoli nascosti di Tunisi e della Tunisia in generale. Tutti sanno l’arabo e il francese, mentre quasi nessun commerciante o negoziante comprende l’inglese e spesso si fa fatica anche a chiedere una “bottle of water”: le prime parole di arabo che ho imparato sono state “mush har” (poco piccante), har le (no piccante; sì avete capito bene, odio il piccante, ma sto cercando di introdurlo piano piano), aslema/beslema (salve/arrivederci), salem (ciao) e aishek (grazie), più i numeri da uno a dieci; ho iniziato a ragionare in dinari tunisini (un euro sono circa tre dinari), visto che i prezzi qui sono decisamente bassi per noi europei, e già ho paura per quando tornerò Roma, poiché una pizza no stop con bevande ed arrosticini costa ben 45 dinari – 15 euro, cioè quello che mediamente spendo per 4/5 pasti!
Con la religione islamica non si scherza: c’è tolleranza e rispetto delle altre religioni ma è bene non lasciarsi sfuggire la benché minima battuta. Non è come in Italia, dove si scherza sui santi del calendario o sui mezzi pubblici che “passano ogni morte di papa”: rispetto, sempre, e coerenza. Il master è in lingua inglese, ma alcuni docenti hanno avuto pietà di noi e hanno iniziato a svolgere lezioni in italiano: sebbene le lezioni siano troppe per potersi svolgere solo in due mesi e dieci giorni – circa 360 ore di lezioni – e siamo costretti a rispettare un calendario aziendale fittissimo senza praticamente nessuna flessibilità sono qui e non mi posso lamentare; dopotutto sapevo a cosa andavo incontro. Al momento siamo andati a Sidi Bou Said, il paradiso dei fotografi, abbiamo visitato al volo alcune zone archeologiche di Cartagine, La Marsa (dove ci sono molti locali in cui è possibile bere alcolici, una rarità qui in Tunisia) e fatto un po’ di giri nella caotica, meravigliosa e rumorosa medina di Tunisi: la prossima settimana andremo a farci tre giorni a Kairouen e a Sousse, località molto caratteristiche distanti circa tre ore di macchina da Tunisi; abbiamo anche pianificato due mini-viaggi nel deserto durante il periodo natalizio, nel quale abbiamo 18 giorni di vacanza. Il deserto è il mio sogno, anche se dovrò aspettare ancora un bel po’ prima di toccare la sabbia del Sahara. Oltre al dovermi confrontare con una cultura simile ma molto differente rispetto a quella europea, questa è anche la mia prima vera esperienza di autosufficienza e di convivenza con altri ragazzi. Insieme a me hanno vinto il concorso altri sei ragazzi: io e altri due italiani viviamo nella stessa casa al quartiere saudita Lac1, quartiere alcool free, ovvero in cui non si trova nessun tipo di alcolico – eccetto nelle nostre segrete dispense!
Il quartiere è ricco di uffici e ambasciate ma dopo le ore 18 non c’è nessuno in giro e per uscire la sera dobbiamo spostarci o al centro oppure a La Marsa, La Goulette, Cartage o Gammarth. Convivere con altri ragazzi è stato difficile all’inizio: ci sono stati ovviamente momenti di tensione, ma abbiamo imparato a rispettarci, ad avere i nostri turni e a comprenderci, a rispettare i silenzi degli altri e anche i momenti di sconforto, poiché questo master, tra lo studio, le lezioni, gli esami universitari italiani, le collaborazioni e l’esperienza tunisina, ci sta mettendo veramente alla prova. Entrare per la prima volta in una medina è stato il momento sinora più interessante: sono stato accolto da un viavai di luci, colori, voci, lingue, odori, profumi, puzze e culture. Dopo una passeggiata nella medina siamo andati in una delle terrazze panoramiche antistanti la Moschea centrale di Tunisi, Zitouna, dove ho ascoltato finalmente quello che speravo di sentire da dieci anni: il canto dal vivo dei muezin che invitavano nello stesso momento tutti i fedeli ad andare a pregare Allah all’interno della medina. Vorrei chiudere rompendo uno stereotipo sul mondo arabo, o perlomeno su quello della Tunisia e del Nord Africa in generale (Maghreb): no, non girano con i cammelli. Tunisi è una metropoli da 3 milioni di abitanti con molte auto, tram, pullman, taxi e tante persone gentili: solo alcune zone risultano pericolose, ma è un dato che può riscontrarsi in molte città del mondo. La cortesia dei tunisini è spesso sottovalutata, nel lasso di tempo trascorso qui abbiamo conosciuto molti tunisini che ci hanno dedicato molto volentieri parte del loro tempo per illustrarci le bellezze della città e una piccola parte della cultura tunisina o cercando di insegnarci qualche parola di arabo. Con l’Islam non si scherza, eppure non ho constatato un radicalismo come molto spesso si sente, qui sono tutti molto tranquilli: ho visto solo cinque donne in un mese che portavano il burqa, una su tre porta il velo, le altre si vestono all’europea, e ne ho viste tantissime che guidavano. Il cibo è molto speziato e il piccante è messo praticamente ovunque, anche quando dici di non volerlo puoi star certo che mangerai qualcosa di piccante. Ancora non ho trovato qualcosa che non sia buono da mangiare tra bar, ristoranti e pasticcerie. Il mio desiderio è di visitare altre località della Tunisia e scoprire qualche aspetto di Islam radicale e di Tunisia in cui la cultura europea è penetrata meno: spero di avere presto tempo libero!

 

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-Leonardo Orlandi.

 

 

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Uno, Brunori e centomila

La prima vera esperienza teatrale di Dario Brunori, in arte Brunori SAS, si registra nel 2015 con Brunori Srl, una società a responsabilità limitata, a seguito del grande successo di Volume 3 – Il Cammino di Santiago in Taxi, spettacolo poliedrico tra musica e parole. A tre anni di distanza, con la definitiva consacrazione dell’album A casa tutto bene, il cantautore calabrese torna nei più grandi teatri d’Italia con Canzoni e Monologhi sull’incertezza, che ho avuto modo di apprezzare il 13 marzo nella magica cornice dell’Auditorium Parco della Musica in una delle due date romane (si replica il 10 aprile).

Chi conosce solo il Brunori cantautore potrebbe uscire sconvolto dalla sala, ma se si approfondisce meglio il personaggio nel suo complesso non ci si stupisce di nulla. Dario Brunori lo ribadisce e lo lascia trasparire in ogni intervista, da uomo “incerto” quale lui stesso ostenta di essere nelle sue canzoni deve fare da contraltare una persona semplice e ridanciana; è proprio questo contrasto che lo rende amato da un pubblico trasversale che va dai 20 agli 80 anni. Lo spettacolo in questione non fa eccezione e s’inserisce perfettamente nel percorso artistico intrapreso in questi anni.

Avendo purtroppo mancato l’appuntamento con la precedente performance teatrale, devo ammettere che la curiosità di vedere questo Brunori per me inedito era tanta, così com’erano alte le aspettative, per nulla deluse; visto il titolo dello spettacolo il rischio “mattone” era una possibilità concreta, ma non si diventa uno dei migliori cantautori in circolazione per caso. Con notevole padronanza della scena Brunori alterna le sue canzoni — che sono poesie, denunce, grida di speranza — a monologhi quasi irriverenti nei confronti del suo personaggio, che nell’immaginario comune dovrebbe corrispondere a tutt’altro; è lui stesso a giocare sulla pesantezza delle sue canzoni, invitando il pubblico a non assistere a troppi concerti per non scadere nel masochismo, e ciò che rende tutto credibile è la sua incredibile spontaneità. Il genere dal quale attinge per i suoi monologhi, che spezzano la parte musicale ogni 2/3 canzoni, è quello della stand-up comedy, anima nobile della comicità, stile con il quale si può abbracciare l’attualità anche nelle sue facce più amare, facendo ridere il pubblico ma invitandolo anche a riflettere: è il vestito perfetto per Brunori, che alterna fasi molto rilassate e ironiche ad altre più raffinate, dietro le quali si cela un mondo di contraddizioni che s’intrecciano e danno vita a sensazioni confuse. Il perfetto condimento è quell’accento cosentino che lo caratterizza nel parlato ma svanisce nel cantato, facendo sorgere nei suoi ascoltatori la domanda su chi sia veramente l’uomo di fronte a loro.

Il grande risultato dell’opera è senza dubbio quello di non aver sminuito né la parte musicale né quella teatrale. Le due facce dell’artista si sono mescolate perfettamente in uno spettacolo maturo e coerente nell’insieme, dinamico e coinvolgente. Non è facile risultare così credibili incarnando nella stessa serata più ruoli: c’è un Brunori cresciuto in questi anni di carriera, consapevole delle sue incertezze e forte dei suoi successi; un animale da palcoscenico profondamente rispettoso delle sue origini e mai snaturato nel proprio percorso; un uomo — e un artista — caratterizzato dalla sua terra e dal suo tempo, sospeso tra innovazione e tradizione, tra la voglia di restare e quella di scappare; è Lamezia Milano; è «un vecchio ragazzino dentro il corpo di un uomo», «da nonno Michele a mio nipote Francesco»; «un lupo della Sila tra i piccioni del Duomo». Brunori è tutto questo, ma fondamentalmente siamo noi; ogni essere umano è il frutto del percorso che intraprende.
Siamo così oggi e in questo luogo, non lo eravamo ieri e non lo saremo domani: siamo “Uno, Nessuno e Centomila”, e da qui Canzoni e Monologhi sull’Incertezza. La standing ovation finale viene da sé.

Merita una menzione l’opening act di Nerina Pallot accompagnata da Marc Ferguson, duo acustico dalle sonorità delicate e potenti allo stesso tempo, una scoperta piacevolissima che apre nel migliore dei modi un’altrettanto piacevolissima serata.

 

 

-Gabriele Russo.

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DISCMAN 2.0 – #10 Timidamente Ruggero

Marzo è quel mese dell’anno parecchio pazzerello, che quando esce il sole prendi l’ombrello, in cui nascono i bambini sotto il segno dei pesci, dove i fiori sbocciano e contemporaneamente i nasi si chiudono.
Marzo è il mese del risveglio in tutti i sensi: dopo il lungo inverno passato in letargo tra maglioni di lana e pantaloni di velluto, le donzelle cominciano a scoprirsi, cominciano a mostrare lo stacco di coscia, rinascono tutti i cervi a primavera e gli uccelli si risvegliano e cominciano a ballare meglio di Gianluca Vacchi. In una parola: per me marzo è primavera.
Dato però che lo stacco di coscia da mostrare non ce l’ho, ho deciso di spogliarmi (placate gli uccellini e finite di leggere) in un altro senso: mi tolgo di dosso il vestito indie e vi svelo uno dei miei guru, uno dei maestri di vita che ogni giorno mi ispira in quasi tutte le cavolate che dico, colui che tutto muove e tutto puote: Ruggero de I Timidi.
Adesso, ingrati, vi starete sicuramente chiedendo: «e quest’altro chi è?»
Bene, siete fortunati perché oggi ho finito la mia dose di cattiveria mentre tornavo a casa con le pinne, quindi sarò gentile e pacata e non mi arrabbierò per il fatto che avete ignorato fino a questo momento un artista timidamente eccezionale.

Ruggero è l’uomo dal caschetto nero che fa impazzire il mondo intero: ciò detto, spero stiate andando a cercarlo su Internet per capire il senso del mio elogio a una parrucca; se invece lo conoscete già, sarete d’accordo con me nell’affermare che Ruggero è l’uomo delle hit dell’estate, l’uomo del reggaeton e della salamella in riva al mare.
Arrivati a questo punto, due sono le categorie di persone riscontrate (che Darwin levate proprio): chi, divertito, comincia ad ascoltare i brani più popolari e chi ha chiuso la pagina internet dandomi di “sconnessa completa”. La sconnessa, innanzitutto, vi ringrazia per il complimento e poi vi assicura che vi state perdendo qualcosa di speciale. Poco importa che sia un uomo sui quarant’anni, diversamente magro e con una faccia a metà tra un putto e un panettone, se è lo stesso ha scritto un capolavoro come Quello che le donne dicono. Adesso non mi venite a dire che non sognate anche voi di essere Fabiana Incoronata Bisceglia e di far parte del coretto che canticchia: perché non lo vuoi amare?.
Dovete ammettere che è sincero, forse anche troppo sincero, e che l’ukulele, l’orchestra timida e il coro femminile rendono il tutto più orecchiabile e migliore di tutta la musica che circola ora; e soprattutto, care compagne con le ovaie, dovete ammettere che Ruggero ha capito tutto quello che abbiamo sempre cercato di nascondere ai maschietti: vi lascio immedesimare e capire la cosa che per voi ha azzeccato di più — io non metto bocca, che già mi sono esposta abbastanza. 

Ruggero è neo-neorealista, e quando uno è neo-neorealista, certe cose le capta e non ci mette niente a farle diventare poesia: tuo figlio ti chiede «cosa sono i trans?»
Facile, è come aver fratello con sorella, uniti in una persona sola.
Avete conosciuto una donzella di facili costumi e non sapete come elogiarla? Ruggero ha la soluzione: Come sei bella, come sei strana, ti piace il succo di banana!
Adesso capite perché parlo di un Maestro e della colonna sonora della vita? Avete capito perché devo ringraziare i miei amici che, in una sera d’estate — forse era inverno, ma son passati pure 3 anni e vi ricordo che ho una memoria da pesce rosso — hanno cominciato a strimpellare con la chitarra e se l’argomento a mancare viene, le donne parlan di lunghezza del…?
Mi è piaciuto così tanto, che non ho potuto non divulgare la sua magia nel programma radio Tuttigusti+1 che facevo con le mie super Spicegirls Alessia e Antonella, l’anno scorso in casa, qui a Roma… E adesso sto divulgando la magia anche a voi. Perché il mondo deve sapere che esistono cantanti capaci di scatenare tzunami, come Ruggero de I Timidi.

…Tra l’altro, what has Ruggero that Vasco non have?

Che il trash e l’autoironia siano sempre con voi

 


-Caterina Calicchio.

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Se tutte le stelle del mondo a un certo momento venissero giù

Un bambino seduto su una grande valigia antiquata che legge un libro al chiaro di luna sovrastato da un’enorme scritta rossa: felicità. Lo avrete forse visto a Roma, su un cartellone pubblicitario lungo una strada o su uno schermo nella parete di una banchina della metropolitana; forse vi sarete anche chiesti se quel bambino possa dirsi felice, se un cielo stellato e la lettura di un libro possano realmente migliorare l’umore; forse vi sarete addirittura chiesti cosa sia la felicità e in cosa essa consista. Questo il quesito su cui si è discusso a lungo, con volti noti della letteratura e non solo, nei due giorni cruciali di Libri Come, la Festa del Libro e della Lettura ospitata all’Auditorium Parco della Musica dal 15 al 18 marzo; un quesito, quello sulla felicità e il modo di raggiungerla, che attanaglia l’umanità dall’inizio dei tempi e che ha occupato la mente di molti grandi filosofi e scrittori del passato.

«Se vuoi essere felice, comincia ad essere felice» è una delle quattro citazioni cardine dell’evento: questa massima di Lev Tolstoj invita a vedere la felicità come qualcosa di raggiungibile attraverso la volontà e la perseveranza, ma nel corso delle varie rassegne — che hanno compreso presentazioni di libri, incontri con gli scrittori, vere e proprie esibizioni e quattro “lezioni di felicità” — tale concetto si fonde con altri ad esso simili, diversi o del tutto opposti. Talvolta la felicità è vista come uno scopo; altre è invece un “carburante” che ci permette di raggiungere i veri obiettivi della vita. La scrittrice spagnola Clara Sanchez crea un parallelismo fra la ricerca di un altro sé, di un’altra persona, della verità — temi che ricorrono fin dal suo primo successo nei suoi racconti — e quello della felicità.

Sebbene oggi la felicità sia considerata quasi come un bene materiale qualsiasi, esprimibile in maniera concreta attraverso mezzi economici, essa è in realtà un concetto astratto, misurabile esclusivamente attraverso la nostra voglia di vivere. «Quale?!» potrebbe essere la risposta di Zerocalcare, che — intervistato insieme ad Atlan da Stefano Bartezzaghi — una volta ricevuto l’invito a partecipare alla rassegna si è posto la domanda forse più impulsiva: «Che cazzo c’entro io con la felicità?». Il fumettista ha poi ammesso di avere un brutto carattere e di diventare di pessimo umore anche per cose di poca importanza — come le pile scariche di un telecomando.

Per capire se siamo felici o meno dovremmo innanzitutto conoscere il significato della parola felicità, ma come spiega Marco Malvaldi nella Prima Lezione di Felicità. La scienza, neppure il dizionario sa descrivere con fermezza ed esattezza cosa essa sia; spesso si pensa coincida con il conseguimento dei nostri obiettivi ma in realtà una volta raggiunti cadiamo vittime di una sensazione che ci fa brancolare nel buio, sprofondare nel baratro. Altre volte si è convinti che per provare felicità basti molto meno e siano sufficienti quelle che chiamiamo “le piccole cose”; il principio è lo stesso di quelle che in matematica sono definite derivate: la funzione cambia rispetto al suo dominio, ma non conta il valore assoluto del cambiamento bensì quanto velocemente esso avviene. Nelle successive Lezioni si parla di amore — con Diego De Silva ed Ester Viola — di scuola — attraverso la collaborazione di Save the Children e di economia —in cui Emanuele Felice offre una diversa definizione di felicità per ogni epoca della storia umana secondo il pensiero filosofico e l’organizzazione sociopolitica del periodo.

La felicità non è tangibile, anche quando crediamo di poterla vedere o toccare: è una sensazione, una situazione o un odore, «come quando si torna

 a casa dall’ospedale» ha suggerito Piero Angela citando Linus, ammettendo di essere stato davvero felice dopo la pubblicazione del suo primo libro; o, come la descrive Andrea Camilleri, è il profumo di citronella inalato per caso pedalando in bicicletta. Talvolta è una sensazione razionale — come quando il sapere che una determinata pianta cresce in zone ricche di risorse idriche ci convince di poter bere un po’ di acqua fresca — altre è del tutto improvvisa e istintiva, presente in noi ancor prima di accorgersene. «Arriva mentre meno te l’aspetti e forse mentre meno te la meriti ed è fatta di un nulla, sapete, come quelle farfalle che voi prendete per le ali, poi le lasciate andare, rivolano e sulle dita v’è rimasto un po’ di polvere color d’oro. Fate così e la polvere va via. Era la felicità e non ce ne siamo accorti» continua Camilleri, facendo scivolare avanti e indietro indice e pollice. 

La durata della felicità deve essere breve, perché altrimenti ci bruceremmo come una falena davanti alla candela: così breve che, nell’evento di chiusura dell’intero festival, la felicità viene rappresentata da soltanto un anno, il 1968, con le sue università occupate, la rinascita del pensiero politico e il cielo azzurro. Se per alcuni, come Luciana Castellina, quell’anno e le sue innovazioni sono destinate a non tornare e chi ha avuto la possibilità di viverlo (come lei) si deve reputare quasi un privilegiato, altri, fra cui Paolo Mieli, credono che un nuovo ’68 sia possibile, scaturito dalla mancanza di ideologie degli ultimi anni. La rivoluzione è dietro l’angolo e spero che con il ’68 troviate anche solo un infinitesimo della felicità che andate cercando.

-Beatrice Tominic.

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REISSUE: Tao Of The Dead, …And You Will Know Us By The Trail Of Dead

Nell’epoca di Spotify, del singolo che acquista più importanza dell’album, della fruizione disinteressata e di sottofondo della musica, cosa è rimasto della suite rock? Nei primi anni ‘70 il rock progressivo era dominato dal trend del brano che occupava l’intera facciata del vinile, se non che si estendesse anche fino al lato B. “Close To The Edge” degli  Yes, “Third” dei Soft Machine, “Thick As A Brick” dei Jethro Tull sono solo alcuni degli esempi possibili, talmente celebri da non necessitare una descrizione. E risulterebbe anche snob parlarne adesso, quasi 50 anni dopo, in un panorama musicale sicuramente mutato, in meglio o in peggio che lo si possa ritenere. Si possono tuttavia riallacciare i rapporti col passato senza che ciò appaia come fuori posto, incomprensibile alle logiche moderne, lontano e irraggiungibile?

Gli …And You Will Know Us By The Trail Of Dead ci sono riusciti, con qualcosa che va al di là del semplice, spesso stantio, tributo. Dopo il successo underground dal piglio hardcore di “Source Tags And Codes” (valutato con un sorprendente 10 sulla famosa webzine Pitchfork) nel 2002, i texani avevano iniziato un percorso di  sperimentazione  e di messa in discussione del loro suono, che in Tao Of The Dead raggiunge finalmente piena completezza. Dai primi dischi, legati strettamente a un hardcore mai tuttavia troppo grezzo, il loro suono si è infatti evoluto nei dischi successivi in uno  sfaccettato totem che unisce indie, alternative e sperimentazioni con richiami depotenziati del loro passato, in cerca di un’identità che, con questo settimo lavoro datato 2010, sembrano aver raggiunto. La divisione delle tracce è già peculiare: due parti dalla diversa accordatura, la prima (in Re) può essere vista sia come una suite da 36 minuti, sia come 11 tracce godibili separatamente, dando quasi la sensazione di una manciata di singoli uniti solo dal miracolo del mixaggio. Le sonorità sono sorprendentemente eterogenee pur restando sempre moderne e di matrice alternative, quasi un art rock piegato all’hardcore che tuttavia non difetta in melodia: si passa agilmente dalla sfuriata “chitarrosa” di “Summer Of All Dead Souls” alla percussiva quiete di “Fall Of The Empire”; dallo spoken word di “Cover The Days Like A Tidal Wave” alla jam psichedelica di “The Fairlight Pendant”, senza dimenticarci del pezzo forse più rappresentativo del lotto, “Weight Of The Sun (Or, The Post-Modern Prometheus)”, che si divide tra la sua impostazione squisitamente melodica e l’esplosione chiassosa del ritornello, egregiamente dosate in appena due minuti e mezzo di durata. La seconda parte del disco (in Fa) contiene invece la vera e propria suite: “Strange News From Another Planet”, un pregevole esperimento di 17 minuti che se nella struttura ricorda sicuramente una suite prog con tutti i crismi, dal lato musicale è praticamente una colossale traccia alternative che prende la sua forza da un incredibile spirito camaleontico: partendo dal potente e suggestivo inizio, ogni cambio di ritmo è introdotto magistralmente e in modo perfettamente coerente per creare un caleidoscopio emotivo che ha dell’incredibile se pensiamo che è generato col solo uso della classica strumentazione rock.

In sintesi potremmo dire che, se da una parte “Tao Of The Dead” non è assolutamente accostabile al prog per sonorità, lo è sicuramente negli intenti: al di là degli evidenti richiami strutturali già sottolineati, il grande spirito mimetico che i 4 imprimono in ogni traccia evidenzia la cura per ogni passaggio, di cui la fruibilità per intero è solo un pregio a posteriori.

 

Tracklist:
TAO OF THE DEAD PART I

1. Introduction: “Let’s Experiment” – 2:23
2. Pure Radio Cosplay – 5:26
3.Summer of All Dead Souls – 4:17
4. Cover the Days Like a Tidal Wave – 2:51
5. Fall of the Empire – 2:27
6. The Wasteland – 2:33
7. Spiral Jetty – 1:48
8. Weight of the Sun (Or, the Post-Modern Prometheus) – 2:19
9. Pure Radio Cosplay (Reprise) – 3:18
10. Ebb Away” – 2:41
11. The Fairlight Pendant” – 5:43

TAO OF THE DEAD PART II

12. Strange News From Another Planet – 16:32

 

-Vincenzo “Notta” Riccardi.

 

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Una sommessa utopia per l’avvenire

Viviamo in un’epoca, non storica ma personale, densa di contrasti che riguardano il singolo individuo: l’età che portiamo sulla nostra pelle ci identifica come un gruppo ben definito, ma solo a parole, una burocrazia di intenzioni, concetti espressi solo teoricamente ma mai resi tangibili. È latente nei fatti un impegno nel far sì che la gioventù possa alzare la testa verso il cielo e sperare nel bel tempo; ma non esiste un contrasto.

Tra giovani e vecchi, ovvero coloro che dovrebbero dare una mano ai primi, non possiamo che stabilire una inutile faida che mina la società dal suo interno e la proietta nella malattia più incurabile: l’incancrenirsi di tutte le speranze. Da sempre si è ragionato asserendo che i giovani sono sottostimati e i cosiddetti vecchi posti sopra uno scranno dal quale giudicano e tengono strette le redini del destino, perché no, di una nazione. In Italia abbiamo un numero impressionante di ragazzi in costante ricerca di un approdo lavorativo senza vedere mai l’orizzonte proprio a causa della strutturazione di una gerarchia, di una piramide alla base della quale si trova una generazione di under 20-30 e sulla sommità gli inamovibili vegliardi sulle cui spalle riposa un mantello di (nefaste) decisioni infrangibili.

Se si smettesse di considerare in modo differente individui di diverse età allora forse si livellerebbe il distacco, si viaggerebbe sulla stessa strada e non si verrebbe a creare un conflitto che dà vita solo a tensioni cicliche.

È inutile crogiolarsi nel disordine che stiamo vivendo oggigiorno, bisogna iniziare a scansare gli ostacoli e cambiare il modo di pensare; non solo il nostro, proprio dei rappresentanti di un mondo giovanile, studentesco, universitario o come lo si vuol definire, ma piuttosto di una società bisognosa di polmoni nuovi per respirare l’aria incerta dei tempi che verranno.

-Luciano De Vivo.