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Caoslandia: la mancanza di un ordine globale

Quando la globalizzazione sembrava il destino del mondo, il Pentagono produsse un planisfero geopolitico che divideva il pianeta in due: l’area globalizzata, “ordinata”, imperniata su Stati Uniti, Europa atlantica e Nord euroasiatico e l’area “globalizzanda”, “caotica”, che investiva la fascia tropicale del pianeta, dall’America centrale all’oceano Indiano passando per la quasi totalità dell’Africa e del Medio Oriente, con incursioni sia nell’America del Sud che nell’Asia centrale. Nella mente di chi ci ha preceduto la fine della guerra fredda avrebbe significato la costruzione di un nuovo pacifico ordine globale in un mondo decolonizzato. Ma le aspettative, così vive nell’ultimo decennio del XX secolo, sono rapidamente evaporate e dalla coltre di vapore è emersa la “Caoslandia”, l’area di massima concentrazione dei conflitti, del terrorismo e della dissoluzione degli Stati.

Il mondo dell’ordine e quello del caos si toccano lungo alcune linee di faglia presso le quali interagiscono e si influenzano: il Mediterraneo, che convoglia verso l’Europa la pressione migratoria proveniente dal Medio Oriente e dal Nordafrica; l’Intermarium, sorta di nuova cortina di ferro tra il Baltico e il Mar Nero dove si concentrano le tensioni tra la Nato e la Russia; infine il Mar Cinese, la cui sovranità è contesa tra la Cina e gli Stati Uniti. Stati Uniti, Cina e Russia, all’interno di questo ordine, sono le tre potenze mondiali contemporanee. Gli USA sono la superpotenza e il loro predominio, nonostante le prime forti avvisaglie, non è attualmente in discussione. Il principale sfidante, la Cina, è ancora a distanza di sicurezza (seppur il suo passo diviene minaccioso) e deve affrontare l’offensiva di Washington su vari piani: da Taiwan alla Corea del Nord, dalla guerra commerciale alla competizione nell’intelligenza artificiale. La Russia agisce da grande potenza, ma ha mezzi molto limitati rispetto al periodo sovietico e ha problemi a conservare la propria sfera di influenza, come dimostra la guerra in Ucraina.

Secondo l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, attualmente, fra guerre internazionali, civili, conflitti etnici, guerriglie contro cartelli della droga, gruppi paramilitari ed anarchici, 40 sono i conflitti combattuti sul nostro pianeta. Ma a tale conta potremmo aggiungere il Brasile, che con la sua criminalità ha collezionato più di 63 mila morti nel 2017, o la Birmania, dove dal 1948 è in corso una strisciante guerra interna. Ma ancora, si potrebbero aggiungere le profonde e croniche tensioni politiche fra paesi come la Corea del Sud e del Nord, o fra l’area non autonoma del Sahara Occidentale e Marocco. Sono solo esempi. L’ONU, con le sue missioni di peacekeeping, sta intervenendo solo in 15 di questi conflitti, senza, per di più, registrare importanti risultati.

La pace è in minoranza, rendendo in minoranza l’Occidente. Per quanto non ci appaia lampante, quello che consideriamo essere il “nostro” mondo è un’eccezione all’interno del più variegato scenario mondiale. Stati Uniti, Canada, Europa occidentale, Oceania ed alcuni paesi del Sud America: solo queste aree godono della pace ad oggi. Ne discende un’inevitabile sfida economica, sociale e politica fra il mondo dell’ordine e Caoslandia. Mentre il primo sembra arretrare, crescendo all’interno di un isolamento e soffrendo l’incapacità di offrire un nuovo paradigma di convivenza internazionale, il secondo si espande, diffondendo l’instabilità che sempre più si avvicina verso i nostri confini.

D1UVesQWoAE0jc7Immagine ©Limes

I due conflitti mondiali, che segnarono la prima metà del “secolo breve” (il Novecento nella mente dello storico marxista Hobsbawn), distrussero le potenzialità egemoniche europee. Dall’idea che l’Europa dominasse il mondo, nel corso degli anni a cavallo fra XIX e XX secolo, nacque l’inevitabile corollario: chi guida l’Europa, guida il mondo. Ma dal 1945 non fu più possibile. Successivamente, il paradigma della guerra fredda generò, lungo la seconda metà del “secolo breve”, l’ultimo filtro con cui gestire il grande vortice di cambiamento mondiale, alimentato dal crescente processo decolonizzazione e da un tortuoso (ma non per questo condannabile) sentiero di crescita economica. Oggi la volatilità, l’incertezza istituzionale ed economica si diffondono a macchia d’olio in un “sistema mondo” che patisce un vuoto di potenza, cioè di controllo.

Il mondo globalizzato continua a crescere demograficamente ed economicamente, ma è percorso da diverse linee di tensione internazionale, alcune originarie del mondo dell’ordine e altre del caos. La questione ambientale, quella climatica, i possibili problemi dovuti alla robotizzazione e al fabbisogno di un cambio del paradigma energetico sono solo alcuni dei futuri fattori di crisi di lungo periodo. Osservando i nostri giorni, attraverso una visione onnicomprensiva della realtà, il sottosviluppo di alcune aree geografiche appartenenti al “caos” sembra essere il principale elemento di squilibrio e disfacimento, il quale possiede con l’esistenza di disordini militari e civili un reciproco rapporto di dipendenza. Lo sviluppo capitalistico, ormai è chiaro, sta incontrando dei limiti di sostenibilità ed applicabilità a livello globale. Il paradigma che continuiamo, giustamente, ad applicare all’”ordine” richiede necessariamente delle modifiche per essere impiegato come criterio di ricostituzione e regolazione del “caos”. Sono tutte sfide e minacce che non possiamo evadere e che richiedono di ampliare costantemente il nostro orizzonte di ricerca e osservazione. In un mondo sempre più interconnesso, dove la dimensione dei fatti politici, sociali, culturali ed economici è incessantemente in espansione, anche il nostro occhio deve allargare l’orizzonte di analisi e cogliere i nessi che uniscono le vicende del nostro pianeta nella sua interezza, nel suo ordine e nel suo caos.

Per comprendere il nostro attuale spazio e tempo serve un metodo ed un linguaggio nuovo, serve riscrivere la storia come “storia globale”, cioè, per dirla con le parole dello storico tedesco Sebastian Conrad, “una forma di analisi storica nella quali fenomeni, eventi e processi vengono inquadrati in contesti globali”, un approccio che supera le visioni monoculturali e parziali a favore di uno attento ad evidenziare le connessioni, gli scambi, le istituzioni, la circolazione di uomini, merci, capitali ed idee all’interno di processi storici che si esplicano su scala globale. In definitiva, “la storia d’Europa non fu mai solo una questione europea”.

-Alessandro Berti

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Parole, parole, parole

Puntualmente mi stupisco di quanto le coincidenze siano così spontanee e impossibili nello stesso tempo. Mi sono stupita, soprattutto, nel momento in cui avevo in programma di scrivere qualcosa di nuovo, senza sapere ancora su chi. Tutto d’un tratto, però, direttamente da via del Valco di San Paolo, è arrivata la chiamata della professoressa di portoghese: una ricerca sulle canzoni brasiliane che hanno una versione italiana. Capite che coincidenza astrale? Ecco, in realtà forse non lo capite perché ancora non vi ho detto di chi sto per parlare.

L’artista in questione si chiama Mina Anna Maria Mazzini. La tigre di Cremona, conosciuta per la sua voce sublime e senza eguali in tutto il mondo, di cui il Brasile fa parte. Canzoni come A Banda, Canto de Ossanha, capisaldi del bossa brasiliano, sono state interpretate e raccolte nel meraviglioso album Mina Canta o Brasil, che, guarda caso, l’anno scorso ho trovato nel mercatino di un piccolo paese e che custodisco gelosamente, perché ragazzi, dai, cosa c’è di più perfetto e sublime di Mina che canta in brasiliano? Niente, ve lo dico io.

Si dà il caso, dunque, che l’universo mi abbia mandato un messaggio forte e chiaro, illuminandomi la retta via che per un attimo avevo smarrito, con la luce dell’eterna diva che protegge e sorveglia il popolo dal paradiso fiscale in cui vive. E se l’universo vi manda un messaggio, voi che fate, non lo ascoltate? Certamente sì, visto che è un periodo – in realtà sarebbero anni – di Saturno contro, altroché la fortuna è cieca.

Ordunque, affinché l’universo non mi si rivolti ancora di più contro, quello che farò in questo articolo non sarà un elogio (perché le parole non saranno mai abbastanza belle e non vorrei dire corbellerie), piuttosto vi racconterò la mia esperienza con la sua musica. In particolare, non potendo parlare di tutti i successi e degli album nemmeno in maniera generale – si parla di 62 album, abbiate pazienza – mi soffermerò su uno dei primissimi album, un album che esplode di giovinezza e voce limpida, cristallina: Studio Uno.

Siamo nel marzo del 1965, Mina ha soltanto 25 anni, ma è già la voce della musica italiana, anzi, la ragazza della voce italiana. Infatti, Studio Uno, oltre ad essere il nome dell’album, è anche un programma televisivo che la stessa Mina ha presentato. Perché dovete sapere, carissimi giovanotti, che Mina non è solo una cantante: Mina è la televisione italiana degli anni ‘70, Mina è presentatrice, è patrimonio italiano, è l’artista a tutto tondo: Mina è diva (come direbbe Rose, fanatica più di me della musica anni 70).

Senza dilungarmi ulteriormente, che sembra stia scrivendo la Bibbia, l’album contiene al suo interno canzoni come È l’uomo per me, Se piangi, se ridi, Città vuota – canzone che tutti cantano ma di cui nessuno conosce il titolo – e, per dirne una in più So che mi vuoi, cover di It’s for you scritta direttamente da John Lennon e Paul McCartney, mai inciso dagli scarafag… dai Bealtes.

Da tutto l’album, da ogni traccia, da ogni singola parola, fuoriesce l’immagine di una donna che sa quello che vuole e che non scende a compromessi. Quello che amo di Mina è proprio questo: la consapevolezza di valere qualcosa, di essere una donna forte, consapevole dei suoi punti deboli e di quello che è l’essere maschile (vorrei sottolineare che si è sposata ben 4 volte) e che nonostante tutto ne esce vincitrice, a testa alta. Tutto questo, si tradurrebbe con un semplice termine  napoletano, 8 lettere e tanta cattiveria: la cazzimma.

Attenzione però, badate bene che i testi sono scritti da autori diversi; la cazzimma dunque, si vede nel momento in cui riesce a far venire i brividi grazie alla sua voce sublime, grazie alla sua personalità eccentrica, al suo sguardo penetrante… d’altronde, stiamo parlando di una creatura divina.

La grandezza di Mina è data dal fatto che, con la stessa voce, ha cantato dell’uomo per lei, sicuro di sé, ha cantato romanticherie da diabete come uno come te, io non lo troverò mai più, ma anche canzoni, che più che dediche sotto i video musicali di RTL, sembrano invettive contro il genere maschile e la combriccola di amanti ed ex che lo circonda. Lei è la Voce delle Mille bolle blu, delle parole, parole, parole del portati via tutto questo amore che non è mai amore e mi fermo qui con le citazioni, che sennò finiamo a Natale prossimo. Una voce, dicevo, che copre quasi 3 ottave intere, una voce che sia da giovane che da matura, ha donato quasi mezzo panorama della musica italiana odierna: canzoni da cantare sotto la doccia, canzoni con cui piangere di nascosto, canzoni da interpretare o semplicemente da ascoltare col sorriso sulle labbra.

Parlo di voce perché ormai ci è rimasta solo quella, dato che 40 anni fa ha deciso di abbandonare il piccolo schermo ormai prossimo alla deriva, il palco, i riflettori e si è dedicata alla cosa che a mio parere, è la più importante: la musica. Capite adesso perché prima parlavo di luce divina che protegge? Mina è l’occhio del Grande Fratello, che osserva tutto quello che succede, lavora in silenzio, senza dare nell’occhio, appunto.

Non vi nego che vedere un concerto di Mina sarebbe un sogno, ma anche un’utopia, data la situazione. Sembra tanto strano che una ragazza di 22 anni ascolti e scriva di un’artista nata nel 1940? Cioè, ragazzi, ci rendiamo conto? Mentre Adolfo cercava di conquistare il mondo insieme al suo amichetto del cuore, ovunque c’era guerra e la gente moriva di fame… a Busto Arsizio nasceva lei, la ragazza della musica italiana.

E mentre vi racconto di Mina che ha vissuto gli anni d’oro della TV, aveva come amica Raffaella, ha duettato con Totò e molti altri, io mi ritrovo nel salotto di casa con Barbarella e Cristiano Malgioglio che mi insegnano a vivere. Coincidenze? Io non credo.

 

-Caterina Calicchio

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“My parents said “don’t come back”. I come back.”

Oggi è il 25 Aprile, festa della Liberazione d’Italia dal regime nazifascista. Ma siamo davvero liberi dall’odio e dalle divisioni, dal terrore e dalle implicazioni di uno Stato che ci obbliga ad essere come vuole? Al via, proprio oggi, 25 Aprile, la mostra dedicata ai vincitori del World Press Photo 2019 concorso giunto ormai alla sessantaduesima edizione, specchio chiaro e definito delle vicende antropologiche della contemporaneità che viene espressa tramite gli scatti fotogiornalistici di reporter dipendenti da testate o indipendenti, al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Come si vede dal pannello che apre l’intera esposizione, dal 1955 per gli anni a venire, questo concorso fotografico ha avuto il compito non solo di documentare con un brillante gusto estetico le vicende del mondo, ma anche quello di descrivere in modo dettagliato e attento i problemi che hanno afflitto il nostro pianeta: vicende storiche come guerre e crisi si sono succedute e hanno trovato spazio ed espressione negli scatti, alcuni dei quali hanno realmente “fatto la storia” dell’arte fotografica e sono diventate iconiche per intere generazioni. Non è, pertanto, complesso intuire quali siano i temi più trattati e ricorrenti delle foto vincitrici del 2018 scelte fra 78,801 immagini realizzate da 4,783 fotografi provenienti da 129 Stati diversi: crisi ambientale e umanitaria la fanno da padrone nelle vicende storiche e culturali del 2018.

Quest’anno finalisti e candidati ai premi sono stati 43 provenienti da ben 25 diversi Paesi, il 32 % dei quali sono donne contro l’esiguo 12% dello scorso anno. In aumento la componente femminile anche nella giuria stessa del concorso in cui, su 17 giurati, 9 erano donne. Tra i vincitori quest’anno anche ben 4 italiani di cui uno premiato per il settore digitale. Numerose, infatti, sono state le novità di quest’anno. Presente e vivo ormai da più di mezzo secolo, il World Press Photo oltre a narrare e descrivere le vicende caratterizzanti del pianeta ha avuto e continua a sentire necessariamente il bisogno di rinnovarsi e rimodernarsi insieme al mondo stesso. Per questa ragione è stato istituito un nuovo premio dedicato al Digital Storytelling, una delle nuove frontiere del fotogiornalismo dell’epoca digitale.

Vincitore del World Press Photo del 2018 è lo scatto di John Moore Crying Girl on the Border in cui si vede piangere la piccola Yanela Sanchez mentre viene perquisita sua mamma Sandra alla frontiera al confine con il Texas. Originarie dell’Honduras, sono un caso emblematico di ciò che rappresentano oggi le spinte migratorie e la crisi umanitaria. Divenuta subito virale, ha senza dubbio contribuito a far rallentare grazie alla pessima risonanza mediatica la politica di Donald Trump ed è divenuta strumento politico utilizzato sia da esponenti di destra che di sinistra per portare avanti le proprie idee. Al primo posto per le Photo Stories il repotage sul medesimo argomento, The Migrant Caravan, documentato dagli scatti di Pieter Ten Hooper. Nato con lo scopo di realizzare foto d’amore, è divenuto una documentazione dettagliata della vita quotidiana vissuta dai migranti durante il viaggio nelle carovane. Di seguito lo slideshow.

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Il titolo stesso dell’articolo, però, si riferisce al progetto vincitore del terzo premio Short realizzato da Matteo Delbò e Chiara Avesani che hanno seguito il rientro in patria di Ghadeer il quale, una volta rientrato a Mosul dopo aver vissuto per circa 6 anni in Europa, decide di impegnarsi per aprire una radio libera, priva di alcuna affiliazione politica con libertà di espressione che possa puntare all’empowerment of the youth.
La sua generazione che oggi si trova sulla trentina d’anni, nel corso della sua vita ha assistito ad almeno quattro diverse guerre tutte con conseguenze spiacevoli e sanguinose. Dopo il suo viaggio in Europa, una volta entrato in contatto con la storia dei Paesi europei, ha studiato un modo per ripartire, emulando una Germania rinata dopo il grigiore della seconda guerra mondiale. Quando i suoi genitori lo hanno messo di fronte alla miseria che vivevano ancora nel loro Paese, consigliandogli di non tornare, Ghadeer ha invece deciso di riprendere in mano la sua vita e, nel suo piccolo, il suo Paese perché aveva la visione di qualcosa che stava per iniziare con impegno, sacrificio e passione. Ciò che più ha colpito lo stesso Delbò è stata la capacità di questo giovane di conoscere e riscoprire il dopoguerra europeo e ricominciare prendendo esempio da quello che spesso gli europei stessi, giovani e non, dimenticano.
In un giorno come il 25 Aprile, arrivato anche grazie alla fruizione di radio segrete, un messaggio come quello di Ghadeer è ancora più importante e pregno di speranza per un nuovo inizio.

-Beatrice Tominic

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Prequel pericolosi

Prendete in considerazione una grande storia, la vostra preferita. Ora immaginate che l’autore abbia avuto l’idea di approfondire quell’universo da lui creato: può farlo continuando la storia, con un sequel, oppure raccontando i fatti accaduti precedentemente, che hanno condotto alla storia principale, con un prequel. Proprio nel caso di quest’ultimo, tra i tanti fattori che delineeranno una buona storia o meno, uno solo è fondamentale: la coerenza. Senza di questa non ci troviamo di fronte ad un approfondimento su un personaggio o su un evento, bensì avanti ad una baraonda di fatti che si succedono e vanno ipoteticamente a creare un universo alternativo. Ciò si verifica difficilmente quando a scrivere è lo stesso autore, ma esistono comunque occasioni di incoerenza narrativa (vero Mrs. Rowling?); ma la maggioranza dei casi persiste quando sullo stesso argomento sono più persone a metterci le mani su. Per fare un esempio, la saga cinematografica degli X-Men ha avuto problemi sia con il capitolo Conflitto Finale, che con alcuni spin-off/prequel dedicati ad esempio al personaggio di Wolverine, per via proprio della moltitudine di registi e sceneggiatori che hanno ampliato l’universo supereroistico con le loro molteplici visioni; errori che sono stati prontamente cancellati nella maniera più intelligente possibile, introducendo in un altro film il tema dei viaggi nel tempo e quindi modificando tutta quella porzione di eventi “ribrezzevoli”.

Tutto ciò per introdurre la seconda stagione di Suburra, disponibile su Netflix. Prequel dell’omonimo film diretto da Stefano Sollima, già famoso per le serie TV Romanzo Criminale e Gomorra, la serie ci ripropone Spadino, Aureliano, la famiglia Anacleti, ma aggiunge anche personaggi inediti: Gabriele e il politico Amedeo Cinaglia. La prima stagione più che sviluppare una trama ricca di elementi, si è presa i suoi tempi e ha introdotto tutti i personaggi, creando un ottimo background. Quest’ultimo è la struttura portante per la stagione appena uscita dove si passa finalmente allo sviluppo della trama vero e proprio: vediamo l’ascesa dei personaggi all’interno del sistema malavitoso romano. Numerosi i rimandi al tema dell’immigrazione, a famiglie dai nomi conosciuti, a un partito in particolare che concorre a governare la capitale e quant’altro. Sono interessanti anche i tre flashback che aprono gli ultimi episodi dedicati ai tre protagonisti: Lele, Spadino e Aureliano. Non mi è piaciuta la colonna sonora però, l’ho trovata completamente distaccata dalle atmosfere della serie, nonostante ogni singolo brano sia a sé stante molto valido. Nel complesso, dunque, sono soddisfatto di questa seconda stagione, ma ora arriviamo al punto centrale di questo articolo: la coerenza.

Nonostante tutto le vicende dei vari personaggi sappiamo già come andranno a finire, poiché il film di Sollima ne costituisce l’epilogo. La serie, che è prodotta da Michele Placido, quindi vittima del passaggio di mano a cui accennavo sopra, in questo senso potrebbe però riallacciarsi alle vicende future in modo non perfetto, ed è ciò che spaventa la maggior parte dei fan. Il problema è costituito dal rapporto che si instaura tra Spadino e Aureliano: nella serie il primo finisce per innamorarsi del secondo, mentre nel film, quindi successivamente, i due sembrano conoscersi giusto per nome. Ora, so benissimo che la seconda stagione non è affatto quella finale, ma ragionando un po’ su quanto accaduto finora, credo che, salvo tempi dilatati, la terza stagione potrebbe essere l’ultima. Quindi nell’arco di una decina di episodi dovrebbe accadere quel qualcosa che porterà all’apocalisse narrato nel film. In ogni caso ripongo fiducia negli autori, so che possono fare un buon lavoro trovando una soluzione che non consista nell’introdurre viaggi nel tempo e a noi spettatori non resta che attendere gli esiti finali.

 

-Matteo Verban

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Il grigio e il giallo illuminano la città

Esperienze estetiche di ogni tipo e ad ogni livello percettivo si susseguono in questo plumbeo ma contemporaneamente eclettico paesaggio metropolitano. Semafori giallo elettrico emergono dal grigiore dello scenario scandendo la cronemica interiore della città.

Dentro a questi contenitori di umanità, mentre artisti survivalisti o sedicenti tali si chiudono nei loro “atelier” divertendosi in trovate creative o in esercizi accademici che tendono più all’autarchico e all’autoreferenziale, altri, invece, affascinati, traumatizzati o terrorizzati, scelgono di esprimere e appropriarsi di tutte quelle dissonanze contemporanee che nella urbanità conoscono i propri massimi estremi. Tra questi ultimi rientra sicuramente l’artista sudcoreana Kimsooja che presenta all’interno della mostra La strada dove si crea il mondo presso il Maxxi fino al 28 aprile 2019, una propria video-performance, intitolata A needle woman. Nell’opera, Kimsooja  si pone come soggetto al centro dell’inquadratura fissa dando le spalle all’osservatore e confrontandosi con tutte le (non)reazioni dei passanti che camminandole davanti finiscono così per rappresentare un’ondata indistinta e inafferrabile di individualità. Osservare senza essere osservati, come davanti ad una sorta di acquario. Sono ora  possibili riflessioni rivolte in realtà a noi stessi ( in quanto a propria volta parte di un habitat urbano) a partire dagli altri, ma a patto di fermarci almeno per un istante e alzare lo sguardo in maniera attiva e consapevole.

Questo è quello che ci chiede per esempio l’artista cileno Alfredo Jaar per poterci accorgere della presenza delle sue affissioni “pubblicitarie” nell’opera Chiaroscuro distribuite in alcuni appositi spazi per le strade di Roma oltre che all’interno del Maxxi. In questi suoi manifesti è riportata la storica citazione di Antonio Gramsci “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire e in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Forse il gesto veramente rivoluzionario, sembra consigliarci Jaar, è scoprirsi capaci di una consapevole sensibilità anche di fronte alle suggestioni che ci offre il quotidiano, nei soliti luoghi e attraverso le stesse vie che compiamo ogni giorno.

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A questo punto non possiamo non realizzare come, razionalmente o involontariamente, nelle produzioni di tali artisti l’universo metropolitano irrompa prepotentemente riflettendosi, tra le sue tante manifestazioni, in un sottofondo di solitario smarrimento e in esperienze di immersiva asocialità. Ne è un esempio il video“Pre-umage ( Blind as the mother tangue)” realizzato dall’artista Hiwa K. in cui si fa riprendere mentre cammina tra sentieri, porti e rumori urbani tenendo in equilibrio sul naso una specie di asta con vari specchietti grazie ai quali si orienta, vagando senza meta tra anti-estetici e a-cromatici paesaggi sub-urbani e portuali.

Alla fine forse, davanti a tutte queste immagini che possano fare in un qualsiasi modo da finestra su tali realtà, si ha come l’impressione che le varie possibili riflessioni tendano a sintetizzarsi verso una sola: da questo sfondo grigio di umanità potrà mai di nuovo concretizzarsi una persona e diventare il centro del nostro interesse, magari sotto la vertigine della ricerca di una delle nostre metà perse o almeno che sia “Uno” e non più “chiunque”?

 

-Michele Espinoza

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xCARACOx – “Tutto è perfetto, sicuro di morire”

Molte volte ho avuto l’occasione di andare a sentire dei concerti della scena underground romana e non solo, ma già dal primo ascolto sono rimasta affascinata dagli xCARACOx, gruppo grind/hardcore romano composto da Claudia Rae Acciarino, cantate e autrice dei testi, Andrea Laurita alla chitarra, Antonio Lipari in qualità di bassista e Giorgio Natangeli, batterista.

I pezzi sono piuttosto variegati, sia a livello musicale dove si spazia da sonorità più cupe a ritmi e suoni vicini al punk più movimentato, sia a livello tematico, dai più sarcastici come “Vasectomia” e “Siberia”-quest’ultima definita ironicamente come “Una canzone per l’estate”- alle più dure e inquietanti “Br-exit” e “V x Cambiamento” fino alla canzone che spesso apre i loro concerti ed è probabilmente la mia preferita: “Sicuro di morire”. Mi hanno subito appassionato per il ritmo travolgente -che non di rado fa scatenare la folla nel pogo– e l’incredibile presenza scenica di Claudia che canta in growl; ma il mio interesse si è concretizzato quando ho appreso che i testi e le tematiche derivano direttamente dagli scritti del filosofo Albert Caraco (1919-1971).

Ho cercato di saperne di più attraverso la lettura dei suoi testi e parlando direttamente con Claudia.

Come hai conosciuto Caraco e il suo pensiero?

Sono Laureata in “Filosofia e Studi teorico-critici” alla Sapienza e mi ero avvicinata al pensiero nichilista del Novecento tramite lo studio di pensatori come Adorno e in particolare Foucault sul quale ho scritto la tesi di laurea, ma Caraco l’ho conosciuto molto dopo, quasi per caso, tramite i miei soci del “Dal Verme” [ex circolo Arci, ndr] anch’essi studiosi di arte e filosofia. Da lì ho iniziato ad approfondire leggendo oltre a “Breviario del Caos” anche gli altri suoi scritti tra cui “Post Mortem”. L’ho trovato subito illuminante, apocalittico, stupendo.

Come sono nati gli xCARACOx?

Il gruppo è nato quasi per gioco con Lipari [Antonio Lipari, bassista, ndr] anche lui studente di filosofia. Le “X” attorno al nome nell’ambiente musicale grind/hardcore solitamente rimandano al movimento straight edge che ha come fondamento la rinuncia ad alcol, droga, sesso occasionale, talvolta al nutrirsi di carne. Noi non siamo straight edge e chi ci conosce lo sa [lo dice sorridendo], ma nel nostro caso le X rappresentano la rinuncia a tutto di cui parla Caraco, il “Grande Basta” di cui si parla ironicamente in un pezzo.

Come interpreti il pensiero nichilista e quasi stoico di Caraco della rinuncia alla vita e agli istinti come quello di riprodursi, dopo quasi cinquant’anni dalla sua morte?

Caraco è un personaggio estremo e “storto”. E’ sudamericano naturalizzato francese, ha un rapporto conflittuale con la madre descritto in “Post Mortem”, è ebreo ma critica gli ebrei e sceglie di suicidarsi immediatamente dopo la morte del padre per non arrecargli dolore, benché avesse già lucidamente deciso di togliersi la vita come gesto di ribellione e di autodeterminazione.

Sulla sua vita sentimentale si sa poco, ma la sua visione dell’accoppiamento si distanzia dal concetto imposto dalla società e dalla religione di riproduzione come una cosa del tutto naturale, ma vede la spinta delle masse a procreare come dettata da ragioni politiche di sopraffazione di classe, di sfruttamento del lavoro di esse da parte dell’élite e in particolare come carne da sacrificare nelle guerre. Come ogni specie arriva ad autoeliminarsi quando diventa troppo numerosa, anche l’uomo segue lo stesso concetto. Ma invece di usare gli strumenti di controllo delle nascite ha continuato a riprodursi sempre di più fino a distruggere se stesso e la natura, che Caraco rappresenta nella sua totalità, quindi anche come morte, distruzione, fine di una specie ed inizio di un’altra. In sintesi, secondo Caraco l’uomo ha forzato la natura per continuare a moltiplicarsi, infliggendo una sofferenza sterile alla sua razza e alla natura stessa. La crudeltà della Natura prevale su quella dell’uomo, in ogni caso.

Questa piena consapevolezza della morte in Caraco ci rende più liberi e forse più felici?

Sicuramente più liberi. Perché privarsi delle scelte che ci fanno stare bene? Perché scegliere una vita omologata che è funzionale agli interessi di qualcun altro, comunque destinato anch’esso alla morte, se non è quello che vogliamo e se siamo consapevoli della sua natura effimera? In questo modo la routine della vita quotidiana di un lavoro alienante diventa una falsa eternità nella quale perdiamo le nostre vite e anche trent’anni passano in un lungo eterno attimo. La vita non perdona, la morte non perdona.

D’altra parte l’individualismo spinto di Caraco, già presente in Nietzsche e Cioran, costringe ad un lavoro di autocoscienza molto forte nel quale le responsabilità, il senso di colpa, il dolore per una tragedia ricadono esclusivamente sul singolo. La massa ti protegge, ti deresponsabilizza. L’etica nell’individualismo si riduce alle scelte libere del singolo che esulano dal concetto di colpa proprio delle religioni, ad esempio, ma anche se vogliamo all’appartenenza ad uno Stato.

Qual è stato l’impatto del pensiero di Caraco nella tua vita?

La scelta di vita di suonare e produrre nell’ambiente underground, frequentare sin da giovanissima ed essere attiva negli squat, realtà anarchiche precisamente politicizzate, ambienti culturali vivaci e poco omologati, sposare delle cause, così come più banalmente andare in montagna, o il lavoro che ho scelto per campare, mi permette di essere coerente con la mia etica personale nonostante i chiari compromessi che derivano dalla nostra partecipazione alla società. L’unico modo per tirarsene fuori sarebbe la scelta di totale isolamento e ritorno alla piena natura, ma questa è un scelta estrema anche per me, comunque non si sa mai [sorride]. Eppure ormai siamo qui, siamo stati gettati nel mondo e siamo in ballo dunque vivendo in armonia con la consapevolezza della fine il procedimento quotidiano dovrebbe puntare alla ricerca della comprensione di ciò che abbiamo intorno ed essere curiosi. E’ questo l’unico modo per poter dire di essere stati vivi, cercare di disperarsi sempre meno e portare questo fuoco finché si può.

E qui cito i Marnero [gruppo post-metal/hardcore bolognese, ndr]

E fra bruciare ed estinguersi la scelta è bruciare
per poter dire di essere stati una volta vivi.

-Alessandra Testoni

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Slogan contro i pregiudizi

A Roma, nei pressi dell’Ara Pacis, tra un vicolo e l’altro, si nasconde la magia di un “cortile nascosto”. Al suo interno, Palazzo Borghese ospita la Galleria del Cembalo che mette a disposizione i suoi spazi per meeting, conferenze, sfilate di moda, ricevimenti e mostre. È proprio di una mostra che vi voglio parlare oggi.

Nobody can love you more than you è il titolo di questa enigmatica mostra fotografica presente fino al 6 aprile e che vanta 20 opere fotografiche dell’attivista visiva sudafricana Zanele Muholi. Le parole dell’artista sottolineano l’obbiettivo della sua ricerca:

riscrivere una storia visiva del Sudafrica dal punto di vista della comunità nera, lesbica e trans, affinché il mondo conosca la nostra resistenza ed esistenza in un periodo in cui i crimini generati dall’odio sono all’apice, in Sudafrica e non solo.

Gli scatti fotografici catturano un volto femminile che assume ogni volta un nuovo aspetto. Parrucche, costumi e oggetti di uso quotidiano, dalle mollette per stendere i panni, alle pagliette di metallo per pulire le pentole, dalle cannucce per le bibite, alle grucce per appendere gli abiti. Quello che cattura l’osservatore è lo stile fotografico in bianco e in nero, nonostante non si vedano colori, l’artista gioca d’effetto con il colore della sua pelle, senza prendersi sul serio e andando contro lo stereotipo del nero. Contrastando la sua pelle e a volte schiarendosi le labbra, accentua le proprie caratteristiche fisiche per riaffermare la sua identità. Se guardassimo tutte le foto assieme noteremmo un punto in comune. In ognuna di esse la protagonista con il suo sguardo attraversa l’obbiettivo e sembra guardarci negli occhi, con tono di sfida e mai di vergogna, fiera di ciò che è. Non ci sono occhi abbassati ma teste alte e fiere. Perché quel volto femminile che ci guarda è lei, Zanele Muholi che con i suoi autoritratti denuncia le ingiustizie sociali.

Una mostra piacevole da vedere ma che fa soprattutto riflettere. Impossibile rimanere indifferenti di fronte a queste immagini che ci fanno pensare su quanto troppo spesso i pregiudizi ci condizionino, particolarmente in un periodo storico-politico in cui  discussioni su temi come immigrazione, diritti umani, razzismo e omosessualità sono all’ordine del giorno. Quest’artista è stata una vera scoperta per me e spero lo sia per molti altri; il suo modo di essere e di fare fotografia mi ha incuriosito e merita di essere approfondito.

 

-Geraldine Aureli

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Meglio al cane che a una persona

È stato Kant il primo a dire che “Puoi conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui tratta gli animali”. Nella scena contemporanea sono alcuni studi dell’FBI a considerare la violenza sugli animali come un crimine di classe A, un precedente grave che deve essere preso in considerazione come segnale premonitore di un comportamento violento.

Secondo la polizia di Sidney il 100% degli omicidi a sfondo sessuale ha avuto precedenti di maltrattamento sugli animali, motivo per cui hanno deciso di punire più severamente i reati contro esseri senzienti (non umani) e di catalogare e analizzare la ripetitività degli eventi per studiare lo sviluppo futuro delle azioni violente, non solo contro gli animali ma anche contro le persone. Il ragazzo che da piccolo maltrattava uccellini e gatti ha una buona probabilità di trasformarsi in un torturatore di persone.

Nel corso di una conferenza riguardante questo tema, Nino Marazzita, famoso avvocato difensore di assassini e serial killer, ci introduce all’argomento con queste parole: “Animali e uomini sono entrambi aggressivi, ma lo sono in maniera diversa: gli animali lo diventano di fronte a un pericolo, per difendersi o per soddisfare il bisogno della fame, mentre molti uomini sono aggressivi senza motivo”. Specialmente contro chi non può difendersi: diversi sono stati i ragazzi, anche molto giovani, che in preda a manie di protagonismo si riprendevano mentre infliggevano insensate violenze contro animali domestici.

Nel corso della stessa conferenza Patrizia Giusti, anche lei avvocato, ci spiega come cani e gatti siano i soggetti preferiti per i maltrattamenti: sono abbastanza piccoli da essere pratici e abbastanza grandi da soddisfare il bisogno di tale aggressività, almeno per un po’ di tempo. Arriveranno però a un certo punto in cui non saranno più abbastanza, a un momento in cui sentiranno il bisogno di fare un passo in più, un passo che li porterà a riservare lo stesso brutale trattamento inflitto agli animali anche alle persone.

La violenza sugli animali è un tema fin troppo sottovalutato; il pensiero comune è appunto “meglio al cane che a una persona”. Ma il cane è solo il punto di partenza. Rappresentativo è un altro caso portato ad esempio durante la conferenza, quello di alcuni ragazzi che, a seguito di un conflitto, uccisero brutalmente dei loro coetanei. Significativa è la risposta che hanno dato quando gli chiesero come avessero potuto farlo: affermarono che per loro era stato facile ucciderli perché nelle loro famiglie gli avevano insegnato a scannare i maiali. Una risposta inquietante e che lascia pensare.

Un gesto di crudeltà verso un animale non è da sottovalutare, altrimenti si rischia di tralasciare un potenziale soggetto pericoloso anche per le persone, che potrebbe decidere di agire in qualunque momento. Verrebbe da dire “inaspettatamente”, ma lo sarebbe davvero? I segnali di un carattere potenzialmente violento e aggressivo ci sono, basta solo saperli e volerli riconoscere, non ci si può nascondere dietro discriminazioni di specie.

 

-Martina Cordella

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La guerra civile in Ucraina – uno sguardo ampliato e retrospettivo

Ucraina: “terra di confine”. Questo è il suo significato. In parte il suo destino. Cos’è, infatti, l’Ucraina se non il confine fra due “Europe”. Uno spazio conteso nei secoli e sempre sottoposto a longevi domini: quello scandinavo (i famosi Rus’) e mongolo nel Medioevo; quello polacco, austriaco e russo in età moderna e contemporanea. Oggi, il secondo stato europeo per estensione territoriale dopo la stessa Russia, è nuovamente “frontiera”, un vero campo di battaglia, divenendo, suo malgrado, la cartina tornasole sia del carattere imperiale di Mosca che della debolezza politica dell’Unione Europea. Per questo, e per molto altro, è impossibile capire la guerra civile ucraina senza ampliare lo sguardo di analisi e tornare indietro di qualche anno nel passato.

La fine dell’impero sovietico, contestualmente alla fine della guerra fredda, svuotò di senso l’idea di Europa occidentale. Senza Est, niente Ovest. Nel 1992 nasceva l’Europa, sotto una nuova veste unitaria. Per la prima volta dalla fine del secondo conflitto mondiale, i popoli europei erano chiamati ad assumersi le responsabilità dirette che al tempo della guerra fredda erano state loro risparmiate dall’essere assegnate ai due campi contrapposti, divisi dalla cortina di ferro. Mentre i paesi appartenenti al patto atlantico fondarono l’Unione Europea, gli ex satelliti di Mosca riacquisirono un certo grado di libertà e tentarono, con diverso successo, di agganciarsi al treno del benessere
occidentale.

Il 1° Maggio del 2004 Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria e Slovenia (insieme a Malta e Cipro) aderirono all’Unione.
Tuttavia, in tali dinamiche si annidavano fattori di squilibrio geopolitico non indifferenti. In primo luogo, l’operazione necessitava di una leadership economica, diplomatica e politica all’interno delle istituzioni europee, che colmasse quel vuoto di potere lasciato dal relativo ripiegamento americano dal vecchio continente. In secondo luogo, l’allargamento ad Est dell’Unione Europea disegnava un futuro conflitto indiretto con la nuova Federazione Russa. Gli interessi geopolitici ed economici erano chiaramente conflittuali. Da un lato, si voleva puntellare ed isolare l’influenza russa, includendo nel sistema produttivo e commerciale europeo i paesi vicini, dotati di manodopera qualificata e a basso costo, risorse e possibilità utili ad ampliare la base economica della neonata Unione. Dall’altro, Putin, eletto presidente della Federazione Russa nel 2000, inaugurava l’era del “riscatto della Russia”. L’obiettivo era ricostruire una sfera d’influenza, evitando lo scontro con gli USA, mantenendo accordi equilibrati con l’Europa occidentale e restringendo la presa sui territori di quella Orientale, fondamentali per consolidare l’economia russa che si basa per lo più sull’esportazione di risorse energetiche attraverso gasdotti e oleodotti.

Nello spazio “euro-russo” le tensioni fra Mosca e Bruxelles si accesero, ma nessuna leadership europea comparve. Nei primi anni Duemila, la Federazione Russa, dopo aver risposto alla profondissima crisi economica, politica e sociale successiva alla dissoluzione sovietica, rivolse le attenzioni alle proprie frontiere, presso le quali emergevano non poche debolezze. Rovesciando le relazioni della guerra fredda, Mosca coltivava rapporti migliori con l’Europa occidentale piuttosto che con quella orientale, formata dalle ex repubbliche sorelle sovietiche. Ciò implicava un inaccettabile deficit di sicurezza alle frontiere occidentali. Mentre le velleità separatiste delle regioni caucasiche vennero represse militarmente (in Georgia, nell’agosto del 2008, e in Cecenia, con una
lunga guerra dal 1999 al 2009), in Europa si aprirono dei fronti di dialogo. I risultati furono eterogenei. Le repubbliche baltiche si allontanarono definitivamente dalla Russia facendosi scudo della NATO e dell’UE, la Bielorussia accettò una forma di vassallaggio moderno, entrando di fatto all’interno della Federazione. A restare in bilico fu proprio l’Ucraina.

Questa entità nazionale, che potremmo definire anomala, era percorsa internamente da profonde tensioni sociali e portava con sé il fardello di non aver mai avuto un’indipendenza formale, di non aver mai costruito un’identità puramente nazionale. In Ucraina è presente una fortissima minoranza di etnia russa, o comunque russofona, pari a circa il 17% della popolazione. Questa risiede nelle regioni ad Est, in particolar modo nel Donbass e in Crimea, dove raggiunge i due terzi della popolazione. Tale minoranza, la diffusa corruzione e l’instabilità politica si rivelarono i principali fattori di squilibrio del paese. Non ci si deve meravigliare allora se l’Ucraina abbia attraversato negli ultimi 15 anni continue crisi, stravolgimenti, ed oscillando ha teso la mano prima all’Unione Europea e poi nuovamente alla Federazione Russa, finendo per vacillare in balia degli attriti accumulati. Nel 2004 con la “Rivoluzione arancione” i due leader del movimento Viktor Yushchenko e Yulia Tymoshenko sconfissero, non senza difficoltà, il candidato filorusso Viktor Yanukovich, traghettando il paese verso Bruxelles, avviando le procedure di adesione. Ma la crisi politica ed economica sorta nel 2008 generò quel malcontento che bloccò il processo di integrazione europea e portò alla vittoria
lo stesso Yanukovich. Il dialogo con l’occidente terminò, inaugurando concretamente quello con la Federazione Russa di Putin. Ma nel novembre del 2013 la fazione civile più favorevole ad una posizione “europeista” scese in piazza: era l’Euromaidan. Un nuovo movimento popolare travolse il paese, macchiando le strade di Kiev di fin troppe vittime.

Il 24 febbraio del 2014 Yanukovich fuggì, il suo governo si dimise. Nuove elezioni vennero indette per il maggio successivo, ma la transizione fu dolorosa. Ribelli filorussi, non senza l’appoggio materiale di Putin, fra il marzo e l’aprile, presero il controllo militare ed amministrativo prima della Crimea, poi delle regioni del Donetsk e di Luhansk. Con diversi referendum, fortemente contestati, la Crimea si annetteva alla Federazione Russa e le due regioni separatiste sancivano l’indipendenza. La reazione governativa non poté mancare. Era l’inizio della guerra.

nuova_cortina_ferro_edito_916.jpg©Limes2016

Alla periferia di quella che definiamo essere la nostra comunità europea ben più di diecimila sono state le vittime fra militari, paramilitari e civili, numerose le violenze e torture su uomini e donne. Troppe poche attenzioni rivolgiamo a questo conflitto che ha unito drammaticamente le tensioni nazionali alle logiche economiche e geopolitiche internazionali, uno scontro in cui l’Unione Europea è necessariamente chiamata a mostrare la sua posizione. Alla crisi dell’euro e a quella migratoria si è aggiunta la crisi geopolitica per Bruxelles, sfide che richiedono compattezza, determinazione ed efficienza e che nascondono il futuro del vecchio continente. Di fatto la guerra, dopo i primi mesi cruenti, nel corso del 2015 si è paralizzata in un conflitto definito “a bassa intensità”, seppur non indolore, e oggi all’orizzonte non si presentano soluzioni.

 

-Alessandro Berti

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Palingenesi di un amore

Come la fenice rinasce dalle sue ceneri, così anche Caterina rinasce dopo uno dei periodi bui della sua vita: la sessione. Pensavate di esservi liberati di me? Cari lettori, pessima intuizione: sono tornata, e per di più, son tornata con un disco meraviglioso, pieno di vita e pieno di colori, di uno dei miei cantautori preferiti.

Forse avrete notato (o forse no) che utilizzo molto spesso l’aggettivo “preferito” quando annuncio l’artista di cui parlerò; però, molto probabilmente, “preferito” non è nemmeno l’aggettivo giusto, poiché implica un’intimità che in realtà non concedo a tutti gli artisti. Perciò, forse è meglio dire che tutti gli artisti di cui vi parlo sono quegli artisti per i quali le parole d’amore, le parole leggere, non vengono fuori solo il giorno di San Valentino, ecco. Fatto questo preambolo, posso svelarvi il cantautore in questione: Antonio Dimartino.

Nonostante il mio alter ego della mitologia greca sarebbe sicuramente Ares o Atena, vi parlerò di Afrodite, dea della bellezza, dell’amore e della primavera. Afrodite è anche l’album che Dimartino ha tirato fuori giusto il giorno del mio compleanno, per la mia momentanea felicità. Come il nome descrive, quindi, Afrodite è l’album dell’amore, della nascita (o della rinascita), è l’album della primavera. Che poi, a pensarci bene, tutto fa parte di un cerchio, tutto è collegato: la stagione a cui si attribuisce (o almeno io)  l’amore è proprio la primavera, piena di fiori, belli e profumati; piena di prati verdi e piena di polline, asma e occhi rossi… gli dei dell’Olimpo avevano già capito tutto.

La primavera, in effetti, era presente anche nel penultimo album del cantautore, in cui ne parlava come un uragano, come qualcosa che prima non c’è, qualcosa che arriva all’improvviso, quando meno te l’aspetti: come l’arrivo di una figlia, una perenne primavera. Afrodite, appunto, rappresenta quei concetti legati ma indipendenti di nascita e di rinascita, su cui a volte è bene riflettere. Perciò, riflettiamo: nella vita puoi nascere una sola volta, e cioè il giorno in cui tua mamma, dopo nove mesi, strilla e spinge fino a quando l’ostetrica tira fuori la tua testolina rossa e piena di mucose. Rinascere invece… puoi rinascere tutte le volte che vuoi! Rinasci dopo una relazione andata male, rinasci dopo una doccia fredda, rinasci dopo aver cambiato aria, rinasci con una persona al tuo fianco.

E nell’intero album succede esattamente questo: alla nascita di sua figlia, che porta con sé pioggia tra le mani e tempeste colorate, si mescola una rinascita: personale e musicale. Rispetto al 2015 infatti, i Dimartino suonano tutta un’altra musica: più suoni elettronici, più movimento tra gli spartiti, più grinta ed energia in ogni canzone, ognuna diversa dall’altra: è come se ogni traccia fosse inzuppata in un diverso bicchiere di pozione polisucco. C’è il bicchiere (di Tequila) che viene direttamente dal Messico con un capello di Chavela Vargas, c’è il bicchiere che viene dal futuro imminente, pieno di suoni elettronici e freschi che ti fanno muovere le anche, c’è il bicchiere siciliano, con un suo capello lungo e nero, che lo àncora a quello che è sempre stato: anche se la musica è cambiata, Dimartino rimane lo scrittore di testi che ti smuovono le viscere, in cui ritrovi la tua terra, il mare, la tua anima. Tra riferimenti a grandi autori, feste comandate e non, passando per migliaia di ossimori in cui mi riconosco e che nascondono delle grandi verità – vedi alla voce: amori violenti e cuori spenti – tra la luna e la natura della sua Sicilia, Dimartino mi ha stupito ancora una volta.

Grazie a questo stupore, inoltre, mi è risultato davvero difficile parlare dell’album… come mi capita sempre, d’altronde: è una sorta di malattia per la quale non riesco mai a parlare delle cose che amo, è come se volessi tenerle per me e basta, strette strette nella gabbia toracica e proteggerle, analizzarle e piangerci su. E’ stato difficile scrivere di quest’album anche perché, dopo il quarantesimo ascolto, ancora non penso di averlo capito del tutto: forse perché non ho un figlio? Forse perché non vivo in Sicilia? O forse perché ormai ascolto solo musica dance?

Nonostante i mille dubbi, le mille peripezie, eccomi qui a terminare quest’articolo, affermando a squarciagola che, tra tutti gli artisti all’ingrosso che ci sono in giro (e il festival di Sanremo ne è stata la prova), Dimartino rimane una delle poche mosche bianche, che con fatica resisterà e che sempre appoggerò.

Tutto questo amore, io non l’avevo previsto.

 

-Caterina Calicchio