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Cruor, la personale di Renata Rampazzi

È stata inaugurata di recente a Roma Cruor, mostra che il museo Carlo Bilotti – spazio espositivo nato, dopo decenni di degrado e usi impropri, all’interno dell’Aranciera di Villa Borghese, dalla generosità del signor Bilotti, la cui collezione vanta 22 opere tra dipinti, disegni e sculture – dedica a Renata Rampazzi, accompagnata nella curatela da Claudio Strianti. La pittrice astrattista approfondisce la delicata tematica della violenza di genere, attraverso la realizzazione di 14 tele, nelle quali terra e pigmenti si mescolano insieme dando vita ad immagini che evocano la deturpazione del corpo femminile.

Le opere in mostra

In un piccolo ambiente si sviluppa la ricerca dell’artista in un susseguirsi di ampie tele, caratterizzate da vaste campiture, nelle quali la Rampazzi ha saputo utilizzare sapientemente la spatola per donare alle immagini carica allusiva. Accanto a queste, vi sono poi opere dalle minori dimensioni ma ugualmente persuasive. A dominare in ognuna è la metafora del sangue, declinato con differenti gradazioni del colore rosso, dalla più tenue a quella più vivida. La Rampazzi, con il metodo del dripping, crea macchie e filamenti che rimandano con forza brutale alle lacerazioni e mutilazioni delle parti più intime e private della donna. Lo spettatore viene inevitabilmente indotto ad immergersi emotivamente nella realtà prospettata dai quadri; è così condotto a riflettere sulla tragica realtà delle offese e sofferenze delle vittime di fronte alla sopraffazione maschile.

Il viaggio del visitatore giunge al suo apice con l’ultima opera esposta; si tratta di un’installazione che lo coinvolge anche fisicamente, attraverso un percorso a ritroso all’interno dell’utero femminile: veniamo infatti invitati ad addentrarci in un labirinto di garze e teli che pendono dalla parete sovrastante, intrisi di un rosso cupo, accompagnati costantemente dalle musiche di Minassian, Ligeti e Gerbarec, udibili in sottofondo, che contribuiscono ancor più a rendere inquietante lo spazio circostante.

“Cruor – sangue sparso di donne” al museo Carlo Bilotti
L’intento dell’artista

Il messaggio che la Rampazzi vuole comunicare emerge con potenza ed evidente urgenza dalle meravigliose ma allo stesso tempo angoscianti tele. La giovane pittrice appartiene infatti a quella categoria di artisti dediti all’astrazione concepita come contenuto e significato, non solo come ornamento e composizione. La mostra rappresenta il suo grido personale, la sua opera di denuncia verso comportamenti e azioni ancora generalmente taciuti ma che costituiscono un fenomeno che inquina tristemente la nostra società attuale.

Ruolo catartico dell’Arte

L’arte è uno strumento comunicativo ineguagliabile in quanto capace di scuotere gli animi di una platea eterogena di spettatori. La Rampazzi riesce nel suo intento con una mostra dal contenuto fortemente disturbante che permette al pubblico di attivare processi critici e genera costernazione.  Non si tratta di un semplice susseguirsi di immagini, il visitatore ha l’occasione di intraprendere un viaggio dentro e fuori il corpo femminile. Invito chiunque a prendere parte a questa esperienza sensoriale, in particolar modo il pubblico maschile. Ancora una volta l’arte contemporanea si pone al centro del dibattitto sociale e si avvalora il pensiero della capostipite delle arti figurative Marina Abramović, ”The beautiful or not beautiful is not important, have to be true.”

-Rebecca Linguanti


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Non ripetere il mio errore

Sono stato assente per un po’. Ricominciare (ancora una volta) è strano. Sono successe veramente un sacco di cose nel frattempo, ma non voglio ammorbarvi con ciò che mi passa per la testa ogni volta che torno a scrivere su questa rubrica. Mi è mancato tutto questo, ma ora andiamo al dunque.

Un argomento che ho trattato poco riguarda l’altra mia grande passione: i videogiochi. Non solo i film, ma anche questa tipologia alternativa di narrazione ha saputo lasciarmi qualcosa e ispirarmi nella vita, così come nel lavoro. Ho deciso quindi che in futuro e con la costanza che finora non ho avuto, ma su cui sto lavorando, cercherò di alternare articoli sul cinema ad altri sui miei videogiochi preferiti. Questa volta, tanto per iniziare a scaldarsi, sperimenterò una forma ibrida.

Il titolo che sto giocando in maniera assidua ultimamente è Animal Crossing: New Horizons, per Nintendo Switch (per chi non lo sapesse è una serie di videogiochi di casa Nintendo, il cui primo capitolo risale al 2001). Appartenente alla categoria dei simulatori di vita, Animal Crossing narra di un personaggio che si trasferisce in un villaggio o un’isola deserta e questi dovrà letteralmente crearsi una nuova vita, alternativa a quella reale: ci saranno edifici da costruire, fossili da scovare e collezionare, frutti e piante da coltivare, tanti amici dalle fattezze animali da conoscere; e ancora, ci sono lavori da svolgere, debiti da pagare, rapporti che si creano, altri che si incrinano e così via. Un’ingente mole di attività che oltre a divertire in mille modi diversi, permettendo a chi gioca di personalizzare al massimo la propria esperienza, fa assumere al tutto un valore educativo, soprattutto se a giocare non sono persone adulte. Questo, infatti, a mio parere, ha determinato il successo della saga. Rispetto ad altri simulatori di vita (mi viene in mente The Sims), è molto meno complesso nelle dinamiche e questo non fa altro che rendere il gioco più leggero e rilassante possibile, eppure è pieno di elementi che fanno ragionare il giocatore. Il/la bambino/a che si approccia al gioco dovrà fare amicizia con altri personaggi e mantenere il rapporto sano, apprenderà il valore della gratitudine e della diversità; addirittura, attraverso la compravendita delle rape, si avrà un’infarinatura generale e molto semplificata sul funzionamento del mercato azionario. Si tratta di un titolo intelligente e originale. Parlo per lo più di un pubblico giovane, perché mi auguro che un adulto conosca il significato del rispetto per il prossimo, dell’amore contrapposto all’odio e quant’altro, ma forse è bene specificare che è rivolto a chiunque.
Permette anche di esprimere al meglio la propria creatività, non solo attraverso la possibilità di terraforming del villaggio/isola; mi riferisco per esempio alla modalità foto, che ha permesso ad alcuni utenti di Twitter di ricreare una famosa scena del film The Lighthouse di Robert Eggers.

‘Bad luck to kill a sea bird’


Questa grande parentesi mi permette, infine, di affermare che se queste caratteristiche sono valide ed estremamente efficaci, e hanno determinato il successo di ogni capitolo della saga, altrettanto non si può dire se queste vengono applicate al cinema.

Animal Crossing – Il Film, uscito nel 2006 per la regia di Jōji Shimura, è l’esempio perfetto di come non si realizza la trasposizione di un videogioco sul grande schermo. Spinto dalla curiosità mi sono deciso a guardarlo recentemente; ora ho capito perché si tratta di una pellicola inedita al di fuori del Giappone.

La trama è la seguente: una ragazza di nome Ai si trasferisce nel villaggio degli animali; successivamente all’acquisto della sua casa, inizierà a lavorare per ripagare il costo dell’abitazione, farà amicizia con gli abitanti del villaggio, andrà a caccia di fossili per la collezione del museo, raccoglierà della frutta per cucinare delle deliziose torte. Questo permea i quasi novanta minuti di durata della pellicola. Il finale – decisamente spiazzante, aggiungo – è una sorpresa che lascio scoprire ai più curiosi e coraggiosi di voi. Ora concentriamoci sul punto della questione.

Tutte le attività che svolge Ai nel corso del film sono riprese, se non proprio copiate, dal videogioco, nel senso che lo stesso rituale di azioni che nel gaming permette, ad esempio, di raccogliere i frutti dagli alberi, viene ripetuto dai personaggi del film; e se nel primo caso ciò genera il divertimento e la semplificazione che rendono godibile il gameplay, quando sei costretto a fare da spettatore, la cosa non funziona. Vuoi perché l’attività, “fisica”, prettamente individuale, non ti coinvolge personalmente; vuoi perché l’immagine cinematografica deve per forza di cose andare a parare da qualche parte, dunque se non deve mandare avanti la trama (caratteristica inevitabile, dato che la saga videoludica originale ne è per lo più priva), deve trasmettere almeno qualcosa: un significato, un’emozione e, parafrasando le parole di Scorsese, già questo è difficile di per sé.

Cercando di scovare il motivo che ha spinto a realizzare questo film, mi sembra che l’intento alla base di tutto fosse quello di raggiungere il pubblico più giovane, poiché più redditizio (per ogni bambino equivalgono almeno 2 biglietti strappati: il suo e quello del genitore). L’operazione per catturare questo pubblico corrisponde dunque a far rivivere le stesse esperienze di quando ci si trova davanti alla console; durante la visione infatti si proverà rabbia all’incontro del “capitalista insensibile” Tom Nook, si faranno grasse risate quando i personaggi tentano in ogni modo di evitare le lezioni di storia di Blatero etc. Ma oltre questo non c’è altro.


Secondo me un’operazione del genere dovrebbe considerare due elementi fondamentali: il coinvolgimento del genitore, dell’adulto, attraverso la creazione di “strati” di fruizione e anche quello del bambino, facendolo magari immedesimare nel/la protagonista; elementi che appartengono al videogioco, tra l’altro.È pur vero che rimane una pellicola per bambini, ma dovremmo ricordarci che non stiamo parlando di persone incapaci di intendere e di volere, quindi anche loro meriterebbero prodotti di qualità.

Finisce qui la mia analisi da nerd incallito e fanboy. Mi auguro di aver invogliato ad imbracciare il controller e iniziare l’avventura su New Horizons… e di avervi convinto a evitare il film. Ora posso dedicarmi alla prossima pellicola da portarvi, prometto che sarà estrema e underground, come piace a noi.

-Matteo Verban

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Κυνόδοντας

Kynodontas. Dogtooth. Canino, se vogliamo. Dopo undici anni di attesa è uscito al cinema nella grande distribuzione il film rivelazione dell’ormai acclamato regista greco Yorgos Lanthimos, che venne premiato a Cannes nella sezione Un Certain Regard e candidato agli Oscar come il miglior film straniero nel 2011. (Ri)vedere Kynodontas dopo i recenti successi di Lanthimos – regista del pluripremiato La Favorita, regista e sceneggiatore insieme al geniale Efthymis Filippou di The Lobster e Alps – è un’esperienza che ogni amante della settima arte dovrebbe fare per comprendere a fondo le tematiche e le origini di questo talentuoso e rivoluzionario cineasta e anche di una certa corrente presente nel panorama greco. Quindi come prima cosa, andate al cinema. In particolare andateci senza vedere nulla del film, neanche il trailer.

Tre bambini. Una femmina più grande, un maschio e una femmina più piccola, di età compresa approssimativamente tra i 20 e i 35 anni. Bambini-adulti, con degli istinti primordiali che devono essere soddisfatti in modo impetuoso e meccanico. Passano la giornata a sfidarsi in prove di resistenza fisica per aumentare le loro performance agli occhi della madre, che esiste al solo scopo di controllarli e che presto sarà assistita da un cane addestrato, e del padre, unico che può lasciare la grande casa con piscina nella quale vivono e solo artefice di ogni scelta possibile. La visione di Kynodontas trasmette pura violenza psicologica allo spettatore attraverso quella subita dai personaggi e in particolare dalla loro accettazione di essa, come fosse il naturale ordine delle cose. La totale inconsapevolezza rispetto alla loro condizione di segregazione, fisica ma soprattutto mentale, è un elemento fondamentale di inquietudine e soprattutto di riflessione. Esseri umani cresciuto come animali in un recinto, ai quali è negata l’istruzione, la scoperta del proprio corpo, l’arte, il concetto di realtà oggettiva, la conoscenza scientifica, ogni stimolo al di fuori della loro gabbia dorata. Senza nome e dunque senza identità. Privati della conoscenza del linguaggio. Ai quali è stato insegnato che il mare è niente di più di una poltrona di pelle. Ed è forse quest’ultima la violenza più grande alla quale assistiamo, molto sottile e difficile da concepire, la repressione più profonda che viene attuata nei totalitarismi e che i nostri eterni bambini vivono fra le mura domestiche. In questa privazione di evidente matrice Orwelliana – difficile non pensare alla neolingua – il regista ci spinge ad una riflessione profonda di carattere antropologico e sociale.

Come si può comprendere di vivere privati della propria libertà se non si ha il concetto di essa? Come si può ragionare al di fuori di uno schema se non si è a conoscenza di farne parte? Lanthimos ragiona sul concetto di Stato e sulle sua costruzione – repressione, controllo, metus hostilis, paternalismo, vuota competitività al solo scopo di asservimento e sulle verità granitiche comunemente accettate in una società, sulle convenzioni, sulla mente umana e le sue fonti di apprendimento e formulazione del linguaggio e del concetto. In alcuni momenti si ha quasi l’impressione di assistere ad un mero esperimento scientifico, complice l’atmosfera quasi pacata del film, che scaturisce da un regia essenziale, una fotografia luminosa e calda, mediterranea, dominata dal verde brillante del prato e dalla quasi totale assenza di musica se non in alcune brevi, memorabili sequenze. Calma apparente che fa sì che le poche scene di violenza arrivino allo spettatore come dei tagli, improvvisi e dolorosi. Si apprezza anche una riuscitissima prova attoriale collettiva, in particolare nell’atteggiamento dei figli, che si muovono e parlano mischiando saggiamente diversi registri in modo da restituire la grottesca sensazione di un essere intrappolato fra una bestia, un adulto e un infante. Una simile scelta risulta decisamente disturbante e induce ad una grande riflessione sulle dinamiche di potere che si instaurando tra adulto e bambino e sull’uomo. C’è anche un velato riferimento in questo senso alle dinamiche della pedofilia.


La figura patriarcale è forse la più interessante: egli risulta schiavo della stessa repressione che ha creato ed è meticoloso nel conservarla, dalla quale si libera solo attraverso l’estrema violenza – lucida, fisica, come se stesse punendo un animale domestico – che esercita sui figli. Costruisce una realtà (alternativa?) di controllo nella quale i suoi figli rimangono sempre piccoli e incoscienti, da punire e ai quali raccontare una verità preconfezionata e semplicistica, come appunto si fa con un bambino per controllarlo perché si ritiene che la sua incolumità sia a rischio altrimenti. La sua scala di valori può apparire come alterata rispetto a quella comunemente condivisa, ma presenta un’intrinseca ed inquietante aderenza di fondo con il mondo in cui viviamo. Il modo in cui si relaziona con la moglie non è diverso da quello che si può osservare in una famiglia di classe media della stessa generazione. La sua attenzione per i bisogni fisici del figlio maschio ci riporta ad un immaginario ben codificato. La riflessione del regista non è solo a livello di società e di stato, ma a livello strettamente familiare. Al di fuori dei simboli che possiamo ricercare rispetto ai componenti della famiglia, le domande che la pellicola evoca, sottese e terribilmente realistiche, sono su come educhiamo i nostri figli e le nostre figlie. Le menzogne e la repressione che vengono perpetrate dai genitori sulla prole sono davvero necessarie al processo educativo? Creano più danni o più benefici? Ed io, come sono stata/o cresciuta/o? La risposta risiede nei paradigmi della nostra generazione. Non ci si può dunque non immedesimare nella ribellione sfrenata, esaltata, quasi dionisiaca della protagonista femminile più grande, fin dall’inizio la più insofferente rispetto l’autorità, che dopo aver visto un piccolo sprazzo “al di fuori della caverna” inizia a sognare e desiderare. Inizia ad esistere come individuo, a sentire il bisogno di avere un nome. Non riesce, tuttavia, ad uscire davvero dallo schema che le hanno imposto. Lanthimos è chiaro su questo. Possiamo fare il tifo per lei, ma il prezzo della libertà è altissimo e quella che ottiene è avvilente al punto tale da diventare grottesca.

Kynodontas è una pellicola piena di significato, aperta a numerose interpretazioni, che costruisce un ambiente malsano, nel quale i numerosi shock ai quali si è esposti sono raccontati con un tecnica simile al Verismo, nella quale il narratore si tiene fuori e lascia che le immagini parlino da sole; le riflessioni che ne nascono sono profonde e sono vere, reali, concrete. Un piccolo capolavoro del primo decennio di questo millennio.

-Alessandra Testoni

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Dalla peste al coronavirus: l’arte durante le pandemie

Il coronavirus non è di certo la prima nefasta epidemia contro cui il mondo intero è costretto a fare i conti e quando l’attualità s’intreccia con la storia scaturiscono corrispondenze che mai avremmo immaginato. A testimoniarlo sono gli artisti di ogni tempo che con opere dalla straordinaria carica emotiva si sono sempre fatti portavoce dei più terribili flagelli umani.

La peste nera

Tra tutte le epidemie che si sono verificate nel corso della storia, quella di peste nera del Trecento, importata dall’Asia, fu senza dubbio tra le più spaventose, anche a causa dell’altissimo tasso di mortalità. Si stima che oltre il 30% della popolazione europea sia morta a causa dell’epidemia. Si trattò di una malattia dovuta ad un batterio trasmesso dai roditori presenti tra la Mongolia e il deserto del Gobi; probabilmente furono le guerre tra la popolazione mongola e cinese a provocare le condizioni sanitarie perché si diffondesse su scala mondiale.  Non deve sorprendere quindi che Il “Trionfo della morte” fosse un tema ricorrente nelle pitture medievali. La “terribile signora” veniva mostrata sempre in agguato, anche nei momenti di divertimento, proprio come si può notare nell’affresco palermitano. All’interno di una gigantesca pagina miniata la “Morte” è presente con un’insistenza quasi ossessiva, con crudele espressività viene raffigurata su uno spettrale cavallo scheletrico mentre ha appena scagliato una freccia: il lussureggiante giardino incantato viene così trasformato in un mondo pieno di vittime. 

L’influenza spagnola

È comparsa all’improvviso nelle fasi finali della Prima Guerra Mondiale e nei due anni successivi ha mietuto decine di milioni di vittime in tutto il mondo, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione. Un alone di mistero circonda questa aggressiva epidemia virale, ricordata come la più grave di tutta la storia umana, la quale venne infatti tenuta nascosta, almeno in un primo momento, dai vari regimi politici. Come primo metodo di difesa dalla malattia, venne richiesto di indossare delle mascherine, simili a quelle che siamo chiamati ad impiegare anche oggi, senza le quali era proibito l’accesso agli spazi pubblici.

Molti personaggi illustri morirono conseguentemente alla febbre spagnola ma L’arte e la letteratura ignorarono completamente la pandemia, ad accezione del pittore Egon Schiele. Nella “Famiglia” emerge tutta l’angoscia esistenziale di Schiele; l’opera venne realizzata pochi mesi prima che le giovani vite di questo piccolo e fragile nucleo familiare vennero spazzate via a causa della Spagnola, Egon infatti morì a soli ventotto anni, poco dopo la moglie, all’epoca incinta. La protagonista assoluta del dipinto appare essere la donna vista come nell’atto di generare con le gambe aperte, al centro delle quali spicca la figura di un bambino. Lo sguardo della fanciulla tuttavia non è rivolto all’osservatore ma è come perso nel vuoto, come se guardasse malinconicamente alla sua condizione, cosciente dell’ineluttabilità di un ruolo al quale è impossibile sottrarsi.

L’AIDS

Sono trascorsi quasi quaranta anni dalla descrizione dei primi casi della sindrome da immunodeficienza acquisita nota con l’acronimo inglese «Aids» che ha già causato 22 milioni di morti, per tre quarti africani. Nei paesi del Sud del mondo l’epidemia si espande senza controllo. Le azioni di educazione e informazione producono risultati deludenti.  Fu l’aids ad uccidere Keith Haring a soli 31 anni. Street artist per eccellenza, fece della metropoli newyorkese il suo studio personale: lo spazio urbano viene invaso da figure vigorose ed espressive, dalle forme semplici e sfavillanti; il tratto pieno di energia che caratterizza le sue opere è stato in grado di entrare nella memoria collettiva fino ai nostri giorni.  In “Ignorance = Fear” tre omini stilizzati, nell’atto di emulare le famose tre scimmie del “Non vedo, non sento, non parlo”, raffigurano un’esplicita denuncia al fatto che il problema della diffusione della malattia veniva deliberatamente ignorato dalle istituzioni: Keith Haring mette in guardia dall’ignoranza che genera la paura, da questa il silenzio e la morte.

Coronavirus

L’epidemia da CoViD-19 è quindi solo l’ultima di una lunga serie di epidemie che hanno sconvolto il mondo nel corso dei secoli. Durante la recente tragedia l’umanità intera è stata pervasa da un comune sentimento di fragilità e impotenza, la paura ha preso il sopravvento quando Il coronavirus ha sconvolto le nostre vite in modo inimmaginabile. Ma in questi giorni di quarantena forzata l’arte non ci ha mai abbonato. Opere modificate con mascherine e disinfettante per le mani, collage pop e messaggi di speranza: il Covid non ha di certo arrestato la creatività degli artisti!

L’arte può essere considerata come un impulso irrefrenabile che riflette l’interiorità spirituale di un essere umano travolto dal bisogno di mettere a nudo il proprio animo.  Attraverso l’uso di colori, parole, immagini, sculture e note musicali, gli artisti hanno raggiunto un intento ammirevole: permetteranno a questa, come a tutte le terribili epidemie che si sono susseguite nella storia del mondo, di non rimanere tra qualche anno una semplice statistica. 

“La ragazza con l’orecchino di perla” del famoso pittore olandese secentesco Vermeer, è stata trasformata da Lady Be in una infermiera. La dolcezza dello sguardo della giovane donna si fa portatore di un messaggio importante, l’opera infatti è stata realizzata per dire grazie a tutti gli “angeli” che in questi difficili giorni hanno lavorato negli ospedali sacrificando la loro vita per quella degli altri. Come ogni opera di Lady Be, famosa per i suoi “ritratti di plastica”, è stata creata con la sua speciale tecnica: si tratta un mosaico fatto di tappi di plastica, giocattoli, penne, bottoni, bigiotteria e altri oggetti di uso comune. La toccante opera di Lady Be è stata messa all’asta e il ricavato destinato a organizzazioni sanitarie impegnate in queste difficili settimane nella lotta all’epidemia.

Pensare alle conseguenze che Il Covid-19 ha generato nel nostro mondo può spaventarci, ma un dato è certo e non va trascurato: nessuna malattia è mai stata più forte dell’uomo! Nell’attesa di tempi migliori possiamo trovare un piccolo ristoro nell’arte. La bellezza di un’opera non rappresenta una negazione dei problemi del mondo ma al contrario ci fornisce uno strumento per sopravvivere alla disperazione. L’arte è una forma di propaganda che sostiene il lato migliore della natura umana. Ora non ci resta che, come scriveva Bernardo di Charles, salire sulle spalle dei giganti: “Noi siamo come nani assisi sulle spalle dei giganti, cosicché possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non perché abbiamo una vista più acuta o altra particolarità fisiologica, ma poiché siamo sollevati più in alto dalla loro mole gigantesca”

Rebecca Linguanti

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Forza Italia Viva

Come sta rispondendo la sinistra agli attacchi sovranisti? Come si sta comportando, soprattutto, una parte della sinistra?
L’entourage renziano è abituato a giocare con gli equilibri e da rottamatore a traditore degli ideali di sinistra, Matteo Renzi è l’ultimo baluardo del caos che ha contribuito a creare nella sinistra stessa. È passato più di un mese dalla sua famosa frase pronunciata in Senato, durante un accalorato invito a ripartire e lasciarsi alle spalle i tanti nomi di persone decedute a causa del covid.

Lo spettacolo però è continuato e i toni accomodanti del leader di Italia Viva tuonano come quel subdolo “Enrico stai sereno”. Il disegno renziano ha preso forma durante la pandemia ed è stato portato a compimento nei giorni scorsi, passando dai messaggi di solidarietà a un Fontana sotto tiro della magistratura a dei veri e propri colpi di teatro: l’astensione decisiva dei tre senatori di Italia Viva nella votazione per l’autorizzazione a procedere contro Salvini sul caso Open Arms e, a poche ore di distanza, la consigliera regionale di Italia Viva Patrizia Baffi si è astenuta anche lei sulla mozione di sfiducia contro Gallera proposta dai Dem, per poi essere eletta presidente della Commissione di Inchiesta sull’emergenza covid in Lombardia dai voti della Lega. Infine la Baffi ha deciso di dimettersi motivando la propria decisione in una lettera inviata al presidente del Consiglio Regionale Alessandro Fermi, dichiarando che le dimissioni possano “contribuire a ristabilire un clima favorevole allo svolgimento dell’importante lavoro che ci aspetta.” Ma va precisato che questo dietro front è arrivato a seguito della decisione dei consiglieri di minoranza di abbandonare i lavori in segno di protesta per la sua elezione. 

“A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina” diceva qualcuno.

I due Matteo sono vicini e uniti dall’unica missione di far cadere il governo.
Uno è sovranista, l’altro è l’emblema di quel populismo assai rivisitato vicino a sinistra, ma che con quest’ultima non ha nulla a che vedere ed è pronto ad insinuarsi per destabilizzare ogni equilibrio costruito. Anche in questo caso, per far sentire la propria voce si è pronti a tutto e la bramosia di potere è l’unico credo. Se parliamo di corsi e ricorsi storici, quello di oggi si presenta come la sovversione assoluta di ogni certezza politica. L’elettorato oscilla vertiginosamente tra slogan rabbiosi e tecnicismi sfoderati con orgoglio e presunzione, quella presunzione che può provocare danni considerevoli.

L’elettore affezionato e rapito dalle vecchie glorie, dai vecchi partiti, a causa della crisi degli stessi si è trovato in difficoltà e sfiduciato verso delle guide che un tempo erano capaci di raccogliere i propri bisogni e le proprie speranze. Le destre sovraniste apparentemente si fanno portatrici di metodi che storicamente sono vicini alla sinistra; sono in mezzo alla gente, manifestano convinte e armate di slogan che possono raccogliere ogni tipo di rabbia, di stanchezza, di sconforto, di speranza, di voci mozzate da anni di mal governo e di un welfare del tutto inadeguato a contrastare la nuova povertà. Sono delle catalizzatrici di rabbia sociale e fortunatamente rimangono tali: i loro piani politici sono insostenibili, portano avanti politiche che incitano all’odio e sono i paladini delle fake news, sfruttate per aumentare il proprio bacino elettorale. L’errore della sinistra, al contrario, è stato quello di perdere il contatto con la società civile, bisognosa di ascolto.

Il vero problema della sinistra (se ancora può chiamarsi così) rimarrà sempre la continua disgregazione interna in movimentucoli e innumerevoli correnti, che rende impossibile un’unità programmatica e progettuale della classe dirigente, a cui deve aggiungersi l’avvicinamento costante che il Partito Democratico ha perpetrato a favore di ideologie liberiste. Tutto ciò ha portato i sostenitori Dem, sedotti e successivamente abbagliati dalla politica renziana del cambiamento ad allontanarsi, scegliendo spiagge populiste, il polo pentastellato o provocando astensionismo forzato, sintomo di quel tradimento che oramai sta dilagando nel Paese. Nonostante la Sinistra stia riportando una fetta di elettori dalla propria parte, ricreare fiducia nei propri programmi e nelle proprie ideologie deve essere una delle priorità da perseguire.

In attesa del cambiamento tanto sperato e voluto dagli elettori di sinistra, secondo la politica renziana “Adesso è tornato il tempo di aprire tutto.”

¡Hasta siempre!

 

-Gianlorenzo Ciminelli

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Noi, giovani colpevoli

Io sono colpevole. Noi siamo colpevoli. Noi giovani lo siamo più di tutti.

Cosa differenzia un giovane da un adulto, o da un anziano. In quali termini si può discutere di condizione giovanile o di generazione giovanile? In due volumi che racchiudono alcuni scritti di Pier Paolo Pasolini, “Le belle bandiere” e “Lettere Luterane”, egli ci parla della giovinezza come di un problema indefinibile e la descrive come l’età più labile che esista e di come l’unica differenza, vera, incontrovertibile, rispetto agli adulti, stia nella natura biologica della giovinezza.

Ecco, la diversa natura biologica dei giovani, mi sembra un aspetto non di poco conto nella differenziazione rispetto all’età adulta. Dove e come si manifesta questa diversa natura biologica? Nella forza fisica, nella voglia di vivere dell’anima? Nella curiosità e quindi nella volontà di provare a prendere? Ma in questi anni, noi giovani, abbiamo provato a vivere, a prendere, a scardinare?

In queste settimane di immobilismo e di attesa individuale e collettiva, ho provato a ragionare attorno a due termini, vivere e sopravvivere. Sono due termini, due diverse condizioni distanti ma allo stesso tempo vicine, indissolubili tra di loro. L’ età giovanile, rispetto all’età adulta, è molto più legata al tema del sopravvivere che a quello del vivere. Un giovane sopravvive perché è obbligato a pensare al futuro, a pianificare. A dire devo arrivare a quel punto, poi posso vivere. I più bravi, i meno alienati e coloro dotati di grande ironia, riescono a inserire in questa forma di sopravvivenza degna del nuovo millennio alcune variazioni sul tema- Piccoli momenti di vitalismo, di giovinezza del corpo e dell’anima. Queste spinte quando avvengono rappresentano un qualcosa di affascinante e di unico.

L’attesa dell’essere è il primo nemico del vivere e il primo alleato del sopravvivere. Oggi l’attesa rappresenta per tutti, e quindi anche per noi giovani, una condizione di costrizione. Allora come possiamo affrontare quest’attesa, questo periodo di riflessione per poi farci trovare pronti al vivere e non più al sopravvivere?”

Molti dei miei coetanei e non solo, in queste ultime settimane, hanno provato a rispondere a questo momento di attesa con la parola “speranza”, tappezzandone i blog e i social network. “Riscopriamo il grande potere della speranza” e ancora “La speranza è contagiosa”. La domanda che, nel mio piccolo, sento di porre alle ragazze e ai ragazzi desiderosi di speranza della mia generazione è la seguente: Dobbiamo sperare in cosa? In quali avvenimenti? In quale futuro? Dobbiamo sperare che tutto ritorni come prima? No, io non voglio tornare alla “normalità” di prima. Non voglio tornare a come eravamo, noi giovani, prima. Non voglio continuare a sentirmi un colpevole. Un complice. In questi anni abbiamo permesso di tutto. Abbiamo permesso a noi stessi e ai nostri colleghi di partecipare a degli stage gratuiti e sottopagati, prestando il fianco al mostro della precarietà economica che ci stanno cucendo addosso da anni. Abbiamo scambiato una multinazionale che ci porta i doni direttamente sul divano di casa, senza farci muovere un passo, come la soluzione a tutti i nostri problemi, non interrogandoci mai sui diritti del lavoratore incaricato di portare a termine la consegna. Non ci siamo mai interrogati nemmeno su coloro che ci portano il gelato a casa, di notte, a bordo di una bici, governati da un misterioso e combattivo algoritmo. Abbiamo preferito rimanere seduti sul divano, tra le nostre coperte.

In questi anni ci siamo interrogati su poco. Abbiamo agito invece per nessuno, forse solo per noi stessi. Ci siamo accontentati del nulla e in questa nostra colpevole dimenticanza ci siamo anche dimenticati di conoscerci, di confrontarci e di sentire una comune intesa, una comune coscienza generazionale. A proposito di ciò vorrei citare le parole pronunciate da Toni Servillo nel film “Viva la Libertà” di Roberto Andò, del 2006 “Noi che dovevamo essere i primi ad opporci a questo andazzo, siamo statti troppo morbidi, incerti, indecisi, vacui, disponibili, in una parola complici. Siamo stati senza una voce chiara”.

Nell’attesa di scendere in campo proviamo a ritrovare una voce chiara. Sulle pareti delle nostre stanze proviamo a scrivere domande, sogni e utopie. Sogni di vita. Contro la sopravvivenza. Quando finirà tutto raduniamoci in cerchio, ritorniamo a parlare, a confrontarci. Ad unirci. Sarebbe un primo passo. La strada è ancora lunga.

                                                                                     
 -Marcello Caporiccio
-immagine in copertina di Nina Kompatscher (@Juninacht)
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Per un pugno di consensi

La critica in un sistema democratico è fondamentale, è la linfa di un confronto parlamentare di qualità che si batte per la tutela delle posizioni del cittadino, ma in un momento tragico come quello che stiamo vivendo il colore politico dovrebbe passare in secondo piano. Il fatto di opporsi a prescindere alle scelte del governo e screditare di continuo la comunità scientifica si traduce in una forte irresponsabilità della classe dirigente.

L’occupazione promossa dai verdi paladini della fuffa a favore delle libertà costituzionali ha finito per ridicolizzare la forte crisi sociale che si sta abbattendo sul paese. Hanno organizzato un bel pigiama party stile occupazione liceale in una sede istituzionale che non è durata nemmeno ventiquattro ore (almeno le chitarre e le birre le potevano portare, avrebbe avuto più senso).

C’è chi conta i morti e cerca di affrontare il momento con la maggiore serietà possibile e chi invece continua a fare propaganda elettorale, priva di ogni dato concreto e strutturalmente verosimile. Determinate azioni promosse dall’opposizione sono state uno schiaffo al dramma della società civile, che costretta ad affrontare problemi reali non necessita di parassiti pronti a cavalcare la loro rabbia e il loro malcontento.

Le persone iniziano ad aprire gli occhi, come dimostrano gli ultimi sondaggi. Iniziano a capire che la loro voce non può essere affidata a un influencer verde, che promette l’ultimo goccio di mirto a chi indovinerà la canzone appena canticchiata (male per altro) nelle dirette Facebook e che, tra un ghiacciolino e l’altro, aizza la folla di leoni da tastiera a scendere in piazza per ribellarsi alle misure restrittive del Governo. Battersi per l’applicazione dei principi costituzionali è una cosa seria e delicata, invece questi ultimi sono stati svuotati di ogni profondità e nobiltà dalla retorica sovranista.

Si è assistito alle lezioni di democrazia della Meloni che denuncia uno stato di dittatura e alla protesta per una mascherina non indossata dal Premier. Sostenere inoltre che l’attuale Presidente del Consiglio non sia stato eletto dal popolo non è sinonimo di mancanza di legittimazione democratica a governare; fermo restando che il Presidente non si elegge, ma viene nominato dal Presidente della Repubblica come sancito dall’articolo 92 della nostra Costituzione.

murale 1 (blu, tor de pazzi, Roma)Murales dell’artista Blu, Tor de’ Pazzi, Roma

Siamo alla farsa: il Parlamento si è trasformato in un asilo e la retorica spesso sentita nelle ultime settimane riflette il mediocre tasso culturale odierno. L’emergenza Covid, come del resto ogni altra emergenza, è una corsa all’ultimo consenso. È come una prova di sopravvivenza e gli attori in campo sono affamati. Si arriva persino a speculare sulle morti del bergamasco e del lodigiano come pretesto per la riapertura e per racimolare una manciata di voti che permetta di superare la soglia di sbarramento alle prossime elezioni. Se i morti potessero parlare si limiterebbero a rivoltarsi nelle loro tombe, in segno di sdegno contro questo sciacallaggio di basso rango.

Insomma, si fa di tutto pur di avere visibilità. Si sostiene tutto e il contrario di tutto pur di avere un sibilo di voce in capitolo. Si lotta a suon di fake news e cartelloni fuori Montecitorio. L’attuale quadro politico italiano non eccelle e non a causa della legittima opinione contraria, ma perché quest’ultima è stata rimpiazzata da bieche mire propagandistiche, insulti grossolanamente scurrili e urla infantili.

Dunque, se il quadro è questo, non credo che andrà tutto bene, lo spettacolo è appena iniziato e la strada è ancora lunga. Come direbbe Stanis La Rochelle in Boris – Il film:

“Mai e poi mai svilire il ruolo del Parlamanto. Ogni cittadino ha dei diritti ma anche dei doveri. Francamante.”

 

Hasta siempre!

 

-Gianlorenzo Ciminelli

 

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C’era una volta il cinema italiano

Era il 1999 e il cinema italiano aveva vinto.

Posso affermare, con un sorriso sotto il naso, che all’epoca io non ero ancora nato. Quella notte del 21 marzo un eccentrico ma commovente Roberto Benigni ricevette il Premio Oscar direttamente da un’attrice del calibro di Sophia Loren. Un sogno inarrivabile, penserete, che non può essere paragonato nemmeno alla vittoria di un pallone d’oro per un calciatore. Roberto ci riuscì, vincendo nella categoria miglior film straniero e miglior attore. Ce l’aveva fatta. L’attore balzò dalla sua poltroncina ed esultò a braccia aperte su di essa, prima di ritirare la statuetta tanto ambita sul palco. Dietro l’emozione, che si presentava senza vergogna nei suoi occhi ed in quelli della Loren, c’era l’orgoglio di una nazione intera che non aveva mai smesso di crederci. Tutto il mondo era fermo a guardare l’Italia prendersi Hollywood. Accadde davvero e oggi quella vittoria rimane indelebile nei nostri cuori. Ricorda una fiaba da raccontare ai bambini prima della nanna tanto è bella.

Facciamo insieme un passo indietro: chi prima di lui è riuscito a raggiungere un risultato così? Gabriele Salvatores, regista poetico, Federico Fellini e Vittorio de Sica in svariate occasioni, l’indimenticabile compositore Ennio Morricone, nonché quelle donne che ci hanno resi orgogliosi come la stessa Sophia Loren e prima di lei l’immensa Anna Magnani. Tuttavia, pur volendo andare avanti e continuare a citare altri nomi di grandi artisti, come Sergio Leone, mentore di Clint Eastwood, la lista non renderebbe giustizia alla bravura dei nostri cineasti. Perché? Vi starete domandando. Credo di conoscere la risposta: i produttori italiani di oggi sembrano uomini senza il coraggio di investire in film troppo ambiziosi. Da cittadino di questa nazione, sono stufo di aspettare il Natale per assistere alla solita commedia volgare. A mio avviso gli amanti del cinema ne hanno abbastanza di film cuciti su misura per l’italiano medio, delle battute sulle tasse salate da pagare e sulla sacralità “posto fisso”. Non si tratta solo della mia opinione ma di una voglia di riscatto comune, di un ritorno alla fama e all’importanza ottenute in epoche lontane.

Il passato ci ha ben istruiti e ha mostrato ad ognuno di noi che far vedere quanto valiamo al mondo non è impossibile: si può fare. Il Neorealismo ne è la prova lampante: durante quella fantastica epoca tutti invidiavano i nostri talenti. Spesso i registi stranieri preferivano collaborare con star italiane piuttosto che cercare una disperata concorrenza. Erano gli americani a bussare alle nostre porte. Subito dopo c’è stato il già citato Federico Fellini, che ancora oggi è tra coloro che meritano e competono per il titolo di “migliore della storia”, ispirando figure importanti di Hollywood. Lo stesso Tim Burton afferma da sempre di trovare nell’artista italiano una figura di maestro e fonte d’ispirazione per le sue storie gotiche, oniriche, spettacolari. Stesse parole usate da Quentin Tarantino riferendosi al mentore di Eastwood: molte caratteristiche dei film dell’autore di “Pulp ficton” ricordano notevolmente quelle di Leone. A mio avviso uno degli esempi più lampanti è la sequenza iniziale dei titoli di testa di “Django Unchained” con paesaggi western rintracciabili nella famosa ‘‘trilogia del dollaro’’, ripresi nella loro totale maestosità grazie all’impiego di campi lunghi. Sono innumerevoli nella sua filmografia tecniche e scene ispirate dal cineasta romano. Come ultimo esempio, non posso esimermi dal citare un capolavoro immortale: la trilogia de ‘‘Il Padrino’’. In quel caso la Paramount chiese espressamente un regista italiano per prendere le redini di uno dei progetti più importanti da quando la settima arte vide la luce nel lontano 1895. Nacque così, artisticamente parlando, Francis Ford Coppola, seconda scelta del più volte già nominato Sergio Leone. Coppola, a sua volta, pretese nel cast artistico Al Pacino e Robert de Niro come attori (il primo prevalse su Jack Nicholson e Dustin Hoffman) e, anche se non tutti ne sono a conoscenza, persino un giovanissimo Sylvester Stallone fu preso in considerazione per il ruolo di Carlo Rizzi. Mentre della colonna sonora se ne occupò Nino Rota. Ognuno di loro aveva origini italiane conosceva la lingua ed i dialetti familiari, inoltre praticavano usi e costumi della nostra tradizione. Non c’è bisogno di commentare il risultato e l’imponente impatto globale, la storia parla da sé.

Avendo lasciato un’impronta così forte nel mondo, potenziale rotta da seguire per le nuove generazioni, per quale motivo ora ci nascondiamo nelle nostre montagne senza uscire allo scoperto? Siamo la generazione figlia della globalizzazione ed esportare prodotti locali dovrebbe essere ormai un gioco da ragazzi. Il famoso “problema della lingua” è reale, tuttavia non può essere costantemente utilizzato come scusa, equivale a nascondersi dietro ad un dito. Esiste il doppiaggio, esistono i sottotitoli e quindi guardare un film italiano non è un’impresa di chissà quale portata. Altrimenti non dovrebbe riuscirci nessuno se non coloro che utilizzano l’inglese come prima lingua. A confutare questa tesi non sono io, ma l’Academy. “Parasite” vi ricorda qualcosa? Parliamo di una pellicola coreana che ha battuto le statunitensi come “Joker” o “1917” per citarne un paio.

Non prendiamoci in giro e cerchiamo di guardare la realtà negli occhi. È abbastanza chiaro che faccia comodo investire su progetti sicuri, le cui entrate superino le uscite, mostrando a tutti noi simpatiche storie fatte di luoghi comuni, vicende ordinarie e alle volte un po’ bizzarre, ricche di comicità spicciola e battute scontate. Ciò non ci porterà lontano. D’altra parte, mi considero felice per quegli attori o registi come Pierfrancesco Favino, Gabriele Muccino o Paolo Sorrentino che vanno avanti per la loro strada, differenziandosi dal circostante. Questi sono i pochi che, in mezzo a una massa di prodotti simili e scadenti, riescono ad affacciarsi all’estero portando a casa grandi collaborazioni e belle soddisfazioni.

A tal proposito, non dimentichiamo gli importanti ruoli di Favino in “Rush” (2013), il cui cast vanta attori come Daniel Bruhl e Chris Hemswort ed in “World war z” (2013) in cui il talento romano fa da spalla a Brad Pitt, o ancora le pellicole di produzione locale in cui veste i panni del protagonista, le quali sono state apprezzate all’estero e che hanno mostrato agli scettici quanto la sua bravura non abbia nulla da invidiare a molte star internazionali (“Il traditore”, 2018; “Hammamet”, 2020). Procedendo per ordine, il suo fedele amico Muccino, noto sia in Europa che in altri continenti, vanta collaborazioni con Will Smith, una delle quali (“La ricerca della felicità”, 2006) gli ha concesso di arrivare all’oscar, traguardo raggiunto anche da Sorrentino con l’indimenticabile ‘‘La grande bellezza” (2013), senza tralasciare le sue altre opere che hanno superato i confini della nostra penisola (“Youth”, 2015; “Il divo”, 2008).

Ho esaminato solo alcuni di quelli che cercano di fare ancora qualcosa di buono per il nostro cinema. Costoro per fortuna hanno la compagnia di Matteo Garrone o di Stefano Sollima, che fanno ben sperare. Dovremmo ripartire tutti insieme da qui. Ci vorrebbe una presa di coscienza generale e che ognuno facesse la sua parte per muovere piccoli passi verso mete più lontane possibili. I talenti non mancano, serve solo ritrovare la giusta motivazione e puntare su sceneggiature originali, nuove. Perché ce ne sono.

Mi auguro un giorno di assistere e di partecipare alla rinascita di un cinema che non abbia paura di superare se stesso, sfidando i grandi colossi internazionali e tornando in alto, dove merita di stare. Non bisogna avere il timore di investire e di buttarsi: questo consiglio di vita può essere tranquillamente applicato al cinema, il cui compito è di portare la stessa vita sullo schermo. Non so perché, ma è così, e a me onestamente piace da impazzire.

 

-Simone Silvestri

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Il cambiamento e la tecnologia:personalità, necessità, utilità

Sono tanti i momenti in cui avvertiamo la necessità di cambiare la nostra vita personale, le nostre abitudini, il nostro modo di studiare o lavorare senza riuscire però a concretizzare le nostre aspettative. I motivi di questa opposizione al cambiamento sono da ricercarsi alla naturale predisposizione della nostra mente che si concentra a svolgere attività per noi abituali, mantenendoci nella nostra zona di comfort nonostante una razionale insoddisfazione. Infatti normalmente, ogni cambiamento comporta dei sacrifici, che però possono essere meno ardui se si dà il giusto valore agli obiettivi che ci prefissiamo. Il cambiamento può avvenire secondo due modalità: per desiderio e convinzione personale o per necessità.

La prima tipologia di cambiamento si sviluppa trasformando il proprio desiderio in obiettivo; la differenza tra desiderio e obiettivo sta nella misurabilità e nella conseguente raggiungibilità di quest’ultimo rispetto al primo. È infatti controproducente porsi degli obiettivi troppo complicati da raggiungere, in quanto il mancato conseguimento del risultato comporta spesso nell’individuo un senso di sconforto che ne causa spesso la rinuncia. Più logico invece è scomporre un grande obiettivo in diversi micro-obiettivi, più facilmente raggiungibili, e attribuirci una ricompensa per ogni successo raggiunto.

La realizzazione di un obiettivo, e di conseguenza di un cambiamento, avviene attraverso un percorso in cui, come in tutta la vita, si incontrano degli ostacoli.

A seconda del valore che si dà al proprio obiettivo, ognuno di noi può essere pienamente in grado di superare ogni tipologia di ostacolo giungendo al proprio traguardo con un alto grado di fierezza. Non sempre si possono attribuire le colpe di alcuni nostri “fallimenti” a fattori estranei a noi stessi poiché a volte, o meglio nella maggior parte dei casi, il mancato cambiamento è dovuto alla poca conoscenza di quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. L’attribuzione delle colpe a fattori esterni, quali per esempio le persone che ci circondano, è un modo per giustificare il mancato raggiungimento dell’obiettivo, attribuendo ad altri delle responsabilità invece da attribuire solo a noi stessi.

La seconda tipologia di cambiamento prevede che questo sia necessario, cioè dovuto a cause di forza maggiore che ci impongono a cambiare le nostre abitudini all’improvviso. Un esempio molto attuale di cambiamento necessario è quello legato all’emergenza sanitaria in corso per il nuovo coronavirus: nessuno pensava di dover cambiare le proprie abitudini, così radicate, in poco tempo, eppure ciò sta accadendo. Certo tutto questo comporta fatica ma, analizzando bene tutto quello che sta cambiando, molti di noi sono rimasti sorpresi da come lo stato di necessità abbia permesso una variazione che prima non avremmo mai pensato di poter attuare.

L’emergenza attuale ha portato anche dei cambiamenti necessari nel modo di studiare o di lavorare: è più che mai utile in queste settimane la tecnologia, che sta permettendo agli studenti di assistere alle lezioni telematiche e ai lavoratori di procedere attraverso lo smart working. Gli strumenti di uso comune come smartphone, tablet, laptop e PC, anche in casi differenti da questa emergenza, sono molto utili ad esempio per coloro che per motivi logistici sono impossibilitati a frequentare fisicamente le lezioni universitarie, o ancora per gli studenti con difficoltà motorie che, attraverso questi mezzi, possono assistere alle lezioni non privandosi di un desiderio (quello di frequentare l’università) pienamente raggiungibile nell’epoca della tecnologia.

Queste modalità di formazione e di lavoro possono, se utilizzate con frequenza, far assumere al nostro Paese una nuova dimensione di globalizzazione. I social network, che spesso sono stati criticati e demonizzati per essere strumenti di distrazione e diseducazione, stanno assumendo un ruolo importante nel processo di cambiamento sociale in corso, rendendo questo cambiamento necessario meno drastico.

Sebbene a distanza fisica, gli italiani che in questo periodo sono costretti a rimanere in casa possono ugualmente mantenere i contatti con amici e parenti, scambiare informazioni, condividere file multimediali e pensieri, sentendosi vicini anche se lontani. L’auspicio, ovviamente, è che si ritorni alla normalità nel più breve tempo possibile e non è pensabile che la tecnologia possa sostituire la fisicità, ma sicuramente dopo questa esperienza rimarrà la consapevolezza che la tecnologia ci può essere amica e che da un cambiamento necessario si può uscire anche migliori.

 

Martina Sarcina

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Il Traditore

‘‘Buscetta è stato un uomo che ha cambiato tante facce -anche fisicamente- quanti posti ha abitato e quante persone ha conosciuto. Egli era un uomo capace di parlare con un brasiliano come se fosse brasiliano, di mettersi di fronte ad un giudice cercando di pensare di essere un collega e di manipolare la realtà di cui voleva essere parte, tuttavia il nostro film, vista la persona che era, non cede alla tentazione di farlo diventare un’icona.’’

Sono queste le parole che Pier Francesco Favino esprime per descrivere il personaggio di Tommaso Buscetta, da lui magistralmente interpretato nel film Il Traditore (2019), scritto e diretto da Marco Bellocchio, prodotto da Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution.

La storia verte su un mafioso palermitano, che sul finire degli anni 80 partecipa ad una cena il cui scopo è quello di sancire la pace tra le famiglie di Cosa Nostra e quelle Corleonesi. Nonostante un accordo trovato per gestire in maniera tranquilla e pacifica gli scambi di droga, il protagonista, chiamato ‘‘Il boss dei due mondi’’ percepisce una guerra imminente. Decide quindi di fuggire in Brasile, lasciando i suoi due figli, uno dei quali tossico dipendente, al suo caro amico Pippo Calò. In Sud America Buscetta riesce a crearsi una nuova vita, che non durerà, poiché come lui stesso sa, non si esce dal giro di Cosa nostra. Il boss dei due mondi tornerà in Italia dopo essere stato scoperto dalla polizia locale. Una volta tornato a casa, gli viene offerta l’opportunità di collaborare con la giustizia ed in particolar modo con lo storico magistrato Falcone per smascherare i vertici di una mafia ormai potentissima e senza scrupoli. Ciò avrà come conseguenza un inevitabile odio nei suoi confronti che condurrà i suoi ora nemici ad eliminare persino componenti innocenti della sua famiglia (compresi i suoi figli) per intimorirlo.

La pellicola segna un gran ritorno alla regia per Marco Bellocchio, il quale si è preso il rischio e la responsabilità di affrontare un argomento estremamente delicato. Personalmente non reputo sbagliata la sua scelta, mi rendo conto che la storia della cinematografia italiana è ricca di film riguardanti le vicende della criminalità organizzata siciliana, tuttavia è necessario riportare alla memoria di noi cittadini quanto accaduto in passato, in maniera tale da non commettere gli stessi errori. Ho apprezzato il lavoro svolto insieme allo scenografo e al direttore della fotografia, sono infatti notevoli le ambientazioni, le luci e gli accostamenti di colore che ricreano in maniera perfetta i luoghi e l’atmosfera anni 80-90. L’autore è stato in grado di tenere alta l’attenzione dello spettatore per tutta la durata del film, che equivale a 2 ore e 35 minuti.  Non era di certo facile riuscire nell’intento, poiché i personaggi dialogano fra di loro prevalentemente in dialetto siciliano e in portoghese. La scelta del regista si è rivelata la migliore, sentire parlare i protagonisti con il loro idioma originale, infatti, rende il tutto più realistico e avvincente e ha consentito agli interpreti una piena immedesimazione nei ruoli. Lo testimonia l’interpretazione oserei dire sublime di Favino, il quale ha dovuto imparare e saper interpretare un testo distante da quelli ai quali è stato abituato fino ad ora. Egli non lascia trasparire per nemmeno un minuto la ‘‘recita’’ e si presenta ai nostri occhi come un siciliano autentico, regalando al pubblico un personaggio perennemente tragico, ma allo stesso tempo lungimirante, che sa adattarsi in svariate situazioni. Buscetta è un uomo che non ha paura di niente e di nessuno, ‘‘nemmeno della morte’’ come lui stesso afferma, tuttavia non mancano momenti in cui s’intravede anche una profondità e una drammaticità umana che non lasciano indifferenti. Posso definire questa interpretazione, senza ombra di dubbio, la migliore della carriera dell’attore romano, cosa che ha certamente aiutato il film a gareggiare al Festival di Cannes per la Palma d’oro. Riconosco infine l’ottimo lavoro dei truccatori; sul volto dei personaggi il tempo sembra scorrere in maniera del tutto naturale, anche in questo caso, non traspare mai l’ombra del fittizio.

L’Italia ha necessità di altri film di questo calibro, di maggiore visibilità, di registi e attori con il giusto talento e la voglia di farsi vedere a livello internazionale. ‘‘Il Traditore’’ testimonia che possiamo portare a testa alta la nostra arte al di fuori dei confini della nostra penisola, magari toccando temi delicati come quello trattato in questo piccolo-grande capolavoro italiano, firmato Marco Bellocchio.

-Simone Silvestri