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“L’ALTRO SGUARDO” SULLA FOTOGRAFIA FEMMINISTA. FOTOGRAFE ITALIANE 1965-2018.

La mostra raccoglie una selezione di oltre 200 fotografie e libri fotografici della collezione Donata Pizzi; presentata per la prima volta alla triennale di Milano nel 2016 e nata in collaborazione con MUFOCO – Museo di fotografia contemporanea di Milano, viene proposta ora al Palazzo delle Esposizioni dall’8 giugno al 2 settembre. A cura di Raffaella Perna e promossa da Roma Capitale-assessorato alla crescita culturale, vediamo riunite opere di oltre 70 autrici appartenenti a contesti storici ed espressivi diversi, con lo scopo di favorire un riconoscimento a quelle che , ad oggi, sono considerate le più originali interpreti nel panorama fotografico italiano dagli anni ’60-70. Le fotografe tornano a lavorare su tematiche identitarie, come già successo negli anni ’60, ma con una sperimentazione stilistica diversa sulle proprietà della fotografia, questo dovuto in parte anche alle nuove “leve” come Anna di Prospero (sua la fotografia scelta come copertina della mostra) che guardano a queste tematiche con uno sguardo più moderno.

Le opere della collezione testimoniano momenti importanti della fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio; da queste opere riaffiorano i mutamenti concettuali,estetici e tecnologici che l’hanno caratterizzata. La centralità del corpo e delle sue trasformazioni, il rapporto tra memoria privata e collettiva, il vissuto quotidiano e familiare, questi sono i temi che legano tra loro immagini appartenenti a decenni e generi differenti, dai reportage a quegli scatti puramente sperimentali.

Suddivisa in 3 settori dedicati, rispettivamente, alla fotografia di reportage dentro le storie dove ogni fotografia affronta quelli che sono stati i drammi che hanno afflitto il Paese, ma anche opere che riguardano la cultura nazionale e la vivacità del clima italiano dagli anni ’60 ad oggi. La seconda sezione cosa ne pensi tu del femminismo? accosta l’immagine fotografica, simbolo di quel mezzo che è stato per anni di proprietà del mondo prettamente maschile, al pensiero femminista, troppo spesso fonte di critiche. Terza ed ultima sezione vedere oltre si occupa di raccogliere quelle fotografie sperimentaliste basate sulla ricerca delle potenzialità espressive del mezzo. Verrà proposto inoltre il documentario parlando con voi prodotto da AFIP International (associazione fotografi professionisti) e Metamorphosi Editrice.

Concludo con alcune parole dell’artista Anna di Prospero riguardo la sua opera Central Park #2: “Quest’opera fa parte di un progetto iniziato 10 anni fa sulla relazione tra i luoghi e le persone. Ritengo che lo spazio che ci circonda sia fondamentale nel riconoscimento di un’identità sia collettiva che individuale, non a caso la mia prima serie fotografica è nata in casa mia, dove per tre anni ho fotografato tutti i giorni gli stessi spazi per creare un legame, appunto, con tali spazi. Il progetto è andato avanti cercando, in luoghi a me sconosciuti, quel legame che unisce la propria identità a quella del luogo specifico. L’opera in questione è un autoritratto scattato a Central Park; come quasi in tutti i miei ritratti c’è la scelta consapevole di lasciare il volto coperto per creare una immedesimazione tra lo spettatore ed il soggetto fotografato”.

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-Francesco Di Pasquale

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STAND-UP COMEDY: “LA RISATA È IL MEZZO, NON IL FINE”

Cos’è la stand-up comedy? “Una chitarra”. No non sono impazzito, ho solo riportato le parole del fondatore di Satiriasi  Filippo Giardina, ospite il 16 maggio al Dams di Roma Tre insieme a Pietro Sparacino e Velia Lalli. Capisco che detta così la cosa possa sorprendere, mi spiego; la stand-up comedy è un modello, un modo di fare spettacolo, stare in piedi su un palco solo con un microfono, scenografia neutra, nessun elemento di distrazione. Ma in sé la parola stand-up comedy non ha un contenuto specifico, preso il modello c’è poi un mondo da esplorare, come una chitarra, strumento che accetta centinaia d’interpretazioni. Nel caso specifico mi interessa parlare del progetto “Satiriasi stand-up” cui accennavo precedentemente.

Il complesso di comedians messo su da Filippo Giardina nel 2009 e attivo fino al 2014 aveva come motto “la risata è il mezzo, non il fine”; sono queste parole la sintesi del manifesto programmatico redatto in 15 punti, faro dell’operato del gruppo. Cito testualmente dal sito l’intento di questo documento “in esso, dopo essere stati evidenziati tutti i difetti tipici della comicità nostrana, come l’abbondanza di luoghi comuni, di giochi di parole elementari, e la banalità e ripetitività degli argomenti trattati, è chiesto al comico di scrivere con intenti artistici più onesti e personali, spingendolo ad avvalersi del proprio vissuto per trovare argomenti di cui parlare, a ricercare in sé stesso ciò di cui sente davvero l’esigenza esprimere, ciò di cui è “saturo” appunto, utilizzando il linguaggio che trova più adatto per dar voce in maniera originale  e personale alla sua prospettiva sul mondo e rivolgendosi a un pubblico che vede come amico.”

Nulla deve essere aggiunto alle parole riportate, sunto perfetto del testo esteso. Satira, necessariamente l’intento di far ridere, non è un comizio ma uno spettacolo comico, però non cabarettistico, la risata è consapevole perché l’autore del monologo deve essere protagonista della scena, deve essere pieno autore della sua opera, non deve rifarsi a luoghi comuni a meno che non siano giustificati dal pezzo, così come consapevole è il pubblico, necessariamente adulto, che viene ad assistere allo spettacolo per ritrovare un certo tipo di satira, un nuovo gusto per la risata. Consapevolezza di tutte le parti in causa, il comedian quale protagonista e lo spettatore come parte accessoria, troppo facile è ormai diventato giocare con le prime file e portare a casa la serata, il comedian fa il suo monologo anche qui consapevole di raccontare il mondo dalla sua prospettiva e consapevole che l’uditorio potrebbe non essere d’accordo ma del resto, come già detto, chi fa questo mestiere non cerca facili consensi e soprattutto è profondamente animato dall’ultimo punto del manifesto: “Se il pubblico è già d’accordo con quello che stai per dire forse non c’è bisogno che tu lo dica”.

Nel fare la mia analisi ho usato la parola “mestiere” non a caso; uno dei buoni motivi per cui questo collettivo si è formato è stato anche quello di ridare dignità alla figura del comico all’interno del mondo artistico, uscire dall’idea macchiettista, da qui l’importanza di esporsi in prima persona sul palco, nome e cognome, una forte rivendicazione intellettuale. Aggiungo ancora con una citazione, stavolta di Pietro Sparacino, altro membro del gruppo, in merito proprio al mestiere del comico: “Nei negozi di giocattoli ci sono i kit per tantissimi lavori, il poliziotto, il pompiere, l’allegro chirurgo, addirittura il piccolo mago, ma mai una volta ho visto il kit del piccolo comico”.

Nella speranza di aver reso un minimo di giustizia a questo mondo semisconosciuto, vi invito, se siete arrivati a questo punto, a giudicare voi stessi; su youtube è pieno di contenuti, le serate dal vivo poi sarebbero l’ideale per immergersi davvero nell’atmosfera dello spettacolo, il progetto Satiriasi non è più stabilmente attivo ma sia i comedians che ne hanno fatto parte che molti altri appartenenti ad altre realtà fanno spettacoli molto frequentemente, le occasioni non mancano. Buone risate dunque, perché la risata è importante, mai banale, ma come per ogni altra attività umana, le cose andrebbero fatte in un certo modo, quindi ridiamo, ma ridiamo bene.

 

 

– Gabriele Russo

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“Cause for every lost soul there’s a blender to love”

Cotto e Frullato è stata una delle webseries italiane che ho seguito con più piacere nel corso degli anni, vuoi perché non sembra amatoriale sotto molti punti di vista, vuoi perché non copia spudoratamente la serie britannica Misfits.
Il format è quello tipico dei programmi di cucina ma ogni ricetta è destinata a finire in un frullatore e ad essere bevuta anziché mangiata. Col passare degli episodi poi si era sviluppata una trama orizzonta molto interessante: infatti gli stessi spettatori su YouTube facevano parte della serie, i personaggi con i loro profili personali andavano a commentare gli episodi facendo sì che lo sviluppo della trama non si limitasse alla sola durata dell’episodio ma continuasse a livello social. Inoltre il fatto che alcuni attori come Maurizio Merluzzo o anche il regista Paolo Cellammare abbiano interpretato loro stessi fa cadere la quarta parete e dona un forte senso di realismo (molti spettatori caddero a tal punto nel meccanismo da credere Maurizio veramente morto) pur se mitigato dalla presenza di elementi fantastici.
Dopo la prima stagione, conclusasi nel 2013, ne è seguita una seconda nel 2015 che ha avuto uno sviluppo molto particolare: il quinto episodio termina con un cliffhanger che sfonda di nuovo la quarta parete, poiché la richiesta di un riscatto è in realtà una campagna di crowdfunding per realizzare un film conclusivo. Con Cotto e Frullato Z: The Crystal Gear si compie il balzo da YouTube al grande schermo. Il film è da poco uscito in DVD e questo ha permesso ai fan che si erano persi le proiezioni-evento nelle varie sale italiane, tra i quali, ahimé, io, di scopire la fine delle vicende di Maurizio. Ora che ho potuto vederlo posso finalmente parlarvene.

Innanzitutto c’è da dire che la mole di rimandi sia a vari registi – come la sequenza che grazie al montaggio frenetico ricorda Requiem For A Dream di Darren Aronofsky – sia agli episodi della serie, con l’aggiunta delle classiche gag di Maurizio e altri elementi grotteschi ricorrenti, porterà i fan ad apprezzare la pellicola con molta facilità. Io però voglio fare un’analisi leggermente più approfondita. C’è da fare un plauso alle interpretazioni di Maurizio Merluzzo e Gianandrea Muià (che forse qualcuno conoscerà per il suo canale di doppiaggio Orion – Web Dubbing), veramente impeccabili; gli altri ricadono ancora in una performance troppo “amatoriale” e si crea in tal senso un contrasto non molto piacevole all’interno della pellicola. In ogni caso la scrittura dei personaggi non mi è dispiaciuta, il problema sta, secondo me, solo nelle interpretazioni appunto. Anche la vicenda è molto scorrevole, si segue con piacere e ha quell’aggiunta di fantastico – il Crystal Gear – che non stona per niente ma anzi si adatta benissimo all’universo di Cotto e Frullato. Si fanno apprezzare le musiche, tra le quali spicca Bestie di Seitan  dei Nanowar Of Steel, ma anche gli altri brani non sono da meno.
Concludendo, rimane una pellicola godibile, Paolo Cellammare ha dimostrato di saper realizzare un discreto prodotto e sicuramente in futuro saprà offrirci anche di meglio, rimango speranzoso e continuerò a supportare i suoi lavori perché il cinema indipendente, se valido, va sempre supportato.

 

 

-Matteo Verban

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Corsi e ricorsi storici

Giambattista Vico, filosofo del XVIII secolo, sosteneva che la storia dell’umanità fosse descrivibile come una serie di “corsi e ricorsi storici”. In pochissime parole egli riteneva che l’uomo – pur evolvendosi e passando da un’epoca “primitiva” di barbarie ad una “finale” caratterizzata da uguaglianza tra uomini, razionalità e civiltà – potesse vivere ciclicamente periodi di involuzione e di decadenza. Considerando gli avvenimenti che hanno di recente riempito le colonne d’attualità e di politica (sia nazionale che internazionale) di praticamente tutti i giornali del mondo, appare piuttosto facile condividere, o perlomeno comprendere, il pensiero del filosofo napoletano. Non sembra infatti anche a voi di essere improvvisamente regrediti in un periodo passato?

A me pare francamente di essere protagonista della rievocazione storica di un’epoca in cui politica e propaganda erano la stessa identica cosa, in cui si schedavano popoli in base all’identità etnica o religiosa, si alzavano muri, in cui la cultura dell’integrazione con l’Altro era del tutto privata di significato e violentemente sostituita dall’idea dell’invasione dell’Altro, dalla discriminazione e dalla necessità di proteggersi dal Diverso, di controllarlo, dall’impossibilità di convivere con lo Straniero. Insomma, siamo nella rievocazione dell’epoca dei nazionalismi sfociati in totalitarismi, del razzismo, della politica di potenza e di prepotenza: dell’epoca più buia e dannatamente disumana della storia contemporanea mondiale. E, badiamo bene, stiamo parlando di quella stessa epoca che è stata anticipatrice e causa della guerra più atroce mai combattuta dall’uomo, la quale ha ridotto il mondo in un ammasso di detriti, fame e silenzio: della guerra che ha calpestato ogni diritto umano, che ha spezzato prematuramente ed ingiustamente milioni e milioni di vite. Non bisogna poi dimenticare che la Seconda Guerra Mondiale ha avuto conseguenze così tragiche e drammatiche per chi ne è stato testimone da cambiare del tutto il concetto di confronto bellico tra popoli e paesi, divenuto a partire da quel traumatico evento esclusivamente sinonimo di immagini e sensazioni negative: male, sofferenza, devastazione, morte.

Con queste considerazioni in mente diventa perciò ancor più difficile ammettere di non essere veramente coinvolti in una semplice rievocazione ma di trovarci invece dinnanzi a dei parallelismi, tristi e (troppo) numerosi parallelismi. Succede infatti che i confini tra stati siano blindati, i porti chiusi. Succede infatti che si spari da armi cariche di razzismo e di xenofobia, che il Presidente dell’arsenale della democrazia pensi realmente che sia lecito chiudere dei bambini dentro delle gabbie per combattere e contrastare l’immigrazione clandestina, che il ministro dell’Interno di uno degli stati della civile e democratica Europa decida che non sia affatto disumano sbattere la porta in faccia ad una nave carica di disperati, se questo è un modo per fare la voce grossa nello scenario internazionale e la guerra a coloro che vengono identificati come i nemici di turno. Ancora una volta si è disposti a mettere a rischio la stessa vita e dignità di milioni di persone pur di mettere in atto le proprie politiche (o ideologie?) e di vincere le proprie pazze battaglie.

Ed è per questo che mi domando ancora: come possiamo oggi non dar ragione a Giambattista Vico? E ciò che vi chiedo è: “tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti” ha ancora senso e valore? C’è qualcuno in grado di spiegarmi (con argomentazioni logiche e sensate, s’intende) quale grande differenza ci sia tra “Prima gli italiani” e “Italia agli italiani”? C’è qualcuno che può aiutarmi a comprendere quando la diplomazia ha smesso di funzionare, di nuovo? Quando esattamente abbiamo spostato così indietro le lancette dell’orologio della storia? E perché lo abbiamo permesso? Ma soprattutto – mi e vi chiedo – quando inizieremo di nuovo ad andare avanti, quando recupereremo finalmente la nostra Umanità? Perché io voglio sperare e credere che l’Uomo sia destinato a progredire, ad imparare dalla propria storia e dalle atrocità compiute per non ripeterle mai più. Ma bisogna far attenzione,  perché chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo.

 

 

-Serena Di Luccio

 

 

 

 

 

 

 

 

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TRADURRE PER RIVISTE COME INTERNAZIONALE? «QUELLO CHE NON SAI DEVI SAPERLO CERCARE»

 

La dottoressa Bruna Tortorella, traduttrice per Internazionale, il noto settimanale che dal 1993 pubblica articoli della stampa straniera tradotti in lingua italiana, ci rivela in un’intervista qualche retroscena del suo lavoro parlandoci di difficoltà, competenze necessarie e una buona dose di creatività e spirito di adattamento. Collabora in ambito giornalistico anche con Limes e nell’editoria con Il Saggiatore, Laterza, Treccani, Rizzoli e Fusi Orari. Ha insegnato traduzione giornalistica alla LUISS e all’Università di Tor Vergata a Roma.

 

 

Dott.ssa Tortorella, per rompere il ghiaccio vorrei innanzitutto chiederle cosa significa, ad oggi, assumersi la responsabilità di tradurre per una testata importante come Internazionale o Limes. Sono articoli che coprono un’ampia gamma di categorie testuali e registri linguistici che affondano le proprie radici in svariati ambiti di competenza. Lei da giornalista è testimone quotidiana di ciò che accade nel mondo in tutta la sua bellezza, straordinarietà, ma anche crudeltà, sofferenza ed in più, da traduttrice, ha il compito di dover trasmettere al meglio notizie di qualsiasi tipo nella sua lingua madre.

 

Bruna Tortorella: In realtà non credo di potermi definire, ad oggi, come giornalista, anche se in passato lo sono stata per un breve periodo. Ad un certo punto della mia vita sono riuscita a conciliare i miei due interessi principali e a tradurre giornalismo. Ovviamente lavorare per riviste come Internazionale e Limes richiede un certo livello, se non di competenza specifica, almeno di informazione. Quello che non sai devi saperlo cercare e devi capire quali siano le fonti attendibili. La varietà di temi e registri costituisce una bella ginnastica mentale. Per esempio io ho diverse rubriche fisse (Burkeman, Randall, l’Oroscopo di Brezsny) e alcuni autori che mi vengono affidati regolarmente il cui stile ha delle costanti che vanno mantenute per renderli sempre riconoscibili. In altri casi è invece necessario intervenire per facilitare la leggibilità dei testi. A mio avviso, soprattutto nel giornalismo, la priorità va data alla lingua di arrivo e al lettore italiano. Questo può comportare brevi spiegazioni nel caso di istituzioni, luoghi geografici e aspetti culturali meno noti al nostro pubblico e, al contrario, omissioni di informazioni inutili — ad esempio “Parigi, Francia” — come capita di trovare in alcuni giornali statunitensi.

 

E’ necessario un forte spirito di adattamento in ogni caso, mi sembra di intuire. Ma al di là delle rubriche o degli autori fissi, c’è un tipo di testo della cui traduzione lei predilige occuparsi?.

 

Beh, se parliamo di predilezioni, l’argomento che mi interessa di più e quello che mi capita più spesso di trattare è la politica internazionale: Stati Uniti e Medio Oriente in particolare perché ho tradotto anche diversi libri sul tema, ma in generale un po’ tutta direi. A mio avviso è l’ambito più stimolante e si imparano tante cose sul mondo in cui viviamo. Poi un altro settore in cui pur non avendo in partenza competenze specifiche mi sono specializzata è la scienza, dalla psicologia alla fisica quantistica e alla medicina. Qui torna dunque il discorso del saper cercare e capire bene di che cosa si stia parlando, che non comporta una lettura più approfondita. Se stiamo parlando di “buchi neri” dobbiamo sapere esattamente che cosa siano, non possiamo tradurre frasi che non capiamo. In questo senso internet è ormai una fonte inesauribile e ci risparmia l’acquisto di libri o le visite in biblioteca.

 

Certo, ovviamente un ambito quale quello scientifico è quanto mai spinoso e delicato. A tal proposito, si sono mai verificate circostanze per le quali lei abbia sentito di trovarsi in difficoltà nella traduzione e di non riuscire, forse, a produrre un testo equivalente all’originale?

 

Sì, diciamo che non capita spesso, ma ogni tanto ci sono autori che giocano molto sui suoni, ad esempio le assonanze e sulle immagini. Nel primo caso, quando è possibile, si cerca di riprodurre lo stesso effetto con suoni diversi; nel secondo bisogna valutare se l’immagine possa arrivare al pubblico italiano. Qualche volta, se lo ritengo improbabile, se può sembrare che siano solo parole in libertà,  ricorro a immagini diverse cercando di mantenere lo spirito del testo. In questo senso il nostro lavoro è anche creativo.

 

Indubbiamente lo è molto, sì. Tuttavia spesso si tende inconsapevolmente a sminuire il lavoro del traduttore, ritenendo che questo consista soltanto nella mera trasposizione asettica di un testo in un’altra lingua che un qualsiasi parlante nativo o traduttore online potrebbe operare. Vogliamo tentare insieme di sfatare questo falso mito che vedrebbe il suo — spero in futuro anche il mio  lavoro sostituibile da un qualsiasi Google Translate ?.

 

Certamente. Se ha mai fatto qualche esperimento con il traduttore di Google saprà già che è ancora molto lontano dall’essere uno strumento utile per chi traduce a livello professionale. Sebbene non sia necessario essere specialisti — le competenze si acquisiscono, si studia, si legge molto, si impara a cercare le informazioni che servono — la traduzione non sarà mai un lavoro meccanico, da software; richiede una capacità di interpretare, di leggere tra le righe e di rielaborare che si acquisisce con l’esperienza e la quotidianità. Quello che è imprescindibile è una buona conoscenza della lingua e della cultura di partenza in tutte le sue sfumature, ma soprattutto un’ottima conoscenza dell’italiano a livello delle strutture, del lessico, delle figure retoriche, dei registri e così via. Anche lo stile “giornalistico” si apprende con il tempo: non è necessario, anzi è sconsigliabile, averne uno proprio, perché si rischia di stravolgere quello degli autori che trattiamo, se sono veramente autori. In altri casi torna utile un po’ di pratica per rendere più leggibili testi contorti, eccessivamente piatti o decisamente scritti male. Capita anche questo, in particolare quando il giornalista non scrive nella sua lingua madre, ma in una lingua veicolare come l’inglese.

 

Sì ammetto che, anni or sono ormai, da traduttrice più ingenua tentai la strada del traduttore online verificandone tuttavia subito a mie spese il grado di accuratezza. Con queste ultime sue parole però, credo che sia stato fugato definitivamente ogni dubbio. Dunque, come ultima domanda, vorrei sapere da lei che indicazioni darebbe a noi studenti, aspiranti traduttori editoriali e giornalistici, per riuscire bene nel nostro lavoro qualche suggerimento sulle principali tecniche di traduzione da seguire in questo settore magari ma soprattutto per riuscire anche solo ad avvicinarsi al suo, quasi inaccessibile, ambito lavorativo.

 

Mi dispiace deluderla ma non sono proprio una tecnica, sono più un’ istintiva. Ci sono delle norme editoriali che vanno rispettate, ma queste sono cose che si imparano. Piccole tecniche che possono tuttavia tornare utili: sono i trucchetti semantici che servono a rendere un termine o un concetto che non esiste esattamente nella stessa forma e lingua di arrivo o quelle sulla sostituzione degli avverbi con aggettivi, dei verbi con nomi, sullo spostamento di parti del discorso per meglio aderire alla struttura dell’italiano e così via. E’ difficile generalizzare e stabilire delle regole: è soprattutto una questione di orecchio e di sensibilità. Per quanto riguarda l’accesso al settore purtroppo non esiste un iter, come non esiste per tutte le libere professioni. Si possono mandare cv e fare domande nella speranza che qualcuno ci dia una chance. Chi fa un buon lavoro di solito viene richiamato perché è nell’interesse del committente non perdere tempo a rivedere e correggere i testi tradotti. Oggi internet offre nuove opportunità spesso gratuite o mal pagate, ma che possono servire per cominciare e fare curriculum. Altro non saprei dirvi, perché in questo campo, purtroppo o per fortuna, ognuno ha la sua storia personale.

 

Nessuna delusione, le assicuro: al contrario, non potrei essere più soddisfatta.  Nel salutarla la ringrazio nuovamente a nome di Culturarte, il periodico universitario di Roma Tre, per averci concesso questo tempo nonostante i suoi impegni e a nome mio, per continuare ad ispirare il mio percorso ogni giorno.

 

La ringrazio per il bel complimento e ringrazio il giornale per l’interesse mostrato, non capita sempre. Buona giornata.

 

 

 

-Margherita Cignitti

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‘‘Ai posteri l’ardua sentenza’’ – intervista ai membri del MeP

Quando ci si trova a camminare tra le strade di città come Firenze, Bologna, Perugia, Roma e molte altre, può capitare di imbattersi in una poesia stampata su un foglio bianco attaccato ad un muro, cosa rara al giorno d’oggi, abituati come siamo a vedere per strada graffiti, disegni o semplici scritte. C’è qualcuno che ha interesse a rimettere il verso poetico sotto gli occhi della gente, di incitare la massa a riprendere familiarità con la carta e la parola scritta, si chiama Movimento per l’emancipazione della Poesia ed ho avuto modo di incontrare dei referenti grazie ai contatti trovati sul loro sito http://mep.netsons.org/beta/, rimanendo stupito dalla dimensione che questo movimento ha assunto a partire dalla sua nascita nel 2010.

Cos’è il MeP?

Sono tante le risposte che possono darsi a questa domanda, perché il MeP di oggi è molto di più rispetto a ciò che era il MeP al momento della sua nascita e chissà cosa sarà tra qualche anno. Il Movimento si struttura come un discorso animato costantemente dalle idee che ogni membro riporta, dal continuo rinnovamento delle nostre prassi. In ogni caso, il trait d’union è l’aggregazione su base nazionale di nuclei cittadini composti da poeti militanti che condividono il fine di emancipare la poesia dallo stato emergenziale in cui versava negli anni dieci, uno stato in cui la poesia viene in un certo senso dimenticata dalla massa, circoscritta nell’ambito dei programmi scolastici dei grandi autori, strettamente legata agli scambi privati che i poeti fanno tra loro dei propri componimenti, abbandonando l’idea di pubblicare. Uno stato di necessità che si palesava a partire dall’opinione che la gente aveva del poeta, oggetto della buffa dicotomia dello ‘sfigatello’ che non ha trovato altro modo di sfogare le pulsioni adolescenziali se non con la poesia e del genio incompreso. È da qui che siamo partiti: dalla volontà di restituire alla poesia ciò che gli appartiene, restituirle il senso d’essere, nella quotidianità, arte viva. Scegliamo di essere un movimento perché di fronte ad un unico problema la soluzione non è una, non può essere una soltanto, quindi il rinnovamento del MeP si spiega in forza della continua riflessione su noi stessi.

Le poesie che attaccate non riportano il loro autore, sembra quasi che l’autore sia il MeP stesso. Perché agite nell’anonimato?

Se entro in un museo e mi dicono che quel quadro è di Matisse, guarderò quel quadro con più attenzione e interesse dimenticandomi l’approccio critico che ogni forma d’arte vuole stimolare nei soggetti che ne godono. Adottiamo una linea di anonimato per due motivi sostanziali. Anzitutto perché al centro delle nostre pratiche ci deve essere la poesia e nient’altro: non è importante per noi l’autore, vogliamo ‘purificare’ il componimento da personalizzazioni al fine di far apprezzare la poesia in sé e non perché è ‘la poesia di’. Uno dei nostri antagonisti è proprio quell’idea che valuta l’apprezzamento e la ‘vendibilità’ di un prodotto per la semplice associazione della cosa ad una persona. Nei primi anni di vita del MeP i dati statistici di vendita di libri di poesie riportavano ai vertici Ligabue e Sandro Bondi, ad oggi la situazione non è così cambiata, si vendono prodotti fatti passare per poesia per il sol fatto di essere scritti da un soggetto famoso. Abolizione del personalismo però non vuol dire dimenticare che dietro ogni poesia vi è un poeta, anzi riconosciamo il sacro legame che intercorre tra poesia e poeta, quindi ecco spiegato il perché delle sigle che favoriscono un senso critico e fanno si che non ci si lasci convincere della bontà di una cosa per il solo nome che ne sta alla base. Il secondo motivo è di tipo giuridico: parte di ciò che facciamo è illecito quindi evitare i nomi dei soggetti componenti il MeP serve a tutelarci. Pur consapevoli di occupare spazio pubblico privi di permessi, agiamo forti della volontà di riappropriarci di questo come spazio di proprietà di chi lo vive ogni giorno e non dello Stato. Pratichiamo una illegalità coscienti di una moralità più alta che ci dice che quella illegalità è legittima.

Quali sono le vostre pratiche?

Nel movimento si fanno tante cose, tra le varie azioni con cui agiamo quella privilegiata è l’attacchinaggio perché più di altri fornisce l’impatto desiderato. Il modus operandi dell’attacchinaggio è ispirato ad un’etica di profondo rispetto verso tutte le opere d’arte e monumenti; non invadiamo mai monumenti né muri storici e neanche quelli puliti. Preferiamo ‘attacchinare’ dove c’è già degrado, dove l’affissione di un componimento non arreca danni, al contrario dona un valore aggiunto. All’attacchinaggio affianchiamo forme di diffusione meno invadenti come il “leghinaggio” o dei semplici abbandoni; ci facciamo intervistare, partecipiamo ad eventi, collaboriamo con compagnie teatrali, musicisti, street artist eccetera. Continua a leggere

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DISCMAN 2.0 – #16 MOCIpenso e vi dico

Da venerdì 22 giugno Roma e il mondo intero hanno un nuovo brano da ascoltare e un nuovo video da guardare: Fugazi
«Cosa sarebbe Fugazi, Caterina?» Fugazi è il secondo singolo di Moci, cantautore romano agli esordi.

Dopo Perso, biglietto da visita per il pubblico, il nostro caro Marco ci regala una chitarra toccata piano e una voce da bambino che racconta di una fuga, del sonno perenne, di un cielo logorroico che non viene ascoltato.
Una ninna nanna moderna per tutti  quegli adolescenti che si credono già adulti, esattamente quello che serve per provare a uscire vivi da due fuochi che ardono e ti consumano: l’adolescenza e la maturità. È una melodia lieve per addormentare quel turbinio di pensieri ed emozioni che frullano in testa.

Che poi, si sa, nel momento in cui ti metti a letto e non ti addormenti entro i 2 minuti è la fine: cominci a pensare al ragazzo che ti piace che chissà cosa starà facendo adesso, agli esami che devi dare tra una settimana e alla sessione che sembra non avere fine − e alla prova costume che anche quest’anno si fa l’anno prossimo puntando nuovamente, purtroppo per voi, sulla simpatia. Si comincia a pensare che “la vita è puttanella” e che il karma ti sta punendo perché in un’altra vita sarai stata la nipote di Pablo Escobar.
Ma soprattutto pensi al fatto che c’è gente, come Moci, che alla tua stessa età scrive canzoni, vince concorsi e l’8 luglio suonerà al Roma Brucia a Villa Ada, mentre tu ti fai delle domande e ti rispondi da sola, incarnando alla perfezione la figura dell’esaurita che sei − cioè sono. Però che ci vuoi fare, per questa vita è andata così… e magari nella prossima nascerò gnocca come Sophia Loren e con la voce di Mina.
Bene, per oggi la dose di negatività è sufficiente: e pensare che tutto è partito da una ninna nanna.  

Con la speranza che i dischi prodotti da Sbaglio Dischi non siano veramente sbagliati vi auguro un’estate piena di notti d’amore, musica e concerti, piena di pennichelle e nuotate… Io evito di dirvi in quale mare sto navigando in questo momento.
Mando un bacio a labbra salate a tutti voi.
A presto.

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #15 All’IMBRUNIRE, ci divertiremo

Non ho mai creduto nelle conoscenze virtuali. Forse perché sono “vecchio stampo” e ho bisogno di avere davanti una persona in carne e ossa cui poter stringere la mano o tirare uno spintone se dice qualcosa di sbagliato; qualcuno con cui poter parlare di ciò che è la vita e di ciò che era, con cui commentare il nuovo governo, il ciuffo di Trump o il nuovo modo di fare musica… magari in compagnia di una birra. Cinque mesi fa, però, è successo che un certo Limbrunire Fra, dall’immagine del profilo cupa e sospetta, mi contatta dicendomi che ha letto il mio articolo su Colapesce e che gli piacerebbe essere protagonista di un mio articolo (pensa te, che culo!). Quindi, detto fatto, ve lo presento subito: lui è Francesco, per il resto del mondo Limbrunire, vive vicino La Spezia, tra le Cinque Terre e la Versilia, è ghiotto di noci e, nonostante scriva da circa 15 anni, “la canzone più bella deve ancora scriverla”.
Non so dirvi se è alto, basso, bello o brutto perché non ci siamo mai incontrati e in ogni caso mi interessa poco: so dirvi però che nelle sue canzoni, in ogni singola nota o parola, ci mette l’anima e il cuore. E che l’ultimo lavoro in uscita, La spensieratezza è esattamente questo: un connubio di sentimenti, di batticuore, di ricordi e dell’essere consapevoli che la vita ormai non ha più colori, ma è grigia e cupa; con sonorità a metà tra Battiato e Cosmo, con parole semplicissime ma allo stesso tempo ricercate, Limbrunire si lascia andare e suggerisce anche a noi di farlo. 

A voi la sintesi di tutto quello che ci siamo detti per 5 mesi, passando dalla carbonara a Little Tony. A voi, lo spensierato Limbrunire. 

 

In due parole: chi è Limbrunire? 

Fra: Limbrunire è un semplice ragazzo cresciuto a pane e musica, curioso della vita, assetato di scoperta. È un ragazzo che cerca di dire la sua dopo anni d’interrogativi, studio e ammirazione per chi ce l’ha fatta.

Cosa racconta la tua musica, il tuo nuovo lavoro in uscita l’8 giugno? 

Fra: La mia musica racconta ciò che eravamo e quel che abbiamo, alterna momenti di riflessione nostalgica — ma mai malinconica — e parallelismi contemporanei, ipotesi possibiliste, idiosincrasie e schietta quotidianità accompagnata da una giusta componente ironica.

Chi o cosa è la tua fonte di ispirazione? E come o chi vorresti diventare? 

Fra: La mia fonte d’ispirazione non ha regole precise o iter prestabiliti, sono un grande osservatore quindi ho incipit sensoriali perennemente attivi verso ciò che mi circonda. Leggo molto, mi aiuta ad aprire la mente e a fidelizzare immagini, anche se ultimamente, ahimè, non riesco a farlo come vorrei. Alle volte prendo appunti e li lascio lievitare: spesso trovo melodie interessanti mentre sono alla guida, capita spesso che prenda l’auto solo per girare ore e ore senza meta. Mi piacerebbe diventare o invecchiare come Jovanotti, Sting o Tiziano Terzani, gente che ha trovato un’equilibrio stimabile e il giusto compromesso all’esistenza nell’essenza. Mi piacerebbe scrivere un libro, o forse più di uno e magari un giorno proporre una mia personalissima mostra fotografica.

Mi hai parlato di un vecchio gruppo in cui suonavi, completamente diverso da quello che è adesso il tuo stile: perché questa svolta improvvisa?

Fra: Avevo un un gruppo rock-pop, si chiamava Trenet, composto da Francesco Zanetti, mio attuale batterista nei live e Giacomo Spagnoli, amico fraterno e attuale bassista di Francesco Gabbani. Con loro ho attraversato momenti di crescita significativi: siamo arrivati secondi al Premio Lunezia 2009 tra le “Nuove Proposte”; abbiamo inciso un disco ai Drum Code Studio, dove prima di noi avevano registrato i Marlene Kunz; abbiamo avuto il piacere di girare un videoclip agli ordini di Daniele Barraco (fotografo e videomaker di Francesco De Gregori, tra i tanti); abbiamo sfogato la nostra incoscienza su diversi palchi, tra i quali quello della F.I.M. di Genova, arrivando infine ad aprire un concerto di Morgan. A quel punto ho sentito la necessità di sperimentare altre sonorità, di battere nuovi sentieri, e la band mi limitava nella fase produttiva: non è facile spiegare ad altri due musicisti, seppur bravissimi, le proprie idee. Da solo ho accorciato le tempistiche e ciò che ho in mente lo butto giù di getto adottando tecniche “d’artigianato” e un successivo lavoro di cesello in fase di post-produzione.

Cosa dai alla musica? E cosa la musica ti dà?

Fra: La musica per me È. Mi tiene a galla! È la ciambella di salvataggio in mare aperto e allo stesso tempo l’onda che arriva nelle giornate di secca, dove fai a gara con gli amici per entrarci dentro; è la scintilla che m’accompagna dal mattino alla sera e oltre. Non è un’alternativa: è la certezza che comunque vada continuerò a dedicarle attenzione maniacale, così come fa il centauro con la sua Harley. Non sono semplici note, parole, ritmo tribale o soave leggerezza: è passione mistica, armonia e sudore, è una spinta ad andare, l’autoscontro e lo zucchero filato, è un sax che suona sotto i portici e il vento tra i capelli su una Pagoda del ’70. È comunicazione, è sinergia, è chimica. È un flusso continuo e uno spirito libero. È coraggio, dedizione e pazienza.

Qual è il tuo stato d’animo, ad oggi? 

Fra: A oggi sono determinato più che mai e pronto… ma ovviamente anche un po’ teso: provo quella giusta tensione che si ha prima del gran debutto, lo stomaco chiuso la notte prima della maturità. Non vedo l’ora di sapere che ne sarà di me dopo questo turbinio d’emozioni. Quel che è certo è che continuerò a scrivere nuove canzoni, perché per me non è un traguardo bensì un punto di partenza dal quale evolvere e migliorare.

 

 

-Caterina Calicchio.

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L’uomo nero

Ultimamente penso molto alle ingiustizie che accadono intorno a me e questi pensieri non mi fanno dormire bene: sento il bisogno di scriverne, poiché in qualche modo mi reputo colpevole a causa della mia inerzia e passo il tempo a chiedermi cosa potrei fare per migliorare questa o quella situazione senza essere capace di darmi risposta; l’unica cosa che riesco a fare è quella di osservare il mondo che gira incessantemente. Mi sento come Dario Brunori, quando ne L’Uomo Nero canta: «tu che credevi nel progresso e nei sorrisi di Mandela, tu che pensavi che dopo l’inverno sarebbe arrivata la primavera e invece no». Le sue parole riassumono bene le sensazioni di un normale studente universitario che, tornato a casa la sera, accende la televisione e sente parlare solo di odio e di violenza; come il caso della famiglia di migranti (marito e moglie incinta con bambino in carrozzina) tirata giù dal treno dalla polizia francese a Mentone, tra urla e disperazione. La vicenda, brevemente, ha visto coinvolti due agenti che, al rifiuto di esibire i documenti da parte dell’uomo, hanno preso di polso la situazione e senza indugiare hanno letteralmente rimosso la famiglia dal convoglio. Il fatto è accaduto il 16 febbraio ma solo da qualche giorno il video, girato da studenti, sta circolando in rete: senza dubbio gli autori del fatto hanno agito seguendo una procedura, è chiaro che non si può resistere a un pubblico ufficiale che deve eseguire tutti gli accertamenti del caso, ma mi chiedo se quello fosse l’unico modo per garantire la sicurezza. Le immagini sono dure e inevitabilmente toccanti, non si tratta di buonismo ma di mera umanità: dove stiamo andando? Dove sono finiti gli altissimi principi che hanno animato la ricostruzione del Vecchio Continente durante il secondo dopoguerra? È la paura che, come una goccia nella roccia, si sta lentamente insinuando nella società e nelle istituzioni moderne erodendo le certezze, il timore che l’oasi di pace attorno al Mediterraneo possa collassare da un momento all’altro; prima la crisi economica, poi la nuova stagione del terrorismo islamico stanno minando alla base le fondamenta del nostro stato di diritto faticosamente costruito nei secoli e non è un caso che proprio la Francia, paese più colpito dagli attentati, sia costantemente al centro della cronaca — ultimi ma non meno importanti i fatti di Bardonecchia. La paura è legittima, ma non dobbiamo accettare prevaricazioni e soprusi, anche se perpetrati apparentemente a difesa della collettività, perché ci vuole tanto ad arrivare in cima e vivere in un mondo civile, ma così poco per cadere giù e arretrare: il caso che mi ha dato spunto per questa riflessione è solo uno dei tanti, noi nel nostro piccolo siamo testimoni di numerosi soprusi quotidiani, italiani o stranieri non fa differenza; siamo tutti vittime e carnefici di una guerra tra disperati, allora se vogliamo alzare la testa e nobilitare in qualche modo la nostra condizione umana dobbiamo preservare i nostri diritti e non dobbiamo accettare che a qualcuno vengano tolti, perché si comincia piano a far vacillare la morale e a instillare il tarlo che sia giusto che alcuni debbano avere di meno perché altri possano vivere meglio. La società moderna non ha versato il sangue per vivere nel mondo libero, non ha mai conosciuto l’oppressione; appare nelle televisioni, fa sentire fieri di padri che stiamo silenziosamente cercando di soffocare. Non chiniamo la testa, perché qualcuno in tempi neanche troppo lontani ha lottato ed è morto per farla tirare su; non chiniamola e teniamo lo sguardo desto, perché a forza di abbassarla, un giorno, di fronte al fatto più grave, potremmo renderci conto di non poterla più rialzare.

-Gabriele Russo.

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Hiroshige: visioni di un Giappone lontano

C’era un tempo in cui Giappone non significava solo manga e All-you-can-eat; un tempo, quello dell’impero Edo (1600-1868) — nome che indicava l’attuale città di Tokyo — in cui il Paese del Sol Levante, nonostante il suo regime di estremo isolamento e repressione, creò le basi per un’arte che avrebbe ridefinito non solo le regole dello stile di molti artisti giapponesi, ma anche influenzato pittori europei come Degas, Klimt e Van Gogh. Proprio quest’ultimo affermava: «Quello che invidio ai giapponesi è l’estrema limpidezza che ogni elemento ha nelle loro opere […]. Le loro opere sono semplici come un respiro, i giapponesi riescono a creare figure con pochi tratti, ma sicuri, con la stessa facilità con la quale noi ci abbottoniamo il gilé».

È proprio questo il segreto e forse la genialità degli artisti della Ukiyo-e, movimento artistico dell’impero di Edo che rese possibile l’estro di maestri come Utagawa Hiroshige (1797-1858), in mostra alle Scuderie del Quirinale fino al 29 Luglio 2018. L’Ukiyo-e, letteralmente “immagine del mondo fluttuante”, è un termine buddhista che indica l’illusorietà della realtà terrena a cui il saggio non deve attaccarsi; una dimensione unica, quella dei piaceri della vita, rappresentativa di quell’energico mondo giovanile che nel tardo Settecento incombeva nelle città sviluppate di Edo, Kyoto e Osaka. È proprio questa energia che si percepisce nelle innumerevoli silografie che Hiroshige ha realizzato nel corso della sua vita. È la forza dei loro tratti, netti e sicuri, che ritraggono il Giappone nella sua quotidiana misticità. Ne è un esempio la serie di silografie Le cinquantatré stazioni di Tōkaidō (1832) in cui il maestro scova paesaggi e personaggi di un Giappone nascosto, quello della route Tōkaidō, arteria principale dell’impero Edo che, partendo da Kyoto e giungendo alla capitale, toccava gran parte del Paese. Quelli di Hiroshige sono veri e propri scorci che, come in una fotografia, mostrano senza filtri la vita dei viaggiatori delle stazioni di sosta, ora intenti ad attraversare un ponte in piena bufera, ora costretti a sopravvivere al gelo delle nevi nipponiche.

Il tema dei paesaggi viene ripreso più volte dall’artista, fino a giungere alla sua celebre serie le Cento famose vedute di Edo che lo consacrerà maestro dell’ukiyo-e alla pari del già celebre Hokusai. Cento prospettive della città di Edo, ognuna diversa dall’altra per forma e contenuto, che contribuiscono a fornire un’immagine multiforme della complessa capitale giapponese. Sembra di essere scagliati insieme ai protagonisti contro la pioggia che attraversa il ponte Onashi in Scroscio improvviso sul ponte Onashi e Atake, che ispirò lo stesso Van Gogh in Bridge in the Rain (after Hiroshige) del 1887, o di intravedere fra i fiori del Horikiri Iris garden il rosso intenso del calar del sole.

Ancora più stupefacente risulta il modo in cui la natura — soprattutto piante e fiori — riescono a prender vita con Hiroshige: in Fiori e piante delle quattro stagioni fiori di ciliegio e crisantemi gialli, bianchi e rosa invadono un ruscello giapponese che sembra appartenere proprio a quel mondo “fluttuante” a lungo decantato dall’ukiyo-e. Qui la forza della natura viene evocata dal grande artista, come in Carp (koi) dedicata ai guizzanti pesci di fiume: le carpe. A proposito di questi pesci, in uno dei suoi poemi fedelmente riportati sulle pareti dell’ultima sala della mostra, Hiroshige scriverà:

Alla fine
Il suo destino è trasformarsi
In un drago delle nuvole
La forte carpa
che risale il torrente

In Hiroshige tecnica, contenuto e forma coesistono in un armonico spazio a sé. L’ukiyo-e è quella voce fuori dal coro che, con un’eleganza e armonia tipicamente giapponese, impone la necessità di una nuova arte, così di rottura da sconvolgere l’esperienza artistica di molti pittori, europei e non, gettando le basi iconografiche di quella che sarà una delle future industrie più produttive del Giappone: il manga.

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-Daniela Di Placido.