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Gran Premio d’Austria e d’Olanda 2019

Formula 1 – Già dalle qualifiche si era capito che il Gran Premio del Red Bull Ring sarebbe stato diverso dagli altri: superpole di Charles Leclerc, che fissa il nuovo record della pista, seguito da Verstappen e Bottas, con splendida quinta posizione di Lando Norris. Pioggia di penalità che colpisce anche Lewis Hamilton per impeding, la stessa inflitta a Russell, nei confronti di Kimi Raikkonen durante le qualifiche e che quindi precipita al quinto posto e poi al quarto dopo una penalità inflitta a Hulkenberg, mentre Vettel  partirà nono a causa di un problema alla power unit. La prima fila di questo Gran Premio è la più giovane nella storia della Formula 1, con un’età media di 21 anni e 270 giorni, decisa rispettivamente da due vecchi compagni di kart. Charles vola via sin dalla partenza, cercando di prendere quanto più vantaggio possibile, mentre Verstappen parte male e rischia di mandare in fumo tutto il lavoro di un weekend; dietro a Leclerc si piazzano le Mercedes di Bottas e Hamilton ma non riescono a passarlo, mentre Vettel risale tutte le posizioni fino a ritrovarsi tra i primi cinque. Al settimo giro Verstappen dice al suo ingegnere di aver bisogno di più potenza, ma mentre lo dice sorpassa Norris in curva 3 e Raikkonnen alla stessa curva qualche giro più tardi; al giro 22 rientrano ai box sia Bottas sia Vettel, ma nel box Ferrari i meccanici con le gomme tardano ad arrivare facendo durare il pit stop più del dovuto. Poco dopo il box Mercedes decide di far rientrare anche Lewis Hamilton, che dovrà però cambiare anche l’ala anteriore dando così vantaggio ai suoi avversari. Al giro 50 Verstappen è il più veloce in pista e passa davanti a Sebastian Vettel sempre alla curva 3, posizionandosi terzo; 6 giri dopo Max afferma di perdere potenza ma nel frattempo sorpassa anche Bottas, diventando quindi secondo e continuando la rimonta che era diventata necessaria dopo l’inizio disastroso di questo Gran Premio. A due giri dalla fine tutta l’attenzione è focalizzata sui due giovanissimi piloti, su una Ferrari e su una Red Bull, con l’olandese che all’improvviso decide di passare Leclerc all’interno effettuando una manovra che farà tanto discutere (il monegasco si ritrova fuori dal tracciato); nonostante tutti gli sforzi, Leclerc si ritrova secondo dietro al pilota RedBull, seguito da Bottas. Strabiliante sorpasso di Sebastian Vettel su Lewis Hamilton durante l’ultimo giro, ma è tutto passato in secondo piano dopo le polemiche sul sorpasso di Verstappen su Leclerc, indagato anche dai commissari FIA che hanno chiesto la presenza dei due piloti presso di loro alle 18, cosa che non ha alterato il risultato finale, confermato intorno alle 20. Nonostante il magnifico fine settimana, Charles Leclerc è restato con l’amaro in bocca: dopo l’inno e la foto di rito, il pilota Ferrari ha preso il suo trofeo insieme con lo spumante  e si è letteralmente dileguato, deluso per il team al quale avrebbe voluto regalare la sua prima vittoria.

credits motogp instagram

Capitolo MotoGp – All’università del motociclismo sportivo non esistono certezze e i vincitori ce lo hanno dimostrato. In Moto3 parte dalla Pole Position Niccolò Antonelli seguito da Toba e Arbolino, con Canet e Dalla Porta in terza fila; Suzuki duella con Arbolino, mentre da dietro risale Fenati posizionandosi sesto. A 20 giri dal termine Foggia segna il giro veloce in 18esima posizione, mentre a 16 Fenati prende il comando della gara. Rimontato dalla 15esima posizione Binder entra su Antonelli e Cecchini si autoinfligge un long lap penalty, mentre nel gruppo di testa i sorpassi sono innumerevoli. A 7 giri dalla fine Masia è costretto a ritirarsi per un problema tecnico, poi cade Arenas e alla curva 5 cadono in gruppo Toba, Vietti, Suzuki e Fernandez, seguiti poco dopo anche da Binder. Foggia si spinge fino alla quarta posizione e all’ultimo giro Dalla Porta duella con Arbolino, che vince diventando il primo pilota ad aggiudicarsi due gare in questa stagione, mentre Dalla Porta è secondo per la quarta volta portandosi a 7 punti da Canet e riaprendo la lotta per il mondiale. La Moto2 ha invece Gardner come Poleman ma al via Binder si piazza subito davanti a tutti, mentre Bulega finisce fuori per evitare le moto di Corsi e Bendsneyder che cadono in coppia. Cadono alla 16 Gardner, Lowes alla 9 e Navarro alla 18; Binder torna davanti e Lorenzo Baldassarri passa Vierge ed è terzo dietro ad Alex Marquez. A 7 giri dalla fine non entra la marcia a Baldassarri che è costretto a ripartire in quarta posizione, ma è negli ultimi cinque giri che succede di tutto: Marquez va in testa, Vierge e Bastianini vanno fuori e di seguito Baldassarri prova a passare all’interno il leader toccandolo con lo pneumatico posteriore e andando nella ghiaia insieme a Marquez. Vince quindi Fernandez davanti a Binder e Marini, ma il nuovo leader del mondiale è Tom Luthi che si porta a 117 punti arrivando quarto, con 6 punti di vantaggio su Marquez. La Classe Regina inizia con la superpole di Quartararo che ha dominato le qualifiche davanti agli spagnoli, in basso invece gli italiani. Nelle prime posizioni duellano Quartararo con le Suzuki, raggiunti in seguito da Marquez e dalla Yamaha di Viñales; mentre dominava la gara, però, cade Alex Rins, sconvolgendo la classifica e riportando in testa Fabio Quartararo. Dopo nemmeno 8 minuti di gara è andato invece a terra Valentino Rossi, portandosi appresso anche Nakagami; per fortuna nessuno dei due piloti ha riportato gravi ferite e Rossi ha spiegato così la sua caduta: “Stavo recuperando, ho provato a passare Nakagami ma ero un po’ fuori traiettoria e mi si è chiuso davanti. Alla fine ho preso anche lui, purtroppo, mi dispiace.”. Quartararo si ritrova inseguito da Marquez e Viñales, ma la moto inizia a tremare in determinati punti del tracciato e, complice anche la recente operazione al braccio, è costretto a cedere e far passare i due spagnoli. Marquez e Viñales combattono l’uno contro l’altro fino alla fine, ma il vincitore questa volta è Maverick Viñales, che esulta e piange dalla gioia (era dal 2018 che mancava la vittoria): “Sto vivendo un sogno ad occhi aperti dopo un lungo periodo senza successi. E’ una sensazione bellissima, sono senza parole. Ringrazio il team e tutti i tifosi, il loro sostegno è totale” dirà a fine gara Viñales.

-Claudia Crescenzi

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Gran Premio di Francia 2019

Niente di nuovo sul fronte occidentale, precisamente francese, dove  gli sforzi della Ferrari non trovano soluzioni immediate. La gara è dominata sin dall’inizio dalle due Mercedes, in particolar modo dal poleman Lewis Hamilton che vince e si porta a 36 punti di vantaggio da Bottas e 76 su Vettel (il quale è partito solamente dalla settima posizione anche per un problema alla pompa dell’olio ausiliaria); partite quinta e sesta le due McLaren, rispettivamente Norris e Sainz, e prima qualifica tra i Top Ten per Antonio Giovinazzi dietro Ricciardo e Gasly. Terza la rossa di Leclerc, posizione che si conferma dopo la gara anche se il secondo posto è stato molto vicino: all’ultimo giro infatti Bottas ha rischiato grosso, ha dovuto combattere per mantenere la sua seconda posizione fino all’ultima curva, motivo per il quale il Team Principal Toto Wolff ha affermato che Bottas “Ha un po’ dormito”, nonostante la soddisfazione per la sesta doppietta.  “Devo esaminare dove Hamilton sia più veloce di me, so che non è imbattibile”, ha spiegato Bottas, mentre Leclerc può ritenersi soddisfatto: “Ho lottato fino alla fine, ho dato tutto. Weekend positivo”. Sebastian Vettel invece non è riuscito ad andare oltre il quinto posto: “Salviamo il terzo posto di Leclerc, ma senza i problemi di Bottas (blistering sulle gomme dure) non ci saremmo avvicinati così. Non abbiamo il ritmo per battere la Mercedes”. Le soluzioni che i tifosi attendono in casa Ferrari non sono per niente immediate e ad aspettarle ci sono anche gli organizzatori, visti gli ascolti in calo (soprattutto dopo le polemiche avvenute durante il Gran Premio del Canada).  Alle spalle di Vettel,  che ha preso il punto per il giro veloce,  la gara ha offerto spunti notevoli per duelli come quello tra Lando  Norris con Raikkonen, Ricciardo e Hulkenberg, con le macchine per prati e fuori strada pur di superarsi. L’investigazione dei commissari a fine gara ha fatto precipitare Ricciardo all’undicesimo posto per le due penalità di cinque secondi legate alle manovre nel finale su Norris e Raikkonen, dove si è inventato lo spazio pur di tentare il sorpasso. Sale quindi Kimi al 7° posto e chiudono la top ten Hulkenberg, Norris e Gasly. In Formula 2 invece trionfa l’eroe di casa Hubert in gara due, anche se l’olandese De Vries resta in testa al campionato; sfortuna per Mick Schumacher, il quale fora la posteriore destra e torna in pit lane, ma poche curve dopo il rientro è costretto ad accostarsi. La Formula 3 è tutta Frema-PDA e vede trionfante in gara due il russo Shwartzmann, che si porta quindi a 12 punti dal terzo arrivato Daruvala, seguito da Piquet. Dopo la Francia, la prossima tappa è l’Austria, domenica prossima  (Formula 1 alle 15:10), in una pista che sembra fatta apposta per la Mercedes.

 

-Claudia Crescenzi

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Brunori Sas, Vol. 1(0) – Cosa vuol dire essere cresciuta in questo decennio con Dario Brunori

Era il 2009 quando per la prima volta sulla scena musicale appariva un certo Brunori Sas: un nome emblematico ed immediatamente riconoscibile, certo, ma quello che l’ha sempre caratterizzato di più è stato il fatto di aver riportato il cantautorato all’interno del dibattito musicale nazionalpopolareDario Brunori (al secolo), calabrese di nascita e di cultura, è riuscito con i suoi testi profondi e allo stesso tempo delicati a farci riflettere sul quotidiano, sul nostro vissuto, sul sociale e (anche) sulla politica.

Dieci anni fa. A guardare indietro sembra un secolo, eppure è un arco temporale abbastanza breve. Dieci anni fa arrivava nelle nostre cuffie e nei nostri stereo quello che è il primo lavoro del cantautore calabrese, Volume 1, che oggi ha voluto lui stesso ricordare con un video (link: https://www.youtube.com/watch?v=lgpS3IT3RGI&feature=youtu.be) in cui il Darione nazionale ha intonato una delle sue canzoni più famose: Guardia ’82.

Guardia (Piemontese, ndr) non è altro che la località di mare in cui sono cristallizzati i ricordi, da quelli dell’infanzia a quelli della maturità passando per l’adolescenza: è un locus amoenus dove possiamo ritrovare noi stessi, anche a distanza di anni. Sembra proprio quello che ha voluto ricordarci Brunori con questo video: non dimenticare l’origine, l’inizio della propria avventura artistica, senza nostalgia, perché tanto altro ha da dirci (o meglio, lo spero).

Comunque sia, gli elementi del grande cantautore emergono già in questa opera prima, anche se non era scontato arrivare ai traguardi raggiunti, soprattutto tenendo conto del contesto in cui l’album è nato.

volume uno brunoriVol.Uno (copertina) Brunori Sas

In un 2009 fatto da giovani hipster (l’indie era ancora una nebulosa in via di espansione), Dario Brunori ha già 32 anni. Non aveva la barba, che fa molto cantautore; ammettiamolo, era uscito senza hype con due baffi sul viso, occhiali da pentapartito e look da impiegato provinciale,  ma con una semplice chitarra acustica ha saputo dare vita a una sublime rivoluzione linguistica, in un panorama italiano molto diverso da quello attuale. Infatti non tardano ad arrivare i primi riconoscimenti nazionali: Premio Ciampi come miglior disco d’esordio, Targa Tenco come miglior esordiente, 140 date in Italia, premio KeepOn come miglior live della stagione.

Il merito di Vol. 1 è stato quello di inserirsi autonomamente in un frangente di rinnovamento per la scena, insieme ai coetanei “Canzoni da spiaggia deturpata” di Vasco Brondi e “L’amore non è bello” di Dente. Tutti e tre cantautori. Tutti e tre nomi che hanno avuto un peso rilevante nella trasformazione della musica italiana.

La storia di Brunori era diversa rispetto a quella dei due colleghi: meno alternativo e sofisticato, più solare e popolare; Brunori Sas è proprio il cantautore che ha ripreso il senso popolare della musica, quello che identifica un genere (in questo caso cantautorale) che è potenzialmente per tutti. Quello di Dalla e Rino Gaetano, per intenderci.

Proprio la somiglianza con quest’ultimo, origini calabresi a parte, è stato parte integrante di un lungo post firmato TheGiornalisti datato 2012.

(link: https://www.facebook.com/thegiornalisti/posts/448311198543929)

Quella fu la svolta. La svolta che fece capire all’Italia degli anni 2010 che c’era bisogno di un cantautore, nel senso più nobile e popolare del termine.

Fu la svolta anche per me. Dodicenne, cresciuta con la grande tradizione cantautorale italiana, ma che non aveva in playlist nessun brano contemporaneo in lingua italiana.
Erano gli anni in cui, pur di non sentire il pop-smielato e la musica commerciale in circolazione, ero “costretta” a recuperare i grandi nomi del passato, soprattutto quelli dei gloriosi anni ’60 e ’70.
Stavo crescendo, maturando, e quei “compiti a casa” svolti in terra straniera, tanto mi aiutarono a capire la musica e i testi di chi, da lì a qualche anno, avrebbe occupato un posto rilevante nel mondo musicale italiano. Brunori è stato il secondo “amore”, per me. Il primo si chiamava Le Luci della Centrale Elettrica (alias Vasco Brondi), che lo scorso dicembre ha salutato le scene, ma questa è un’altra storia.

Dario Brunori, a differenza di Vasco, ha risvegliato in me una forte criticità e un forte sentimento alla vita “provinciale” che all’epoca conducevo. Era il cantautore della mia quotidianità, del profondo sud e dei paesi sconosciuti.  Era la colonna sonora dei primi momenti, delle prime scoperte e dei primi amori (questa volta veri). Era l’inizio di uno sviluppo critico ed emotivo che mi ha portato fino a qui, a come sono ora.

Lunga vita alla chitarra, alle parole vere e non scontate, alle piccole e semplici cose.
Lunga vita a Brunori Sas perché con lui a casa andrà (sempre) tutto bene.

 

-Lucilla Troiano

 

Nota del responsabile editoriale: Ringrazio Lucilla per aver scritto questo articolo con il cuore; Dario Brunori ha significato anche per me qualcosa di veramente importante (scrissi, poco più di un anno fa, l’articolo sul suo tour nei teatri): una compagnia musicale costante in questi anni (ho la discografia completa) e un infinito stimolo artistico che mi ha trasmesso la passione per la chitarra e per la buona musica in generale. Non mi dilungo perché è già stato detto molto e per spiegare adeguatamente Brunori servirebbe un libro, ma sentivo l’esigenza di unirmi agli auguri per i dieci anni di carriera di un grande esponente della musica cantautorale italiana dei tempi moderni. Nella speranza di poter commentare con altrettanto entusiasmo i secondi dieci anni di attività, concludo con un semplice quanto sentito “Grazie Dario”.

-Gabriele Russo

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Life on Mars?

Si è conclusa il 13 febbraio la missione Mars Exploration Rover, iniziata nel 2003 e inaspettatamente protrattasi fino al 2019. La missione è stata un tassello fondamentale per l’esplorazione di Marte, confermando la presenza di acqua allo stato liquido sulla superficie del pianeta e portando a scoperte la cui importanza non è ancora valutabile.

Quello della conquista di Marte è da decenni uno dei temi caldi per le aziende spaziali di tutto il mondo: le ipotesi che consideravano il pianeta adatto allo sviluppo della vita hanno stimolato una sconfinata produzione di narrativa fantascientifica che ha riacceso la curiosità del grande pubblico verso la corsa allo spazio e mosso ingenti investimenti in nuove tecnologie.

Il primo rover a toccare la superficie marziana fu Sojourner nel lontano 1997: il robot percorse nei suoi 3 mesi di missione più di 100 metri dal punto di atterraggio, documentando il suo operato con centinaia di foto e testando alcune soluzioni tecniche che gli ingegneri NASA avevano pensato per missioni future. Sojourner spianò quindi la strada a quelli che sarebbero stati i suoi successori, Spirit e Opportunity, giunti su Marte nel gennaio 2004.

Benché la durata della missione MER fosse fissata a 90 giorni, Spirit è stato operativo fino al 2010 quando impantanatosi nelle sabbie di un cratere iniziò a mandare segnali sempre più flebili e rari, fino a cessare definitivamente le comunicazioni. E’ stato però l’ancor più longevo Opportunity a guadagnarsi la simpatia del pubblico: Oppy è stato attivo fino a pochi mesi fa, documentando il suo lavoro giorno per giorno anche grazie ai canali social della NASA. Nel 2015 è stata assegnata ad Oppy una virtuale medaglia olimpica per aver corso la prima maratona marziana: 42 km percorsi in 11 anni di onorato servizio. Nel 2017 il team della missione MER ha invece rilasciato un video in occasione del tredicesimo “compleanno” del rover, sottolineandone i comportamenti da adolescente ribelle quali l’abitudine di condividere sui social le sue foto o il vizio di sparire per giorni e giorni senza dare notizie a “mamma NASA”. È infine nel giugno 2018, con il suo celebre messaggio “my battery is low and it’s getting dark” – la mia batteria è scarica e sta diventando buio – che Opportunity entra definitivamente nei cuori di milioni di persone in tutto il mondo, sconvolgendo la stampa interazionale con l’umanità delle sue ultime parole.

Proprio grazie a questi picchi di popolarità l’agenzia spaziale deve aver capito il potenziale social delle sue creazioni, e continua a cavalcare l’onda mediatica con l’unico attuale inquilino del pianeta rosso, Curiosity, che mostra fattezze simili a quelle del robottino targato Pixar Wall-e, interagisce via twitter con i suoi numerosi fan ( “Your friendly neighborhood NASA Mars rover” la sua bio) e si fa cantare “happy birthday” dagli strumenti di monitoraggio il giorno del suo compleanno.

Restano i dubbi su quanto questa progressiva umanizzazione sia frutto di un restyling progettato a tavolino dalla NASA e quanto sia invece un’inevitabile conseguenza delle caratteristiche sociali della società contemporanea. Il fenomeno dell’antropomorfizzazione, cioè dell’attribuzione di caratteristiche e qualità umane ad animali, eventi naturali o manufatti, è da sempre presente nella società: religione, rapporto con gli animali domestici, narrativa per ragazzi sono solo alcune delle declinazioni possibili. L’umanizzazione è un processo naturale, intrinsecamente legato al disagio che l’uomo prova nel relazionarsi con qualcosa che sfugge alle sue logiche, che è estraneo alla sua natura; era perciò solo questione di tempo prima che anche i robot fossero investiti da questo fenomeno. Ciò ha avuto l’oggettivo pregio di avvicinare le persone comuni a tematiche di ricerca e sviluppo che erano, fino a pochi anni fa, esclusivo appannaggio di un’élite ristretta, ma allo stesso tempo ha aperto la strada allo studio di nuove materie legate alla roboetica e alle implicazioni morali dello sviluppo di intelligenze artificiali che richiederanno tempo e complessi dibattiti per giungere a conclusioni condivise.

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Certo è che questi comportamenti non risparmiano neanche le grandi menti: Isaac Asimov, teorizzatore delle leggi della robotica e pioniere della divulgazione (fanta)scientifica, ha più volte manifestato la difficoltà nel non dotare di caratteristiche comportamentali umane i robot dei suoi romanzi, anche quando essi sarebbero dovuti essere assolutamente privi di emozioni. Più di recente, durante la conferenza stampa in cui è stata dichiarata la fine della missione MER, diversi scienziati non sono riusciti a non parlare esplicitamente di “riposo” o “sonno” del rover Opportunity, trattato come un collega e chiamato con naturalezza Oppy anche in un contesto istituzionale come la conclusione di una delle missioni spaziali più importanti della storia.

Le applicazioni della robotica sono infinite: sanità, educazione, domotica, assistenza, e ora anche la conquista dello spazio. Resta da capire se e quanto i robot possano sostituire il loro operato alla presenza umana, e quali siano i limiti del loro sfruttamento. Nel frattempo, se volessimo rispondere al quesito che David Bowie poneva nel 1971 “Is there life on Mars?”, potremmo immaginare Curiosity che trotterella per la superficie marziana scattando foto ai suoi fratelli dormienti e rispondere che si, forse un po’ di vita sul pianeta rosso è presente.

 

-Marcello Fringenti

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Gran Premio di Catalogna 2019

La gioia e la rabbia contrastano al Montmelò. La Moto3 vede trionfare Ramirez davanti a Canet e ad uno strabiliante Vietti che rimonta 18 posizioni, concludendo con un sorpasso su Lopez stile Valentino Rossi su Lorenzo nel 2009. Dopo una pioggia di penalizzazioni e la pole di Rodrigo alla curva 5 Canet ha già preso il comando , ma non lontano c’è Dalla Porta; alla 10 cade Suzuki e al secondo giro arriva in testa Dalla Porta che è costretto a ritirarsi tra la 13 e la 14 a causa di un problema, stessa causa che farà scendere Arbolino in 18esima posizione. Strage al quarto giro quando va giù Oncu con Perez, Salac, Garcia, Fernandez e Arenas, seguiti poco dopo da Migno e qualche giro più tardi da Masia. A 7 giri dal termine cade Masaki, a due vanno giù Rodrigo e Binder. L’ultimo giro parte con Toba primo seguito da Lopez e Canet, Vietti sesto: Toba cade alla 10 e Ramirez si avvantaggia mentre Vietti sorpassa Lopez eccezionalmente posizionandosi al terzo posto dietro Canet, il quale si porta a +23 punti su Dalla Porta. Nelle altre classi vincono i due fratelli Marquez, mentre la situazione per gli italiani diventa disastrosa. In Moto2 il poleman Luthi arriva dietro ad Alex che fa il record del circuito e si porta in testa al motomondiale dopo una gara che vede cadere Baldassarri e Gardner alla curva 4 e la fine anticipata di Fabio Di Giannantonio, terzo Navarro e Bastianini con Marini rispettivamente quinto e sesto, i migliori risultati degli italiani in Moto2. Numerose le polemiche in MotoGP con al centro Jorge Lorenzo che cadendo si è trascinato dietro Andrea Dovizioso, Maverick Viñales e Valentino Rossi, stravolgendo così quella che poteva essere una gara piena di lotte per salire sul primo gradino del podio, occupato ancora una volta da Marc Marquez.  Lo spagnolo è seguito al secondo posto dal primo in qualifica Quartararo, che sale per la prima volta sul podio, terzo Petrucci; ma al centro dell’attenzione dei media e degli appassionati c’è il cinque volte campione del mondo Lorenzo ed il suo errore che ha coinvolto le Yamaha ufficiali e la Desmosedici di Dovizioso, un errore definito “da Rookie” dal Team Director Yamaha Menegalli. “Ho commesso uno sbaglio facendo cadere anche gli altri, avrei preferito finire a terra solo io, mi dispiace.” Ha affermato Lorenzo, che è andato a chiedere scusa ai piloti trascinati con sé nella caduta, mentre Marquez ha spiegato, in risposta alla domanda sul “regalino” fattogli dal compagno di squadra (con cui ha avuto delle tensioni in qualifica), che non era così che voleva vincere; “Peccato, peccatissimo” invece per Valentino Rossi, “Siamo stati comunque competitivi, veloci, abbiamo lavorato bene, sono molto contento”. Giornata di corse anche per le quattro ruote, in cui la 87esima edizione della 24h di Le Mans vede trionfare la Toyota #8 di Alonso-Buemi-Nakajima: grande festa in casa Toyota e Ferrari, nonostante la foratura per la Toyota #7 di Kobayashi-Conway-Lopez sia risultata cruciale per la squadra, mentre Alonso è stato proclamato campione WEC 2018-2019.

-Claudia Crescenzi

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Gran Premio del Canada 2019

Montréal, circuito Gilles Villneuve. Venerdì le FP2 e FP3 sono state dominate dalle Ferrari e la macchina del beniamino locale Lance Stroll prende fuoco; al Q1 out Kubica, Russel, Stroll, Raikkonen e Perez. Durante il Q2 invece va a muro Magnussen, che partirà dalla pit lane,  e restano esclusi dal Q3 Grosjean, Albon, Giovinazzi, Kvyat e Verstappen. Prende la pole (dopo tanti gp d’attesa) Sebastian Vettel seguito da  Hamilton e Charles Leclerc, quarto Ricciardo davanti a Gasly e Bottas. Penalità per Sainz di tre posizioni per un impeding nei confronti di Albon, che fa scalare quindi Verstappen in nona posizione e Kvyat in decima. Dopo le qualifiche Hamilton ha un problema di perdita idraulica, che i meccanici riescono a risolvere in tempo per la partenza.

La gara inizia senza grossi colpi di scena. Al 9° giro Norris buca la gomma posteriore destra, si ritrova una sospensione rotta senza aver toccato muro ed è out: molti ne approfittano per fare il pit stop ma non ai primi posti, dove le prime tre posizioni sono rimaste invariate da inizio gara. Al 21° le Ferrari mettono in atto il “Piano B” e, una volta arrivato il tempo del pit stop di Vettel, arriva l’hammer-time di Hamilton, entrando anche lui ai box nel giro seguente. Dopo la sosta a Sebastian è stato chiesto di entrare in modalità “fuel-saving” ma Hamilton è veloce e si avvicina in fretta soprattutto dopo il pit-stop di Leclerc, che rientra dietro a Verstappen  (che supera dopo qualche giro) . Al 38° Stroll è riuscito a risalire svariate posizioni, salendo all’ottava, a circa 30 secondi dai primi tre; al 49° Hamilton è molto vicino a Sebastian, che finisce sul prato nel tentativo di difendere la posizione e, rientrando in pista sempre davanti a Hamilton, opera una manovra che i giudici riterranno sanzionabile; nel mentre Leclerc è a 10 secondi dai primi due seguito da Bottas (giro veloce a fine gara). Dopo 10 minuti dall’episodio incriminato arriva la penalità di 5 secondi nei confronti di Sebastian Vettel che ribalta totalmente il corso della gara: la FIA ha giudicato la manovra di Vettel come “una manovra intenzionale”, mentre Sebastian spiega al suo ingegnere che, venendo dall’erba, le gomme non avevano grip e che Hamilton avrebbe potuto passarlo all’interno. Si ritira Alexander Albon al 63° giro, mentre il tedesco del Cavallino cerca di creare il gap necessario tra sé e l’inseguitore, senza successo. Hamilton vince, anche se non è questo il modo in cui voleva trionfare; dichiara però che, secondo lui, Vettel sarebbe andato più largo del dovuto. Leclerc è terzo, contento della sua gara ma insoddisfatto degli errori commessi in qualifica, e afferma che il suo team avrebbe davvero meritato la vittoria. Dopo aver tagliato il traguardo, Sebastian Vettel si rifiuta di portare la sua Ferrari sotto al podio, porta la macchina indietro e va a chiedere spiegazioni ai commissari della FIA; poi, passando per i box della Mercedes, si reca sotto al podio e inverte i numeri d’arrivo con la monoposto del rivale. Sul podio tanti i fischi per Hamilton e dopo la premiazione finalmente l’intervista a Sebastian Vettel, che esorta il pubblico a non prendersela con il pilota inglese ma con chi ha deciso la penalità; in particolare, Vettel ha chiesto di verificare i precedenti  in quanto c’è un episodio molto simile, precisamente accaduto a Monaco 2016, in cui Lewis mise in atto una difesa analoga a quella odierna ai danni di Daniel Ricciardo, in quel caso senza alcuna penalizzazione. La faccenda è tutt’altro che chiusa e le polemiche sono di certo destinate ad andare avanti ancora a lungo; intanto la casa automobilistica tedesca monopolizza sempre di più il campionato, riuscendo a vincere il settimo gran premio su sette appuntamenti stagionali sin qui.

 

-Claudia Crescenzi

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Caoslandia: la mancanza di un ordine globale

Quando la globalizzazione sembrava il destino del mondo, il Pentagono produsse un planisfero geopolitico che divideva il pianeta in due: l’area globalizzata, “ordinata”, imperniata su Stati Uniti, Europa atlantica e Nord euroasiatico e l’area “globalizzanda”, “caotica”, che investiva la fascia tropicale del pianeta, dall’America centrale all’oceano Indiano passando per la quasi totalità dell’Africa e del Medio Oriente, con incursioni sia nell’America del Sud che nell’Asia centrale. Nella mente di chi ci ha preceduto la fine della guerra fredda avrebbe significato la costruzione di un nuovo pacifico ordine globale in un mondo decolonizzato. Ma le aspettative, così vive nell’ultimo decennio del XX secolo, sono rapidamente evaporate e dalla coltre di vapore è emersa la “Caoslandia”, l’area di massima concentrazione dei conflitti, del terrorismo e della dissoluzione degli Stati.

Il mondo dell’ordine e quello del caos si toccano lungo alcune linee di faglia presso le quali interagiscono e si influenzano: il Mediterraneo, che convoglia verso l’Europa la pressione migratoria proveniente dal Medio Oriente e dal Nordafrica; l’Intermarium, sorta di nuova cortina di ferro tra il Baltico e il Mar Nero dove si concentrano le tensioni tra la Nato e la Russia; infine il Mar Cinese, la cui sovranità è contesa tra la Cina e gli Stati Uniti. Stati Uniti, Cina e Russia, all’interno di questo ordine, sono le tre potenze mondiali contemporanee. Gli USA sono la superpotenza e il loro predominio, nonostante le prime forti avvisaglie, non è attualmente in discussione. Il principale sfidante, la Cina, è ancora a distanza di sicurezza (seppur il suo passo diviene minaccioso) e deve affrontare l’offensiva di Washington su vari piani: da Taiwan alla Corea del Nord, dalla guerra commerciale alla competizione nell’intelligenza artificiale. La Russia agisce da grande potenza, ma ha mezzi molto limitati rispetto al periodo sovietico e ha problemi a conservare la propria sfera di influenza, come dimostra la guerra in Ucraina.

Secondo l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, attualmente, fra guerre internazionali, civili, conflitti etnici, guerriglie contro cartelli della droga, gruppi paramilitari ed anarchici, 40 sono i conflitti combattuti sul nostro pianeta. Ma a tale conta potremmo aggiungere il Brasile, che con la sua criminalità ha collezionato più di 63 mila morti nel 2017, o la Birmania, dove dal 1948 è in corso una strisciante guerra interna. Ma ancora, si potrebbero aggiungere le profonde e croniche tensioni politiche fra paesi come la Corea del Sud e del Nord, o fra l’area non autonoma del Sahara Occidentale e Marocco. Sono solo esempi. L’ONU, con le sue missioni di peacekeeping, sta intervenendo solo in 15 di questi conflitti, senza, per di più, registrare importanti risultati.

La pace è in minoranza, rendendo in minoranza l’Occidente. Per quanto non ci appaia lampante, quello che consideriamo essere il “nostro” mondo è un’eccezione all’interno del più variegato scenario mondiale. Stati Uniti, Canada, Europa occidentale, Oceania ed alcuni paesi del Sud America: solo queste aree godono della pace ad oggi. Ne discende un’inevitabile sfida economica, sociale e politica fra il mondo dell’ordine e Caoslandia. Mentre il primo sembra arretrare, crescendo all’interno di un isolamento e soffrendo l’incapacità di offrire un nuovo paradigma di convivenza internazionale, il secondo si espande, diffondendo l’instabilità che sempre più si avvicina verso i nostri confini.

D1UVesQWoAE0jc7Immagine ©Limes

I due conflitti mondiali, che segnarono la prima metà del “secolo breve” (il Novecento nella mente dello storico marxista Hobsbawn), distrussero le potenzialità egemoniche europee. Dall’idea che l’Europa dominasse il mondo, nel corso degli anni a cavallo fra XIX e XX secolo, nacque l’inevitabile corollario: chi guida l’Europa, guida il mondo. Ma dal 1945 non fu più possibile. Successivamente, il paradigma della guerra fredda generò, lungo la seconda metà del “secolo breve”, l’ultimo filtro con cui gestire il grande vortice di cambiamento mondiale, alimentato dal crescente processo decolonizzazione e da un tortuoso (ma non per questo condannabile) sentiero di crescita economica. Oggi la volatilità, l’incertezza istituzionale ed economica si diffondono a macchia d’olio in un “sistema mondo” che patisce un vuoto di potenza, cioè di controllo.

Il mondo globalizzato continua a crescere demograficamente ed economicamente, ma è percorso da diverse linee di tensione internazionale, alcune originarie del mondo dell’ordine e altre del caos. La questione ambientale, quella climatica, i possibili problemi dovuti alla robotizzazione e al fabbisogno di un cambio del paradigma energetico sono solo alcuni dei futuri fattori di crisi di lungo periodo. Osservando i nostri giorni, attraverso una visione onnicomprensiva della realtà, il sottosviluppo di alcune aree geografiche appartenenti al “caos” sembra essere il principale elemento di squilibrio e disfacimento, il quale possiede con l’esistenza di disordini militari e civili un reciproco rapporto di dipendenza. Lo sviluppo capitalistico, ormai è chiaro, sta incontrando dei limiti di sostenibilità ed applicabilità a livello globale. Il paradigma che continuiamo, giustamente, ad applicare all’”ordine” richiede necessariamente delle modifiche per essere impiegato come criterio di ricostituzione e regolazione del “caos”. Sono tutte sfide e minacce che non possiamo evadere e che richiedono di ampliare costantemente il nostro orizzonte di ricerca e osservazione. In un mondo sempre più interconnesso, dove la dimensione dei fatti politici, sociali, culturali ed economici è incessantemente in espansione, anche il nostro occhio deve allargare l’orizzonte di analisi e cogliere i nessi che uniscono le vicende del nostro pianeta nella sua interezza, nel suo ordine e nel suo caos.

Per comprendere il nostro attuale spazio e tempo serve un metodo ed un linguaggio nuovo, serve riscrivere la storia come “storia globale”, cioè, per dirla con le parole dello storico tedesco Sebastian Conrad, “una forma di analisi storica nella quali fenomeni, eventi e processi vengono inquadrati in contesti globali”, un approccio che supera le visioni monoculturali e parziali a favore di uno attento ad evidenziare le connessioni, gli scambi, le istituzioni, la circolazione di uomini, merci, capitali ed idee all’interno di processi storici che si esplicano su scala globale. In definitiva, “la storia d’Europa non fu mai solo una questione europea”.

-Alessandro Berti

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Parole, parole, parole

Puntualmente mi stupisco di quanto le coincidenze siano così spontanee e impossibili nello stesso tempo. Mi sono stupita, soprattutto, nel momento in cui avevo in programma di scrivere qualcosa di nuovo, senza sapere ancora su chi. Tutto d’un tratto, però, direttamente da via del Valco di San Paolo, è arrivata la chiamata della professoressa di portoghese: una ricerca sulle canzoni brasiliane che hanno una versione italiana. Capite che coincidenza astrale? Ecco, in realtà forse non lo capite perché ancora non vi ho detto di chi sto per parlare.

L’artista in questione si chiama Mina Anna Maria Mazzini. La tigre di Cremona, conosciuta per la sua voce sublime e senza eguali in tutto il mondo, di cui il Brasile fa parte. Canzoni come A Banda, Canto de Ossanha, capisaldi del bossa brasiliano, sono state interpretate e raccolte nel meraviglioso album Mina Canta o Brasil, che, guarda caso, l’anno scorso ho trovato nel mercatino di un piccolo paese e che custodisco gelosamente, perché ragazzi, dai, cosa c’è di più perfetto e sublime di Mina che canta in brasiliano? Niente, ve lo dico io.

Si dà il caso, dunque, che l’universo mi abbia mandato un messaggio forte e chiaro, illuminandomi la retta via che per un attimo avevo smarrito, con la luce dell’eterna diva che protegge e sorveglia il popolo dal paradiso fiscale in cui vive. E se l’universo vi manda un messaggio, voi che fate, non lo ascoltate? Certamente sì, visto che è un periodo – in realtà sarebbero anni – di Saturno contro, altroché la fortuna è cieca.

Ordunque, affinché l’universo non mi si rivolti ancora di più contro, quello che farò in questo articolo non sarà un elogio (perché le parole non saranno mai abbastanza belle e non vorrei dire corbellerie), piuttosto vi racconterò la mia esperienza con la sua musica. In particolare, non potendo parlare di tutti i successi e degli album nemmeno in maniera generale – si parla di 62 album, abbiate pazienza – mi soffermerò su uno dei primissimi album, un album che esplode di giovinezza e voce limpida, cristallina: Studio Uno.

Siamo nel marzo del 1965, Mina ha soltanto 25 anni, ma è già la voce della musica italiana, anzi, la ragazza della voce italiana. Infatti, Studio Uno, oltre ad essere il nome dell’album, è anche un programma televisivo che la stessa Mina ha presentato. Perché dovete sapere, carissimi giovanotti, che Mina non è solo una cantante: Mina è la televisione italiana degli anni ‘70, Mina è presentatrice, è patrimonio italiano, è l’artista a tutto tondo: Mina è diva (come direbbe Rose, fanatica più di me della musica anni 70).

Senza dilungarmi ulteriormente, che sembra stia scrivendo la Bibbia, l’album contiene al suo interno canzoni come È l’uomo per me, Se piangi, se ridi, Città vuota – canzone che tutti cantano ma di cui nessuno conosce il titolo – e, per dirne una in più So che mi vuoi, cover di It’s for you scritta direttamente da John Lennon e Paul McCartney, mai inciso dagli scarafag… dai Bealtes.

Da tutto l’album, da ogni traccia, da ogni singola parola, fuoriesce l’immagine di una donna che sa quello che vuole e che non scende a compromessi. Quello che amo di Mina è proprio questo: la consapevolezza di valere qualcosa, di essere una donna forte, consapevole dei suoi punti deboli e di quello che è l’essere maschile (vorrei sottolineare che si è sposata ben 4 volte) e che nonostante tutto ne esce vincitrice, a testa alta. Tutto questo, si tradurrebbe con un semplice termine  napoletano, 8 lettere e tanta cattiveria: la cazzimma.

Attenzione però, badate bene che i testi sono scritti da autori diversi; la cazzimma dunque, si vede nel momento in cui riesce a far venire i brividi grazie alla sua voce sublime, grazie alla sua personalità eccentrica, al suo sguardo penetrante… d’altronde, stiamo parlando di una creatura divina.

La grandezza di Mina è data dal fatto che, con la stessa voce, ha cantato dell’uomo per lei, sicuro di sé, ha cantato romanticherie da diabete come uno come te, io non lo troverò mai più, ma anche canzoni, che più che dediche sotto i video musicali di RTL, sembrano invettive contro il genere maschile e la combriccola di amanti ed ex che lo circonda. Lei è la Voce delle Mille bolle blu, delle parole, parole, parole del portati via tutto questo amore che non è mai amore e mi fermo qui con le citazioni, che sennò finiamo a Natale prossimo. Una voce, dicevo, che copre quasi 3 ottave intere, una voce che sia da giovane che da matura, ha donato quasi mezzo panorama della musica italiana odierna: canzoni da cantare sotto la doccia, canzoni con cui piangere di nascosto, canzoni da interpretare o semplicemente da ascoltare col sorriso sulle labbra.

Parlo di voce perché ormai ci è rimasta solo quella, dato che 40 anni fa ha deciso di abbandonare il piccolo schermo ormai prossimo alla deriva, il palco, i riflettori e si è dedicata alla cosa che a mio parere, è la più importante: la musica. Capite adesso perché prima parlavo di luce divina che protegge? Mina è l’occhio del Grande Fratello, che osserva tutto quello che succede, lavora in silenzio, senza dare nell’occhio, appunto.

Non vi nego che vedere un concerto di Mina sarebbe un sogno, ma anche un’utopia, data la situazione. Sembra tanto strano che una ragazza di 22 anni ascolti e scriva di un’artista nata nel 1940? Cioè, ragazzi, ci rendiamo conto? Mentre Adolfo cercava di conquistare il mondo insieme al suo amichetto del cuore, ovunque c’era guerra e la gente moriva di fame… a Busto Arsizio nasceva lei, la ragazza della musica italiana.

E mentre vi racconto di Mina che ha vissuto gli anni d’oro della TV, aveva come amica Raffaella, ha duettato con Totò e molti altri, io mi ritrovo nel salotto di casa con Barbarella e Cristiano Malgioglio che mi insegnano a vivere. Coincidenze? Io non credo.

 

-Caterina Calicchio

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“My parents said “don’t come back”. I come back.”

Oggi è il 25 Aprile, festa della Liberazione d’Italia dal regime nazifascista. Ma siamo davvero liberi dall’odio e dalle divisioni, dal terrore e dalle implicazioni di uno Stato che ci obbliga ad essere come vuole? Al via, proprio oggi, 25 Aprile, la mostra dedicata ai vincitori del World Press Photo 2019 concorso giunto ormai alla sessantaduesima edizione, specchio chiaro e definito delle vicende antropologiche della contemporaneità che viene espressa tramite gli scatti fotogiornalistici di reporter dipendenti da testate o indipendenti, al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Come si vede dal pannello che apre l’intera esposizione, dal 1955 per gli anni a venire, questo concorso fotografico ha avuto il compito non solo di documentare con un brillante gusto estetico le vicende del mondo, ma anche quello di descrivere in modo dettagliato e attento i problemi che hanno afflitto il nostro pianeta: vicende storiche come guerre e crisi si sono succedute e hanno trovato spazio ed espressione negli scatti, alcuni dei quali hanno realmente “fatto la storia” dell’arte fotografica e sono diventate iconiche per intere generazioni. Non è, pertanto, complesso intuire quali siano i temi più trattati e ricorrenti delle foto vincitrici del 2018 scelte fra 78,801 immagini realizzate da 4,783 fotografi provenienti da 129 Stati diversi: crisi ambientale e umanitaria la fanno da padrone nelle vicende storiche e culturali del 2018.

Quest’anno finalisti e candidati ai premi sono stati 43 provenienti da ben 25 diversi Paesi, il 32 % dei quali sono donne contro l’esiguo 12% dello scorso anno. In aumento la componente femminile anche nella giuria stessa del concorso in cui, su 17 giurati, 9 erano donne. Tra i vincitori quest’anno anche ben 4 italiani di cui uno premiato per il settore digitale. Numerose, infatti, sono state le novità di quest’anno. Presente e vivo ormai da più di mezzo secolo, il World Press Photo oltre a narrare e descrivere le vicende caratterizzanti del pianeta ha avuto e continua a sentire necessariamente il bisogno di rinnovarsi e rimodernarsi insieme al mondo stesso. Per questa ragione è stato istituito un nuovo premio dedicato al Digital Storytelling, una delle nuove frontiere del fotogiornalismo dell’epoca digitale.

Vincitore del World Press Photo del 2018 è lo scatto di John Moore Crying Girl on the Border in cui si vede piangere la piccola Yanela Sanchez mentre viene perquisita sua mamma Sandra alla frontiera al confine con il Texas. Originarie dell’Honduras, sono un caso emblematico di ciò che rappresentano oggi le spinte migratorie e la crisi umanitaria. Divenuta subito virale, ha senza dubbio contribuito a far rallentare grazie alla pessima risonanza mediatica la politica di Donald Trump ed è divenuta strumento politico utilizzato sia da esponenti di destra che di sinistra per portare avanti le proprie idee. Al primo posto per le Photo Stories il repotage sul medesimo argomento, The Migrant Caravan, documentato dagli scatti di Pieter Ten Hooper. Nato con lo scopo di realizzare foto d’amore, è divenuto una documentazione dettagliata della vita quotidiana vissuta dai migranti durante il viaggio nelle carovane. Di seguito lo slideshow.

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Il titolo stesso dell’articolo, però, si riferisce al progetto vincitore del terzo premio Short realizzato da Matteo Delbò e Chiara Avesani che hanno seguito il rientro in patria di Ghadeer il quale, una volta rientrato a Mosul dopo aver vissuto per circa 6 anni in Europa, decide di impegnarsi per aprire una radio libera, priva di alcuna affiliazione politica con libertà di espressione che possa puntare all’empowerment of the youth.
La sua generazione che oggi si trova sulla trentina d’anni, nel corso della sua vita ha assistito ad almeno quattro diverse guerre tutte con conseguenze spiacevoli e sanguinose. Dopo il suo viaggio in Europa, una volta entrato in contatto con la storia dei Paesi europei, ha studiato un modo per ripartire, emulando una Germania rinata dopo il grigiore della seconda guerra mondiale. Quando i suoi genitori lo hanno messo di fronte alla miseria che vivevano ancora nel loro Paese, consigliandogli di non tornare, Ghadeer ha invece deciso di riprendere in mano la sua vita e, nel suo piccolo, il suo Paese perché aveva la visione di qualcosa che stava per iniziare con impegno, sacrificio e passione. Ciò che più ha colpito lo stesso Delbò è stata la capacità di questo giovane di conoscere e riscoprire il dopoguerra europeo e ricominciare prendendo esempio da quello che spesso gli europei stessi, giovani e non, dimenticano.
In un giorno come il 25 Aprile, arrivato anche grazie alla fruizione di radio segrete, un messaggio come quello di Ghadeer è ancora più importante e pregno di speranza per un nuovo inizio.

-Beatrice Tominic

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Prequel pericolosi

Prendete in considerazione una grande storia, la vostra preferita. Ora immaginate che l’autore abbia avuto l’idea di approfondire quell’universo da lui creato: può farlo continuando la storia, con un sequel, oppure raccontando i fatti accaduti precedentemente, che hanno condotto alla storia principale, con un prequel. Proprio nel caso di quest’ultimo, tra i tanti fattori che delineeranno una buona storia o meno, uno solo è fondamentale: la coerenza. Senza di questa non ci troviamo di fronte ad un approfondimento su un personaggio o su un evento, bensì avanti ad una baraonda di fatti che si succedono e vanno ipoteticamente a creare un universo alternativo. Ciò si verifica difficilmente quando a scrivere è lo stesso autore, ma esistono comunque occasioni di incoerenza narrativa (vero Mrs. Rowling?); ma la maggioranza dei casi persiste quando sullo stesso argomento sono più persone a metterci le mani su. Per fare un esempio, la saga cinematografica degli X-Men ha avuto problemi sia con il capitolo Conflitto Finale, che con alcuni spin-off/prequel dedicati ad esempio al personaggio di Wolverine, per via proprio della moltitudine di registi e sceneggiatori che hanno ampliato l’universo supereroistico con le loro molteplici visioni; errori che sono stati prontamente cancellati nella maniera più intelligente possibile, introducendo in un altro film il tema dei viaggi nel tempo e quindi modificando tutta quella porzione di eventi “ribrezzevoli”.

Tutto ciò per introdurre la seconda stagione di Suburra, disponibile su Netflix. Prequel dell’omonimo film diretto da Stefano Sollima, già famoso per le serie TV Romanzo Criminale e Gomorra, la serie ci ripropone Spadino, Aureliano, la famiglia Anacleti, ma aggiunge anche personaggi inediti: Gabriele e il politico Amedeo Cinaglia. La prima stagione più che sviluppare una trama ricca di elementi, si è presa i suoi tempi e ha introdotto tutti i personaggi, creando un ottimo background. Quest’ultimo è la struttura portante per la stagione appena uscita dove si passa finalmente allo sviluppo della trama vero e proprio: vediamo l’ascesa dei personaggi all’interno del sistema malavitoso romano. Numerosi i rimandi al tema dell’immigrazione, a famiglie dai nomi conosciuti, a un partito in particolare che concorre a governare la capitale e quant’altro. Sono interessanti anche i tre flashback che aprono gli ultimi episodi dedicati ai tre protagonisti: Lele, Spadino e Aureliano. Non mi è piaciuta la colonna sonora però, l’ho trovata completamente distaccata dalle atmosfere della serie, nonostante ogni singolo brano sia a sé stante molto valido. Nel complesso, dunque, sono soddisfatto di questa seconda stagione, ma ora arriviamo al punto centrale di questo articolo: la coerenza.

Nonostante tutto le vicende dei vari personaggi sappiamo già come andranno a finire, poiché il film di Sollima ne costituisce l’epilogo. La serie, che è prodotta da Michele Placido, quindi vittima del passaggio di mano a cui accennavo sopra, in questo senso potrebbe però riallacciarsi alle vicende future in modo non perfetto, ed è ciò che spaventa la maggior parte dei fan. Il problema è costituito dal rapporto che si instaura tra Spadino e Aureliano: nella serie il primo finisce per innamorarsi del secondo, mentre nel film, quindi successivamente, i due sembrano conoscersi giusto per nome. Ora, so benissimo che la seconda stagione non è affatto quella finale, ma ragionando un po’ su quanto accaduto finora, credo che, salvo tempi dilatati, la terza stagione potrebbe essere l’ultima. Quindi nell’arco di una decina di episodi dovrebbe accadere quel qualcosa che porterà all’apocalisse narrato nel film. In ogni caso ripongo fiducia negli autori, so che possono fare un buon lavoro trovando una soluzione che non consista nell’introdurre viaggi nel tempo e a noi spettatori non resta che attendere gli esiti finali.

 

-Matteo Verban