,

Everything Now, Arcade Fire: tra alienazione e sonorità pop

Se c’è una cosa che ci ripetiamo continuamente, è che ormai social e tecnologia hanno preso il sopravvento. Non c’è sondaggio, articolo, discussione da bar che non parli di quanto il progresso e la cultura dell’apparenza siano pervasivi. Eppure, già negli anni ‘90, nel mondo della musica si avvertiva la stessa inquietdine. Le macchine ci rimpiazzeranno? Faremo la fine della società descritta da Orwell in 1984? Riusciremo mai a stabilire rapporti umani come prima? O siamo condannati a vivere alienati, carichi di un opprimente senso di solitudine?
Era il 1997, e i Radiohead pubblicavano Ok Computer, l’album che più di tutti esprimeva questa inquietudine e questi interrogativi a cui, tutt’ora, siamo riusciti a rispondere solo in parte.
Dall’epoca dei Radiohead, moltissime band di rock alternative, indie ed elettronico hanno fatto della paura verso il progresso uno degli argomenti principali dei loro album, in maniera più o meno critica.
Sotto queste premesse è nato “Everything now”, il nuovo album degli Arcade Fire. Band controversa, band sperimentale, band per hipster, band addirittura scomoda, secondo alcuni. Tuttavia è impossibile non notarli nel panorama musicale odierno: la ricchezza del loro sound li rende indistinguibili, nonostante  alcuni elementi che li avvicinano ai grandi artisti rock del passato (fra le influenze citiamo Beatles, David Bowie, Placebo, Bruce Springsteen, Sonic Youth, Björk, Joy Division, New Order, Neil Young, The Smiths, Pixies, Talking Heads e, naturalmente, Radiohead), e basta sentire un loro accordo, o la voce in falsetto di Règine Chassagne, per riconoscerli.
Ma andiamo con ordine. Innanzitutto il titolo, “Everything Now”. Nell’era della tecnologia siamo abituati ad avere tutte le notizie in tempo reale, tutti i contenuti a nostra disposizione, tutte le foto, la musica, i video, i tweet, i post gli streaming e i testi che ci vengono in mente. E Tutto questo Adesso. Questa estrema disponibilità del web nei nostri confronti ne ha reso i confini più labili. Internet è modificabile e plasmabile a nostro piacimento, non importa l’uso che vogliamo farne. Questo ha causato un perenne senso di frustrazione quando non si ottiene Subito Tutto ciò che si vuole, non solo nelle nuove generazioni, ma anche nelle persone dipendenti dai social abituate a passare molto tempo online. Questi sono i temi dell’omonimo singolo estratto, in cui si estrinseca questo bisogno viscerale di avere “tutto e adesso”, altrimenti non si riesce a vivere.
La frustrazione, però, non si limita a questo. Nella cultura dell’apparenza, è importante essere famosi, belli, perfetti, e tutto questo al momento giusto. Praticamente impossibile, direte voi, ma tutte queste aspettative che gravano sulle nostre spalle, e la paura di non essere abbastanza, possono portare alcune persone particolarmente fragili a cadere in depressione e a tentare il suicidio.
È proprio di questo che parla Creature Comfort, un altro dei singoli estratti dall’album, che recita:

“Some boys hate themselves
Spend their lives resenting their fathers
Some girls hate their bodies
Stand in the mirror and wait for the feedback
Saying God, make me famous
If you can’t just make it painless
Just make it painless”

Il tema delicato del suicidio viene affrontato anche dal singolo Good God Dam, che esprime i pensieri di chi non crede più a nulla, di chi non ha nemmeno un dio a cui aggrapparsi prima di morire. E nell’era della scienza, quando certe convinzioni crollano, chi è più fragile crolla assieme a loro.
E se c’è chi cerca Signs of Life senza trovarli, riconoscendo nell’alienazione collettiva l’unico vero modo di relazionarsi, c’è anche chi si copre gli occhi di  Electric Blue, accecandosi per non vedere. C’è chi cerca l’infanzia con l’ingenuità di un bambino (Peter Pan) o chi parla di chimica, mentale o sintetica (Chemistry).
La sensazione globale è di trovarsi di fronte al percorso di un personaggio, o meglio, di una persona comune, che potrebbe essere chiunque di noi. Le canzoni non sono consequenziali da questo punto di vista, ma possiamo comunque azzardare una lettura: quando si è bambini si è in grado di amare, seppur in modo infantile, e si pensa alle favole, mentre crescendo in un’epoca come la nostre, si inizia ad avvertire sempre di più il senso di inquietudine, si cade nell’alienazione, ci si rifiuta di vedere, e infine si arriva al suicidio per non essere riusciti a raggiungere obbiettivi irraggiungibili.
Ma Everything Now non è interessante solo per i suoi risvolti psicologici. Più prolisso del precedente Reflektor, l’album non rinuncia alle sonorità glam rock che hanno portato David Bowie a idolatrare la band come “la più interessante sulla scena musicale odierna”. Degli Arcade Fire questo è l’album più groove, ma a prevalere su tutti gli altri influssi è principalmente una sorta di pop rock gioioso, che contrasta con forza con i testi tutt’altro che allegri. Non sono presenti parole esplicite, d’altronde non siamo in una raccolta di poesie di Baudelaire, ma basta leggere poche righe per ritrovarvi una sorta di depressione inconsapevole, mascherata dall’ironia, dal sarcasmo, e dalla scarsa comprensione della realtà circostante. Perché perdere contatto con la realtà vuol dire anche perdere contatto con se stessi. L’unica espressione genuina di sentimenti la ritroviamo proprio in Peter Pan, la canzone dell’infanzia. Dopo di questa, sembra esserci il nulla cosmico: si assiste (o si rifiuta di assistere) a cose terribili senza reagire, fino ad arrivare al sacrificio estremo, che però diventa come spegnere un computer, anziché un organismo umano.
E il contrasto delle sonorità è proprio giocato su questo: ci si sente allegri, o si cerca di mostrarsi allegri, quando i nostri pensieri sono in realtà terribili.
L’album è consigliatissimo anche solo per i messaggi che cerca di veicolare e i temi che tratta: i testi, nella loro scabrosità, risultano veri e poetici, e l’accompagnamento musicale si riconferma sperimentale e azzeccato. Gli Arcade Fire non sfornano mai un album senza contenuti e uguale al precedente, ma si riconoscono anche ad occhi chiusi. Si raccomanda l’ascolto sia a coloro che amano scrivere testi, che musica: sicuramente vi sarà di ispirazione.

-Enrica Ilari.

,

Kids, o la vita segreta degli adolescenti

<<Sono interessato a creare opere che mi soddisfino, mostrando le vite delle persone che di solito non vengono mostrate. Se potessi vederle da qualche altra parte, non sentirei il bisogno di fare questi film.>> 

E’ proprio su questa dichiarazione che si basa tutta la produzione artistica di Larry Clark. Che lo si consideri fotografo o regista, è possibile trovare elementi ricorrenti: situazioni o soggetti controversi, disturbanti, che non vengono mostrati dai media “tradizionali” e che non vogliamo che ci vengano mostrati, ma allo stesso tempo suscitano curiosità; ad esempio, tutti siamo a conoscenza di quegli esseri umani che per vari motivi si abbandonano all’assunzione di droghe pesanti, li vediamo per strada e nelle metro in quelle situazioni grottesche in cui fanno l’elemosina con la speranza di comprarsi un’altra dose, però nessuno sa cosa facciano una volta tornati a casa od ovunque essi vivano, a meno che qualcuno armato di fotocamera o macchina da presa decida di esplorare questi mondi, “rompere” i tabù e portare alla luce queste realtà nascoste. Clark espleta questo compito di “reporter controverso” con Tulsa (1971), la sua prima pubblicazione fotografica. Imprime su pellicola tutte quelle scene di vita estreme che lui stesso ha vissuto, suscitando ovviamente scalpore. Dirà di sé <<Sono nato a Tulsa, Oklahoma. A 16 anni ho iniziato a spararmi anfetamine. Mi sono fatto […] per tre anni e poi ho lasciato la città, ma negli anni successivi ci sono tornato. L’ago, una volta entrato, non esce più.>>. Con le sue successive pubblicazioni – Tenage Lust (1983) e Perfect Childhood (1992) – Larry inizierà a focalizzarsi principalmente, anche morbosamente, al mondo dell’adolescenza, forse la realtà più oscura dei nostri tempi. Alcuni critici considereranno la sua addirittura un’ossessione nei confronti degli adolescenti. Questo suo desiderio di mostrare la vita dei ragazzi dai 12 ai 19 anni sarà la componente principale anche del suo cinema, a partire da Kids, la sua opera prima.
La pellicola uscì nel 1995, un anno prima di Trainspotting, anche se nonostante entrambi trattino più o meno gli stessi temi, Kids ha un approccio diametralmente opposto all’opera di Boyle, piuttosto sembra seguire la scia di Amore Tossico del maestro Caligari. Scritto da un giovanissimo e promettente Harmony Korine (Che ricorderete sicuramente per Spring Breakers), il film ci fa addentrare nel mondo di un gruppo di adolescenti a Manhattan, passando una giornata intera in loro compagnia. Clark ci mostra in maniera quasi documentaristica la vita di questi ragazzi, alle prese con le prime esperienze sessuali – non protette – e le malattie che da queste derivano (proprio negli anni ’90 si diffondeva il virus dell’HIV) ma anche del loro uso totalmente privo di inibizioni di droghe e alcool, che qui vengono messi sullo stesso livello. Korine e Clark, nonostante siano stati consumatori di droghe, vogliono dirci che entrambe nuocciono alla nostra salute, non c’è motivo di fare distinzioni; assistiamo inoltre al loro senso di ribellione che giungerà a picchi estremi. In una sola scena, però, vedremo che forse, un barlume di speranza ancora c’è, ricordandoci che in fondo anche loro sono esseri umani capaci di provare compassione. Seguiremo infine il viaggio di Jennie alla ricerca di Telly, il ragazzo che senza saperlo le ha trasmesso l’AIDS. Quello che manca è il senso di critica nei confronti di questa realtà. Il regista si limita a mettere in scena nel modo più crudo e ai limiti del sopportabile, sfidando anche la censura (Ken Park, il suo quinto lungometraggio, è tutt’ora bandito in Australia) ciò che a quei tempi non si soleva far vedere, con l’unico scopo di avvertire gli adulti, che ciò che vedono corrisponde a ciò che fanno i loro figli quando non sono a casa, <<qualcuno si salverà, qualcuno rinnegherà la propria adolescenza, qualcun altro ancora si autodistruggerà.>>. Complessivamente il film scorre senza troppa fatica, particolare riguardo per la rappresentazione delle situazioni e dei dialoghi, è chiaro che Korine sapesse bene di cosa stesse parlando. Il film vanta anche di alcune giovani promesse, quali Chloe Sevigny e Rosario Dawson, che all’epoca delle riprese avevano rispettivamente 21 e 16 anni. La colonna sonora e’ stata curata da Lou Barlow, e i brani non fanno che rendere piu’ verosimili gli ambienti che si vanno ad esplorare.
E questo è quanto. Ci sarebbe molto altro da dire sulla pellicola, ma, onde evitare spoiler, è giusto che siate voi a visionarla e magari approfondire tutta la filmografia di questo cineasta che, nonostante sia stato fonte d’ispirazione per registi del calibro di Scorsese, purtroppo rimane nella scena underground e sia noto a pochi.

-Matteo Verban.

,

2(4)K17

Il futuro dell’immagine è decisamente in 4K, per l’immaginario invece c’è da attendere.

Nel secolo della globalizzazione e della prepotente ascesa tecnologica nelle nostre vite, ogni cosa diviene la versione migliore di se stessa, tutto intorno a noi è il 2.0 del suo vecchio volto, incluso l’occhio umano.
Con lo sguardo già rivolto alla neonata tecnologia “Nano Cell Display” che offrirà ai nostri televisori colori straordinari e precisi da qualsiasi prospettiva e angolo di osservazione, tiriamo le somme di questo uscente 2017 e della sua preannunciata rivoluzione visiva: la nuova frontiera dell’immagine, il 4K. Uno standard per la risoluzione della televisione digitale, del cinema digitale e della computer grafica, il cui nome deriva da 4kilo (“4 mila”), che indica l’approssimazione dei suoi circa quattromila pixel orizzontali di risoluzione. Denominata anche “Ultra HD” (esclusivamente in ambito televisivo) quest’evoluzione dell’Alta Definizione, nasce in realtà già nei primi anni duemila in ambito puramente cinematografico (la prima cinepresa commerciale digitale in 4K, lanciata sul mercato nel 2006, è dell’azienda “Dalsa Origin”; seguiranno poi i prototipi della “Sony”) e la sua ascesa si protrae sempre più nel nuovo millennio. Non fermandosi al limitante grande schermo, questo nuovo standard della risoluzione grafica man mano approda prima sui display dei nostri computer e televisori, poi su quelli dei nostri smart-phone. Nel 2016 è la “Samsung” con il suo “Galaxy S7” una delle prime aziende a montare uno schermo atto a leggere la risoluzione in 4K, seguita a ruota dalla “Sony” che con il suo “Xperia Z5” tenta la strada (per alcuni versi fallimentare) dello schermo generato direttamente in 4K, non solo abilitato a questo tipo di definizione. Ad oggi, autunno 2017, il boom definitivo di questa leccornia tecnologica sul mercato è già avvenuto a inizio anno e non rappresenta ormai nulla di così sconvolgente: ci stiamo abituando (ci siamo già abituati) ad avere una percezione dell’immagine, di qualunque tipo essa sia, quasi al massimo della sua potenzialità.
Cosa significhi poi nel concreto poter godere di questo tipo di immagine è presto detto: se ad esempio guardassimo un documentario sulle antilopi prodotto in 4K, su un dispositivo atto a questo tipo di risoluzione ovviamente, l’immagine di quegli animali sarebbe assai poco differente (fatta eccezione per il fattore tridimensionalità s’intende) da quella che il nostro occhio percepirebbe se ce ne andassimo in Sudafrica ad osservarli dal vivo; fatte le dovute distinzioni, si parla infatti del 75% di fedeltà alla realtà registrata dall’occhio umano.
Detta così l’innovazione può sembrare in realtà quasi sciocca o scontata, del resto siamo così abituati a credere fedelmente a ciò che vediamo sullo schermo che non ci siamo forse mai soffermati a pensare a cosa sarebbe successo se davvero avessimo sempre potuto ammirare attori, personaggi televisivi e in generale chiunque sui nostri schermi, per ciò che realmente è. Dunque quella patina magica, quello schermo che ci ha sempre diviso crudelmente dal mondo che più idolatriamo, sta definitivamente cambiando faccia e a noi la cosa sembra scivolare addosso. Il panorama all’orizzonte si prospetta quantomeno innovativo e al limite dell’aspettativa che chiunque di noi avrebbe avuto a inizio secolo, quando si assaporava da non molto l’avvento dell’HDTV, e noi accogliamo la cosa passivamente, senza farci troppe domande, senza neanche chiederci se abbiamo davvero bisogno di un 75% di realtà quando guardiamo la TV o quando siamo al cinema.
Davvero vogliamo distinguere ogni minima imperfezione sul volto di un attore? Siamo così sicuri che i dettagli migliori debbano esserci sbattuti sotto il naso?
La verità è che la risoluzione in 4K ci offre un cinema ed una TV che lasciano ben poco all’immaginazione e al mistero di un volto, di un paesaggio, di un colore, di un’imperfezione. Liz Taylor ad esempio, divenuta famosa con l’appellativo di “diva dagli occhi viola”, avrebbe davvero avuto gli occhi viola in 4K?
Molto improbabile dal momento che i suoi occhi sembra fossero in realtà di un azzurro molto intenso che a causa delle luci di scena mostrò più volte sfumature violacee. Il sensualissimo neo sulla guancia sinistra di Marilyn Monroe sarebbe risultato ugualmente sensuale in 4K? Altrettanto improbabile anche questo, piuttosto invece si sarebbe palesato come il banalissimo puntino disegnato con una comune matita nera da make-up che in realtà era. L’interpretazione magistrale ed iconica di Marlon Brando ne “Il padrino” sarebbe stata ugualmente incorniciata da un aspetto insieme rude e fine e da una perfetta mascella da “mastino” (frutto di due batuffoli di ovatta nelle guance) se le tre ore di trucco alle quali ogni giorno il maestro si sottoponeva fossero state visibili in 4K? Indubbiamente ogni cosa è figlia del suo tempo e ad oggi il make-up di scena è un’arte, una scienza quasi esatta capace di sfuggire anche alla risoluzione più avanzata e, in ogni caso, dove non arriva il trucco subentra la computer grafica. Tuttavia l’autenticità di un volto della TV o del grande schermo non è e non sarà mai proporzionale a quanto esso venga manipolato o al contrario messo a nudo. La bellezza di un paesaggio a volte risiede nel dettaglio invisibile, sfocato, quello che fa ipotizzare, quello che fa sognare. Cerchiamo la realtà, la perfezione, la nitidezza d’immagine ma siamo così sicuri che questo apporti reali migliorie anche al nostro occhio critico e oltre che a quello fisico? Essendo questa la generazione dell’estetica ossessivo compulsiva oltre che della sempre crescente evoluzione tecnologica, vogliamo davvero mettere la mano sul fuoco sul fatto che il 75% di realtà effettiva di un volto sullo schermo non ci distrarrà per nulla dall’anima che si cela o non si cela affatto dietro quel volto? Se davvero poi arrivassimo al punto in cui tutti i dispositivi (grandi e piccoli schermi) e non più solo alcuni, supportassero la risoluzione in 4K e film e programmi TV iniziassero dunque ad essere generati tutti secondo questo standard, avremmo ancora attori ‘brutti’ e conduttrici televisive ‘imperfette’? In quelle circostanze sarebbe concesso ad esempio all’immensa Anna Magnani di portare le sue meravigliose rughe davanti ad una cinepresa non più troppo gentile ma quanto mai reale e spietata? Del resto una volta alzato il tiro, una volta adattato uno standard, vanno adattati anche i restanti canoni. Con queste premesse non mi stupirebbe perciò non vedere più perfette imperfezioni alla Anna Magnani ma solo volti a prova di 4K. Non mi stupirebbe andare al cinema con i miei amici e vedere un film la cui trama e i cui attori inespressivi e dozzinali non riuscirebbero ad urtare neanche la sfera emotiva di un bradipo, scoprendo poi che lo stesso film viene premiato però per la fotografia e gli effetti speciali. Non mi stupirebbe affatto scoprire che il futuro sugli schermi è fatto solo da ciò che essi trasmettono, l’immagine (sciocco chi si era illuso che fosse altrettanto importante una certa qual anima), e questo è più che spaventoso.
Questo mio non stupirmi più di tutto ciò, questo nostro trovare normale tutto ciò, è terrificante.

Troppo amarcord e decisamente troppo pessimismo forse, non saprei dire. Nel dubbio non ci resta che stare a guardare la storia che fa il suo corso e non smettere in ogni caso di ricercare l’evoluzione che ci ha sempre (o almeno quasi sempre) contraddistinti.

-Margherita Cignitti.

,

DISCMAN 2.0 – #5 Vorrei essere te così poi (non) m’ammazzerei

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)


Ciao, lui è Giancane e non è un cantautore di merda.
Ciao, sono Caterina e io invece forse lo sono un po’, un “omm e’ merd”: mi son fatta trasportare da panettoni, pranzi chilometrici e tombole (fatelo voi un Natale al sud!) e mi son ridotta al 4 gennaio per finire tutto ciò.
Però eccomi qui, ce l’ho fatta.
È stata davvero un’impresa intervistarlo, bisogna dirlo: tra il traffico della capitale e un parcheggio che non si trova, un’intera classe di arabo che mi ascolta mentre parlo al telefono, buste di taralli promesse e scivolate nel corridoio…  però ne è valsa la pena.
Che lo chiamiate Giancarlo, Cangiarlo, Giancane o Piersilvio (ecco, magari Piersilvio proprio no) è poco rilevante: lo amereste comunque dopo aver ascoltato l’ultimo capolavoro pubblicato a novembre, “Ansia e disagio”… ragazzi, ha dedicato un pezzo a una splendida bionda in bottiglia, ma che ve lo dico a fare!
Giancane appartiene a quella categoria di cantautori che prima di tutto è consapevole di essere un ragazzo comune, che canta di quello che pensa, di quello che vede, senza utilizzare filtri. Mi azzardo a chiamarlo verismo cantautorale, o anche Giancanismo. Si tratta di un cantautorato-verità  in cui non si deve né “reimparare a camminare” perché la ragazza t’ha lasciato, né tanto meno “ricordarsi dello zucchero filato”. Il bello è proprio questo: riconoscere una Roma, quella di Ansia e Disagio, veritiera e senza fronzoli. Una Roma piena di disagio, piena di bambini che strillano perché i genitori non riescono a contenerli, una Roma piena di fascisti e un Giancane che ci sta dentro e che la racconta nel bene e, soprattutto, nel suo bellissimo male.
E tra sottilette e limoni, l’ipocondria e la Peroni mando voi in avanscoperta verso quel fantastico rebus che è l’album.
Buona lettura.

Come prima domanda: ti senti più Giancarlo o Giancane? E chi è Giancarlo e chi Giancane?

Praticamente sono la stessa cosa. Con Giancane mi sento meno finto, ho meno filtri che nella vita normale: quando canto non mi pongo limiti, mentre nella vita di Giancarlo sì […che alla fine, dovrebbe essere il contrario… O no?] Beh in realtà sì, forse sì… Solo che non so perché ma con me funziona in maniera inversa, funziono forse in maniera inversa.

Volevo chiederti, invece, che ti è successo? Sei passato dallo scorso album “Una vita al top” a questo che si chiama “Ansia e disagio”… Anche se non si parla tanto di una vita al top, perché questo cambio di rotta?

No, infatti, era il contrasto… Una vita al top per dire “Una vita di merda”, però “di merda” sembrava brutto. Diciamo che a un certo punto abuso di questo termine ma perché suona bene e rende molto l’idea. Quindi in realtà è tutto collegato: se si ascoltano entrambi gli album attaccati, più o meno hanno un senso.

Invece, perché un cruciverba come copertina dell’album?

Sì, beh perché in tour li facciamo sempre, compriamo sempre la Settimana enigmistica, in furgone ci passiamo il tempo. Poi mi piace fare le grafiche riconoscibili dei dischi, cioè che prendano spunto da quello che poi è un qualcosa che viviamo. Per esempio, le sottilette perché erano l’unica cosa che avevo nel frigo mentre registravo lo scorso album, e la Settimana Enigmistica che continuiamo a fare. Nel libretto dell’album, a parte il cruciverba, ci sono tutti i giochi [ma le parole invece? Io pensavo fossero i titoli delle canzoni, invece no…]. No, sono collegate ai testi, testi nuovi e testi vecchi, cose che succedono nella vita quotidiana e ogni gioco nel libretto è riferito ad un pezzo: è tutto un collegamento strano che ho voluto creare per non scrivere il classico testo, fare giocare per arrivare ad un punto. Al testo, ecco.>>

In riferimento a “Vorrei essere te”, ti chiedo appunto: come chi vorresti essere?

Beh dipende, perché lì poi mi ammazzo… come voglio essere in maniera positiva o negativa? [in maniera positiva dai… anzi, anche negativa]. Per la parte positiva, preferisco accontentarmi di quello che c’ho, quindi facciamo me stesso. Per la parte negativa, beh, puoi tagliare un sacco di rami secchi in questo modo… ci devo riflettere, andiamo avanti e intanto ci penso.

In ambito musicale, invece, a chi ti ispiri?

Diciamo che gli ascolti sono molto vari, per esempio ieri sera stavo ascoltando Tiziano Ferro. Faccio dischi per gli altri, il mio vero lavoro è fare il produttore, quindi ascolto un mare di musica, dalla più brutta alla più bella. In questo senso, il disco vecchio era leggermente più folk a livello sonoro… Poi, non è che è cambiato tanto, in realtà è folk anche l’altro ma c’è più elettronica. Diciamo che il primo disco aveva un approccio un po’ più irish, penso io, per come me lo ricordo, ecco. Questo qui invece, sempre un po’ irish ma va più verso l’elettronica, verso il cazzeggio, mi è venuto molto spontaneo, diciamo: lì ero proprio da solo, in questo no.

Bene, sai che faccio parte del giornale universitario di Roma Tre; non so se ti è giunta voce dell’incontro organizzato nella nostra università da persone riconducibili a CasaPound nel mese di dicembre. Visto che nel tuo album è presente “Adotta un fascista”, nata da una puntata del Webshow Kahbum, vorrei da te 3 motivi per adottare un fascista.

Non ci sono […per aiutarli  ,dai]. Per aiutarli, sì. Il brano è nato in una situazione particolare, 90 minuti con un tema che in questo caso era Adotta un fascista; noi abbiamo ribaltato il tutto, abbiamo pensato alla cosa che potrebbe dare più fastidio ad un fascista ed è l’essere omosessuale, quindi magari, essere adottato da un omosessuale potrebbe raddrizzargli il cervello, credo. È un consiglio.

Prima hai parlato di Folk, irish e, visto che in quest’ultimo lavoro c’è un po’ di Muro del Canto, c’è un assolo rock dedicato ad una splendida bionda, la Peroni da 66 e c’è anche (almeno io l’ho sentito) l’inizio di Redemption Song di Bob Marley in Hogan blu, volevo chiederti: dove ti collochi nella scena musicale romana?

Oh mamma. E questa è una bella domanda. Più o meno nel cantautorato per forza, però non mi piace come etichetta; l’approccio live è molto più
Old School punk-rock, però il disco non lo è. È un ibrido strano, mi colloco in mezzo tra il folk, il pop e punk… Non so come possa etichettare questa cosa. Poi, i pezzi sono molto variegati, un po’ la Peroni, un po’ pezzi dance… Diciamo che non mi sono posto dei limiti, quindi pure un’etichetta non te la saprei dare: comunque cantautorato, dai.

Hai riflettuto sulla domanda di prima?

Come chi vorrei essere per essere ucciso? Ci sto ancora pensando, cavolo, però non mi viene.  Ne possiamo pescare uno a caso nei testi… Forse come chi indossa le Hogan in generale.

Un’ultima domanda e poi ti lascio: visto che siamo al 20 di dicembre, la domanda casca a fagiolo: come ti stai preparando al compleanno di Gesù? Come l’affronti?

Guarda, vado a suonare. Saremo in tour. La parte della famiglia ce la teniamo per il Natale e poi partiamo. Ma non è che senta molto questa festività, in genere. Però, le classiche cose: cenone, poi il giorno dopo sono a casa di amici e il 26 suoniamo. Saremo in tour fino a… Boh, per un anno, immagino. Sarà un bel periodo.

 

 

 

-Caterina Calicchio.

,

DISCMAN 2.0 -#4 Serra nei via vai

C’era una volta una biblioteca sempre piena, un banchetto di RDS e delle ragazze molto infreddolite a causa delle porte dell’atrio sempre aperte (se le chiudete quando uscite per fumare, non vi prendete una multa, ‘cci vostra). Tra i pinguini e i caffè delle macchinette, Luana mi narrò di un suo compagno di banco del liceo, un certo Serra che scrive canzoni e che, ovviamente, le canta pure. Mi disse che sarebbe venuto qui a Roma a suonare, perché, a detta sua “Lui è bravo ma è timido e si vergogna. Menomale che l’ho convinto a venire qui e a suonare.”
Io son sicura che adesso state pensando: “Eeeh va be’, ogni scarrafone è bello a mamma sua, lei dice che è bravo perché è amico suo!”
E invece no, Matteo è bravo davvero.
Ora, chiudete gli occhi e immaginate un ragazzo dai capelli scompigliati con una chitarra tra le mani, che passeggia sulla spiaggia, per le strade, tra i palazzi e canta di tutto quello che gli succede intorno.
Tra un uccellino che entra nel locale, bimbi che strillano e autobus che non arrivano mai, Serra mi racconta la sua fiaba moderna.
E io la racconto a voi.
Buona lettura.

Chi è Serra?

Ho iniziato a scrivere a 13 anni e mi fa molto piacere raccontare come. Mentre guardavo il serale di “Amici”, Pierdavide Carone cantò una canzone di nome “Di notte”; parlando con i miei amici, qualcuno disse: “Dai, è plateale che questa canzone l’ha scritta per una ragazza!”. In terza media, c’era una ragazza che mi piaceva e ho pensato che anch’io avrei voluto scrivere una canzone per lei! E così è nato il mio primo pezzo; poi, dato che mi sono affezionato allo scrivere e al suonare, ho continuato. Lo scorso febbraio, ho finalmente comprato il microfono e il computer e ho iniziato a registrare dei miei brani che poi ho pubblicato a maggio. E da quel momento sono arrivate alcune occasioni: ho suonato qui a Roma, ho partecipato al Music Village di Peschici (tipo “Camp Rock”, hai presente?) dove ho incontrato tantissimi ragazzi proveniente da tutta Italia, produttori, musicisti… È stata un’esperienza molto bella.

Perché ti chiami Serra e non Matteo?

Eh, perché Serra… Dalle mie parti c’è un piccolo rione che si affaccia sul mare e che si chiama Serra: lì c’è la casa di un mio amico dove, quando avevamo sedici anni, ci rinchiudevamo il sabato sera, per bere e per divertirci. Lì ho iniziato a cantare le mie canzoni e dato che sono un tipo nostalgico, ho voluto riprendere quei ricordi e riportarli in quello che faccio adesso.

Cosa raccontano le tue canzoni? Ho sentito di reggiseni su un tavolo, di gente che legge Baudelaire e volevo capire: le tue canzoni parlano di cose reali o di cose che hai nella testa?

Molto spesso sono cose che mi sono capitate: per esempio c’è L‘universitaria che ho scritto a Parma, quando sono andato a trovare un mio amico. Mentre eravamo a lezione di psicologia, ho visto una ragazza che si legava i capelli ed ho provato ad immaginarmi la sua vita, riprendendo anche tutte le situazioni che mi raccontano le mie amiche universitarie [nel frattempo è entrato un uccello e mentre lui parla io penso che potrebbe cacarci addosso]. Serra e gli uccelli… intervista cacata, intervista fortunata.
Dicevo, in quella canzone ho voluto riprendere tutta quella realtà, quindi si parla di una ragazza che racchiude tutte le cose delle altre. Anche perché anche io sono universitario.

Cosa studi?

Lettere moderne.

Invece, parliamo di Sorda nei via vai

Ecco, qui c’è la persona specifica ed è stata l’ultima che ho registrato ma la prima che ho pubblicato, perché era quella che più mi rappresentava in quel momento. Sorda nei via vai parla della situazione che si crea quando ti lasci con la tua ragazza, non la senti da un sacco di tempo e non sai più nulla di lei: infatti l’ho scritta sei mesi dopo che mi sono lasciato. Nella canzone infatti, ci sono molte cose che vorrei chiederle.

Ma questa ragazza sa che l’hai scritta per lei?

L’ha ascoltata e penso abbia capito, anche perché mi ha scritto proprio quando l’ho pubblicata. Se conosci la situazione, ti riconosci nelle parole.

Da cosa nasce il pezzo Interrail?

Interrail è nata grazie ad un mio amico da cui ho tratto ispirazione: aveva problemi con la ragazza e altri casini ed è partito. In quello stesso periodo, inoltre, stavo ascoltando molto Portovenere dei Canova, una canzone estiva dal ritmo travolgente. Avevo l’idea di comporre una canzone malinconica ma anche trascinante, che facesse cantare: allora ho aggiunto alle storie che mi raccontava il mio amico in viaggio per le capitali (Amsterdam, Oslo…) un motivetto allegro. Raccontando di lui, mi ci sono riconosciuto anch’io. È una canzone liberatoria, me ne vado perché mi sono rotto le scatole.

Pronostici per il futuro?

Vorrei finire al più presto la triennale e spostarmi da Lecce per avere più possibilità, incontrare gente. Non penso oltre, sarebbe inutile.

Ultima domanda, che il mio amico Robbo mi consiglia sempre di fare: cosa ti dà la musica? Cosa dai tu alla musica?

La musica mi dà sfogo. La maggior parte dei miei testi, li scrivo di notte. Scrivere mi fa stare bene e mi dà l’opportunità di far conoscere i fatti miei. Non capisco la gente che ha paura di pubblicare la propria musica: nel momento in cui si scrive, si è felici a prescindere di mostrare ciò che si scrive, è proprio una specie di bisogno. Io, invece, alla musica regalo storie.

 

 

-Caterina Calicchio.

,

REISSUE: Illinois, Sufjan Stevens

Quanto può interessarci un concept album sullo Stato dell’Illinois?
Non stiamo neanche parlando della California, del Texas o dello Stato di New York, tutti luoghi che seppur lontani lasciano in noi un certo immaginario quasi magico, esotico, un senso di evasione verso una terra migliore.
Parliamo dell’Illinois. Una terra accidentata e rurale, con Chicago a rappresentare l’unica area metropolitana sul territorio. Intorno a lui piccole città idustriali, sobborghi, piccole aziende agricole. Un luogo intimo e quasi riservato, come un microcosmo, qualcosa che sembra poco c’entri con l’idea di America che tanto amiamo e che vediamo continuamente riconfermata dai nostri film e serie tv preferite.
La materia Illinois è di conseguenza parecchio blanda, incapace di brillare di luce propria come farebbero tanti altri stati e città americane. Almeno che non ci sia dietro una grande penna a farne le veci, quale si dimostra essere in questo lavoro Sufjan Stevens.
Classe 1975, questo folle cantautore americano (dal tuttavia strano nome di origine persiana) accumula per un paio d’anni nozioni storiche e racconti di amici o sconosciuti in chat rooms su questo Stato che tanto lo affascina, plasmando poi queste suggestioni nelle 22 tracce di questo disco, sotto le forme di un indie molto crepuscolare, per certi versi vicino al chamber pop (tra gli esempi più celebri, i primi Arcade Fire), filtrato tuttavia da un abilità da polistrumentista senza pari: in Illinois convivono chitarre, piano, sassofono, flauti, trombe e tanto altro ancora, senza che tuttavia la musica risulti tronfia o virtuosistica, come se una grandiosa orchestra riuscisse a suonare nelle quattro pareti di uno stanzino angusto.
Come On! Feel The Illinoise!” nè è un ottimo esempio: Un piano dismesso esplode improvvisamente in un suono sfacettato e pieno, arricchito addirittura da un coro femminile che non fa altro che conferire al pezzo un clima assolutamente spensierato e orecchiabile.
Ogni suono è incredibilmente necessario e mai ingombrante, e quando le atmosfere si fanno più scarne, lo fanno senza perderne in profondità: “John Wayne Gacy, Jr.” è una soffusa ballata per chitarra e pianoforte, dedicata alla vita del celebre serial killer clown di Chicago. La scrittura e l’interpretazione di Sufjan son talmente perfette da riuscire a farti provare come una sincera pena anche per un pluriomicida, confezionando in assoluto uno dei pezzi più riusciti del disco e uno di quelli più difficili da dimenticare, insieme alla soffusa “Casimir Pulaski Day”, storia di un amore stroncato da un cancro alle ossa, sospeso tra le domande senza risposta a un Dio assente e frammenti di vita quotidiana insieme.
Ma non mi piacerebbe lasciare l’immagine di Illinois come un disco che si piange addosso: la filastrocca per banjo “Decatur, or, Round of Applause for Your Stepmother!“, la quiete e la tempesta rock del richiamo a Superman in “The Man of Metropolis Steals Our Hearts”, passando per l’invasione zombie con coro di cheerleader di “They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back from the Dead!! Ahhhh!” sono solo alcuni degli highlights dell’album, che ci restituiscono una particolarissima eterogeneità dell’offerta, dove a dominare è certo il registro malinconico senza però tuttavia spingersi sullo smielato o sul lagnoso.
La malinconia di Illinois è infatti una malinconia giocosa, beffarda, come lo star toccando il fondo tenendo però gli occhi fissi sulla luce accecante dell’uscita.
Basti solo guardare la tracklist, la presenza invasiva di tracce di brevissima durata, che comunicano grazie ai loro simpatici quanto logorroici titoli (la seconda traccia del disco, che si risolve in una strumentale di appena due minuti) che spesso altro non sono che brevi intermezzi, o continuazioni delle tracce che le precedono oltre a fornire citazioni più precise sulla storia e sui luoghi dell’Illinois.
Se infatti i richiami precisi al soggetto del concept non manchino, non si pensi tuttavia a Illinois come a un album talmente chiuso da renderlo godibile solo a chi conosce ciò a cui Sufjan fa riferimento.
Se per esempio “Chicago” è una bellissima canzone sulle paure e le ansie del viaggio verso la grande metropoli, essa regge tuttavia per descrivere qualsiasi grande viaggio che si concretizzi in avventura. Parla semplicemente delle emozioni generate da un grande cambiamento di prospettiva, tema che ci tocca tutti in modi e momenti diversi della nostra vita.
Tracciando una linea, potremmo dire quindi che l’Illinois esce fuori quasi come un pretesto, un luogo in cui riunire storie, uno stratagemma retorico che ha lo scopo di farle sembrare più vere e tangibili.
Storie di serial killer da compiangere, di bambini che vanno allo zoo durante un inondazione, di morsi di zanzara evitati che fanno sbocciare amori infantili. Storie che solo Sufjan Stevens sa narrare in maniera così viscerale da farmi desiderare di essere lì.

Tracklist:

1. Concerning the UFO Sighting near Highland, Illinois
2. The Black Hawk War, or, How to Demolish an Entire Civilization and Still Feel Good About Yourself in the Morning, or, We Apologize for the Inconvenience but You’re Going to Have to Leave Now, or, ‘I Have Fought the Big Knives and Will Continue to Fight Them Until They Are Off Our Lands!
3. Come On! Feel the Illinoise!
4. John Wayne Gacy, Jr.
5. Jacksonville
6. A Short Reprise for Mary Todd, Who Went Insane, but for Very Good Reasons
7. Decatur, or, Round of Applause for Your Stepmother!
8. One Last ‘Whoo-Hoo!’ for the Pullman!!
9. Chicago
10. Casimir Pulaski Day
11. To the Workers of the Rock River Valley Region, I Have an Idea Concerning Your Predicament
12. The Man of Metropolis Steals Our Hearts
13. Prairie Fire That Wanders About
14. A Conjunction of Drones Simulating the Way in Which Sufjan Stevens Has an Existential Crisis in the Great Godfrey Maze
15. The Predatory Wasp of the Palisades Is Out to Get Us!
16. They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back from the Dead!! Ahhhh!
17. Let’s Hear That String Part Again, Because I Don’t Think They Heard It All the Way Out in Bushnell
18. In This Temple as in the Hearts of Man for Whom He Saved the Earth
19. The Seer’s Tower
20. The Tallest Man, the Broadest Shoulders
21. Riffs and Variations on a Single Note for Jelly Roll, Earl Hines, Louis Armstrong, Baby Dodds, and the King of Swing, to Name a Few
22. Out of Egypt, into the Great Laugh of Mankind, and I Shake the Dirt from My Sandals as I Run

,

Psicologia del selfie, autoritratti nell’epoca digitale

Viviamo nell’era digitale. Nell’epoca in cui la maggior parte delle volte è più conveniente apparire piuttosto che essere. Nell’epoca della velocità, dove si viene costantemente bombardati da milioni e milioni di informazioni e di immagini: insomma nell’era dei social, degli smartphone, dei selfie. Il famoso selfie, osannato od odiato ma comunque da ognuno di noi scattato almeno una volta nella vita, è diventato parte integrante della quotidianità tanto d’aver guadagnato una voce nei dizionari di lingua italiana. Treccani ad esempio, lo definisce come “Un autoritratto fotografico generalmente fatto con uno smartphone o una webcam e poi condiviso nei siti di relazione sociale”. Ma il selfie è davvero figlio dei social network? In parte sì ed in parte no. Se difatti si pensa al selfie come ad un semplice autoritratto allora ci si può imbattere in esempi molto distanti dal periodo in cui tutti noi viviamo.

E allora torniamo per un attimo indietro nel tempo, precisamente al 1500, ed immaginiamo un giovane uomo tedesco di nome Albrecht Dürer che si autoritrae in quello che sarà poi il celebre “Autoritratto con pelliccia” in posizione frontale, con lo sguardo fisso verso lo spettatore ed i tratti del volto che ricordano quelli di Gesù Cristo. È come se quel giovane volesse comunicare tramite l’immagine la sua essenza, come se volesse far sì che il suo aspetto diventasse il simbolo di quello che in realtà egli è: un essere unico e quindi in parte divino. Ebbene, il desiderio di questo pittore è per certi versi simile a quello di una persona che oggi si scatta un selfie. Desiderio che è stato addirittura studiato da psicologi e definito in taluni casi come una forma di narcisismo, di autocelebrazione. Se infatti per molti un autoscatto è un semplice mezzo per fissare un ricordo o comunque rappresenta una normale fotografia, per altri le cose stanno in maniera diversa: esso diventa uno strumento per assecondare la necessità di ottenere ammirazione da parte degli altri. Tanto è vero che si parla di “Sindrome da Selfie”, riferendosi appunto a quelle persone che hanno sviluppato una vera e propria dipendenza: coloro che sentono il bisogno di fotografarsi in ogni dove e condividere tutto, ma proprio tutto, con i propri amici (virtuali). Cosa c’è però di diverso tra Albrecht Dürer e colui che si fa un selfie nel 2017? Semplice, di diverso c’è che nel 1500 non esisteva Instagram. I social network non avevano ancora fatto la loro apparizione nelle vite di noi esseri umani e questo rendeva l’autoritratto di Dürer meno “invadente” perché non così compulsivamente condiviso come un autoscatto di oggi. Il mondo in cui il pittore viveva e si autoritraeva era un mondo diverso da quello attuale, in cui si comunicava in maniera differente ed in cui un autoritratto appariva come un qualcosa di più “raro”.

Tuttavia definire un selfie solo ed esclusivamente come una forma di narcisismo può sembrare esagerato. È pur vero che nella realtà in cui viviamo, una realtà che spesso può apparire frivola e priva di spazi in cui si possa senza pregiudizio mostrare chi si è, un’immagine di sé può diventare l’unica opportunità per farsi notare dagli altri. Siamo ad ogni modo figli di un’epoca non così tanto buia che ha dei lati positivi tra cui, è ovvio, progresso e tecnologia. Se però il modo principale che una persona ha per farsi dire dall’altro “mi piaci” è oramai quello di scattarsi una foto davanti ad uno specchio e sperare che la “frase-effetto” selezionata con tanta accuratezza per accompagnare l’autoscatto (anche senza alcun apparente legame) ottenga il maggior numero possibile di likes, allora che razza di epoca è la nostra?

Per carità, autocelebrarsi una volta ogni tanto non può che essere un toccasana per la propria autostima e di nuovo, per carità, nessuno dice che il nostro modo di comunicare è sbagliato. Il selfie fa indubbiamente e definitivamente parte del linguaggio del Web (cioè del nostro linguaggio) ma dovrebbe avere lo scopo di raccontare chi si è, invece spesso lo si usa per falsare se stessi o la propria vita. Ed è già tutto così falso. La società di Internet, nonostante sia senz’altro la società del progresso, ha bisogno di riscoprire un po’ di verità e di sincerità. Ognuno di noi ha bisogno di trovare altre maniere per rappresentarsi ed autocelebrarsi, andando oltre l’immagine e l’apparire, perché ognuno di noi ha almeno un motivo per sentirsi unico e divino come Albrecht Dürer. Abbiamo l’obbligo di riscoprire chi realmente siamo, senza bisogno di un selfie che ce lo dica. Senza bisogno di cercare affannosamente il consenso degli altri, senza l’approvazione di nessuno ma solo la propria. Lo dobbiamo a noi stessi: per dimostrare che non siamo soltanto l’epoca del virtuale o la generazione dell’apparire. Noi siamo una generazione che sa ancora cosa sia la sincerità, noi siamo una generazione che sa anche essere.

 

-Serena Di Luccio.

,

LIBRI NASCOSTI: Nietzsche contro Nietzsche, il nichilismo europeo

Perché un’opera minore di un autore viene detta “minore”? Perché, ovviamente, ci sono le opere “maggiori”, che sono considerate quelle più importanti. Ma cosa significa “maggiore” e “minore”? Di certo non “più” o “meno importante rispetto alle altre”. Infatti tutte le opere di un autore sono ugualmente importanti, poiché tutte concorrono, come tessere di un mosaico, alla composizione della sua immagine, valida per la comprensione solo e soltanto nella sua interezza.
Ciò è particolarmente importante per un autore come Nietzsche, che non sarebbe per niente comprensibile nella sua complessità se non si prendessero in considerazione tutte le sue opere. Infatti cosa sarebbe lo Zarathustra senza gli Scritti Giovanili? E la Gaia Scienza senza i Frammenti Postumi?
Inoltre la conoscenza delle opere minori offre la possibilità di conoscere lati poco noti di un autore e di attraversare i pregiudizi che si hanno su certe personalità della cultura e della storia (i quali spesso derivano dall’istruzione di seconda mano delle scuole primaria e secondaria). Parlando sempre di Nietzsche, oltre all’annunciatore della Gaia Scienza e al profeta dello Zarathustra esiste un altro Nietzsche ed è quello del Nichilismo Europeo, detto anche Taccuino di Lenzerheide.
In breve la storia di questo libello. Negli anni sessanta, nel loro titanico tentativo di rivalutazione del pensiero del filosofo di Roecken, Colli e Montinari analizzarono qualunque cosa uscì dalla sua penna. Durante l’analisi di scritti di minima importanza, abbozzi di lettere e conti, i due studiosi trovarono paragrafi di un qualcosa che, secondo loro, poteva rivelarsi grande. Misero insieme quei frammenti e il risultato fu una piccola opera intitolata il Nichilismo Europeo, detta “taccuino” per via delle dimensioni, che, secondo l’intestazione, fu scritta nella località svizzera di Lenzerheide nell’estate del 1887. Il titolo è dello stesso Nietzsche, anche se si potrebbe pensare che fu ideato dal filosofo e dal germanista italiani in onore dell’opera quasi omonima di Heidegger. Non è assolutamente così. In realtà si tratta soltanto di una straordinaria coincidenza.
Cosa c’è in questo libello? Il contenuto di questo “testo fondamentale”, come lo definì Montinari stesso, è la sintesi perfetta del pensiero maturo di Nietzsche. Sembrerebbe quasi che il filosofo avesse voluto ideare una sorta di guida al suo pensiero per coloro, i tanti, che non lo comprendevano. I frammenti riuniti descrivono una sorta di percorso esistenziale dell’individuo europeo ai tempi del pensatore, che inizia con la scoperta della Morte di Dio e si conclude con l’ipotesi dell’Oltreuomo, in un tentativo di superare il nichilismo, grave problema dell’Europa di quei e di questi tempi.
E qual è il Nietzsche che emerge dalle pagine di questi libello? È già stato detto prima che non è un annunciatore di nuove verità o un profeta di ascendenza religiosa. È in realtà un uomo tormentato da qualcosa che neanche lui stesso riesce a definire e che sta combattendo contro il suo peggior nemico, se stesso. Per capire meglio gli intenti di Nietzsche, bisogna considerare il periodo in cui il filosofo ha scritto il Nichilismo Europeo. Era ormai l’’87, il Crollo di Torino era vicino (forse lui già lo presentiva) e questa era l’ultima occasione che il pensatore aveva di farsi capire e di capirsi prima che l’abisso gli gettasse dentro uno sguardo definitivo.

-Lorenzo Sgro.

,

DISCMAN 2.0 – #3 Ho tanta voglia di infinite prugne del Pam

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)

 

Dal Brasile a Milano, passando per la Via di Gioia fino ad arrivare a Roma: sembra un pezzo di Jovanotti, invece è solamente quello che due settimane fa è successo al Monk.
Un concerto pazzesco, un connubio perfetto tra i Selton e gli Eugenio in Via di Gioia.
Se dovessi collocarli in una categoria, direi che loro fanno parte dei fuorisede della musica alternative italiana, espressione che d’altronde manda in subbuglio le ragazzine in preda a esplosioni ormonali.
C’è chi attraversa in lungo l’Italia per studiare Design a Torino e chi attraversa una discreta pozza d’acqua, anche chiamata Oceano, per cercare il paradiso in una città in cui di paradiso ci sono solo le merendine Kinder… Ecco, capite bene che i fuorisede per eccellenza sono loro e non una Caterina (io) che viene dal profondo sud con millemila valigie da 50kg!
Ora, la domanda è: perché  hanno suonato la stessa sera, nello stesso posto, a dieci minuti di distanza l’uno dall’altro? Perché entrambi i gruppi sono formati da 4 persone? Perché vengono dal “Norde” entrambi? Penso non lo saprò mai e, anche se in  questo momento mi sento una liceale che parafrasa la Divina Commedia, son sicura che è stato un puro caso!
Allegorie a parte, sono rimasta estasiata ancora una volta dai concerti di queste due boy baaands che già da tempo avevano conquistato un posto nel mio cuorecinico, insieme a Noci, al Brasile, all’estate, alla “bossa”, alle prugne e a tante altre cose che non sto qui ad elencarvi.
Sarebbe perciò “gajardo” (ho imparato un nuovo termine romano e mi sembrava giusto metterlo in mezzo) se dopo aver letto il mio articolo gajardo, apriste loro le porte del vostro cuore gajardo.

Per descrivere gli Eugenio in Via di Gioia, “pazzi” è l’unico aggettivo che mi viene in mente. Pazzi o geniali, anzi: pazzi e geniali… Quindi sono due gli aggettivi che mi vengono in mente se penso a loro (che per pigrizia chiamerò Eugenio e basta perché, ragazzi, ma che nome chilometrico vi siete scelti?!). Che Eugenio è un giovane illuminato, si sapeva già; per appurare invece che anche tutti gli altri componenti sono illuminati, vi basta sentirli suonare dal vivo: con un batterista che si trasforma in un cane, un bassista/nomedelprimoalbum che si crede una rockstar e un tastierista che dal reparto bio Valsoia di un supermercato ci catapulta tra gli animali dell’Africa, ditemi voi se non sono illuminati!
La cosa più bella però (ovviamente dopo il barrito dell’elefante) è che durante I concerti, questa loro illuminazione la trasmettono anche al pubblico… sempre a risparmio energetico, s’intende: è un clima di amicizia generale, che anche se fuori da quella stanza vorresti prendere a schiaffi la tizia con la pelliccia fucsia, durante il concerto, entri nel loro mondo stravagante fatto di cubi di Rubik, gente con sette camicie e cani su Facebook… e tutti ti sembrano più simpatici.

Dall’altra parte, invece, e dico proprio così perché è dall’altra parte della sala che hanno suonato, i romantici Selton.
Sì, perché i Selton sono uno di quei gruppi che farebbero nascere il dotto lacrimale anche a una pietra! Non so se avete presente il genere, e se non ce l’avete presente, ascoltate Stella rossa, tra le altre. Stella rossa è uno di quei pezzi che ti toglie le forze: se l’ascolti passeggiando per strada e casualmente incroci lo sguardo di un individuo del sesso opposto, beh, penserai sia un colpo di fulmine e che lui sia la tua stella rossa… mentre lui, invece, starà pensando di chiamare l’ospedale per un T.S.O. immediato.
Amore a parte, i Selton sono patchwork: dai ritmi brasiliani che farebbero sculettare anche mio nonno, al “romanticismo esaggeraaato” come direbbero a Napulè, fino alla Banana à Milanesa, album di cover di Enzo Jannacci per cercare di riconoscersi in una grigia ma paradisiaca Milano.

Nonostante con le loro canzoni cerchino di convincerti che Milano sia un paradiso e che nel 2050 diventeremo tutti vegani, vi consiglio vivamente di ascoltarli, meglio se dal vivo.
E sarete più felici e spensierati.
E mi ringrazierete. 

 

 

-Caterina Calicchio.

,

DISCMAN 2.0 – #2 Galeffi vince la partita del cuore

(tutti i CD che volete , a portata di orecchie.)

Vi è mai capitato di voler bene a una persona senza neanche conoscerla?
È difficile da spiegare, è una specie di saudade ma in senso positivo, è il sincero voler bene a una persona che riesce a dire le cose che tu pensi ma in maniera migliore di come l’avresti fatto tu.
Ecco, a me è successo con Galeffi, esattamente quella persona che tutti vorrebbero come amico… o perlomeno io.
A primo ascolto potrebbe sembrarvi l’ultimo Edroado di turno ma vi assicuro che non è così: Galeffi è il cantante delle piccole cose.
Piccole come il caffè la mattina, come un libro di poesie, come una partita di calcio. Tutto questo è Scudetto, album d’esordio pubblicato con Maciste Dischi il 24 novembre scorso.
Dunque, non so ancora bene come (in realtà lo so ma di solito si dice così quando succede qualcosa di molto bello e che non ti aspetti,no?) ho avuto il piacere di scoprire cosa Scudetto significasse per lui, cosa ci fosse dietro una semplice tazza di té, cosa nascondesse dietro gli occhialetti da Harry Potter e sotto quel cappellino marrone.
Ok ho finito con il sentimentalismo, vi lascio all’intervista (anche perché con le parole, lui è molto più bravo di me) con la speranza che sia sempre innamorato di qualsiasi cosa e che non finisca mai di fare musica.
Chili d’amore per tutti.
Buona lettura

Chi è Galeffi? E quando lo sei diventato?

Galeffi è Marco, un ragazzo di 26 anni innamorato delle cose belle e dell’amore. Da un anno mi sono buttato in questo percorso iniziando a scrivere pezzi in italiano e adesso non vedo l’ora di continuare a fare belle canzoni.

Cosa dai alla musica? E cosa la musica ti dà?

Alla musica posso donare la mia passione e il mio rispetto, nient’altro. La musica invece mi accompagna da sempre, nelle giornate tristi e in quelle felici. È un’amica vera, che non tradisce mai

In “Tazza di tè”  parli di capire cosa vuoi diventare. Ecco, volevo sapere se adesso l’hai capito.

È una domanda che tutti ci poniamo più o meno sempre. Guardando i nostri genitori magari, prendiamo spunto su cosa vogliamo essere da grandi. Io qualche idea ce l’ho, ma è tutto sempre in evoluzione. Per fortuna niente va come ti immagini.

Come nasce Scudetto?

Scudetto nasce dalla voglia di sfogare del romanticismo nelle canzoni, senza pensare di farci un disco ma solo di dedicarle. Avevo messo in stand by la musica per dedicarmi al giornalismo e al lavoro in una pizzeria, però poi c’era troppa voglia di rimettermi in gioco dopo qualche band fallimentare. E meno male che è andata così, senza pensarci troppo.

Quanto Marco c’è nei tuoi pezzi?

Direi abbastanza, non al 100% perché  il processo di scrittura è  un’indagine infinita, una ricerca, uno scoprirsi poco a poco. Un venire incontro a se stessi, è accettarsi. Però c’è  molto Marco: c’è  Kerouac, c’è Pessoa, c’è Monet, c’è Totti, c’è il caffè, c’è il tè, c’è Harry Potter…tante piccole cose a cui sono affezionato.

Cosa dobbiamo aspettarci da te?

Canzoni da cantare a squarciagola e tornare un po’ bambini.

 

Io, non vedo l’ora.

Galeffi Gol 7 web_preview

 

-Caterina Calicchio.