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Disturbi – Teatro Ivelise

Buio, poi una tenue luce rossa che inquadra una sagoma femminile giacente a terra e nell’angolo un’altra figura attende composta il suo turno. Sullo sfondo invece uno schermo sul quale viene proiettato un caleidoscopio di immagini e suoni discordanti, interrotti da una voce femminile: glaciale, pungente, sibillina. Nel segno di questo schema triadico ci si immerge nella realtà di Disturbi, diretto da Olivia Balzar e tratto dal romanzo Disturbi di personalità dell’autrice pugliese, romana di adozione, Ilaria Palomba, a cui abbiamo avuto il piacere di assistere al Teatro Ivelise domenica 10 novembre (terza giornata di replica e pure di sold out!).

Perseguitata da paure e incertezze, la protagonista (interpretata brillantemente da Luisa Paradiso) s’imbatte in due amori fugaci, (Giacomo di Biasio e Davide Cherubini), immersa in una spasmodica ricerca di equilibrio che si sublima nella passione e nella tensione erotica. L’antidoto e il veleno, lo zenit e il nadir; due sagome imperfette, perciò complementari l’un l’altra, ma entrambe incapaci di donare la serenità e la completezza di cui la protagonista sente necessità e che saprà infine raggiungere altroveIl tutto si svolge sotto gli occhi vigili e onnipresenti dell‘Oracolo (di cui veste i panni Joe de Filippi), un omaggio allo spirito ellenico e alla tradizione delfica; resta immobile sul suo trono ma interviene contrastando le tre ombre, figure vestite di nero allegoria della coscienza individuale, una coscienza corrotta, violata dai meccanismi di una società che umilia e mortifica l’essere umano.

Alla protagonista si accompagna una voce interiore, impalpabile e immaginaria, il suo disturbo. Sin da subito la donna mostra i chiari sintomi di un disturbo borderline: autolesionismo, abuso di farmaci, tentativi di suicidio e rabbia improvvisa, questo spiega anche la sua difficoltà di stabilire un rapporto duraturo nel tempo, probabilmente dovuta a quel trauma infantile che sin dall’inizio viene narrato.

Evocato solo nella mente e mai presente in scena è il “ragazzo delle altalene”, figura cardine del tortuoso sentiero che ha condotto la protagonista verso una singolare e cangiante follia, a volte dissimulata, altre fin troppo ostentata, la cui violenza inflitta nella prima adolescenza innesca un pericoloso meccanismo di dominazione e subordinazione, ostinato e tenace tentativo di riassumere il controllo del proprio corpo, violato nella carne e nella psiche.

Questa rappresentazione in un unico atto riesce ad emozionare e allo stesso tempo offrire validi spunti di riflessione. Un plauso va alla regia per la scelta brillante dei temi che hanno accompagnato l’intera esecuzione, tra tutti “The End” (superlativo brano dei Doors), le cui sonorità psichedeliche e ridondanti fanno da cornice all’atmosfera sospesa, onirica, all’interno della quale prende vita l’intreccio dei personaggi coinvolti. I disturbi mentali continuano ad essere minimizzati nella società odierna e non vi è informazione adeguata; la storia rappresentata è solamente una delle tante, questo spettacolo è riuscito a dar voce non solo ad una ragazza, ma a tutte le persone che soffrono e cercano disperatamente una via di fuga.

Disturbi nasce dall’esigenza intima di mettere a nudo gli archetipi di una società che spesso si rivela pessima nutrice ed eccellente carnefice, dalla quale ci è concessa la fuga ma non la piena assoluzione, che blandisce l’apologia, ma nega il perdono e pertanto galvanizza e appesantisce le sue vittime più fragili che invece vorrebbero librarsi in alto, in virtù di una lucida, anzi luminosa, follia.

 

-Giada Gambula ed Eduardo Manuale

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EICMA: “sfrecciando” fra i padiglioni

L’EICMA (Esposizione Internazionale Ciclo Motociclo e Accessori), meglio nota come Milan Motorcycle Show, è la più importante rassegna espositiva mondiale per le due ruote a motore. Si svolge ogni anno a Milano e quest’anno compie i 77 anni dalla prima edizione che ci fu nei primi anni del XX secolo. Il luogo della manifestazione è cambiato nel tempo: nel 1925 nel Palazzo della Permanente (noto centro culturale di Milano) fino a cambiare allestimento per la 21esima edizione (a causa della seconda guerra Mondiale) trasferendosi negli ampi spazi del Palazzo dell’Arte; infine dal 2000 si trasferisce nel mastodontico spazio di Rho-Fiera, poco fuori città. E’ proprio lì che siamo andati il 10 novembre (aperto al pubblico dal 7), in questo spazio che al primo sguardo ci appare enorme con ben otto padiglioni. 43 paesi rappresentati, 1887 brand presenti, modelli nuovi e non; entrando si percepisce l’importanza che quest’evento ha a livello mondiale. Incontriamo molti stranieri, famiglie e coppie, tutti giunti per osservare questi gioielli. Ducati, BMW, Moto Guzzi, Triumph e le imperdibili Harley Davidson sono solo alcune delle tantissime marche di moto lì presenti, tra cui molte eccellenze italiane che ci rendono noti in tutto il mondo. Bambini e adulti, per l’esattezza 800 mila visitatori, un concentrato di passione per il design, per l’adrenalina e per il motoveicolo. Un’offerta espositiva a tutto tondo, che quest’anno si è ampliata per la prima volta anche ai più piccoli con il progetto EICMA FOR KIDS, iniziativa che ha regalato a più di mille bambini l’emozione di provare gratuitamente moto e bici e apprendere i primi rudimenti della sicurezza stradale. Il Presidente dell’EICMA Andrea dell’Orto ha elogiato e ringraziato “tutti gli espositori e l’industria delle due ruote” rendendo l’effetto Moto-rivoluzionario (nonché tema di questa edizione) conclamato e di grande successo. Passeggiando fra i padiglioni ci colpisce la forte presenza di modelli elettrici; moto e motorini creati appositamente in linea con la nuova politica green che si sta cercando di adottare ultimamente. Questi modelli ci appaiono giovanili, leggeri, ma allo stesso tempo notevolmente studiati e sicuri. Del resto la tutela dell’ambiente è uno dei temi più attuali e lo stesso Premier Conte si è detto pronto a chiedere al mondo industriale e produttivo un green new deal. Nel testo della Legge di Bilancio 2020 sono stati previsti nuovi fondi di finanziamento statale e territoriale volti alla realizzazione di investimenti privati sostenibili. Anche il decreto clima e ambiente, che ha ottenuto il via libera del Consiglio dei Ministri ed è stato fortemente voluto dal Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, prevede misure urgenti in materia di tutela della salubrità dell’aria, delle acque e delle aree metropolitane più colpite dall’inquinamento. Ho sicuramente apprezzato, in questa edizione dell’Eicma, la presenza e l’attenzione per questi nuovi modelli non inquinanti, significato di una maggiore sensibilità nei confronti dell’argomento. Proseguendo fra i padiglioni notiamo un grande spiazzo transennato e, al forte suono di una moto che sfreccia, comprendiamo subito che quello spazio è il noto Motolive. Quest’area è presente in ogni fiera motociclistica ed è dedicata a gare titolate, show acrobatici e momenti adrenalinici dove si possono osservare veri e propri esperti del mestiere che, con i loro spettacoli,  donano momenti di suspense. Tutto avviene con la massima competenza e sicurezza che questi atleti hanno acquisito negli anni. Concludendo la nostra giornata, arriviamo nell’ultimo padiglione in cui troviamo numerosi mercatini d’abbigliamento vintage a tema motociclistico: giacche di pelle, giacche da gara, caschi colorati di ogni genere, toppe, stivali e magliette delle più note marche di moto. Tutti interessati e incuriositi da quei capi che, anche se con un occhio da principiante, risultano trasgressivi e perfettamente indossabili anche se si guida una semplice e meno complicata bicicletta. Troviamo anche pezzi di ricambio, specchietti di ogni tipo e forma e tutti sono lì per curare la bellezza della propria moto; è ammirevole notare fra le persone quanta cura e attenzione c’è nel comprare pezzi di ricambio o semplicemente di ornamento per la moto, esattamente come se fosse una persona di cui prendersi cura. La giornata si conclude e torniamo a casa con la sensazione di aver vissuto in un mondo a parte, sognato di sfrecciare attraverso strade di montagna, attraversato strade desertiche o semplicemente di aver corso in sella accanto ad un pilota di MotoGP. E’ proprio questo che rende affascinante questo mondo: anche senza una conoscenza tecnica di modelli, cavalli o marmitte, caderne innamorati è facilissimo, l’idea di poter affrontare lunghi viaggi in sella e con il vento che ti accarezza il viso è a dir poco sublime. L’EICMA ci ha sicuramente rinfrescato la fantasia e l’immaginazione di poter correre via dalla nostra realtà quotidiana.

-Maria Chiara Petrassi

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MedFilm Festival: un mare fra Spagna e Palestina

Venerdì 8 novembre si è aperta a Roma la 25° edizione del MedFilm Festival, rassegna cinematografica che, prendendo le parole degli stessi organizzatori, vuole essere “un richiamo alla cultura del bello, del giusto, dell’equo, del reciproco, del diverso, dell’accolto”. Attraverso un vasto e variegato programma (diviso in numerose sezioni, fra corti e lungometraggi) il desiderio di chi lo ha promosso è quello di rappresentare storie, ambientazioni, sensazioni e immaginari universalmente mediterranei, ossia frutto di produzioni provenienti da ogni sponda del nostro Mare Interno.

“Il mare non lo scopriamo da soli e non lo guardiamo solo con i nostri occhi” scrisse il grande storico croato Pedrag Matvejevic nel suo “Breviario mediterraneo”. Tutte le civiltà nate e sviluppate sulle rive del Mediterraneo hanno osservato il loro mare anche e soprattutto per mezzo delle immagini e delle narrazioni che gli altri produssero. Noi oggi non siamo da meno. Ogni costa e ogni popolo parla al mare a modo suo. Ogni cinepresa registra un Mediterraneo differente, poiché questo mare “chiuso” può essere ammirato da angolazioni che regalano ambientazioni, culture, ragioni, colori e sensazioni sempre differenti. Dalle sponde nordafricane a quelle europee, dalle coste iberiche a quelle mediorientali, dalla Francia continentale alle terre di Israele, dall’intimo mar Adriatico al teso bacino orientale, da Gibilterra al Bosforo: non si assiste ad un unico Mediterraneo, ma a tanti quanti se ne possono vedere e narrare. “Non un unico paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre” per citare un altro grande storico, Fernand Braudel.

Testimoniare la coesistenza di eterogenee esperienze mediterranee: questo è l’obiettivo del MedFilm Festival. Esperienze che oggi risultano politicamente fondamentali per poter affrontare coscientemente la crisi umanitaria e geopolitica che vede accomunate le due sponde, quella Nord e quella Sud. La sfida che intende portare avanti questa rassegna cinematografica, e che noi accogliamo con entusiasmo, è quella di proiettare un mare che sia di tutti, affinché nessuno possa dire che sia “nostrum”, di rappresentare questo “continente liquido” come un laboratorio di integrazione e coesione sociale e culturale. Una meta nient’affatto scontata alla luce dei nostri giorni, ma, ancor più per questo, un traguardo che l’Europa deve raggiungere insieme alle altre realtà politiche mediterranee.

Qualche altra parole merita l’immagine che compone la locandina ufficiale del festival, una perfetta sintesi spirituale e materiale del Mediterraneo. Una profonda distesa liquida dalla quale affiora energicamente una montagna candida, sulla quale sorge il volto di una città mediterranea che indirizza lo sguardo al proprio orizzonte, il mare, e che si compone dei diversi stili architettonici caratteristici del Mediterraneo. Perché la storia del Mediterraneo è la storia delle sue città, della sua tradizione urbana ineguagliata a livello globale: e proprio le città sono alcuni fra i protagonisti delle pellicole selezionate.

                                                                                  

It Must Be Heaven

Ho avuto l’onore di assistere all’apertura del festival e alla proiezione del primo film fuori concorso. “It Must Be Heaven”, scritto, diretto ed interpretato da Elia Suleiman, è l’epopea silenziosa e surreale di un palestinese che lascia la propria terra per dirigersi prima a Parigi e poi a New York, per rispondere ad una domanda: quando un luogo si può definire casa? Il nucleo della ricerca è inevitabilmente intorno al concetto di identità, ed emerge chiaramente come questa sia il prodotto complessivo sia di come ciascuno di noi si narra e si vede, sia di come gli altri ci narrano e ci vedono.

La recitazione di Suleiman è particolare, apparentemente passiva, il suo corpo è perennemente al centro dell’attenzione ma ci priva in maniera assoluta della sua voce. La volontà dell’autore è di immergerci in una realtà quotidiana, dai toni sfumati, di un pellegrino che riflette sulla propria provenienza, e per farlo decide di impacchettare una serie di sketch originali e mirati, ma che piuttosto raramente producono profondi sorrisi e risate. Non per questo il film non funziona, anzi riesce a dirigersi bene verso un finale gioioso, liberatorio, che celebra spensieratamente un orgoglio, quello palestinese.

La Virgen de Agosto

Il secondo film che ho avuto modo di visionare è una produzione spagnola (presentato come “August Virgin”), diretto da Jonàs Trueba, il quale, a quattro mani con l’attrice protagonista, ha scritto una storia estiva totalmente madrilena. In questa delicatissima pellicola lo spettatore è gettato in una Madrid torrida, per raccontare i 15 giorni agostani di una giovane donna (Eva) che, quasi come atto di fede, decide di rimanere nella sua città nei giorni in cui questa tende a svuotarsi ed affrontare alcune problematiche esistenziali che non ci vengono presentate, ma che si rivelano umanamente intuibili allo spettatore, il quale entra facilmente in empatia con la donna.

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Madrid è, al pari dei personaggi che nel corso dei giorni si affiancheranno ad Eva, una protagonista indiscussa, un ambiente vivo più che un semplice contorno offerto alle azioni dei vari personaggi. Eva decide di esplorare in lungo e in largo una città che già conosce per sperimentare un nuovo comportamento, per aggirarsi in cerca di qualcosa che le è sfuggito, per ottenere un nuovo sguardo, nuove immagini e categorie mentali con cui sciogliere i suoi dilemmi, per poi tracciare una nuova via da percorrere in quel settembre che sancisce la fine dell’estate e ci obbliga a trovare delle risposte. “La Virgen de Agosto” è un racconto intimo, a tratti mistico, ma che non perde mai il proprio realismo in quanto narra uno dei tanti momenti della nostra vita in cui lo scorrere del tempo ci sembra rallentare per darci la possibilità di porci le giuste domande e darci le (si spera) giuste risposte, giungendo magari a donarci una rivelazione inaspettata e proprio per questo tanto preziosa.

-Alessandro Berti

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Gran Premio d’Italia 2019

Dopo nove anni finalmente la Rossa torna a vincere in casa propria a Monza: davanti all’inferno rosso del Monza Eni Circuit i risultati sono due e sono contrastanti: l’uscita di pista e il pericoloso rientro della rossa di Sebastian Vettel, con conseguente penalità stop-and-go di 10 secondi, e la meravigliosa vittoria del giovane Charles Leclerc che finalmente può godersi la vittoria, la seconda strabiliante vittoria in carriera che interrompe i nove anni di sconfitta Ferrari nel circuito italiano. Ma la vittoria non è stata per niente semplice: sin dal primo giro le Mercedes sono state addosso a Charles che, stavolta senza alcun aiuto dal compagno di scuderia, si è dovuto difendere con qualsiasi mezzo disponibile prendendo anche una bandiera bianco-nera. È stata una gara da tachicardia sino all’ultimo secondo per i tifosi della scuderia di Maranello, fino alla fuga da Bottas negli ultimi istanti dove la strategia soft-hard si è rivelata quella vincente. Il pilota monegasco ha vinto a Spa e ora vince a Monza, continuando a battere i record: se a Spa era divenuto il pilota più giovane a conquistare un gran premio con la rossa di Maranello, ora è diventato il “predestinato” che ha riportato la Ferrari sul gradino più alto del podio di casa dopo Fernando Alonso nel 2010; Leclerc fa inoltre un back to back Spa-Monza che ha come precedente Michael Schumacher nel 1996, compiendo un’impresa da gigante che lo affianca a Nigel Mansell, Damon Hill, Mika Hakkinen e Lewis Hamilton i quali vinsero a loro volta i primi due gran premi con un back to back. Gara non totalmente da buttare per Verstappen che, nonostante il contatto in partenza e il pit stop assolutamente necessario, riesce comunque ad arrivare ottavo e a guadagnare qualche punto e lo stesso avviene per il nuovo compagno di scuderia Alexander Albon, arrivato sesto. Super gara anche da parte delle Renault di Ricciardo e Hulkenberg, arrivati rispettivamente quarto e quinto, mentre per l’ex ferrarista Kimi Raikkonen questo weekend non è stato il massimo: va due volte a muro in due giorni nello stesso punto. E se Giovinazzi oggi ha portato in alto l’orgoglio italiano arrivando ottavo e diventando il primo pilota italiano a fare punti sul tracciato italiano a 13 anni di distanza da Jarno Trulli, oggi non si può proprio dire lo stesso di Vettel, che al sesto giro esce di pista e si gira, ma la cosa grave non è quella: nel rientrare frettolosamente in pista ha avuto un contatto con Lance Stroll che, a sua volta, è uscito di pista e nel rientrare ha costretto ad andare fuori anche la Toro Rosso di Pierre Gasly. Nonostante tutto, chi doveva essere penalizzato è stato penalizzato e chi doveva essere premiato lo è stato, in special modo Leclerc: reduce della vittoria non festeggiata a Spa, finalmente a Monza ha potuto scatenare tutte le sue emozioni e sfoggiare il trofeo di fronte alla marea rossa di tifosi, con l’inno monegasco e l’inno di Mameli nelle orecchie e nel cuore.

 

-Claudia Crescenzi

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Le streghe del Conte bis

Rigetta l’apatia e lo status quo.

Fallo quotidianamente.

Non partecipare e basta. Fatti avanti. Sii un’autorità, comunica avendo fiducia in te stessa, con razionalità. Rispondi alle domande con risposte, non con altre domande e pretendi che anche gli altri facciano altrettanto.

Fatti comprendere e comprendi. Senza tregua, rifiuta sempre la strada più comoda. Ascolta e sostieni le culture diverse e cerca di trasformare ogni spazio in un luogo inclusivo. Impara dai tuoi avversari e mantieni la mente aperta.

Rispetta il passato, cambia il futuro.

Questo è un estratto dell’Emily’s List,organizzazione americana che si occupa della formazione delle donne per la politica e le cariche pubbliche, perché anche le donne sono in grado e devono far sentire la propria voce rivestendo alti incarichi.

Nel governo Conte bis le ministre non sono poche. Fino ad ora, però, hanno fatto parlare di sé solo tramite gossip e insulti sessisti che ne infangano la storia, i curricula e le idee. Vediamole oggi per come vorrebbero e, soprattutto, dovrebbero essere conosciute: come persone in grado di occupare ruoli di potere. Su 21 ministri il governo Conte bis presenta sette ministre, di cui tre senza portafoglio. Partiamo proprio da loro.

Paola Pisano, classe ‘77 appartenente al Movimento 5 Stelle, è la ministra dell’Innovazione tecnologica e della digitalizzazione. Nel 2019 ha rifiutato il ruolo di capolista alle elezioni europee per il Movimento Cinque Stelle per continuare a svolgere il suo lavoro: professoressa ordinaria per l’Università degli Studi di Torino e assessore all’Innovazione del Comune di Torino. Oggi, dopo essere stata nominata donna più influente nel digitale italiano, dopo un lungo testa a testa con Samantha Cristoforetti, scherza sul suo incarico con vignette: la voglia di fare e di non fermarsi, insieme all’autoironia, sembrano prerogativa della neoministra.

Sebbene a differenza di altre ministre che vedremo in seguito non si sia trovata al centro della gogna mediatica, si è parlato molto anche del suo abbigliamento.

«Si è presentata al giuramento del nuovo Governo Conte senza indossare il classico tailleur nero che per le donne sarebbe quasi di ordinanza. » hanno scritto alcune testate online «Fiera e consapevole di dover rappresentare un elemento di differenza e progresso all’interno della neonata compagine di governo, la Pisano ha giurato indossando una camicia bianca e un paio di pantaloni palazzo con motivi geometrici in bianco e nero. » In fondo il progresso di una nazione intera inizia da ciò che si sceglie di tirare fuori dall’armadio in uno dei giorni più importanti della propria vita, mica dal curriculum con cui si rivestirà tale incarico.

Un’altra ministra pentastellata è Fabiana Dadone, alla quale è stato affidato il dicastero della Pubblica Amministrazione. Piemontese  e trentacinquenne, entra nelle file del Movimento Cinque Stelle di Cuneo fin dagli albori, facendo parlare di sé fin dal 2012. Laureata in Giurisprudenza, porta avanti da tempo la lotta per le pari opportunità e, da circa un anno, è referente della piattaforma Rousseau. Entrata a far parte della Camera dei Deputati a neanche trenta anni, è una dei probi viri del Movimento Cinque Stelle il quale ha scelto di raccontare la sua esperienza di  vita politica nel libro Oltre lo tsunami di Ergys Haxhiu. Idolatria gratuita o un esempio  lampante della politica successiva al 2010? Ai posteri l’ardua sentenza.

L’ultima ministra senza portafoglio è quella che maggiormente ha segnato una cesura rispetto al governo precedente: Elena Bonetti prende il posto di Lorenzo Fontana prima e di Alessandra Locatelli poi nel dipartimento delle politiche della famiglia, alla quale, però, stavolta è affidata anche la delega per le pari opportunità, ambito che risultava del tutto sconosciuto nel governo gialloverde.

Elena Bonetti è lombarda ed è la prima ministra del Partito Democratico che incontriamo in questo elenco. È nata nel 1974 e si è laureata in Matematica all’Università degli Studi di Pavia dove ha conseguito il dottorato, è divenuta assistente prima e professoressa associata poi. Vicina all’area cattolica, si distingue nel PD soprattutto con l’arrivo di Matteo Renzi, entrando a far parte della seconda segreteria unitaria diventando responsabile dei giovani e della formazione.

Sostiene l’istituzione di un salario minimo garantito e di agevolazioni fiscali per famiglia con figli, appoggia l’idea di incentivi per il diritto allo studio e quella del servizio civile obbligatorio per un mese. Vorrebbe ridurre l’emigrazione dei giovani italiani e, al tempo stesso, sostiene lo Ius Soli e l’idea di una accoglienza sana e diffusa per quanto riguarda le dinamiche relative all’ambito dell’immigrazione. È stata una dei responsabili dell’AGESCI, l’associazione a cui fanno capo le guide e gli scout cattolici. Una cristiana cattolica tutta chiesa e paraocchia? Assolutamente no. La sua investitura al ministero della famiglia, già demonizzata da Simone Pillon come “un favore alla lobby gay”, speriamo, come già abbiamo avuto modo di scoprire in passato,si riveli tutt’altro che antiquata e bigotta. Risale al 2014, infatti, la Carta del Coraggio, lettera che la Bonetti scrisse a quattro mani con Don Andrea Gallo per richiedere allo Stato di riconoscere le unioni gay e alla Chiesa di aprire gli occhi e rivedere le posizioni sugli omosessuali, ma anche sui divorziati. Molto attiva sui social, non ha mancato di rispondere alle critiche avanzate alla collega Teresa Bellanova. «È più forte di ogni meschinità e bassezza. Noi siamo con lei. » afferma, infatti, sotto ad un selfie scattato insieme. Contemporaneamente, però, non dimentica di rispondere alle critiche lanciate proprio contro di lei da Aldo Cazzullo, ben presto cancellate dalla testata online in cui erano comparse, Libero Quotidiano, a proposito di un presunto piercing sulla lingua.

Continuiamo la carrellata di ministre, più o meno attaccate da politici e giornalisti di calibro più o meno elevato, a seconda delle circostanze e dei giudizi e dei pregiudizi lanciati.

Luciana Lamorgese, nuova ministra dell’interno che ha fatto parlare di sé specialmente per non essere parte viva e attiva del ciclone dei social media, nonché per non essersi trovata a ballare, magari in bikini, al Papeete Beach, provando ad inseguire la fama del suo predecessore. Nata a Potenza nel 1953, laureata in Giurisprudenza, avvocata e prefetta. È la terza donna a ricoprire la carica di ministra dell’Interno in Italia dopo Rosa Russo Iervolino nel primo governo D’Alema fra il 1998 e il 1999 e Annamaria Cancellieri in quello Monti fra il 2011 e il 2013. È l’unico membro del governo non appartenente ad alcun partito politico e a non aver mai preso parte attiva alla vita politica del nostro Paese. Durante il mandato in prefettura a Milano, voluto da Marco Minniti, ha organizzato 127 sgomberi soprattutto di immigrati e tossicodipendenti e, nel periodo in cui ricopriva il suo incarico, nell’area interessata si è registrato un calo dei reati tanto da guadagnarsi una targa di ringraziamento da parte del suo predecessore Matteo Salvini.

Nel corso del biennio 2015- 2017 si è occupata di gestire il piano dei comuni che ospitano richiedenti asilo e di prendere parte attiva alla realizzazione dei primi hotspot di accoglienza ai rifugiati.

«Bisogna accogliere nelle regole» è il modus operandi della ministra che sembra essere dotata di una forte capacità di giudizio salomonica: non dobbiamo, pertanto, fare altro che dare fiducia a lei e al presidente Sergio Mattarella che l’ha voluta fortemente nel nuovo governo.

Ministro del lavoro e delle politiche sociali è, invece, Nunzia Catalfo. Classe 1967, diplomata al liceo scientifico e specializzata come orientatore e selezionatore del personale, progettista e tutor di percorsi e- learning e stenotipista, la ministra pentastellata, senatrice dal 2013, si è distinta durante la progettazione del reddito di cittadinanza e salario minimo. Proprio per questo, fra le ministre, è quella che maggiormente potrebbe trovarsi in disaccordo con la politica del PD: non solo il partito con cui si trova a condividere il governo non ha mai visto di buon occhio il progetto del reddito di cittadinanza, ma la stessa Catalfo, più di una volta, si è rivelata dichiaratamente antieuropeista.

Dulcis in fundo, le perle del governo. Quelle che non hanno fatto in tempo neppure ad insediarsi che già sono state prese di mira per ogni minima caratteristica della loro apparenza, del loro vestiario, del loro curriculum.

Teresa Bellanova non ha fatto neanche in tempo a giurare che già è stata schernita. Prima il vestito lungo blu elettrico che non andava bene alla sua corporatura massiccia. Ciò che è risaltato immediatamente è, però, che non importa quanta fatica una donna ci metta nel crearsi un ruolo, nel portare avanti una carriera e nel trovarsi una buona posizione da sola: qualsiasi dote passerà in secondo piano a causa del vestito più o meno sbagliato o della forma fisica più o meno appagante. Una situazione totalmente rovesciata, invece, è quella che si è trovata a vivere Paola De Micheli: se provaste a digitare il suo nome su Google, fra le ricerche suggerite uscirebbe anche “paola de micheli scosciata da infarto”. Giudicato troppo sexy il suo outfit «da ignobili attacchi social» come li ha definiti lo stesso Giuseppe Conte nel corso della richiesta di fiducia alla Camera dei Deputati stamattina. Il silenzio referenziale nei confronti delle due ministre messe alla gogna mediatica da parte dell’opposizione in aula, dopo la confusione che si era creata negli attimi immediatamente precedenti, fa quasi sperare in un minimo di umanità.

Teresa Bellanova, è stata, però, attaccata anche perché priva di un titolo di studio meritevole, all’infuori del diploma di terza media. Nata nel 1958 in un piccolo comune pugliese che, ad oggi, non arriva neppure alle 20000 anime, oggi riveste il ruolo di ministra per le politiche agricole, alimentari e forestali. È vero, la ministra Bellanova è priva di laurea, ma conosce meglio di molti altri individui dotati di titoli di studio cum laude il suo settore: una volta ottenuto il diploma di terza media è divenuta bracciante a soli 14 anni e da quel momento, lavorando duramente e vivendo in prima persona la vita di tutti coloro che effettivamente dipendono dai provvedimenti che deciderà di emanare il suo ministero, si è distinta nell’ambito dei sindacati, da Federbraccianti alla Flai fino alla Filtea intraprendendo una fervente attività politica a partire dal 2006.

L’ultima ministra di cui parliamo, l’ultima di questo secondo governo Conte, è Paola De Micheli, che, oltre ad essere finita nel mirino per il suo aspetto valutato provocante da alcuni militanti di Casapound, è anche laureata in Scienze Politiche, è una manager ed è un soggetto attivamente politico dalla seconda metà degli anni Novanta. Anche.

Ha avuto numerosi incarichi parlamentari, è stata Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Economia e delle Finanze nel governo Renzi del 2014 e in quello di Gentiloni del 2017 e oggi è chiamata a succedere Danilo Toninelli nel ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

 

-Beatrice Tominic

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Ciao Anthoine

I motorsports sono sempre stati pericolosi, ma spesso lo si ricorda solo quando accade una tragedia, come quella dello scorso sabato in Formula 2 dove ha perso la vita il pilota Anthoine Hubert a soli 22 anni, a 34 di distanza dall’incidente di Stefan Bellof che ebbe il suo stesso destino. L’incidente è avvenuto all’Eau Rouge, il punto più pericoloso e leggendario del circuito di Spa; nonostante negli ultimi decenni la sicurezza abbia fatto passi da gigante e siamo quindi abituati a vedere i piloti uscire sulle proprie gambe anche dopo incidenti a velocità assurde, la percentuale che una tragedia possa purtroppo accadere rimane sempre: simili tragedie sono capitate a piloti leggendari, come Villeneuve e Senna, ma accadono anche alle promesse come a Bianchi e Hubert. Su Instagram tutti i piloti hanno espresso il loro cordoglio per questa perdita e lo stesso Lewis Hamilton ha scritto un messaggio per ricordarci quanto pericolosa possa essere la Formula 1: “Se anche una sola persona di voi che guardate e apprezzate questo sport pensa anche solo per un secondo che ciò che facciamo non sia pericoloso sbaglia di grosso. Tutti questi piloti mettono la loro vita in gioco quando scendono in pista e le persone devono apprezzarlo in maniera seria perché non è apprezzato abbastanza. Né dai fan e neppure da alcune persone che lavorano in questo sport. Per quanto mi riguarda Anthoine è un eroe per aver corso il rischio di inseguire i propri sogni. Sono così triste che ciò sia accaduto. Portiamolo in alto e ricordiamolo. Riposa in pace fratello”. Domenica si correva per Anthoine e tutti i piloti lo hanno portato sulla propria vettura con uno o più adesivi, ma il regalo più bello è stato fatto senza dubbio da Charles Leclerc, che, visibilmente commosso, ha dedicato la sua prima vittoria nella classe regina all’amico. Un weekend denso di emozioni e difficile da raccontare, dove si sono intrecciate la tragica fine del giovane Hubert e la narrazione della prima vittoria di un predestinato come Leclerc, due amici, due ragazzi con il sogno di correre, ai quali il destino ha riservato due strade amaramente diverse. Ciao Anthoine.

 

-Claudia Crescenzi

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Questa politica ci stressa: cronaca di settimane di fuoco

Tanti post, altrettante foto, interviste e sondaggi, così potrebbe riassumersi il bombardamento mediatico che stiamo ricevendo in questo mese di fine estate ma più nello specifico, in queste due settimane di fine agosto. Cosa sta succedendo nella politica italiana? Perché ogni giorno i telegiornali trattano di notizie politiche o di dichiarazioni che vengono fatte da personaggi che fanno parte del nostro governo? Facciamo un piccolo passo indietro.

Il primo giugno del 2018 il professor Giuseppe Conte, prestava giuramento alla Repubblica Italiana assumendo l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Art. 92 della Costituzione: <<ll Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri>>).

L’articolo citato è semplice e chiaro ai nostri occhi, sembra un procedimento “meccanico”, ma è davvero così lineare?

Nella prassi, la sua formazione si compie mediante un complesso ed articolato processo nel quale si può distinguere la fase delle consultazioni (fase preparatoria), da quella dell’incarico, fino a quella che caratterizza la nomina.
Prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i Ministri devono prestare giuramento ed ottenere la fiducia dei due rami del Parlamento. La fiducia il governo l’ha ottenuta, esattamente il 5 giugno 2018, prima dal Senato e poi dalla Camera dei Deputati.

Dopo aver fatto questo piccolo flashback sulla nascita del governo giallo-verde, faremo un salto direttamente alla fine, ossia alla crisi di questo Governo.

8 agosto 2019: L’inizio della crisi

La Lega esce dalla maggioranza e chiede il ritorno alle urne. Il Presidente del Consiglio è ricevuto al Quirinale per fare il punto sulla crisi. Esattamente come una storia d’amore fra due persone, la crisi nasce da un litigio o un disaccordo che provoca questo allontanamento. Motivo di discordia è la tanto chiacchierata realizzazione della TAV (ferrovia ad alta velocità Torino-Lione) e molte altre cause interne all’esecutivo.

L’ufficialità della crisi avviene il 9 agosto 2019, giorno in cui la Lega presenta al Senato una mozione di sfiducia nei confronti del governo. (Art. 94 della Costituzione: <<Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale>>).

14 agosto: La tensione

Conte, Salvini e Di Maio, seduti l’uno affianco all’altro, assistono alla cerimonia commemorativa per l’anniversario del Ponte Morandi a Genova. La giornata commemorativa non rispecchia uno stato d’animo sereno e per giunta, i tre protagonisti della storia ci appaiono tesi, stanchi e scostanti fra di loro.

20 agosto: Il vero confronto

Ore 15, Senato. La presidente del Senato (Elisabetta Casellati), cede la parola al Premier. E’ come una battaglia, allo sparo iniziale tutti iniziano a combattere. Il primo confronto vis-à-vis avviene fra Conte e Salvini, in cui il primo inizia ad elencare al Ministro degli Interni le cause della crisi di governo. Il primo ministro è nervoso ma determinato e lucido nelle parole che utilizza. Salvini scuote la testa, risponde a bassa voce, fa cenni alla sua coalizione. Talvolta sorride e alla frase pungente di Conte “non te l’ho mai detto Matteo, non si accostano slogan politici a simboli religiosi”, video più attenti riportano un fugace bacio di Salvini ad un rosario che tiene in mano sotto al suo banco, come uno scolaro.

Conte utilizza un registro linguistico aulico e istituzionale nelle sue dichiarazioni ma nonostante ciò, in alcuni passaggi dà del “tu” e chiama per nome il vicepremier, Matteo. Salvini risponde dopo l’intervento con un registro linguistico diretto e non particolarmente alto, punta all’effetto delle parole e non del concetto. Dà del “Lei” al premier, per sottolineare la forma di distacco e di lontananza dalla sua persona. All’accusa di aver provocato la crisi per seguire interessi personali a discapito dell’azione di governo il leader leghista replica: “rifarei tutto, chi ha paura del voto non è libero”. A seguire gli interventi degli altri gruppi Parlamentari.

Ore 20: dopo il confronto Conte sale al Colle (il Quirinale) per rassegnare le sue dimissioni al Presidente Mattarella. E’ caos nel mondo mediatico, il Presidente dimissionario passa per via del Corso nella sua macchina dai vetri oscurati. I giornalisti sono tutti lì,chi prevede, chi riporta dichiarazioni, chi commenta e chi spera dentro di sé in qualcosa.

La notizia della buona notte avviene in tarda serata, la Lega ritira la mozione di sfiducia ma il destino è segnato, la rottura è avvenuta.

21 e 22 agosto: Elezioni o non elezioni?

Il Presidente della Repubblica svolge le consultazioni al Quirinale con il presidente emerito Napolitano, i presidenti del Senato e della Camera (Casellati e Fico) e i rappresentanti dei gruppi parlamentari. Alla fine delle consultazioni, il Capo dello Stato annuncia che ne svolgerà ulteriori, per appurare la presenza di una maggioranza in Parlamento per formare un Governo che scongiuri il ricorso al voto anticipato.

27-28 agosto: Le trattative

Dopo un secondo giro di consultazioni al Quirinale, intense trattative per una proposta di nuova maggioranza giallo-rossa (Movimento 5 stelle/PD), proposte di ricongiungimento della vecchia maggioranza da parte della Lega e proposte allettanti d’incarichi, a fine giornata dal Quirinale viene annunciato che il giorno successivo verrà conferito a Giuseppe Conte l’incarico di formare il nuovo Governo.

29 agosto: habemus…

Viene ufficialmente conferito a Conte l’incarico di formare il nuovo Governo. Egli accetta con riserva e afferma che inizierà le consultazioni per il nuovo Governo il giorno stesso. Habemus Conte bis, forse…

Una storia complessa, inedita sotto molti punti di vista nella nostra storia repubblicana e dall’esito ancora non scontato. La speranza per il Paese è che riesca a prevalere la buona politica e che il senso delle istituzioni vinca gli interessi personali e di partito, ma ogni scenario è ancora possibile e nel frattempo tutto rimarrà bloccato fino a quando non avremo una soluzione chiara e condivisa a questa pazza crisi d’Agosto.

 

-Maria Chiara Petrassi

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#NoJovaBeachParty

Ultimamente si stanno tenendo una serie di concerti sulle spiagge di tutta Italia sotto il nome di Jovanotti: la pop star italiana ha deciso di creare veri e propri party, con tanto di Dj Set, riunendo migliaia di persone sotto un palco assemblato sulla sabbia. Lo scopo primario di tutte queste date, a quanto dichiarato dal cantante stesso, doveva essere la sensibilizzazione sul tema della plastica, tanto che ha organizzato il tutto in collaborazione con il WWF Italia.  Uno scopo nobile considerato che Jovanotti stesso si è definito come una persona attenta alle tematiche ambientali. Forse però, questa volta, qualcosa gli è sfuggito.

Partiamo dalla prima contraddizione che si è andata a creare durante questo enorme evento: si pretendeva di diffondere il messaggio del “plastic free” (l’evento stesso, a quanto avevano fatto capire, avrebbe dovuto adottare questa politica), ma come si può pretendere di impedire a tutta quella gente di produrre rifiuti? Non si può e se ne è avuta la prova una volta finito il concerto, quando tutta la marea di gente si era ormai ritirata. È innegabile che si sia andato a creare un tappeto di spazzatura e di bottigliette di plastica, le stesse vendute all’interno dell’evento e acquistabili tramite dei token, anch’essi in plastica, che andavano a sostituire i soldi veri. Non doveva essere “plastic free”?

A rimetterci, come al solito, è Madre Natura. Ambientalismo e rispetto per la natura non si manifestano tramite il (finto) mancato utilizzo della plastica o ripulendo le spiagge il giorno dopo. Molte delle zone scelte per questa serie di concerti, infatti, sono riserve naturali che ospitano specie protette, che si trovavano in periodo di nidificazione e svernamento. Il disturbo antropico è già di per sé un grosso problema per diverse specie, in particolare per i limicoli, uccelli che si nutrono della fauna presente nella fanghiglia che si va a creare, per esempio, in riva al mare.

Un esempio importante ce lo porta il Fratino, specie a rischio proprio per la forte presenza antropica sulle spiagge, le cui uova sono di pochi centimetri e possono essere facilmente scambiate per piccoli sassi, in quanto hanno colori perfettamente mimetici.

In accordo con il WWF Italia, si sono naturalmente accertati che le località scelte non fossero abitate da questi piccoli pennuti. O quasi: una delle aree inizialmente scelte infatti era proprio la Riserva Naturale di Torre Flavia, a Ladispoli, uno dei pochi luoghi di nidificazione rimasti al Fratino. Fortunatamente, grazie anche all’intervento della Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli), hanno deciso di spostare l’evento in un’altra zona, al di fuori del perimetro della riserva.

Se la Palude di Torre Flavia si è salvata, tutte le altre località si sono sfortunatamente viste radere al suolo tutte le dune e sono state inondate da un forte inquinamento acustico, due cose che rischiano di compromettere un intero ecosistema.

Banchetti di street food che vendevano bottigliette e contenitori monouso in plastica e rischio di causare dei danni all’ecosistema. Qui la domanda sorge spontanea: come è possibile che il WWF Italia abbia appoggiato un evento del genere? Quella che è sempre stata ritenuta un’organizzazione di riferimento per l’ambientalismo, dovrà fare i conti con i mancati rinnovi della tessera per il 2020: molti suoi sostenitori, indignati per quanto accaduto, hanno apertamente annunciato, sotto diversi post su Facebook e su Instagram, che non rinnoveranno la loro iscrizione, dichiarandosi delusi dall’organizzazione.

Il punto è questo: in un mondo in cui tutta la biodiversità è messa costantemente in pericolo, se non si può fare affidamento nemmeno su quelle associazioni che si dichiarano in difesa della natura, al nostro Pianeta che speranze restano?

 

-Martina Cordella

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La città delle donne

È ampiamente dibattuto a chi vada il primato di “prima città della storia”. Con certezza si può affermare che nel corso del IV millennio a.C. sia avvenuto quel salto antropologico fondamentale definito “rivoluzione urbana”, cioè il processo storico che vide la nascita di quella nicchia ecologica in cui tuttora noi viviamo, procreiamo e progrediamo. L’Homo sapiens si è creato il proprio habitat attraverso le proprie capacità intellettive, linguistiche e tecniche. Fin dall’epoca pre o protostorica l’uomo ha cambiato l’ambiente circostante in vario modo, con incendi massivi, tecniche di caccia particolarmente efficienti, con l’irrigazione e le prime costruzioni. Ma in epoca storica ci fu la vera “fuga in avanti”: i sistemi di trasporto, di comunicazione, di difesa, di governo ed amministrazione, di approvvigionamento, conservazione e trasformazione delle materie prime definirono quello spazio, inizialmente sacro, chiamato città.

La “città degli uomini”, utilizzando le parole di Agostino, è una realtà organicistica, in quanto composta e prodotta da esseri viventi, e mutevole, poiché cambia parallelamente alle evoluzioni umane. L’habitat umano è cambiato nei secoli insieme alle abitudini umane, alle strutture, sovrastrutture e norme che hanno regolato il vivere e convivere sulla terra. Fra le mura cittadine, lungo le strade, le rotte marittime ed aeree, sono state combattute secolari sfide che hanno prodotto quel che noi chiamiamo “progresso”: culturale, artistico, etico, scientifico, politico, economico, tecnologico.

Se oggi osservassimo le nostre città noteremmo come, almeno secondo chi scrive, tre sono le attuali sfide, le cui poste in gioco non sono affatto indifferenti al nostro futuro: la questione ambientale, la difesa e promozione della democrazia, il processo di emancipazione femminile. Certo, va onestamente appuntato come tale visione sia inevitabilmente anche il frutto delle vesti occidentali che indossiamo, ma è altrettanto necessario appurare come queste siano sfide globali.

Tralasciando in questa breve riflessione le prime due questione, vorrei focalizzare i pensieri sulla terza. Sul piano giuridico e culturale, nelle ultime generazioni il più grande processo di emancipazione, di portata millenaria, riguarda la condizione delle donne. In epoca contemporanea, il primo duro colpo battuto in favore di una piena uguaglianza delle donne si ode nella Rivoluzione francese: è la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, scritta nel 1791 dalla drammaturga Olympie de Gouges (1748-1794), in analogia alla ben più fatidica dichiarazione del 1789. L’articolo 1 recita: “La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo”. Naturalmente rimase lettera morta. Olympie venne derisa, accusata di tradimento e quindi ghigliottinata, ma non prima di poter proferire parole mai ascoltate prima. Forse è la sua la sentenza più dirompente e scandalosa fra le frasi pronunciate in quegli anni. Agli ideali liberali e borghesi, di cui tutti siamo figli, unì un’idea di convivenza umana estremamente innovativa: quella paritaria fra uomo e donna.

Quella francese fu un’altra “fuga in avanti”, lì per lì sminuita e repressa, ma non dimenticata. Dalla metà del XIX secolo, secondo la storia di genere, abbiamo assistito a quattro ondate di femminismo. Se è vero, come affermava enigmaticamente Kubrick, che l’universo è indifferente all’uomo, di sicuro non lo è la Terra. La città dell’uomo si sta evolvendo, come è naturale che sia, e con provocazione potremmo dire che sta cambiando genere. Tutte le condizioni che svantaggiavano la donna e la rilegavano al ruolo procreativo, alla sfera domestica sono e stanno venendo sempre meno. Nuovi assetti sociali ed economici si stanno dibattendo, ed è esperienza quotidiana di tutti noi osservare come sempre più vivacemente i suoi effetti si palesano ai nostri occhi. Fortunatamente, potremmo aggiungere.

Ma la questione è peraltro legata a un altro tema centrale, molto più delicato quanto fondamentale per la nostra evoluzione culturale e per qualsiasi discorso sulla felicità. La libertà di amare. Le rivendicazioni economiche, sociali, politiche, in settori sia pubblici che privati, per quanto necessarie non completano il quadro rivoluzionario. Il destino dell’uomo coincide con il suo obiettivo, ovvero la ricerca della felicità. E questa non può avvenire senza un’ulteriore rivoluzione culturale. Attraverso un dibattito pubblico che affermi inequivocabilmente come solo percependo l’amore come una libertà universale si può giungere ad un nuovo livello di convivenza umana, ben più piacevole, rispettosa, e produttiva. Questo passo può risultare superfluo, o secondario a quello economico, ma non può esistere homo oeconomicus (colui che ricerca sempre di ottenere il massimo benessere e vantaggio per se stesso a partire dalle informazione e dalle capacità possedute, all’interno di un logica razionale) senza homo sapiens (colui che vive, comunica e socializza semplicemente per sua propria natura), non può esistere corpo senza anima, o forma senza materia se volessimo chiamare in causa Aristotele.

Se accogliamo la definizione di felicità quale la capacità di coltivare una vita libera, fondata sulla qualità delle relazioni umane che concorrono a orientarla liberamente, allora non si può non riconoscere come negli ultimi decenni vi sia stato un netto miglioramento nelle condizioni di vita (per tutti i sessi e orientamenti sessuali), e che questo sia da ascrivere anche ai frutti, volontari e involontari, del femminismo.

Poiché le relazioni umane sono effettivamente “progredite” rispetto al passato, poiché possiamo usufruire ancor più pienamente delle nostre capacità creative a livello sociale, poiché abbiamo la sfrontatezza di abbattere tabù millenari, di ipotizzare e realizzare orizzonti e percorsi di vita innovativi, di produrre filtri conoscitivi ed estetici personali, di unirci in rapporti e confronti emotivamente pieni, di sfruttare il crollo progressivo di inibizioni e la conseguente apertura di nuove prospettive, di progettare legami sentimentali, familiari e sociali attraverso un linguaggio inedito, che apre lo sguardo su uno spazio umano seducente ed inesplorato. Ora anche la donna rivendica il diritto a una sessualità fondata sul piacere, ad una vita indipendente, appagante secondo le sue individuali aspirazioni, di scegliere liberamente con chi e come essere felici, quando e se procreare. E ciò non può che essere fonte di felicità anche per l’uomo. Perché la felicità è godibile solo nella reciprocità. Perché la ricerca di nuove e più nutrire dimensioni esistenziali non può che arricchire l’esperienza umana, a condizione (imprescindibile) che esista la totale libertà di scegliere e amare.

Si sta innalzando una nuova città, che con ironia della sorte e senza timore possiamo presentare come la “città delle donne”, un luogo presente e futuro, probabilmente più inclusivo, ma che tassativamente presenterà le sue sfide. Non saranno sfide facili. Superarle o meno dipende, più che dall’economia, dalla politica e dalle regole ed istituzioni che definirà. Giudizio etico-individuale e agire politico-collettivo devono formarsi e rafforzarsi in vista di una nuova educazione, devono “trarre fuori” e coltivare il terreno necessario per questo nuovo habitat.

Ma attenzione. Abbiamo imparato che proprio in campo etico i passi avanti non sono affatto garantiti una volta per sempre, si può tornare indietro. Perché “l’uomo è una corda tesa fra la bestia e il Superuomo” rileggendo differentemente una celebre frase. Perché la storia non è una freccia unidirezionale già scoccata, bensì un turbinio di possibilità di cui siamo gli unici artefici. E qui preme comprendere consapevolmente e intimamente che gli artefici non saranno e non potranno essere unicamente le donne, ma anche gli uomini. Perché il progresso, come la ricerca della felicità, è un obiettivo umano.

 

-Alessandro Berti

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Gran Premio d’Austria e d’Olanda 2019

Formula 1 – Già dalle qualifiche si era capito che il Gran Premio del Red Bull Ring sarebbe stato diverso dagli altri: superpole di Charles Leclerc, che fissa il nuovo record della pista, seguito da Verstappen e Bottas, con splendida quinta posizione di Lando Norris. Pioggia di penalità che colpisce anche Lewis Hamilton per impeding, la stessa inflitta a Russell, nei confronti di Kimi Raikkonen durante le qualifiche e che quindi precipita al quinto posto e poi al quarto dopo una penalità inflitta a Hulkenberg, mentre Vettel  partirà nono a causa di un problema alla power unit. La prima fila di questo Gran Premio è la più giovane nella storia della Formula 1, con un’età media di 21 anni e 270 giorni, decisa rispettivamente da due vecchi compagni di kart. Charles vola via sin dalla partenza, cercando di prendere quanto più vantaggio possibile, mentre Verstappen parte male e rischia di mandare in fumo tutto il lavoro di un weekend; dietro a Leclerc si piazzano le Mercedes di Bottas e Hamilton ma non riescono a passarlo, mentre Vettel risale tutte le posizioni fino a ritrovarsi tra i primi cinque. Al settimo giro Verstappen dice al suo ingegnere di aver bisogno di più potenza, ma mentre lo dice sorpassa Norris in curva 3 e Raikkonnen alla stessa curva qualche giro più tardi; al giro 22 rientrano ai box sia Bottas sia Vettel, ma nel box Ferrari i meccanici con le gomme tardano ad arrivare facendo durare il pit stop più del dovuto. Poco dopo il box Mercedes decide di far rientrare anche Lewis Hamilton, che dovrà però cambiare anche l’ala anteriore dando così vantaggio ai suoi avversari. Al giro 50 Verstappen è il più veloce in pista e passa davanti a Sebastian Vettel sempre alla curva 3, posizionandosi terzo; 6 giri dopo Max afferma di perdere potenza ma nel frattempo sorpassa anche Bottas, diventando quindi secondo e continuando la rimonta che era diventata necessaria dopo l’inizio disastroso di questo Gran Premio. A due giri dalla fine tutta l’attenzione è focalizzata sui due giovanissimi piloti, su una Ferrari e su una Red Bull, con l’olandese che all’improvviso decide di passare Leclerc all’interno effettuando una manovra che farà tanto discutere (il monegasco si ritrova fuori dal tracciato); nonostante tutti gli sforzi, Leclerc si ritrova secondo dietro al pilota RedBull, seguito da Bottas. Strabiliante sorpasso di Sebastian Vettel su Lewis Hamilton durante l’ultimo giro, ma è tutto passato in secondo piano dopo le polemiche sul sorpasso di Verstappen su Leclerc, indagato anche dai commissari FIA che hanno chiesto la presenza dei due piloti presso di loro alle 18, cosa che non ha alterato il risultato finale, confermato intorno alle 20. Nonostante il magnifico fine settimana, Charles Leclerc è restato con l’amaro in bocca: dopo l’inno e la foto di rito, il pilota Ferrari ha preso il suo trofeo insieme con lo spumante  e si è letteralmente dileguato, deluso per il team al quale avrebbe voluto regalare la sua prima vittoria.

credits motogp instagram

Capitolo MotoGp – All’università del motociclismo sportivo non esistono certezze e i vincitori ce lo hanno dimostrato. In Moto3 parte dalla Pole Position Niccolò Antonelli seguito da Toba e Arbolino, con Canet e Dalla Porta in terza fila; Suzuki duella con Arbolino, mentre da dietro risale Fenati posizionandosi sesto. A 20 giri dal termine Foggia segna il giro veloce in 18esima posizione, mentre a 16 Fenati prende il comando della gara. Rimontato dalla 15esima posizione Binder entra su Antonelli e Cecchini si autoinfligge un long lap penalty, mentre nel gruppo di testa i sorpassi sono innumerevoli. A 7 giri dalla fine Masia è costretto a ritirarsi per un problema tecnico, poi cade Arenas e alla curva 5 cadono in gruppo Toba, Vietti, Suzuki e Fernandez, seguiti poco dopo anche da Binder. Foggia si spinge fino alla quarta posizione e all’ultimo giro Dalla Porta duella con Arbolino, che vince diventando il primo pilota ad aggiudicarsi due gare in questa stagione, mentre Dalla Porta è secondo per la quarta volta portandosi a 7 punti da Canet e riaprendo la lotta per il mondiale. La Moto2 ha invece Gardner come Poleman ma al via Binder si piazza subito davanti a tutti, mentre Bulega finisce fuori per evitare le moto di Corsi e Bendsneyder che cadono in coppia. Cadono alla 16 Gardner, Lowes alla 9 e Navarro alla 18; Binder torna davanti e Lorenzo Baldassarri passa Vierge ed è terzo dietro ad Alex Marquez. A 7 giri dalla fine non entra la marcia a Baldassarri che è costretto a ripartire in quarta posizione, ma è negli ultimi cinque giri che succede di tutto: Marquez va in testa, Vierge e Bastianini vanno fuori e di seguito Baldassarri prova a passare all’interno il leader toccandolo con lo pneumatico posteriore e andando nella ghiaia insieme a Marquez. Vince quindi Fernandez davanti a Binder e Marini, ma il nuovo leader del mondiale è Tom Luthi che si porta a 117 punti arrivando quarto, con 6 punti di vantaggio su Marquez. La Classe Regina inizia con la superpole di Quartararo che ha dominato le qualifiche davanti agli spagnoli, in basso invece gli italiani. Nelle prime posizioni duellano Quartararo con le Suzuki, raggiunti in seguito da Marquez e dalla Yamaha di Viñales; mentre dominava la gara, però, cade Alex Rins, sconvolgendo la classifica e riportando in testa Fabio Quartararo. Dopo nemmeno 8 minuti di gara è andato invece a terra Valentino Rossi, portandosi appresso anche Nakagami; per fortuna nessuno dei due piloti ha riportato gravi ferite e Rossi ha spiegato così la sua caduta: “Stavo recuperando, ho provato a passare Nakagami ma ero un po’ fuori traiettoria e mi si è chiuso davanti. Alla fine ho preso anche lui, purtroppo, mi dispiace.”. Quartararo si ritrova inseguito da Marquez e Viñales, ma la moto inizia a tremare in determinati punti del tracciato e, complice anche la recente operazione al braccio, è costretto a cedere e far passare i due spagnoli. Marquez e Viñales combattono l’uno contro l’altro fino alla fine, ma il vincitore questa volta è Maverick Viñales, che esulta e piange dalla gioia (era dal 2018 che mancava la vittoria): “Sto vivendo un sogno ad occhi aperti dopo un lungo periodo senza successi. E’ una sensazione bellissima, sono senza parole. Ringrazio il team e tutti i tifosi, il loro sostegno è totale” dirà a fine gara Viñales.

-Claudia Crescenzi