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#FridaysForFuture

FridaysForFuture è un movimento spontaneo nato in Svezia nell’Agosto del 2018 dopo un sit-in di tre settimane che la 15enne Greta Thunberg ha portato avanti di fronte al parlamento svedese per protestare contro le mancanze del governo nella lotta ai cambiamenti climatici. La ragazza ha postato ciò che faceva su instagram e twitter, e presto gli hashtag #FridaysForFuture e #SchoolStrike4climate sono diventati virali. Greta, una giovane e audace ragazza affetta dalla sindrome di Asperger, è diventata così il simbolo delle azioni di migliaia di giovani (e non) in tutto il mondo. Greta ha partecipato alla COP24 in Polonia, al forum economico di Davos e più di recente è intervenuta a Bruxelles, parlando davanti ai più alti rappresentanti delle istituzioni europee, dal presidente del Comitato economico e sociale Luca Jahier, fino a quello della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker.

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Nei suoi incontri si è rivolta con decisione alle istituzioni, denunciando lo scarso impegno della classe politica di fronte alla sfida globale del nuovo millennio, quella dei cambiamenti climatici. Da settimane, in Italia, centinaia di giovani scioperano tutti i venerdì in più di venticinque città, Roma, Torino, Pisa e Milano le piazze più partecipate. L’evoluzione e la diffusione del movimento sono state talmente esponenziali in tutto il mondo che hanno dato luogo a impressionanti manifestazioni di studenti, in particolare in Danimarca, Germania, USA, Australia e Belgio dove si sono raggiunte oltre settantamila persone. #FridaysForFuture quindi, dall’essere inizialmente solo un appello, si è evoluto oggi in qualcosa di diverso e più grande da un semplice movimento spontaneo. Gli obiettivi dunque sono quelli di risvegliare le coscienze delle persone, sviluppare una comprensione popolare sulle gravissime potenziali conseguenze socio-ambientali generate dai cambiamenti nei prossimi anni, in parte ancora neanche pienamente valutabili, aumentare la percezione della realtà personal-collettiva, coordinazione sociale individuale/collettiva al fine di manifestare le preoccupazioni correnti tra le popolazioni di tutto il pianeta per la mancanza di adeguate tutele al diritto di un futuro prosperoso sia per gli esseri umani (alle attuali e alle future generazioni) sia per la difesa degli ecosistemi e della biodiversità, tanto declinata verso la fauna quanto verso la flora.

Abbiamo certamente bisogno di speranza. Ma l’unica cosa di cui abbiamo bisogno più della speranza è l’azione. Una volta che iniziamo ad agire, la speranza si diffonde.  Quindi, invece di cercare la speranza, cerchiamo l’azione, solo allora, la speranza arriverà.

Lo strumento di connessione ed evoluzione del fenomeno del #climatestrike è stato principalmente Internet e le sue piattaforme online centrali: Facebook, Instagram, Twitter, Youtube. FFF ha generato dunque un network aperto tra persone consapevoli della situazione attuale che si sono connesse e hanno messo in rete conoscenza, informazioni, contenuti, visioni, azioni, esperienze, mettendosi a disposizione per un fine comune: rispondere uniti in modo sistemico alle emergenze climatiche in corso e chiedere alle istituzioni un impegno serio per limitare i danni e dare un futuro alle nuove generazioni, che saranno le prime a verificare sulla loro pelle le conseguenze dell’inazione di fronte a un problema emerso già cinquanta anni fa e riguardo al quale oggi rimane poco tempo per agire.
Secondo gli studi dell’IPCC restano 11 anni per cambiare la rotta, per cambiare i paradigmi di sviluppo del nostro sistema economico-sociale. Bisogna mettere da parte l’egoismo, il profitto, e pensare un modello di sviluppo alternativo, almeno che non si voglia scappare su un altro pianeta e finire di distruggere il nostro. Ma la Terra è la nostra casa, non esiste un “piano B”, ed è quindi necessario impegnarci tutti per lasciare un pianeta abitabile alle generazioni future. Con noi o senza di noi il pianeta si adatterà e andrà avanti, dobbiamo salvare noi stessi. Siamo di fronte alla sesta estinzione di massa, secondo le Fao le biodiversità stanno scomparendo, gli insetti si stanno estinguendo e questo è già considerato irreversibile secondo gli studi meno ottimisti. Gli oceani sono invasi dalla plastica, presto ci sarà più plastica che pesci. Il pianeta è più caldo in media di 1°C rispetto al 1860, l’Artico perde sempre più ghiacci estivi, le barriere coralline sono morenti per via dell’acidificazione dei mari, i disastri ambientali si stanno moltiplicando in tutto il mondo: uragani, incendi, estati bollenti, alluvioni. Diverse zone costiere stanno venendo sommerse in tutto il mondo. È evidente che ciò che sta accadendo rientra all’interno di un fenomeno complesso dove ogni singolo fenomeno è la causa e l’effetto di un altro, il che rende la sfida più complicata e urgente.

Primo sciopero roma (1)

Lo stesso fenomeno migratorio di cui si parla tanto oggi in Italia è in parte riconducibile ai cambiamenti climatici e nel 2050, secondo la banca mondiale, saranno 143 milioni i profughi nel mondo classificabili come “migranti climatici”. Eppure più di un personaggio politico fa ancora negazionismo sull’emergenza climatica, distorcendo la realtà, offrendo problemi inesistenti o infinitesimali di fronte all’emergenza globale che ci affligge oggi. E per questo Fridays For Future chiede che si dica la verità, che si agisca ora. Il movimento ha le idee chiare e nel concreto chiede: un rilancio delle energie rinnovabili, interventi per il risparmio e l’efficienza energetica, un rafforzamento della gestione sostenibile delle foreste, misure di contrasto al consumo di suolo, un taglio ai sussidi agli allevamenti e altre attività agricole non sostenibili economicamente e ambientalmente, così da raggiungere l’obiettivo definito dal rapporto IPCC di Zero emissioni nette globali al 2050.

Tutti i venerdì studenti e non sono scesi nelle piazze d’Italia a portare avanti le proteste, fino al grande sciopero globale per il clima del 15 marzo, con manifestazioni che si sono tenute in più di 30 paesi in tutti i continenti. Essere scesi in piazza è importante, per poter dire fieramente di stare dalla parte giusta della storia, nella speranza che la classe politica ci ascolti, si rimbocchi le maniche, e avvii un processo di rivoluzione ecologica.

 

-Luca Franceschetti

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L’Universo in Espansione

Se comparata al tempo dell’universo, la storia dell’umanità risulta così effimera e di relativa grandezza che, se la nostra specie dovesse vedere ancora la luce dei secoli e dei millenni avvenire, ciò che viviamo ora non sarà stato che l’alba di un qualcosa che ancora neanche immaginiamo. Ma c’è e c’è sempre stato qualcuno che in questi tempi così terrestri si è ribellato alle leggi che ci vincolano sulla Terra, sono uomini di scienza che si sono distinti nella nostra breve storia per l’ardore di osare tanto. Esattamente un anno fa, il 14 marzo 2018, ci ha lasciati una delle persone che più ha saputo incarnare il sentimento di tensione verso il sapere, Prometeo dei tempi moderni, Stephen William Hawking. Avrei voluto scrivere qualcosa al tempo, l’astrofisico inglese morì proprio mentre stavo leggendo il suo famoso libro di divulgazione scientifica Dal Big Bang ai Buchi Neri, ad un anno di distanza ho deciso di rimediare; “L’Universo in espansione” è il titolo del terzo capitolo del suo libro, poche semplici parole che dicono tanto, dell’umanità, della natura, del nostro rapporto con la conoscenza, del nostro viaggio nella storia. Mi risultava difficile, essenzialmente, trovare un titolo migliore per questo editoriale.

Parlare di scienza era per Hawking una missione, lo ha sempre fatto ad ogni costo e questo deve essere il più grande lascito ideologico per l’umanità. Nonostante l’ateismo conclamato, ha avuto l’occasione d’incontrare ben quattro Papi nel corso della propria vita ed è divenuto membro dell’Accademia Pontificia delle Scienze; nonostante la malattia ha raggiunto un’età ragguardevole e non ha mai ceduto all’incedere dei deficit fisici continuando nella propria opera di ricerca e divulgazione; ha tenuto la cattedra lucasiana di matematica a Cambridge che un tempo appartenne a Newton, è stato membro della Royal Society e fregiato di onorificenze massime in più parti del mondo, non è però riuscito a vincere il Nobel, la sua teoria sui buchi neri infatti, se pur dimostrata matematicamente, era e rimane tuttora praticamente impossibile da provare empiricamente.

A prescindere dai riconoscimenti, Stephen Hawking si è inserito prepotentemente in quel novero di grandi uomini di scienza che la gente ricorda; non è la singola teoria scientifica a portare prestigio all’uomo, ma la voglia forte di aggiungere qualcosa al lungo percorso dell’umanità verso la conoscenza. E qui arrivo al punto che maggiormente sento rilevante, com’è percepita la scienza nella cultura di massa?

Sin dai tempi antichi, la spinta a trovare risposte ai tanti misteri che ci circondano ha spinto l’umanità sulla via della ricerca, in tempi lontani scienza e religione si sono fuse in un binomio stretto che legava le spiegazioni ai più disparati fenomeni a dogmi di fede. La rivendicazione di autonomia da parte della scienza ha dovuto attraversare una strada lunga e tortuosa, spesso si è intrecciata con la filosofia, anche felicemente talvolta, un punto di svolta però lo individuiamo sicuramente nell’avvento di scienziati celeberrimi quali Copernico, Keplero e Galilei che con le loro teorie e osservazioni sono riusciti a mettere in ginocchio la millenaria teoria aristotelico-tolemaica sulla Terra e lo Spazio, piegando lentamente l’ingerente opposizione vaticana. È in questi tempi che il cammino delle scienze subisce un’accelerata importante, torna a elaborare concetti arditi in una società maggiormente aperta e via via meno soggetta a censure ideologiche. E qui sta il cuore del discorso; senza dubbio anche prima del XVI/XVII secolo sono vissuti uomini di scienza importanti, ma la fama di alcuni è talmente luminosa da offuscare tutto il resto; pensiamo a Galilei, al quale associamo il metodo scientifico e la nascita della scienza moderna, una fama del genere spazza la concorrenza e consegna alla storia, rende immortali. Non per forza gli scienziati più conosciuti sono anche stati i più grandi nel proprio ambito, ma sono legati a qualcosa che li rende speciali. Seguendo questa logica e rimanendo nel campo della fisica, se dovessi pensare ad un nome dopo Galilei la mia mente andrebbe direttamente a Newton che per fama gli è paragonabile, così come peculiari sono gli aneddoti che gli si associano e poi andando ancora avanti parlerei di Einstein, della teoria della relatività, di come sono affascinanti i suoi discorsi sullo spazio-tempo, di quanto poco in realtà conosciamo e sappiamo spiegare di questa teoria e concluderei con Hawking per l’appunto . Dai primi nomi citati all’ultimo passano cinque secoli abbondanti e chiaramente l’umanità non ha conosciuto solo questi pochi scienziati. Sono vissuti e vivono ancora uomini ma anche donne (da Ipazia a Marie Curie a Margherita Hack, solo per citarne alcune), che hanno portato e continuano a portare scoperte importantissime non solo per la comunità scientifica ma per l’intera popolazione mondiale attuale e futura. Tuttavia in un sondaggio per strada non scommetterei sulla popolarità di James Clerk Maxwell per esempio, eppure la sua teoria sull’elettromagnetismo ha una rilevanza clamorosa. È quindi inevitabilmente il corso della storia a decidere i propri esponenti di punta, è la cultura di massa che stabilisce la differenza tra un grande scienziato ed un rivoluzionario, non sempre razionalmente, è profonda infatti l’ignoranza di fondo sulle grandi teorie degli stessi uomini che ho citato. La scienza trionfa davvero quando riesce a diffondersi nella società civile ed un buono studio necessita sempre di un’adeguata divulgazione per essere completo.

Alessandra Testoni e Riccardo Prosperococco©Alessandra Testoni e Riccardo Prosperococco

Hawking sosteneva che rispondere ai misteri del Cosmo con Dio equivaleva a sostituire un mistero con un altro; convinzioni religiose e filosofiche a parte, la battaglia di Hawking era proprio contro il mistero, o meglio, contro l’appagamento che dà il mistero, contro la voglia di non provare perché la sfida è complicata. Lui ha sempre lottato, anche quando l’unico muscolo del corpo che riusciva a controllare era la guancia, ha lottato strenuamente e con altruismo, ha faticato e sofferto in questa vita per poter aiutare l’umanità ad uscire dal dubbio, da quel tunnel che forse un’uscita neanche ce l’ha ma che vale comunque la pena cercare perché Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. A noi persone comuni non rimarrà la teoria sui buchi neri molto probabilmente, ma deve rimanere l’attitudine alla ricerca, lo sviluppo del pensiero critico, l’apertura mentale, di scienza si deve parlare e bisogna farlo con convinzione e cognizione, bisogna parlarne ai bambini, ai ragazzi, agli adulti, agli anziani, è sempre il momento buono per aprirsi al sapere, mai un uomo sarà abbastanza saggio da potersi permettere di non ascoltare più. La grande sfida della scienza nel terzo millennio consiste nell’affermarsi definitivamente come faro per la nostra specie mostrando tutte le sue facce migliori e prestando attenzione a non dimenticarsi mai da dove veniamo; non tutti siamo scienziati ma tutti dobbiamo avere la sensibilità scientifica, elemento imprescindibile per una buona società nel futuro.

Così nel mio immaginario voglio ricordare Hawking e tutti i grandi uomini e le grandi donne di scienza della storia, come persone devote ad una causa molto più grande del tempo in cui sono vissuti, la voglia di scalare nuove vette da sempre e per sempre connaturata nell’uomo e che è l’unico viatico di salvezza dalla morte della ragione, insomma, l’importante è che se ne parli.

-Gabriele Russo

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Impressioni di Giselle

Sabato 2 marzo 2019 è stato rappresentato dalla compagnia del Balletto di Roma, sotto la direzione artistica di Francesca Magnini, il balletto Giselle, presso l’intimo e moderno Teatro Vascello. I due atti dello spettacolo sono stati curati da due coreografi di fama internazionale, rispettivamente da Itamar Serussi Sahar, formatosi all’età di quindici anni presso Israel Arts High School e Chris Haring, vincitore del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Centosettantacinque anni fa lo spettacolo fu messo in scena per la prima volta, emblema del balletto romantico dell’ottocento e gioiello della danza classica. Per CulturArte hanno assistito allo spettacolo Carmen Ciccone e Maria Chiara Petrassi, che ci danno nell’articolo che segue le loro impressioni sulla piece.

La trama, come prevede la tradizione, è semplice ma caratterizzata da scene di forte patos e costumi di scena divenuti emblematici nei secoli. Il conte Albrecht, travestito da popolano, lusinga la contadina Giselle. Nel giorno in cui è incoronata reginetta del villaggio la ragazza scopre che Albrecht è già fidanzato, impazzisce e si uccide. Sepolta nel bosco come spetta ai suicidi, ogni notte danza con le altre Villi (le anime delle donne tradite prima del matrimonio) e con la loro regina Myrtha, che si vendica con gli uomini che incontra facendoli danzare fino alla morte. Il Conte in visita alla tomba di Giselle viene catturato dalla regina: riuscirà a salvarsi grazie all’amata Giselle, che lo sosterrà durante l’estenuante danza che finisce all’alba del nuovo giorno.

Petrassi:

La Giselle rappresentata dal Balletto di Roma cambia radicalmente da quella che conosciamo: le donne, attraverso l’aldilà, utilizzano l’immortalità per uccidere coloro che le hanno fatte soffrire in vita. Una legge del contrappasso che dona rivincita a queste fanciulle, non più deboli e deluse ma forti e a tratti demoniache. Nello spettacolo i  ballerini abbandonano completamente le vesti del balletto classico, immergendosi in una coreografia di danza contemporanea. Non appaiono più con i tradizionali costumi ottocenteschi ma indossano pallidi e rosei body anatomici che mettono in risalto la loro nuda esistenza. Le musiche originali di Adolphe Adam sono riadattate, letteralmente scomposte e ri-mixate con dialoghi in inglese di un noto film da sottofondo o loop ripetitivi di stesse note. Il secondo atto si apre negli inferi, in cui le Villi (le fanciulle) danzano in maniera spettrale e sembrano quasi stregate da una musica che risuona: Il cielo in una stanza di Gino Paoli, la melodia appare rallentata e canticchiata da una voce femminile che inevitabilmente, grazie all’uso di luci soffuse, crea un clima horror e ultraterreno. In seguito questa danza si articola insieme agli uomini (gli amati delle Villi) fino all’arrivo di Albrecht e Giselle. La coreografia è meno tecnica, più incentrata sul sentimento e sull’espressività dei due ballerini. Fino al culmine in cui il conte esausto di ballare questa danza, con il solo scopo di farlo arrivare al cedimento, cade a terra in preda quasi a convulsioni, con accanto Giselle che accarezzandolo gli permette di riprendere vita e scappare via. Ciò che ci viene trasmesso è l’idea che la vendetta sia capace di alleviare il dolore della perdita, è dunque questo l’ultimo guizzo di umano che la vita concede a Giselle, prima che i corpi si affrontino definitivamente. Concludo affermando che questo spettacolo mi ha lasciato inizialmente interdetta: il cambiamento così drastico di questo balletto è graduale da elaborare (per persone appartenenti al mondo della danza). Una volta superato il forte impatto del cambiamento, si apprezza il tentativo di voler rappresentare una storia diversa, fino ad accompagnare gli spettatori a riflettere e a capire il vero scopo dei due coreografi. La pecca più grande è l’aver dato per scontata la trama (non tutti potevano conoscerla) e l’aver creato uno spettacolo, assolutamente non alla portata di tutti. Uno spettacolo fin troppo intellettuale che solo un pubblico appartenente a quel mondo avrebbe potuto comprendere. È da apprezzare il forte cambiamento e il coraggio nello smuovere uno dei colossi del balletto classico che talvolta, se non modificati o riadattati al XXI secolo, rischiano di rimanere bloccati nella loro epoca ad impolverarsi.

Ciccone:

Nel primo atto ritroviamo una danza individuale estremamente ‘’potente’’ a livello fisico. Il secondo invece assume una dimensione più corale. Da ballerina, classica in particolar modo, pur rimanendo fondamentalmente tradizionalista, non ho potuto non rendermi conto dell’accuratezza dei ballerini, precisi nei movimenti ed impeccabili nella sincronizzazione. Un bravo spettatore deve cogliere l’essenza di ciò che vede e Giselle resta, in qualunque modo, una storia unica per i temi umani che tratta: l’amore che vince sempre su tutto, la morte e la vendetta come cura per il dolore.

I ballerini del Balletto di Roma hanno saputo esprimere questi sentimenti con maestria, accingendosi anche ad un compito più complesso rispetto a quello del balletto classico, del quale si riconosce meglio la trama, poiché appunto attraverso questo tipo di danza ne risulta meno automatica la lettura.L’arte della danza ha un privilegio estremo, quello di poter trasmettere con il proprio corpo emozioni che in realtà si trovano nell’animo.

Uno spettacolo di danzatori professionisti è il frutto di mesi di prove, di sacrifici, sudore, momenti no, ma anche di riconoscimenti e complimenti: chi è salito su di un palco almeno una volta nella vita sa di essere un privilegiato. La serata in cui ho visto lo spettacolo è finita tra gli applausi incessanti del pubblico, commosso dal momento più caldo, quello dell’inchino dei protagonisti che hanno regalato così tante emozioni in così poco tempo. In realtà, quando mi trovo di fronte a così tanta bravura e lavoro, sento di essere io quella che dovrebbe prostrarsi.

In un attimo però le luci della sala si spengono e tutti vanno via. Nel modo che posso, dico solo “Grazie” ai ragazzi della compagnia, se l’intento era impressionare positivamente, ci siete riusciti.

-Maria Chiara Petrassi e Carmen Ciccone

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L’odore Della Notte Flash

Do la colpa ancora una volta alla sessione d’esami, ma mi trovo in un momento in cui ho tante idee e neanche un attimo per scriverci un articolo. Ora che la pace sta tornando in procinto dell’arrivo del nuovo semestre, ho avuto più tempo per pensare a cosa scrivere… col risultato che nulla riusciva a ricoprire lo spazio per un articolo a sé stante. E’ così che nasce questa sotto-rubrica, nella quale tratterò due o tre argomenti, in maniera più breve, su cui comunque ho voglia di spendere due parole. Non preoccupatevi, altri articoli “normali” stanno arrivando!

Iniziamo subito parlando di una serie TV che mi ha tenuto attaccato allo schermo per tutti gli 8 episodi che la compongono: sto parlando di Sex Education, disponibile su Netflix dall’11 gennaio 2019. È un teen drama,  qualcuno si ricorderà che rapporto io abbia con questo tipo di prodotti. In ogni caso questa serie è totalmente diversa dalle schifezze italiane o spagnole precedentemente prodotte. Protagonista della serie è Otis, figlio adolescente di una terapista sessuale, che si troverà a fare da terapista anch’egli all’interno della sua scuola. A questa si intrecciano altre storyline secondarie, tutte ben realizzate, che completano il quadro. Parla del mondo dell’adolescenza, senza pregiudizi, senza bigottismo. Per temi trattati la si potrebbe, azzardando, quasi paragonare al primo Larry Clark. Le tematiche sono più che attuali: LGBT+, aborto, droghe, feste in case da sogno, il valore della popolarità in un contesto come quello scolastico e soprattutto il sesso. Quest’ultima è la tematica che soprattutto in un Paese come il nostro risulta controversa, ma la serie comunque riesce a rompere ogni tabù in maniera intelligente. Trovo ragionevole creare situazioni verosimili, in modo che gli adolescenti stessi riescano a riconoscersi in quelle scene; non lo è, invece, osservare questo mondo esternamente, con gli occhi di un’altra generazione, toccarlo appena con la punta del dito (vero Baby?). Nonostante i temi forti, è una commedia divertentissima e piacevole e che mi sento di consigliarvi.

Passiamo ora ad un film uscito ormai da molte settimane, ma è più emozionante arrivare in ritardo e parlarne quando le acque si sono calmate. Spider-Man: Un Nuovo Universo. Da fan dell’amichevole Spider-Man di quartiere non posso che apprezzare la pellicola. Si tratta di un film d’animazione di altissima qualità, che si distacca però dal Marvel Cinematic Universe che tutti siamo abituati a vedere sul grande schermo da più di dieci anni ormai. Infatti protagonista del film è Miles Morales, il che rimanda all’universo Ultimate dei fumetti, ma in questa storia non avremo solo uno Spider-Man, bensì molteplici, provenienti tutti da universi paralleli. Per citarne alcuni. nella New York “Ultimate” vedremo un Peter Parker ridotto sul lastrico dopo il divorzio con Mary Jaane; Spider-Man Noir direttamente dal 1930, una Gwen Stacy che prende i poteri del ragno al posto di Peter e tanti altri. Uno stile di animazione molto dinamico, accompagnato da una colonna sonora curata da artisti contemporanei (che però risulta troppo contemporanea, rischiando di stonare in futuro qualora nuove generazioni dovessero vedere il film), rendono la pellicola estremamente godibile. Per i fan più accaniti del Ragno non possono mancare le citazioni che vanno dai film di Sam Raimi ai memes che circolano sul web (è caldamente consigliato rimanere fino alla fine dei titoli di coda).

Concludendo, voglio parlare un po’ delle ultime uscite del cinema italiano. Ho visto di recente Il Primo Re, di Matteo Rovere. A metà tra il racconto epico e la ricostruzione storica, il film narra la fondazione di Roma, che a grandi linee conosciamo tutti. Pellicole di questo calibro non si vedevano da molto tempo nel panorama cinematografico nostrano, finalmente un esperimento ben riuscito che potrebbe dare speranza di ripresa dell’industria. Si potrebbe parlare del gran lavoro fatto per ricostruire il proto-latino, la lingua parlata per tutta la durata del film, oppure della bravura degli interpreti, tra i quali Remo interpretato da un magistrale Alessandro Borghi; anche le scene di combattimenti sono ben realizzate e la violenza non si risparmia, grazie anche ai meravigliosi effetti speciali, molto realistici e che ricordano il vecchio cinema horror dei nostri Maestri Fulci e Argento, ma anche Margheriti o Mattei. Se proprio devo trovare qualcosa che non ho apprezzato è l’utilizzo eccessivo dei droni e delle scene in ralenti, palesemente girate con un framerate diverso e che può dar fastidio ad un occhio più attento. In ogni caso resta una pellicola più che godibile che vale la pena vedere sul grande schermo, sia per l’esperienza della sala in sé, sia per supportare il cinema di qualità.

-Matteo Verban

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In viaggio con Novecento

Il buio più totale. Silenzio più oscuro del buio. Poi uno stralcio di luce: sul palco compare il narratore Max Tooney, interpretato dal brillante e coinvolgente Fabrizio Pinzauti, fiorentino, unico attore e regista dello spettacolo intitolato Virginian.  Nei pressi del Colosseo, nel piccolo e suggestivo Teatro Ivelise, è andato in scena il 26 gennaio lo spettacolo tratto dal celebre romanzo di Alessandro Baricco Novecento, parola che racchiude uno dei monologhi più significativi della letteratura contemporanea.

L’opera dello scrittore torinese, pubblicata nel 1994, narra la storia del giovane orfano Benny Goodman T. D. Lemon Novecento nato a bordo del piroscafo “Virginian”: su di esso il giovane Novecento divenne presto un favoloso pianista che suonava per intrattenere i migranti in viaggio verso l’America in cerca di un futuro migliore, storia che si protrae fino all’anno dell’ambientazione del monologo, il 1943. Pinzauti interpreta la parte dell’amico Max Tooney, trombettista nonché narratore di questa meravigliosa storia.

Del 1998 invece è l’adattamento cinematografico di Giuseppe Tornatore, musicato dall’insuperabile Ennio Morricone, La leggenda del pianista sull’oceano con attore protagonista Tim Roth; il film ottenne numerosi riconoscimenti di prestigio tra cui 6 David di Donatello nel 1999 e un Golden Globe nel 2000.

Nella realtà è esistito un Virginian, precisamente il transatlantico RMS Virginian varato nel 1905 e smantellato nel 1954; nel 1912 svolse addirittura un ruolo di primo piano nella vicenda dell’affondamento del Titanic: il Virginian infatti si trovava in prossimità del disastro ed ebbe modo di stabilire un contatto con il famoso transatlantico.

Sugli spalti si respira un’aria intima e di raccoglimento, appena si spengono le luci il buio e il silenzio si diffondono nel teatro e una musica nostalgica di sottofondo dà inizio allo spettacolo. Sulla destra del palco, seduto su di un baule e con in mano un cappello, l’attore protagonista è illuminato soltanto da una luce fioca. La scenografia è composta di pochissimi elementi (un baule, dei gradini, una tromba e un pianoforte); è Pinzauti , con il suo modo di essere padrone sul palco e con la sua capacità di raccontare, che ha il potere di far volare l’immaginazione del pubblico rendendo di fatto superflua ogni scenografia.

Sembra di sentire Novecento suonare, sembra quasi di poterlo vedere seduto di fronte a quel pianoforte, il pubblico si emoziona assieme al protagonista all’ascolto delle note suonate e grida insieme a lui quando l’America spunta all’orizzonte. Lo spettacolo è avvincente per tutta la durata, cosa non scontata vista la difficoltà del monologo; l’autore/attore lo ha smontato e ricreato per noi mettendo in scena una storia che come un film scorre davanti ai nostri occhi e nelle nostre menti. È proprio questa la bravura dell’artista: la capacità di creare solo con se stesso e la propria voce immagini e azioni soltanto stimolando l’immaginazione degli spettatori.

Pinzauti è riuscito in questo. Non abbiamo mai staccato gli occhi dallo spettacolo, pendendo dalle sue labbra e catturando con gli occhi (e con la reflex) ogni suo gesto e movimento. Alla conclusione dello spettacolo gli applausi non si sono fatti attendere: il pubblico è emozionato ed entusiasta. Bella l’attenzione dell’attore per il pubblico alla fine dello spettacolo, coinvolto in un interessante “after show” ricco di domande e riflessioni . Fabrizio Pinzauti afferma di non identificarsi nel personaggio di Novecento, genio in una cosa ma frana nel resto,  ma molto di più nelle sue paure e nella sua esigenza di certezze; questo suo bisogno porta Novecento alla scelta drastica del finale, che lui comprende ma non condivide: l’attore e regista conclude dicendo che questo monologo lascia delle domande più che dare delle risposte.

Da studentesse che frequentano davvero poco teatri e spettacoli, siamo rimaste davvero piacevolmente soddisfatte. Pinzauti ci saluta con il sorriso sincero di chi ha svolto il suo lavoro con tanta passione e soddisfazione. Durante il tragitto di ritorno per casa, ripensando allo spettacolo lo si poteva rielaborare chiaramente come un film, di quelli così coinvolgenti e vivi che senti subito nostalgia per ciò che ti hanno fatto provare.

-Geraldine Aureli e Claudia Crescenzi

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SCAVARE FOSSATI-NUTRIRE COCCODRILLI – ZEROCALCARE AL MAXXI

Zerocalcare, alias Michele Rech, ha 36 anni, vive a Roma nel quartiere di Rebibbia, “terra di corpi reclusi e cuori grandi”, e attraverso i suoi disegni caricaturali ci racconta il periodo sociale e politico dagli anni ’90 ad oggi.
Racconta storie di periferia, di quotidianità, di scuola e amici, racconta la precarietà di una generazione sfortunata, di una denuncia alla società in cui viviamo.
Racconta storie di lotte per i diritti di tutti gli esseri umani, di manifestazioni di libertà e uguaglianze, di abusi nei confronti di chi è vittima, storie di occupazioni, sgomberi, di governi fascisti e poteri razzisti, di anticultura e social network.

La mostra a lui dedicata, Scavare fossati-nutrire coccodrilli, al MAXXI di Roma dal 10 novembre 2018 al 10 marzo 2019, raccoglie più di 600 opere e lavori disegnati dal fumettista nel corso degli anni.

Salendo una scalinata su cui si staglia il mammuth di Rebibbia “qui ci manca tutto e non ci serve niente” è raccontata in breve la vita di Michele, i suoi esordi con autoproduzioni e Bassotti che occupano il deposito di Zio Paperone,  di corsi di fumetto e dell’arrivo del nome ZeroCalcare dalla pubblicità di un detergente, di collaborazioni con periodici e testate (Internazionale, L’Espresso, La Repubblica e molti altri), del suo sito Ink4Riot e del successo dei suoi 9 libri, pubblicati per la BAO Publishing.

La grande sala espositiva, che ha dall’alto la forma dell’armadillo (suo storico compagno di avventure, personificazione della sua coscienza), è organizzata in 4 sezioni:

– Pop
Storie di quotidianità e vita personale, rapporti con parenti, amici e adulti, ambientati in un’Italia che cambia, dall’infanzia del benessere economico del game boy, di supereroi e cartoni animati in televisione a tutte le ore, alla matura precarietà di una nuova crisi economica senza lavoro e vie di futuro;

– Tribù
In un’età in cui ci si sente disadattatati e contro il mondo, c’è solo un (non)luogo in cui ci si sente accettati: la tribù, il tuo gruppo, i tuoi amici, persone che la pensano proprio come te.
Il (non)luogo di Michele è la tribù della musica punk.
Tavole, copertine di dischi e locandine ci raccontano di concerti, centri sociali e delle mille sfumature e sottoculture del genere;


– Lotte e Resistenze

Vignette, manifesti, volantini, poster e illustrazioni per raccontare le lotte e le resistenze alle ingiustizie, per raccontare di assemblee, cortei, scioperi, occupazioni e militanza, “con rabbia e con amore”;


– Non Reportage

Fatti di cronaca nazionale e internazionale, vissuti spesso in primo piano dall’artista.
I massacri del G8 di Genova (evento significativo nella sua vita) con le tavole “In ogni caso nessun rimorso”, “La memoria è un ingranaggio collettivo”; i “diari” dei viaggi in Kurdistan, per dare voce e immagine, attraverso la raccolta “Kobane calling”, a un conflitto silenzioso, a una ricerca di libertà di un popolo che i media ignorano e distorcono; la denuncia per la città di Roma e lo stato in cui è abbandonata.

Una grande parete, ricoperta da manifesti disegnati negli anni, ci descrive un periodo: concerti, festival, dibattiti, assemblee, i cortei #MaiconSalvini e quelli del 25 aprile, i 10 anni di Borghetta, quando è andato a fuoco il CSOA La Strada, le manifestazioni antifasciste, per i diritti alla casa, alla ribellione, per ricordare compagni come Carlo, Federico, Stefano, Renato.

Un’immersione in un mondo di valori e ideali di rispetto, integrazione, uguaglianza e libertà, che oggi troppo spesso rischiano di essere (invano!) sopraffatti e cancellati.

 

-Irene Iodice

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Restare Umili, la mostra di Zerocalcare

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A Plastic Story

Il biliardo era il gioco più in voga tra gli  esponenti dell’alta società ottocentesca, ma andava a creare un grosso problema: le palle da biliardo venivano fatte con l’avorio, che veniva preso dalle zanne degli elefanti. Naturalmente si andò incontro ad un vero e proprio massacro di questi poveri animali, tanto che ne furono abbattuti più di 3.000 esemplari solo in Sri Lanka nel giro di tre anni. Bisognava trovare un’alternativa e nel 1869 fu John Wesley Hyatt a proporre una soluzione apparentemente perfetta e innovativa: con un mix di cellulosa, etanolo e canfora riuscì a creare un materiale indistruttibile, dando vita alla plastica.

Questo nuovo artefatto parve salvare la vita non solo degli elefanti, anche delle tartarughe, i cui carapaci venivano utilizzati per creare i pettini. Ahimè, lo stato di tranquillità dei nostri coinquilini animali non durò a lungo, anzi, la situazione si è totalmente ribaltata: nata per salvargli la vita, la plastica è oggi il nemico numero uno di molte specie animali, a partire da quelle marine che sono le più colpiti. Oggi sono presenti, nei mari e negli oceani di questo pianeta, più di 150 miliardi di tonnellate di plastica; previsioni future ci dicono che entro il 2025 la quantità sarà di una tonnellata ogni tre di pesce e, continuando su questa via, nel 2050 ci sarà più plastica che vita in acqua.

Pensate che l’UNEP (Programma Ambiente delle Nazioni Unite) ha collocato il problema “plastica” tra le sei emergenze ambientali più gravi, affiancandolo ai cambiamenti climatici, all’acidificazione degli oceani e alla perdita della biodiversità. Ma cosa comporta realmente questa ondata di spazzatura? Cominciamo con il distinguere due sottocategorie di plastica: le macroplastiche e le microplastiche.

Riguardo alle prime, ne fanno parte buste, bottiglie di plastica, reti da pesca abbandonate e molte altre; sono circa 344 le specie tra uccelli e creature acquatiche che rimangono intrappolate in esse causandosi ferite, lesioni, deformità e impossibilità a muoversi. Tutto ciò fa sì che molti animali muoiano di fame, per annegamento e perché diventano facili prede. Dalla lenta degradazione delle macroplastiche nascono le famigerate e tanto chiacchierate microplastiche, composte anche da pellet, creme, agenti esfolianti e dentifrici e che hanno l’impatto maggiore sulla vita marina.

I grandi pezzi di plastica feriscono, strangolano e causano la morte di innumerevoli animali, tra cui specie protette come, ad esempio, le tartarughe marine che, scegliendo il cibo tramite la vista, scambiamo le buste di plastica per meduse finendo col mangiarle, oppure degli uccelli, che invece lo scelgono attraverso l’olfatto e vengono attratti dall’odore che i rifiuti prendono grazie alla colonizzazione di alghe e batteri su di essi. Ma sono le microplastiche, più insidiose, a rappresentare la minaccia più grande: con la dimensione di neanche un millimetro, vengono facilmente scambiate per krill dai pesci che, mangiandole, le introducono nella catena alimentare marina, dei loro predatori e di conseguenza di noi esseri umani.

Ogni anno causiamo 13 miliardi di dollari di danni ad ecosistemi marini, alla pesca e al turismo: grandi quantità di plastica in mare causano minori catture, seguite da minori entrate, mentre le spiagge e i porti sporchi scoraggiano il turismo. Per fronteggiare il problema, il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva sul divieto di plastica usa e getta dal 2021. Perfetto. Ma nel frattempo? Il punto non è tanto vietarne l’utilizzo quanto far sì che la gente smetta di usarla fin da subito, abbattendo quello sfrenato consumismo che ci ha portati a questo punto: intanto che la direttiva verrà messa in pratica continueremo a produrre e smaltire rifiuti in modo irresponsabile, continuando ad alimentare l’infestazione di plastica nelle acque del nostro pianeta.

Andate a farvi una passeggiata nella spiaggia che vi è più vicina e abbassate lo sguardo verso i vostri piedi: come ci si sente ad affondare i piedi nudi in mezzo a tappi, bottiglie stropicciate e cotton fioc?

Sta a noi proteggere e salvare ciò che è rimasto di questo pianeta, glielo dobbiamo. Perché ogni minuscola parte è preziosa, perché non esiste un’altra Terra, perché è la nostra enorme e tondeggiante casa.

 

-Martina Cordella

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“Mi piace pensare a noi come a una famiglia di artigiani, con l’insegna dei negozi storici: Proietti e figlie”

Carlotta Proietti, talentuosissima attrice di teatro ma anche del piccolo schermo, ottima cantante e conduttrice televisiva, si racconta e ci racconta con spontaneità e freschezza dei suoi lavori più recenti, del suo importante percorso artistico e della sua “famiglia di artigiani”.

 

Dunque Carlotta, cominciamo dal successo di quest’estate: il Silvano Toti Globe Theatre di Roma ti ha vista protagonista (nel ruolo di Caterina Minola), dal 31 agosto al 16 settembre, de La Bisbetica Domata di William Shakespeare. Affiancata da un cast non meno eccezionale e dalla sapiente e arguta regia di Loredana Scaramella, hai ricevuto ottime critiche e svariati “bravo” dal pubblico. Tuttavia nasce spontanea una riflessione di timbro leggermente amaro. Una riflessione su -come riporta il sito web ufficiale del Globe Theatre- «quell’ultimo lungo monologo nel quale la ex bisbetica e indomita Caterina tesse le lodi della mitezza e della soggezione allo sposo. Quello sposo che dal momento in cui la incontra la sfida, la affronta, la inganna, la porta con sé in una casa inospitale […] e la riduce prima al silenzio e poi alla conversione a discorsi non suoi.». Avrai risposto già tante volte a questa domanda ma, da donna e da tua fan, non posso proprio esimermene: cosa ha significato per te e per l’intero cast, ad oggi, prendere parte ad una commedia tramite la quale lo stesso Shakespeare intendeva criticare il ruolo e la condizione della donna già in epoca elisabettiana?

Carlotta Proietti: Ha significato un grande privilegio: Shakespeare è un autore immenso. Non credo alla tesi del Bardo antifemminista perché non avrebbe collocato una storia all’interno di un’altra così come ha fatto, cominciando con un prologo che narra una vicenda totalmente staccata da quella di Petruccio e Caterina. In ogni caso la questione rapporto uomo-donna ha suscitato molte discussioni e interessanti chiacchierate con la nostra regista, Loredana Scaramella e con il resto della compagnia. Lei ha deciso di ambientare la pièce negli anni 30, nel ventennio fascista. La sua scelta era volta a raccontare la donna di quell’epoca – una figura che cominciava ad emanciparsi ma che era ancora vista come una figura valida per la società in quanto madre e moglie, non in quanto donna autonoma. Noi raccontiamo Caterina come una donna con la sua personalità che non è disposta a modificare per sottostare alle regole della società, e che cambia con l’arrivo di Petruccio nella sua vita, il quale la costringe a piegarsi all’obbedienza della volontà maschile. Tuttavia quando si arriva al finale torna Sly, il protagonista del prologo. La commedia nella commedia a quel punto si “smonta”; cadono le maschere, vengono via le parrucche, quello che vi abbiamo raccontato è semplicemente una “favola”. Sly recita la sua celebre battuta affermando di saper “domare una donna indiavolata” perché lo ha visto fare da Petruccio con Caterina, e in risposta a questo l’intera compagnia rientra in palcoscenico – da attori, non più da personaggi – e canta la canzone Illusione. Questo per dire che ciò che avete visto è illusorio, è finzione, non è vero niente.

Noi l’abbiamo gestita in questo modo, sperando di comunicare al pubblico non certo la visione di una donna sottomessa all’uomo ma bensì una favola che si scioglie nella fine di uno spettacolo (nello spettacolo), una fiaba il cui epilogo rimette tutti a paro. E’ una compagnia di teatro di varietà in cui un gerarca fascista si è imposto come attore…e così facendo probabilmente si è reso anche piuttosto ridicolo.

 

Hai recentemente annunciato sui social che tornerai/sei tornata a trovare il “paterno” palco della seconda stagione di Cavalli di Battaglia ma la tua prossima esperienza a teatro, se non vado errata, consisterà nel ruolo della co-protagonista Nina ne La commedia di Gaetanaccio di Luigi Magni. Affiancherai Giorgio Tirabassi nel ruolo di Gaetanaccio, per l’appunto, in questa meravigliosa commedia diretta da Giancarlo Fares che torna in scena al Teatro Eliseo di Roma (dal 19/02 al 10/03/2019) a quarant’anni esatti dal suo debutto. Come riporta il sito ufficiale dell’Eliseo, la tua presenza nel cast vuole anche in qualche modo suggerire una sorta di continuità con l’allestimento storico dello spettacolo, allora diretto e interpretato da Gigi Proietti. Anche in base a questo, cos’è per te questa commedia?

Per me significa un’enorme responsabilità. La stessa che sento in qualsiasi nuovo lavoro intraprenda, ma in questo caso si tratta di un testo che conosco da sempre e di cui ho ascoltato le canzoni fin da bambina. Purtroppo non l’ho visto perché non ero nata, ma non avrei mai immaginato di avere il privilegio di interpretare un personaggio scritto da Gigi Magni e la cosa mi emoziona. L’aspetto bizzarro è che non è stata un’idea di mio padre, al contrario quello di Gaetanaccio, nella sua nuova edizione, è un gruppo di lavoro con cui collaboro per la prima volta e sono davvero lusingata che abbiano voluto me per il ruolo di Nina. Significa per me una grande gioia.

 

Attrice, cantante, conduttrice televisiva, saranno in tanti a pensare che l’essere figlia di Gigi Proietti ti abbia aperto varie strade o quantomeno aiutata, sbaglio? Pur ritenendo che tu abbia a prescindere un talento straordinario, indubbiamente anche coltivato (ma non veicolato) da un’educazione artistica importante al livello familiare, immagino debba essere stato difficile a volte uscire dal pregiudizio del “figlio di…”.

Inizio con lo svelarti che prima di essere figlia d’arte, sono nipote d’arte. Mia nonna materna era austriaca, una cantante e ballerina del varietà. Quindi chi vuole può recriminarmi intere generazioni di raccomandazioni! Scherzi a parte, essere “figlia di” per me è prima di tutto un privilegio. Significa crescere nel parco giochi più divertente che c’è: il teatro. Un luogo che ti fa sognare ma che ti insegna continuamente qualcosa, anche tuo malgrado. Potrei dirti che “non è facile” ma cosa è facile? Penso ci siano enormi difficoltà così come gioie e soddisfazioni in qualsiasi strada si scelga di percorrere, se vuoi fare le cose per bene. Il mio lavoro è la mia passione e questo lo condivido con mio padre. Se c’è una cosa che definirei – più che difficile – complessa è stato capire che tra me e il pubblico c’è un filtro: il pregiudizio. Ma non biasimo chi giudica senza conoscere (il mio cognome arriva prima di me) perché lo faccio anch’io quando vedo un figlio d’arte! Quindi la cosa migliore da fare nel mio caso è stato lavorare perché questo non diventasse un ostacolo, perché non sia un “problema”. Ho la fortuna di stimare mio padre e di avere con lui un bellissimo rapporto di stima reciproca e scambio. Sicuramente ci sarà sempre chi penserà male di me ma per questo non posso fare nulla. Lo accetto e sono orgogliosa di far parte di una famiglia dove si ha grande rispetto del proprio lavoro e che collabora come un gruppo (mia sorella è scenografa e costumista). Mi piace pensare a noi come a una famiglia di artigiani, con l’insegna dei negozi storici, Proietti e figlie. D’altra parte ogni mestiere è un’arte; noi siamo figlie di questa.

 

Qualche tempo fa vidi per la prima volta, restandone immensamente colpita, il video del discorso che Robert De Niro tenne nel 2015 ai neo-laureati della Tisch, l’accademia delle arti di New York. Tra il brutale e l’ironico alcune delle sue parole furono: «Da oggi comincia un lungo percorso di rifiuti e porte sbattute in faccia. […] Un rifiuto può far male ma, secondo me, ha davvero poco a che fare con chi siete. Quando fate un’audizione o una presentazione, un regista o un produttore o un investitore spesso ha qualcos’altro in mente. Ecco come vanno le cose». Proprio ritenendo che nonostante il tuo cognome questo difficile mondo sia stato a volte un po’cattivo anche con te, come con tutti, vorrei chiederti di commentare queste parole e lanciare un messaggio a tutti i giovani che preferiscono ignorare il fuoco artistico che sentono bruciargli dentro pur di non intraprendere un percorso così difficile e a tratti doloroso.

Nonostante il mio cognome ho fatto numerosi provini finiti male e più di un’agenzia di spettacolo mi ha rifiutata proprio per il cognome che porto. Ovviamente posso parlare solo della mia esperienza e ho fatto un percorso un po’ singolare: nasco come cantante e non pensavo mai di recitare. Poi piuttosto “tardi” (a 30 anni) mi sono accorta che volevo migliorarmi, acquisire nozioni tecniche da palcoscenico per continuare la carriera di cantante e cantautrice in modo più completo e professionale. Così mi sono iscritta a una scuola di teatro (Il Cantiere Teatrale di Roma) e ho studiato. Ci tengo a dirlo certo non per vantarmi, ma perché credo sia importante avere la voglia di migliorarsi, sempre, e non credere che con un provino si diventi “famosi”. Sì, può succedere, ma bisogna a mio avviso prendere questo mestiere molto seriamente: con la dovuta preparazione, lo studio, i sacrifici, l’impegno, la “gavetta”, ma soprattutto la curiosità. Finita la scuola, ho avuto la fortuna di conoscere degli attori coi quali ci siamo “autoprodotti” per circa quattro anni. L’autoproduzione in teatro vuol dire fare tutto da sé, dal concepire un’idea fino a montare e smontare le scenografie. E ovviamente andare in scena la sera! Tutto questo semplicemente per dire che se si vuole fare, specie oggi, il mestiere dell’attore, ritengo si debba essere pronti a tutto non dimenticando mai da dove si viene.

 

Per concludere, dal momento che credo di averti già trattenuta abbastanza, mi ricollego alla natura un po’ dolceamara de La commedia di Gaetanaccio che affronta temi incredibilmente attuali. Da frequentatrice assidua di cinema e teatri soprattutto, ti chiedo: quanto è rischioso produrre nuove opere teatrali in un mondo che va veloce e ha sempre meno tempo per nutrire le arti? Gaetanaccio e gli altri teatranti fanno la fame e sono costretti ad “inventarsi la vita” per poter andare avanti. Non è assolutamente la stessa esasperata situazione, è chiaro, ma hai mai avvertito la sensazione che un’opera originale e dunque non già avvolta da notorietà non ricevesse adeguati riconoscimenti e attenzione? Che significa essere oggi un attore teatrale?

In un momento in cui si viaggia veloce e sull’onda dell’emotività (clicco su un post se mi attira), sarebbe giusto approfondire, non fermarsi alla superficie ma andare oltre. Per fare un parallelo, di un giornale (cartaceo o digitale) non leggere solo i titoli ma gli articoli interi. Ogni stimolo, ad esempio una parola nuova che si impara, apre una porta. Insomma, penso sia necessario avere curiosità. Tanta e inesauribile. Vedere spettacoli, film, concerti, di tutti i generi. Tenersi informati su quello che succede, di quali sono le tendenze, non seguire per forza le mode ma nemmeno disdegnare un progetto solo perché “mainstream”.

Il rischio nel produrre qualcosa di nuovo c’è sempre, ma è proprio questa la funzione del teatro. La commedia di Gaetanaccio racconta di un personaggio vissuto nel ‘700. Magni usa il pretesto di un burattinaio realmente esistito, che sbeffeggiava i potenti del suo tempo, come parallelo del momento storico in cui scrive la commedia (siamo nel ‘78), quindi del contrasto tra artisti e intellettuali. Allora era una nuova produzione, oggi è una ripresa ma sarà una versione totalmente nuova, verrà recepita in modo diverso e secondo me sarà interessante vedere come.

Rimanendo in tema Gaetanaccio, ritengo che per essere attori oggi bisogna avere una predisposizione a reinventarsi continuamente. E’ una vita che ti mette a dura prova perché alterna periodi colmi di impegni a mesi senza lavoro. E’ un ambiente duro come qualsiasi altro. Se non altro noi abbiamo il vantaggio di sentire meno la “crisi”: il teatro è in crisi da sempre. Non voglio finire con questa nota amara ma preferisco essere sincera. Non è semplice la vita dell’attore di teatro, nemmeno per me che ho la fortuna di esserci cresciuta. Ma quello che ti da in cambio è semplicemente  insostituibile.

 

Anche noi preferiamo indubbiamente la sincerità. Grazie per il tuo tempo Carlotta e in bocca al lupo (anche se in ambito teatrale l’espressione adatta sarebbe “tanta mer*a!”) per La Commedia di Gaetanaccio e per tutti i tuoi prossimi lavori.

-Margerita Cignitti

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Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni

La parola sogno, di per sé associata alla parte della giornata in cui si dorme, è anche collegata ad una condizione essenzialmente felice; non è un caso che in molte situazioni della nostra vita in cui siamo particolarmente euforici ci ritroviamo a dire: “mi sembra un sogno!”. Uno dei padri della psicanalisi, Sigmund Freud, diceva: “l’interpretazione dei sogni è la via regia per la conoscenza dell’inconscio, il fondamento più sicuro della psicoanalisi e il campo in cui ogni praticante deve maturare il proprio convincimento e perseguire il proprio perfezionamento”. Questo perché i sogni affascinano ed è proprio “su una loro rappresentazione che tocca le idee di spirito, emozione, incanto”, riprendendo testualmente le sue parole, che Danilo Eccher ha incentrato la mostra Dream, allestita nella suggestiva location del Chiostro del Bramante di Roma, dal 29 settembre 2018 al 5 maggio 2019. È la degna conclusione di una trilogia di mostre assieme a Love ed Enjoy.

Quando ho visto per la prima volta il cartellone della mostra, con la mente sono tornata a mio nonno, che quando era giovane, per racimolare qualche soldo, si improvvisò cartomante leggendo il significato dei sogni ai più tristi. Non tutti nasciamo con le stesse fortune, sognare assume per ognuno di noi un significato diverso nella vita. Tra chi pensa “non smettere mai di sognare” e chi invece che “i sogni nel cassetto fanno la muffa”, c’è la combinazione di due parole che cambiano significato a seconda di come le si legge: ‘basta crederci’. Charles Bukowski.

Ad ognuno i propri, l’elemento fondamentale della mostra è proprio l’individualità. Ogni notte si sogna, anche se non sempre lo si ricorda, ma i sogni che si fanno possono scatenare diversi sentimenti e reazioni a seconda del tema e del coinvolgimento personale. Ecco, lo stesso accade nel visitare Dream, ogni opera è pensata per avere un impatto differente su ogni osservatore, proprio perché l’autore parte dall’assunto che ogni opera possa naturalmente scatenare in ognuno una reazione diversa, come quando si sogna, nella realtà.

La voce guida aiuta nella concentrazione e nell’immedesimazione. Ci sono 14 sale che giocano su elementi sensoriali e visivi, in tutte è presente una targhetta che spiega il significato associato al sognare una determinata cosa. Nell’ultima ci si può anche sdraiare per guardare dei numeri sul soffitto; mi è rimasta particolarmente impressa questa istallazione perché in matematica io ero una capra! La mia stanza preferita è però quella a tema “la vertigine e il sogno”, che è legata al sognare la paura per l’instabilità.

Alla fine della mostra ci sono più pareti totalmente ricoperte di post-it su cui ogni visitatore può imprimere il proprio sogno più grande. Nella speranza che andrete anche voi a scrivere il vostro e che saprete mantenere il segreto, vi dico il mio; in una sola parola, America.

 

 -Carmen Ciccone