Alice Guy-Blachè: la madre del cinema

“Chi è il regista?”
Capita spesso di sentire e porre questa domanda. Al maschile. Infatti di solito associamo la regia cinematografica a un uomo, ma se vi dicessi che a inventare il mestiere di regista così come lo conosciamo noi oggi è stata una donna?

Alice Guy nasce nel 1873 a Saint Mandé, vicino Parigi. L’anno dopo la morte del padre e del fratello maggiore, nel 1894, comincia a lavorare come segretaria di Léon Gaumont, fondatore della casa di produzione omonima. Ha così la possibilità di assistere alla storica proiezione de “L’uscita dalle officine Lumière a Lione” nel 1895.Appassionatasi fin da subito a questo nuovo mezzo di espressione, dall’anno successivo Alice Guy si inventerà per certi versi “l’arte del Cinema”. Infatti è del 1896 “La fée aux choux”, un film di 60 secondi, durata eccezionale per l’epoca, che mette in scena la favola dei bambini che nascono sotto i cavoli. Da qui in poi, oltre a rivoluzionare il concetto di regista, fino a quel momento legato esclusivamente all’operatore di macchina, questa ragazza di appena 23 anni introduce le prime forme di finzione cinematografica. Prima di Griffith, della scuola di Brighton e anche di Méliès.

Negli anni successivi produce una moltitudine di contenuti, da commedie leggere a film horror sui vampiri fino a film musicali, per finire con l’incredibile “La vie du Christ”, 1906, un’opera monumentale di mezz’ora, basata sulle illustrazioni del pittore James Tissot e realizzata col fondamentale supporto di Gustave Eiffel. Ma se c’è un suo lavoro da vedere assolutamente, questo è “Les résultats du féminisme”, sempre del 1906. Nel film i ruoli sociali di uomini e donne sono invertiti. In soli 7 minuti le differenze di genere vengono ridicolizzate con geniale ironia e questo quasi quarant’anni prima che le donne ottenessero il diritto di voto in Francia. Si trova facilmente su youtube, perciò niente scuse, va visto.
In quegli anni Alice Guy sperimenta addirittura i primi film sonori, con l’ausilio del chronophone, uno strumento ideato da Gaumont in grado di sincronizzare le immagini del cinematografo con il suono registrato su un disco e riprodotto in sala durante la proiezione.

Tornando al 1906, il suo anno magico, la Guy conosce un operatore inglese, Herbert Blaché. Poco dopo si sposano. Lei ha trentatré anni, lui ventiquattro. Si trasferiscono negli Stati Uniti e nel 1910 fondano la “Solax”. In questo modo Alice Guy – Blaché diventa la prima donna a capo di una casa di produzione e, per non farsi mancare nulla, nel 1912 gira “A Fool and his money”, primo film con un cast interamente afroamericano. Dello stesso anno è “In the year 2000”, ambientato in un futuro in cui le donne governano la società, opera che però non vedremo mai, essendo andata perduta. Nel 1920 dirige il suo ultimo film. Due anni dopo divorzia con il marito e ritorna in Francia con i suoi due figli. Muore nel 1968, a 95 anni, “quasi dimenticata dall’industria che aveva contribuito a creare” ci ricorda Martin Scorsese. La straordinaria persona di Alice Guy-Blaché, in definitiva, si può racchiudere in una frase che ripeteva spesso ai suoi attori e che aveva fatto segnare su di un’insegna all’entrata degli studi Solax: “Be Natural”.

Claudio De Angelis

Janis Joplin: la prima donna del rock

Janis Joplin. Questo nome risuona nella storia del rock come quello di una delle più grandi voci mai esistite. La sua vita e la sua carriera sono state brevi, a causa di problemi con l’alcool, con le droghe e con gli uomini, ma la sua eredità musicale arriva fino ai giorni nostri. Tuttavia non è di ciò che si vuole scrivere in questo articolo. Qui si vuole parlare di Janis Joplin non tanto come cantante, bensì come donna: come prima donna del rock.

Gli anni sessanta, come tutti sanno, sono stati un periodo di grande fermento culturale, in tutto il mondo si sentiva che ci sarebbe stato un grande cambiamento e anche le donne sentivano che la loro condizione si sarebbe trasformata. Tuttavia nella musica e soprattutto nel rock non c’era nessun artista che le rappresentasse, che facesse loro da portavoce. Il rock a quei tempi era un genere assolutamente maschile. In Inghilterra – uno dei poli musicali di quei tempi – la British Invasion aveva reso famosi gruppi come i Beatles e i Rolling Stones, entrambi formati interamente da uomini, mentre negli Stati Uniti a farla da padrone erano Bob Dylan e Jimi Hendrix, altri uomini. Bisogna contare nell’appello anche Jim Morrison, frontman dei Doors, considerato tra l’altro un sex-symbol ai suoi tempi e un’icona di virilità.

A questo punto verrebbe da dire che il rock era un luogo inospitale per una donna. Eppure Janis Joplin è riuscita a farsi spazio, a crearsi un posto e a introdurre in un genere assolutamente maschile il punto di vista femminile. Per questo motivo a lei spetta il primato di prima donna del rock.
A scanso di equivoci si potrebbe leggere il testo di una delle sue canzoni più famose, Piece of My Heart (1968), dal periodo in cui cantava con il suo gruppo, i Big Brother and the Holding Company. Il testo parla di una donna esausta a causa di una relazione e lasciata sola dal suo compagno. Esso riflette la condizione della donna a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, stanca di doversi reggere a un uomo per poter stare in piedi. Il brano, un blues-rock con venature soul, inizia con queste parole: “Non ti ho fatto sentire come se fossi l’unico / non ti ho dato tutto ciò che una donna può dare”. Già in queste prime frasi si può leggere tutta la delusione, tutta la frustrazione e tutta la rabbia di una donna delusa dal proprio uomo, il quale, evidentemente, non l’ha mai apprezzata, lasciandola in un angolo. Ciononostante la seconda strofa afferma qualcosa di diverso: “Ogni volta mi dico che non posso sopportare il dolore / ma quando mi tieni tra le braccia io canto ancora”. In questo caso la donna desidera ancora l’uomo per avere un supporto emotivo. Le due strofe esprimono un’ambigua condizione della donna: da una parte c’è la voglia di riscatto e di emancipazione e dall’altra il bisogno dell’affetto e della protezione da parte di un uomo.

L’ambivalenza di questa canzone rappresenta perfettamente la condizione di una donna oppressa da un uomo che desidera la libertà ma che non riesce né a capire né a immaginare come poterla ottenere; tuttavia esprime anche con grandissima umanità e senza presunzione di femminismo il dolore di una condizione del genere.

E proprio nel dolore si è conclusa la vita di Janis Joplin, a causa di un’overdose, che ha posto fine a un’esistenza caratterizzata dall’instabilità emotiva. Questa sembra essere l’unica fine possibile anche per la donna di Piece of My Heart, in equilibrio precario e apparentemente senza possibilità di essere felice. Ma non è detta l’ultima parola. Infatti la sofferenza di una persona può essere il primo passo verso la felicità per tante altre. In questo caso la fragilità che Janis Joplin ha espresso nella sua canzone può significare forza per tante altre donne.

Lorenzo Sgro

Rivalsa: il successo di una donna nel XVII secolo

“E’ qui la forza dei quadri della Gentileschi: nel capovolgimento brusco dei ruoli. una nuova ideologia vi si sovrappone, che noi moderni leggiamo chiaramente: La rivendicazione femminile.” (Roland Barthes)

Artemisia Gentileschi nasce a Roma nel 1593. E’ figlia d’arte: il padre, Orazio Gentileschi, è un pittore toscano di discreto successo. Artemisia cresce circondata dall’arte, e il suo talento è riconosciuto subito dal genitore, che la spinge a seguire le sue orme di artista. Ma Artemisia è donna, ed essere una donna XVII secolo non è facile. Lei lo sa, e nonostante tutti i pregiudizi imposti dalla società in cui vive, decide di seguire il consiglio del padre.

A diciassette anni dipinge il suo primo capolavoro, “Susanna e i vecchioni”, che stupisce a tal punto gli osservatori da fargli insinuare che il dipinto fosse stato in realtà realizzato in gran parte dal padre.
Due anni dopo, un terribile evento sconvolge la sua vita; Agostino Tassi, presunto amico di suo padre, la sorprende sola nella sua camera da letto e la violenta.

Durante il processo nei confronti di Agostino, Artemisia viene finanche torturata per provare a pilotare il processo; nonostante ciò, l’uomo viene condannato ad un solo anno di carcere che non sconterà mai.
Questa orribile esperienza, tuttavia, non la ferma.

Artemisia continua a dipingere e sviluppa uno stile potente, duro, dai tratti caravaggeschi, la cui influenza nelle sue opere è infatti evidente: la plasticità dei corpi è evidenziata dal deciso chiaroscuro, creato attraverso un fascio di luce che illumina la scena.Tuttavia, caratteristica peculiare di Artemisia è la completa assenza dei tipici tratti femminili, quali la delicatezza, la compostezza o la timidezza, nelle donne che dipinge.Esse sono per lo più eroine bibliche o mitiche, ma spogliate della loro aura di pudicizia e sottomissione tipica dell’epoca: sono donne forti, pronte a lottare per se stesse o per chi sta loro a cuore, disposte anche a versare del sangue con le loro stesse mani, pronte a soffrire per vincere, pronte ad uccidere.Il suo nome è sulla bocca di tutti, ed il suo talento è ormai indiscusso. Riceve commissioni dalla casata dei De Medici, e la sua fama supera i confini italici quando Carlo I d’Inghilterra la chiama per lavorare nella sua corte: Artemisia ce l’ha fatta.

Artemisia ha una cicatrice nel cuore che porterà tutta la vita, ma la cura al suo dolore risiede nei suoi pennelli e nelle storie delle donne che dipinge.
Donne come lei, donne che hanno sofferto, ma anche donne che hanno vinto.

Giuditta, Susanna, Cleopatra, Esther, Maddalena: Artemisia dipinge un po’ di se stessa in ognuna di loro, un po’ del suo desiderio di rivalsa, ed ogni donna può specchiarsi nella forza dei suoi soggetti femminili, anche a secoli di distanza.

Francesca Romana Leandri

Be not afraid: la storia di Veronica Guerin

Il 28 giugno 1996 Veronica è invitata dal Freedom Forum a Londra. Avrebbe dovuto tenere un discorso, lo aveva intitolato “Morire per dire la verità: giornalisti in pericolo”. Avrebbe parlato con passione del suo lavoro, invitando tutti a non avere paura di inseguire la verità.

Due giorni prima dell’evento, però, viene assassinata mentre è in macchina ad attendere a un semaforo.
Una moto, guidata da Brian Meehan, e dei colpi di pistola esplosi per mano di Patrick “Dutchie” Holland, riconosciuto come esecutore materiale dell’omicidio, interrompono la ricerca di Veronica Guerin.
Entrambi gli uomini fanno parte della gang di “Factory John”, che non venne condannato mai come mandante dell’omicidio, ma per traffico di stupefacenti.
L’Irlanda è sconvolta, disperata. Nessun giornalista era morto prima di allora per le sue indagini.

Veronica Guerin nasce il 5 luglio 1958 a Dublino, dove frequenta una scuola cattolica e sviluppa una delle sue passioni, quella per lo sport. Non solo tifosa del Manchester United, ma anche piccola e determinata calciatrice: a 15 anni gioca le finali di football irlandesi nonostante abbia un’ernia del disco.
Segue le orme del padre e si iscrive al Trinity College, dove studia contabilità. Veronica cambia carriera più volte, è una donna dinamica ed energica. Viene assunta dal padre nella sua compagnia, poi fonda una società di pubbliche relazioni e per due anni lavora come segretaria per il partito repubblicano irlandese.
La sua carriera da giornalista inizia nel 1990, quando accetta di vestire i panni di cronista per il Sunday Business Post e il Sunday Tribute. È da questo momento che Veronica fa della ricerca della verità, altra sua passione, il suo mestiere.

La storia della giornalista irlandese si incrocia inevitabilmente con quella della Dublino che lotta contro la piaga dell’eroina, il narcotraffico e la criminalità organizzata, della quale inizia a scrivere nel 1994 per il Sunday Independent. I tossicodipendenti a Dublino sono circa 15mila e nonostante i membri dei movimenti anti-droga provino a cacciare gli spacciatori dai quartieri, la figura del narcotrafficante si è ormai affermata ed ha acquistato potere.

La Guerin capisce che esiste un retroscena piuttosto cupo di Dublino e che per raccontarlo ha bisogno sia di fonti che facciano parte delle forze dell’ordine , sia di fonti interne al mondo criminale. Inizia a descrivere e a denunciare il marcio di cui si nutre la feroce Gangland. A causa della restrittiva legge sulla diffamazione che vige in quegli anni, lo fa in un modo particolare: parla del signor “Monk”, del “Coach” (il suo non sempre affidabile informatore, John Traynor) e del loro capo, il boss John Gilligan, in arte “Factory John”. Servendosi di pseudonimi e nomi di strade, racconta le vicende degli attori principali di quella brutta storia.

Veronica è abile, non ha timore e bussa addirittura alle porte dei diretti interessati. Racconta del terrore che vivono gli agenti del fisco e della facilità con cui molti malviventi riescono ad evadere dalle carceri. Sfida i potenti criminali che per due volte la minacciano di morte, sparando sulla sua casa prima e puntandole un revolver alla testa poi. Nel 1995 viene picchiata da Gilligan in persona.
Il Sunday Independent elabora un sistema di sicurezza e le viene assegnata la scorta, che la seguirà solo per qualche giorno. Secondo Veronica, la scorta ostacola il suo lavoro, mettendo a repentaglio i rapporti diretti con le fonti.
Sempre nel 1995 diventa la prima giornalista europea a vincere l’International Press Freedom Award, istituito dal Comitato Protezione Giornalisti e assegnatole per la sua instancabile lotta contro il crimine.

Dopo l’assassinio di Veronica, il parlamento irlandese promulga in una settimana il Proceeds of Crime Acts 1996 ed il Criminal Assets Bureau 1996, grazie al quale i beni acquistati con denaro sporco potevano essere sottoposti a sequestro dallo stato. Viene fondato il Criminal Assets Bureau. Si concludono maxi sequestri di armi e droga e le inchieste sulla sua morte portano a circa 150 arresti e reclusioni e nasce il primo programma destinato alla protezione dei testimoni.
Al Coach Garden House le viene dedicato un busto, sotto al quale sono incise tre parole: Be not afraid. La lotta di Veronica sembra quindi non essersi esaurita con la sua morte. E la fame di verità non si è ancora saziata. Veronica Guerin fa parte dei primi 50 eroi per la libertà di stampa nel mondo, selezionati dall’International Press Institute.

Veronica è stata una donna animata da passione, una lottatrice instancabile. Ha scelto di non fermarsi di fronte a niente pur di consegnare a tutti un’immagine veritiera della realtà. A lei va la passione con la quale ho scritto queste righe. Ad Ilaria Alpi, al suo collaboratore Miran Hrovatin ed al ricercatore Giulio Regeni va il pensiero. Con la speranza di riuscire a conoscerla, un giorno, la verità.

Erri De Luca: distacco, protesta, clandestinità, comunità

Per la giornata del 6 marzo è stata organizzata un’interessante iniziativa da Ricomincio dagli Studenti, L’Evoluzione della protesta – dagli anni di piombo ad oggi con ospite Erri De Luca, famoso scrittore e giornalista italiano. Una delle prime cose che colpisce è l’espressione che fa quando sente definirsi come una delle figure più carismatiche, come se non si sentisse adeguato a ricoprire questo ruolo. Poi c’è quel calore che principalmente il sud ti porta ad avere: infatti, appena gli viene posta una prima domanda sui modi di evoluzione della protesta prende il microfono e si alza dicendo: “mi metto in piedi sennò non vi vedo, sono arrivato fino a qua”.

Erri si definisce non uno studioso né un testimone, ma uno di parte. Con questa prima precisazione inizia a parlare dei suoi anni, della sua gioventù, una gioventù di cui non sente nostalgia tanto non c’ puoj turnà ca tieni affà! Gioventù in cui la differenza demografica tra anziani e giovani era alta: i giovani erano consapevoli di essere tanti e di costituire una massa sia all’interno delle fabbriche sia all’esterno. Non bisogna dimenticare che si parla pur sempre della prima generazione italiana che subì la prima istruzione di massa. Proprio grazie a questa consapevolezza di esser massa si protestava per i diritti di tutti.

Non bisogna inoltre dimenticare l’appartenenza al Novecento, non un secolo qualsiasi ma il Secolo dal punto di vista rivoluzionario. Prima, a differenza di oggi, non si faceva protesta per risolvere un problema che potremmo definire interno e circostanziale. Ora si protesta all’interno di una piccola comunità e non si guarda alla realtà esterna, mentre prima la protesta era infettiva.

Tant’è che gli anni di piombo sono ribattezzati da Erri in anni di rame. Perché? Perché è il rame a essere il miglior conduttore e lo Stivale è visto come un circuito elettrico in cui non c’è una differenza tra ciò che accade a Nord e nel Sud di noialtri. Si scendeva in piazza anche per il Vietnam, si bloccava il quotidiano. Cosa che non accade oggi dove troviamo scioperi frammentati fondamentalmente perché, lo conferma Erri, siamo pochi.

I giovani vogliono sentirsi anziani e si sta diffondendo una sottomissione al mondo adulto, è per questo motivo che a noi non è consentita la protesta. Siamo passivi e con il sogno comune di andarcene, eppure ci tocca risanare questo Paese indebolito dalla corruzione e dalla mala informazione. C’è urgenza di informare.

Eppure nonostante ciò l’Italia è uno dei paesi con il maggior numero di volontari che consentono al Paese di aggiornarsi e di non bloccarsi. Dopo le domande poste dai moderatori Matteo Scalabrino e Paolo Palladino è toccato al pubblico. Una delle domande più sentite è stata posta da un ragazzo che voleva sapere se si fosse mai sentito solo all’interno di una protesta. Gli occhi azzurri di Erri s’incupiscono per una frazione di secondo, lo guarda e dice che si è sentito di passaggio nel deserto nel momento in cui si è trovato espulso da quel noi, quando c’è stata la disgregazione del pronome. A confronto con l’esponente di una generazione che ha trovato una comunità che lo accogliesse nel comune e non nell’individualità.

L’iniziativa termina tra autografi, sorrisi, sguardi, foto e ringraziamenti. Siamo usciti da quell’aula con più consapevolezza, del passato e di ciò che dobbiamo fare.

Foto di Alessandra Catalano

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Stefano Benni a Roma Tre: vivere e raccontare, leggere e sorprendersi

Il 3 marzo, nella giornata più calda di questo 2017, è ospite nella facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre Stefano Benni, scrittore e poeta italiano. Si presenta con un salve del tutto informale e viene accolto calorosamente dai moltissimi studenti presenti all’incontro.
Per introdurre l’iniziativa viene letto un brano tratto da Comici spaventati guerrieri (1986), che rappresenta uno dei primi romanzi dello scrittore.

«Rileggendolo non mi vergogno d’averlo scritto», afferma Stefano Benni con un velo d’ironia. Lo racconta come un libro che tratta di un dolore attuale, la scrittura è lo strumento che sente di saper usare meglio e per questo l’adopera per esprimere ciò che è il mondo e quello che è la politica. Ammette di aver avuto fortuna perché l’editoria è andata complicandosi negli anni, ed ora è molto più difficile diventare scrittori. Riferendosi a Comici spaventati guerrieri: «E’ il primo libro che mi ha fatto sentire di poter essere uno scrittore».

Racconta la sua relazione con la letteratura: «Ho deciso di scrivere perché ero un lettore», i libri per Stefano Benni erano come degli amici. Per un lungo periodo della vita ha guardato alla scrittura come ad un mondo abitato da altri. Infatti, non si definisce uno scrittore di vocazione e scherzando afferma: «a dodici anni volevo fare il calciatore!».

Iniziò la sua carriera come giornalista, ma non era soddisfatto dalle modalità di scrittura del giornalismo «perché scrivevano tutti meglio di me!». Non si definisce uno scrittore moderno, uno scrittore che ama l’attualità: «Non mi è dispiaciuto quando mi hanno dato dello scrittore dell’Ottocento». La scrittura è per lui un processo di trasformazione, il lavoro della riscrittura è fondamentale per migliorarsi. Bisogna immaginare la scrittura come un’orchestra in espansione, puntando ad un miglioramento in prospettiva. Secondo Stefano Benni, questa ricerca di tutte le tue possibili scritture è la scrittura.

Gli viene chiesto che ruolo ha il pubblico nelle sue opere, se questo riveste un’influenza significativa. Risponde dicendo che non ha mai pensato di identificare un pubblico preciso nel suo lavoro. «Il mio è un pubblico avventuroso!», definisce i suoi lettori come quelli che entrano in libreria, scelgono un libro e amano essere sorpresi. Lo stile dello scrittore, infatti, non è uno stile omogeneo ma punta a sorprendere ad ogni pagina. Stefano Benni ricollega questa scelta al suo essere stato un lettore che ricercava la sorpresa nella letteratura «Perché sorprendersi è il piacere di leggere». Sicuramente l’avere molti lettori giovani è per lui una grande responsabilità.

Il clima sociale, le sue origini rappresentano per Stefano Benni un’ispirazione marginale. Le sue opere sono frutto di ciò che vive ogni giorno. Al di là se queste siano testi realistici, al di là di ogni immaginazione: si parla sempre di realtà. Anche le storie di fantasia parlano e descrivono la verità, come ogni testo realistico ha di fondo un’interpretazione ed un influenza date dall’autore.

Viene letto un altro brano, questa volta tratto da Margherita Dolcevita (2005). «Un libro è un buon libro se dura. Forse questo è l’unico criterio di vanità che può avere uno scrittore, quello di produrre cose che durano negli anni». Per Stefano Benni un’opera di valore è quella che entra nel tempo della letteratura. A questo punto fa un’osservazione sulla vita di alcuni artisti, le cui opere sono state rinvenute postume: «Il 90% dell’arte nasce dalla sofferenza. Non per questo bisogna augurarla…», poi aggiunge «… forse se a Van Gogh avessero comprato un quadro con i soldi sarebbe andato a cena fuori, forse per questo non avrebbe dipinto i Girasoli, ma sarei stato più contento per lui!».

Si affronta la tematica che vede la scrittura e la letteratura nel mondo contemporaneo. Secondo Stefano Benni non sono destinate a scomparire. Forse l’avvento di Internet potrebbe eliminare le librerie, e questo è un peccato se si pensa al libraio come un intellettuale che poteva aiutare nella ricerca di una buona lettura, tuttavia Internet non potrà mai eliminare la scrittura.

La tecnologia ha grandi potenzialità e può creare dei nuovi lettori, ma purtroppo la realtà dei fatti ci racconta che questi non stanno nascendo. «La tecnologia non è nemica del libro, anzi. Purtroppo la dittatura della mediocrità televisiva potrebbe annientarla…» ammette Stefano Benni con un po’ di lucido rammarico, ma subito dopo aggiunge «… ma i libri continueranno dispettosamente ad esistere».

Per concludere l’iniziativa ci regala tre consigli per poter intraprendere il suo percorso: «Il primo consiglio che sento di darvi è quello di leggere, più si legge più si impara la musica della scrittura. Si impara ad usare tutte le possibilità della propria lingua» e poi aggiunge «La scrittura è disordinata, nel disordine si trovano innumerevoli possibilità». E’ fondamentale scrivere e riscrivere, leggere e rileggere puntando ad un lavoro lungo e accurato pronto a trasformarsi ad ogni riscrittura: «Al giorno d’oggi c’è quest’idea della velocità, che è del tutto sbagliata», il lavoro deve prendersi il tempo che gli occorre. Bisogna scrivere pensando al tempo della letteratura, immaginando un lettore futuro «Scrivete per un lettore del 2050!» conclude Stefano Benni.

Si sofferma però su due aspetti che bisogna sempre tenere a mente, scrivere non equivale a pubblicare. Ogni scrittura ha una dignità anche senza la pubblicazione: «Pubblicare la propria opera rimane, tuttavia, un passo importante; perché è in quel momento che quello che hai scritto diventa degli altri». Scrivere o leggere non è una cosa facile, aggiunge, la cosa più difficile della scrittura è quella di divenire unici nonostante i modelli e le influenze: «Il bravo scrittore è quello che diventa insostituibile».

Risponde alle domande degli studenti presenti incuriosito e vigile, descrive l’ispirazione che si riversa nella poesia come qualcosa che ha una musica chiara, che influenza il definirsi di una composizione di versi. Fa luce sul disincanto percepito nelle sue ultime opere: «Nella crescita si attraversa tanta dolcezza e tanto dolore, nella scrittura può rimanere il segno di quel dolore o di quella gioia. Nessun libro si può dire se finisce bene o se finisce male, c’è la liberta del lettore. Un libro è quel che ci si trova».

Come farsi capire da chi non ci vuole comprendere, come approcciare con chi non vuole sapere: «Nessuno sa niente. Il dialogo non si fa con chi è d’accordo con te, anzi è molto interessante vedere quello che pensa chi riveste la figura “dell’ignorante”» e poi determina la figura dell’intellettuale «Sono tutti coloro che vogliono pensare, comprendere, mettere la testa in quello che fanno».

Gli studenti sono pieni di domande ed alcuni perfino di una grande emozione davanti ad un uomo semplice che pare non abbia voglia di tenersi nulla per sé. L’aula a poco a poco si svuota, ed uscendo qualcuno dà un significato un po’ più fantastico a quel sole e a quel caldo. Come la letteratura hanno la capacità di sorprenderci, che è un po’ anche il piacere di vivere.

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Piero Gobetti: cosa ho a che fare io con gli schiavi?

Come raccontarvi di Piero Gobetti lontano da via estremamente intellettuali? E chi era ‘sto Gobetti? Come rendere intellegibile una produzione letteraria ben più sconosciuta rispetto ai moderni meme di una qualsiasi paginetta quale Sesso Droga e Pastorizia; come fare i conti con la storia del primo editore di Eugenio Montale.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Confesso: non so fare meglio dell’utente che ha redatto la sua pagina Wikipedia, credo commetterei un torto ai miei ventiquattro lettori se cercassi in questo articolo di emularne lo stile.

Nelle ultime settimane fascism è la parola più ricercata online nel dizionario Merriam-Webster: Gobetti ci lascia detto che che il fascismo è l’autobiografia di una nazione. Ed è terribile, se uno ci pensa, quanto siano rare, ad un passo dalla farsa, le analisi sulle origini di questo fenomeno. Non tutto il pensiero gobettiano è attuale per il tempo presente, eppure i suoi scritti sulle origini del fascismo in Italia sono tra le letture più illuminanti per comprendere dove e come nascano le fratture sociali che conducono un’ideologia antiegualitaria a diventare predominante tra la perduta gente.

Gobetti si sentiva esule in patria, resistette per qualche anno alla dittatura mussoliniana, la avversò, subì personalmente percosse fisiche dalle camicie nere. Fu costretto a chiudere la sua casa editrice, sperava di proseguire la sua attività di scrittore ed editore in Francia. Non fu possibile. Trovò la morte ad appena venticinque anni nel 1926, ancora oggi riposa nel cimitero di Père Lanchaise a Parigi.

Piero aveva una completa inabilità alla vita pratica, l’obbligo di cercare casa nel freddo inverno parigino lo ha talmente destabilizzato che la sua salute ne soffrì: quando le sue condizioni di salute peggiorarono decise di recarsi al Louvre, tipo la morte di Bergotte ne la Recherche di Proust: lo scrittore in fin di vita osserva un quadro di Vermeer e cerca la bellezza, un’affinità emotiva che lo porti ad affermare io voglio scrivere come quel pittore dipinge.

Non dentro un’aula universitaria, non attraverso un manuale accademico, ma grazie a Paolo di Paolo e al suo fortunato Mandami tanta vita (Feltrinelli, 2013) ho scoperto la vita di Piero, del filosofo Gobetti, dell’amore per Ada Prospero: come un nano sulle spalle di un gigante, ancor più dopo aver scoperto che anche lui per conquistare la sua persona le ha raccontato degli Elementi di Scienza Politica di Gaetano Mosca, pensando che. E invece. Parliamo di un uomo schivo, che voleva difendere la parte più profonda di sé; un intellettuale che si forma studiando Vittorio Alfieri, parliamo di un ragazzo che all’alba dei vent’anni si confronta con mostri sacri quali Croce, Salvemini, Einaudi. Così come da liberale à la J.S. Mill col comunista Antonio Gramsci sulla rivoluzione d’ottobre, non nascondendo un’inaspettata simpatia verso le lotte operaie all’interno delle fabbriche durante il biennio rosso.

Il senso di questo articolo è racchiuso nell’emblema della Piero Gobetti editore – tì moi syn doulòisin / che ho a che fare i coi servi? La schiavitù, la sola cosa da cui bisogna fuggire sempre.

Mario Incandenza

Gabriele Mainetti: una vita seguendo una passione

Nell’Ottobre del 2015 al Festival del cinema di Roma, sfogliando la lista dei film partecipanti e le conseguenti recensioni ne spuntavano alcune entusiastiche verso un film italiano che trattava in chiave drammatica il tema del supereroe. Un film sui supereroi ambientato a Roma? È tutto vero?

Le critiche erano tutte positive e tutti parlavano bene del film, molti gridavano al miracolo credendo che il cinema di genere italiano fosse resuscitato. Io allora sempre più fomentato iniziai a cercare più informazioni possibili sul regista, un certo Gabriele Mainetti (nome a me ancora sconosciuto) che tra le altre cose si era laureato al DAMS, il mio stesso indirizzo di studi; c’è speranza anche per me pensai.

All’attivo Mainetti aveva molte partecipazioni come attore in film tipo “Il cielo in una stanza” di Carlo Vanzina e fiction televisive italiane e opere teatrali, anche se la sua passione restava la regia. Comincia a girare cortometraggi nel 2003 ma solo cinque anni più tardi verrà notato dal pubblico con “Basette”. Questo corto ha per protagonista Antonio (Valerio Mastrandrea), un ladro che insieme ai suoi amici sta per commettere il colpo della vita, ma qualcosa va storto e vengono feriti, però prima di morire immagina la sua vita nel mondo di Lupin III e se ne va con un sorriso. Nel 2011 fonda la sua casa di produzione Goon Films con la quale l’anno successivo realizza “Tiger Boy” corto ispirato a L’Uomo Tigre, racconta la vita di un bambino che sia a scuola che a casa indossa perennemente la maschera del wrestler Il Tigre (suo grande idolo) senza togliersela mai, si scoprirà dopo cosa si nasconda dietro questa peculiare caratteristica.

Con questo progetto Mainetti conquista svariati premi tra cui il Nastro d’argento 2013 come “Miglior Cortometraggio” e viene selezionato, nella medesima categoria, dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences tra i 10 finalisti per la nomination all’Oscar 2014. La vera svolta però arriva solo nel 2016 quando nelle sale italiane arriva “Lo chiamavano Jeeg Robot” primo lungometraggio per Mainetti; l’idea per questo film risale al 2009 secondo il regista e partorirla non è stato per niente facile poichè dopo aver cercato invano tra i produttori italiani, che per nulla credevano nel suo progetto, Mainetti ha dovuto autofinanziarsi con molte difficoltà. Questo film porta il genere supereroistico, ormai assorbito completamente dalla nostra società da molti anni e lo fa suo alzando di livello.

Il film ha per protagonista Enzo Ceccotti, un ladruncolo della periferia romana, che durante un furto finisce nel Tevere acquisendo una forza sovrumana a causa della presenza di sostanze radiottive. Come ogni pellicola di questo genere, il protagonista affronterà un cambiamento interiore utilizzando i suoi poteri dapprima per scopi egoistici infine per il bene comune. Ad arricchire questo film abbiamo i personaggi di Alessia e dello Zingaro, la prima indirizzerà Enzo verso il percorso dell’eroe mentre il secondo lo intralcerà. Il film è un grande successo e porta a casa una carrellata di premi come, il più ambito per Mainetti: il David di Donatello come miglior regista esordiente.

Non voglio essere considerato il cavaliere sul cavallo bianco con lo stendardo che dice “Cinema di Genere“. Io sono per il Cinema nuovo. Non mi importa niente di vedere un film di genere che sia una brutta imitazione di quello degli anni ’70, voglio vedere roba che sia diversa. E questo è possibile solo se l’autore si batte per la propria idea e i produttori – e questo è un passaggio chiave – la sostengono, la capiscono e quindi tutti insieme fanno lo stesso film.

Questo dichiara Mainetti in una recente intervista e come per il suo Jeeg, lui ha affrontato una strada pieni di ostacoli senza mai cadere ed è riuscito ad imporre una propria filosofia all’interno dell’ambito cinematografico, con fatica ma seguendo la sua passione, ciò che ognuno di noi dovrebbe fare.

The long and winding road

“Il mondo ha perso un uomo davvero grande, per me un secondo padre”.

Così Paul McCartney ha voluto ricordare il produttore discografico George Martin l’indomani della sua scomparsa, avvenuta l’8 marzo di quest’anno. Tra i miti musicali che questo 2016 ci ha portato via, Martin, secondo lo stesso McCartney fu l’unica persona che potesse essere definita a pieno titolo il “Quinto Beatle”; fu proprio lui ad intuire le potenzialità del quartetto di Liverpool e a metterli sotto contratto discografico.

La musica segnò la vita di George Martin fin dagli inizi, quando a sei anni i genitori gli comprarono un pianoforte e due anni dopo cominciò a prendere lezioni di musica. Nel giro di poco tempo, grazie al diploma alla “Guildhall School of Music and Drama” di Londra, riuscì ad entrare nella major discografica EMI per poi essere nominato nel 1955 manager della “Parlophone”, società minore del colosso multinazionale.

Le strade dei futuri Beatles e di Martin si incrociarono nel 1962, quando quest’ultimo fece loro la prima audizione: ironicamente/ a primo impatto li definì/ la sua reazione fu di affermare che fossero/ “piuttosto orribili” ma, credendo nei loro talenti nascosti, decise lo stesso di far firmare loro un contratto. D’altronde, lo stesso produttore ammise che, nonostante i quattro di Liverpool non sapessero leggere la musica, la loro abilità nel suonare era notevole e soprattutto “non si poteva fare a meno di farseli piacere”.

Ebbe inizio così un saldo connubio che vide il produttore colmare con la sua esperienza il varco tra il talento grezzo e il suono che i Beatles volevano ottenere. La loro parabola durò per tutta la produzione beatlesiana, partendo dall’LP d’esordio “Please please me”, uscito nella primavera del ’63, per giungere fino al conclusivo “Let it be” del ‘70. Martin, inoltre, contribuì sul piano strettamente creativo, suonando parti strumentali nei loro brani (soprattutto al pianoforte) e scrivendo centinaia di partiture per gli arrangiamenti orchestrali richiesti nella seconda parte della produzione dei Fab Four, in album come “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” del 1967 e nel “White Album” dell’anno successivo.

Una volta scioltisi i Beatles nei primi mesi del nuovo decennio, George Martin continuò a produrre oltre settecento dischi di successo e a ricevere numerosi riconoscimenti tra cui ben sei Grammy Awards (di cui due con i Beatles) e una nomination agli Oscar. Non meno importante, poi, il suo inserimento nella “Rock and Roll Hall of Fame”, nel ‘99.

Oltre al suo lavoro creativo ebbe modo di esprimere la propria filantropia impegnandosi in vari progetti, tra cui “The Prince’s Trust”, la charity fondata da Carlo, principe di Galles. La grandezza di questo gentleman inglese, tanto geniale quanto volutamente lontano dai riflettori, fu la capacità di incanalare, tradurre e dare ordine alla più grande esplosione di creatività musicale della storia della musica contemporanea; fu lui l’uomo che trasformò in realtà i sogni dei Beatles.

Per questo il mondo della musica deve molto a sir George Martin; per aver dimostrato prima a se stesso e poi al mondo, che forse quei quattro ragazzi di Liverpool non erano poi così “orribili”. E che forse di strada ne avrebbero fatta.

Vittorio Penna