Giuliana Soscia Indo Jazz Project – Celebrazioni per i 70 anni di Relazioni diplomatiche fra Italia e India

Lo scorso 12 marzo CulturArte ha preso parte alla conferenza stampa di presentazione degli eventi culturali che, in occasione della celebrazione dei 70 anni di relazioni diplomatiche tra il nostro Paese e l’India, si svolgeranno nelle prossime settimane sia nella capitale che in altre città italiane. L’Ambasciata della Repubblica indiana a Roma ha infatti lanciato un progetto dal titolo 1948-2018: Celebrating the future, che ha come obiettivo quello di omaggiare il passato e, si spera, il futuro di amicizia tra i due popoli tramite programmi culturali, esposizioni, conferenze ed eventi commerciali; la cultura si affianca così alla diplomazia, per celebrarla.

In queste molteplici manifestazioni la musica giocherà assolutamente un ruolo da protagonista; il prossimo lunedì 19 marzo presso l’Auditorium Parco della Musica a Roma andrà in scena il concerto Giuliana Soscia Indo jazz project, promosso dall’Ambasciata indiana e dall’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente) e ideato proprio dalla stessa Giuliana Soscia, compositrice, direttrice d’orchestra, pianista e fisarmonicista già presente in alcuni progetti a tema indiano. L’intenzione alla base del concerto — e dell’intero progetto — è quella di festeggiare le relazioni diplomatiche tra Italia e India grazie al potere unificante della musica e, dunque, tramite la congiunzione tra i due mondi musicali che contraddistinguono ciascuno dei paesi. Si avrà quindi modo di sperimentare una combinazione tra forme musicali e atmosfere indiane e occidentali; un connubio plasmato dalla compositrice grazie “all’inserimento delle modalità, dei ritmi e delle melodie della musica classica indiana in un contesto occidentale”, raggiunto tramite l’improvvisazione e grazie ai ritmi tipici del jazz, che si vanno a unire armoniosamente alla musica classica indiana e italiana.

Sul palco dell’Auditorium Giuliana Soscia dirigerà artisti appartenenti a entrambe le culture e provenienti tanto dal mondo jazz quanto da quello classico: tra di essi, special guest sarà Mario Marzi, uno tra i migliori sassofonisti italiani, conosciuto a livello mondiale; con lui Paolo Innarella, Rohan Dasgupta, Senjay Kansa Banik e Marco de Tilla.

-Serena Di Luccio.

 

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DISCMAN 2.0 – #9 E poi, Giorgio

Benvenuti su Discman 2.0. Oggi vi parleremo di quel non raro fenomeno che è il giudicare un libro dalla copertina; il giudizio a priori non è saggio, in quanto ci si basa su un’idea infondata o, peggio, su quello che gli altri ci inculcano. Così facendo, ci si preclude la possibilità di scoprire possibili libri meravigliosi, ma anche film, album, cantanti, persone…

Ecco: come si può ben notare, stamattina mi son svegliata Immanuel Kant… «Ca t pass» (scusate, dovevo). È bastato un momento e sono ritornata la zassa* di sempre: quando dici che chi nasce tondo non può morire quadrato…
Ritornando ai giudizi avventati, volevo parlarvi del mio rapporto con Giorgio Poi.
Nonostante il successo e la fama nel mondo delle ragazzine in preda alle esplosioni ormonali (sì, sempre loro), ho sempre ritenuto la sua voce un fastidio per le mie orecchie: un miscuglio tra il verso della gazza ladra e la voce di un ragazzetto in pubertà.
Poi però ho avuto occasione di ascoltarlo dal vivo: insospettabilmente, il libro si è aperto, le mie orecchie hanno apprezzato e ho cambiato idea; forse perché l’ho ascoltato nella cornice pazzesca del Farm Festival, tra i trulli di Alberobello; forse perché conosco un ragazzo molto simpatico che gli somiglia tantissimo; forse perché l’ho visto mangiare in solitudine un panino seduto ad un tavolino. Forse perché, rubando una parola alla città che mi ospita con tanta pioggia e immenso amore, è caruccio: bassino, biondo, sempre con un cappellino in testa. Quindi Fa niente, Giorgì! Accetto la tua voce stridula, le cover di Contessa e pure che sei biondo.

Credo fermamente che con cantanti dalla voce fuori dagli schemi il giusto atteggiamento sia: «guarda oltre ciò che vedi». Regà: leggete i testi, ascoltate l’arrangiamento, scoprite il perché delle cose oppure accettate che il ritornello vi entri in testa e basta, come ho fatto io. E, fidatevi, è stato l’inizio della fine. Quando entro in fissa per una canzone succede sempre così e le persone che mi conoscono lo sanno: lo sa mia madre, che quando sono a casa deve sorbirsi il mio djset giornaliero; lo sanno le mie coinquiline; lo sanno Sofia ed Eleonora a lezione. La Madonna sul divano mi ha accompagnato durante Linguistica Generale, nel tragitto casa-università, a fare la spesa.

Oltre alla madonna beata «che se fa er sofà», la cosa che più mi piace di Giorgio Poi –sorvolando sul nido di uccellini gracchianti tra le corde vocali – è che racconta la sincera verità, la vita com’è e non quella che vorrebbe che fosse.
I suoi pezzi sono genuini, da cantare rigorosamente a squarciagola, in doccia, per strada, con gli amici. In Tubature, in Acqua Minerale, in Niente di strano, se non gridi quanto lui, godi solo a metà.
E l’album, Fa niente, è esattamente questo: un insieme di quell’amore spensierato e sincero; della vita di tutti i giorni; di un Patatrac; di un sorriso che non doveva scappare perché tradisce la perfetta maschera da incazzata; di parole rimaste tra i denti; di arance sbucciate e delle foto che non mi fai mai. Questo album è la giusta combinazione tra il vivere in un’altra nazione e l’essere italiano: una nazione che contamina la musica, che contamina il giro di Do all’italiana con suoni nuovi, elettronici e, concedetemelo, anche un po’ vaporwave. Dall’altra parte però, il bisogno necessario dell’italiano e delle sue parole, così intense e belle che tradotte in un’altra lingua non susciterebbero lo stesso brivido, le stesse emozioni.

E dunque, cari figliuoli, non fate come me: apritelo prima ’sto libro, non aspettate che un soffio di vento lo faccia per voi. Chiamatelo destino, fato, karma, Dio onnipotente… Chiamatelo come vi pare (anche se per me rimane sempre vento, che a credere a ’ste stronzate siamo buoni tutti).
Non fate come me, che se avessi aperto il libro prima di agosto scorso, adesso avrei la risposta alla domanda delle domande: «Ma perché sta fissa per il blu? La felpa blu, il dentifricio che era meglio quello blu, l’acqua minerale, le tubature».

Purtroppo è andata così: non ho ancora avuto una risposta, oggi è la Festa della Donna e nessuno m’ha regalato una mimosa (e c’è sciopero dei mezzi).
Io, nel dubbio, ritorno ad ascoltare i carissimi Gipsy King.
Ma niente di strano.

 

*zasso: termine dell’alta Murgia Barese; indica un giovane provinciale o di periferia che si sforza di adeguarsi ai modi di vita cittadini, ma in maniera eccessiva, volgare. 

 

 


-Caterina Calicchio.

Il Rap e i giovani: che rapporto hanno i giovani con la musica?

La musica, in ogni suo genere, fa costantemente parte della vita delle persone sia in maniera attiva, selezionando ciò che si ascolta, che in maniera passiva, semplicemente accendendo la radio su una qualsiasi frequenza. Da sempre la musica è veicolo di messaggi ed emozioni che colpiscono chi ascolta. Secondo recenti studi di musica e psicologia, essa cambia in base all’età che si ha: da questi studi, riportati in un articolo del Corriere Della Sera del 20 gennaio 2014, si evince che l’amore per la musica nasce nella fase adolescenziale, infatti è proprio in questo periodo che l’individuo ricerca la propria identità. Gli adolescenti, in quanto tali, sviluppano sia un desiderio di ribellione che li porta a ricercare l’indipendenza dalla famiglia, sia una maggiore spensieratezza e vitalità: la musica può diventare per loro, dunque, un momento di sfogo o rilasso, un momento in cui sentirsi parte di qualcosa. Nella generazione dei nativi digitali diventa anche importante il rapporto “social”: il rapporto diretto e continuo che le nuove comunicazioni hanno permesso che si instauri fra gli artisti e i loro ascoltatori può innalzare i primi a vero e proprio modello e punto di riferimento. I giovani hanno quindi un rapporto molto diretto con la musica. Come è possibile osservare e affermare dalla statistica riportata sotto.



L’istogramma qui presentato è frutto di una ricerca effettuata dall’“Osservatorio sulle tendenze e comportamenti degli adolescenti” secondo cui, su 7000 adolescenti in età compresa tra i 13 e i 19 anni, il 98,5% ascolta musica regolarmente. Durante la storia della musica, sono nati molti generi musicali e in ognuno di questi, un determinato individuo, può ritrovare quelli che sono i propri gusti… può ritrovare “se stesso’’ ed è stato evidenziato che il genere preferito degli adolescenti è il rap. Perché i giovani ascoltano Rap?
Il rap soddisfa tutte le richieste dei giovani e li rappresenta al meglio: gli artisti del genere molto spesso raccontano di sé, della loro vita, dei loro problemi, di amore e talvolta di disprezzo verso qualcosa o qualcuno. È una visione molto soggettiva e spesso molto critica della realtà che usa un linguaggio molto semplice, diretto e senza censure, ed è proprio per questo che il genere ha avuto successo: rappresenta una sorta di “specchio” che riflette la società nei suoi lati positivi e negativi.  In più il genere crea un contatto diretto con le nuove generazioni e ha un’elevata capacità di adattarsi e rinnovarsi grazie alla continua scoperta di talenti nuovi e vicini al mondo giovanile di cui riportano esperienze, stati d’animo e sentimenti: un esempio è il cantante Izi che, a soli venti anni nel 2016, è stato protagonista del film sul rap “Zeta”. Ciò fa sì che un adolescente si immedesimi e si senta rappresentato da ciò che ascolta. A oggi nella ‘Top 100 singoli Digitali’, ossia canzoni con il maggior numero di download e con il maggior numero di ascolti in streaming, secondo la FIMI (Federazione Industria Musica Italiana), troviamo vari artisti che possono definirsi Rapper: dal più noto, Fabri Fibra, a  Tedua e Capoplaza. In questa classifica, troviamo, in prima posizione, proprio un artista che può essere definito rapper: Coez, con il suo singolo “La musica non c’è”. Ormai non si tratta più di casi isolati: l’elenco è molto ampio e rappresenta una generazione capace di sfruttare a pieno video e social. Ghali, per esempio, è uscito da più di un mese con il primo disco, “Album”: suo singolo “Pizza Kebab” ha avuto 384 mila ascolti su Spotify in sole ventiquattr’ore, battendo il record precedente, sempre suo, di “Ninna Nanna”, che nel frattempo ha quasi raggiunto 50 milioni di visualizzazioni su YouTube. Quindi il rap è il genere più ascoltato dai giovani perché li rappresenta al meglio ed esalta quella vitalità che li caratterizza e che muove il mondo.

 

-Luca Franceschetti.

Vinili Oggi, l’universo giovane e musicale di “Alfa Planet”

Gli anni ‘50 e ‘60 sono ormai lontani quando ci si incontrava nei locali e si decideva su quali note ballare; insieme ci si radunava attorno al giradischi e, con la mano emozionata, si faceva poggiare il braccio al disco. Un tocco ed era musica pura, suoni pieni, comodi, estesi.
E ora? E ora più nulla: cuffie la mattina in tram. Cuffie senza fili, volume al massimo che non è mai alto quanto vorresti; non più musica condivisa, non più emozioni tra amici bensì sensazioni singole di suoni strizzati.

Siamo tutti divisi e, probabilmente, anche un po’ lontani gli uni dagli altri; percorriamo sentieri diversi a ritmi altrettanto differenti.  Eppure c’è uno stesso sentiero percorso contemporaneamente da tre ragazzi che, insieme, parlano lo stesso linguaggio musicale.
Loro sono Alessandro, Lorenzo e Fabio. Senza dubbio una crew armoniosa e innovativa che nasce a Parma nel 2015 e che, sotto il nome di Alfa Planet, condivide l’amore profondo per la musica House che considerano patrimonio da tutelare e tramandare.
La musica di Alfa Planet non possiede tempo né limiti e mira unicamente a trasmettere emozioni ed unire le persone; allo stesso tempo i tre fondatori propongono un ritorno al passato tramite supporti fisici, quali vinili o cd, con lo scopo di conservare il suono caldo e profondo.
La musica underground degli anni ‘86 e ‘87 è il punto di partenza: loro, però, aggiungono un pizzico del proprio stile diffondendo sopratutto dischi italiani.
Questa “italianità” è proprio la base di uno dei loro progetti attuali: si tratta di “Musica a fette”, una rubrica sulla cultura del club. L’idea nasce come “circuito cittadino” fatto di interviste a chi ha stretto la mano alla musica house e funky per poi evolversi in “circuito off” dove i protagonisti diventano dj e produttori famosi. Nei loro studi si parla di cultura underground, ognuno racconta la propria esperienza ma soprattutto di come è riuscito a far diventare questo il proprio lavoro.

Alfa Planet è fiera dei risulati raggiunti e il 13 Ottobre hanno annunciato la freschissima uscita di “BELLISSIMA!”, un’etichetta discografica in vinili con soli artisti italiani. Si tratta di una piattaforma innovativa che pone attenzione e cura all’eccellenza sonora e cura dei dettagli.

Alessandro, Lorenzo e Fabio sanno guardare lontano e riescono a farlo più che bene; i loro sguardi sono rivolti verso lo stesso orizzonte, i loro passi procedono in avanti non perdendo mai di vista il passato e l’autenticità.

Al giorno d’oggi decidere di affidarsi ad un giradischi rappresenta una conquista nel bel mezzo dell’oceano digitale: un album da toccare con mano è puro godimento e vittoria per i suoi amanti. Ascoltare un vinile significa ritagliarsi un momento tutto per sé entrando in contatto con una forma d’arte bellissima. Il vinile non salta tracce, non va veloce né troppo lento bensì rispetta i veri tempi.
Proprio così sarai trasportato in una dimensione magica in cui sarai al fianco del tuo artista preferito. Questo tipo di cultura musicale va coltivato con passione ed è proprio questo il lavoro di Alfa Planet, giorno dopo giorno.

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-Francesca Romana Petrucci.

Everything Now, Arcade Fire: tra alienazione e sonorità pop

Se c’è una cosa che ci ripetiamo continuamente, è che ormai social e tecnologia hanno preso il sopravvento. Non c’è sondaggio, articolo, discussione da bar che non parli di quanto il progresso e la cultura dell’apparenza siano pervasivi. Eppure, già negli anni ‘90, nel mondo della musica si avvertiva la stessa inquietdine. Le macchine ci rimpiazzeranno? Faremo la fine della società descritta da Orwell in 1984? Riusciremo mai a stabilire rapporti umani come prima? O siamo condannati a vivere alienati, carichi di un opprimente senso di solitudine?
Era il 1997, e i Radiohead pubblicavano Ok Computer, l’album che più di tutti esprimeva questa inquietudine e questi interrogativi a cui, tutt’ora, siamo riusciti a rispondere solo in parte.
Dall’epoca dei Radiohead, moltissime band di rock alternative, indie ed elettronico hanno fatto della paura verso il progresso uno degli argomenti principali dei loro album, in maniera più o meno critica.
Sotto queste premesse è nato “Everything now”, il nuovo album degli Arcade Fire. Band controversa, band sperimentale, band per hipster, band addirittura scomoda, secondo alcuni. Tuttavia è impossibile non notarli nel panorama musicale odierno: la ricchezza del loro sound li rende indistinguibili, nonostante  alcuni elementi che li avvicinano ai grandi artisti rock del passato (fra le influenze citiamo Beatles, David Bowie, Placebo, Bruce Springsteen, Sonic Youth, Björk, Joy Division, New Order, Neil Young, The Smiths, Pixies, Talking Heads e, naturalmente, Radiohead), e basta sentire un loro accordo, o la voce in falsetto di Règine Chassagne, per riconoscerli.
Ma andiamo con ordine. Innanzitutto il titolo, “Everything Now”. Nell’era della tecnologia siamo abituati ad avere tutte le notizie in tempo reale, tutti i contenuti a nostra disposizione, tutte le foto, la musica, i video, i tweet, i post gli streaming e i testi che ci vengono in mente. E Tutto questo Adesso. Questa estrema disponibilità del web nei nostri confronti ne ha reso i confini più labili. Internet è modificabile e plasmabile a nostro piacimento, non importa l’uso che vogliamo farne. Questo ha causato un perenne senso di frustrazione quando non si ottiene Subito Tutto ciò che si vuole, non solo nelle nuove generazioni, ma anche nelle persone dipendenti dai social abituate a passare molto tempo online. Questi sono i temi dell’omonimo singolo estratto, in cui si estrinseca questo bisogno viscerale di avere “tutto e adesso”, altrimenti non si riesce a vivere.
La frustrazione, però, non si limita a questo. Nella cultura dell’apparenza, è importante essere famosi, belli, perfetti, e tutto questo al momento giusto. Praticamente impossibile, direte voi, ma tutte queste aspettative che gravano sulle nostre spalle, e la paura di non essere abbastanza, possono portare alcune persone particolarmente fragili a cadere in depressione e a tentare il suicidio.
È proprio di questo che parla Creature Comfort, un altro dei singoli estratti dall’album, che recita:

“Some boys hate themselves
Spend their lives resenting their fathers
Some girls hate their bodies
Stand in the mirror and wait for the feedback
Saying God, make me famous
If you can’t just make it painless
Just make it painless”

Il tema delicato del suicidio viene affrontato anche dal singolo Good God Dam, che esprime i pensieri di chi non crede più a nulla, di chi non ha nemmeno un dio a cui aggrapparsi prima di morire. E nell’era della scienza, quando certe convinzioni crollano, chi è più fragile crolla assieme a loro.
E se c’è chi cerca Signs of Life senza trovarli, riconoscendo nell’alienazione collettiva l’unico vero modo di relazionarsi, c’è anche chi si copre gli occhi di  Electric Blue, accecandosi per non vedere. C’è chi cerca l’infanzia con l’ingenuità di un bambino (Peter Pan) o chi parla di chimica, mentale o sintetica (Chemistry).
La sensazione globale è di trovarsi di fronte al percorso di un personaggio, o meglio, di una persona comune, che potrebbe essere chiunque di noi. Le canzoni non sono consequenziali da questo punto di vista, ma possiamo comunque azzardare una lettura: quando si è bambini si è in grado di amare, seppur in modo infantile, e si pensa alle favole, mentre crescendo in un’epoca come la nostre, si inizia ad avvertire sempre di più il senso di inquietudine, si cade nell’alienazione, ci si rifiuta di vedere, e infine si arriva al suicidio per non essere riusciti a raggiungere obbiettivi irraggiungibili.
Ma Everything Now non è interessante solo per i suoi risvolti psicologici. Più prolisso del precedente Reflektor, l’album non rinuncia alle sonorità glam rock che hanno portato David Bowie a idolatrare la band come “la più interessante sulla scena musicale odierna”. Degli Arcade Fire questo è l’album più groove, ma a prevalere su tutti gli altri influssi è principalmente una sorta di pop rock gioioso, che contrasta con forza con i testi tutt’altro che allegri. Non sono presenti parole esplicite, d’altronde non siamo in una raccolta di poesie di Baudelaire, ma basta leggere poche righe per ritrovarvi una sorta di depressione inconsapevole, mascherata dall’ironia, dal sarcasmo, e dalla scarsa comprensione della realtà circostante. Perché perdere contatto con la realtà vuol dire anche perdere contatto con se stessi. L’unica espressione genuina di sentimenti la ritroviamo proprio in Peter Pan, la canzone dell’infanzia. Dopo di questa, sembra esserci il nulla cosmico: si assiste (o si rifiuta di assistere) a cose terribili senza reagire, fino ad arrivare al sacrificio estremo, che però diventa come spegnere un computer, anziché un organismo umano.
E il contrasto delle sonorità è proprio giocato su questo: ci si sente allegri, o si cerca di mostrarsi allegri, quando i nostri pensieri sono in realtà terribili.
L’album è consigliatissimo anche solo per i messaggi che cerca di veicolare e i temi che tratta: i testi, nella loro scabrosità, risultano veri e poetici, e l’accompagnamento musicale si riconferma sperimentale e azzeccato. Gli Arcade Fire non sfornano mai un album senza contenuti e uguale al precedente, ma si riconoscono anche ad occhi chiusi. Si raccomanda l’ascolto sia a coloro che amano scrivere testi, che musica: sicuramente vi sarà di ispirazione.

-Enrica Ilari.

Glitch music, la supremazia dell’errore.

Primi anni ‘90.
In tutta Europa impazza la cultura del rave, della techno, dei 200 BPM e delle più svariate droghe sintetiche. Cultura che tuttavia, proprio negli inizi degli anni ‘90 stava conoscendo una sua prima forte scissione dovuta all’intesificazione dell’interesse politico contro di essi, sopratutto in Inghilterra dove il fenomeno era nato e si era sviluppato. I DJs non si sentivan più quindi strettamente legati alla sola funzione di accendere la festa, ma iniziavano ad acquisire una loro dignità artistica, portando spesso le strade di alcuni di loro a una musica sperimentale, non ballabile, frammentaria.
In Germania ad esempio, nel 1968 nasceva Markus Popp. Appena poco più che ventenne, questo giovane ragazzo tedesco fu capace, con il solo ausilio del suo campionatore, di lasciare una forte impronta nel mondo della musica elettronica.
Nel 1995, con la collaborazione di due colleghi e sotto lo pseudonimo Oval, esce l’album 94 Diskont, e lo scenario musicale che si presenta nell’oretta scarsa di questo loro quarto lavoro è qualcosa di allora mai sentito prima.
Popp compone il disco mandando intenzionalmente in crash le macchine a sue disposizione, le quali collegato poi al suo laptop non riescono a leggere i dati programmati al loro interno, riuscendo a produrre solo suoni distorti o di errore.
Il risultato è una musica rotta e sbilenca, composta di suoni frammentati e atonali, totalmente privi di qualunque musicalità. La lunga traccia iniziale, Do While, retta da un loop di vibrafono (uno strumento simile allo xilofono), va avanti per 24 minuti, scandita da sample distorti quanto rilassanti, come ascoltare musica d’ascensore proveniente da un’altra dimensione.
Da questo disco e da questa assurda pretesa musicale prende quindi vita il Glitch, dal nome attribuito nel linguaggio informatico agli errori delle apparecchiature elettroniche.
In un mondo fortemente in digitalizzazione come quello di quegli anni, di fatto un’anticamera tra l’epoca analogica e quella digitale, l’infallibilità e la precisione delle macchine era un’idea che andava pian piano affermandosi e che dava fiducia in un futuro migliore.
L’invenzione del web forniva una via di accesso privilegiata alle più svariate informazioni sicure e certificate, basti ad esempio pensare alla banale prima commercializzazione dei dispositivi GPS nel 1996, la cui accuratezza nell’individuazione di una posizione era e probabilmente è ancora sconvolgente.
Gli Oval agivano tuttavia di controtendenza, e se la tecnologia si presenteva agli occhi dei sognatori come divina per la sua incapacità di sbagliare, essi ne svelevano i limiti e i difetti, autoetichettandosi come profeti di un “estetica del fallimento”.
Ronzii elettronici, improvvise riduzioni di frequenza, bugs di software e suoni hardware sono la base delle loro composizioni, ripetitive e senza particolari progressioni, dilatate e minimaliste.
Non si può definire infatti il Glitch un genere oltremodo chiassoso, dato che i suoni sgradevoli messi in campo sono comunque giocati in una forma che ricorda più la musica ambient che la dance o la techno dei rave, assumendo quasi a una funzione contemplativa.
Se infatti è una tendenza tipica della post-rave music quella di ibridarsi con suggestioni ambientali, nel caso del Glitch la cosa sembra tuttavia apparire non come sterile denuncia di un elevata fiducia del progresso (più obiettivo di certa musica Industrial) quanto invece come schegge di un manifesto teorico ben più grande.
Dataplex del compositore giapponese Ryoji Ikeda può aiutarci a capire meglio.
Il disco si presenta come la più grande esaltazione dello spirito Glitch: I suoni sono quanto più minimali e scarni possibili, e l’antimusicalità è tale da legittimare l’uso di diverse frequenze ad ultrasuoni, impossibili se non fastidiose da sentire per l’orecchio umano.
La prima sensazione che si ha ascoltando in cuffia l’opera è di sentirsi come parte di un intricato meccanismo digitale, di ricevere i suoni come fossero stimoli elettronici da eseguire. Ascoltando Dataplex ci si sente un po’ meno umani, e si avverte quasi un amore viscerale per questi suoni privi di vita che sembrano elevarti e porti a metà tra la carne e i circuiti, e più il disco avanza più ogni parte del tuo corpo ti sembra meccanica, fredda, più simile a un computer di quanto tu possa immaginare.
Ciò porta a una sola conclusione: niente come il Glitch ci fa sentire in maniera così sincera la nostra condizione di ibridi organico-tecnologici. Niente mai come questa musica ha tentato di fondere l’uomo e la macchina compiendo la semplice operazione, ignorata da tanta presunta arte che ama definirsi futuristica, di restituire l’imperfezione umana nell’errore della macchina e viceversa. Ed è questo che crea la sua stramba fascinazione, il suo attrarre senza apparenti ragioni. Rende noto più che mai (e senza parlare) quanto la tecnologia ha deturpato i nostri spazi più intimi, e quando si sia insediata dentro di noi. In parole povere, ci spiega quanto il nostro smartphone non è solamente nostro, ma è NOI, nella stessa esatta quantità in cui credono di esserlo i nostri pensieri. E ci fa un ultima confessione, ugualmente importante: Se il progresso che sembra spingerci verso un futuro migliore si riscopre come noi animato da limiti e difetti, la tecnologia è il mezzo per cambiare le cose, ma probabilmente non sarà mai la risposta. E che il progresso non rimedia ai nostri errori più di quanto, evolvendoci, possiamo fare noi per farlo.

-Vincenzo “Notta” Riccardi.

Janis Joplin: la prima donna del rock

Janis Joplin. Questo nome risuona nella storia del rock come quello di una delle più grandi voci mai esistite. La sua vita e la sua carriera sono state brevi, a causa di problemi con l’alcool, con le droghe e con gli uomini, ma la sua eredità musicale arriva fino ai giorni nostri. Tuttavia non è di ciò che si vuole scrivere in questo articolo. Qui si vuole parlare di Janis Joplin non tanto come cantante, bensì come donna: come prima donna del rock.

Gli anni sessanta, come tutti sanno, sono stati un periodo di grande fermento culturale, in tutto il mondo si sentiva che ci sarebbe stato un grande cambiamento e anche le donne sentivano che la loro condizione si sarebbe trasformata. Tuttavia nella musica e soprattutto nel rock non c’era nessun artista che le rappresentasse, che facesse loro da portavoce. Il rock a quei tempi era un genere assolutamente maschile. In Inghilterra – uno dei poli musicali di quei tempi – la British Invasion aveva reso famosi gruppi come i Beatles e i Rolling Stones, entrambi formati interamente da uomini, mentre negli Stati Uniti a farla da padrone erano Bob Dylan e Jimi Hendrix, altri uomini. Bisogna contare nell’appello anche Jim Morrison, frontman dei Doors, considerato tra l’altro un sex-symbol ai suoi tempi e un’icona di virilità.

A questo punto verrebbe da dire che il rock era un luogo inospitale per una donna. Eppure Janis Joplin è riuscita a farsi spazio, a crearsi un posto e a introdurre in un genere assolutamente maschile il punto di vista femminile. Per questo motivo a lei spetta il primato di prima donna del rock.
A scanso di equivoci si potrebbe leggere il testo di una delle sue canzoni più famose, Piece of My Heart (1968), dal periodo in cui cantava con il suo gruppo, i Big Brother and the Holding Company. Il testo parla di una donna esausta a causa di una relazione e lasciata sola dal suo compagno. Esso riflette la condizione della donna a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, stanca di doversi reggere a un uomo per poter stare in piedi. Il brano, un blues-rock con venature soul, inizia con queste parole: “Non ti ho fatto sentire come se fossi l’unico / non ti ho dato tutto ciò che una donna può dare”. Già in queste prime frasi si può leggere tutta la delusione, tutta la frustrazione e tutta la rabbia di una donna delusa dal proprio uomo, il quale, evidentemente, non l’ha mai apprezzata, lasciandola in un angolo. Ciononostante la seconda strofa afferma qualcosa di diverso: “Ogni volta mi dico che non posso sopportare il dolore / ma quando mi tieni tra le braccia io canto ancora”. In questo caso la donna desidera ancora l’uomo per avere un supporto emotivo. Le due strofe esprimono un’ambigua condizione della donna: da una parte c’è la voglia di riscatto e di emancipazione e dall’altra il bisogno dell’affetto e della protezione da parte di un uomo.

L’ambivalenza di questa canzone rappresenta perfettamente la condizione di una donna oppressa da un uomo che desidera la libertà ma che non riesce né a capire né a immaginare come poterla ottenere; tuttavia esprime anche con grandissima umanità e senza presunzione di femminismo il dolore di una condizione del genere.

E proprio nel dolore si è conclusa la vita di Janis Joplin, a causa di un’overdose, che ha posto fine a un’esistenza caratterizzata dall’instabilità emotiva. Questa sembra essere l’unica fine possibile anche per la donna di Piece of My Heart, in equilibrio precario e apparentemente senza possibilità di essere felice. Ma non è detta l’ultima parola. Infatti la sofferenza di una persona può essere il primo passo verso la felicità per tante altre. In questo caso la fragilità che Janis Joplin ha espresso nella sua canzone può significare forza per tante altre donne.

Lorenzo Sgro

The long and winding road

“Il mondo ha perso un uomo davvero grande, per me un secondo padre”.

Così Paul McCartney ha voluto ricordare il produttore discografico George Martin l’indomani della sua scomparsa, avvenuta l’8 marzo di quest’anno. Tra i miti musicali che questo 2016 ci ha portato via, Martin, secondo lo stesso McCartney fu l’unica persona che potesse essere definita a pieno titolo il “Quinto Beatle”; fu proprio lui ad intuire le potenzialità del quartetto di Liverpool e a metterli sotto contratto discografico.

La musica segnò la vita di George Martin fin dagli inizi, quando a sei anni i genitori gli comprarono un pianoforte e due anni dopo cominciò a prendere lezioni di musica. Nel giro di poco tempo, grazie al diploma alla “Guildhall School of Music and Drama” di Londra, riuscì ad entrare nella major discografica EMI per poi essere nominato nel 1955 manager della “Parlophone”, società minore del colosso multinazionale.

Le strade dei futuri Beatles e di Martin si incrociarono nel 1962, quando quest’ultimo fece loro la prima audizione: ironicamente/ a primo impatto li definì/ la sua reazione fu di affermare che fossero/ “piuttosto orribili” ma, credendo nei loro talenti nascosti, decise lo stesso di far firmare loro un contratto. D’altronde, lo stesso produttore ammise che, nonostante i quattro di Liverpool non sapessero leggere la musica, la loro abilità nel suonare era notevole e soprattutto “non si poteva fare a meno di farseli piacere”.

Ebbe inizio così un saldo connubio che vide il produttore colmare con la sua esperienza il varco tra il talento grezzo e il suono che i Beatles volevano ottenere. La loro parabola durò per tutta la produzione beatlesiana, partendo dall’LP d’esordio “Please please me”, uscito nella primavera del ’63, per giungere fino al conclusivo “Let it be” del ‘70. Martin, inoltre, contribuì sul piano strettamente creativo, suonando parti strumentali nei loro brani (soprattutto al pianoforte) e scrivendo centinaia di partiture per gli arrangiamenti orchestrali richiesti nella seconda parte della produzione dei Fab Four, in album come “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” del 1967 e nel “White Album” dell’anno successivo.

Una volta scioltisi i Beatles nei primi mesi del nuovo decennio, George Martin continuò a produrre oltre settecento dischi di successo e a ricevere numerosi riconoscimenti tra cui ben sei Grammy Awards (di cui due con i Beatles) e una nomination agli Oscar. Non meno importante, poi, il suo inserimento nella “Rock and Roll Hall of Fame”, nel ‘99.

Oltre al suo lavoro creativo ebbe modo di esprimere la propria filantropia impegnandosi in vari progetti, tra cui “The Prince’s Trust”, la charity fondata da Carlo, principe di Galles. La grandezza di questo gentleman inglese, tanto geniale quanto volutamente lontano dai riflettori, fu la capacità di incanalare, tradurre e dare ordine alla più grande esplosione di creatività musicale della storia della musica contemporanea; fu lui l’uomo che trasformò in realtà i sogni dei Beatles.

Per questo il mondo della musica deve molto a sir George Martin; per aver dimostrato prima a se stesso e poi al mondo, che forse quei quattro ragazzi di Liverpool non erano poi così “orribili”. E che forse di strada ne avrebbero fatta.

Vittorio Penna