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Parole, parole, parole

Puntualmente mi stupisco di quanto le coincidenze siano così spontanee e impossibili nello stesso tempo. Mi sono stupita, soprattutto, nel momento in cui avevo in programma di scrivere qualcosa di nuovo, senza sapere ancora su chi. Tutto d’un tratto, però, direttamente da via del Valco di San Paolo, è arrivata la chiamata della professoressa di portoghese: una ricerca sulle canzoni brasiliane che hanno una versione italiana. Capite che coincidenza astrale? Ecco, in realtà forse non lo capite perché ancora non vi ho detto di chi sto per parlare.

L’artista in questione si chiama Mina Anna Maria Mazzini. La tigre di Cremona, conosciuta per la sua voce sublime e senza eguali in tutto il mondo, di cui il Brasile fa parte. Canzoni come A Banda, Canto de Ossanha, capisaldi del bossa brasiliano, sono state interpretate e raccolte nel meraviglioso album Mina Canta o Brasil, che, guarda caso, l’anno scorso ho trovato nel mercatino di un piccolo paese e che custodisco gelosamente, perché ragazzi, dai, cosa c’è di più perfetto e sublime di Mina che canta in brasiliano? Niente, ve lo dico io.

Si dà il caso, dunque, che l’universo mi abbia mandato un messaggio forte e chiaro, illuminandomi la retta via che per un attimo avevo smarrito, con la luce dell’eterna diva che protegge e sorveglia il popolo dal paradiso fiscale in cui vive. E se l’universo vi manda un messaggio, voi che fate, non lo ascoltate? Certamente sì, visto che è un periodo – in realtà sarebbero anni – di Saturno contro, altroché la fortuna è cieca.

Ordunque, affinché l’universo non mi si rivolti ancora di più contro, quello che farò in questo articolo non sarà un elogio (perché le parole non saranno mai abbastanza belle e non vorrei dire corbellerie), piuttosto vi racconterò la mia esperienza con la sua musica. In particolare, non potendo parlare di tutti i successi e degli album nemmeno in maniera generale – si parla di 62 album, abbiate pazienza – mi soffermerò su uno dei primissimi album, un album che esplode di giovinezza e voce limpida, cristallina: Studio Uno.

Siamo nel marzo del 1965, Mina ha soltanto 25 anni, ma è già la voce della musica italiana, anzi, la ragazza della voce italiana. Infatti, Studio Uno, oltre ad essere il nome dell’album, è anche un programma televisivo che la stessa Mina ha presentato. Perché dovete sapere, carissimi giovanotti, che Mina non è solo una cantante: Mina è la televisione italiana degli anni ‘70, Mina è presentatrice, è patrimonio italiano, è l’artista a tutto tondo: Mina è diva (come direbbe Rose, fanatica più di me della musica anni 70).

Senza dilungarmi ulteriormente, che sembra stia scrivendo la Bibbia, l’album contiene al suo interno canzoni come È l’uomo per me, Se piangi, se ridi, Città vuota – canzone che tutti cantano ma di cui nessuno conosce il titolo – e, per dirne una in più So che mi vuoi, cover di It’s for you scritta direttamente da John Lennon e Paul McCartney, mai inciso dagli scarafag… dai Bealtes.

Da tutto l’album, da ogni traccia, da ogni singola parola, fuoriesce l’immagine di una donna che sa quello che vuole e che non scende a compromessi. Quello che amo di Mina è proprio questo: la consapevolezza di valere qualcosa, di essere una donna forte, consapevole dei suoi punti deboli e di quello che è l’essere maschile (vorrei sottolineare che si è sposata ben 4 volte) e che nonostante tutto ne esce vincitrice, a testa alta. Tutto questo, si tradurrebbe con un semplice termine  napoletano, 8 lettere e tanta cattiveria: la cazzimma.

Attenzione però, badate bene che i testi sono scritti da autori diversi; la cazzimma dunque, si vede nel momento in cui riesce a far venire i brividi grazie alla sua voce sublime, grazie alla sua personalità eccentrica, al suo sguardo penetrante… d’altronde, stiamo parlando di una creatura divina.

La grandezza di Mina è data dal fatto che, con la stessa voce, ha cantato dell’uomo per lei, sicuro di sé, ha cantato romanticherie da diabete come uno come te, io non lo troverò mai più, ma anche canzoni, che più che dediche sotto i video musicali di RTL, sembrano invettive contro il genere maschile e la combriccola di amanti ed ex che lo circonda. Lei è la Voce delle Mille bolle blu, delle parole, parole, parole del portati via tutto questo amore che non è mai amore e mi fermo qui con le citazioni, che sennò finiamo a Natale prossimo. Una voce, dicevo, che copre quasi 3 ottave intere, una voce che sia da giovane che da matura, ha donato quasi mezzo panorama della musica italiana odierna: canzoni da cantare sotto la doccia, canzoni con cui piangere di nascosto, canzoni da interpretare o semplicemente da ascoltare col sorriso sulle labbra.

Parlo di voce perché ormai ci è rimasta solo quella, dato che 40 anni fa ha deciso di abbandonare il piccolo schermo ormai prossimo alla deriva, il palco, i riflettori e si è dedicata alla cosa che a mio parere, è la più importante: la musica. Capite adesso perché prima parlavo di luce divina che protegge? Mina è l’occhio del Grande Fratello, che osserva tutto quello che succede, lavora in silenzio, senza dare nell’occhio, appunto.

Non vi nego che vedere un concerto di Mina sarebbe un sogno, ma anche un’utopia, data la situazione. Sembra tanto strano che una ragazza di 22 anni ascolti e scriva di un’artista nata nel 1940? Cioè, ragazzi, ci rendiamo conto? Mentre Adolfo cercava di conquistare il mondo insieme al suo amichetto del cuore, ovunque c’era guerra e la gente moriva di fame… a Busto Arsizio nasceva lei, la ragazza della musica italiana.

E mentre vi racconto di Mina che ha vissuto gli anni d’oro della TV, aveva come amica Raffaella, ha duettato con Totò e molti altri, io mi ritrovo nel salotto di casa con Barbarella e Cristiano Malgioglio che mi insegnano a vivere. Coincidenze? Io non credo.

 

-Caterina Calicchio

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xCARACOx – “Tutto è perfetto, sicuro di morire”

Molte volte ho avuto l’occasione di andare a sentire dei concerti della scena underground romana e non solo, ma già dal primo ascolto sono rimasta affascinata dagli xCARACOx, gruppo grind/hardcore romano composto da Claudia Rae Acciarino, cantate e autrice dei testi, Andrea Laurita alla chitarra, Antonio Lipari in qualità di bassista e Giorgio Natangeli, batterista.

I pezzi sono piuttosto variegati, sia a livello musicale dove si spazia da sonorità più cupe a ritmi e suoni vicini al punk più movimentato, sia a livello tematico, dai più sarcastici come “Vasectomia” e “Siberia”-quest’ultima definita ironicamente come “Una canzone per l’estate”- alle più dure e inquietanti “Br-exit” e “V x Cambiamento” fino alla canzone che spesso apre i loro concerti ed è probabilmente la mia preferita: “Sicuro di morire”. Mi hanno subito appassionato per il ritmo travolgente -che non di rado fa scatenare la folla nel pogo– e l’incredibile presenza scenica di Claudia che canta in growl; ma il mio interesse si è concretizzato quando ho appreso che i testi e le tematiche derivano direttamente dagli scritti del filosofo Albert Caraco (1919-1971).

Ho cercato di saperne di più attraverso la lettura dei suoi testi e parlando direttamente con Claudia.

Come hai conosciuto Caraco e il suo pensiero?

Sono Laureata in “Filosofia e Studi teorico-critici” alla Sapienza e mi ero avvicinata al pensiero nichilista del Novecento tramite lo studio di pensatori come Adorno e in particolare Foucault sul quale ho scritto la tesi di laurea, ma Caraco l’ho conosciuto molto dopo, quasi per caso, tramite i miei soci del “Dal Verme” [ex circolo Arci, ndr] anch’essi studiosi di arte e filosofia. Da lì ho iniziato ad approfondire leggendo oltre a “Breviario del Caos” anche gli altri suoi scritti tra cui “Post Mortem”. L’ho trovato subito illuminante, apocalittico, stupendo.

Come sono nati gli xCARACOx?

Il gruppo è nato quasi per gioco con Lipari [Antonio Lipari, bassista, ndr] anche lui studente di filosofia. Le “X” attorno al nome nell’ambiente musicale grind/hardcore solitamente rimandano al movimento straight edge che ha come fondamento la rinuncia ad alcol, droga, sesso occasionale, talvolta al nutrirsi di carne. Noi non siamo straight edge e chi ci conosce lo sa [lo dice sorridendo], ma nel nostro caso le X rappresentano la rinuncia a tutto di cui parla Caraco, il “Grande Basta” di cui si parla ironicamente in un pezzo.

Come interpreti il pensiero nichilista e quasi stoico di Caraco della rinuncia alla vita e agli istinti come quello di riprodursi, dopo quasi cinquant’anni dalla sua morte?

Caraco è un personaggio estremo e “storto”. E’ sudamericano naturalizzato francese, ha un rapporto conflittuale con la madre descritto in “Post Mortem”, è ebreo ma critica gli ebrei e sceglie di suicidarsi immediatamente dopo la morte del padre per non arrecargli dolore, benché avesse già lucidamente deciso di togliersi la vita come gesto di ribellione e di autodeterminazione.

Sulla sua vita sentimentale si sa poco, ma la sua visione dell’accoppiamento si distanzia dal concetto imposto dalla società e dalla religione di riproduzione come una cosa del tutto naturale, ma vede la spinta delle masse a procreare come dettata da ragioni politiche di sopraffazione di classe, di sfruttamento del lavoro di esse da parte dell’élite e in particolare come carne da sacrificare nelle guerre. Come ogni specie arriva ad autoeliminarsi quando diventa troppo numerosa, anche l’uomo segue lo stesso concetto. Ma invece di usare gli strumenti di controllo delle nascite ha continuato a riprodursi sempre di più fino a distruggere se stesso e la natura, che Caraco rappresenta nella sua totalità, quindi anche come morte, distruzione, fine di una specie ed inizio di un’altra. In sintesi, secondo Caraco l’uomo ha forzato la natura per continuare a moltiplicarsi, infliggendo una sofferenza sterile alla sua razza e alla natura stessa. La crudeltà della Natura prevale su quella dell’uomo, in ogni caso.

Questa piena consapevolezza della morte in Caraco ci rende più liberi e forse più felici?

Sicuramente più liberi. Perché privarsi delle scelte che ci fanno stare bene? Perché scegliere una vita omologata che è funzionale agli interessi di qualcun altro, comunque destinato anch’esso alla morte, se non è quello che vogliamo e se siamo consapevoli della sua natura effimera? In questo modo la routine della vita quotidiana di un lavoro alienante diventa una falsa eternità nella quale perdiamo le nostre vite e anche trent’anni passano in un lungo eterno attimo. La vita non perdona, la morte non perdona.

D’altra parte l’individualismo spinto di Caraco, già presente in Nietzsche e Cioran, costringe ad un lavoro di autocoscienza molto forte nel quale le responsabilità, il senso di colpa, il dolore per una tragedia ricadono esclusivamente sul singolo. La massa ti protegge, ti deresponsabilizza. L’etica nell’individualismo si riduce alle scelte libere del singolo che esulano dal concetto di colpa proprio delle religioni, ad esempio, ma anche se vogliamo all’appartenenza ad uno Stato.

Qual è stato l’impatto del pensiero di Caraco nella tua vita?

La scelta di vita di suonare e produrre nell’ambiente underground, frequentare sin da giovanissima ed essere attiva negli squat, realtà anarchiche precisamente politicizzate, ambienti culturali vivaci e poco omologati, sposare delle cause, così come più banalmente andare in montagna, o il lavoro che ho scelto per campare, mi permette di essere coerente con la mia etica personale nonostante i chiari compromessi che derivano dalla nostra partecipazione alla società. L’unico modo per tirarsene fuori sarebbe la scelta di totale isolamento e ritorno alla piena natura, ma questa è un scelta estrema anche per me, comunque non si sa mai [sorride]. Eppure ormai siamo qui, siamo stati gettati nel mondo e siamo in ballo dunque vivendo in armonia con la consapevolezza della fine il procedimento quotidiano dovrebbe puntare alla ricerca della comprensione di ciò che abbiamo intorno ed essere curiosi. E’ questo l’unico modo per poter dire di essere stati vivi, cercare di disperarsi sempre meno e portare questo fuoco finché si può.

E qui cito i Marnero [gruppo post-metal/hardcore bolognese, ndr]

E fra bruciare ed estinguersi la scelta è bruciare
per poter dire di essere stati una volta vivi.

-Alessandra Testoni

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Palingenesi di un amore

Come la fenice rinasce dalle sue ceneri, così anche Caterina rinasce dopo uno dei periodi bui della sua vita: la sessione. Pensavate di esservi liberati di me? Cari lettori, pessima intuizione: sono tornata, e per di più, son tornata con un disco meraviglioso, pieno di vita e pieno di colori, di uno dei miei cantautori preferiti.

Forse avrete notato (o forse no) che utilizzo molto spesso l’aggettivo “preferito” quando annuncio l’artista di cui parlerò; però, molto probabilmente, “preferito” non è nemmeno l’aggettivo giusto, poiché implica un’intimità che in realtà non concedo a tutti gli artisti. Perciò, forse è meglio dire che tutti gli artisti di cui vi parlo sono quegli artisti per i quali le parole d’amore, le parole leggere, non vengono fuori solo il giorno di San Valentino, ecco. Fatto questo preambolo, posso svelarvi il cantautore in questione: Antonio Dimartino.

Nonostante il mio alter ego della mitologia greca sarebbe sicuramente Ares o Atena, vi parlerò di Afrodite, dea della bellezza, dell’amore e della primavera. Afrodite è anche l’album che Dimartino ha tirato fuori giusto il giorno del mio compleanno, per la mia momentanea felicità. Come il nome descrive, quindi, Afrodite è l’album dell’amore, della nascita (o della rinascita), è l’album della primavera. Che poi, a pensarci bene, tutto fa parte di un cerchio, tutto è collegato: la stagione a cui si attribuisce (o almeno io)  l’amore è proprio la primavera, piena di fiori, belli e profumati; piena di prati verdi e piena di polline, asma e occhi rossi… gli dei dell’Olimpo avevano già capito tutto.

La primavera, in effetti, era presente anche nel penultimo album del cantautore, in cui ne parlava come un uragano, come qualcosa che prima non c’è, qualcosa che arriva all’improvviso, quando meno te l’aspetti: come l’arrivo di una figlia, una perenne primavera. Afrodite, appunto, rappresenta quei concetti legati ma indipendenti di nascita e di rinascita, su cui a volte è bene riflettere. Perciò, riflettiamo: nella vita puoi nascere una sola volta, e cioè il giorno in cui tua mamma, dopo nove mesi, strilla e spinge fino a quando l’ostetrica tira fuori la tua testolina rossa e piena di mucose. Rinascere invece… puoi rinascere tutte le volte che vuoi! Rinasci dopo una relazione andata male, rinasci dopo una doccia fredda, rinasci dopo aver cambiato aria, rinasci con una persona al tuo fianco.

E nell’intero album succede esattamente questo: alla nascita di sua figlia, che porta con sé pioggia tra le mani e tempeste colorate, si mescola una rinascita: personale e musicale. Rispetto al 2015 infatti, i Dimartino suonano tutta un’altra musica: più suoni elettronici, più movimento tra gli spartiti, più grinta ed energia in ogni canzone, ognuna diversa dall’altra: è come se ogni traccia fosse inzuppata in un diverso bicchiere di pozione polisucco. C’è il bicchiere (di Tequila) che viene direttamente dal Messico con un capello di Chavela Vargas, c’è il bicchiere che viene dal futuro imminente, pieno di suoni elettronici e freschi che ti fanno muovere le anche, c’è il bicchiere siciliano, con un suo capello lungo e nero, che lo àncora a quello che è sempre stato: anche se la musica è cambiata, Dimartino rimane lo scrittore di testi che ti smuovono le viscere, in cui ritrovi la tua terra, il mare, la tua anima. Tra riferimenti a grandi autori, feste comandate e non, passando per migliaia di ossimori in cui mi riconosco e che nascondono delle grandi verità – vedi alla voce: amori violenti e cuori spenti – tra la luna e la natura della sua Sicilia, Dimartino mi ha stupito ancora una volta.

Grazie a questo stupore, inoltre, mi è risultato davvero difficile parlare dell’album… come mi capita sempre, d’altronde: è una sorta di malattia per la quale non riesco mai a parlare delle cose che amo, è come se volessi tenerle per me e basta, strette strette nella gabbia toracica e proteggerle, analizzarle e piangerci su. E’ stato difficile scrivere di quest’album anche perché, dopo il quarantesimo ascolto, ancora non penso di averlo capito del tutto: forse perché non ho un figlio? Forse perché non vivo in Sicilia? O forse perché ormai ascolto solo musica dance?

Nonostante i mille dubbi, le mille peripezie, eccomi qui a terminare quest’articolo, affermando a squarciagola che, tra tutti gli artisti all’ingrosso che ci sono in giro (e il festival di Sanremo ne è stata la prova), Dimartino rimane una delle poche mosche bianche, che con fatica resisterà e che sempre appoggerò.

Tutto questo amore, io non l’avevo previsto.

 

-Caterina Calicchio

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Impressioni di Giselle

Sabato 2 marzo 2019 è stato rappresentato dalla compagnia del Balletto di Roma, sotto la direzione artistica di Francesca Magnini, il balletto Giselle, presso l’intimo e moderno Teatro Vascello. I due atti dello spettacolo sono stati curati da due coreografi di fama internazionale, rispettivamente da Itamar Serussi Sahar, formatosi all’età di quindici anni presso Israel Arts High School e Chris Haring, vincitore del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Centosettantacinque anni fa lo spettacolo fu messo in scena per la prima volta, emblema del balletto romantico dell’ottocento e gioiello della danza classica. Per CulturArte hanno assistito allo spettacolo Carmen Ciccone e Maria Chiara Petrassi, che ci danno nell’articolo che segue le loro impressioni sulla piece.

La trama, come prevede la tradizione, è semplice ma caratterizzata da scene di forte patos e costumi di scena divenuti emblematici nei secoli. Il conte Albrecht, travestito da popolano, lusinga la contadina Giselle. Nel giorno in cui è incoronata reginetta del villaggio la ragazza scopre che Albrecht è già fidanzato, impazzisce e si uccide. Sepolta nel bosco come spetta ai suicidi, ogni notte danza con le altre Villi (le anime delle donne tradite prima del matrimonio) e con la loro regina Myrtha, che si vendica con gli uomini che incontra facendoli danzare fino alla morte. Il Conte in visita alla tomba di Giselle viene catturato dalla regina: riuscirà a salvarsi grazie all’amata Giselle, che lo sosterrà durante l’estenuante danza che finisce all’alba del nuovo giorno.

Petrassi:

La Giselle rappresentata dal Balletto di Roma cambia radicalmente da quella che conosciamo: le donne, attraverso l’aldilà, utilizzano l’immortalità per uccidere coloro che le hanno fatte soffrire in vita. Una legge del contrappasso che dona rivincita a queste fanciulle, non più deboli e deluse ma forti e a tratti demoniache. Nello spettacolo i  ballerini abbandonano completamente le vesti del balletto classico, immergendosi in una coreografia di danza contemporanea. Non appaiono più con i tradizionali costumi ottocenteschi ma indossano pallidi e rosei body anatomici che mettono in risalto la loro nuda esistenza. Le musiche originali di Adolphe Adam sono riadattate, letteralmente scomposte e ri-mixate con dialoghi in inglese di un noto film da sottofondo o loop ripetitivi di stesse note. Il secondo atto si apre negli inferi, in cui le Villi (le fanciulle) danzano in maniera spettrale e sembrano quasi stregate da una musica che risuona: Il cielo in una stanza di Gino Paoli, la melodia appare rallentata e canticchiata da una voce femminile che inevitabilmente, grazie all’uso di luci soffuse, crea un clima horror e ultraterreno. In seguito questa danza si articola insieme agli uomini (gli amati delle Villi) fino all’arrivo di Albrecht e Giselle. La coreografia è meno tecnica, più incentrata sul sentimento e sull’espressività dei due ballerini. Fino al culmine in cui il conte esausto di ballare questa danza, con il solo scopo di farlo arrivare al cedimento, cade a terra in preda quasi a convulsioni, con accanto Giselle che accarezzandolo gli permette di riprendere vita e scappare via. Ciò che ci viene trasmesso è l’idea che la vendetta sia capace di alleviare il dolore della perdita, è dunque questo l’ultimo guizzo di umano che la vita concede a Giselle, prima che i corpi si affrontino definitivamente. Concludo affermando che questo spettacolo mi ha lasciato inizialmente interdetta: il cambiamento così drastico di questo balletto è graduale da elaborare (per persone appartenenti al mondo della danza). Una volta superato il forte impatto del cambiamento, si apprezza il tentativo di voler rappresentare una storia diversa, fino ad accompagnare gli spettatori a riflettere e a capire il vero scopo dei due coreografi. La pecca più grande è l’aver dato per scontata la trama (non tutti potevano conoscerla) e l’aver creato uno spettacolo, assolutamente non alla portata di tutti. Uno spettacolo fin troppo intellettuale che solo un pubblico appartenente a quel mondo avrebbe potuto comprendere. È da apprezzare il forte cambiamento e il coraggio nello smuovere uno dei colossi del balletto classico che talvolta, se non modificati o riadattati al XXI secolo, rischiano di rimanere bloccati nella loro epoca ad impolverarsi.

Ciccone:

Nel primo atto ritroviamo una danza individuale estremamente ‘’potente’’ a livello fisico. Il secondo invece assume una dimensione più corale. Da ballerina, classica in particolar modo, pur rimanendo fondamentalmente tradizionalista, non ho potuto non rendermi conto dell’accuratezza dei ballerini, precisi nei movimenti ed impeccabili nella sincronizzazione. Un bravo spettatore deve cogliere l’essenza di ciò che vede e Giselle resta, in qualunque modo, una storia unica per i temi umani che tratta: l’amore che vince sempre su tutto, la morte e la vendetta come cura per il dolore.

I ballerini del Balletto di Roma hanno saputo esprimere questi sentimenti con maestria, accingendosi anche ad un compito più complesso rispetto a quello del balletto classico, del quale si riconosce meglio la trama, poiché appunto attraverso questo tipo di danza ne risulta meno automatica la lettura.L’arte della danza ha un privilegio estremo, quello di poter trasmettere con il proprio corpo emozioni che in realtà si trovano nell’animo.

Uno spettacolo di danzatori professionisti è il frutto di mesi di prove, di sacrifici, sudore, momenti no, ma anche di riconoscimenti e complimenti: chi è salito su di un palco almeno una volta nella vita sa di essere un privilegiato. La serata in cui ho visto lo spettacolo è finita tra gli applausi incessanti del pubblico, commosso dal momento più caldo, quello dell’inchino dei protagonisti che hanno regalato così tante emozioni in così poco tempo. In realtà, quando mi trovo di fronte a così tanta bravura e lavoro, sento di essere io quella che dovrebbe prostrarsi.

In un attimo però le luci della sala si spengono e tutti vanno via. Nel modo che posso, dico solo “Grazie” ai ragazzi della compagnia, se l’intento era impressionare positivamente, ci siete riusciti.

-Maria Chiara Petrassi e Carmen Ciccone

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Napoli in tuta acetata

Per questa edizione di Discman vi avevo promesso emozioni forti: ebbene, dopo Raffaella Carrà, per ragioni anche a me sconosciute, ho deciso di parlarvi di un gruppo poco conosciuto, ma che tutti prima o poi dovrebbero ascoltare per vivere più felici.

È successo che tra maggio e aprile scorso, la mia home di Facebook era invasa da questa copertina giallo sbiadito con un disegno al centro: tutti ne parlavano benissimo ed erano molto entusiasti, ma io sono sempre troppo poco curiosa; un bel giorno però, andando contro i miei pigri principi, decisi di ascoltarlo, nonostante avessi abbastanza paura si trattasse del nuovo album di Gigi D’Alessio: sapete, da un disco che si chiama Nuova Napoli, ci si può  aspettare di tutto. E invece no, Nuova Napoli è una delle più belle scoperte di tutto l’anno e definire la musica dei Nu Guinea innovativa o semplicemente strana sarebbe riduttivo: in questi casi, geniale penso sia l’aggettivo corretto… almeno per quanto mi riguarda.

Nu Guinea è un duo italiano, di Napoli per l’appunto, immigrato a Berlino, perché, si sa, nonostante sia la patria delle salsicce e dei crauti, la fredda capitale tedesca è anche il bacino dei suoni elettronici e della musica techno. E così, Massimo Di Lena e Lucio Aquilino, dal 2014 si sono trasformati per il mondo intero nei Nu Guinea e io non potrei essere più contenta. A prescindere dal nome discutibile e incognito, che ancora non mi spiego, l’album Nuova Napoli è così pieno di grinta, energia e bassi che persino Clara si alzerebbe dalla sedia a rotelle per ballare con Heidi e le caprette!

Definiti (da me medesima) gli Abba dei Quartieri Spagnoli, i Nu Guinea mischiano nella stessa traccia le sonorità più tipiche della disco anni ’80, quelle piene di energia, di colore e di coretti femminili degni dei Bee Gees o degli Abba, per l’appunto. In aggiunta, però, la parte meridionale del tutto: il magnifico dialetto partenopeo che rende tutto più popolare, più paesano. Ascoltando le tracce, sembrerà di stare nella strada di Forcella o a San Domenico, le vrenzole sui balconi che chiacchierano e un venditore ambulante che cerca di venderti persino un pelo pubico.

Penso che tra i suoni sintetizzati e un soave “A signor ‘re pizz fritte nun ce sta’ cchiù” si crei una chimica tale da non riuscire a stoppare il disco e a smettere di muovere i fianchi. Con questo disco nelle orecchie, non servirà più fare 4 ore di macchine per giungere alla città più focosa del Mediterraneo e mangiare la pizza più buona del mondo – sappiate che quando si tratta di cibo, sono molto seria – e bere il caffè perfetto.

… Bene, magari per il caffè vi consiglio di non affidarvi alle mie manine di fata e a rivolgervi al bar sotto casa, che magari assomiglia di più a quello napoletano, per tutto il resto, basta aprire bene le orecchie, ascoltare per credere!

 

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DISCMAN 2.0 – A Cuore Pesante

ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!

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Nella seconda stagione di Discman 2.0 ho deciso di spogliarmi davanti ai vostri occhi e di farvi realmente scoprire quello che ascolto ogni giorno della mia vita nonostante si siano rotti gli auricolari.
Finalmente, dopo anni di ascolti, ho dato un senso a quello che ho sempre fatto inconsapevolmente: ascoltare musica del secolo passato, dalla musica dance al cantautorato, dal rock’n’roll alla cumbia.
Ascoltando musica di gente per lo più morta o stagionata, mi sono resa conto che, nel marasma che è la musica a me contemporanea, mi sento di salvare all’incirca 10 nomi su 1000, di cui vi parlerò mentre il nuovo CD gira all’interno del Discman.
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Dieci su mille ce la fanno.
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Ed eccomi, dunque, a parlarvi di Riccardo Sinigallia.
Sinigallia, che i diversamente giovani ricorderanno nei Tiromancino, è un cantante a cui voler bene: due occhi chiari all’ingiù, piercing al sopracciglio ed un cespuglio di capelli ricci e scuri. Sarebbe la descrizione dell’uomo della mia vita, se non fosse che potrebbe benissimo essere, se non mio padre, mio zio.
Ricordo di averlo scoperto per la prima volta al festival di Sanremo, nel lontano 2014, anno dei Perturbazione e di Zibba: con “Prima di andare via” ha conquistato il mio cuore innamorato dell’amore, in cerca del povero principe azzurro che mi sopportasse… Adesso però ha smesso eh!
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È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva

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Sebbene di lui non si abbiano molte tracce, è riuscito a far sapere a tutti che ha scritto un nuovo disco e che presto lo farà ascoltare in tutta Italia.
E così, il 14 settembre 2018 esce Ciao cuore: 9 tracce e una chitarra che non suona più la stessa musica.
Ad oggi, Sinigallia non è pop, nè alternativo, nè rock: Sinigallia è Sinigallia, e Ciao cuore non è un disco facile da comprendere, o almeno non lo è stato per me.
È un disco timido e riservato, così come lo è l’autore: l’amico “sfigato” della comitiva che si rivela quello più vero, con mille cose da dire ma che non ha mai il coraggio di fiatare, fino a quando non trova la persona giusta. E la pubblicazione dell’album descrive esattamente questo: l’arrivo della persona giusta che lo ha spinto a cantare di nuovo e non solo a produrre gli altri; lo ha spinto a mettersi in gioco, ad innovarsi e accantonare la chitarra acustica per dedicarsi ai suoni elettronici, ad essere aggiunto nuovamente nella playlist di Spotify “Indie Italia”… qui ci sarebbe molto da dire, ma non voglio tediarvi più di tanto.
Nonostante la voglia di mettersi in gioco, Ciao cuore rimane un disco ermetico, difficile da interpretare al primo ascolto ma anche dopo: un senso di insoddisfazione rimane nelle orecchie, perché senti di non aver capito tutto quello che aveva da dire.
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Gli spartiti e i testi di tutto l’album oscillano tra razionalità e filosofia, hanno la
capacità di far viaggiare la mente altrove e poi farla ritornare nella tua camera,
ricordandoti che le uniche dimensioni esistenti sono lo spazio e il tempo: quando mi interrompi a colpi di realtà.
Filosofia e ragione, un ossimoro, una guerra perpetua nel corso dei secoli: da una parte la filosofia che apre la mente e fa uscire dagli schemi, dall’altra la ragione, un treno che segue i binari e non deraglia mai; e, da un’altra parte ancora, le donne: che siano di destra con le unghie smaltate o che sia Dudù, all’interno dell’album passeggiano donne da una traccia all’altra, senza pensieri, leggere.
Donne anche sul palco, la sua donna sul palco: la compagna che da sempre è al suo fianco, che lo ha sostenuto sia con il basso che con il cuore, la stessa donna che guarda intensamente negli occhi mentre la chitarra suona: una sinfonia perfetta, colonna sonora dell’incontro di due cuori complementari, del mondo moderno in
equilibrio tra la pace e l’amore vero… “seh, ciao cuore!”
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-Caterina Calicchio

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DISCMAN 2.0 – Come vuoi chiamarlo questo “Tormentone”?

 

Ben ritrovati con la rubrica bi-settimanale di musica più bella che ci sia: ben ritrovati su Discman 2.0. L’anno scorso mi hanno rimproverato il fatto che scrivessi articoli come se stessi facendo “quattro chiacchiere al bar con gli amici”. Ecco, nonostante sia proprio quello che voglio far intendere, cioè parlare con amici immaginari, quest’anno ho deciso di scrivere come si deve. O almeno ci provo.

Il primo pezzo di quest’anno parla di un cantautore conosciuto per caso nel 2016: Scarda. Con la voce graffiante, tipica da uomo del sud (e per sud si intende da Roma in giù) e una sensibilità che pochi ormai conservano, Scarda è il cantautore classe 1986 che il  27 ottobre 2018 potrete ascoltare in concerto a Largo Venue (RM). Per di più Scarda è il cantautore che, da quando sono a Roma, mi ha preso per mano e mi ha aiutato ad affrontare qualsiasi situazione: il terremoto, gli attacchi nostalgici, prendere una non relazione con filosofia.

Galeotto fu per me il brano “Io lo so”, un colpo di fulmine a ciel sereno: una canzone che vuole parlare di te, di tutto quello che sei e di tutto quello che non vorresti essere, anche se è la prima volta in vita tua che la ascolti. E tutt’ora, con il nuovo album, continua a voler parlarmi, a rendermi partecipe della vita che va avanti e continua a volermi svelare la verità, anche se nessuno gli ha chiesto nulla. Però almeno lo fa con le parole più belle che si possano usare.

A maggio 2018 mi è capitato di intervistarlo quasi per caso e, dato che tutti ci stavamo chiedendo cosa sarebbe stato il prossimo album, dopo aver ascoltato il primo singolo Bianca, gliel’ho chiesto; la risposta?

Amore, amore, amore!”,  tanto per citare un film a caso.

Ebbene, cari lettori, questo è Tormentone: un disco che parla d’amore. L’amore, però, a tutto tondo: l’amore bello e quello triste, l’amore impossibile e quello che non è mai iniziato. Perché la tristezza è bella quanto la felicità. Perché l’amore, siamo sinceri, non è essenziale, certo, ma a volte è necessario. Tanto per fare un esempio che mi rappresenta, l’amore è come i pomodori secchi: sei consapevole che se te ne mangi uno, devi fare il doppio delle ore in palestra, sei consapevole che sono una bomba ipercalorica con tutto quell‘olio che cola soavemente  sul pane, però dei pomodori secchi non ne puoi fare a meno perché sono la cosa più buona del mondo. Capite, adesso?

È un disco che suona diversamente da quello passato, è un disco nuovo, con più tastiere e un arrangiamento decisamente pop, sebbene la chitarra acustica sia sempre viva e si faccia sentire. Però, nonostante l’innovazione, le parole restano quelle di sempre, vere e genuine: un sorriso, la fine del sole, una schiena illuminata dalla luna piena, una ragazza che nasconde i pensieri tra i capelli sciolti, l’insicurezza dei sentimenti dei giovani d’oggi.

Quindi, voi che potete, andate ad ascoltare questo bel ragazzo sabato 27 ottobre 2018 a Largo Venue. Sicuramente non sarà come vederlo suonare alle due di notte in un locale di San Lorenzo “Disperato erotico stomp” con un bicchiere in mano, però sono sicura che ne varrà ugualmente la pena.

¡Buena suerte!

 

-Caterina Calicchio

 

 

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DISCMAN 2.0 – #16 MOCIpenso e vi dico

Da venerdì 22 giugno Roma e il mondo intero hanno un nuovo brano da ascoltare e un nuovo video da guardare: Fugazi
«Cosa sarebbe Fugazi, Caterina?» Fugazi è il secondo singolo di Moci, cantautore romano agli esordi.

Dopo Perso, biglietto da visita per il pubblico, il nostro caro Marco ci regala una chitarra toccata piano e una voce da bambino che racconta di una fuga, del sonno perenne, di un cielo logorroico che non viene ascoltato.
Una ninna nanna moderna per tutti  quegli adolescenti che si credono già adulti, esattamente quello che serve per provare a uscire vivi da due fuochi che ardono e ti consumano: l’adolescenza e la maturità. È una melodia lieve per addormentare quel turbinio di pensieri ed emozioni che frullano in testa.

Che poi, si sa, nel momento in cui ti metti a letto e non ti addormenti entro i 2 minuti è la fine: cominci a pensare al ragazzo che ti piace che chissà cosa starà facendo adesso, agli esami che devi dare tra una settimana e alla sessione che sembra non avere fine − e alla prova costume che anche quest’anno si fa l’anno prossimo puntando nuovamente, purtroppo per voi, sulla simpatia. Si comincia a pensare che “la vita è puttanella” e che il karma ti sta punendo perché in un’altra vita sarai stata la nipote di Pablo Escobar.
Ma soprattutto pensi al fatto che c’è gente, come Moci, che alla tua stessa età scrive canzoni, vince concorsi e l’8 luglio suonerà al Roma Brucia a Villa Ada, mentre tu ti fai delle domande e ti rispondi da sola, incarnando alla perfezione la figura dell’esaurita che sei − cioè sono. Però che ci vuoi fare, per questa vita è andata così… e magari nella prossima nascerò gnocca come Sophia Loren e con la voce di Mina.
Bene, per oggi la dose di negatività è sufficiente: e pensare che tutto è partito da una ninna nanna.  

Con la speranza che i dischi prodotti da Sbaglio Dischi non siano veramente sbagliati vi auguro un’estate piena di notti d’amore, musica e concerti, piena di pennichelle e nuotate… Io evito di dirvi in quale mare sto navigando in questo momento.
Mando un bacio a labbra salate a tutti voi.
A presto.

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #15 All’IMBRUNIRE, ci divertiremo

Non ho mai creduto nelle conoscenze virtuali. Forse perché sono “vecchio stampo” e ho bisogno di avere davanti una persona in carne e ossa cui poter stringere la mano o tirare uno spintone se dice qualcosa di sbagliato; qualcuno con cui poter parlare di ciò che è la vita e di ciò che era, con cui commentare il nuovo governo, il ciuffo di Trump o il nuovo modo di fare musica… magari in compagnia di una birra. Cinque mesi fa, però, è successo che un certo Limbrunire Fra, dall’immagine del profilo cupa e sospetta, mi contatta dicendomi che ha letto il mio articolo su Colapesce e che gli piacerebbe essere protagonista di un mio articolo (pensa te, che culo!). Quindi, detto fatto, ve lo presento subito: lui è Francesco, per il resto del mondo Limbrunire, vive vicino La Spezia, tra le Cinque Terre e la Versilia, è ghiotto di noci e, nonostante scriva da circa 15 anni, “la canzone più bella deve ancora scriverla”.
Non so dirvi se è alto, basso, bello o brutto perché non ci siamo mai incontrati e in ogni caso mi interessa poco: so dirvi però che nelle sue canzoni, in ogni singola nota o parola, ci mette l’anima e il cuore. E che l’ultimo lavoro in uscita, La spensieratezza è esattamente questo: un connubio di sentimenti, di batticuore, di ricordi e dell’essere consapevoli che la vita ormai non ha più colori, ma è grigia e cupa; con sonorità a metà tra Battiato e Cosmo, con parole semplicissime ma allo stesso tempo ricercate, Limbrunire si lascia andare e suggerisce anche a noi di farlo. 

A voi la sintesi di tutto quello che ci siamo detti per 5 mesi, passando dalla carbonara a Little Tony. A voi, lo spensierato Limbrunire. 

 

In due parole: chi è Limbrunire? 

Fra: Limbrunire è un semplice ragazzo cresciuto a pane e musica, curioso della vita, assetato di scoperta. È un ragazzo che cerca di dire la sua dopo anni d’interrogativi, studio e ammirazione per chi ce l’ha fatta.

Cosa racconta la tua musica, il tuo nuovo lavoro in uscita l’8 giugno? 

Fra: La mia musica racconta ciò che eravamo e quel che abbiamo, alterna momenti di riflessione nostalgica — ma mai malinconica — e parallelismi contemporanei, ipotesi possibiliste, idiosincrasie e schietta quotidianità accompagnata da una giusta componente ironica.

Chi o cosa è la tua fonte di ispirazione? E come o chi vorresti diventare? 

Fra: La mia fonte d’ispirazione non ha regole precise o iter prestabiliti, sono un grande osservatore quindi ho incipit sensoriali perennemente attivi verso ciò che mi circonda. Leggo molto, mi aiuta ad aprire la mente e a fidelizzare immagini, anche se ultimamente, ahimè, non riesco a farlo come vorrei. Alle volte prendo appunti e li lascio lievitare: spesso trovo melodie interessanti mentre sono alla guida, capita spesso che prenda l’auto solo per girare ore e ore senza meta. Mi piacerebbe diventare o invecchiare come Jovanotti, Sting o Tiziano Terzani, gente che ha trovato un’equilibrio stimabile e il giusto compromesso all’esistenza nell’essenza. Mi piacerebbe scrivere un libro, o forse più di uno e magari un giorno proporre una mia personalissima mostra fotografica.

Mi hai parlato di un vecchio gruppo in cui suonavi, completamente diverso da quello che è adesso il tuo stile: perché questa svolta improvvisa?

Fra: Avevo un un gruppo rock-pop, si chiamava Trenet, composto da Francesco Zanetti, mio attuale batterista nei live e Giacomo Spagnoli, amico fraterno e attuale bassista di Francesco Gabbani. Con loro ho attraversato momenti di crescita significativi: siamo arrivati secondi al Premio Lunezia 2009 tra le “Nuove Proposte”; abbiamo inciso un disco ai Drum Code Studio, dove prima di noi avevano registrato i Marlene Kunz; abbiamo avuto il piacere di girare un videoclip agli ordini di Daniele Barraco (fotografo e videomaker di Francesco De Gregori, tra i tanti); abbiamo sfogato la nostra incoscienza su diversi palchi, tra i quali quello della F.I.M. di Genova, arrivando infine ad aprire un concerto di Morgan. A quel punto ho sentito la necessità di sperimentare altre sonorità, di battere nuovi sentieri, e la band mi limitava nella fase produttiva: non è facile spiegare ad altri due musicisti, seppur bravissimi, le proprie idee. Da solo ho accorciato le tempistiche e ciò che ho in mente lo butto giù di getto adottando tecniche “d’artigianato” e un successivo lavoro di cesello in fase di post-produzione.

Cosa dai alla musica? E cosa la musica ti dà?

Fra: La musica per me È. Mi tiene a galla! È la ciambella di salvataggio in mare aperto e allo stesso tempo l’onda che arriva nelle giornate di secca, dove fai a gara con gli amici per entrarci dentro; è la scintilla che m’accompagna dal mattino alla sera e oltre. Non è un’alternativa: è la certezza che comunque vada continuerò a dedicarle attenzione maniacale, così come fa il centauro con la sua Harley. Non sono semplici note, parole, ritmo tribale o soave leggerezza: è passione mistica, armonia e sudore, è una spinta ad andare, l’autoscontro e lo zucchero filato, è un sax che suona sotto i portici e il vento tra i capelli su una Pagoda del ’70. È comunicazione, è sinergia, è chimica. È un flusso continuo e uno spirito libero. È coraggio, dedizione e pazienza.

Qual è il tuo stato d’animo, ad oggi? 

Fra: A oggi sono determinato più che mai e pronto… ma ovviamente anche un po’ teso: provo quella giusta tensione che si ha prima del gran debutto, lo stomaco chiuso la notte prima della maturità. Non vedo l’ora di sapere che ne sarà di me dopo questo turbinio d’emozioni. Quel che è certo è che continuerò a scrivere nuove canzoni, perché per me non è un traguardo bensì un punto di partenza dal quale evolvere e migliorare.

 

 

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #14 I leoni dei trulli

Come penso avrete capito dopo ben 14 articoli, Roma mi ha adottata, ma la mia mamma è un’altra: la Puglia. Il mio è un paese dell’alta Murgia, nella regione chiamata “la Jamaica italiana”: forse perché siamo un po’ scuretti di pelle, perché c’è un clima perfetto per la crescita di qualsiasi tipo di piantagione o perché abbiamo il sole in fronte (alcuni ne hanno anche troppo). Jamaica forse per la musica: il reggae. In tanti hanno provato a suonare quelle melodie per le quali il sedere si stacca e balla da solo mentre tu sei con una torcia in mano a cercare la bellezza della vita, e tra quelli che ci hanno provato e che continuano a farlo voglio presentarvi un gruppo a cui tengo particolarmente, che ho visto nascere, crescere e… volare. Direttamente dai trulli di Alberobello, i Lion’s Cage.

Per presentarveli al meglio, ho voluto che loro stessi vi parlassero della loro musica e dei loro dread: ecco a voi le mie 4 chiacchiere con Irven, il cantante.

Long live Reggae music, buona lettura.

Comincio col dire che io vi conosco dai tempi della “Giornata dell’arte” del liceo ma non vi ho mai chiesto come mai vi chiamate così. Ebbene, adesso è arrivato il momento: cosa significa Lion‘s Cage? Perché “la gabbia del leone”?

La gabbia del leone rappresenta la vita e ogni suo aspetto, rappresenta l’esperienza, le difficoltà e le gioie: un cammino lunghissimo, anche se la gabbia ci appare piccola e stretta. Il Leone è la gabbia, come la Gabbia è il leone. L’individuo è il mondo, come il mondo rappresenta tutte le realtà che l’individuo si costruisce intorno: la realtà è il riflesso di come ci poniamo ad essa, il prodotto di ciò che vogliamo vedere. Niente è meglio di una gabbia per produrre in qualcuno la sensazione di essere più grande di ciò che si è, per trasmettergli la voglia di aprirla e di fare lo sforzo di lavorare su se stessi per capire quali limiti ci si pone senza nemmeno aver provato!

Perché il pubblico dovrebbe ascoltare proprio voi e non un altro gruppo reggae? Convincetemi.

Il pubblico non dovrebbe ascoltare noi al posto di un altro gruppo reggae… ma potrebbe farlo per curiosità, per distaccarsi dalle solite tematiche che girano intorno alla scena reggae, per la ricerca di un sound differente!

Continuando a parlare dell’immagine, ho notato che quasi tutti avete i dread, siete rastaman: tra le tante cose, condividete tutti il pensiero rastafari o è solo una coincidenza?

Come dico nel brano Dreadlock: «a volte avere i dreadlock è solo una bella acconciatura». Ci sono molti dei temi Rastafariani come libertà, uguaglianza e ribellione che condividiamo sicuramente, ma non sono i soli messaggi che cerchiamo di dare con la nostra musica e con la nostra immagine. Certo, l’acconciatura dà un tocco esotico al gruppo, ma di rastafariano c’è ben poco! Io, ad esempio, sono di una religione che ama la buona volontà ed il fine stesso della vita: l’esperienza.

Cosa rappresenta Real life, questo primo album che avete pubblicato?

Real Life è la rappresentazione tangibile di tutti gli elementi caratteriali, fisici ed energetici della vita terrena: nove step, al settimo si trova la vita reale, l’illuminazione. Ma non è lì che si raggiunge l’apertura della famosa “Gabbia del leone”; vivere la vita reale in tutta la sua purezza lo si può solo con l’esperienza (traccia che chiude l’album). Real Life è l’inizio di un racconto che durerà quanto una vita di cambiamenti, avventure, storie e lezioni che aiuteranno il leone a crescere man mano.

Rispetto all’impronta ska iniziale state andando sempre più verso il “reggae delle 4:20” (permettetemelo). Avete voluto sperimentare o questa è la scelta definitiva?

Il reggae delle 4:20 mi piace, funziona! È un reggae fatto per rilassarsi e pensare, ballare e stare in compagnia di se stessi; siamo cresciuti dai tempi di Bredda Mikael, dando al nostro reggae l’impronta jazz e “pesante” tipica del genere più vicino alle radici che lo caratterizzano. Ma i Lion’s hanno una vena guerriera, ne sentirete delle belle!

Cosa dobbiamo aspettarci da voi? Progetti futuri?

Statene certi! I Lion’s Cage stanno viaggiando nel cosmo in cerca di nuove idee e soprattutto di se stessi, sempre più vicini a un punto saldo e resistente (“un centro di gravità permanente”), avranno come tutti delle difficoltà lungo il cammino, ma sarà in queste che vedranno delle opportunità! Nasce così il secondo album che ti annuncio in anteprima: We Care Of All Dem. Detto ciò, tenete ampi gli spiriti, che vi veniamo a prendere!

 

 

 -Caterina Calicchio.