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DISCMAN 2.0 – #11 Motta(non)sonopiùio

Ben ritrovati su Discman 2.0, rubrica musicale creata con l’unico intento di ricevere un discman come regalo inaspettato grazie alle mie capacità di intrattenervi con le parole – o, più probabilmente, grazie a quelle di ammorbarvi fino a farvi esclamare «Eddai! Regaliamogliene uno!».
Questa settimana ho deciso di parlarvi di un artista che, poco a poco, sta subendo una metamorfosi che non mi piace per niente (in realtà non è che non mi piaccia, piuttosto non la accetto poiché è quel tipo di cambiamento che avverrà anche in me, prima o poi). Alto, magro, capelli ricci, faccia con chili di droga sotto le occhiaie: no, non è Galeffi, è Motta. Lo so, non potrà mai reggere il confronto con il caschetto di Ruggero, ma diciamo che i suoi riccioli hanno quel “non so che” di necessario: Motta rappresenta per me la colonna sonora di un’adolescenza di pianti, cuori spezzati e sorrisi senza motivo… o, forse, rappresentava. Parlo al passato perché oramai mi sa che l’amore gli ha dato alla testa e quel senso di spleen e di incertezza generale che mi faceva sentire a mio agio, non c’è più. Chissà cosa gli ha fatto, la «Cagna maledetta»…

Se nel suo primo lavoro, La fine dei vent’anni, la cattiveria, la rabbia e i ritmi tribali dei Criminal Jockers erano onnipresenti, adesso le cose sono un po’ cambiate ed è proprio per questo che ho deciso di raccontarvi della mia relazione con la sua musica adesso, perché ho paura di un prossimo album fatto più col cuore, che col disagio.
Paroliere come pochi, Motta è sempre stato la nota macabra in un panorama pieno di felicità: basti pensare a pezzi come Bestie o Fango, o più semplicemente all’immagine di lui a torso nudo che canta mentre suona la batteria. Pazzesco, no? Come la magia della noia, come Roma che mi prende dal collo e poi mi lascia per terra, come la paura di dovere stare bene che prima o poi ci passerà; pazzesco come sentirsi dedicare Sei bella davvero senza capire effettivamente il senso di questa dedica perché non te l’hanno mai spiegato senza giri di parole, senza quella concretezza di cui ogni tanto abbiamo bisogno. Questa parola, che sembra avere il peso di una tonnellata di cemento armato dovrebbe in realtà fare bene più che spaventare; è infatti la concretezza che ha portato Motta a scrivere La nostra ultima canzone, ricominciando a parlare di “noi”, per essere felici senza pensare troppo a quello che viene dopo, solo per il gusto di esserlo o perché lo si vuole essere. 

Perché, d’altronde, il peso delle parole è soggettivo e dipende da quanta paura – e quanta voglia – si ha di affrontarle; in questo modo persino un elefante potrebbe pesare quanto un colibrì nell’immaginazione, ma tutto deve partire dal proverbiale criceto che gira nel cervello. Dato però che il mio di criceto si è svegliato e ha deciso che ho fame, concludo questo articolo non troppo simpatico con la strofa tatuata nella mia mente e che, insieme al benedetto stile di vita “sticazzi”, mi fa essere quello che sono adesso: un po’ a cazzo di cane. Ma che volete fare, è andata così.

 

«Le parole son qualcosa di importante, di cui ti armi per uccidermi la mente».

Nota: ogni riferimento non è assolutamente casuale.

 

 

 

-Caterina Calicchio.

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Uno, Brunori e centomila

La prima vera esperienza teatrale di Dario Brunori, in arte Brunori SAS, si registra nel 2015 con Brunori Srl, una società a responsabilità limitata, a seguito del grande successo di Volume 3 – Il Cammino di Santiago in Taxi, spettacolo poliedrico tra musica e parole. A tre anni di distanza, con la definitiva consacrazione dell’album A casa tutto bene, il cantautore calabrese torna nei più grandi teatri d’Italia con Canzoni e Monologhi sull’incertezza, che ho avuto modo di apprezzare il 13 marzo nella magica cornice dell’Auditorium Parco della Musica in una delle due date romane (si replica il 10 aprile).

Chi conosce solo il Brunori cantautore potrebbe uscire sconvolto dalla sala, ma se si approfondisce meglio il personaggio nel suo complesso non ci si stupisce di nulla. Dario Brunori lo ribadisce e lo lascia trasparire in ogni intervista, da uomo “incerto” quale lui stesso ostenta di essere nelle sue canzoni deve fare da contraltare una persona semplice e ridanciana; è proprio questo contrasto che lo rende amato da un pubblico trasversale che va dai 20 agli 80 anni. Lo spettacolo in questione non fa eccezione e s’inserisce perfettamente nel percorso artistico intrapreso in questi anni.

Avendo purtroppo mancato l’appuntamento con la precedente performance teatrale, devo ammettere che la curiosità di vedere questo Brunori per me inedito era tanta, così com’erano alte le aspettative, per nulla deluse; visto il titolo dello spettacolo il rischio “mattone” era una possibilità concreta, ma non si diventa uno dei migliori cantautori in circolazione per caso. Con notevole padronanza della scena Brunori alterna le sue canzoni — che sono poesie, denunce, grida di speranza — a monologhi quasi irriverenti nei confronti del suo personaggio, che nell’immaginario comune dovrebbe corrispondere a tutt’altro; è lui stesso a giocare sulla pesantezza delle sue canzoni, invitando il pubblico a non assistere a troppi concerti per non scadere nel masochismo, e ciò che rende tutto credibile è la sua incredibile spontaneità. Il genere dal quale attinge per i suoi monologhi, che spezzano la parte musicale ogni 2/3 canzoni, è quello della stand-up comedy, anima nobile della comicità, stile con il quale si può abbracciare l’attualità anche nelle sue facce più amare, facendo ridere il pubblico ma invitandolo anche a riflettere: è il vestito perfetto per Brunori, che alterna fasi molto rilassate e ironiche ad altre più raffinate, dietro le quali si cela un mondo di contraddizioni che s’intrecciano e danno vita a sensazioni confuse. Il perfetto condimento è quell’accento cosentino che lo caratterizza nel parlato ma svanisce nel cantato, facendo sorgere nei suoi ascoltatori la domanda su chi sia veramente l’uomo di fronte a loro.

Il grande risultato dell’opera è senza dubbio quello di non aver sminuito né la parte musicale né quella teatrale. Le due facce dell’artista si sono mescolate perfettamente in uno spettacolo maturo e coerente nell’insieme, dinamico e coinvolgente. Non è facile risultare così credibili incarnando nella stessa serata più ruoli: c’è un Brunori cresciuto in questi anni di carriera, consapevole delle sue incertezze e forte dei suoi successi; un animale da palcoscenico profondamente rispettoso delle sue origini e mai snaturato nel proprio percorso; un uomo — e un artista — caratterizzato dalla sua terra e dal suo tempo, sospeso tra innovazione e tradizione, tra la voglia di restare e quella di scappare; è Lamezia Milano; è «un vecchio ragazzino dentro il corpo di un uomo», «da nonno Michele a mio nipote Francesco»; «un lupo della Sila tra i piccioni del Duomo». Brunori è tutto questo, ma fondamentalmente siamo noi; ogni essere umano è il frutto del percorso che intraprende.
Siamo così oggi e in questo luogo, non lo eravamo ieri e non lo saremo domani: siamo “Uno, Nessuno e Centomila”, e da qui Canzoni e Monologhi sull’Incertezza. La standing ovation finale viene da sé.

Merita una menzione l’opening act di Nerina Pallot accompagnata da Marc Ferguson, duo acustico dalle sonorità delicate e potenti allo stesso tempo, una scoperta piacevolissima che apre nel migliore dei modi un’altrettanto piacevolissima serata.

 

 

-Gabriele Russo.

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DISCMAN 2.0 – #10 Timidamente Ruggero

Marzo è quel mese dell’anno parecchio pazzerello, che quando esce il sole prendi l’ombrello, in cui nascono i bambini sotto il segno dei pesci, dove i fiori sbocciano e contemporaneamente i nasi si chiudono.
Marzo è il mese del risveglio in tutti i sensi: dopo il lungo inverno passato in letargo tra maglioni di lana e pantaloni di velluto, le donzelle cominciano a scoprirsi, cominciano a mostrare lo stacco di coscia, rinascono tutti i cervi a primavera e gli uccelli si risvegliano e cominciano a ballare meglio di Gianluca Vacchi. In una parola: per me marzo è primavera.
Dato però che lo stacco di coscia da mostrare non ce l’ho, ho deciso di spogliarmi (placate gli uccellini e finite di leggere) in un altro senso: mi tolgo di dosso il vestito indie e vi svelo uno dei miei guru, uno dei maestri di vita che ogni giorno mi ispira in quasi tutte le cavolate che dico, colui che tutto muove e tutto puote: Ruggero de I Timidi.
Adesso, ingrati, vi starete sicuramente chiedendo: «e quest’altro chi è?»
Bene, siete fortunati perché oggi ho finito la mia dose di cattiveria mentre tornavo a casa con le pinne, quindi sarò gentile e pacata e non mi arrabbierò per il fatto che avete ignorato fino a questo momento un artista timidamente eccezionale.

Ruggero è l’uomo dal caschetto nero che fa impazzire il mondo intero: ciò detto, spero stiate andando a cercarlo su Internet per capire il senso del mio elogio a una parrucca; se invece lo conoscete già, sarete d’accordo con me nell’affermare che Ruggero è l’uomo delle hit dell’estate, l’uomo del reggaeton e della salamella in riva al mare.
Arrivati a questo punto, due sono le categorie di persone riscontrate (che Darwin levate proprio): chi, divertito, comincia ad ascoltare i brani più popolari e chi ha chiuso la pagina internet dandomi di “sconnessa completa”. La sconnessa, innanzitutto, vi ringrazia per il complimento e poi vi assicura che vi state perdendo qualcosa di speciale. Poco importa che sia un uomo sui quarant’anni, diversamente magro e con una faccia a metà tra un putto e un panettone, se è lo stesso ha scritto un capolavoro come Quello che le donne dicono. Adesso non mi venite a dire che non sognate anche voi di essere Fabiana Incoronata Bisceglia e di far parte del coretto che canticchia: perché non lo vuoi amare?.
Dovete ammettere che è sincero, forse anche troppo sincero, e che l’ukulele, l’orchestra timida e il coro femminile rendono il tutto più orecchiabile e migliore di tutta la musica che circola ora; e soprattutto, care compagne con le ovaie, dovete ammettere che Ruggero ha capito tutto quello che abbiamo sempre cercato di nascondere ai maschietti: vi lascio immedesimare e capire la cosa che per voi ha azzeccato di più — io non metto bocca, che già mi sono esposta abbastanza. 

Ruggero è neo-neorealista, e quando uno è neo-neorealista, certe cose le capta e non ci mette niente a farle diventare poesia: tuo figlio ti chiede «cosa sono i trans?»
Facile, è come aver fratello con sorella, uniti in una persona sola.
Avete conosciuto una donzella di facili costumi e non sapete come elogiarla? Ruggero ha la soluzione: Come sei bella, come sei strana, ti piace il succo di banana!
Adesso capite perché parlo di un Maestro e della colonna sonora della vita? Avete capito perché devo ringraziare i miei amici che, in una sera d’estate — forse era inverno, ma son passati pure 3 anni e vi ricordo che ho una memoria da pesce rosso — hanno cominciato a strimpellare con la chitarra e se l’argomento a mancare viene, le donne parlan di lunghezza del…?
Mi è piaciuto così tanto, che non ho potuto non divulgare la sua magia nel programma radio Tuttigusti+1 che facevo con le mie super Spicegirls Alessia e Antonella, l’anno scorso in casa, qui a Roma… E adesso sto divulgando la magia anche a voi. Perché il mondo deve sapere che esistono cantanti capaci di scatenare tzunami, come Ruggero de I Timidi.

…Tra l’altro, what has Ruggero that Vasco non have?

Che il trash e l’autoironia siano sempre con voi

 


-Caterina Calicchio.

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REISSUE: Tao Of The Dead, …And You Will Know Us By The Trail Of Dead

Nell’epoca di Spotify, del singolo che acquista più importanza dell’album, della fruizione disinteressata e di sottofondo della musica, cosa è rimasto della suite rock? Nei primi anni ‘70 il rock progressivo era dominato dal trend del brano che occupava l’intera facciata del vinile, se non che si estendesse anche fino al lato B. “Close To The Edge” degli  Yes, “Third” dei Soft Machine, “Thick As A Brick” dei Jethro Tull sono solo alcuni degli esempi possibili, talmente celebri da non necessitare una descrizione. E risulterebbe anche snob parlarne adesso, quasi 50 anni dopo, in un panorama musicale sicuramente mutato, in meglio o in peggio che lo si possa ritenere. Si possono tuttavia riallacciare i rapporti col passato senza che ciò appaia come fuori posto, incomprensibile alle logiche moderne, lontano e irraggiungibile?

Gli …And You Will Know Us By The Trail Of Dead ci sono riusciti, con qualcosa che va al di là del semplice, spesso stantio, tributo. Dopo il successo underground dal piglio hardcore di “Source Tags And Codes” (valutato con un sorprendente 10 sulla famosa webzine Pitchfork) nel 2002, i texani avevano iniziato un percorso di  sperimentazione  e di messa in discussione del loro suono, che in Tao Of The Dead raggiunge finalmente piena completezza. Dai primi dischi, legati strettamente a un hardcore mai tuttavia troppo grezzo, il loro suono si è infatti evoluto nei dischi successivi in uno  sfaccettato totem che unisce indie, alternative e sperimentazioni con richiami depotenziati del loro passato, in cerca di un’identità che, con questo settimo lavoro datato 2010, sembrano aver raggiunto. La divisione delle tracce è già peculiare: due parti dalla diversa accordatura, la prima (in Re) può essere vista sia come una suite da 36 minuti, sia come 11 tracce godibili separatamente, dando quasi la sensazione di una manciata di singoli uniti solo dal miracolo del mixaggio. Le sonorità sono sorprendentemente eterogenee pur restando sempre moderne e di matrice alternative, quasi un art rock piegato all’hardcore che tuttavia non difetta in melodia: si passa agilmente dalla sfuriata “chitarrosa” di “Summer Of All Dead Souls” alla percussiva quiete di “Fall Of The Empire”; dallo spoken word di “Cover The Days Like A Tidal Wave” alla jam psichedelica di “The Fairlight Pendant”, senza dimenticarci del pezzo forse più rappresentativo del lotto, “Weight Of The Sun (Or, The Post-Modern Prometheus)”, che si divide tra la sua impostazione squisitamente melodica e l’esplosione chiassosa del ritornello, egregiamente dosate in appena due minuti e mezzo di durata. La seconda parte del disco (in Fa) contiene invece la vera e propria suite: “Strange News From Another Planet”, un pregevole esperimento di 17 minuti che se nella struttura ricorda sicuramente una suite prog con tutti i crismi, dal lato musicale è praticamente una colossale traccia alternative che prende la sua forza da un incredibile spirito camaleontico: partendo dal potente e suggestivo inizio, ogni cambio di ritmo è introdotto magistralmente e in modo perfettamente coerente per creare un caleidoscopio emotivo che ha dell’incredibile se pensiamo che è generato col solo uso della classica strumentazione rock.

In sintesi potremmo dire che, se da una parte “Tao Of The Dead” non è assolutamente accostabile al prog per sonorità, lo è sicuramente negli intenti: al di là degli evidenti richiami strutturali già sottolineati, il grande spirito mimetico che i 4 imprimono in ogni traccia evidenzia la cura per ogni passaggio, di cui la fruibilità per intero è solo un pregio a posteriori.

 

Tracklist:
TAO OF THE DEAD PART I

1. Introduction: “Let’s Experiment” – 2:23
2. Pure Radio Cosplay – 5:26
3.Summer of All Dead Souls – 4:17
4. Cover the Days Like a Tidal Wave – 2:51
5. Fall of the Empire – 2:27
6. The Wasteland – 2:33
7. Spiral Jetty – 1:48
8. Weight of the Sun (Or, the Post-Modern Prometheus) – 2:19
9. Pure Radio Cosplay (Reprise) – 3:18
10. Ebb Away” – 2:41
11. The Fairlight Pendant” – 5:43

TAO OF THE DEAD PART II

12. Strange News From Another Planet – 16:32

 

-Vincenzo “Notta” Riccardi.

 

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Giuliana Soscia Indo Jazz Project – Celebrazioni per i 70 anni di Relazioni diplomatiche fra Italia e India

Lo scorso 12 marzo CulturArte ha preso parte alla conferenza stampa di presentazione degli eventi culturali che, in occasione della celebrazione dei 70 anni di relazioni diplomatiche tra il nostro Paese e l’India, si svolgeranno nelle prossime settimane sia nella capitale che in altre città italiane. L’Ambasciata della Repubblica indiana a Roma ha infatti lanciato un progetto dal titolo 1948-2018: Celebrating the future, che ha come obiettivo quello di omaggiare il passato e, si spera, il futuro di amicizia tra i due popoli tramite programmi culturali, esposizioni, conferenze ed eventi commerciali; la cultura si affianca così alla diplomazia, per celebrarla.

In queste molteplici manifestazioni la musica giocherà assolutamente un ruolo da protagonista; il prossimo lunedì 19 marzo presso l’Auditorium Parco della Musica a Roma andrà in scena il concerto Giuliana Soscia Indo jazz project, promosso dall’Ambasciata indiana e dall’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente) e ideato proprio dalla stessa Giuliana Soscia, compositrice, direttrice d’orchestra, pianista e fisarmonicista già presente in alcuni progetti a tema indiano. L’intenzione alla base del concerto — e dell’intero progetto — è quella di festeggiare le relazioni diplomatiche tra Italia e India grazie al potere unificante della musica e, dunque, tramite la congiunzione tra i due mondi musicali che contraddistinguono ciascuno dei paesi. Si avrà quindi modo di sperimentare una combinazione tra forme musicali e atmosfere indiane e occidentali; un connubio plasmato dalla compositrice grazie “all’inserimento delle modalità, dei ritmi e delle melodie della musica classica indiana in un contesto occidentale”, raggiunto tramite l’improvvisazione e grazie ai ritmi tipici del jazz, che si vanno a unire armoniosamente alla musica classica indiana e italiana.

Sul palco dell’Auditorium Giuliana Soscia dirigerà artisti appartenenti a entrambe le culture e provenienti tanto dal mondo jazz quanto da quello classico: tra di essi, special guest sarà Mario Marzi, uno tra i migliori sassofonisti italiani, conosciuto a livello mondiale; con lui Paolo Innarella, Rohan Dasgupta, Senjay Kansa Banik e Marco de Tilla.

-Serena Di Luccio.

 

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DISCMAN 2.0 – #9 E poi, Giorgio

Benvenuti su Discman 2.0. Oggi vi parleremo di quel non raro fenomeno che è il giudicare un libro dalla copertina; il giudizio a priori non è saggio, in quanto ci si basa su un’idea infondata o, peggio, su quello che gli altri ci inculcano. Così facendo, ci si preclude la possibilità di scoprire possibili libri meravigliosi, ma anche film, album, cantanti, persone…

Ecco: come si può ben notare, stamattina mi son svegliata Immanuel Kant… «Ca t pass» (scusate, dovevo). È bastato un momento e sono ritornata la zassa* di sempre: quando dici che chi nasce tondo non può morire quadrato…
Ritornando ai giudizi avventati, volevo parlarvi del mio rapporto con Giorgio Poi.
Nonostante il successo e la fama nel mondo delle ragazzine in preda alle esplosioni ormonali (sì, sempre loro), ho sempre ritenuto la sua voce un fastidio per le mie orecchie: un miscuglio tra il verso della gazza ladra e la voce di un ragazzetto in pubertà.
Poi però ho avuto occasione di ascoltarlo dal vivo: insospettabilmente, il libro si è aperto, le mie orecchie hanno apprezzato e ho cambiato idea; forse perché l’ho ascoltato nella cornice pazzesca del Farm Festival, tra i trulli di Alberobello; forse perché conosco un ragazzo molto simpatico che gli somiglia tantissimo; forse perché l’ho visto mangiare in solitudine un panino seduto ad un tavolino. Forse perché, rubando una parola alla città che mi ospita con tanta pioggia e immenso amore, è caruccio: bassino, biondo, sempre con un cappellino in testa. Quindi Fa niente, Giorgì! Accetto la tua voce stridula, le cover di Contessa e pure che sei biondo.

Credo fermamente che con cantanti dalla voce fuori dagli schemi il giusto atteggiamento sia: «guarda oltre ciò che vedi». Regà: leggete i testi, ascoltate l’arrangiamento, scoprite il perché delle cose oppure accettate che il ritornello vi entri in testa e basta, come ho fatto io. E, fidatevi, è stato l’inizio della fine. Quando entro in fissa per una canzone succede sempre così e le persone che mi conoscono lo sanno: lo sa mia madre, che quando sono a casa deve sorbirsi il mio djset giornaliero; lo sanno le mie coinquiline; lo sanno Sofia ed Eleonora a lezione. La Madonna sul divano mi ha accompagnato durante Linguistica Generale, nel tragitto casa-università, a fare la spesa.

Oltre alla madonna beata «che se fa er sofà», la cosa che più mi piace di Giorgio Poi –sorvolando sul nido di uccellini gracchianti tra le corde vocali – è che racconta la sincera verità, la vita com’è e non quella che vorrebbe che fosse.
I suoi pezzi sono genuini, da cantare rigorosamente a squarciagola, in doccia, per strada, con gli amici. In Tubature, in Acqua Minerale, in Niente di strano, se non gridi quanto lui, godi solo a metà.
E l’album, Fa niente, è esattamente questo: un insieme di quell’amore spensierato e sincero; della vita di tutti i giorni; di un Patatrac; di un sorriso che non doveva scappare perché tradisce la perfetta maschera da incazzata; di parole rimaste tra i denti; di arance sbucciate e delle foto che non mi fai mai. Questo album è la giusta combinazione tra il vivere in un’altra nazione e l’essere italiano: una nazione che contamina la musica, che contamina il giro di Do all’italiana con suoni nuovi, elettronici e, concedetemelo, anche un po’ vaporwave. Dall’altra parte però, il bisogno necessario dell’italiano e delle sue parole, così intense e belle che tradotte in un’altra lingua non susciterebbero lo stesso brivido, le stesse emozioni.

E dunque, cari figliuoli, non fate come me: apritelo prima ’sto libro, non aspettate che un soffio di vento lo faccia per voi. Chiamatelo destino, fato, karma, Dio onnipotente… Chiamatelo come vi pare (anche se per me rimane sempre vento, che a credere a ’ste stronzate siamo buoni tutti).
Non fate come me, che se avessi aperto il libro prima di agosto scorso, adesso avrei la risposta alla domanda delle domande: «Ma perché sta fissa per il blu? La felpa blu, il dentifricio che era meglio quello blu, l’acqua minerale, le tubature».

Purtroppo è andata così: non ho ancora avuto una risposta, oggi è la Festa della Donna e nessuno m’ha regalato una mimosa (e c’è sciopero dei mezzi).
Io, nel dubbio, ritorno ad ascoltare i carissimi Gipsy King.
Ma niente di strano.

 

*zasso: termine dell’alta Murgia Barese; indica un giovane provinciale o di periferia che si sforza di adeguarsi ai modi di vita cittadini, ma in maniera eccessiva, volgare. 

 

 


-Caterina Calicchio.

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Il Rap e i giovani: che rapporto hanno i giovani con la musica?

La musica, in ogni suo genere, fa costantemente parte della vita delle persone sia in maniera attiva, selezionando ciò che si ascolta, che in maniera passiva, semplicemente accendendo la radio su una qualsiasi frequenza. Da sempre la musica è veicolo di messaggi ed emozioni che colpiscono chi ascolta. Secondo recenti studi di musica e psicologia, essa cambia in base all’età che si ha: da questi studi, riportati in un articolo del Corriere Della Sera del 20 gennaio 2014, si evince che l’amore per la musica nasce nella fase adolescenziale, infatti è proprio in questo periodo che l’individuo ricerca la propria identità. Gli adolescenti, in quanto tali, sviluppano sia un desiderio di ribellione che li porta a ricercare l’indipendenza dalla famiglia, sia una maggiore spensieratezza e vitalità: la musica può diventare per loro, dunque, un momento di sfogo o rilasso, un momento in cui sentirsi parte di qualcosa. Nella generazione dei nativi digitali diventa anche importante il rapporto “social”: il rapporto diretto e continuo che le nuove comunicazioni hanno permesso che si instauri fra gli artisti e i loro ascoltatori può innalzare i primi a vero e proprio modello e punto di riferimento. I giovani hanno quindi un rapporto molto diretto con la musica. Come è possibile osservare e affermare dalla statistica riportata sotto.



L’istogramma qui presentato è frutto di una ricerca effettuata dall’“Osservatorio sulle tendenze e comportamenti degli adolescenti” secondo cui, su 7000 adolescenti in età compresa tra i 13 e i 19 anni, il 98,5% ascolta musica regolarmente. Durante la storia della musica, sono nati molti generi musicali e in ognuno di questi, un determinato individuo, può ritrovare quelli che sono i propri gusti… può ritrovare “se stesso’’ ed è stato evidenziato che il genere preferito degli adolescenti è il rap. Perché i giovani ascoltano Rap?
Il rap soddisfa tutte le richieste dei giovani e li rappresenta al meglio: gli artisti del genere molto spesso raccontano di sé, della loro vita, dei loro problemi, di amore e talvolta di disprezzo verso qualcosa o qualcuno. È una visione molto soggettiva e spesso molto critica della realtà che usa un linguaggio molto semplice, diretto e senza censure, ed è proprio per questo che il genere ha avuto successo: rappresenta una sorta di “specchio” che riflette la società nei suoi lati positivi e negativi.  In più il genere crea un contatto diretto con le nuove generazioni e ha un’elevata capacità di adattarsi e rinnovarsi grazie alla continua scoperta di talenti nuovi e vicini al mondo giovanile di cui riportano esperienze, stati d’animo e sentimenti: un esempio è il cantante Izi che, a soli venti anni nel 2016, è stato protagonista del film sul rap “Zeta”. Ciò fa sì che un adolescente si immedesimi e si senta rappresentato da ciò che ascolta. A oggi nella ‘Top 100 singoli Digitali’, ossia canzoni con il maggior numero di download e con il maggior numero di ascolti in streaming, secondo la FIMI (Federazione Industria Musica Italiana), troviamo vari artisti che possono definirsi Rapper: dal più noto, Fabri Fibra, a  Tedua e Capoplaza. In questa classifica, troviamo, in prima posizione, proprio un artista che può essere definito rapper: Coez, con il suo singolo “La musica non c’è”. Ormai non si tratta più di casi isolati: l’elenco è molto ampio e rappresenta una generazione capace di sfruttare a pieno video e social. Ghali, per esempio, è uscito da più di un mese con il primo disco, “Album”: suo singolo “Pizza Kebab” ha avuto 384 mila ascolti su Spotify in sole ventiquattr’ore, battendo il record precedente, sempre suo, di “Ninna Nanna”, che nel frattempo ha quasi raggiunto 50 milioni di visualizzazioni su YouTube. Quindi il rap è il genere più ascoltato dai giovani perché li rappresenta al meglio ed esalta quella vitalità che li caratterizza e che muove il mondo.

 

-Luca Franceschetti.

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Vinili Oggi, l’universo giovane e musicale di “Alfa Planet”

Gli anni ‘50 e ‘60 sono ormai lontani quando ci si incontrava nei locali e si decideva su quali note ballare; insieme ci si radunava attorno al giradischi e, con la mano emozionata, si faceva poggiare il braccio al disco. Un tocco ed era musica pura, suoni pieni, comodi, estesi.
E ora? E ora più nulla: cuffie la mattina in tram. Cuffie senza fili, volume al massimo che non è mai alto quanto vorresti; non più musica condivisa, non più emozioni tra amici bensì sensazioni singole di suoni strizzati.

Siamo tutti divisi e, probabilmente, anche un po’ lontani gli uni dagli altri; percorriamo sentieri diversi a ritmi altrettanto differenti.  Eppure c’è uno stesso sentiero percorso contemporaneamente da tre ragazzi che, insieme, parlano lo stesso linguaggio musicale.
Loro sono Alessandro, Lorenzo e Fabio. Senza dubbio una crew armoniosa e innovativa che nasce a Parma nel 2015 e che, sotto il nome di Alfa Planet, condivide l’amore profondo per la musica House che considerano patrimonio da tutelare e tramandare.
La musica di Alfa Planet non possiede tempo né limiti e mira unicamente a trasmettere emozioni ed unire le persone; allo stesso tempo i tre fondatori propongono un ritorno al passato tramite supporti fisici, quali vinili o cd, con lo scopo di conservare il suono caldo e profondo.
La musica underground degli anni ‘86 e ‘87 è il punto di partenza: loro, però, aggiungono un pizzico del proprio stile diffondendo sopratutto dischi italiani.
Questa “italianità” è proprio la base di uno dei loro progetti attuali: si tratta di “Musica a fette”, una rubrica sulla cultura del club. L’idea nasce come “circuito cittadino” fatto di interviste a chi ha stretto la mano alla musica house e funky per poi evolversi in “circuito off” dove i protagonisti diventano dj e produttori famosi. Nei loro studi si parla di cultura underground, ognuno racconta la propria esperienza ma soprattutto di come è riuscito a far diventare questo il proprio lavoro.

Alfa Planet è fiera dei risulati raggiunti e il 13 Ottobre hanno annunciato la freschissima uscita di “BELLISSIMA!”, un’etichetta discografica in vinili con soli artisti italiani. Si tratta di una piattaforma innovativa che pone attenzione e cura all’eccellenza sonora e cura dei dettagli.

Alessandro, Lorenzo e Fabio sanno guardare lontano e riescono a farlo più che bene; i loro sguardi sono rivolti verso lo stesso orizzonte, i loro passi procedono in avanti non perdendo mai di vista il passato e l’autenticità.

Al giorno d’oggi decidere di affidarsi ad un giradischi rappresenta una conquista nel bel mezzo dell’oceano digitale: un album da toccare con mano è puro godimento e vittoria per i suoi amanti. Ascoltare un vinile significa ritagliarsi un momento tutto per sé entrando in contatto con una forma d’arte bellissima. Il vinile non salta tracce, non va veloce né troppo lento bensì rispetta i veri tempi.
Proprio così sarai trasportato in una dimensione magica in cui sarai al fianco del tuo artista preferito. Questo tipo di cultura musicale va coltivato con passione ed è proprio questo il lavoro di Alfa Planet, giorno dopo giorno.

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-Francesca Romana Petrucci.

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Everything Now, Arcade Fire: tra alienazione e sonorità pop

Se c’è una cosa che ci ripetiamo continuamente, è che ormai social e tecnologia hanno preso il sopravvento. Non c’è sondaggio, articolo, discussione da bar che non parli di quanto il progresso e la cultura dell’apparenza siano pervasivi. Eppure, già negli anni ‘90, nel mondo della musica si avvertiva la stessa inquietdine. Le macchine ci rimpiazzeranno? Faremo la fine della società descritta da Orwell in 1984? Riusciremo mai a stabilire rapporti umani come prima? O siamo condannati a vivere alienati, carichi di un opprimente senso di solitudine?
Era il 1997, e i Radiohead pubblicavano Ok Computer, l’album che più di tutti esprimeva questa inquietudine e questi interrogativi a cui, tutt’ora, siamo riusciti a rispondere solo in parte.
Dall’epoca dei Radiohead, moltissime band di rock alternative, indie ed elettronico hanno fatto della paura verso il progresso uno degli argomenti principali dei loro album, in maniera più o meno critica.
Sotto queste premesse è nato “Everything now”, il nuovo album degli Arcade Fire. Band controversa, band sperimentale, band per hipster, band addirittura scomoda, secondo alcuni. Tuttavia è impossibile non notarli nel panorama musicale odierno: la ricchezza del loro sound li rende indistinguibili, nonostante  alcuni elementi che li avvicinano ai grandi artisti rock del passato (fra le influenze citiamo Beatles, David Bowie, Placebo, Bruce Springsteen, Sonic Youth, Björk, Joy Division, New Order, Neil Young, The Smiths, Pixies, Talking Heads e, naturalmente, Radiohead), e basta sentire un loro accordo, o la voce in falsetto di Règine Chassagne, per riconoscerli.
Ma andiamo con ordine. Innanzitutto il titolo, “Everything Now”. Nell’era della tecnologia siamo abituati ad avere tutte le notizie in tempo reale, tutti i contenuti a nostra disposizione, tutte le foto, la musica, i video, i tweet, i post gli streaming e i testi che ci vengono in mente. E Tutto questo Adesso. Questa estrema disponibilità del web nei nostri confronti ne ha reso i confini più labili. Internet è modificabile e plasmabile a nostro piacimento, non importa l’uso che vogliamo farne. Questo ha causato un perenne senso di frustrazione quando non si ottiene Subito Tutto ciò che si vuole, non solo nelle nuove generazioni, ma anche nelle persone dipendenti dai social abituate a passare molto tempo online. Questi sono i temi dell’omonimo singolo estratto, in cui si estrinseca questo bisogno viscerale di avere “tutto e adesso”, altrimenti non si riesce a vivere.
La frustrazione, però, non si limita a questo. Nella cultura dell’apparenza, è importante essere famosi, belli, perfetti, e tutto questo al momento giusto. Praticamente impossibile, direte voi, ma tutte queste aspettative che gravano sulle nostre spalle, e la paura di non essere abbastanza, possono portare alcune persone particolarmente fragili a cadere in depressione e a tentare il suicidio.
È proprio di questo che parla Creature Comfort, un altro dei singoli estratti dall’album, che recita:

“Some boys hate themselves
Spend their lives resenting their fathers
Some girls hate their bodies
Stand in the mirror and wait for the feedback
Saying God, make me famous
If you can’t just make it painless
Just make it painless”

Il tema delicato del suicidio viene affrontato anche dal singolo Good God Dam, che esprime i pensieri di chi non crede più a nulla, di chi non ha nemmeno un dio a cui aggrapparsi prima di morire. E nell’era della scienza, quando certe convinzioni crollano, chi è più fragile crolla assieme a loro.
E se c’è chi cerca Signs of Life senza trovarli, riconoscendo nell’alienazione collettiva l’unico vero modo di relazionarsi, c’è anche chi si copre gli occhi di  Electric Blue, accecandosi per non vedere. C’è chi cerca l’infanzia con l’ingenuità di un bambino (Peter Pan) o chi parla di chimica, mentale o sintetica (Chemistry).
La sensazione globale è di trovarsi di fronte al percorso di un personaggio, o meglio, di una persona comune, che potrebbe essere chiunque di noi. Le canzoni non sono consequenziali da questo punto di vista, ma possiamo comunque azzardare una lettura: quando si è bambini si è in grado di amare, seppur in modo infantile, e si pensa alle favole, mentre crescendo in un’epoca come la nostre, si inizia ad avvertire sempre di più il senso di inquietudine, si cade nell’alienazione, ci si rifiuta di vedere, e infine si arriva al suicidio per non essere riusciti a raggiungere obbiettivi irraggiungibili.
Ma Everything Now non è interessante solo per i suoi risvolti psicologici. Più prolisso del precedente Reflektor, l’album non rinuncia alle sonorità glam rock che hanno portato David Bowie a idolatrare la band come “la più interessante sulla scena musicale odierna”. Degli Arcade Fire questo è l’album più groove, ma a prevalere su tutti gli altri influssi è principalmente una sorta di pop rock gioioso, che contrasta con forza con i testi tutt’altro che allegri. Non sono presenti parole esplicite, d’altronde non siamo in una raccolta di poesie di Baudelaire, ma basta leggere poche righe per ritrovarvi una sorta di depressione inconsapevole, mascherata dall’ironia, dal sarcasmo, e dalla scarsa comprensione della realtà circostante. Perché perdere contatto con la realtà vuol dire anche perdere contatto con se stessi. L’unica espressione genuina di sentimenti la ritroviamo proprio in Peter Pan, la canzone dell’infanzia. Dopo di questa, sembra esserci il nulla cosmico: si assiste (o si rifiuta di assistere) a cose terribili senza reagire, fino ad arrivare al sacrificio estremo, che però diventa come spegnere un computer, anziché un organismo umano.
E il contrasto delle sonorità è proprio giocato su questo: ci si sente allegri, o si cerca di mostrarsi allegri, quando i nostri pensieri sono in realtà terribili.
L’album è consigliatissimo anche solo per i messaggi che cerca di veicolare e i temi che tratta: i testi, nella loro scabrosità, risultano veri e poetici, e l’accompagnamento musicale si riconferma sperimentale e azzeccato. Gli Arcade Fire non sfornano mai un album senza contenuti e uguale al precedente, ma si riconoscono anche ad occhi chiusi. Si raccomanda l’ascolto sia a coloro che amano scrivere testi, che musica: sicuramente vi sarà di ispirazione.

-Enrica Ilari.

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Glitch music, la supremazia dell’errore.

Primi anni ‘90.
In tutta Europa impazza la cultura del rave, della techno, dei 200 BPM e delle più svariate droghe sintetiche. Cultura che tuttavia, proprio negli inizi degli anni ‘90 stava conoscendo una sua prima forte scissione dovuta all’intesificazione dell’interesse politico contro di essi, sopratutto in Inghilterra dove il fenomeno era nato e si era sviluppato. I DJs non si sentivan più quindi strettamente legati alla sola funzione di accendere la festa, ma iniziavano ad acquisire una loro dignità artistica, portando spesso le strade di alcuni di loro a una musica sperimentale, non ballabile, frammentaria.
In Germania ad esempio, nel 1968 nasceva Markus Popp. Appena poco più che ventenne, questo giovane ragazzo tedesco fu capace, con il solo ausilio del suo campionatore, di lasciare una forte impronta nel mondo della musica elettronica.
Nel 1995, con la collaborazione di due colleghi e sotto lo pseudonimo Oval, esce l’album 94 Diskont, e lo scenario musicale che si presenta nell’oretta scarsa di questo loro quarto lavoro è qualcosa di allora mai sentito prima.
Popp compone il disco mandando intenzionalmente in crash le macchine a sue disposizione, le quali collegato poi al suo laptop non riescono a leggere i dati programmati al loro interno, riuscendo a produrre solo suoni distorti o di errore.
Il risultato è una musica rotta e sbilenca, composta di suoni frammentati e atonali, totalmente privi di qualunque musicalità. La lunga traccia iniziale, Do While, retta da un loop di vibrafono (uno strumento simile allo xilofono), va avanti per 24 minuti, scandita da sample distorti quanto rilassanti, come ascoltare musica d’ascensore proveniente da un’altra dimensione.
Da questo disco e da questa assurda pretesa musicale prende quindi vita il Glitch, dal nome attribuito nel linguaggio informatico agli errori delle apparecchiature elettroniche.
In un mondo fortemente in digitalizzazione come quello di quegli anni, di fatto un’anticamera tra l’epoca analogica e quella digitale, l’infallibilità e la precisione delle macchine era un’idea che andava pian piano affermandosi e che dava fiducia in un futuro migliore.
L’invenzione del web forniva una via di accesso privilegiata alle più svariate informazioni sicure e certificate, basti ad esempio pensare alla banale prima commercializzazione dei dispositivi GPS nel 1996, la cui accuratezza nell’individuazione di una posizione era e probabilmente è ancora sconvolgente.
Gli Oval agivano tuttavia di controtendenza, e se la tecnologia si presenteva agli occhi dei sognatori come divina per la sua incapacità di sbagliare, essi ne svelevano i limiti e i difetti, autoetichettandosi come profeti di un “estetica del fallimento”.
Ronzii elettronici, improvvise riduzioni di frequenza, bugs di software e suoni hardware sono la base delle loro composizioni, ripetitive e senza particolari progressioni, dilatate e minimaliste.
Non si può definire infatti il Glitch un genere oltremodo chiassoso, dato che i suoni sgradevoli messi in campo sono comunque giocati in una forma che ricorda più la musica ambient che la dance o la techno dei rave, assumendo quasi a una funzione contemplativa.
Se infatti è una tendenza tipica della post-rave music quella di ibridarsi con suggestioni ambientali, nel caso del Glitch la cosa sembra tuttavia apparire non come sterile denuncia di un elevata fiducia del progresso (più obiettivo di certa musica Industrial) quanto invece come schegge di un manifesto teorico ben più grande.
Dataplex del compositore giapponese Ryoji Ikeda può aiutarci a capire meglio.
Il disco si presenta come la più grande esaltazione dello spirito Glitch: I suoni sono quanto più minimali e scarni possibili, e l’antimusicalità è tale da legittimare l’uso di diverse frequenze ad ultrasuoni, impossibili se non fastidiose da sentire per l’orecchio umano.
La prima sensazione che si ha ascoltando in cuffia l’opera è di sentirsi come parte di un intricato meccanismo digitale, di ricevere i suoni come fossero stimoli elettronici da eseguire. Ascoltando Dataplex ci si sente un po’ meno umani, e si avverte quasi un amore viscerale per questi suoni privi di vita che sembrano elevarti e porti a metà tra la carne e i circuiti, e più il disco avanza più ogni parte del tuo corpo ti sembra meccanica, fredda, più simile a un computer di quanto tu possa immaginare.
Ciò porta a una sola conclusione: niente come il Glitch ci fa sentire in maniera così sincera la nostra condizione di ibridi organico-tecnologici. Niente mai come questa musica ha tentato di fondere l’uomo e la macchina compiendo la semplice operazione, ignorata da tanta presunta arte che ama definirsi futuristica, di restituire l’imperfezione umana nell’errore della macchina e viceversa. Ed è questo che crea la sua stramba fascinazione, il suo attrarre senza apparenti ragioni. Rende noto più che mai (e senza parlare) quanto la tecnologia ha deturpato i nostri spazi più intimi, e quando si sia insediata dentro di noi. In parole povere, ci spiega quanto il nostro smartphone non è solamente nostro, ma è NOI, nella stessa esatta quantità in cui credono di esserlo i nostri pensieri. E ci fa un ultima confessione, ugualmente importante: Se il progresso che sembra spingerci verso un futuro migliore si riscopre come noi animato da limiti e difetti, la tecnologia è il mezzo per cambiare le cose, ma probabilmente non sarà mai la risposta. E che il progresso non rimedia ai nostri errori più di quanto, evolvendoci, possiamo fare noi per farlo.

-Vincenzo “Notta” Riccardi.