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DISCMAN 2.0 – #16 MOCIpenso e vi dico

Da venerdì 22 giugno Roma e il mondo intero hanno un nuovo brano da ascoltare e un nuovo video da guardare: Fugazi
«Cosa sarebbe Fugazi, Caterina?» Fugazi è il secondo singolo di Moci, cantautore romano agli esordi.

Dopo Perso, biglietto da visita per il pubblico, il nostro caro Marco ci regala una chitarra toccata piano e una voce da bambino che racconta di una fuga, del sonno perenne, di un cielo logorroico che non viene ascoltato.
Una ninna nanna moderna per tutti  quegli adolescenti che si credono già adulti, esattamente quello che serve per provare a uscire vivi da due fuochi che ardono e ti consumano: l’adolescenza e la maturità. È una melodia lieve per addormentare quel turbinio di pensieri ed emozioni che frullano in testa.

Che poi, si sa, nel momento in cui ti metti a letto e non ti addormenti entro i 2 minuti è la fine: cominci a pensare al ragazzo che ti piace che chissà cosa starà facendo adesso, agli esami che devi dare tra una settimana e alla sessione che sembra non avere fine − e alla prova costume che anche quest’anno si fa l’anno prossimo puntando nuovamente, purtroppo per voi, sulla simpatia. Si comincia a pensare che “la vita è puttanella” e che il karma ti sta punendo perché in un’altra vita sarai stata la nipote di Pablo Escobar.
Ma soprattutto pensi al fatto che c’è gente, come Moci, che alla tua stessa età scrive canzoni, vince concorsi e l’8 luglio suonerà al Roma Brucia a Villa Ada, mentre tu ti fai delle domande e ti rispondi da sola, incarnando alla perfezione la figura dell’esaurita che sei − cioè sono. Però che ci vuoi fare, per questa vita è andata così… e magari nella prossima nascerò gnocca come Sophia Loren e con la voce di Mina.
Bene, per oggi la dose di negatività è sufficiente: e pensare che tutto è partito da una ninna nanna.  

Con la speranza che i dischi prodotti da Sbaglio Dischi non siano veramente sbagliati vi auguro un’estate piena di notti d’amore, musica e concerti, piena di pennichelle e nuotate… Io evito di dirvi in quale mare sto navigando in questo momento.
Mando un bacio a labbra salate a tutti voi.
A presto.

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #15 All’IMBRUNIRE, ci divertiremo

Non ho mai creduto nelle conoscenze virtuali. Forse perché sono “vecchio stampo” e ho bisogno di avere davanti una persona in carne e ossa cui poter stringere la mano o tirare uno spintone se dice qualcosa di sbagliato; qualcuno con cui poter parlare di ciò che è la vita e di ciò che era, con cui commentare il nuovo governo, il ciuffo di Trump o il nuovo modo di fare musica… magari in compagnia di una birra. Cinque mesi fa, però, è successo che un certo Limbrunire Fra, dall’immagine del profilo cupa e sospetta, mi contatta dicendomi che ha letto il mio articolo su Colapesce e che gli piacerebbe essere protagonista di un mio articolo (pensa te, che culo!). Quindi, detto fatto, ve lo presento subito: lui è Francesco, per il resto del mondo Limbrunire, vive vicino La Spezia, tra le Cinque Terre e la Versilia, è ghiotto di noci e, nonostante scriva da circa 15 anni, “la canzone più bella deve ancora scriverla”.
Non so dirvi se è alto, basso, bello o brutto perché non ci siamo mai incontrati e in ogni caso mi interessa poco: so dirvi però che nelle sue canzoni, in ogni singola nota o parola, ci mette l’anima e il cuore. E che l’ultimo lavoro in uscita, La spensieratezza è esattamente questo: un connubio di sentimenti, di batticuore, di ricordi e dell’essere consapevoli che la vita ormai non ha più colori, ma è grigia e cupa; con sonorità a metà tra Battiato e Cosmo, con parole semplicissime ma allo stesso tempo ricercate, Limbrunire si lascia andare e suggerisce anche a noi di farlo. 

A voi la sintesi di tutto quello che ci siamo detti per 5 mesi, passando dalla carbonara a Little Tony. A voi, lo spensierato Limbrunire. 

 

In due parole: chi è Limbrunire? 

Fra: Limbrunire è un semplice ragazzo cresciuto a pane e musica, curioso della vita, assetato di scoperta. È un ragazzo che cerca di dire la sua dopo anni d’interrogativi, studio e ammirazione per chi ce l’ha fatta.

Cosa racconta la tua musica, il tuo nuovo lavoro in uscita l’8 giugno? 

Fra: La mia musica racconta ciò che eravamo e quel che abbiamo, alterna momenti di riflessione nostalgica — ma mai malinconica — e parallelismi contemporanei, ipotesi possibiliste, idiosincrasie e schietta quotidianità accompagnata da una giusta componente ironica.

Chi o cosa è la tua fonte di ispirazione? E come o chi vorresti diventare? 

Fra: La mia fonte d’ispirazione non ha regole precise o iter prestabiliti, sono un grande osservatore quindi ho incipit sensoriali perennemente attivi verso ciò che mi circonda. Leggo molto, mi aiuta ad aprire la mente e a fidelizzare immagini, anche se ultimamente, ahimè, non riesco a farlo come vorrei. Alle volte prendo appunti e li lascio lievitare: spesso trovo melodie interessanti mentre sono alla guida, capita spesso che prenda l’auto solo per girare ore e ore senza meta. Mi piacerebbe diventare o invecchiare come Jovanotti, Sting o Tiziano Terzani, gente che ha trovato un’equilibrio stimabile e il giusto compromesso all’esistenza nell’essenza. Mi piacerebbe scrivere un libro, o forse più di uno e magari un giorno proporre una mia personalissima mostra fotografica.

Mi hai parlato di un vecchio gruppo in cui suonavi, completamente diverso da quello che è adesso il tuo stile: perché questa svolta improvvisa?

Fra: Avevo un un gruppo rock-pop, si chiamava Trenet, composto da Francesco Zanetti, mio attuale batterista nei live e Giacomo Spagnoli, amico fraterno e attuale bassista di Francesco Gabbani. Con loro ho attraversato momenti di crescita significativi: siamo arrivati secondi al Premio Lunezia 2009 tra le “Nuove Proposte”; abbiamo inciso un disco ai Drum Code Studio, dove prima di noi avevano registrato i Marlene Kunz; abbiamo avuto il piacere di girare un videoclip agli ordini di Daniele Barraco (fotografo e videomaker di Francesco De Gregori, tra i tanti); abbiamo sfogato la nostra incoscienza su diversi palchi, tra i quali quello della F.I.M. di Genova, arrivando infine ad aprire un concerto di Morgan. A quel punto ho sentito la necessità di sperimentare altre sonorità, di battere nuovi sentieri, e la band mi limitava nella fase produttiva: non è facile spiegare ad altri due musicisti, seppur bravissimi, le proprie idee. Da solo ho accorciato le tempistiche e ciò che ho in mente lo butto giù di getto adottando tecniche “d’artigianato” e un successivo lavoro di cesello in fase di post-produzione.

Cosa dai alla musica? E cosa la musica ti dà?

Fra: La musica per me È. Mi tiene a galla! È la ciambella di salvataggio in mare aperto e allo stesso tempo l’onda che arriva nelle giornate di secca, dove fai a gara con gli amici per entrarci dentro; è la scintilla che m’accompagna dal mattino alla sera e oltre. Non è un’alternativa: è la certezza che comunque vada continuerò a dedicarle attenzione maniacale, così come fa il centauro con la sua Harley. Non sono semplici note, parole, ritmo tribale o soave leggerezza: è passione mistica, armonia e sudore, è una spinta ad andare, l’autoscontro e lo zucchero filato, è un sax che suona sotto i portici e il vento tra i capelli su una Pagoda del ’70. È comunicazione, è sinergia, è chimica. È un flusso continuo e uno spirito libero. È coraggio, dedizione e pazienza.

Qual è il tuo stato d’animo, ad oggi? 

Fra: A oggi sono determinato più che mai e pronto… ma ovviamente anche un po’ teso: provo quella giusta tensione che si ha prima del gran debutto, lo stomaco chiuso la notte prima della maturità. Non vedo l’ora di sapere che ne sarà di me dopo questo turbinio d’emozioni. Quel che è certo è che continuerò a scrivere nuove canzoni, perché per me non è un traguardo bensì un punto di partenza dal quale evolvere e migliorare.

 

 

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #14 I leoni dei trulli

Come penso avrete capito dopo ben 14 articoli, Roma mi ha adottata, ma la mia mamma è un’altra: la Puglia. Il mio è un paese dell’alta Murgia, nella regione chiamata “la Jamaica italiana”: forse perché siamo un po’ scuretti di pelle, perché c’è un clima perfetto per la crescita di qualsiasi tipo di piantagione o perché abbiamo il sole in fronte (alcuni ne hanno anche troppo). Jamaica forse per la musica: il reggae. In tanti hanno provato a suonare quelle melodie per le quali il sedere si stacca e balla da solo mentre tu sei con una torcia in mano a cercare la bellezza della vita, e tra quelli che ci hanno provato e che continuano a farlo voglio presentarvi un gruppo a cui tengo particolarmente, che ho visto nascere, crescere e… volare. Direttamente dai trulli di Alberobello, i Lion’s Cage.

Per presentarveli al meglio, ho voluto che loro stessi vi parlassero della loro musica e dei loro dread: ecco a voi le mie 4 chiacchiere con Irven, il cantante.

Long live Reggae music, buona lettura.

Comincio col dire che io vi conosco dai tempi della “Giornata dell’arte” del liceo ma non vi ho mai chiesto come mai vi chiamate così. Ebbene, adesso è arrivato il momento: cosa significa Lion‘s Cage? Perché “la gabbia del leone”?

La gabbia del leone rappresenta la vita e ogni suo aspetto, rappresenta l’esperienza, le difficoltà e le gioie: un cammino lunghissimo, anche se la gabbia ci appare piccola e stretta. Il Leone è la gabbia, come la Gabbia è il leone. L’individuo è il mondo, come il mondo rappresenta tutte le realtà che l’individuo si costruisce intorno: la realtà è il riflesso di come ci poniamo ad essa, il prodotto di ciò che vogliamo vedere. Niente è meglio di una gabbia per produrre in qualcuno la sensazione di essere più grande di ciò che si è, per trasmettergli la voglia di aprirla e di fare lo sforzo di lavorare su se stessi per capire quali limiti ci si pone senza nemmeno aver provato!

Perché il pubblico dovrebbe ascoltare proprio voi e non un altro gruppo reggae? Convincetemi.

Il pubblico non dovrebbe ascoltare noi al posto di un altro gruppo reggae… ma potrebbe farlo per curiosità, per distaccarsi dalle solite tematiche che girano intorno alla scena reggae, per la ricerca di un sound differente!

Continuando a parlare dell’immagine, ho notato che quasi tutti avete i dread, siete rastaman: tra le tante cose, condividete tutti il pensiero rastafari o è solo una coincidenza?

Come dico nel brano Dreadlock: «a volte avere i dreadlock è solo una bella acconciatura». Ci sono molti dei temi Rastafariani come libertà, uguaglianza e ribellione che condividiamo sicuramente, ma non sono i soli messaggi che cerchiamo di dare con la nostra musica e con la nostra immagine. Certo, l’acconciatura dà un tocco esotico al gruppo, ma di rastafariano c’è ben poco! Io, ad esempio, sono di una religione che ama la buona volontà ed il fine stesso della vita: l’esperienza.

Cosa rappresenta Real life, questo primo album che avete pubblicato?

Real Life è la rappresentazione tangibile di tutti gli elementi caratteriali, fisici ed energetici della vita terrena: nove step, al settimo si trova la vita reale, l’illuminazione. Ma non è lì che si raggiunge l’apertura della famosa “Gabbia del leone”; vivere la vita reale in tutta la sua purezza lo si può solo con l’esperienza (traccia che chiude l’album). Real Life è l’inizio di un racconto che durerà quanto una vita di cambiamenti, avventure, storie e lezioni che aiuteranno il leone a crescere man mano.

Rispetto all’impronta ska iniziale state andando sempre più verso il “reggae delle 4:20” (permettetemelo). Avete voluto sperimentare o questa è la scelta definitiva?

Il reggae delle 4:20 mi piace, funziona! È un reggae fatto per rilassarsi e pensare, ballare e stare in compagnia di se stessi; siamo cresciuti dai tempi di Bredda Mikael, dando al nostro reggae l’impronta jazz e “pesante” tipica del genere più vicino alle radici che lo caratterizzano. Ma i Lion’s hanno una vena guerriera, ne sentirete delle belle!

Cosa dobbiamo aspettarci da voi? Progetti futuri?

Statene certi! I Lion’s Cage stanno viaggiando nel cosmo in cerca di nuove idee e soprattutto di se stessi, sempre più vicini a un punto saldo e resistente (“un centro di gravità permanente”), avranno come tutti delle difficoltà lungo il cammino, ma sarà in queste che vedranno delle opportunità! Nasce così il secondo album che ti annuncio in anteprima: We Care Of All Dem. Detto ciò, tenete ampi gli spiriti, che vi veniamo a prendere!

 

 

 -Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #13 L’evoluzione delle scimmie artiche

Prima di scrivere questo articolo mi sono presa un po’ di tempo: quando decidi di scrivere su una delle band più apprezzate di questo secolo (almeno fino a questo momento) ci devi pensare due volte — ma anche tre o quattro — senza esserne convinto lo stesso.
Perciò mi sono fatta aiutare da Matteo, fan della prima ora, decisamente più esperto della loro musica. 

Dopo aver ascoltato l’ultimo album Tranquillity Base Hotel & Casino no-stop per quasi una settimana, siamo entrambi giunti a una conclusione diametralmente opposta alla reazione dei fan della prima ora — che, a questo punto, forse tanto fan non sono: questo album è un capolavoro. Un disco necessario, esattamente la chiave di volta per capire tutto quello che non si può capire: l’arrivo dei trent’anni e la decadenza di Hollywood racchiusa in una stanza.
Confusi? Tranquilli, è normale. 

Gli Arctic Monkeys si sono presi parecchio tempo per metabolizzare il successo estremo di AM e i conseguenti 150 concerti in solo un anno e mezzo, tanto che nell’ultimo lavoro hanno quasi completamente stravolto i loro schemi, sorprendendo il pubblico. C’è chi lo boccia completamente, chi ancora non ha realizzato e chi come noi pensa sia un capolavoro. Una sola cosa è certa: l’era dell’indie rock è finita e tanti cari saluti a Julian Casablancas.
Forse però era già finita nel 2014, quando Alex Turner ha affermato «Rock’n’roll it seems like it’s faded away sometimes but I’ll never die. And there’s nothing you can do about it»; o forse quando, per i suoi trent’anni, ha ricevuto un pianoforte per regalo e ha deciso di abbandonare le chitarre scrivendo un disco senza destinazione… e qui la domanda sorge spontanea sin dal primo ascolto: ma è un disco solista o è il successore di AM?
Una squallida camera d’albergo di Los Angeles, un pianoforte, un poster della Roma di Fellini sul letto e un registratore analogico a bobina: signore e signori, ecco a voi il disco.

Innovativo, caotico e controverso: se le note del primo brano sembrano preannunciare un programma televisivo in cui Alex Turner parla del suo sogno — infranto — di diventare «uno degli Strokes», gli ultimi quattro pezzi (da Science Fiction in poi, per intenderci) sono delle canzonette old style e, a mio parere, la parte più bella dell’albumÈ un disco nostalgico, quasi completamente anni ’70 e pieno zeppo di riferimenti: dal refrain di Do I Wanna know? sparso tra più brani, alle sonorità dei The Last Shadow Puppets; dal marziano David Bowie a suoni psichedelici che, esagerando tantissimo, ricordano uno dei più grandi gruppi rock britannici (cui nome non menzionerò perché, avendoli probabilmente sentiti solo io, le probabilità di essere presa a pizze in faccia sono alte); dalla stessa sala di registrazione parigina di Nick Cave al vecchio album Humbug. 

Il bello di quest’album è proprio questo: i riferimenti, le diverse sonorità, il pianoforte creano un vortice che ti trascina nel loro mondo; così, più lo ascolti, meno capisci.
È di una bellezza quasi pericolosa, che  potrebbe portare a conseguenze catastrofiche: mi riferisco al fatto che la band, conosciuta e apprezzata ancora di più nel Nuovo Mondo, è sempre stata un’influencer sulla scena musicale mondiale. A ben pensarci questo potrebbe essere davvero un problema: cosa dovremmo aspettarci quindi dai manieristi degli Arctic Monkeys? La stessa confusione inebriante o il completo rigetto di questo nuovo modo di fare musica? 

Senza poi andare lontano e pronosticare troppo il futuro è lecito domandarsi: cosa bisogna aspettarsi dai concerti di Roma e Milano? Anzi, cosa deve aspettarsi Matteo, che è riuscito ad acciuffare i biglietti? Io non ci ho nemmeno provato, mi mettono molta ansia queste cose.
Dalla scaletta (e a detta sua) lo spettacolo sarà esattamente il riflesso della loro carriera, delle loro «mangiare in testa ad altri gruppi contemporanei» e della loro cazzimma (perdonate il francesismo). Ma soprattutto quale sarà la reazione delle “Regazzinas”*? Voleranno reggiseni sul palco anche questa volta oppure questo album non è abbastanza commerciale?

Vi lasciamo il beneficio del dubbio, che sarà svelato tra meno 10 giorni.

Suck it and see

 

 

*Regazzinas: temine coniato da Matteo che indica quella categoria di ragazze fomentate per un determinato cantante solo perché va di moda e non perché ascoltano davvero la musica. Le Regazzinas sono presenti in tutto il mondo, regazzinas può essere chiunque (purtroppo). 

 

 

-Caterina Calicchio.

 

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REISSUE: Twinkle Echo, Casiotone For The Painfully Alone

Nei primi anni ‘80 la multinazionale Casio lanciò sul mercato diversi modelli di sintetizzatori a basso costo chiamati Casiotone, capaci di emulare diversi strumenti a totale discrezione del musicista; la resa sonora di questi apparecchi però, non accurata, grossolana e dai suoni meccanici, era incapace di accontentare i professionisti. Non c’è quindi da stupirsi se, ad oggi, la loro produzione sia stata praticamente abbandonata e la tecnologia per essi utilizzata sopravviva ancora soltanto in quelle piccole tastierine che solitamente accompagnano i libri illustrati per bambini.
Nel 1997, circa dieci anni dopo, il ventenne californiano Owen Ashworth abbandona a metà gli studi di cinema, mette su carta un paio di pensieri e cerca di tramutarli in musica col solo ausilio di una vecchia tastiera Casio, fino ad allora lasciata a prender polvere. L’idea originale di usare il Casiotone per tracciare uno schizzo da far elaborare ad eventuali musicisti diventerà in seguito un suo esclusivo tratto stilistico: il suo progetto prenderà quindi il nome di Casiotone For The Painfully Alone.
Twinkle Echo (2003) è il suo terzo disco: opera matura quanto atipica, rappresenta un eccellente specchio della sua musica e della sua filosofia compositiva. Grezzi synth e metalliche drum-machine testimoniano la natura bozzettistica dell’offerta: si tratta di una combinazione estremamente pericolosa da maneggiare che tende in molti casi a sfociare in una noiosa cacofonia; questo rischio viene scongiurato grazie a una costruzione melodica fondata sul contrasto tra la dolcezza dei synth e una resa rozza — per così dire — delle percussioni, ai limiti del finto. Il risultato finale ci restituisce una sorta di stramba dolcezza malinconica, in cui il lato percussivo fa sia da accompagnamento ritmico che, quasi, da disturbo alla fluidità delle tastiere.
Non si può però parlare del progetto di Ashworth senza soffermarsi sui testi, vero propulsore e fiore all’occhiello della sua musica. Come è facile aspettarsi da un ex-studente di cinema, Casiotone decide di partire dal concreto, dal ricordo e dal quotidiano, isolando piccole sezioni di un momento o riassumendo una storia più grande tramite un montaggio di immagini significative. To My Mr. Smith si accontenta ad esempio di raccontare il ritorno a casa di un passante fermo ad aspettare il bus, tentando di immaginare i suoi pensieri con commovente delicatezza; Calloused Fingers Won’t Make You Strong, Edith Wong monta attimi della solitaria vita di una violinista e usa i suoi calli e la sua dedizione allo strumento come metafora della sua incolmabile solitudine.
Molti sono i nomi di persona che ricorrono nelle 14 tracce dell’album, le cui storie sono spesso accumunate da un inspiegabile tristezza, la cui cura sembra solamente la nostalgia: Jeane (Jeane, If You’re Ever In Portland) è il ricordo di una fugace notte d’amore durante un tour, rotta dalla partenza verso un’altra meta in cui suonare; Toby (Toby, Take A Bow) è un povero disgraziato che spende le sue giornate chiuso tra quattro mura, saltando da una canzone degli Smiths all’altra, sfiduciato e impaurito dal mondo esterno.
Tante piccole storie che vengono raccontate in poche parole, con una durata media dei brani di appena 2 minuti. Questa scelta, se da un lato forse aiuta a non far venire a noia la grezza composizione musicale, dall’altro fa della condensazione di emozioni forti in singole frasi la sua arma principale, grazie anche al supporto di un cantato poco tecnico ma marcatamente espressivo che ben sa giocare con le pause e le ripetizioni. Un esempio di tutto ciò è l’intenso verso «True love is hard to find» che chiude con una tristezza apocalittica il brano Roberta C., o le due strofe ripetute che costituiscono l’interezza di Giant.
Tirando le somme, Twinkle Echo non è certamente un album le cui sonorità sono fruibili da un ascoltatore casuale ma non è neppure un album che pretende di essere ascoltato distrattamente; è un disco sincero, che fa della sua spontaneità motivo di ammirazione per chiunque cerchi nella musica storie, sentimenti, ricordi e quel pizzico di magia nel sentirli raccontare.

-Vincenzo “Notta” Riccardi.

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DISCMAN 2.0 – #12 Un nuovo articolo facile

Giovedì scorso sono andata al concerto dei Baustelle ed è stato stupefacente.
Forse perché lo aspettavo da tanto, troppo tempo; forse perché l’ultimo album descrive quasi perfettamente quell’ingorgo di emozioni che ho nel cervello; forse perché ho un debole per la musica dal vivo, sia in compagnia di qualcuno, magari con una birra (lì andate sicuri), che da soli: in ogni caso, le mie aspettative non sono state deluse.
Partendo dal più disomogeneo pubblico mai visto, continuando con i giochi di luce semplici ma efficaci e terminando con la voce di Bianconi, che con la sua magrezza ti fa sorgere spontanea la domanda «da dove prende tutto ‘sto vocione?» l’intero concerto è stato un’esperienza catartica, condivisa con tutti coloro che hanno avuto bisogno almeno una volta di amore, di violenza: dal caschetto nero con la camicia color pesca che aveva bisogno di una doccia posizionato davanti a me alla nonnetta sugli spalti che filmava tutto, da gente in giacca e camicia a una ragazza vestita peggio di me (e ce ne vuole), fino a una coppia che si baciava dolcemente mentre dal palco arrivava “Baby, baby come on”, Veronica, N.2. 

Sto realizzando solo ora, mentre scrivo, quello che è stato il concerto e la grandezza di ciò che sono i Baustelle: lavori in corso, un cantiere sempre pronto a evolversi e crescere durante gli anni. Lavori in corso anche durante l’intero concerto: tra sintetizzatori, pianoforte e sonagli c’è Bianconi fermo, immobile in tutta la sua magrezza, illuminato dal basso che sembrava un dio dell’Olimpo; c’è l’immensa Rachele Bestreghi che balla, si muove da una parte all’altra del palco suonandosi addosso il tamburello (vi ricordo che sono miope, quindi io ho visto un tamburello, che vi piaccia o no), piena di grinta e con una voce intensa e cristallina allo stesso tempo, ci sono il basso e la batteria.

Con un’apertura violenta, come se in un attimo ti volessero buttare nella verità più cruda e assoluta, lo spettacolo in cantiere di  L’amore e la violenza vol.1 e vol.2 rappresenta esattamente questo: una crescita, con la consapevolezza che L’amore è negativo e che a volte non si può avere quello che si vuole; che c’è Lei malgrado te, la via più semplice e immediata, che sfido chiunque a non prendere (o perlomeno a non pensarci). C’è l’LP di Amanda Lear e una storia finita, c’è Betty che finge quando sorride, con un bel profilo e delle belle fotografie, c’è la triste realtà del Vangelo di Giovanni.
I Baustelle mi piacciono perché hanno la capacità di parlare dell’amore maturo, della dipendenza, dello schifo di mondo che ci circonda tramite pezzi facili, apparentemente pacati e privi di emozioni che, attraverso parole semplicissime, ti spiattellano la realtà nuda e cruda, lasciandoti dare l’interpretazione che più ti piace.
Per i loro pezzi l’interpretazione (o parafrasi, che dir si voglia) è sempre stata necessaria, sebbene si senta la differenza tra i primi album e gli ultimi due: dai ritmi accelerati e quasi adolescenziali a un pianoforte molto più “adulto” (forse perché “adolescenti” non lo sono più), da temi sociali a temi personali. 

Proprio per apprendere appieno l’oracolo in musica, non ho foto né video di nessun momento della serata: perché andare ai concerti, cari lettori, non significa restare con le braccia alzate per tutta la durata e far bestemmiare quello che malauguratamente si trova dietro di voi, significa godersi la musica più da vicino, con tutte le stecche, le imperfezioni, significa condividere un canto stonato con tutto il pubblico. È sentirsi meglio e non pensare a niente. 

Lasciate stare il cellulare per una volta, andate ai concerti solamente con le orecchie e il cuore aperto, fa bene all’anima.

  

 

-Caterina Calicchio.

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DISCMAN 2.0 – #11 Motta(non)sonopiùio

Ben ritrovati su Discman 2.0, rubrica musicale creata con l’unico intento di ricevere un discman come regalo inaspettato grazie alle mie capacità di intrattenervi con le parole – o, più probabilmente, grazie a quelle di ammorbarvi fino a farvi esclamare «Eddai! Regaliamogliene uno!».
Questa settimana ho deciso di parlarvi di un artista che, poco a poco, sta subendo una metamorfosi che non mi piace per niente (in realtà non è che non mi piaccia, piuttosto non la accetto poiché è quel tipo di cambiamento che avverrà anche in me, prima o poi). Alto, magro, capelli ricci, faccia con chili di droga sotto le occhiaie: no, non è Galeffi, è Motta. Lo so, non potrà mai reggere il confronto con il caschetto di Ruggero, ma diciamo che i suoi riccioli hanno quel “non so che” di necessario: Motta rappresenta per me la colonna sonora di un’adolescenza di pianti, cuori spezzati e sorrisi senza motivo… o, forse, rappresentava. Parlo al passato perché oramai mi sa che l’amore gli ha dato alla testa e quel senso di spleen e di incertezza generale che mi faceva sentire a mio agio, non c’è più. Chissà cosa gli ha fatto, la «Cagna maledetta»…

Se nel suo primo lavoro, La fine dei vent’anni, la cattiveria, la rabbia e i ritmi tribali dei Criminal Jockers erano onnipresenti, adesso le cose sono un po’ cambiate ed è proprio per questo che ho deciso di raccontarvi della mia relazione con la sua musica adesso, perché ho paura di un prossimo album fatto più col cuore, che col disagio.
Paroliere come pochi, Motta è sempre stato la nota macabra in un panorama pieno di felicità: basti pensare a pezzi come Bestie o Fango, o più semplicemente all’immagine di lui a torso nudo che canta mentre suona la batteria. Pazzesco, no? Come la magia della noia, come Roma che mi prende dal collo e poi mi lascia per terra, come la paura di dovere stare bene che prima o poi ci passerà; pazzesco come sentirsi dedicare Sei bella davvero senza capire effettivamente il senso di questa dedica perché non te l’hanno mai spiegato senza giri di parole, senza quella concretezza di cui ogni tanto abbiamo bisogno. Questa parola, che sembra avere il peso di una tonnellata di cemento armato dovrebbe in realtà fare bene più che spaventare; è infatti la concretezza che ha portato Motta a scrivere La nostra ultima canzone, ricominciando a parlare di “noi”, per essere felici senza pensare troppo a quello che viene dopo, solo per il gusto di esserlo o perché lo si vuole essere. 

Perché, d’altronde, il peso delle parole è soggettivo e dipende da quanta paura – e quanta voglia – si ha di affrontarle; in questo modo persino un elefante potrebbe pesare quanto un colibrì nell’immaginazione, ma tutto deve partire dal proverbiale criceto che gira nel cervello. Dato però che il mio di criceto si è svegliato e ha deciso che ho fame, concludo questo articolo non troppo simpatico con la strofa tatuata nella mia mente e che, insieme al benedetto stile di vita “sticazzi”, mi fa essere quello che sono adesso: un po’ a cazzo di cane. Ma che volete fare, è andata così.

 

«Le parole son qualcosa di importante, di cui ti armi per uccidermi la mente».

Nota: ogni riferimento non è assolutamente casuale.

 

 

 

-Caterina Calicchio.

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Uno, Brunori e centomila

La prima vera esperienza teatrale di Dario Brunori, in arte Brunori SAS, si registra nel 2015 con Brunori Srl, una società a responsabilità limitata, a seguito del grande successo di Volume 3 – Il Cammino di Santiago in Taxi, spettacolo poliedrico tra musica e parole. A tre anni di distanza, con la definitiva consacrazione dell’album A casa tutto bene, il cantautore calabrese torna nei più grandi teatri d’Italia con Canzoni e Monologhi sull’incertezza, che ho avuto modo di apprezzare il 13 marzo nella magica cornice dell’Auditorium Parco della Musica in una delle due date romane (si replica il 10 aprile).

Chi conosce solo il Brunori cantautore potrebbe uscire sconvolto dalla sala, ma se si approfondisce meglio il personaggio nel suo complesso non ci si stupisce di nulla. Dario Brunori lo ribadisce e lo lascia trasparire in ogni intervista, da uomo “incerto” quale lui stesso ostenta di essere nelle sue canzoni deve fare da contraltare una persona semplice e ridanciana; è proprio questo contrasto che lo rende amato da un pubblico trasversale che va dai 20 agli 80 anni. Lo spettacolo in questione non fa eccezione e s’inserisce perfettamente nel percorso artistico intrapreso in questi anni.

Avendo purtroppo mancato l’appuntamento con la precedente performance teatrale, devo ammettere che la curiosità di vedere questo Brunori per me inedito era tanta, così com’erano alte le aspettative, per nulla deluse; visto il titolo dello spettacolo il rischio “mattone” era una possibilità concreta, ma non si diventa uno dei migliori cantautori in circolazione per caso. Con notevole padronanza della scena Brunori alterna le sue canzoni — che sono poesie, denunce, grida di speranza — a monologhi quasi irriverenti nei confronti del suo personaggio, che nell’immaginario comune dovrebbe corrispondere a tutt’altro; è lui stesso a giocare sulla pesantezza delle sue canzoni, invitando il pubblico a non assistere a troppi concerti per non scadere nel masochismo, e ciò che rende tutto credibile è la sua incredibile spontaneità. Il genere dal quale attinge per i suoi monologhi, che spezzano la parte musicale ogni 2/3 canzoni, è quello della stand-up comedy, anima nobile della comicità, stile con il quale si può abbracciare l’attualità anche nelle sue facce più amare, facendo ridere il pubblico ma invitandolo anche a riflettere: è il vestito perfetto per Brunori, che alterna fasi molto rilassate e ironiche ad altre più raffinate, dietro le quali si cela un mondo di contraddizioni che s’intrecciano e danno vita a sensazioni confuse. Il perfetto condimento è quell’accento cosentino che lo caratterizza nel parlato ma svanisce nel cantato, facendo sorgere nei suoi ascoltatori la domanda su chi sia veramente l’uomo di fronte a loro.

Il grande risultato dell’opera è senza dubbio quello di non aver sminuito né la parte musicale né quella teatrale. Le due facce dell’artista si sono mescolate perfettamente in uno spettacolo maturo e coerente nell’insieme, dinamico e coinvolgente. Non è facile risultare così credibili incarnando nella stessa serata più ruoli: c’è un Brunori cresciuto in questi anni di carriera, consapevole delle sue incertezze e forte dei suoi successi; un animale da palcoscenico profondamente rispettoso delle sue origini e mai snaturato nel proprio percorso; un uomo — e un artista — caratterizzato dalla sua terra e dal suo tempo, sospeso tra innovazione e tradizione, tra la voglia di restare e quella di scappare; è Lamezia Milano; è «un vecchio ragazzino dentro il corpo di un uomo», «da nonno Michele a mio nipote Francesco»; «un lupo della Sila tra i piccioni del Duomo». Brunori è tutto questo, ma fondamentalmente siamo noi; ogni essere umano è il frutto del percorso che intraprende.
Siamo così oggi e in questo luogo, non lo eravamo ieri e non lo saremo domani: siamo “Uno, Nessuno e Centomila”, e da qui Canzoni e Monologhi sull’Incertezza. La standing ovation finale viene da sé.

Merita una menzione l’opening act di Nerina Pallot accompagnata da Marc Ferguson, duo acustico dalle sonorità delicate e potenti allo stesso tempo, una scoperta piacevolissima che apre nel migliore dei modi un’altrettanto piacevolissima serata.

 

 

-Gabriele Russo.

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DISCMAN 2.0 – #10 Timidamente Ruggero

Marzo è quel mese dell’anno parecchio pazzerello, che quando esce il sole prendi l’ombrello, in cui nascono i bambini sotto il segno dei pesci, dove i fiori sbocciano e contemporaneamente i nasi si chiudono.
Marzo è il mese del risveglio in tutti i sensi: dopo il lungo inverno passato in letargo tra maglioni di lana e pantaloni di velluto, le donzelle cominciano a scoprirsi, cominciano a mostrare lo stacco di coscia, rinascono tutti i cervi a primavera e gli uccelli si risvegliano e cominciano a ballare meglio di Gianluca Vacchi. In una parola: per me marzo è primavera.
Dato però che lo stacco di coscia da mostrare non ce l’ho, ho deciso di spogliarmi (placate gli uccellini e finite di leggere) in un altro senso: mi tolgo di dosso il vestito indie e vi svelo uno dei miei guru, uno dei maestri di vita che ogni giorno mi ispira in quasi tutte le cavolate che dico, colui che tutto muove e tutto puote: Ruggero de I Timidi.
Adesso, ingrati, vi starete sicuramente chiedendo: «e quest’altro chi è?»
Bene, siete fortunati perché oggi ho finito la mia dose di cattiveria mentre tornavo a casa con le pinne, quindi sarò gentile e pacata e non mi arrabbierò per il fatto che avete ignorato fino a questo momento un artista timidamente eccezionale.

Ruggero è l’uomo dal caschetto nero che fa impazzire il mondo intero: ciò detto, spero stiate andando a cercarlo su Internet per capire il senso del mio elogio a una parrucca; se invece lo conoscete già, sarete d’accordo con me nell’affermare che Ruggero è l’uomo delle hit dell’estate, l’uomo del reggaeton e della salamella in riva al mare.
Arrivati a questo punto, due sono le categorie di persone riscontrate (che Darwin levate proprio): chi, divertito, comincia ad ascoltare i brani più popolari e chi ha chiuso la pagina internet dandomi di “sconnessa completa”. La sconnessa, innanzitutto, vi ringrazia per il complimento e poi vi assicura che vi state perdendo qualcosa di speciale. Poco importa che sia un uomo sui quarant’anni, diversamente magro e con una faccia a metà tra un putto e un panettone, se è lo stesso ha scritto un capolavoro come Quello che le donne dicono. Adesso non mi venite a dire che non sognate anche voi di essere Fabiana Incoronata Bisceglia e di far parte del coretto che canticchia: perché non lo vuoi amare?.
Dovete ammettere che è sincero, forse anche troppo sincero, e che l’ukulele, l’orchestra timida e il coro femminile rendono il tutto più orecchiabile e migliore di tutta la musica che circola ora; e soprattutto, care compagne con le ovaie, dovete ammettere che Ruggero ha capito tutto quello che abbiamo sempre cercato di nascondere ai maschietti: vi lascio immedesimare e capire la cosa che per voi ha azzeccato di più — io non metto bocca, che già mi sono esposta abbastanza. 

Ruggero è neo-neorealista, e quando uno è neo-neorealista, certe cose le capta e non ci mette niente a farle diventare poesia: tuo figlio ti chiede «cosa sono i trans?»
Facile, è come aver fratello con sorella, uniti in una persona sola.
Avete conosciuto una donzella di facili costumi e non sapete come elogiarla? Ruggero ha la soluzione: Come sei bella, come sei strana, ti piace il succo di banana!
Adesso capite perché parlo di un Maestro e della colonna sonora della vita? Avete capito perché devo ringraziare i miei amici che, in una sera d’estate — forse era inverno, ma son passati pure 3 anni e vi ricordo che ho una memoria da pesce rosso — hanno cominciato a strimpellare con la chitarra e se l’argomento a mancare viene, le donne parlan di lunghezza del…?
Mi è piaciuto così tanto, che non ho potuto non divulgare la sua magia nel programma radio Tuttigusti+1 che facevo con le mie super Spicegirls Alessia e Antonella, l’anno scorso in casa, qui a Roma… E adesso sto divulgando la magia anche a voi. Perché il mondo deve sapere che esistono cantanti capaci di scatenare tzunami, come Ruggero de I Timidi.

…Tra l’altro, what has Ruggero that Vasco non have?

Che il trash e l’autoironia siano sempre con voi

 


-Caterina Calicchio.

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REISSUE: Tao Of The Dead, …And You Will Know Us By The Trail Of Dead

Nell’epoca di Spotify, del singolo che acquista più importanza dell’album, della fruizione disinteressata e di sottofondo della musica, cosa è rimasto della suite rock? Nei primi anni ‘70 il rock progressivo era dominato dal trend del brano che occupava l’intera facciata del vinile, se non che si estendesse anche fino al lato B. “Close To The Edge” degli  Yes, “Third” dei Soft Machine, “Thick As A Brick” dei Jethro Tull sono solo alcuni degli esempi possibili, talmente celebri da non necessitare una descrizione. E risulterebbe anche snob parlarne adesso, quasi 50 anni dopo, in un panorama musicale sicuramente mutato, in meglio o in peggio che lo si possa ritenere. Si possono tuttavia riallacciare i rapporti col passato senza che ciò appaia come fuori posto, incomprensibile alle logiche moderne, lontano e irraggiungibile?

Gli …And You Will Know Us By The Trail Of Dead ci sono riusciti, con qualcosa che va al di là del semplice, spesso stantio, tributo. Dopo il successo underground dal piglio hardcore di “Source Tags And Codes” (valutato con un sorprendente 10 sulla famosa webzine Pitchfork) nel 2002, i texani avevano iniziato un percorso di  sperimentazione  e di messa in discussione del loro suono, che in Tao Of The Dead raggiunge finalmente piena completezza. Dai primi dischi, legati strettamente a un hardcore mai tuttavia troppo grezzo, il loro suono si è infatti evoluto nei dischi successivi in uno  sfaccettato totem che unisce indie, alternative e sperimentazioni con richiami depotenziati del loro passato, in cerca di un’identità che, con questo settimo lavoro datato 2010, sembrano aver raggiunto. La divisione delle tracce è già peculiare: due parti dalla diversa accordatura, la prima (in Re) può essere vista sia come una suite da 36 minuti, sia come 11 tracce godibili separatamente, dando quasi la sensazione di una manciata di singoli uniti solo dal miracolo del mixaggio. Le sonorità sono sorprendentemente eterogenee pur restando sempre moderne e di matrice alternative, quasi un art rock piegato all’hardcore che tuttavia non difetta in melodia: si passa agilmente dalla sfuriata “chitarrosa” di “Summer Of All Dead Souls” alla percussiva quiete di “Fall Of The Empire”; dallo spoken word di “Cover The Days Like A Tidal Wave” alla jam psichedelica di “The Fairlight Pendant”, senza dimenticarci del pezzo forse più rappresentativo del lotto, “Weight Of The Sun (Or, The Post-Modern Prometheus)”, che si divide tra la sua impostazione squisitamente melodica e l’esplosione chiassosa del ritornello, egregiamente dosate in appena due minuti e mezzo di durata. La seconda parte del disco (in Fa) contiene invece la vera e propria suite: “Strange News From Another Planet”, un pregevole esperimento di 17 minuti che se nella struttura ricorda sicuramente una suite prog con tutti i crismi, dal lato musicale è praticamente una colossale traccia alternative che prende la sua forza da un incredibile spirito camaleontico: partendo dal potente e suggestivo inizio, ogni cambio di ritmo è introdotto magistralmente e in modo perfettamente coerente per creare un caleidoscopio emotivo che ha dell’incredibile se pensiamo che è generato col solo uso della classica strumentazione rock.

In sintesi potremmo dire che, se da una parte “Tao Of The Dead” non è assolutamente accostabile al prog per sonorità, lo è sicuramente negli intenti: al di là degli evidenti richiami strutturali già sottolineati, il grande spirito mimetico che i 4 imprimono in ogni traccia evidenzia la cura per ogni passaggio, di cui la fruibilità per intero è solo un pregio a posteriori.

 

Tracklist:
TAO OF THE DEAD PART I

1. Introduction: “Let’s Experiment” – 2:23
2. Pure Radio Cosplay – 5:26
3.Summer of All Dead Souls – 4:17
4. Cover the Days Like a Tidal Wave – 2:51
5. Fall of the Empire – 2:27
6. The Wasteland – 2:33
7. Spiral Jetty – 1:48
8. Weight of the Sun (Or, the Post-Modern Prometheus) – 2:19
9. Pure Radio Cosplay (Reprise) – 3:18
10. Ebb Away” – 2:41
11. The Fairlight Pendant” – 5:43

TAO OF THE DEAD PART II

12. Strange News From Another Planet – 16:32

 

-Vincenzo “Notta” Riccardi.