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Road to Tunis: Un sogno divenuto realtà

Ci sono opportunità che capitano praticamente una volta nella vita e probabilmente questa è una di esse: ho avuto la fortuna, infatti, di vincere il bando “Torno Subito”, progetto della regione Lazio che permette a giovani under 35 di poter fare un percorso di studio/lavorativo all’estero (o fuori dalla regione Lazio) ed un tirocinio fino a sei mesi nella regione al termine della prima fase. Il progetto di quest’anno aveva come meta la Tunisia: ho scelto un master in diritto dell’immigrazione e mediazione interculturale, percorso che mi ha catapultato nella caotica e suggestiva capitale della Tunisia il 25 Ottobre dove terminerò questa prima fase di studio a fine Gennaio, con la presentazione di un project work nell’ambasciata italiana a Tunisi. Aspettavo questo momento da una vita, e inaspettatamente è arrivato. La preparazione alla partenza è stata lunga, meticolosa, un po’ frenetica e con tanti imprevisti, ma alla fine della fiera eccomi qui: cultura diversa, cibo diverso, clima e religione diverse in toto. Avevo tante idee e progetti, tante considerazioni iniziali che si sono subito infrante al mio arrivo all’aeroporto internazionale di Tunisi: no, la Tunisia non è un paese arabo, bensì “di cultura berbera”, fa parte della confederazione del Maghreb e qui la religione islamica è decisamente più tollerante rispetto ad altri Paesi. Subito mi sono reso conto delle molte contraddizioni: donne con il velo ma dal trucco pesante, che guidano e che “trascinano” i mariti; moralmente costrette alla verginità fino al matrimonio, ma che hanno ottenuto il diritto di voto ancor prima che in Italia; ho scoperto che l’eroe politico della nazione è Bourguiba, considerato lungimirante e democratico, che ha rivoluzionato la Tunisia, ma che è stato al potere per 30 anni di fila, mentre nessuno ha il coraggio di parlare della rivoluzione tunisina del 2011, una rivoluzione partita dal basso e che ha avuto come conseguenza un generale parziale allontanamento dalla cultura europea, sebbene abbia notato fin dal primo giorno tantissime analogie con l’Italia, sia positive che negative. Vivere in Tunisia è una continua è una continua sorpresa: il master che sto facendo mi porta via più di nove ore al giorno dal lunedì al venerdì, e questo è un peccato in quanto non ho il tempo né di assimilare i contenuti dei miei studi, né di visitare e godere appieno gli angoli nascosti di Tunisi e della Tunisia in generale. Tutti sanno l’arabo e il francese, mentre quasi nessun commerciante o negoziante comprende l’inglese e spesso si fa fatica anche a chiedere una “bottle of water”: le prime parole di arabo che ho imparato sono state “mush har” (poco piccante), har le (no piccante; sì avete capito bene, odio il piccante, ma sto cercando di introdurlo piano piano), aslema/beslema (salve/arrivederci), salem (ciao) e aishek (grazie), più i numeri da uno a dieci; ho iniziato a ragionare in dinari tunisini (un euro sono circa tre dinari), visto che i prezzi qui sono decisamente bassi per noi europei, e già ho paura per quando tornerò Roma, poiché una pizza no stop con bevande ed arrosticini costa ben 45 dinari – 15 euro, cioè quello che mediamente spendo per 4/5 pasti!
Con la religione islamica non si scherza: c’è tolleranza e rispetto delle altre religioni ma è bene non lasciarsi sfuggire la benché minima battuta. Non è come in Italia, dove si scherza sui santi del calendario o sui mezzi pubblici che “passano ogni morte di papa”: rispetto, sempre, e coerenza. Il master è in lingua inglese, ma alcuni docenti hanno avuto pietà di noi e hanno iniziato a svolgere lezioni in italiano: sebbene le lezioni siano troppe per potersi svolgere solo in due mesi e dieci giorni – circa 360 ore di lezioni – e siamo costretti a rispettare un calendario aziendale fittissimo senza praticamente nessuna flessibilità sono qui e non mi posso lamentare; dopotutto sapevo a cosa andavo incontro. Al momento siamo andati a Sidi Bou Said, il paradiso dei fotografi, abbiamo visitato al volo alcune zone archeologiche di Cartagine, La Marsa (dove ci sono molti locali in cui è possibile bere alcolici, una rarità qui in Tunisia) e fatto un po’ di giri nella caotica, meravigliosa e rumorosa medina di Tunisi: la prossima settimana andremo a farci tre giorni a Kairouen e a Sousse, località molto caratteristiche distanti circa tre ore di macchina da Tunisi; abbiamo anche pianificato due mini-viaggi nel deserto durante il periodo natalizio, nel quale abbiamo 18 giorni di vacanza. Il deserto è il mio sogno, anche se dovrò aspettare ancora un bel po’ prima di toccare la sabbia del Sahara. Oltre al dovermi confrontare con una cultura simile ma molto differente rispetto a quella europea, questa è anche la mia prima vera esperienza di autosufficienza e di convivenza con altri ragazzi. Insieme a me hanno vinto il concorso altri sei ragazzi: io e altri due italiani viviamo nella stessa casa al quartiere saudita Lac1, quartiere alcool free, ovvero in cui non si trova nessun tipo di alcolico – eccetto nelle nostre segrete dispense!
Il quartiere è ricco di uffici e ambasciate ma dopo le ore 18 non c’è nessuno in giro e per uscire la sera dobbiamo spostarci o al centro oppure a La Marsa, La Goulette, Cartage o Gammarth. Convivere con altri ragazzi è stato difficile all’inizio: ci sono stati ovviamente momenti di tensione, ma abbiamo imparato a rispettarci, ad avere i nostri turni e a comprenderci, a rispettare i silenzi degli altri e anche i momenti di sconforto, poiché questo master, tra lo studio, le lezioni, gli esami universitari italiani, le collaborazioni e l’esperienza tunisina, ci sta mettendo veramente alla prova. Entrare per la prima volta in una medina è stato il momento sinora più interessante: sono stato accolto da un viavai di luci, colori, voci, lingue, odori, profumi, puzze e culture. Dopo una passeggiata nella medina siamo andati in una delle terrazze panoramiche antistanti la Moschea centrale di Tunisi, Zitouna, dove ho ascoltato finalmente quello che speravo di sentire da dieci anni: il canto dal vivo dei muezin che invitavano nello stesso momento tutti i fedeli ad andare a pregare Allah all’interno della medina. Vorrei chiudere rompendo uno stereotipo sul mondo arabo, o perlomeno su quello della Tunisia e del Nord Africa in generale (Maghreb): no, non girano con i cammelli. Tunisi è una metropoli da 3 milioni di abitanti con molte auto, tram, pullman, taxi e tante persone gentili: solo alcune zone risultano pericolose, ma è un dato che può riscontrarsi in molte città del mondo. La cortesia dei tunisini è spesso sottovalutata, nel lasso di tempo trascorso qui abbiamo conosciuto molti tunisini che ci hanno dedicato molto volentieri parte del loro tempo per illustrarci le bellezze della città e una piccola parte della cultura tunisina o cercando di insegnarci qualche parola di arabo. Con l’Islam non si scherza, eppure non ho constatato un radicalismo come molto spesso si sente, qui sono tutti molto tranquilli: ho visto solo cinque donne in un mese che portavano il burqa, una su tre porta il velo, le altre si vestono all’europea, e ne ho viste tantissime che guidavano. Il cibo è molto speziato e il piccante è messo praticamente ovunque, anche quando dici di non volerlo puoi star certo che mangerai qualcosa di piccante. Ancora non ho trovato qualcosa che non sia buono da mangiare tra bar, ristoranti e pasticcerie. Il mio desiderio è di visitare altre località della Tunisia e scoprire qualche aspetto di Islam radicale e di Tunisia in cui la cultura europea è penetrata meno: spero di avere presto tempo libero!

 

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-Leonardo Orlandi.

 

 

Colori, risate, suoni, odori.

Messico e nuvole – la faccia triste dell’America cantava Giuliano Palma.

Peccato che tra tutto ciò che si può trovare non ci sia spazio per la sua descrizione. È più di un mese che mi trovo in questo luogo che la faccia triste me l’ha fatta dimenticare. E voglia di piangere ho al solo pensiero che già sto per ritornare e per lasciare una piccola quotidianità che mi ero creata qui.
Partiamo dall’inizio: perché sei in Messico? Che ci fai lì? Non ti bastava l’Europa?
Non ci si accontenta mai, una volta che provi l’ebbrezza del viaggio non puoi abbandonarla.
Il Messico per un programma di volontariato, il Messico per crescere, il Messico per capire.
Il primo impatto che ho avuto dopo le tredici ore di volo è stato un abbraccio, anzi cinque. L’abbraccio di accoglienza che ti riserva perché lui – volente o nolente – accoglie tutti come fossero suoi figli che stanno finalmente tornando dopo un lungo viaggio. E forse è così che va preso questo luogo, ringraziandolo per il caloroso benvenuto (la calorosità di questo popolo non è un luogo comune), un benvenuto che ti fa dimenticare la stanchezza del viaggio così come il dolore alla schiena, senti subito una chiamata che ti obbliga a iniziare a conoscere.
Perché se una delle prime domande è “¿vamos por tacos?” non puoi dire di no.
Anche se ti senti come un pesce fuor d’acqua, cercando di stare dietro al loro velocissimo modo di parlare, con il fuso che ti piomba addosso come fosse una piuma rimane il fatto che sei felice.
Felice di viaggiare, conoscere, crescere.
Ma perché sono in Messico? Come ho accennato su, sono partita come volontaria applicando per un progetto che si chiama Sharing English, l’obiettivo del progetto – per farla molto breve –  è quello di condividere e impattare sulle vite di persone. Nel mio caso si tratta di ragazzini di tredici anni.
Mai, mai e poi nella vita avrei pensato di trovarmi a combattere con dei bambini e per di più di questa età. Un’età che mi ha sempre fatto paura; paura perché può essere inizio o fine. Credo sia l’età che più necessita di una mano tesa pronta a sorreggerti.
In questa età si cade facilmente. Cerchi di sembrare qualcosa di più pur di non far intendere che – in realtà – sei un po’ meno. Meno non perché ti manchi qualcosa, bensì perché quel che senti che ti manca è ancora nascosto sotto pelle e, magari, ci vorrà una bella scossa a farlo sbucar fuori.
E allora mentre aspetti ti nascondi, parli a bassa voce, ti senti in imbarazzo a guardare negli occhi, ti senti fuori luogo, ti sembra che nessuno ti capisca. Ti senti e non ti senti.
C’è chi ha la fortuna, tipo me, di trovarla questa mano che ti sorregge e chi viene lasciato in balìa di sé stesso.
Grazie a varie perdite e varie vittorie che ho vissuto mi sento nel momento perfetto per poter tendere la mia di mano. A volte basta un semplice sorriso rivolto nel momento giusto a poter motivare.
E motivare è semplice, non come fanno credere in molti.
Per motivare bisogna saper condividere, mettersi su uno stesso piano, esser disposti a mostrare un proprio punto debole che, col tempo, si è riusciti a farlo diventare un punto di forza.

La città – invece – è incredibile. Il distretto federale di Santa Fe è quasi contraddittorio, anche se in realtà contraddittorio non è il termine più appropriato. Ci sono zone della città molto ricche, abitate da gente fresa e zone marginali, dove la povertà regna sovrana. Los fresas, per capirci, sono un po’ come quelli di Roma Nord.
La zona in cui ho svolto il mio lavoro è una zona difficile, è presente un centro per la comunità che offre servizi di qualsiasi tipo per cercare di salvare le persone da delinquenza e droga e, a solo mezzora da questo centro, c’è uno dei più grandi centri commerciali affiancato da una delle zone più ricche della città.

Tuttavia il momento più bello è quando si esce un po’ dalla ciudad e ci si addentra nel pueblo.
È proprio quest’ultimo che offre di più: la gente è ancora più umile e calorosa di quanto già non sia nella città e, sarà l’atmosfera, anche il cibo sembra migliore. Ti fermi per chiedere indicazioni e ti ritrovi a parlare della tua vita con anziani estranei che si illuminano a sentire ciò che fai e da quanto lontano tu sia arrivato per farlo. Vedi persone che ti ringraziano per aver scelto di prender parte ad un progetto del genere, sentono la necessità di dirti che apprezzano il tuo aiuto. Ti sono grati per la tua non indifferenza.

Una delle prime cose che mi hanno riferito è stata: aquí todo pica.
E, sarà perché a casa mia si mangia abbastanza piccante, mi sento di dire ¡mentirosos! Non si illudono in questa maniera le persone.

Avrei tantissimo da dire riguardo questa esperienza, le persone, i luoghi, il funzionamento dei cinema, la quantità esagerata di musei, le tredici linee della metro, i metrobus solo per le donne, il folklore e tanto altro…
Ciò che vi posso garantire è che il México dà mille e più ragioni per tornare. Ti accoglie e ti coccola.
Ti fa crescere e ti fa aprire gli occhi su molte cose.
La quantità di emozioni che ho vissuto e sto vivendo è incredibile.
È un luogo che vale la pena e, se voleste saperne di più, sapete come contattarmi.
Ti fa sentire a casa e infatti “los mexicanos nacemos donde nos da la rechingada gana”

 

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Cambiamento – Veränderung

Viaggiare non è semplice, se vuoi davvero viaggiare hai bisogno di abbandonare la sicurezza senza sapere a cosa vai incontro, viaggiare significa cambiare per più o meno tempo tutta la tua routine. Gli orari si spezzano, i piedi imploreranno pietà e tu, da buon viaggiatore, non ti fermerai perché sentirai il bisogno di fare tua la città di turno, sentirai il sangue pulsare forte nelle vene chiedendo qualcosa di più.

Questa è stata la volta di Vienna, magica città austriaca che con i suoi colori e profumi ti accoglie. All’inizio ti può capitare di scrutarla per cercare qualcosa di familiare e, se sei un viaggiatore fortunato, troverai ciò che cerchi.
La prima cosa che ti lascia quasi senza fiato è la vista della città appena usciti dalle metro, anche se per noi romani già la metro in sé – per di più puntuale – è un punto di attrazione turistica!

Mi sono trovata di fronte una città senza eguali e non voglio sentirmi dire “eh, ma Roma!!” perché Vienna ha qualcosa di magico, qualcosa che ti invita a sé, qualcosa che ti fa esclamare Willkommen zu Hause nonostante non sia la tua casa. Sarà perché non regna caos ovunque? Sarà perché è pulita?

Non lo so. Ci sono probabilmente tanti fattori a renderla speciale… la grandezza di Stephansplatz, la bellezza di Schönbrunn con le sue quaranta sale, immaginarsi la principessa Sissy che passeggiava lì dove ora ci camminiamo noi, le luci del Prater, il continuo alternarsi di bitte, danke, danke, bitte.
Chi lo sa. Eppure Vienna non è piaciuta solo per questo, ma per i legami che si sono venuti a creare tra due gruppi che fino a una settimana fa erano separati come se ci fosse un Berliner Mauer eppure, sarà la convivenza, sarà l’allegria, saranno le infinite ore passate insieme ci è stato permesso di ampliare le emozioni di questa città.

Il conforto si trovava in quello stesso sguardo che prima non ti diceva niente o in quel sorriso che non c’era. Vienna ha regalato qualcosa a ognuno di noi: più dimestichezza con la lingua, uno spirito un po’ più indipendente e grazie ai suoi viali, musei, castelli, chiese, metro e torte ha dato vita a quel quid in più che nessuno di noi s’aspettava ma nessuno di noi ha rifiutato. Se si vuole viaggiare bisogna accettare il cambiamento che ti aspetta dietro l’angolo, perché viaggiare è cambiamento, è crescita. Chi viaggia con consapevolezza non tornerà mai come è partito.

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Dove

Dove.

Può sembrare scontato sapere da dove si viene e verso quale luogo si sta andando però non è sempre così. A volte è necessario scontrarsi ed evitarsi prima di poter ricevere delle risposte. È così che mi è successo: per anni ho evitato il mio paese di origine, mi aveva colpita con un pugno nello stomaco e io non ne volevo più sentir parlare. Però i casi della vita si aggiustano in maniera perfetta, al punto che il posto che hai scansato ti chiama, che sia per dovere o per piacere lui inizia a urlare il tuo nome.

E che fai? Ti metti l’animo in pace e capisci che lo devi affrontare una volta per tutte.
A me è successo così però nel momento in cui avevo la forza per strapparmelo di dosso mi sono trovata disarmata e confusa. Ciò che mi è stato ostile per anni mi ha fatta sua. Ciò che mi stavo rassegnando a perdere è entrato nelle mie vene. Perché quando ti senti abbracciare forte e non ti senti soffocare in quell’abbraccio vuol dire che qualcosa sta cambiando, sia all’esterno sia all’interno.

Cominci a guardarti bene intorno e vedi quel cielo sotto il quale ha vissuto tuo padre che ti chiama come se ora appartenesse a te, come se ti fosse stato lasciato in eredità. Vedi che quel fiume che l’ultima volta non avevi nemmeno notato ora ti costringe dolcemente a posare lo sguardo sul suo scorrere. Vedi la perfetta armonia distendersi davanti ai tuoi occhi.
Capisci, finalmente, da dove vieni. Capisci, finalmente, dove stai andando. Ed è una cosa importante se non la più importante.

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