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L’arte dei burattini e di far teatro

Alessia Luongo e Manuel Pernazza sono due ragazzi che lottano nella cultura contemporanea per mantenere viva l’arte del teatro, della Commedia dell’arte e delle nostre tradizioni.

Prima di iniziare, presentateci un po’ il vostro progetto artistico:

  • La compagnia teatrale ha l’obiettivo di diffondere la Commedia dell’arte. I nostri spettacoli sono manifesto della Commedia dell’arte partenopea e di tutto il suo patrimonio culturale.
    Presentiamo canovacci antichi, lazzi di tradizione con la musica dal vivo suonata con strumenti antichi. Viaggiamo per tutta Italia e non solo coi nostri spettacoli.

La Commedia dell’arte è un modo di fare teatro che si sviluppa nel 1500, fatto di scherzi e burle, toni beffardi e improvvisazione, maschere.Perché avete scelto proprio la Commedia dell’arte e che rapporto avete con le maschere che interpretate?

  • Non abbiamo scelto la Commedia dell’arte, ci piace e diverte pensare che è stata lei che ha scelto noi, quando l’abbiamo scoperta, lei ha conquistato la nostra anima!
    Grazie all’amore per la Commedia dell’arte abbiamo unito i nostri progetti artistici, che poi hanno coinvolto la vita personale, diventando una vera e propria “famiglia di arte e di vita”.
    Il rapporto con i nostri personaggi è molto delicato, sono delle vere e proprie entità con le quali ci rapportiamo e nel momento che le “vestiamo” viviamo un rito molto sacro, entrando in una vita immortale, perché la maschera sopravvive e non muore e mette in comunicazione vari mondi.

Dal 2020 avete preso in affido il teatro dei burattini del Gianicolo, un teatro storico a cuore a molti romani.Attraverso quest’esperienza incredibile avete anche deciso di produrre artigianalmente i burattini da mandare in scena, fatti da cuore e mani per cuori e mani: come si costruisce un burattino? E che valore ha per voi produrli?

  • Costruire un burattino ha una tecnica molto simile alla scultura e dipende molto dal materiale con il quale si costruisce.
    I burattini che mettiamo in scena sono in legno per un discorso storico e di funzionalità, fatti apposta per durare a bastonate e botte, e hanno dimensioni notevoli rispetto a quelli che vendiamo come “da gioco” per chi vuole conservare un ricordo dell’esperienza del Gianicolo.
    Per coloro che vogliono divertirsi in questo mondo, produciamo burattini giocattolo che costruiamo in legno e in gesso.
    Vogliamo tramandare un ricordo e un valore che possano far appassionare nuovamente grandi e piccoli a un’arte così immensa.

Voi siete dei ragazzi giovanissimi che riportano in vita antiche tradizioni, echi di atmosfere lontane che in questo mondo tecnologicamente contemporaneo tendono a perdersi. Con il vostro progetto cosa vorreste contribuire a fare nel mondo del teatro e della cultura?

  • Vorremmo riportare il mondo, in un gesto rivoluzionario, ai valori di una volta: a storie antiche che suonano moderne come non mai. 
    Tramite il nostro progetto vorremmo tramandare la Commedia dell’arte autentica, poiché a differenza di altri spettacoli dello stesso genere, i nostri sono tutto frutto di tradizione, di ciò che si mette in scena dal 1600 e che a noi è stata tramandata per via esclusivamente orale da grandi maestri e interpreti della maschera.
    Non si può far morire qualcosa che ha storicamente attraversato i secoli e che non morirà mai!

Da bambina io ho fatto molte esperienze di educazione al teatro sia con la scuola che con mia mamma, da attrice e spettatrice, ed è una parte fondamentale dell’educazione artistica: il narrare con il corpo e con le emozioni.In questo periodo si ha un po’ l’impressione di un abbandono o un accantonamentodell’insegnamento dell’arte (intesa nelle sue moltissime, varie e magnifiche manifestazioni, tra cui ovviamente il teatro) nelle scuole e nella vita privata.Che ne pensate?Ci potrebbero essere nuovi modi di approcciarsi alle nuove generazioni, ai nuovi bambini, ai nuovi ragazzi?

  • Ci saranno sempre modi per far innamorare il pubblico del teatro e per noi la soluzione migliore sarebbe ANDARE A TEATRO.
    Suona come una provocazione, ma è la realtà.
    Bisogna abituare il pubblico, soprattutto quello giovane, ad andare a teatro con la stessa frequenza di un’uscita a un parco o altro, bisogna che incontri il teatro e se ne innamori.
    “Avvicinarsi al teatro” viene spesso frainteso con “vado a fare un laboratorio di teatro per scoprire me stesso”, ma vi sono altri tipi di percorsi per farlo e questo creerebbe persone che trattano quest’arte con una superficialità disarmante.
    Bisogna che si crei il “rito dell’andare a teatro”, poi chi vorrà continuare questa professione, con i suoi immensi sacrifici, sarà richiamato proprio da questa.
    Per “andare a teatro” non intendiamo una rigidità del luogo, ovviamente, da commedianti, crediamo che sia proprio il teatro che in questo tempo debba andare in piazza a scavare nel cuore delle persone!

Questo 2020 è stato un anno molto particolare e anche questo 2021 si sta rivelando uguale.Come state affrontando i problemi relativi al mondo dello spettacolo in epoca Covid?

  • Stiamo resistendo, ma dando davvero fondo a molti risparmi e soffrendo tanto. Oltre al dolore sociale e personale di vedere il mondo in difficoltà, attanagliato da una pandemia e di aver avuto anche perdite personali, si aggiunge la gravità di un governo che non valorizza e non ha interesse nell’artista di professione.
    I contributi che riceviamo arrivano spesso in ritardo e con difficoltà, tutto questo è un disagio emotivo incredibile.
    Tuttavia, si resiste e non si abbandona, si studia.
    Non crediamo che la soluzione sia negli spettacoli “online”, lo spettacolo si fa dal vivo, da che mondo è mondo, l’arte del teatro è nel contatto con le persone, nel respiro degli spettatori.
    In tutto ciò ci chiediamo: come mai in Chiesa si può andare e in teatro no? Come mai le metro possono riempirsi ma i teatri no? Come mai… come mai… tanti dubbi, purtroppo poca chiarezza, se non quella di restare saldi!
    Arriveranno tempi migliori, d’altronde i commedianti sono vissuti all’epoca della peste e sono riusciti a sopravvivere e a far andare avanti una nobile arte.

Grazie ragazzi, non vedo l’ora di venirvi a trovare al Gianicolo, buona fortuna!

-Irene Iodice

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La comunicazione: necessità, passione o materia di studio?

La comunicazione fa parte del nostro essere, sembra scontato dirlo, ma talvolta ci scordiamo che cosa essa sia. Molte volte capita che ci troviamo in mezzo a una situazione dove non sappiamo comunicare con gli altri, non riusciamo a interfacciarci ad un pubblico o solamente con un altro interlocutore.

C’è da dire che quella che noi intendiamo come comunicazione, sostantivo singolare femminile, in realtà non è singolare, non è un processo unico e monodirezionale, in questo senso parliamo di comunicazioni, e di sistemi comunicativi, al plurale che entrano in gioco nel mero atto comunicativo.

Bisogna immaginare la comunicazione come una grande famiglia che abbraccia più parenti e a tal proposito definiamo la comunicazione multimodale:

“La comunicazione è multimodale: negli umani, i segnali di ogni modalità produttiva costituiscono un sistema di comunicazione con le sue regole specifiche […]” 

(D. Poggi I.: Le parole del corpo. Introduzione alla comunicazione multimodale. Carocci, Roma 2006.)

Esistono dei veri e propri lessici per i diversi sistemi comunicativi come i gesti, lo sguardo, il contatto fisico, le espressioni facciali, le posture, la prossemica. Ad ognuno di questi sistemi comunicativi corrispondono delle regole “fonologiche” che determinano le norme d’uso nei contesti sociali.

L’aspetto della comunicazione e dei processi che noi, esseri umani, utilizziamo è ciò che mi ha spinta ad intraprendere la facoltà di Scienze della Comunicazione e gli studi di questo percorso universitario mi hanno fatta appassionare sempre di più a questo ambito.

Tutto ciò influenza anche le mie scelte di lettura. Qualche mese fa, come faccio spesso, ho consultato le nuove uscite della casa editrice Garzanti (con la quale collaboro sul mio blog personale) e come una calamita sono stata attratta dal libro intitolato Il coltellino svizzero di Annamaria Testa.

Un saggio che, proprio come un coltellino svizzero (non a caso è intitolato così), raccoglie e compatta, in un unico strumento, una serie di utensili necessari nel nostro quotidiano. Gli strumenti, nel caso del libro, sono gli elementi principali della comunicazione, del linguaggio e della psicologia:

“Questo libro si intitola Il coltellino svizzero perché ha l’ambizione di rendersi utile senza occupare troppo spazio o infliggervi troppo peso. Può servirvi, magari, per avvitare un pensiero. Per limare ben bene una percezione. Per stappare un’opportunità, o un nuovo punto di vista.”

Annamaria Testa è specializzata in comunicazione, linguaggio e creatività. Da oltre vent’anni è docente universitaria, inoltre scrive come blogger e saggista, tutto ciò è affiancato alla professione di consulente per le imprese.


Oggi abbiamo il piacere di poterla accogliere con una breve intervista su CulturArte per parlare di comunicazione, di processi comunicativi e di contenuti presenti nel suo ultimo libro che è stato presentato nelle righe precedenti.

  • Grazie Dottoressa Testa per essere qui con noi su CulturArte. Nel corso dell’articolo ho dato un piccolo assaggio del suo nuovo libro “Il coltellino svizzero”, ma sono curiosa, più nello specifico, di capire come è nata l’idea di questo saggio, da una particolare esigenza?

Scrivere per internazionale e per il mio blog nuovoeutile mi offre la grande opportunità di avere un riscontro forte e immediato da parte dei lettori. Quando vedo che un articolo è apprezzato e condiviso da migliaia, e a volte da decine di migliaia di persone, posso legittimamente pensare che quell’articolo abbia toccato un punto di interesse comune. Il coltellino svizzero raccoglie, riordina e collega tra loro tutti i più apprezzati e condivisi tra gli oltre ottocento articoli che in questi anni ho pubblicato in rete. Qual è il filo rosso che connette ogni articolo agli altri? Un concetto semplice e affascinante: la metacognizione. Pensare al modo in cui pensiamo. Esserne consapevoli, per saper pensare meglio.

  • Ho provato, anche se solo attraverso un articolo di pochi caratteri che certamente non bastano, a dare una spiegazione a grandi linee della comunicazione. La cosa che mi interessa sapere oggi, e da cui si formula la successiva domanda, è se il nostro modo di comunicare e la comunicazione stessa, siano cambiati con l’evoluzione digitale?

Le regole di base della comunicazione, che dipendono dal modo in cui funzionano i nostri organi di senso (il nostro sistema percettivo) e il nostro cervello (le nostre emozioni, la nostra cognizione) non sono certo cambiate. A essere cambiati sono due elementi: la velocità, enormemente accresciuta, e l’accesso ai media, oggi aperto a tutti.

  • Proprio per questo, volevo chiederle se quindi con il web e con i social media, l’effetto Dunning-Kruger (più le persone sono incompetenti e meno capiscono di esserlo), che è spiegato in maniera molto dettagliata nel libro, sia aumentato lasciando ai margini le personalità opposte?

Mi dispiace confermarlo, ma temo proprio di sì. Per dirla con Umberto Eco: il web dà voce (anche) a legioni di imbecilli. Per dirla in modo un po’ più blando: con i social media, qualsiasi incompetente può sperare di trovarsi almeno un follower che lo applaude entusiasta, e conferma la sua illusione di saperla lunga.

  • Ho notato dai miei studi che la conoscenza della comunicazione e dei modi di comunicare ha cambiato la mia comunicazione. Quanto ritiene sia importante far conoscere questo ambito alle persone? e perché?

Se sappiamo come la comunicazione funziona, capiamo meglio gli altri. E, soprattutto, riusciamo a farci capire meglio dagli altri.

  • Siamo arrivate all’ultima domanda. Devo ammettere che mi ha colpito molto il suo stile di scrittura, il fatto che Il coltellino svizzero presenta degli argomenti complessi spiegati in maniera intuitiva e divertente, senza mai cadere nel banale o risultare ridondante. Perciò, Per quale pubblico è pensato questo libro? 

Un coltellino svizzero è un attrezzo utile, versatile, leggero. Questo libro vuole essere esattamente così. Non è un libro di autoaiuto. Non è un manuale per fare meglio qualcosa. È una serie di piccoli attrezzi molto affilati, utili per capire, decidere, progettare, comunicare meglio. Tutto ciò sembra piacere molto ai lettori: fino a oggi ho avuto riscontri molto positivi, e a poco più di due mesi dall’uscita il libro ha già avuto due ristampe. A chi è dedicato? Semplice: a tutte le persone curiose di se stesse e del mondo che ci circonda.

Ringrazio Annamaria Testa a nome di CulturArte per aver partecipato a questo articolo. Vi invito a visitare il suo blog e ad approfondire questi argomenti, perché come ha detto dell’intervista: “Se sappiamo, capiamo meglio e riusciamo a farci capire”.Inoltre, suggerisco la lettura de Il coltellino svizzero, un libro in grado di coinvolgere il lettore nei meccanismi e nei processi della mente. Spiegando comportamenti, situazioni e raccontando aneddoti Annamaria Testa ci regala una lettura utile e senz’altro interessante.

-Alessandra Marenga

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xCARACOx – “Tutto è perfetto, sicuro di morire”

Molte volte ho avuto l’occasione di andare a sentire dei concerti della scena underground romana e non solo, ma già dal primo ascolto sono rimasta affascinata dagli xCARACOx, gruppo grind/hardcore romano composto da Claudia Rae Acciarino, cantate e autrice dei testi, Andrea Laurita alla chitarra, Antonio Lipari in qualità di bassista e Giorgio Natangeli, batterista.

I pezzi sono piuttosto variegati, sia a livello musicale dove si spazia da sonorità più cupe a ritmi e suoni vicini al punk più movimentato, sia a livello tematico, dai più sarcastici come “Vasectomia” e “Siberia”-quest’ultima definita ironicamente come “Una canzone per l’estate”- alle più dure e inquietanti “Br-exit” e “V x Cambiamento” fino alla canzone che spesso apre i loro concerti ed è probabilmente la mia preferita: “Sicuro di morire”. Mi hanno subito appassionato per il ritmo travolgente -che non di rado fa scatenare la folla nel pogo– e l’incredibile presenza scenica di Claudia che canta in growl; ma il mio interesse si è concretizzato quando ho appreso che i testi e le tematiche derivano direttamente dagli scritti del filosofo Albert Caraco (1919-1971).

Ho cercato di saperne di più attraverso la lettura dei suoi testi e parlando direttamente con Claudia.

Come hai conosciuto Caraco e il suo pensiero?

Sono Laureata in “Filosofia e Studi teorico-critici” alla Sapienza e mi ero avvicinata al pensiero nichilista del Novecento tramite lo studio di pensatori come Adorno e in particolare Foucault sul quale ho scritto la tesi di laurea, ma Caraco l’ho conosciuto molto dopo, quasi per caso, tramite i miei soci del “Dal Verme” [ex circolo Arci, ndr] anch’essi studiosi di arte e filosofia. Da lì ho iniziato ad approfondire leggendo oltre a “Breviario del Caos” anche gli altri suoi scritti tra cui “Post Mortem”. L’ho trovato subito illuminante, apocalittico, stupendo.

Come sono nati gli xCARACOx?

Il gruppo è nato quasi per gioco con Lipari [Antonio Lipari, bassista, ndr] anche lui studente di filosofia. Le “X” attorno al nome nell’ambiente musicale grind/hardcore solitamente rimandano al movimento straight edge che ha come fondamento la rinuncia ad alcol, droga, sesso occasionale, talvolta al nutrirsi di carne. Noi non siamo straight edge e chi ci conosce lo sa [lo dice sorridendo], ma nel nostro caso le X rappresentano la rinuncia a tutto di cui parla Caraco, il “Grande Basta” di cui si parla ironicamente in un pezzo.

Come interpreti il pensiero nichilista e quasi stoico di Caraco della rinuncia alla vita e agli istinti come quello di riprodursi, dopo quasi cinquant’anni dalla sua morte?

Caraco è un personaggio estremo e “storto”. E’ sudamericano naturalizzato francese, ha un rapporto conflittuale con la madre descritto in “Post Mortem”, è ebreo ma critica gli ebrei e sceglie di suicidarsi immediatamente dopo la morte del padre per non arrecargli dolore, benché avesse già lucidamente deciso di togliersi la vita come gesto di ribellione e di autodeterminazione.

Sulla sua vita sentimentale si sa poco, ma la sua visione dell’accoppiamento si distanzia dal concetto imposto dalla società e dalla religione di riproduzione come una cosa del tutto naturale, ma vede la spinta delle masse a procreare come dettata da ragioni politiche di sopraffazione di classe, di sfruttamento del lavoro di esse da parte dell’élite e in particolare come carne da sacrificare nelle guerre. Come ogni specie arriva ad autoeliminarsi quando diventa troppo numerosa, anche l’uomo segue lo stesso concetto. Ma invece di usare gli strumenti di controllo delle nascite ha continuato a riprodursi sempre di più fino a distruggere se stesso e la natura, che Caraco rappresenta nella sua totalità, quindi anche come morte, distruzione, fine di una specie ed inizio di un’altra. In sintesi, secondo Caraco l’uomo ha forzato la natura per continuare a moltiplicarsi, infliggendo una sofferenza sterile alla sua razza e alla natura stessa. La crudeltà della Natura prevale su quella dell’uomo, in ogni caso.

Questa piena consapevolezza della morte in Caraco ci rende più liberi e forse più felici?

Sicuramente più liberi. Perché privarsi delle scelte che ci fanno stare bene? Perché scegliere una vita omologata che è funzionale agli interessi di qualcun altro, comunque destinato anch’esso alla morte, se non è quello che vogliamo e se siamo consapevoli della sua natura effimera? In questo modo la routine della vita quotidiana di un lavoro alienante diventa una falsa eternità nella quale perdiamo le nostre vite e anche trent’anni passano in un lungo eterno attimo. La vita non perdona, la morte non perdona.

D’altra parte l’individualismo spinto di Caraco, già presente in Nietzsche e Cioran, costringe ad un lavoro di autocoscienza molto forte nel quale le responsabilità, il senso di colpa, il dolore per una tragedia ricadono esclusivamente sul singolo. La massa ti protegge, ti deresponsabilizza. L’etica nell’individualismo si riduce alle scelte libere del singolo che esulano dal concetto di colpa proprio delle religioni, ad esempio, ma anche se vogliamo all’appartenenza ad uno Stato.

Qual è stato l’impatto del pensiero di Caraco nella tua vita?

La scelta di vita di suonare e produrre nell’ambiente underground, frequentare sin da giovanissima ed essere attiva negli squat, realtà anarchiche precisamente politicizzate, ambienti culturali vivaci e poco omologati, sposare delle cause, così come più banalmente andare in montagna, o il lavoro che ho scelto per campare, mi permette di essere coerente con la mia etica personale nonostante i chiari compromessi che derivano dalla nostra partecipazione alla società. L’unico modo per tirarsene fuori sarebbe la scelta di totale isolamento e ritorno alla piena natura, ma questa è un scelta estrema anche per me, comunque non si sa mai [sorride]. Eppure ormai siamo qui, siamo stati gettati nel mondo e siamo in ballo dunque vivendo in armonia con la consapevolezza della fine il procedimento quotidiano dovrebbe puntare alla ricerca della comprensione di ciò che abbiamo intorno ed essere curiosi. E’ questo l’unico modo per poter dire di essere stati vivi, cercare di disperarsi sempre meno e portare questo fuoco finché si può.

E qui cito i Marnero [gruppo post-metal/hardcore bolognese, ndr]

E fra bruciare ed estinguersi la scelta è bruciare
per poter dire di essere stati una volta vivi.

-Alessandra Testoni

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“Mi piace pensare a noi come a una famiglia di artigiani, con l’insegna dei negozi storici: Proietti e figlie”

Carlotta Proietti, talentuosissima attrice di teatro ma anche del piccolo schermo, ottima cantante e conduttrice televisiva, si racconta e ci racconta con spontaneità e freschezza dei suoi lavori più recenti, del suo importante percorso artistico e della sua “famiglia di artigiani”.

 

Dunque Carlotta, cominciamo dal successo di quest’estate: il Silvano Toti Globe Theatre di Roma ti ha vista protagonista (nel ruolo di Caterina Minola), dal 31 agosto al 16 settembre, de La Bisbetica Domata di William Shakespeare. Affiancata da un cast non meno eccezionale e dalla sapiente e arguta regia di Loredana Scaramella, hai ricevuto ottime critiche e svariati “bravo” dal pubblico. Tuttavia nasce spontanea una riflessione di timbro leggermente amaro. Una riflessione su -come riporta il sito web ufficiale del Globe Theatre- «quell’ultimo lungo monologo nel quale la ex bisbetica e indomita Caterina tesse le lodi della mitezza e della soggezione allo sposo. Quello sposo che dal momento in cui la incontra la sfida, la affronta, la inganna, la porta con sé in una casa inospitale […] e la riduce prima al silenzio e poi alla conversione a discorsi non suoi.». Avrai risposto già tante volte a questa domanda ma, da donna e da tua fan, non posso proprio esimermene: cosa ha significato per te e per l’intero cast, ad oggi, prendere parte ad una commedia tramite la quale lo stesso Shakespeare intendeva criticare il ruolo e la condizione della donna già in epoca elisabettiana?

Carlotta Proietti: Ha significato un grande privilegio: Shakespeare è un autore immenso. Non credo alla tesi del Bardo antifemminista perché non avrebbe collocato una storia all’interno di un’altra così come ha fatto, cominciando con un prologo che narra una vicenda totalmente staccata da quella di Petruccio e Caterina. In ogni caso la questione rapporto uomo-donna ha suscitato molte discussioni e interessanti chiacchierate con la nostra regista, Loredana Scaramella e con il resto della compagnia. Lei ha deciso di ambientare la pièce negli anni 30, nel ventennio fascista. La sua scelta era volta a raccontare la donna di quell’epoca – una figura che cominciava ad emanciparsi ma che era ancora vista come una figura valida per la società in quanto madre e moglie, non in quanto donna autonoma. Noi raccontiamo Caterina come una donna con la sua personalità che non è disposta a modificare per sottostare alle regole della società, e che cambia con l’arrivo di Petruccio nella sua vita, il quale la costringe a piegarsi all’obbedienza della volontà maschile. Tuttavia quando si arriva al finale torna Sly, il protagonista del prologo. La commedia nella commedia a quel punto si “smonta”; cadono le maschere, vengono via le parrucche, quello che vi abbiamo raccontato è semplicemente una “favola”. Sly recita la sua celebre battuta affermando di saper “domare una donna indiavolata” perché lo ha visto fare da Petruccio con Caterina, e in risposta a questo l’intera compagnia rientra in palcoscenico – da attori, non più da personaggi – e canta la canzone Illusione. Questo per dire che ciò che avete visto è illusorio, è finzione, non è vero niente.

Noi l’abbiamo gestita in questo modo, sperando di comunicare al pubblico non certo la visione di una donna sottomessa all’uomo ma bensì una favola che si scioglie nella fine di uno spettacolo (nello spettacolo), una fiaba il cui epilogo rimette tutti a paro. E’ una compagnia di teatro di varietà in cui un gerarca fascista si è imposto come attore…e così facendo probabilmente si è reso anche piuttosto ridicolo.

 

Hai recentemente annunciato sui social che tornerai/sei tornata a trovare il “paterno” palco della seconda stagione di Cavalli di Battaglia ma la tua prossima esperienza a teatro, se non vado errata, consisterà nel ruolo della co-protagonista Nina ne La commedia di Gaetanaccio di Luigi Magni. Affiancherai Giorgio Tirabassi nel ruolo di Gaetanaccio, per l’appunto, in questa meravigliosa commedia diretta da Giancarlo Fares che torna in scena al Teatro Eliseo di Roma (dal 19/02 al 10/03/2019) a quarant’anni esatti dal suo debutto. Come riporta il sito ufficiale dell’Eliseo, la tua presenza nel cast vuole anche in qualche modo suggerire una sorta di continuità con l’allestimento storico dello spettacolo, allora diretto e interpretato da Gigi Proietti. Anche in base a questo, cos’è per te questa commedia?

Per me significa un’enorme responsabilità. La stessa che sento in qualsiasi nuovo lavoro intraprenda, ma in questo caso si tratta di un testo che conosco da sempre e di cui ho ascoltato le canzoni fin da bambina. Purtroppo non l’ho visto perché non ero nata, ma non avrei mai immaginato di avere il privilegio di interpretare un personaggio scritto da Gigi Magni e la cosa mi emoziona. L’aspetto bizzarro è che non è stata un’idea di mio padre, al contrario quello di Gaetanaccio, nella sua nuova edizione, è un gruppo di lavoro con cui collaboro per la prima volta e sono davvero lusingata che abbiano voluto me per il ruolo di Nina. Significa per me una grande gioia.

 

Attrice, cantante, conduttrice televisiva, saranno in tanti a pensare che l’essere figlia di Gigi Proietti ti abbia aperto varie strade o quantomeno aiutata, sbaglio? Pur ritenendo che tu abbia a prescindere un talento straordinario, indubbiamente anche coltivato (ma non veicolato) da un’educazione artistica importante al livello familiare, immagino debba essere stato difficile a volte uscire dal pregiudizio del “figlio di…”.

Inizio con lo svelarti che prima di essere figlia d’arte, sono nipote d’arte. Mia nonna materna era austriaca, una cantante e ballerina del varietà. Quindi chi vuole può recriminarmi intere generazioni di raccomandazioni! Scherzi a parte, essere “figlia di” per me è prima di tutto un privilegio. Significa crescere nel parco giochi più divertente che c’è: il teatro. Un luogo che ti fa sognare ma che ti insegna continuamente qualcosa, anche tuo malgrado. Potrei dirti che “non è facile” ma cosa è facile? Penso ci siano enormi difficoltà così come gioie e soddisfazioni in qualsiasi strada si scelga di percorrere, se vuoi fare le cose per bene. Il mio lavoro è la mia passione e questo lo condivido con mio padre. Se c’è una cosa che definirei – più che difficile – complessa è stato capire che tra me e il pubblico c’è un filtro: il pregiudizio. Ma non biasimo chi giudica senza conoscere (il mio cognome arriva prima di me) perché lo faccio anch’io quando vedo un figlio d’arte! Quindi la cosa migliore da fare nel mio caso è stato lavorare perché questo non diventasse un ostacolo, perché non sia un “problema”. Ho la fortuna di stimare mio padre e di avere con lui un bellissimo rapporto di stima reciproca e scambio. Sicuramente ci sarà sempre chi penserà male di me ma per questo non posso fare nulla. Lo accetto e sono orgogliosa di far parte di una famiglia dove si ha grande rispetto del proprio lavoro e che collabora come un gruppo (mia sorella è scenografa e costumista). Mi piace pensare a noi come a una famiglia di artigiani, con l’insegna dei negozi storici, Proietti e figlie. D’altra parte ogni mestiere è un’arte; noi siamo figlie di questa.

 

Qualche tempo fa vidi per la prima volta, restandone immensamente colpita, il video del discorso che Robert De Niro tenne nel 2015 ai neo-laureati della Tisch, l’accademia delle arti di New York. Tra il brutale e l’ironico alcune delle sue parole furono: «Da oggi comincia un lungo percorso di rifiuti e porte sbattute in faccia. […] Un rifiuto può far male ma, secondo me, ha davvero poco a che fare con chi siete. Quando fate un’audizione o una presentazione, un regista o un produttore o un investitore spesso ha qualcos’altro in mente. Ecco come vanno le cose». Proprio ritenendo che nonostante il tuo cognome questo difficile mondo sia stato a volte un po’cattivo anche con te, come con tutti, vorrei chiederti di commentare queste parole e lanciare un messaggio a tutti i giovani che preferiscono ignorare il fuoco artistico che sentono bruciargli dentro pur di non intraprendere un percorso così difficile e a tratti doloroso.

Nonostante il mio cognome ho fatto numerosi provini finiti male e più di un’agenzia di spettacolo mi ha rifiutata proprio per il cognome che porto. Ovviamente posso parlare solo della mia esperienza e ho fatto un percorso un po’ singolare: nasco come cantante e non pensavo mai di recitare. Poi piuttosto “tardi” (a 30 anni) mi sono accorta che volevo migliorarmi, acquisire nozioni tecniche da palcoscenico per continuare la carriera di cantante e cantautrice in modo più completo e professionale. Così mi sono iscritta a una scuola di teatro (Il Cantiere Teatrale di Roma) e ho studiato. Ci tengo a dirlo certo non per vantarmi, ma perché credo sia importante avere la voglia di migliorarsi, sempre, e non credere che con un provino si diventi “famosi”. Sì, può succedere, ma bisogna a mio avviso prendere questo mestiere molto seriamente: con la dovuta preparazione, lo studio, i sacrifici, l’impegno, la “gavetta”, ma soprattutto la curiosità. Finita la scuola, ho avuto la fortuna di conoscere degli attori coi quali ci siamo “autoprodotti” per circa quattro anni. L’autoproduzione in teatro vuol dire fare tutto da sé, dal concepire un’idea fino a montare e smontare le scenografie. E ovviamente andare in scena la sera! Tutto questo semplicemente per dire che se si vuole fare, specie oggi, il mestiere dell’attore, ritengo si debba essere pronti a tutto non dimenticando mai da dove si viene.

 

Per concludere, dal momento che credo di averti già trattenuta abbastanza, mi ricollego alla natura un po’ dolceamara de La commedia di Gaetanaccio che affronta temi incredibilmente attuali. Da frequentatrice assidua di cinema e teatri soprattutto, ti chiedo: quanto è rischioso produrre nuove opere teatrali in un mondo che va veloce e ha sempre meno tempo per nutrire le arti? Gaetanaccio e gli altri teatranti fanno la fame e sono costretti ad “inventarsi la vita” per poter andare avanti. Non è assolutamente la stessa esasperata situazione, è chiaro, ma hai mai avvertito la sensazione che un’opera originale e dunque non già avvolta da notorietà non ricevesse adeguati riconoscimenti e attenzione? Che significa essere oggi un attore teatrale?

In un momento in cui si viaggia veloce e sull’onda dell’emotività (clicco su un post se mi attira), sarebbe giusto approfondire, non fermarsi alla superficie ma andare oltre. Per fare un parallelo, di un giornale (cartaceo o digitale) non leggere solo i titoli ma gli articoli interi. Ogni stimolo, ad esempio una parola nuova che si impara, apre una porta. Insomma, penso sia necessario avere curiosità. Tanta e inesauribile. Vedere spettacoli, film, concerti, di tutti i generi. Tenersi informati su quello che succede, di quali sono le tendenze, non seguire per forza le mode ma nemmeno disdegnare un progetto solo perché “mainstream”.

Il rischio nel produrre qualcosa di nuovo c’è sempre, ma è proprio questa la funzione del teatro. La commedia di Gaetanaccio racconta di un personaggio vissuto nel ‘700. Magni usa il pretesto di un burattinaio realmente esistito, che sbeffeggiava i potenti del suo tempo, come parallelo del momento storico in cui scrive la commedia (siamo nel ‘78), quindi del contrasto tra artisti e intellettuali. Allora era una nuova produzione, oggi è una ripresa ma sarà una versione totalmente nuova, verrà recepita in modo diverso e secondo me sarà interessante vedere come.

Rimanendo in tema Gaetanaccio, ritengo che per essere attori oggi bisogna avere una predisposizione a reinventarsi continuamente. E’ una vita che ti mette a dura prova perché alterna periodi colmi di impegni a mesi senza lavoro. E’ un ambiente duro come qualsiasi altro. Se non altro noi abbiamo il vantaggio di sentire meno la “crisi”: il teatro è in crisi da sempre. Non voglio finire con questa nota amara ma preferisco essere sincera. Non è semplice la vita dell’attore di teatro, nemmeno per me che ho la fortuna di esserci cresciuta. Ma quello che ti da in cambio è semplicemente  insostituibile.

 

Anche noi preferiamo indubbiamente la sincerità. Grazie per il tuo tempo Carlotta e in bocca al lupo (anche se in ambito teatrale l’espressione adatta sarebbe “tanta mer*a!”) per La Commedia di Gaetanaccio e per tutti i tuoi prossimi lavori.

-Margerita Cignitti

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Itziar Ituño: Raquel Murillo, as mulheres e o País Basco

Aqui a versão portuguesa da entrevista com Itziar Ituño -mais conhecida como Raquel Murillo na série de televisão La Casa De Papel– realizada por Beatrice Tominic durante o Festival L’Eredità delle donne (A Herança Das Mulheres) que teve lugar em Florença de 21 a 23 de Setembro de 2018.

Beatrice Tominic: Muito obrigada pela sua disponibilidade. Nós somos de Culturarte, o jornal universitário da Universidade Roma Tre. Então, La Casa De Papel é uma das séries de televisão mais conhecidas do ano passado. A personagem da senhora em particular é uma das mais importantes: Raquel Murillo. Ela é uma mulher que trabalha num mundo de homens mas é também mãe. O que é que lhe fez escolher este papel? Foi também a personalidade da personagem que influenciou a sua decisão?

Itziar Ituño: Na verdade eu não escolhi este papel, fiz o casting e eles me escolheram para ser Raquel Murillo. Neste mundo não é possível decidir que papel interpretar mas digamos que é o personagem que te escolhe. Todavia gostei de Raquel porque é uma mulher que tem muitas coisas contra dela, que vive num ambiente de homens, relativamente à sua profissão, lutando por seu sítio, às vezes pela filha contra seu ex-marido e por último pela mãe. Em resumo, ela é uma Super Mulher para mim e fiquei muito contente por ter tido a oportunidade de interpretar esta mulher tão forte e ao mesmo tempo vulnerável às vezes.

Tominic: (falando sobre a cena da famosa citação “Que comece o matriarcado!”) Mesmo que a senhora não apareceu nesta cena, é uma das quais eu gosto maiormente. Acha que a sociedade de hoje em Espanha, bem como em Itália, precisa realmente duma mudança tão radical, duma revolução matriarcal?

Ituño: Sim! Sim, sem dúvida. Acho que é absolutamente tempo de nós mulheres nos impusermos e começarmos a falar do que podemos fazer e do que queremos fazer. Queremos que o que nós dizemos e fazemos tenha a mesma importância e consideração do que os homens dizem ou fazem. No entanto, para que tal aconteça, é necessário bater com o punho na mesa e mudar as coisas.

Tominic: Alguns dizem que a senhora é favorável à independência do País Basco, eu quero fazer-lhe uma pergunta mais genérica sobre a unidade do seu país mas sobretudo da Europa no seu todo: atualmente na Europa o que é que funciona e o que, em vez, acha que é preciso mudar?

Ituño: Eu acho que os povos originais, os mais pequenos, não são muito respeitados nesta Europa. Os estados mais grandes comeram as pequenas culturas. Muitos povos pequenos que sobreviveram ao longo dos séculos, por exemplo no caso de Espanha o povo basco, o povo catalão e o povo galego, sacrificaram a sua própria cultura e língua e agora estão em perigo de extinção. Por isso digo que esta Europa não é uma Europa dos povos mas dos estados e até ao momento em que seja uma Europa dos povos nós continuaremos a reivindicar o que é a nossa cultura ancestral, a nossa língua.

Tominic: Esta é a penúltima pergunta, então serei um pouco mais breve agora. Esto festival se chama A Herança Das Mulheres porque anteriormente foram mulheres que nos abriram caminho na vida, digamos assim. Então o que é que a senhora fica mais contente por ter recebido pelas mulheres do passado e o que é que deseja deixar às mulheres vindouras?

Ituño: Eu recebi de minha mãe e de minha avó, como cultura basca, a idéia da mulher que deve ter um peso muito importante na vida pública e por isso sou muito consciente dos evidentes problemas que todas nós mulheres atualmente temos. Acho que o que deveríamos deixar como herança às mulheres vindouras e aos homens também é um exemplo de mulheres livres, autónomas e fortes que se juntam para mudar em conjunto este sistema que não funciona. Não funciona de todo.

Tominic: Um exemplo de mulheres como Raquel?

Ituño: Sim! Mulheres como ela, precisamente.

Tominic: Por último, deixe-me fazer-lhe uma pergunta como fã: antes de começar a terceira temporada de La Casa De Papel, a senhora tem alguma antecipação para partilhar connosco?

Ituño: Só posso dizer que vamos gravar a terceira temporada e acho que haverá também a quarta. Mas não posso dizer mais. Na verdade nós não sabemos quais são os personagens que vão continuar e qual vai ser a trama. Então também é que não sei muito.

 

                                     -Tradução em português realizada por Margherita Cignitti