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Caoslandia: la mancanza di un ordine globale

Quando la globalizzazione sembrava il destino del mondo, il Pentagono produsse un planisfero geopolitico che divideva il pianeta in due: l’area globalizzata, “ordinata”, imperniata su Stati Uniti, Europa atlantica e Nord euroasiatico e l’area “globalizzanda”, “caotica”, che investiva la fascia tropicale del pianeta, dall’America centrale all’oceano Indiano passando per la quasi totalità dell’Africa e del Medio Oriente, con incursioni sia nell’America del Sud che nell’Asia centrale. Nella mente di chi ci ha preceduto la fine della guerra fredda avrebbe significato la costruzione di un nuovo pacifico ordine globale in un mondo decolonizzato. Ma le aspettative, così vive nell’ultimo decennio del XX secolo, sono rapidamente evaporate e dalla coltre di vapore è emersa la “Caoslandia”, l’area di massima concentrazione dei conflitti, del terrorismo e della dissoluzione degli Stati.

Il mondo dell’ordine e quello del caos si toccano lungo alcune linee di faglia presso le quali interagiscono e si influenzano: il Mediterraneo, che convoglia verso l’Europa la pressione migratoria proveniente dal Medio Oriente e dal Nordafrica; l’Intermarium, sorta di nuova cortina di ferro tra il Baltico e il Mar Nero dove si concentrano le tensioni tra la Nato e la Russia; infine il Mar Cinese, la cui sovranità è contesa tra la Cina e gli Stati Uniti. Stati Uniti, Cina e Russia, all’interno di questo ordine, sono le tre potenze mondiali contemporanee. Gli USA sono la superpotenza e il loro predominio, nonostante le prime forti avvisaglie, non è attualmente in discussione. Il principale sfidante, la Cina, è ancora a distanza di sicurezza (seppur il suo passo diviene minaccioso) e deve affrontare l’offensiva di Washington su vari piani: da Taiwan alla Corea del Nord, dalla guerra commerciale alla competizione nell’intelligenza artificiale. La Russia agisce da grande potenza, ma ha mezzi molto limitati rispetto al periodo sovietico e ha problemi a conservare la propria sfera di influenza, come dimostra la guerra in Ucraina.

Secondo l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, attualmente, fra guerre internazionali, civili, conflitti etnici, guerriglie contro cartelli della droga, gruppi paramilitari ed anarchici, 40 sono i conflitti combattuti sul nostro pianeta. Ma a tale conta potremmo aggiungere il Brasile, che con la sua criminalità ha collezionato più di 63 mila morti nel 2017, o la Birmania, dove dal 1948 è in corso una strisciante guerra interna. Ma ancora, si potrebbero aggiungere le profonde e croniche tensioni politiche fra paesi come la Corea del Sud e del Nord, o fra l’area non autonoma del Sahara Occidentale e Marocco. Sono solo esempi. L’ONU, con le sue missioni di peacekeeping, sta intervenendo solo in 15 di questi conflitti, senza, per di più, registrare importanti risultati.

La pace è in minoranza, rendendo in minoranza l’Occidente. Per quanto non ci appaia lampante, quello che consideriamo essere il “nostro” mondo è un’eccezione all’interno del più variegato scenario mondiale. Stati Uniti, Canada, Europa occidentale, Oceania ed alcuni paesi del Sud America: solo queste aree godono della pace ad oggi. Ne discende un’inevitabile sfida economica, sociale e politica fra il mondo dell’ordine e Caoslandia. Mentre il primo sembra arretrare, crescendo all’interno di un isolamento e soffrendo l’incapacità di offrire un nuovo paradigma di convivenza internazionale, il secondo si espande, diffondendo l’instabilità che sempre più si avvicina verso i nostri confini.

D1UVesQWoAE0jc7Immagine ©Limes

I due conflitti mondiali, che segnarono la prima metà del “secolo breve” (il Novecento nella mente dello storico marxista Hobsbawn), distrussero le potenzialità egemoniche europee. Dall’idea che l’Europa dominasse il mondo, nel corso degli anni a cavallo fra XIX e XX secolo, nacque l’inevitabile corollario: chi guida l’Europa, guida il mondo. Ma dal 1945 non fu più possibile. Successivamente, il paradigma della guerra fredda generò, lungo la seconda metà del “secolo breve”, l’ultimo filtro con cui gestire il grande vortice di cambiamento mondiale, alimentato dal crescente processo decolonizzazione e da un tortuoso (ma non per questo condannabile) sentiero di crescita economica. Oggi la volatilità, l’incertezza istituzionale ed economica si diffondono a macchia d’olio in un “sistema mondo” che patisce un vuoto di potenza, cioè di controllo.

Il mondo globalizzato continua a crescere demograficamente ed economicamente, ma è percorso da diverse linee di tensione internazionale, alcune originarie del mondo dell’ordine e altre del caos. La questione ambientale, quella climatica, i possibili problemi dovuti alla robotizzazione e al fabbisogno di un cambio del paradigma energetico sono solo alcuni dei futuri fattori di crisi di lungo periodo. Osservando i nostri giorni, attraverso una visione onnicomprensiva della realtà, il sottosviluppo di alcune aree geografiche appartenenti al “caos” sembra essere il principale elemento di squilibrio e disfacimento, il quale possiede con l’esistenza di disordini militari e civili un reciproco rapporto di dipendenza. Lo sviluppo capitalistico, ormai è chiaro, sta incontrando dei limiti di sostenibilità ed applicabilità a livello globale. Il paradigma che continuiamo, giustamente, ad applicare all’”ordine” richiede necessariamente delle modifiche per essere impiegato come criterio di ricostituzione e regolazione del “caos”. Sono tutte sfide e minacce che non possiamo evadere e che richiedono di ampliare costantemente il nostro orizzonte di ricerca e osservazione. In un mondo sempre più interconnesso, dove la dimensione dei fatti politici, sociali, culturali ed economici è incessantemente in espansione, anche il nostro occhio deve allargare l’orizzonte di analisi e cogliere i nessi che uniscono le vicende del nostro pianeta nella sua interezza, nel suo ordine e nel suo caos.

Per comprendere il nostro attuale spazio e tempo serve un metodo ed un linguaggio nuovo, serve riscrivere la storia come “storia globale”, cioè, per dirla con le parole dello storico tedesco Sebastian Conrad, “una forma di analisi storica nella quali fenomeni, eventi e processi vengono inquadrati in contesti globali”, un approccio che supera le visioni monoculturali e parziali a favore di uno attento ad evidenziare le connessioni, gli scambi, le istituzioni, la circolazione di uomini, merci, capitali ed idee all’interno di processi storici che si esplicano su scala globale. In definitiva, “la storia d’Europa non fu mai solo una questione europea”.

-Alessandro Berti

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“My parents said “don’t come back”. I come back.”

Oggi è il 25 Aprile, festa della Liberazione d’Italia dal regime nazifascista. Ma siamo davvero liberi dall’odio e dalle divisioni, dal terrore e dalle implicazioni di uno Stato che ci obbliga ad essere come vuole? Al via, proprio oggi, 25 Aprile, la mostra dedicata ai vincitori del World Press Photo 2019 concorso giunto ormai alla sessantaduesima edizione, specchio chiaro e definito delle vicende antropologiche della contemporaneità che viene espressa tramite gli scatti fotogiornalistici di reporter dipendenti da testate o indipendenti, al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Come si vede dal pannello che apre l’intera esposizione, dal 1955 per gli anni a venire, questo concorso fotografico ha avuto il compito non solo di documentare con un brillante gusto estetico le vicende del mondo, ma anche quello di descrivere in modo dettagliato e attento i problemi che hanno afflitto il nostro pianeta: vicende storiche come guerre e crisi si sono succedute e hanno trovato spazio ed espressione negli scatti, alcuni dei quali hanno realmente “fatto la storia” dell’arte fotografica e sono diventate iconiche per intere generazioni. Non è, pertanto, complesso intuire quali siano i temi più trattati e ricorrenti delle foto vincitrici del 2018 scelte fra 78,801 immagini realizzate da 4,783 fotografi provenienti da 129 Stati diversi: crisi ambientale e umanitaria la fanno da padrone nelle vicende storiche e culturali del 2018.

Quest’anno finalisti e candidati ai premi sono stati 43 provenienti da ben 25 diversi Paesi, il 32 % dei quali sono donne contro l’esiguo 12% dello scorso anno. In aumento la componente femminile anche nella giuria stessa del concorso in cui, su 17 giurati, 9 erano donne. Tra i vincitori quest’anno anche ben 4 italiani di cui uno premiato per il settore digitale. Numerose, infatti, sono state le novità di quest’anno. Presente e vivo ormai da più di mezzo secolo, il World Press Photo oltre a narrare e descrivere le vicende caratterizzanti del pianeta ha avuto e continua a sentire necessariamente il bisogno di rinnovarsi e rimodernarsi insieme al mondo stesso. Per questa ragione è stato istituito un nuovo premio dedicato al Digital Storytelling, una delle nuove frontiere del fotogiornalismo dell’epoca digitale.

Vincitore del World Press Photo del 2018 è lo scatto di John Moore Crying Girl on the Border in cui si vede piangere la piccola Yanela Sanchez mentre viene perquisita sua mamma Sandra alla frontiera al confine con il Texas. Originarie dell’Honduras, sono un caso emblematico di ciò che rappresentano oggi le spinte migratorie e la crisi umanitaria. Divenuta subito virale, ha senza dubbio contribuito a far rallentare grazie alla pessima risonanza mediatica la politica di Donald Trump ed è divenuta strumento politico utilizzato sia da esponenti di destra che di sinistra per portare avanti le proprie idee. Al primo posto per le Photo Stories il repotage sul medesimo argomento, The Migrant Caravan, documentato dagli scatti di Pieter Ten Hooper. Nato con lo scopo di realizzare foto d’amore, è divenuto una documentazione dettagliata della vita quotidiana vissuta dai migranti durante il viaggio nelle carovane. Di seguito lo slideshow.

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Il titolo stesso dell’articolo, però, si riferisce al progetto vincitore del terzo premio Short realizzato da Matteo Delbò e Chiara Avesani che hanno seguito il rientro in patria di Ghadeer il quale, una volta rientrato a Mosul dopo aver vissuto per circa 6 anni in Europa, decide di impegnarsi per aprire una radio libera, priva di alcuna affiliazione politica con libertà di espressione che possa puntare all’empowerment of the youth.
La sua generazione che oggi si trova sulla trentina d’anni, nel corso della sua vita ha assistito ad almeno quattro diverse guerre tutte con conseguenze spiacevoli e sanguinose. Dopo il suo viaggio in Europa, una volta entrato in contatto con la storia dei Paesi europei, ha studiato un modo per ripartire, emulando una Germania rinata dopo il grigiore della seconda guerra mondiale. Quando i suoi genitori lo hanno messo di fronte alla miseria che vivevano ancora nel loro Paese, consigliandogli di non tornare, Ghadeer ha invece deciso di riprendere in mano la sua vita e, nel suo piccolo, il suo Paese perché aveva la visione di qualcosa che stava per iniziare con impegno, sacrificio e passione. Ciò che più ha colpito lo stesso Delbò è stata la capacità di questo giovane di conoscere e riscoprire il dopoguerra europeo e ricominciare prendendo esempio da quello che spesso gli europei stessi, giovani e non, dimenticano.
In un giorno come il 25 Aprile, arrivato anche grazie alla fruizione di radio segrete, un messaggio come quello di Ghadeer è ancora più importante e pregno di speranza per un nuovo inizio.

-Beatrice Tominic

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La guerra civile in Ucraina – uno sguardo ampliato e retrospettivo

Ucraina: “terra di confine”. Questo è il suo significato. In parte il suo destino. Cos’è, infatti, l’Ucraina se non il confine fra due “Europe”. Uno spazio conteso nei secoli e sempre sottoposto a longevi domini: quello scandinavo (i famosi Rus’) e mongolo nel Medioevo; quello polacco, austriaco e russo in età moderna e contemporanea. Oggi, il secondo stato europeo per estensione territoriale dopo la stessa Russia, è nuovamente “frontiera”, un vero campo di battaglia, divenendo, suo malgrado, la cartina tornasole sia del carattere imperiale di Mosca che della debolezza politica dell’Unione Europea. Per questo, e per molto altro, è impossibile capire la guerra civile ucraina senza ampliare lo sguardo di analisi e tornare indietro di qualche anno nel passato.

La fine dell’impero sovietico, contestualmente alla fine della guerra fredda, svuotò di senso l’idea di Europa occidentale. Senza Est, niente Ovest. Nel 1992 nasceva l’Europa, sotto una nuova veste unitaria. Per la prima volta dalla fine del secondo conflitto mondiale, i popoli europei erano chiamati ad assumersi le responsabilità dirette che al tempo della guerra fredda erano state loro risparmiate dall’essere assegnate ai due campi contrapposti, divisi dalla cortina di ferro. Mentre i paesi appartenenti al patto atlantico fondarono l’Unione Europea, gli ex satelliti di Mosca riacquisirono un certo grado di libertà e tentarono, con diverso successo, di agganciarsi al treno del benessere
occidentale.

Il 1° Maggio del 2004 Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria e Slovenia (insieme a Malta e Cipro) aderirono all’Unione.
Tuttavia, in tali dinamiche si annidavano fattori di squilibrio geopolitico non indifferenti. In primo luogo, l’operazione necessitava di una leadership economica, diplomatica e politica all’interno delle istituzioni europee, che colmasse quel vuoto di potere lasciato dal relativo ripiegamento americano dal vecchio continente. In secondo luogo, l’allargamento ad Est dell’Unione Europea disegnava un futuro conflitto indiretto con la nuova Federazione Russa. Gli interessi geopolitici ed economici erano chiaramente conflittuali. Da un lato, si voleva puntellare ed isolare l’influenza russa, includendo nel sistema produttivo e commerciale europeo i paesi vicini, dotati di manodopera qualificata e a basso costo, risorse e possibilità utili ad ampliare la base economica della neonata Unione. Dall’altro, Putin, eletto presidente della Federazione Russa nel 2000, inaugurava l’era del “riscatto della Russia”. L’obiettivo era ricostruire una sfera d’influenza, evitando lo scontro con gli USA, mantenendo accordi equilibrati con l’Europa occidentale e restringendo la presa sui territori di quella Orientale, fondamentali per consolidare l’economia russa che si basa per lo più sull’esportazione di risorse energetiche attraverso gasdotti e oleodotti.

Nello spazio “euro-russo” le tensioni fra Mosca e Bruxelles si accesero, ma nessuna leadership europea comparve. Nei primi anni Duemila, la Federazione Russa, dopo aver risposto alla profondissima crisi economica, politica e sociale successiva alla dissoluzione sovietica, rivolse le attenzioni alle proprie frontiere, presso le quali emergevano non poche debolezze. Rovesciando le relazioni della guerra fredda, Mosca coltivava rapporti migliori con l’Europa occidentale piuttosto che con quella orientale, formata dalle ex repubbliche sorelle sovietiche. Ciò implicava un inaccettabile deficit di sicurezza alle frontiere occidentali. Mentre le velleità separatiste delle regioni caucasiche vennero represse militarmente (in Georgia, nell’agosto del 2008, e in Cecenia, con una
lunga guerra dal 1999 al 2009), in Europa si aprirono dei fronti di dialogo. I risultati furono eterogenei. Le repubbliche baltiche si allontanarono definitivamente dalla Russia facendosi scudo della NATO e dell’UE, la Bielorussia accettò una forma di vassallaggio moderno, entrando di fatto all’interno della Federazione. A restare in bilico fu proprio l’Ucraina.

Questa entità nazionale, che potremmo definire anomala, era percorsa internamente da profonde tensioni sociali e portava con sé il fardello di non aver mai avuto un’indipendenza formale, di non aver mai costruito un’identità puramente nazionale. In Ucraina è presente una fortissima minoranza di etnia russa, o comunque russofona, pari a circa il 17% della popolazione. Questa risiede nelle regioni ad Est, in particolar modo nel Donbass e in Crimea, dove raggiunge i due terzi della popolazione. Tale minoranza, la diffusa corruzione e l’instabilità politica si rivelarono i principali fattori di squilibrio del paese. Non ci si deve meravigliare allora se l’Ucraina abbia attraversato negli ultimi 15 anni continue crisi, stravolgimenti, ed oscillando ha teso la mano prima all’Unione Europea e poi nuovamente alla Federazione Russa, finendo per vacillare in balia degli attriti accumulati. Nel 2004 con la “Rivoluzione arancione” i due leader del movimento Viktor Yushchenko e Yulia Tymoshenko sconfissero, non senza difficoltà, il candidato filorusso Viktor Yanukovich, traghettando il paese verso Bruxelles, avviando le procedure di adesione. Ma la crisi politica ed economica sorta nel 2008 generò quel malcontento che bloccò il processo di integrazione europea e portò alla vittoria
lo stesso Yanukovich. Il dialogo con l’occidente terminò, inaugurando concretamente quello con la Federazione Russa di Putin. Ma nel novembre del 2013 la fazione civile più favorevole ad una posizione “europeista” scese in piazza: era l’Euromaidan. Un nuovo movimento popolare travolse il paese, macchiando le strade di Kiev di fin troppe vittime.

Il 24 febbraio del 2014 Yanukovich fuggì, il suo governo si dimise. Nuove elezioni vennero indette per il maggio successivo, ma la transizione fu dolorosa. Ribelli filorussi, non senza l’appoggio materiale di Putin, fra il marzo e l’aprile, presero il controllo militare ed amministrativo prima della Crimea, poi delle regioni del Donetsk e di Luhansk. Con diversi referendum, fortemente contestati, la Crimea si annetteva alla Federazione Russa e le due regioni separatiste sancivano l’indipendenza. La reazione governativa non poté mancare. Era l’inizio della guerra.

nuova_cortina_ferro_edito_916.jpg©Limes2016

Alla periferia di quella che definiamo essere la nostra comunità europea ben più di diecimila sono state le vittime fra militari, paramilitari e civili, numerose le violenze e torture su uomini e donne. Troppe poche attenzioni rivolgiamo a questo conflitto che ha unito drammaticamente le tensioni nazionali alle logiche economiche e geopolitiche internazionali, uno scontro in cui l’Unione Europea è necessariamente chiamata a mostrare la sua posizione. Alla crisi dell’euro e a quella migratoria si è aggiunta la crisi geopolitica per Bruxelles, sfide che richiedono compattezza, determinazione ed efficienza e che nascondono il futuro del vecchio continente. Di fatto la guerra, dopo i primi mesi cruenti, nel corso del 2015 si è paralizzata in un conflitto definito “a bassa intensità”, seppur non indolore, e oggi all’orizzonte non si presentano soluzioni.

 

-Alessandro Berti

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L’Universo in Espansione

Se comparata al tempo dell’universo, la storia dell’umanità risulta così effimera e di relativa grandezza che, se la nostra specie dovesse vedere ancora la luce dei secoli e dei millenni avvenire, ciò che viviamo ora non sarà stato che l’alba di un qualcosa che ancora neanche immaginiamo. Ma c’è e c’è sempre stato qualcuno che in questi tempi così terrestri si è ribellato alle leggi che ci vincolano sulla Terra, sono uomini di scienza che si sono distinti nella nostra breve storia per l’ardore di osare tanto. Esattamente un anno fa, il 14 marzo 2018, ci ha lasciati una delle persone che più ha saputo incarnare il sentimento di tensione verso il sapere, Prometeo dei tempi moderni, Stephen William Hawking. Avrei voluto scrivere qualcosa al tempo, l’astrofisico inglese morì proprio mentre stavo leggendo il suo famoso libro di divulgazione scientifica Dal Big Bang ai Buchi Neri, ad un anno di distanza ho deciso di rimediare; “L’Universo in espansione” è il titolo del terzo capitolo del suo libro, poche semplici parole che dicono tanto, dell’umanità, della natura, del nostro rapporto con la conoscenza, del nostro viaggio nella storia. Mi risultava difficile, essenzialmente, trovare un titolo migliore per questo editoriale.

Parlare di scienza era per Hawking una missione, lo ha sempre fatto ad ogni costo e questo deve essere il più grande lascito ideologico per l’umanità. Nonostante l’ateismo conclamato, ha avuto l’occasione d’incontrare ben quattro Papi nel corso della propria vita ed è divenuto membro dell’Accademia Pontificia delle Scienze; nonostante la malattia ha raggiunto un’età ragguardevole e non ha mai ceduto all’incedere dei deficit fisici continuando nella propria opera di ricerca e divulgazione; ha tenuto la cattedra lucasiana di matematica a Cambridge che un tempo appartenne a Newton, è stato membro della Royal Society e fregiato di onorificenze massime in più parti del mondo, non è però riuscito a vincere il Nobel, la sua teoria sui buchi neri infatti, se pur dimostrata matematicamente, era e rimane tuttora praticamente impossibile da provare empiricamente.

A prescindere dai riconoscimenti, Stephen Hawking si è inserito prepotentemente in quel novero di grandi uomini di scienza che la gente ricorda; non è la singola teoria scientifica a portare prestigio all’uomo, ma la voglia forte di aggiungere qualcosa al lungo percorso dell’umanità verso la conoscenza. E qui arrivo al punto che maggiormente sento rilevante, com’è percepita la scienza nella cultura di massa?

Sin dai tempi antichi, la spinta a trovare risposte ai tanti misteri che ci circondano ha spinto l’umanità sulla via della ricerca, in tempi lontani scienza e religione si sono fuse in un binomio stretto che legava le spiegazioni ai più disparati fenomeni a dogmi di fede. La rivendicazione di autonomia da parte della scienza ha dovuto attraversare una strada lunga e tortuosa, spesso si è intrecciata con la filosofia, anche felicemente talvolta, un punto di svolta però lo individuiamo sicuramente nell’avvento di scienziati celeberrimi quali Copernico, Keplero e Galilei che con le loro teorie e osservazioni sono riusciti a mettere in ginocchio la millenaria teoria aristotelico-tolemaica sulla Terra e lo Spazio, piegando lentamente l’ingerente opposizione vaticana. È in questi tempi che il cammino delle scienze subisce un’accelerata importante, torna a elaborare concetti arditi in una società maggiormente aperta e via via meno soggetta a censure ideologiche. E qui sta il cuore del discorso; senza dubbio anche prima del XVI/XVII secolo sono vissuti uomini di scienza importanti, ma la fama di alcuni è talmente luminosa da offuscare tutto il resto; pensiamo a Galilei, al quale associamo il metodo scientifico e la nascita della scienza moderna, una fama del genere spazza la concorrenza e consegna alla storia, rende immortali. Non per forza gli scienziati più conosciuti sono anche stati i più grandi nel proprio ambito, ma sono legati a qualcosa che li rende speciali. Seguendo questa logica e rimanendo nel campo della fisica, se dovessi pensare ad un nome dopo Galilei la mia mente andrebbe direttamente a Newton che per fama gli è paragonabile, così come peculiari sono gli aneddoti che gli si associano e poi andando ancora avanti parlerei di Einstein, della teoria della relatività, di come sono affascinanti i suoi discorsi sullo spazio-tempo, di quanto poco in realtà conosciamo e sappiamo spiegare di questa teoria e concluderei con Hawking per l’appunto . Dai primi nomi citati all’ultimo passano cinque secoli abbondanti e chiaramente l’umanità non ha conosciuto solo questi pochi scienziati. Sono vissuti e vivono ancora uomini ma anche donne (da Ipazia a Marie Curie a Margherita Hack, solo per citarne alcune), che hanno portato e continuano a portare scoperte importantissime non solo per la comunità scientifica ma per l’intera popolazione mondiale attuale e futura. Tuttavia in un sondaggio per strada non scommetterei sulla popolarità di James Clerk Maxwell per esempio, eppure la sua teoria sull’elettromagnetismo ha una rilevanza clamorosa. È quindi inevitabilmente il corso della storia a decidere i propri esponenti di punta, è la cultura di massa che stabilisce la differenza tra un grande scienziato ed un rivoluzionario, non sempre razionalmente, è profonda infatti l’ignoranza di fondo sulle grandi teorie degli stessi uomini che ho citato. La scienza trionfa davvero quando riesce a diffondersi nella società civile ed un buono studio necessita sempre di un’adeguata divulgazione per essere completo.

Alessandra Testoni e Riccardo Prosperococco©Alessandra Testoni e Riccardo Prosperococco

Hawking sosteneva che rispondere ai misteri del Cosmo con Dio equivaleva a sostituire un mistero con un altro; convinzioni religiose e filosofiche a parte, la battaglia di Hawking era proprio contro il mistero, o meglio, contro l’appagamento che dà il mistero, contro la voglia di non provare perché la sfida è complicata. Lui ha sempre lottato, anche quando l’unico muscolo del corpo che riusciva a controllare era la guancia, ha lottato strenuamente e con altruismo, ha faticato e sofferto in questa vita per poter aiutare l’umanità ad uscire dal dubbio, da quel tunnel che forse un’uscita neanche ce l’ha ma che vale comunque la pena cercare perché Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. A noi persone comuni non rimarrà la teoria sui buchi neri molto probabilmente, ma deve rimanere l’attitudine alla ricerca, lo sviluppo del pensiero critico, l’apertura mentale, di scienza si deve parlare e bisogna farlo con convinzione e cognizione, bisogna parlarne ai bambini, ai ragazzi, agli adulti, agli anziani, è sempre il momento buono per aprirsi al sapere, mai un uomo sarà abbastanza saggio da potersi permettere di non ascoltare più. La grande sfida della scienza nel terzo millennio consiste nell’affermarsi definitivamente come faro per la nostra specie mostrando tutte le sue facce migliori e prestando attenzione a non dimenticarsi mai da dove veniamo; non tutti siamo scienziati ma tutti dobbiamo avere la sensibilità scientifica, elemento imprescindibile per una buona società nel futuro.

Così nel mio immaginario voglio ricordare Hawking e tutti i grandi uomini e le grandi donne di scienza della storia, come persone devote ad una causa molto più grande del tempo in cui sono vissuti, la voglia di scalare nuove vette da sempre e per sempre connaturata nell’uomo e che è l’unico viatico di salvezza dalla morte della ragione, insomma, l’importante è che se ne parli.

-Gabriele Russo

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Restare Umili, la mostra di Zerocalcare

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A Plastic Story

Il biliardo era il gioco più in voga tra gli  esponenti dell’alta società ottocentesca, ma andava a creare un grosso problema: le palle da biliardo venivano fatte con l’avorio, che veniva preso dalle zanne degli elefanti. Naturalmente si andò incontro ad un vero e proprio massacro di questi poveri animali, tanto che ne furono abbattuti più di 3.000 esemplari solo in Sri Lanka nel giro di tre anni. Bisognava trovare un’alternativa e nel 1869 fu John Wesley Hyatt a proporre una soluzione apparentemente perfetta e innovativa: con un mix di cellulosa, etanolo e canfora riuscì a creare un materiale indistruttibile, dando vita alla plastica.

Questo nuovo artefatto parve salvare la vita non solo degli elefanti, anche delle tartarughe, i cui carapaci venivano utilizzati per creare i pettini. Ahimè, lo stato di tranquillità dei nostri coinquilini animali non durò a lungo, anzi, la situazione si è totalmente ribaltata: nata per salvargli la vita, la plastica è oggi il nemico numero uno di molte specie animali, a partire da quelle marine che sono le più colpiti. Oggi sono presenti, nei mari e negli oceani di questo pianeta, più di 150 miliardi di tonnellate di plastica; previsioni future ci dicono che entro il 2025 la quantità sarà di una tonnellata ogni tre di pesce e, continuando su questa via, nel 2050 ci sarà più plastica che vita in acqua.

Pensate che l’UNEP (Programma Ambiente delle Nazioni Unite) ha collocato il problema “plastica” tra le sei emergenze ambientali più gravi, affiancandolo ai cambiamenti climatici, all’acidificazione degli oceani e alla perdita della biodiversità. Ma cosa comporta realmente questa ondata di spazzatura? Cominciamo con il distinguere due sottocategorie di plastica: le macroplastiche e le microplastiche.

Riguardo alle prime, ne fanno parte buste, bottiglie di plastica, reti da pesca abbandonate e molte altre; sono circa 344 le specie tra uccelli e creature acquatiche che rimangono intrappolate in esse causandosi ferite, lesioni, deformità e impossibilità a muoversi. Tutto ciò fa sì che molti animali muoiano di fame, per annegamento e perché diventano facili prede. Dalla lenta degradazione delle macroplastiche nascono le famigerate e tanto chiacchierate microplastiche, composte anche da pellet, creme, agenti esfolianti e dentifrici e che hanno l’impatto maggiore sulla vita marina.

I grandi pezzi di plastica feriscono, strangolano e causano la morte di innumerevoli animali, tra cui specie protette come, ad esempio, le tartarughe marine che, scegliendo il cibo tramite la vista, scambiamo le buste di plastica per meduse finendo col mangiarle, oppure degli uccelli, che invece lo scelgono attraverso l’olfatto e vengono attratti dall’odore che i rifiuti prendono grazie alla colonizzazione di alghe e batteri su di essi. Ma sono le microplastiche, più insidiose, a rappresentare la minaccia più grande: con la dimensione di neanche un millimetro, vengono facilmente scambiate per krill dai pesci che, mangiandole, le introducono nella catena alimentare marina, dei loro predatori e di conseguenza di noi esseri umani.

Ogni anno causiamo 13 miliardi di dollari di danni ad ecosistemi marini, alla pesca e al turismo: grandi quantità di plastica in mare causano minori catture, seguite da minori entrate, mentre le spiagge e i porti sporchi scoraggiano il turismo. Per fronteggiare il problema, il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva sul divieto di plastica usa e getta dal 2021. Perfetto. Ma nel frattempo? Il punto non è tanto vietarne l’utilizzo quanto far sì che la gente smetta di usarla fin da subito, abbattendo quello sfrenato consumismo che ci ha portati a questo punto: intanto che la direttiva verrà messa in pratica continueremo a produrre e smaltire rifiuti in modo irresponsabile, continuando ad alimentare l’infestazione di plastica nelle acque del nostro pianeta.

Andate a farvi una passeggiata nella spiaggia che vi è più vicina e abbassate lo sguardo verso i vostri piedi: come ci si sente ad affondare i piedi nudi in mezzo a tappi, bottiglie stropicciate e cotton fioc?

Sta a noi proteggere e salvare ciò che è rimasto di questo pianeta, glielo dobbiamo. Perché ogni minuscola parte è preziosa, perché non esiste un’altra Terra, perché è la nostra enorme e tondeggiante casa.

 

-Martina Cordella

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“Mi piace pensare a noi come a una famiglia di artigiani, con l’insegna dei negozi storici: Proietti e figlie”

Carlotta Proietti, talentuosissima attrice di teatro ma anche del piccolo schermo, ottima cantante e conduttrice televisiva, si racconta e ci racconta con spontaneità e freschezza dei suoi lavori più recenti, del suo importante percorso artistico e della sua “famiglia di artigiani”.

 

Dunque Carlotta, cominciamo dal successo di quest’estate: il Silvano Toti Globe Theatre di Roma ti ha vista protagonista (nel ruolo di Caterina Minola), dal 31 agosto al 16 settembre, de La Bisbetica Domata di William Shakespeare. Affiancata da un cast non meno eccezionale e dalla sapiente e arguta regia di Loredana Scaramella, hai ricevuto ottime critiche e svariati “bravo” dal pubblico. Tuttavia nasce spontanea una riflessione di timbro leggermente amaro. Una riflessione su -come riporta il sito web ufficiale del Globe Theatre- «quell’ultimo lungo monologo nel quale la ex bisbetica e indomita Caterina tesse le lodi della mitezza e della soggezione allo sposo. Quello sposo che dal momento in cui la incontra la sfida, la affronta, la inganna, la porta con sé in una casa inospitale […] e la riduce prima al silenzio e poi alla conversione a discorsi non suoi.». Avrai risposto già tante volte a questa domanda ma, da donna e da tua fan, non posso proprio esimermene: cosa ha significato per te e per l’intero cast, ad oggi, prendere parte ad una commedia tramite la quale lo stesso Shakespeare intendeva criticare il ruolo e la condizione della donna già in epoca elisabettiana?

Carlotta Proietti: Ha significato un grande privilegio: Shakespeare è un autore immenso. Non credo alla tesi del Bardo antifemminista perché non avrebbe collocato una storia all’interno di un’altra così come ha fatto, cominciando con un prologo che narra una vicenda totalmente staccata da quella di Petruccio e Caterina. In ogni caso la questione rapporto uomo-donna ha suscitato molte discussioni e interessanti chiacchierate con la nostra regista, Loredana Scaramella e con il resto della compagnia. Lei ha deciso di ambientare la pièce negli anni 30, nel ventennio fascista. La sua scelta era volta a raccontare la donna di quell’epoca – una figura che cominciava ad emanciparsi ma che era ancora vista come una figura valida per la società in quanto madre e moglie, non in quanto donna autonoma. Noi raccontiamo Caterina come una donna con la sua personalità che non è disposta a modificare per sottostare alle regole della società, e che cambia con l’arrivo di Petruccio nella sua vita, il quale la costringe a piegarsi all’obbedienza della volontà maschile. Tuttavia quando si arriva al finale torna Sly, il protagonista del prologo. La commedia nella commedia a quel punto si “smonta”; cadono le maschere, vengono via le parrucche, quello che vi abbiamo raccontato è semplicemente una “favola”. Sly recita la sua celebre battuta affermando di saper “domare una donna indiavolata” perché lo ha visto fare da Petruccio con Caterina, e in risposta a questo l’intera compagnia rientra in palcoscenico – da attori, non più da personaggi – e canta la canzone Illusione. Questo per dire che ciò che avete visto è illusorio, è finzione, non è vero niente.

Noi l’abbiamo gestita in questo modo, sperando di comunicare al pubblico non certo la visione di una donna sottomessa all’uomo ma bensì una favola che si scioglie nella fine di uno spettacolo (nello spettacolo), una fiaba il cui epilogo rimette tutti a paro. E’ una compagnia di teatro di varietà in cui un gerarca fascista si è imposto come attore…e così facendo probabilmente si è reso anche piuttosto ridicolo.

 

Hai recentemente annunciato sui social che tornerai/sei tornata a trovare il “paterno” palco della seconda stagione di Cavalli di Battaglia ma la tua prossima esperienza a teatro, se non vado errata, consisterà nel ruolo della co-protagonista Nina ne La commedia di Gaetanaccio di Luigi Magni. Affiancherai Giorgio Tirabassi nel ruolo di Gaetanaccio, per l’appunto, in questa meravigliosa commedia diretta da Giancarlo Fares che torna in scena al Teatro Eliseo di Roma (dal 19/02 al 10/03/2019) a quarant’anni esatti dal suo debutto. Come riporta il sito ufficiale dell’Eliseo, la tua presenza nel cast vuole anche in qualche modo suggerire una sorta di continuità con l’allestimento storico dello spettacolo, allora diretto e interpretato da Gigi Proietti. Anche in base a questo, cos’è per te questa commedia?

Per me significa un’enorme responsabilità. La stessa che sento in qualsiasi nuovo lavoro intraprenda, ma in questo caso si tratta di un testo che conosco da sempre e di cui ho ascoltato le canzoni fin da bambina. Purtroppo non l’ho visto perché non ero nata, ma non avrei mai immaginato di avere il privilegio di interpretare un personaggio scritto da Gigi Magni e la cosa mi emoziona. L’aspetto bizzarro è che non è stata un’idea di mio padre, al contrario quello di Gaetanaccio, nella sua nuova edizione, è un gruppo di lavoro con cui collaboro per la prima volta e sono davvero lusingata che abbiano voluto me per il ruolo di Nina. Significa per me una grande gioia.

 

Attrice, cantante, conduttrice televisiva, saranno in tanti a pensare che l’essere figlia di Gigi Proietti ti abbia aperto varie strade o quantomeno aiutata, sbaglio? Pur ritenendo che tu abbia a prescindere un talento straordinario, indubbiamente anche coltivato (ma non veicolato) da un’educazione artistica importante al livello familiare, immagino debba essere stato difficile a volte uscire dal pregiudizio del “figlio di…”.

Inizio con lo svelarti che prima di essere figlia d’arte, sono nipote d’arte. Mia nonna materna era austriaca, una cantante e ballerina del varietà. Quindi chi vuole può recriminarmi intere generazioni di raccomandazioni! Scherzi a parte, essere “figlia di” per me è prima di tutto un privilegio. Significa crescere nel parco giochi più divertente che c’è: il teatro. Un luogo che ti fa sognare ma che ti insegna continuamente qualcosa, anche tuo malgrado. Potrei dirti che “non è facile” ma cosa è facile? Penso ci siano enormi difficoltà così come gioie e soddisfazioni in qualsiasi strada si scelga di percorrere, se vuoi fare le cose per bene. Il mio lavoro è la mia passione e questo lo condivido con mio padre. Se c’è una cosa che definirei – più che difficile – complessa è stato capire che tra me e il pubblico c’è un filtro: il pregiudizio. Ma non biasimo chi giudica senza conoscere (il mio cognome arriva prima di me) perché lo faccio anch’io quando vedo un figlio d’arte! Quindi la cosa migliore da fare nel mio caso è stato lavorare perché questo non diventasse un ostacolo, perché non sia un “problema”. Ho la fortuna di stimare mio padre e di avere con lui un bellissimo rapporto di stima reciproca e scambio. Sicuramente ci sarà sempre chi penserà male di me ma per questo non posso fare nulla. Lo accetto e sono orgogliosa di far parte di una famiglia dove si ha grande rispetto del proprio lavoro e che collabora come un gruppo (mia sorella è scenografa e costumista). Mi piace pensare a noi come a una famiglia di artigiani, con l’insegna dei negozi storici, Proietti e figlie. D’altra parte ogni mestiere è un’arte; noi siamo figlie di questa.

 

Qualche tempo fa vidi per la prima volta, restandone immensamente colpita, il video del discorso che Robert De Niro tenne nel 2015 ai neo-laureati della Tisch, l’accademia delle arti di New York. Tra il brutale e l’ironico alcune delle sue parole furono: «Da oggi comincia un lungo percorso di rifiuti e porte sbattute in faccia. […] Un rifiuto può far male ma, secondo me, ha davvero poco a che fare con chi siete. Quando fate un’audizione o una presentazione, un regista o un produttore o un investitore spesso ha qualcos’altro in mente. Ecco come vanno le cose». Proprio ritenendo che nonostante il tuo cognome questo difficile mondo sia stato a volte un po’cattivo anche con te, come con tutti, vorrei chiederti di commentare queste parole e lanciare un messaggio a tutti i giovani che preferiscono ignorare il fuoco artistico che sentono bruciargli dentro pur di non intraprendere un percorso così difficile e a tratti doloroso.

Nonostante il mio cognome ho fatto numerosi provini finiti male e più di un’agenzia di spettacolo mi ha rifiutata proprio per il cognome che porto. Ovviamente posso parlare solo della mia esperienza e ho fatto un percorso un po’ singolare: nasco come cantante e non pensavo mai di recitare. Poi piuttosto “tardi” (a 30 anni) mi sono accorta che volevo migliorarmi, acquisire nozioni tecniche da palcoscenico per continuare la carriera di cantante e cantautrice in modo più completo e professionale. Così mi sono iscritta a una scuola di teatro (Il Cantiere Teatrale di Roma) e ho studiato. Ci tengo a dirlo certo non per vantarmi, ma perché credo sia importante avere la voglia di migliorarsi, sempre, e non credere che con un provino si diventi “famosi”. Sì, può succedere, ma bisogna a mio avviso prendere questo mestiere molto seriamente: con la dovuta preparazione, lo studio, i sacrifici, l’impegno, la “gavetta”, ma soprattutto la curiosità. Finita la scuola, ho avuto la fortuna di conoscere degli attori coi quali ci siamo “autoprodotti” per circa quattro anni. L’autoproduzione in teatro vuol dire fare tutto da sé, dal concepire un’idea fino a montare e smontare le scenografie. E ovviamente andare in scena la sera! Tutto questo semplicemente per dire che se si vuole fare, specie oggi, il mestiere dell’attore, ritengo si debba essere pronti a tutto non dimenticando mai da dove si viene.

 

Per concludere, dal momento che credo di averti già trattenuta abbastanza, mi ricollego alla natura un po’ dolceamara de La commedia di Gaetanaccio che affronta temi incredibilmente attuali. Da frequentatrice assidua di cinema e teatri soprattutto, ti chiedo: quanto è rischioso produrre nuove opere teatrali in un mondo che va veloce e ha sempre meno tempo per nutrire le arti? Gaetanaccio e gli altri teatranti fanno la fame e sono costretti ad “inventarsi la vita” per poter andare avanti. Non è assolutamente la stessa esasperata situazione, è chiaro, ma hai mai avvertito la sensazione che un’opera originale e dunque non già avvolta da notorietà non ricevesse adeguati riconoscimenti e attenzione? Che significa essere oggi un attore teatrale?

In un momento in cui si viaggia veloce e sull’onda dell’emotività (clicco su un post se mi attira), sarebbe giusto approfondire, non fermarsi alla superficie ma andare oltre. Per fare un parallelo, di un giornale (cartaceo o digitale) non leggere solo i titoli ma gli articoli interi. Ogni stimolo, ad esempio una parola nuova che si impara, apre una porta. Insomma, penso sia necessario avere curiosità. Tanta e inesauribile. Vedere spettacoli, film, concerti, di tutti i generi. Tenersi informati su quello che succede, di quali sono le tendenze, non seguire per forza le mode ma nemmeno disdegnare un progetto solo perché “mainstream”.

Il rischio nel produrre qualcosa di nuovo c’è sempre, ma è proprio questa la funzione del teatro. La commedia di Gaetanaccio racconta di un personaggio vissuto nel ‘700. Magni usa il pretesto di un burattinaio realmente esistito, che sbeffeggiava i potenti del suo tempo, come parallelo del momento storico in cui scrive la commedia (siamo nel ‘78), quindi del contrasto tra artisti e intellettuali. Allora era una nuova produzione, oggi è una ripresa ma sarà una versione totalmente nuova, verrà recepita in modo diverso e secondo me sarà interessante vedere come.

Rimanendo in tema Gaetanaccio, ritengo che per essere attori oggi bisogna avere una predisposizione a reinventarsi continuamente. E’ una vita che ti mette a dura prova perché alterna periodi colmi di impegni a mesi senza lavoro. E’ un ambiente duro come qualsiasi altro. Se non altro noi abbiamo il vantaggio di sentire meno la “crisi”: il teatro è in crisi da sempre. Non voglio finire con questa nota amara ma preferisco essere sincera. Non è semplice la vita dell’attore di teatro, nemmeno per me che ho la fortuna di esserci cresciuta. Ma quello che ti da in cambio è semplicemente  insostituibile.

 

Anche noi preferiamo indubbiamente la sincerità. Grazie per il tuo tempo Carlotta e in bocca al lupo (anche se in ambito teatrale l’espressione adatta sarebbe “tanta mer*a!”) per La Commedia di Gaetanaccio e per tutti i tuoi prossimi lavori.

-Margerita Cignitti

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LADRI DI BANKSY

“Un muro è una grande arma. E’ una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno” – Banksy

Chi si cela dietro il nome di battaglia “Banksy” è forse il più grande street artist di sempre.
Ma se sia un lui, una lei, o un collettivo di artisti, sono in pochi a saperlo.

Ha scelto di rimanere anonimo, di non identificarsi, e all’inizio questo ha attivato una vera e propria caccia all’uomo, taglie sulla sua identità su Ebay, inserzioni, giornalisti, poliziotti.
Quello che fa è illegale e viene considerato vandalismo e autenticando le sue opere ammetterebbe un reato.

I murales che appaiono quando le città dormono, i primi attorno agli anni 2000, rappresentano scimmie, topi, bambini o poliziotti che a loro volta scrivono e lasciano messaggi provocatori sui muri.
Il ratto è l’immagine iconica di Banksy, ne ha un esercito disseminato in tutto il mondo, è l’incarnazione di quella parte di popolazione emarginata, rifiutata e rigettata dalle classi più abbienti.

“Se sei sporco, insignificante e nessuno ti ama, i ratti sono il tuo modello definitivo” – Banksy

Attraverso stencil via via più complessi, a 2/3 tonalità d’ombreggiatura e con l’utilizzo di caratteri liberi e schizzi, i messaggi che Banksy lascia sui muri di tutto il mondo hanno un modo ironico e sfrontato di raccontare e denunciare tutte le falle della società: la condizione umana, il divario sociale, la povertà, l’omologazione, le regole di facciata, la manipolazione mediatica, lo sfruttamento, la guerra, le repressioni della polizia, l’inquinamento del pianeta, il maltrattamento degli animali.

Lo scopo della street art, nata negli anni ’60 come una forma di protesta, è infatti quello di divulgare, comunicare, connettersi, far pensare, creare un senso di consapevolezza di quello che siamo e di quello che ci circonda, rendendo partecipe un numero enorme di persone, che vengono “colpite” semplicemente camminando per strada.
Non c’è un biglietto, non c’è un museo, una galleria.
E’ lì per tutti, senza nessuna distinzione di razza, sesso, età, classe sociale, classe economica, eppure in molti non riescono a comprendere questo concetto.

“Le persone che governano le nostre città non capiscono i graffiti perché pensano che niente abbia il diritto di esistere, a meno che non generi un profitto” – Banksy

In ogni parte del mondo ci sia un’opera di Banksy, c’è in agguato un ladro.
Il film-evento di dicembre L’uomo che rubò Banksy del circuito Arte al cinema ci racconta la storia di Walid “la Bestia” e del furto dell’opera palestinese Donkey’s Documents, il docu-film Saving Banksy ci spiega il caso del Ratto Socialista e, insieme al documentario Banksy does New York, illustrano la complicata controversia della compravendita delle opere di Street Art.

Walid la Bestia, sotto ordine di Mikael Kawanati, brutalizza un muro di cemento con martelli pneumatici, seghe diamantate, flessibili ad acqua e frullini di grandi dimensioni e si porta via Donkey’s Documents, un’opera di 4 tonnellate che raffigura un soldato israeliano che controlla i documenti ad un asino palestinese, portando l’attenzione sul conflitto tra Palestina e Israele e sul muro eretto nel 2003 come soluzione alla guerra.

Le motivazioni di questi veri e propri furti sono molteplici.
La più becera e banale è quella di trarne un profitto, vendendola alle case d’asta, che a loro volta la venderanno per miliardi di dollari a qualche ricco collezionista che metterà un’opera con lo scopo sociale di essere per tutti, nel salotto della sua lussuosa villa.
Strappata al proprio contesto per essere ammirata solo da quelle persone che incarnano gli ideali combattuti dall’artista con gli spray.
Oppure, come spesso succede, le opere rimangono invendute, sottratte al pubblico per finire imballate e nascoste in grandi magazzini.

In Saving Banksy il ladro Brian Greif ha perlomeno scopi nobili: il Comune di San Francisco infatti non tollera la presenza di street art sui propri muri ma non vuole pagare per la rimozione. Per questo motivo se sei proprietario di un edificio che viene taggato, è tua responsabilità cancellare questi tag, o verrai multato e sulla tua casa verrà messa un’ipoteca.
Così a San Francisco i murales di Banksy sono via via spariti tutti.
Brian Greif si prende quindi la responsabilità di “salvare” il “Ratto Socialista”, rimuovendolo con molti sforzi, trattative e molto denaro, dal posto originale per regalarlo ad un museo cittadino che potesse preservarlo ed esporlo in maniera gratuita.
I musei però richiedono il consenso dell’artista per poter trattare l’opera.

“Alcuni artisti creano i propri lavori perché vengano distrutti, non vogliono che l’arte sopravviva, e quindi non spetta al museo preservarle contro la loro volontà. Se un’opera d’arte è stata fatta per stare in un luogo pubblico, allora forse l’artista non vuole vederla in un museo” – afferma John Zarobell, curatore del SFMOMA.

Consenso e diritto d’autore sono problemi che nessuno si pone mai nel momento del furto.
Si pensa che visto che l’opera è “incustodita” se ne possa fare quello che si vuole, senza chiedere e senza dare all’artista nemmeno una piccola parte del ricavato dalla vendita delle sue opere per miliardi di dollari.
Un altro problema è il concetto dell’effimero.
Molti artisti non vogliono preservare, custodire e mantenere nel tempo i loro lavori.

“Gli street artists fanno altre opere nei loro studi, che vengono firmate e vendute. Quello è il modo per farsi ricordare e lasciare una traccia. Dobbiamo essere noi a decidere cosa vogliamo vendere e conservare.”- afferma Ben Eine, street artist e collaboratore di Banksy.

La mercificazione di opere realizzate senza alcuno scopo di lucro per essere ammirate gratuitamente, spesso fa scattare la reazione degli artisti.
L’ultimo caso Banksy è quello del quadro della Bambina con il palloncino che, appena battuto all’asta per una grande somma di denaro, si è autodistrutto grazie ad un sistema mangiacarta installato nella cornice.
Oppure il caso Blu a Bologna, che ha cancellato ogni singola opera realizzata per la città, perché soggette a percorsi turistici a pagamento.

“Non possiamo fare nulla per cambiare il mondo, finche il capitalismo non crolla”- Bansky

 

-Irene Iodice

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Chi non ha Paura vive PER SEMPRE

Così si presenta “Bohemian Rhapsody”,  il film biografico/tributo più rischioso degli ultimi anni. L’impavida pellicola segue i primi quindici anni della celeberrima rockband dei Queen e del suo carismatico frontman Freddie Mercury. Un film che non ha decisamente avuto paura di tentare l’impossibile: riportare in vita la leggenda.

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*SPOILER FREE*

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Quando e se si decide di parlare di film come Bohemian Rhapsody, così come molte altre opere del genere biopic/tribute movie, si dovrebbe evitare di analizzarli unicamente da severi storiografi. Potrà generare disaccordo ma a volte le licenze poetiche e le inesattezze storiche sono inevitabili e funzionali allo scopo: rendere protagonista, nel bene o nel male, il soggetto che si sceglie di omaggiare e far risaltare raccontandone la storia più o meno rielaborata. Bohemian Rhapsody  non vuole essere un film storico né un fedele documentario sui primi 15 anni di attività dei Queen, è bene ricordarlo prima di proseguire.
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Dunque, mettere mano su una figura non solo iconica -sotto più punti di vista- ma anche amata all’inverosimile quale lo era e lo è tutt’oggi quella di Freddie Mercury (fan o meno, nel 2018 non è ormai necessario aprire una digressione esplicativa su quest’uomo e la sua band), ha significato entrare nell’intimità di un’amplia fetta di popolazione mondiale e dirle: “Ok, proveremo a riportare in vita per 130 minuti un idolo e a restituirvi delle emozioni viscerali che vi sono state tolte decisamente troppo presto”. Una sfida importante e rischiosa che non a caso ha richiesto anni di progettazione, varie peripezie e una buona dose di volontà da parte dei produttori della pellicola tra cui Brian May e Roger Taylor, rispettivamente  il chitarrista ed il batterista/membro fondatore dei Queen nonché compagni storici di vita del frontman della band.  Anni trascorsi a cercare il volto che potesse riportare in vita una leggenda e svariate controversie a riguardo, giusto qualche difficoltà nella sceneggiatura di un pezzo di storia della musica, un delicatissimo processo di estrazione e pulizia delle tracce vocali originali dai vari concerti live (fare un film su un uomo dalla voce ineguagliabile fornendogliene un’altra sarebbe stato al quanto controproducente) e, per concludere in bellezza, un cambio improvviso di regia da affrontare a pochi mesi dalla data di rilascio della pellicola. C’era dunque abbastanza materiale per giustificare una resa incondizionata da parte dell’intera produzione ma, e questo è un “ma” grande quanto un palazzo intero, accade spesso che quando sono gli stessi protagonisti della storia a volerla raccontare, ci riescono a qualsiasi costo. Perciò eccoci qui a parlare di un film di cui si parla ormai da mesi, da anni per chi lo ha sempre aspettato. Risulta d’obbligo in tali circostanze  ribadire l’ovvio, quanto stavolta (come nella maggior parte dei casi) corrisponde con ciò che ha omogeneamente messo d’accordo la critica mondiale: la prova attoriale fornita da Rami Malek nei panni di Freddie Mercury è inaspettatamente e perfettamente all’altezza del personaggio. Chi ha amato con tutto il cuore il performer dei Queen, di fatto uno dei più ben voluti showmen nella storia della musica, sa bene perché si renda necessario l’utilizzo di avverbi come “inaspettatamente” quando si parla del risultato ottenuto da questo film. Probabilmente tutti, una volta appreso in via ufficiale il nome di chi avrebbe interpretato Sua Maestà, avremo avuto un pensiero del genere: “Oh povero Rami. Così hanno rifilato a te la patata bollente, eh? Peccato eri simpatico e così promettente. Chissà se ne uscirai vivo.”. Eppure il signor Malek è attualmente vivo e vegeto e si gode i meritati frutti del suo miracolo, rispondendo così a chi chiede cosa abbia significato per lui questa fatica Eraclea:
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Prima di interpretare Freddie Mercury per questo film, non avevo un così immenso e a dir poco reverenziale rispetto nei confronti della sua figura di artista. Ma adesso, che dire…ecco un uomo capace di cantare “We Are The Champion” in un’arena, piena di gente, in cui tutti cantavano insieme a lui. La sua abilità nell’unire le persone al di là di lingue, nazionalità e differenze culturali era davvero avanti con i tempi. Non c’è nessuno come lui in questo.
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Ironia della sorte l’attore sembra aver ereditato dal personaggio la medesima caratteristica; la capacità di unire i critici che passano al vaglio da circa un mese, senza trovarvi la minima pecca, le sue movenze, la sua mimica facciale ed il suo modo di esprimersi parlando, o stando in silenzio, nelle vesti del cantante. Tuttavia l’uomo che ha dovuto addossarsi il peso di una leggenda, non l’ha fatto di certo a cuor leggero. Malek racconta infatti di aver trascorso notti insonni a guardare e riguardare tutti i video attualmente disponibili delle più celebri esibizioni dei Queen e dei vari backstage e interviste. Mesi passati a studiare un animo così geniale, complesso e turbato che “non voleva morire ma a volte desiderava di non essere mai nato”. Imitarne gli slang, l’ironia e ogni minimo gesto quotidiano, persino il modo di accendere una sigaretta, arricciare le labbra o portarsi la mano alla bocca per nascondere i denti. Il tutto, a tal proposito, con in bocca ogni giorno, per almeno 12 ore al giorno, un’ingombrante dentiera plasmata sul calco più verosimile possibile della celebre dentatura di Freddie Mercury. Per non parlare del dover riprodurre l’incredibile empatia che quest’ultimo aveva con ogni pubblico, ovunque si esibisse, concedendovisi ogni volta senza riserve. Tutto ciò, per dare un’idea della giusta proporzione del suo trionfo, ha costituito la sfida brillantemente superata da Malek. Del resto Brian May aveva dichiarato più volte che l’attore avrebbe convinto tutti indistintamente senza dissacrare ma anzi fornendo un indimenticabile tributo. Accanto a lui poi, un cast corale altrettanto talentuoso e degno di nota: Lucy Boynton interpreta Mary Austin, compagna storica e migliore amica del frontman della band, l’amore indissolubile più volte cantato dal pubblico di tutto il mondo, Gwilym Lee e Ben Hardy interpretano i già citati Brian May e Roger Taylor e Joe Mazzello veste i panni di John Deacon, storico bassista del gruppo. Riguardo quest’ultimo inoltre torna a galla in questa circostanza una nota dolorosa che non può essere ignorata: l’ultimo membro ad unirsi alla band infatti, a seguito della morte di Mercury, resistette per ancora qualche anno tra vari tira e molla e poi lasciò definitivamente i Queen nel 1997 rimanendone silente supervisore per affari perlopiù finanziari. I suoi due compagni continuano ad oggi a far esibire la “Vecchia Regina”, non con poca amarezza, trainandone la memoria storica e riconfermandosi ogni giorno come tributo vivente all’amico scomparso. Deacon invece, a detta degli ex compagni, si chiuse nel suo dolore ammettendo serenamente che la prematura dipartita di Mercury per lui aveva significato la fine della corsa, la fine dei Queen. C’è chi dice che egli sia stato l’unico dei membri della band a guardare in faccia la realtà mentre gli altri avrebbero preferito continuare a rifugiarsi in un passato niente affatto facile da accantonare. Tutto ciò che sappiamo oggi riguardo allo storico bassista del gruppo è che fosse già da tempo d’accordo con il progetto del film. E’ certo però che se ora torniamo a chiederci che fine abbia fatto Deacon, se abbia visto il film e cosa ne pensi, è principalmente perché questi quattro giovanotti nei panni dei Queen ci hanno davvero convinti e resi dunque nostalgici di qualcosa che è ormai ben lontano, purtroppo. Come ha efficacemente espresso Ben Hardy ( nel film Roger Taylor), i quattro attori una volta ingaggiati si sono immediatamente riconosciuti come band e voluti bene.
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Il risultato è stato piuttosto evidente.   Abbiamo visto i primi 15 anni di quattro ragazzi incredibilmente talentuosi, diversi e complementari che misero in piedi una rockband che produsse innovazione e arte. Li abbiamo visti ridere di gusto insieme, litigare, prendersi in giro, innamorarsi e segnare la cultura pop/rock con successi come Killer Queen, Love of My Life, Hammer To Fall, We Are The Champions, I Want To Break Free, We Will Rock You, Another One Bites the Dust e svariati altri. Li abbiamo visti separarsi per poi piangere lacrime vere quando uno di loro ha confidato di “averlo preso”, di aver contratto il mostro invisibile e invincibile degli anni ’80: l’AIDS. Li abbiamo visti e abbiamo riso, pianto come bambini e soprattutto cantato ogni singolo brano insieme a loro. Li abbiamo visti ma non siamo stati più in grado di distinguere tra realtà e finzione. Siamo tornati sul palco insieme a loro nella storica esibizione del Live Aid di Wembley nel 1985, una performance di appena 20 minuti che passò alla storia e che ancora oggi resta il principale motivo per cui chiunque abbia memoria di quel mastodontico concerto. Uno spettacolo riprodotto fedelmente in ogni minimo dettaglio, minuto per minuto, a chiusura della pellicola.  Li abbiamo visti e ci siamo emozionati con loro rivivendo un’avventura che si era conclusa troppo presto. Abbiamo assistito alla restituzione di un pezzo di storia della musica che da tempo ormai cercava di tornare al proprio posto. E’ stata esorcizzata una forte mancanza e riportato in vita chi ormai ci ha lasciati da 27 anni senza in realtà però lasciarci mai davvero ed era proprio questo lo spirito della pellicola, ben espresso nella tag-line dell’opera: Chi Non Ha Paura Vive Per Sempre ( Fearless Lives Forever ).
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Proprio per questo motivo, nonostante le innumerevoli inesattezze storiche e l’evidente e innegabile natura romanzata di alcuni momenti della narrazione -in entrambi i casi elementi considerati scientemente e voluti dalla stessa produzione e regia- non si può dire che sia stata raccontata tutta un’altra storia o che le incongruenze siano state tali da vanificare il messaggio del film. Per sempre infatti vivrà l’incredibile voce di un povero ragazzo di origini parsi che sconvolse il mondo e non ebbe paura nel cercare di diventare ciò per cui era nato, sia al livello artistico che personale. Per sempre vivranno quattro amici, quattro talentuosissimi artisti le cui ineguagliabili poesie scrissero la storia della musica e ci accompagnano tuttora. Per sempre vivrà una canzone che non ebbe paura, che ad oggi resta un capolavoro musicale quasi inclassificabile ma che all’epoca del suo primo rilascio rappresentò un flop totale, attirando su di sé severissime critiche negative: Bohemian Rhapsody.             
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FEARLESS  LIVES FOREVER

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-Margherita Cignitti