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Brunori Sas, Vol. 1(0) – Cosa vuol dire essere cresciuta in questo decennio con Dario Brunori

Era il 2009 quando per la prima volta sulla scena musicale appariva un certo Brunori Sas: un nome emblematico ed immediatamente riconoscibile, certo, ma quello che l’ha sempre caratterizzato di più è stato il fatto di aver riportato il cantautorato all’interno del dibattito musicale nazionalpopolareDario Brunori (al secolo), calabrese di nascita e di cultura, è riuscito con i suoi testi profondi e allo stesso tempo delicati a farci riflettere sul quotidiano, sul nostro vissuto, sul sociale e (anche) sulla politica.

Dieci anni fa. A guardare indietro sembra un secolo, eppure è un arco temporale abbastanza breve. Dieci anni fa arrivava nelle nostre cuffie e nei nostri stereo quello che è il primo lavoro del cantautore calabrese, Volume 1, che oggi ha voluto lui stesso ricordare con un video (link: https://www.youtube.com/watch?v=lgpS3IT3RGI&feature=youtu.be) in cui il Darione nazionale ha intonato una delle sue canzoni più famose: Guardia ’82.

Guardia (Piemontese, ndr) non è altro che la località di mare in cui sono cristallizzati i ricordi, da quelli dell’infanzia a quelli della maturità passando per l’adolescenza: è un locus amoenus dove possiamo ritrovare noi stessi, anche a distanza di anni. Sembra proprio quello che ha voluto ricordarci Brunori con questo video: non dimenticare l’origine, l’inizio della propria avventura artistica, senza nostalgia, perché tanto altro ha da dirci (o meglio, lo spero).

Comunque sia, gli elementi del grande cantautore emergono già in questa opera prima, anche se non era scontato arrivare ai traguardi raggiunti, soprattutto tenendo conto del contesto in cui l’album è nato.

volume uno brunoriVol.Uno (copertina) Brunori Sas

In un 2009 fatto da giovani hipster (l’indie era ancora una nebulosa in via di espansione), Dario Brunori ha già 32 anni. Non aveva la barba, che fa molto cantautore; ammettiamolo, era uscito senza hype con due baffi sul viso, occhiali da pentapartito e look da impiegato provinciale,  ma con una semplice chitarra acustica ha saputo dare vita a una sublime rivoluzione linguistica, in un panorama italiano molto diverso da quello attuale. Infatti non tardano ad arrivare i primi riconoscimenti nazionali: Premio Ciampi come miglior disco d’esordio, Targa Tenco come miglior esordiente, 140 date in Italia, premio KeepOn come miglior live della stagione.

Il merito di Vol. 1 è stato quello di inserirsi autonomamente in un frangente di rinnovamento per la scena, insieme ai coetanei “Canzoni da spiaggia deturpata” di Vasco Brondi e “L’amore non è bello” di Dente. Tutti e tre cantautori. Tutti e tre nomi che hanno avuto un peso rilevante nella trasformazione della musica italiana.

La storia di Brunori era diversa rispetto a quella dei due colleghi: meno alternativo e sofisticato, più solare e popolare; Brunori Sas è proprio il cantautore che ha ripreso il senso popolare della musica, quello che identifica un genere (in questo caso cantautorale) che è potenzialmente per tutti. Quello di Dalla e Rino Gaetano, per intenderci.

Proprio la somiglianza con quest’ultimo, origini calabresi a parte, è stato parte integrante di un lungo post firmato TheGiornalisti datato 2012.

(link: https://www.facebook.com/thegiornalisti/posts/448311198543929)

Quella fu la svolta. La svolta che fece capire all’Italia degli anni 2010 che c’era bisogno di un cantautore, nel senso più nobile e popolare del termine.

Fu la svolta anche per me. Dodicenne, cresciuta con la grande tradizione cantautorale italiana, ma che non aveva in playlist nessun brano contemporaneo in lingua italiana.
Erano gli anni in cui, pur di non sentire il pop-smielato e la musica commerciale in circolazione, ero “costretta” a recuperare i grandi nomi del passato, soprattutto quelli dei gloriosi anni ’60 e ’70.
Stavo crescendo, maturando, e quei “compiti a casa” svolti in terra straniera, tanto mi aiutarono a capire la musica e i testi di chi, da lì a qualche anno, avrebbe occupato un posto rilevante nel mondo musicale italiano. Brunori è stato il secondo “amore”, per me. Il primo si chiamava Le Luci della Centrale Elettrica (alias Vasco Brondi), che lo scorso dicembre ha salutato le scene, ma questa è un’altra storia.

Dario Brunori, a differenza di Vasco, ha risvegliato in me una forte criticità e un forte sentimento alla vita “provinciale” che all’epoca conducevo. Era il cantautore della mia quotidianità, del profondo sud e dei paesi sconosciuti.  Era la colonna sonora dei primi momenti, delle prime scoperte e dei primi amori (questa volta veri). Era l’inizio di uno sviluppo critico ed emotivo che mi ha portato fino a qui, a come sono ora.

Lunga vita alla chitarra, alle parole vere e non scontate, alle piccole e semplici cose.
Lunga vita a Brunori Sas perché con lui a casa andrà (sempre) tutto bene.

 

-Lucilla Troiano

 

Nota del responsabile editoriale: Ringrazio Lucilla per aver scritto questo articolo con il cuore; Dario Brunori ha significato anche per me qualcosa di veramente importante (scrissi, poco più di un anno fa, l’articolo sul suo tour nei teatri): una compagnia musicale costante in questi anni (ho la discografia completa) e un infinito stimolo artistico che mi ha trasmesso la passione per la chitarra e per la buona musica in generale. Non mi dilungo perché è già stato detto molto e per spiegare adeguatamente Brunori servirebbe un libro, ma sentivo l’esigenza di unirmi agli auguri per i dieci anni di carriera di un grande esponente della musica cantautorale italiana dei tempi moderni. Nella speranza di poter commentare con altrettanto entusiasmo i secondi dieci anni di attività, concludo con un semplice quanto sentito “Grazie Dario”.

-Gabriele Russo

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Life on Mars?

Si è conclusa il 13 febbraio la missione Mars Exploration Rover, iniziata nel 2003 e inaspettatamente protrattasi fino al 2019. La missione è stata un tassello fondamentale per l’esplorazione di Marte, confermando la presenza di acqua allo stato liquido sulla superficie del pianeta e portando a scoperte la cui importanza non è ancora valutabile.

Quello della conquista di Marte è da decenni uno dei temi caldi per le aziende spaziali di tutto il mondo: le ipotesi che consideravano il pianeta adatto allo sviluppo della vita hanno stimolato una sconfinata produzione di narrativa fantascientifica che ha riacceso la curiosità del grande pubblico verso la corsa allo spazio e mosso ingenti investimenti in nuove tecnologie.

Il primo rover a toccare la superficie marziana fu Sojourner nel lontano 1997: il robot percorse nei suoi 3 mesi di missione più di 100 metri dal punto di atterraggio, documentando il suo operato con centinaia di foto e testando alcune soluzioni tecniche che gli ingegneri NASA avevano pensato per missioni future. Sojourner spianò quindi la strada a quelli che sarebbero stati i suoi successori, Spirit e Opportunity, giunti su Marte nel gennaio 2004.

Benché la durata della missione MER fosse fissata a 90 giorni, Spirit è stato operativo fino al 2010 quando impantanatosi nelle sabbie di un cratere iniziò a mandare segnali sempre più flebili e rari, fino a cessare definitivamente le comunicazioni. E’ stato però l’ancor più longevo Opportunity a guadagnarsi la simpatia del pubblico: Oppy è stato attivo fino a pochi mesi fa, documentando il suo lavoro giorno per giorno anche grazie ai canali social della NASA. Nel 2015 è stata assegnata ad Oppy una virtuale medaglia olimpica per aver corso la prima maratona marziana: 42 km percorsi in 11 anni di onorato servizio. Nel 2017 il team della missione MER ha invece rilasciato un video in occasione del tredicesimo “compleanno” del rover, sottolineandone i comportamenti da adolescente ribelle quali l’abitudine di condividere sui social le sue foto o il vizio di sparire per giorni e giorni senza dare notizie a “mamma NASA”. È infine nel giugno 2018, con il suo celebre messaggio “my battery is low and it’s getting dark” – la mia batteria è scarica e sta diventando buio – che Opportunity entra definitivamente nei cuori di milioni di persone in tutto il mondo, sconvolgendo la stampa interazionale con l’umanità delle sue ultime parole.

Proprio grazie a questi picchi di popolarità l’agenzia spaziale deve aver capito il potenziale social delle sue creazioni, e continua a cavalcare l’onda mediatica con l’unico attuale inquilino del pianeta rosso, Curiosity, che mostra fattezze simili a quelle del robottino targato Pixar Wall-e, interagisce via twitter con i suoi numerosi fan ( “Your friendly neighborhood NASA Mars rover” la sua bio) e si fa cantare “happy birthday” dagli strumenti di monitoraggio il giorno del suo compleanno.

Restano i dubbi su quanto questa progressiva umanizzazione sia frutto di un restyling progettato a tavolino dalla NASA e quanto sia invece un’inevitabile conseguenza delle caratteristiche sociali della società contemporanea. Il fenomeno dell’antropomorfizzazione, cioè dell’attribuzione di caratteristiche e qualità umane ad animali, eventi naturali o manufatti, è da sempre presente nella società: religione, rapporto con gli animali domestici, narrativa per ragazzi sono solo alcune delle declinazioni possibili. L’umanizzazione è un processo naturale, intrinsecamente legato al disagio che l’uomo prova nel relazionarsi con qualcosa che sfugge alle sue logiche, che è estraneo alla sua natura; era perciò solo questione di tempo prima che anche i robot fossero investiti da questo fenomeno. Ciò ha avuto l’oggettivo pregio di avvicinare le persone comuni a tematiche di ricerca e sviluppo che erano, fino a pochi anni fa, esclusivo appannaggio di un’élite ristretta, ma allo stesso tempo ha aperto la strada allo studio di nuove materie legate alla roboetica e alle implicazioni morali dello sviluppo di intelligenze artificiali che richiederanno tempo e complessi dibattiti per giungere a conclusioni condivise.

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Certo è che questi comportamenti non risparmiano neanche le grandi menti: Isaac Asimov, teorizzatore delle leggi della robotica e pioniere della divulgazione (fanta)scientifica, ha più volte manifestato la difficoltà nel non dotare di caratteristiche comportamentali umane i robot dei suoi romanzi, anche quando essi sarebbero dovuti essere assolutamente privi di emozioni. Più di recente, durante la conferenza stampa in cui è stata dichiarata la fine della missione MER, diversi scienziati non sono riusciti a non parlare esplicitamente di “riposo” o “sonno” del rover Opportunity, trattato come un collega e chiamato con naturalezza Oppy anche in un contesto istituzionale come la conclusione di una delle missioni spaziali più importanti della storia.

Le applicazioni della robotica sono infinite: sanità, educazione, domotica, assistenza, e ora anche la conquista dello spazio. Resta da capire se e quanto i robot possano sostituire il loro operato alla presenza umana, e quali siano i limiti del loro sfruttamento. Nel frattempo, se volessimo rispondere al quesito che David Bowie poneva nel 1971 “Is there life on Mars?”, potremmo immaginare Curiosity che trotterella per la superficie marziana scattando foto ai suoi fratelli dormienti e rispondere che si, forse un po’ di vita sul pianeta rosso è presente.

 

-Marcello Fringenti

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“My parents said “don’t come back”. I come back.”

Oggi è il 25 Aprile, festa della Liberazione d’Italia dal regime nazifascista. Ma siamo davvero liberi dall’odio e dalle divisioni, dal terrore e dalle implicazioni di uno Stato che ci obbliga ad essere come vuole? Al via, proprio oggi, 25 Aprile, la mostra dedicata ai vincitori del World Press Photo 2019 concorso giunto ormai alla sessantaduesima edizione, specchio chiaro e definito delle vicende antropologiche della contemporaneità che viene espressa tramite gli scatti fotogiornalistici di reporter dipendenti da testate o indipendenti, al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Come si vede dal pannello che apre l’intera esposizione, dal 1955 per gli anni a venire, questo concorso fotografico ha avuto il compito non solo di documentare con un brillante gusto estetico le vicende del mondo, ma anche quello di descrivere in modo dettagliato e attento i problemi che hanno afflitto il nostro pianeta: vicende storiche come guerre e crisi si sono succedute e hanno trovato spazio ed espressione negli scatti, alcuni dei quali hanno realmente “fatto la storia” dell’arte fotografica e sono diventate iconiche per intere generazioni. Non è, pertanto, complesso intuire quali siano i temi più trattati e ricorrenti delle foto vincitrici del 2018 scelte fra 78,801 immagini realizzate da 4,783 fotografi provenienti da 129 Stati diversi: crisi ambientale e umanitaria la fanno da padrone nelle vicende storiche e culturali del 2018.

Quest’anno finalisti e candidati ai premi sono stati 43 provenienti da ben 25 diversi Paesi, il 32 % dei quali sono donne contro l’esiguo 12% dello scorso anno. In aumento la componente femminile anche nella giuria stessa del concorso in cui, su 17 giurati, 9 erano donne. Tra i vincitori quest’anno anche ben 4 italiani di cui uno premiato per il settore digitale. Numerose, infatti, sono state le novità di quest’anno. Presente e vivo ormai da più di mezzo secolo, il World Press Photo oltre a narrare e descrivere le vicende caratterizzanti del pianeta ha avuto e continua a sentire necessariamente il bisogno di rinnovarsi e rimodernarsi insieme al mondo stesso. Per questa ragione è stato istituito un nuovo premio dedicato al Digital Storytelling, una delle nuove frontiere del fotogiornalismo dell’epoca digitale.

Vincitore del World Press Photo del 2018 è lo scatto di John Moore Crying Girl on the Border in cui si vede piangere la piccola Yanela Sanchez mentre viene perquisita sua mamma Sandra alla frontiera al confine con il Texas. Originarie dell’Honduras, sono un caso emblematico di ciò che rappresentano oggi le spinte migratorie e la crisi umanitaria. Divenuta subito virale, ha senza dubbio contribuito a far rallentare grazie alla pessima risonanza mediatica la politica di Donald Trump ed è divenuta strumento politico utilizzato sia da esponenti di destra che di sinistra per portare avanti le proprie idee. Al primo posto per le Photo Stories il repotage sul medesimo argomento, The Migrant Caravan, documentato dagli scatti di Pieter Ten Hooper. Nato con lo scopo di realizzare foto d’amore, è divenuto una documentazione dettagliata della vita quotidiana vissuta dai migranti durante il viaggio nelle carovane. Di seguito lo slideshow.

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Il titolo stesso dell’articolo, però, si riferisce al progetto vincitore del terzo premio Short realizzato da Matteo Delbò e Chiara Avesani che hanno seguito il rientro in patria di Ghadeer il quale, una volta rientrato a Mosul dopo aver vissuto per circa 6 anni in Europa, decide di impegnarsi per aprire una radio libera, priva di alcuna affiliazione politica con libertà di espressione che possa puntare all’empowerment of the youth.
La sua generazione che oggi si trova sulla trentina d’anni, nel corso della sua vita ha assistito ad almeno quattro diverse guerre tutte con conseguenze spiacevoli e sanguinose. Dopo il suo viaggio in Europa, una volta entrato in contatto con la storia dei Paesi europei, ha studiato un modo per ripartire, emulando una Germania rinata dopo il grigiore della seconda guerra mondiale. Quando i suoi genitori lo hanno messo di fronte alla miseria che vivevano ancora nel loro Paese, consigliandogli di non tornare, Ghadeer ha invece deciso di riprendere in mano la sua vita e, nel suo piccolo, il suo Paese perché aveva la visione di qualcosa che stava per iniziare con impegno, sacrificio e passione. Ciò che più ha colpito lo stesso Delbò è stata la capacità di questo giovane di conoscere e riscoprire il dopoguerra europeo e ricominciare prendendo esempio da quello che spesso gli europei stessi, giovani e non, dimenticano.
In un giorno come il 25 Aprile, arrivato anche grazie alla fruizione di radio segrete, un messaggio come quello di Ghadeer è ancora più importante e pregno di speranza per un nuovo inizio.

-Beatrice Tominic

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“Mi piace pensare a noi come a una famiglia di artigiani, con l’insegna dei negozi storici: Proietti e figlie”

Carlotta Proietti, talentuosissima attrice di teatro ma anche del piccolo schermo, ottima cantante e conduttrice televisiva, si racconta e ci racconta con spontaneità e freschezza dei suoi lavori più recenti, del suo importante percorso artistico e della sua “famiglia di artigiani”.

 

Dunque Carlotta, cominciamo dal successo di quest’estate: il Silvano Toti Globe Theatre di Roma ti ha vista protagonista (nel ruolo di Caterina Minola), dal 31 agosto al 16 settembre, de La Bisbetica Domata di William Shakespeare. Affiancata da un cast non meno eccezionale e dalla sapiente e arguta regia di Loredana Scaramella, hai ricevuto ottime critiche e svariati “bravo” dal pubblico. Tuttavia nasce spontanea una riflessione di timbro leggermente amaro. Una riflessione su -come riporta il sito web ufficiale del Globe Theatre- «quell’ultimo lungo monologo nel quale la ex bisbetica e indomita Caterina tesse le lodi della mitezza e della soggezione allo sposo. Quello sposo che dal momento in cui la incontra la sfida, la affronta, la inganna, la porta con sé in una casa inospitale […] e la riduce prima al silenzio e poi alla conversione a discorsi non suoi.». Avrai risposto già tante volte a questa domanda ma, da donna e da tua fan, non posso proprio esimermene: cosa ha significato per te e per l’intero cast, ad oggi, prendere parte ad una commedia tramite la quale lo stesso Shakespeare intendeva criticare il ruolo e la condizione della donna già in epoca elisabettiana?

Carlotta Proietti: Ha significato un grande privilegio: Shakespeare è un autore immenso. Non credo alla tesi del Bardo antifemminista perché non avrebbe collocato una storia all’interno di un’altra così come ha fatto, cominciando con un prologo che narra una vicenda totalmente staccata da quella di Petruccio e Caterina. In ogni caso la questione rapporto uomo-donna ha suscitato molte discussioni e interessanti chiacchierate con la nostra regista, Loredana Scaramella e con il resto della compagnia. Lei ha deciso di ambientare la pièce negli anni 30, nel ventennio fascista. La sua scelta era volta a raccontare la donna di quell’epoca – una figura che cominciava ad emanciparsi ma che era ancora vista come una figura valida per la società in quanto madre e moglie, non in quanto donna autonoma. Noi raccontiamo Caterina come una donna con la sua personalità che non è disposta a modificare per sottostare alle regole della società, e che cambia con l’arrivo di Petruccio nella sua vita, il quale la costringe a piegarsi all’obbedienza della volontà maschile. Tuttavia quando si arriva al finale torna Sly, il protagonista del prologo. La commedia nella commedia a quel punto si “smonta”; cadono le maschere, vengono via le parrucche, quello che vi abbiamo raccontato è semplicemente una “favola”. Sly recita la sua celebre battuta affermando di saper “domare una donna indiavolata” perché lo ha visto fare da Petruccio con Caterina, e in risposta a questo l’intera compagnia rientra in palcoscenico – da attori, non più da personaggi – e canta la canzone Illusione. Questo per dire che ciò che avete visto è illusorio, è finzione, non è vero niente.

Noi l’abbiamo gestita in questo modo, sperando di comunicare al pubblico non certo la visione di una donna sottomessa all’uomo ma bensì una favola che si scioglie nella fine di uno spettacolo (nello spettacolo), una fiaba il cui epilogo rimette tutti a paro. E’ una compagnia di teatro di varietà in cui un gerarca fascista si è imposto come attore…e così facendo probabilmente si è reso anche piuttosto ridicolo.

 

Hai recentemente annunciato sui social che tornerai/sei tornata a trovare il “paterno” palco della seconda stagione di Cavalli di Battaglia ma la tua prossima esperienza a teatro, se non vado errata, consisterà nel ruolo della co-protagonista Nina ne La commedia di Gaetanaccio di Luigi Magni. Affiancherai Giorgio Tirabassi nel ruolo di Gaetanaccio, per l’appunto, in questa meravigliosa commedia diretta da Giancarlo Fares che torna in scena al Teatro Eliseo di Roma (dal 19/02 al 10/03/2019) a quarant’anni esatti dal suo debutto. Come riporta il sito ufficiale dell’Eliseo, la tua presenza nel cast vuole anche in qualche modo suggerire una sorta di continuità con l’allestimento storico dello spettacolo, allora diretto e interpretato da Gigi Proietti. Anche in base a questo, cos’è per te questa commedia?

Per me significa un’enorme responsabilità. La stessa che sento in qualsiasi nuovo lavoro intraprenda, ma in questo caso si tratta di un testo che conosco da sempre e di cui ho ascoltato le canzoni fin da bambina. Purtroppo non l’ho visto perché non ero nata, ma non avrei mai immaginato di avere il privilegio di interpretare un personaggio scritto da Gigi Magni e la cosa mi emoziona. L’aspetto bizzarro è che non è stata un’idea di mio padre, al contrario quello di Gaetanaccio, nella sua nuova edizione, è un gruppo di lavoro con cui collaboro per la prima volta e sono davvero lusingata che abbiano voluto me per il ruolo di Nina. Significa per me una grande gioia.

 

Attrice, cantante, conduttrice televisiva, saranno in tanti a pensare che l’essere figlia di Gigi Proietti ti abbia aperto varie strade o quantomeno aiutata, sbaglio? Pur ritenendo che tu abbia a prescindere un talento straordinario, indubbiamente anche coltivato (ma non veicolato) da un’educazione artistica importante al livello familiare, immagino debba essere stato difficile a volte uscire dal pregiudizio del “figlio di…”.

Inizio con lo svelarti che prima di essere figlia d’arte, sono nipote d’arte. Mia nonna materna era austriaca, una cantante e ballerina del varietà. Quindi chi vuole può recriminarmi intere generazioni di raccomandazioni! Scherzi a parte, essere “figlia di” per me è prima di tutto un privilegio. Significa crescere nel parco giochi più divertente che c’è: il teatro. Un luogo che ti fa sognare ma che ti insegna continuamente qualcosa, anche tuo malgrado. Potrei dirti che “non è facile” ma cosa è facile? Penso ci siano enormi difficoltà così come gioie e soddisfazioni in qualsiasi strada si scelga di percorrere, se vuoi fare le cose per bene. Il mio lavoro è la mia passione e questo lo condivido con mio padre. Se c’è una cosa che definirei – più che difficile – complessa è stato capire che tra me e il pubblico c’è un filtro: il pregiudizio. Ma non biasimo chi giudica senza conoscere (il mio cognome arriva prima di me) perché lo faccio anch’io quando vedo un figlio d’arte! Quindi la cosa migliore da fare nel mio caso è stato lavorare perché questo non diventasse un ostacolo, perché non sia un “problema”. Ho la fortuna di stimare mio padre e di avere con lui un bellissimo rapporto di stima reciproca e scambio. Sicuramente ci sarà sempre chi penserà male di me ma per questo non posso fare nulla. Lo accetto e sono orgogliosa di far parte di una famiglia dove si ha grande rispetto del proprio lavoro e che collabora come un gruppo (mia sorella è scenografa e costumista). Mi piace pensare a noi come a una famiglia di artigiani, con l’insegna dei negozi storici, Proietti e figlie. D’altra parte ogni mestiere è un’arte; noi siamo figlie di questa.

 

Qualche tempo fa vidi per la prima volta, restandone immensamente colpita, il video del discorso che Robert De Niro tenne nel 2015 ai neo-laureati della Tisch, l’accademia delle arti di New York. Tra il brutale e l’ironico alcune delle sue parole furono: «Da oggi comincia un lungo percorso di rifiuti e porte sbattute in faccia. […] Un rifiuto può far male ma, secondo me, ha davvero poco a che fare con chi siete. Quando fate un’audizione o una presentazione, un regista o un produttore o un investitore spesso ha qualcos’altro in mente. Ecco come vanno le cose». Proprio ritenendo che nonostante il tuo cognome questo difficile mondo sia stato a volte un po’cattivo anche con te, come con tutti, vorrei chiederti di commentare queste parole e lanciare un messaggio a tutti i giovani che preferiscono ignorare il fuoco artistico che sentono bruciargli dentro pur di non intraprendere un percorso così difficile e a tratti doloroso.

Nonostante il mio cognome ho fatto numerosi provini finiti male e più di un’agenzia di spettacolo mi ha rifiutata proprio per il cognome che porto. Ovviamente posso parlare solo della mia esperienza e ho fatto un percorso un po’ singolare: nasco come cantante e non pensavo mai di recitare. Poi piuttosto “tardi” (a 30 anni) mi sono accorta che volevo migliorarmi, acquisire nozioni tecniche da palcoscenico per continuare la carriera di cantante e cantautrice in modo più completo e professionale. Così mi sono iscritta a una scuola di teatro (Il Cantiere Teatrale di Roma) e ho studiato. Ci tengo a dirlo certo non per vantarmi, ma perché credo sia importante avere la voglia di migliorarsi, sempre, e non credere che con un provino si diventi “famosi”. Sì, può succedere, ma bisogna a mio avviso prendere questo mestiere molto seriamente: con la dovuta preparazione, lo studio, i sacrifici, l’impegno, la “gavetta”, ma soprattutto la curiosità. Finita la scuola, ho avuto la fortuna di conoscere degli attori coi quali ci siamo “autoprodotti” per circa quattro anni. L’autoproduzione in teatro vuol dire fare tutto da sé, dal concepire un’idea fino a montare e smontare le scenografie. E ovviamente andare in scena la sera! Tutto questo semplicemente per dire che se si vuole fare, specie oggi, il mestiere dell’attore, ritengo si debba essere pronti a tutto non dimenticando mai da dove si viene.

 

Per concludere, dal momento che credo di averti già trattenuta abbastanza, mi ricollego alla natura un po’ dolceamara de La commedia di Gaetanaccio che affronta temi incredibilmente attuali. Da frequentatrice assidua di cinema e teatri soprattutto, ti chiedo: quanto è rischioso produrre nuove opere teatrali in un mondo che va veloce e ha sempre meno tempo per nutrire le arti? Gaetanaccio e gli altri teatranti fanno la fame e sono costretti ad “inventarsi la vita” per poter andare avanti. Non è assolutamente la stessa esasperata situazione, è chiaro, ma hai mai avvertito la sensazione che un’opera originale e dunque non già avvolta da notorietà non ricevesse adeguati riconoscimenti e attenzione? Che significa essere oggi un attore teatrale?

In un momento in cui si viaggia veloce e sull’onda dell’emotività (clicco su un post se mi attira), sarebbe giusto approfondire, non fermarsi alla superficie ma andare oltre. Per fare un parallelo, di un giornale (cartaceo o digitale) non leggere solo i titoli ma gli articoli interi. Ogni stimolo, ad esempio una parola nuova che si impara, apre una porta. Insomma, penso sia necessario avere curiosità. Tanta e inesauribile. Vedere spettacoli, film, concerti, di tutti i generi. Tenersi informati su quello che succede, di quali sono le tendenze, non seguire per forza le mode ma nemmeno disdegnare un progetto solo perché “mainstream”.

Il rischio nel produrre qualcosa di nuovo c’è sempre, ma è proprio questa la funzione del teatro. La commedia di Gaetanaccio racconta di un personaggio vissuto nel ‘700. Magni usa il pretesto di un burattinaio realmente esistito, che sbeffeggiava i potenti del suo tempo, come parallelo del momento storico in cui scrive la commedia (siamo nel ‘78), quindi del contrasto tra artisti e intellettuali. Allora era una nuova produzione, oggi è una ripresa ma sarà una versione totalmente nuova, verrà recepita in modo diverso e secondo me sarà interessante vedere come.

Rimanendo in tema Gaetanaccio, ritengo che per essere attori oggi bisogna avere una predisposizione a reinventarsi continuamente. E’ una vita che ti mette a dura prova perché alterna periodi colmi di impegni a mesi senza lavoro. E’ un ambiente duro come qualsiasi altro. Se non altro noi abbiamo il vantaggio di sentire meno la “crisi”: il teatro è in crisi da sempre. Non voglio finire con questa nota amara ma preferisco essere sincera. Non è semplice la vita dell’attore di teatro, nemmeno per me che ho la fortuna di esserci cresciuta. Ma quello che ti da in cambio è semplicemente  insostituibile.

 

Anche noi preferiamo indubbiamente la sincerità. Grazie per il tuo tempo Carlotta e in bocca al lupo (anche se in ambito teatrale l’espressione adatta sarebbe “tanta mer*a!”) per La Commedia di Gaetanaccio e per tutti i tuoi prossimi lavori.

-Margerita Cignitti