, , ,

Questa politica ci stressa: cronaca di settimane di fuoco

Tanti post, altrettante foto, interviste e sondaggi, così potrebbe riassumersi il bombardamento mediatico che stiamo ricevendo in questo mese di fine estate ma più nello specifico, in queste due settimane di fine agosto. Cosa sta succedendo nella politica italiana? Perché ogni giorno i telegiornali trattano di notizie politiche o di dichiarazioni che vengono fatte da personaggi che fanno parte del nostro governo? Facciamo un piccolo passo indietro.

Il primo giugno del 2018 il professor Giuseppe Conte, prestava giuramento alla Repubblica Italiana assumendo l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Art. 92 della Costituzione: <<ll Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri>>).

L’articolo citato è semplice e chiaro ai nostri occhi, sembra un procedimento “meccanico”, ma è davvero così lineare?

Nella prassi, la sua formazione si compie mediante un complesso ed articolato processo nel quale si può distinguere la fase delle consultazioni (fase preparatoria), da quella dell’incarico, fino a quella che caratterizza la nomina.
Prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i Ministri devono prestare giuramento ed ottenere la fiducia dei due rami del Parlamento. La fiducia il governo l’ha ottenuta, esattamente il 5 giugno 2018, prima dal Senato e poi dalla Camera dei Deputati.

Dopo aver fatto questo piccolo flashback sulla nascita del governo giallo-verde, faremo un salto direttamente alla fine, ossia alla crisi di questo Governo.

8 agosto 2019: L’inizio della crisi

La Lega esce dalla maggioranza e chiede il ritorno alle urne. Il Presidente del Consiglio è ricevuto al Quirinale per fare il punto sulla crisi. Esattamente come una storia d’amore fra due persone, la crisi nasce da un litigio o un disaccordo che provoca questo allontanamento. Motivo di discordia è la tanto chiacchierata realizzazione della TAV (ferrovia ad alta velocità Torino-Lione) e molte altre cause interne all’esecutivo.

L’ufficialità della crisi avviene il 9 agosto 2019, giorno in cui la Lega presenta al Senato una mozione di sfiducia nei confronti del governo. (Art. 94 della Costituzione: <<Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale>>).

14 agosto: La tensione

Conte, Salvini e Di Maio, seduti l’uno affianco all’altro, assistono alla cerimonia commemorativa per l’anniversario del Ponte Morandi a Genova. La giornata commemorativa non rispecchia uno stato d’animo sereno e per giunta, i tre protagonisti della storia ci appaiono tesi, stanchi e scostanti fra di loro.

20 agosto: Il vero confronto

Ore 15, Senato. La presidente del Senato (Elisabetta Casellati), cede la parola al Premier. E’ come una battaglia, allo sparo iniziale tutti iniziano a combattere. Il primo confronto vis-à-vis avviene fra Conte e Salvini, in cui il primo inizia ad elencare al Ministro degli Interni le cause della crisi di governo. Il primo ministro è nervoso ma determinato e lucido nelle parole che utilizza. Salvini scuote la testa, risponde a bassa voce, fa cenni alla sua coalizione. Talvolta sorride e alla frase pungente di Conte “non te l’ho mai detto Matteo, non si accostano slogan politici a simboli religiosi”, video più attenti riportano un fugace bacio di Salvini ad un rosario che tiene in mano sotto al suo banco, come uno scolaro.

Conte utilizza un registro linguistico aulico e istituzionale nelle sue dichiarazioni ma nonostante ciò, in alcuni passaggi dà del “tu” e chiama per nome il vicepremier, Matteo. Salvini risponde dopo l’intervento con un registro linguistico diretto e non particolarmente alto, punta all’effetto delle parole e non del concetto. Dà del “Lei” al premier, per sottolineare la forma di distacco e di lontananza dalla sua persona. All’accusa di aver provocato la crisi per seguire interessi personali a discapito dell’azione di governo il leader leghista replica: “rifarei tutto, chi ha paura del voto non è libero”. A seguire gli interventi degli altri gruppi Parlamentari.

Ore 20: dopo il confronto Conte sale al Colle (il Quirinale) per rassegnare le sue dimissioni al Presidente Mattarella. E’ caos nel mondo mediatico, il Presidente dimissionario passa per via del Corso nella sua macchina dai vetri oscurati. I giornalisti sono tutti lì,chi prevede, chi riporta dichiarazioni, chi commenta e chi spera dentro di sé in qualcosa.

La notizia della buona notte avviene in tarda serata, la Lega ritira la mozione di sfiducia ma il destino è segnato, la rottura è avvenuta.

21 e 22 agosto: Elezioni o non elezioni?

Il Presidente della Repubblica svolge le consultazioni al Quirinale con il presidente emerito Napolitano, i presidenti del Senato e della Camera (Casellati e Fico) e i rappresentanti dei gruppi parlamentari. Alla fine delle consultazioni, il Capo dello Stato annuncia che ne svolgerà ulteriori, per appurare la presenza di una maggioranza in Parlamento per formare un Governo che scongiuri il ricorso al voto anticipato.

27-28 agosto: Le trattative

Dopo un secondo giro di consultazioni al Quirinale, intense trattative per una proposta di nuova maggioranza giallo-rossa (Movimento 5 stelle/PD), proposte di ricongiungimento della vecchia maggioranza da parte della Lega e proposte allettanti d’incarichi, a fine giornata dal Quirinale viene annunciato che il giorno successivo verrà conferito a Giuseppe Conte l’incarico di formare il nuovo Governo.

29 agosto: habemus…

Viene ufficialmente conferito a Conte l’incarico di formare il nuovo Governo. Egli accetta con riserva e afferma che inizierà le consultazioni per il nuovo Governo il giorno stesso. Habemus Conte bis, forse…

Una storia complessa, inedita sotto molti punti di vista nella nostra storia repubblicana e dall’esito ancora non scontato. La speranza per il Paese è che riesca a prevalere la buona politica e che il senso delle istituzioni vinca gli interessi personali e di partito, ma ogni scenario è ancora possibile e nel frattempo tutto rimarrà bloccato fino a quando non avremo una soluzione chiara e condivisa a questa pazza crisi d’Agosto.

 

-Maria Chiara Petrassi

, , ,

La città delle donne

È ampiamente dibattuto a chi vada il primato di “prima città della storia”. Con certezza si può affermare che nel corso del IV millennio a.C. sia avvenuto quel salto antropologico fondamentale definito “rivoluzione urbana”, cioè il processo storico che vide la nascita di quella nicchia ecologica in cui tuttora noi viviamo, procreiamo e progrediamo. L’Homo sapiens si è creato il proprio habitat attraverso le proprie capacità intellettive, linguistiche e tecniche. Fin dall’epoca pre o protostorica l’uomo ha cambiato l’ambiente circostante in vario modo, con incendi massivi, tecniche di caccia particolarmente efficienti, con l’irrigazione e le prime costruzioni. Ma in epoca storica ci fu la vera “fuga in avanti”: i sistemi di trasporto, di comunicazione, di difesa, di governo ed amministrazione, di approvvigionamento, conservazione e trasformazione delle materie prime definirono quello spazio, inizialmente sacro, chiamato città.

La “città degli uomini”, utilizzando le parole di Agostino, è una realtà organicistica, in quanto composta e prodotta da esseri viventi, e mutevole, poiché cambia parallelamente alle evoluzioni umane. L’habitat umano è cambiato nei secoli insieme alle abitudini umane, alle strutture, sovrastrutture e norme che hanno regolato il vivere e convivere sulla terra. Fra le mura cittadine, lungo le strade, le rotte marittime ed aeree, sono state combattute secolari sfide che hanno prodotto quel che noi chiamiamo “progresso”: culturale, artistico, etico, scientifico, politico, economico, tecnologico.

Se oggi osservassimo le nostre città noteremmo come, almeno secondo chi scrive, tre sono le attuali sfide, le cui poste in gioco non sono affatto indifferenti al nostro futuro: la questione ambientale, la difesa e promozione della democrazia, il processo di emancipazione femminile. Certo, va onestamente appuntato come tale visione sia inevitabilmente anche il frutto delle vesti occidentali che indossiamo, ma è altrettanto necessario appurare come queste siano sfide globali.

Tralasciando in questa breve riflessione le prime due questione, vorrei focalizzare i pensieri sulla terza. Sul piano giuridico e culturale, nelle ultime generazioni il più grande processo di emancipazione, di portata millenaria, riguarda la condizione delle donne. In epoca contemporanea, il primo duro colpo battuto in favore di una piena uguaglianza delle donne si ode nella Rivoluzione francese: è la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, scritta nel 1791 dalla drammaturga Olympie de Gouges (1748-1794), in analogia alla ben più fatidica dichiarazione del 1789. L’articolo 1 recita: “La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo”. Naturalmente rimase lettera morta. Olympie venne derisa, accusata di tradimento e quindi ghigliottinata, ma non prima di poter proferire parole mai ascoltate prima. Forse è la sua la sentenza più dirompente e scandalosa fra le frasi pronunciate in quegli anni. Agli ideali liberali e borghesi, di cui tutti siamo figli, unì un’idea di convivenza umana estremamente innovativa: quella paritaria fra uomo e donna.

Quella francese fu un’altra “fuga in avanti”, lì per lì sminuita e repressa, ma non dimenticata. Dalla metà del XIX secolo, secondo la storia di genere, abbiamo assistito a quattro ondate di femminismo. Se è vero, come affermava enigmaticamente Kubrick, che l’universo è indifferente all’uomo, di sicuro non lo è la Terra. La città dell’uomo si sta evolvendo, come è naturale che sia, e con provocazione potremmo dire che sta cambiando genere. Tutte le condizioni che svantaggiavano la donna e la rilegavano al ruolo procreativo, alla sfera domestica sono e stanno venendo sempre meno. Nuovi assetti sociali ed economici si stanno dibattendo, ed è esperienza quotidiana di tutti noi osservare come sempre più vivacemente i suoi effetti si palesano ai nostri occhi. Fortunatamente, potremmo aggiungere.

Ma la questione è peraltro legata a un altro tema centrale, molto più delicato quanto fondamentale per la nostra evoluzione culturale e per qualsiasi discorso sulla felicità. La libertà di amare. Le rivendicazioni economiche, sociali, politiche, in settori sia pubblici che privati, per quanto necessarie non completano il quadro rivoluzionario. Il destino dell’uomo coincide con il suo obiettivo, ovvero la ricerca della felicità. E questa non può avvenire senza un’ulteriore rivoluzione culturale. Attraverso un dibattito pubblico che affermi inequivocabilmente come solo percependo l’amore come una libertà universale si può giungere ad un nuovo livello di convivenza umana, ben più piacevole, rispettosa, e produttiva. Questo passo può risultare superfluo, o secondario a quello economico, ma non può esistere homo oeconomicus (colui che ricerca sempre di ottenere il massimo benessere e vantaggio per se stesso a partire dalle informazione e dalle capacità possedute, all’interno di un logica razionale) senza homo sapiens (colui che vive, comunica e socializza semplicemente per sua propria natura), non può esistere corpo senza anima, o forma senza materia se volessimo chiamare in causa Aristotele.

Se accogliamo la definizione di felicità quale la capacità di coltivare una vita libera, fondata sulla qualità delle relazioni umane che concorrono a orientarla liberamente, allora non si può non riconoscere come negli ultimi decenni vi sia stato un netto miglioramento nelle condizioni di vita (per tutti i sessi e orientamenti sessuali), e che questo sia da ascrivere anche ai frutti, volontari e involontari, del femminismo.

Poiché le relazioni umane sono effettivamente “progredite” rispetto al passato, poiché possiamo usufruire ancor più pienamente delle nostre capacità creative a livello sociale, poiché abbiamo la sfrontatezza di abbattere tabù millenari, di ipotizzare e realizzare orizzonti e percorsi di vita innovativi, di produrre filtri conoscitivi ed estetici personali, di unirci in rapporti e confronti emotivamente pieni, di sfruttare il crollo progressivo di inibizioni e la conseguente apertura di nuove prospettive, di progettare legami sentimentali, familiari e sociali attraverso un linguaggio inedito, che apre lo sguardo su uno spazio umano seducente ed inesplorato. Ora anche la donna rivendica il diritto a una sessualità fondata sul piacere, ad una vita indipendente, appagante secondo le sue individuali aspirazioni, di scegliere liberamente con chi e come essere felici, quando e se procreare. E ciò non può che essere fonte di felicità anche per l’uomo. Perché la felicità è godibile solo nella reciprocità. Perché la ricerca di nuove e più nutrire dimensioni esistenziali non può che arricchire l’esperienza umana, a condizione (imprescindibile) che esista la totale libertà di scegliere e amare.

Si sta innalzando una nuova città, che con ironia della sorte e senza timore possiamo presentare come la “città delle donne”, un luogo presente e futuro, probabilmente più inclusivo, ma che tassativamente presenterà le sue sfide. Non saranno sfide facili. Superarle o meno dipende, più che dall’economia, dalla politica e dalle regole ed istituzioni che definirà. Giudizio etico-individuale e agire politico-collettivo devono formarsi e rafforzarsi in vista di una nuova educazione, devono “trarre fuori” e coltivare il terreno necessario per questo nuovo habitat.

Ma attenzione. Abbiamo imparato che proprio in campo etico i passi avanti non sono affatto garantiti una volta per sempre, si può tornare indietro. Perché “l’uomo è una corda tesa fra la bestia e il Superuomo” rileggendo differentemente una celebre frase. Perché la storia non è una freccia unidirezionale già scoccata, bensì un turbinio di possibilità di cui siamo gli unici artefici. E qui preme comprendere consapevolmente e intimamente che gli artefici non saranno e non potranno essere unicamente le donne, ma anche gli uomini. Perché il progresso, come la ricerca della felicità, è un obiettivo umano.

 

-Alessandro Berti

, , ,

Brunori Sas, Vol. 1(0) – Cosa vuol dire essere cresciuta in questo decennio con Dario Brunori

Era il 2009 quando per la prima volta sulla scena musicale appariva un certo Brunori Sas: un nome emblematico ed immediatamente riconoscibile, certo, ma quello che l’ha sempre caratterizzato di più è stato il fatto di aver riportato il cantautorato all’interno del dibattito musicale nazionalpopolareDario Brunori (al secolo), calabrese di nascita e di cultura, è riuscito con i suoi testi profondi e allo stesso tempo delicati a farci riflettere sul quotidiano, sul nostro vissuto, sul sociale e (anche) sulla politica.

Dieci anni fa. A guardare indietro sembra un secolo, eppure è un arco temporale abbastanza breve. Dieci anni fa arrivava nelle nostre cuffie e nei nostri stereo quello che è il primo lavoro del cantautore calabrese, Volume 1, che oggi ha voluto lui stesso ricordare con un video (link: https://www.youtube.com/watch?v=lgpS3IT3RGI&feature=youtu.be) in cui il Darione nazionale ha intonato una delle sue canzoni più famose: Guardia ’82.

Guardia (Piemontese, ndr) non è altro che la località di mare in cui sono cristallizzati i ricordi, da quelli dell’infanzia a quelli della maturità passando per l’adolescenza: è un locus amoenus dove possiamo ritrovare noi stessi, anche a distanza di anni. Sembra proprio quello che ha voluto ricordarci Brunori con questo video: non dimenticare l’origine, l’inizio della propria avventura artistica, senza nostalgia, perché tanto altro ha da dirci (o meglio, lo spero).

Comunque sia, gli elementi del grande cantautore emergono già in questa opera prima, anche se non era scontato arrivare ai traguardi raggiunti, soprattutto tenendo conto del contesto in cui l’album è nato.

volume uno brunoriVol.Uno (copertina) Brunori Sas

In un 2009 fatto da giovani hipster (l’indie era ancora una nebulosa in via di espansione), Dario Brunori ha già 32 anni. Non aveva la barba, che fa molto cantautore; ammettiamolo, era uscito senza hype con due baffi sul viso, occhiali da pentapartito e look da impiegato provinciale,  ma con una semplice chitarra acustica ha saputo dare vita a una sublime rivoluzione linguistica, in un panorama italiano molto diverso da quello attuale. Infatti non tardano ad arrivare i primi riconoscimenti nazionali: Premio Ciampi come miglior disco d’esordio, Targa Tenco come miglior esordiente, 140 date in Italia, premio KeepOn come miglior live della stagione.

Il merito di Vol. 1 è stato quello di inserirsi autonomamente in un frangente di rinnovamento per la scena, insieme ai coetanei “Canzoni da spiaggia deturpata” di Vasco Brondi e “L’amore non è bello” di Dente. Tutti e tre cantautori. Tutti e tre nomi che hanno avuto un peso rilevante nella trasformazione della musica italiana.

La storia di Brunori era diversa rispetto a quella dei due colleghi: meno alternativo e sofisticato, più solare e popolare; Brunori Sas è proprio il cantautore che ha ripreso il senso popolare della musica, quello che identifica un genere (in questo caso cantautorale) che è potenzialmente per tutti. Quello di Dalla e Rino Gaetano, per intenderci.

Proprio la somiglianza con quest’ultimo, origini calabresi a parte, è stato parte integrante di un lungo post firmato TheGiornalisti datato 2012.

(link: https://www.facebook.com/thegiornalisti/posts/448311198543929)

Quella fu la svolta. La svolta che fece capire all’Italia degli anni 2010 che c’era bisogno di un cantautore, nel senso più nobile e popolare del termine.

Fu la svolta anche per me. Dodicenne, cresciuta con la grande tradizione cantautorale italiana, ma che non aveva in playlist nessun brano contemporaneo in lingua italiana.
Erano gli anni in cui, pur di non sentire il pop-smielato e la musica commerciale in circolazione, ero “costretta” a recuperare i grandi nomi del passato, soprattutto quelli dei gloriosi anni ’60 e ’70.
Stavo crescendo, maturando, e quei “compiti a casa” svolti in terra straniera, tanto mi aiutarono a capire la musica e i testi di chi, da lì a qualche anno, avrebbe occupato un posto rilevante nel mondo musicale italiano. Brunori è stato il secondo “amore”, per me. Il primo si chiamava Le Luci della Centrale Elettrica (alias Vasco Brondi), che lo scorso dicembre ha salutato le scene, ma questa è un’altra storia.

Dario Brunori, a differenza di Vasco, ha risvegliato in me una forte criticità e un forte sentimento alla vita “provinciale” che all’epoca conducevo. Era il cantautore della mia quotidianità, del profondo sud e dei paesi sconosciuti.  Era la colonna sonora dei primi momenti, delle prime scoperte e dei primi amori (questa volta veri). Era l’inizio di uno sviluppo critico ed emotivo che mi ha portato fino a qui, a come sono ora.

Lunga vita alla chitarra, alle parole vere e non scontate, alle piccole e semplici cose.
Lunga vita a Brunori Sas perché con lui a casa andrà (sempre) tutto bene.

 

-Lucilla Troiano

 

Nota del responsabile editoriale: Ringrazio Lucilla per aver scritto questo articolo con il cuore; Dario Brunori ha significato anche per me qualcosa di veramente importante (scrissi, poco più di un anno fa, l’articolo sul suo tour nei teatri): una compagnia musicale costante in questi anni (ho la discografia completa) e un infinito stimolo artistico che mi ha trasmesso la passione per la chitarra e per la buona musica in generale. Non mi dilungo perché è già stato detto molto e per spiegare adeguatamente Brunori servirebbe un libro, ma sentivo l’esigenza di unirmi agli auguri per i dieci anni di carriera di un grande esponente della musica cantautorale italiana dei tempi moderni. Nella speranza di poter commentare con altrettanto entusiasmo i secondi dieci anni di attività, concludo con un semplice quanto sentito “Grazie Dario”.

-Gabriele Russo

, ,

Life on Mars?

Si è conclusa il 13 febbraio la missione Mars Exploration Rover, iniziata nel 2003 e inaspettatamente protrattasi fino al 2019. La missione è stata un tassello fondamentale per l’esplorazione di Marte, confermando la presenza di acqua allo stato liquido sulla superficie del pianeta e portando a scoperte la cui importanza non è ancora valutabile.

Quello della conquista di Marte è da decenni uno dei temi caldi per le aziende spaziali di tutto il mondo: le ipotesi che consideravano il pianeta adatto allo sviluppo della vita hanno stimolato una sconfinata produzione di narrativa fantascientifica che ha riacceso la curiosità del grande pubblico verso la corsa allo spazio e mosso ingenti investimenti in nuove tecnologie.

Il primo rover a toccare la superficie marziana fu Sojourner nel lontano 1997: il robot percorse nei suoi 3 mesi di missione più di 100 metri dal punto di atterraggio, documentando il suo operato con centinaia di foto e testando alcune soluzioni tecniche che gli ingegneri NASA avevano pensato per missioni future. Sojourner spianò quindi la strada a quelli che sarebbero stati i suoi successori, Spirit e Opportunity, giunti su Marte nel gennaio 2004.

Benché la durata della missione MER fosse fissata a 90 giorni, Spirit è stato operativo fino al 2010 quando impantanatosi nelle sabbie di un cratere iniziò a mandare segnali sempre più flebili e rari, fino a cessare definitivamente le comunicazioni. E’ stato però l’ancor più longevo Opportunity a guadagnarsi la simpatia del pubblico: Oppy è stato attivo fino a pochi mesi fa, documentando il suo lavoro giorno per giorno anche grazie ai canali social della NASA. Nel 2015 è stata assegnata ad Oppy una virtuale medaglia olimpica per aver corso la prima maratona marziana: 42 km percorsi in 11 anni di onorato servizio. Nel 2017 il team della missione MER ha invece rilasciato un video in occasione del tredicesimo “compleanno” del rover, sottolineandone i comportamenti da adolescente ribelle quali l’abitudine di condividere sui social le sue foto o il vizio di sparire per giorni e giorni senza dare notizie a “mamma NASA”. È infine nel giugno 2018, con il suo celebre messaggio “my battery is low and it’s getting dark” – la mia batteria è scarica e sta diventando buio – che Opportunity entra definitivamente nei cuori di milioni di persone in tutto il mondo, sconvolgendo la stampa interazionale con l’umanità delle sue ultime parole.

Proprio grazie a questi picchi di popolarità l’agenzia spaziale deve aver capito il potenziale social delle sue creazioni, e continua a cavalcare l’onda mediatica con l’unico attuale inquilino del pianeta rosso, Curiosity, che mostra fattezze simili a quelle del robottino targato Pixar Wall-e, interagisce via twitter con i suoi numerosi fan ( “Your friendly neighborhood NASA Mars rover” la sua bio) e si fa cantare “happy birthday” dagli strumenti di monitoraggio il giorno del suo compleanno.

Restano i dubbi su quanto questa progressiva umanizzazione sia frutto di un restyling progettato a tavolino dalla NASA e quanto sia invece un’inevitabile conseguenza delle caratteristiche sociali della società contemporanea. Il fenomeno dell’antropomorfizzazione, cioè dell’attribuzione di caratteristiche e qualità umane ad animali, eventi naturali o manufatti, è da sempre presente nella società: religione, rapporto con gli animali domestici, narrativa per ragazzi sono solo alcune delle declinazioni possibili. L’umanizzazione è un processo naturale, intrinsecamente legato al disagio che l’uomo prova nel relazionarsi con qualcosa che sfugge alle sue logiche, che è estraneo alla sua natura; era perciò solo questione di tempo prima che anche i robot fossero investiti da questo fenomeno. Ciò ha avuto l’oggettivo pregio di avvicinare le persone comuni a tematiche di ricerca e sviluppo che erano, fino a pochi anni fa, esclusivo appannaggio di un’élite ristretta, ma allo stesso tempo ha aperto la strada allo studio di nuove materie legate alla roboetica e alle implicazioni morali dello sviluppo di intelligenze artificiali che richiederanno tempo e complessi dibattiti per giungere a conclusioni condivise.

wall-e-eve.jpg

Certo è che questi comportamenti non risparmiano neanche le grandi menti: Isaac Asimov, teorizzatore delle leggi della robotica e pioniere della divulgazione (fanta)scientifica, ha più volte manifestato la difficoltà nel non dotare di caratteristiche comportamentali umane i robot dei suoi romanzi, anche quando essi sarebbero dovuti essere assolutamente privi di emozioni. Più di recente, durante la conferenza stampa in cui è stata dichiarata la fine della missione MER, diversi scienziati non sono riusciti a non parlare esplicitamente di “riposo” o “sonno” del rover Opportunity, trattato come un collega e chiamato con naturalezza Oppy anche in un contesto istituzionale come la conclusione di una delle missioni spaziali più importanti della storia.

Le applicazioni della robotica sono infinite: sanità, educazione, domotica, assistenza, e ora anche la conquista dello spazio. Resta da capire se e quanto i robot possano sostituire il loro operato alla presenza umana, e quali siano i limiti del loro sfruttamento. Nel frattempo, se volessimo rispondere al quesito che David Bowie poneva nel 1971 “Is there life on Mars?”, potremmo immaginare Curiosity che trotterella per la superficie marziana scattando foto ai suoi fratelli dormienti e rispondere che si, forse un po’ di vita sul pianeta rosso è presente.

 

-Marcello Fringenti