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Shepard Fairey. 3 decades of dissent

Agli inizi di ottobre, ho avuto il piacere di recarmi alla Galleria d’Arte Moderna di Roma per vedere la mostra di Shepard Fairey, street artist di fama internazionale. Si tratta di un progetto espositivo esclusivo, curato dallo stesso Shepard congiuntamente a Claudio Crescentini, Federica Pirani e la Wunderkammerm Gallery.

Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle sempre più stringenti misure di contenimento della pandemia, che hanno richiesto il sacrificio di molti settori, tra cui quello artistico, con la chiusura di tutti i musei. Tengo così vicino a me il ricordo di questa mostra, nell’attesa della riapertura dei centri culturali, ninfa vitale, a mio parere, di tutti noi.

La “legge del dissenso”

Shepard Fairey è un urban artist, divenuto famoso in tutto il mondo grazie alla sua campagna di sticker iniziata nel 1989. Le sue opere, di forte impronta social-politica, denotano una spiccata sensibilità dell’artista nei confronti di temi come la violenza contro le donne, discriminazione razziale, integrazione, pace nel mondo, infanzia violata.

Attraverso le sue raffigurazioni, trasmette messaggi di grande impatto visivo, chiari ed incisivi, che non lasciano scelta allo spettatore se non quella di recepire quanto egli vuole comunicare, ma soprattutto ad interrogarsi. Ciò che trovo affascinante è che le opere di Fairey si sono fatte spazio all’interno di un mondo artistico, quello contemporaneo, caratterizzato sempre più da opere con chiavi di lettura polivalenti, o spesso di difficile comprensione.

La street art, invece, riesce a mettere in scena una sorta di ritorno al passato, ad un’arte più immediata, quasi alla stregua delle opere che possiamo trovare nelle chiese medievali, dove anche l’analfabeta aveva modo di comprendere ciò che l’opera voleva/doveva comunicare; allo stesso modo gli stencil utilizzati dall’artista sono in grado di comunicare con qualsiasi tipo di pubblico, anche quello completamente a digiuno nei confronti delle nuove correnti di arte contemporanea. Lui definisce l’arte come una “legge del dissenso”, la quale deve avere una funzione prima di tutto pubblica.

Curiosa, però, è la nascita del famoso sticker “Obey Giant”, raffigurante il wrestler Andrè the Giant, con la scritta “obbedisci”, Shepard, infatti, ha dichiarato che in realtà tale creazione non ha particolari significati nascosti, è stato solo frutto di una sorta di sfida con un suo compagno universitario. La speranza di Fairey è comunque quella che lo spettatore, interrogandosi riguardo al vero significato dello sticker, applichi lo stesso spirito critico ad ogni contenuto visivo che gli viene sottoposto, smettendo di accettare passivamente tutto ciò che vede senza farsi domande, ma reagendo attivamente. La scritta “OBEYche campeggia sotto il volto del gigante è un trucco di psicologia inversa: non obbedire, fatti domande, ribellati al sistema.

Le interferenze d’arte, una connessione di temi

Il tema del dissenso alla Galleria d’Arte Moderna va a connettersi con opere di altri artisti, l’esposizione infatti, chiamata Interferenze d’Arte, si caratterizza per l’accostamento di capolavori di vari artisti, che esprimono gli stessi valori.

A mio parere questo non sempre risulta evidente e alcune opere, più che al tema di fondo caro a Fairey, sembrano essere accumunate soltanto da similitudini decorative; questo è particolarmente evidente nei casi dei ritratti femminili e delle composizioni floreali. 

Quando ci si ritrova di fronte all’intenso, ma in fondo manieristico, olio di Giacomo Balla, Il Dubbio, ritratto di Elisa moglie dell’artista, non risulta chiara la vicinanza con il poster Defend the dignity di Shepard, ritratto di Maribel Valdez Gonzalez, facente parte delle serigrafie “We The People”, in risposta diretta ai sentimenti xenofobi, razzisti e anti-immigrati.

Sarebbe risultata sicuramente utile una didascalia esplicativa “dell’interferenza” che dovrebbe legare le opere selezionate e messe a confronto. Si alternano così accostamenti che riescono effettivamente a caricare ed enfatizzare il messaggio che vuole essere trasmesso, ad altri molto meno chiari.

In mostra per le Interferenze d’arte opere di: Claudio Abate, Carla Accardi, Giacomo Balla, Domenico Belli, Felice Casorati, Emanuele Cavalli, Primo Conti, Nino Costa, Giorgio de Chirico, Fortunato Depero, Antonio Donghi, Francesco Guerrieri, Virgilio Guidi, Renato Guttuso, Fabio Mauri, Cipriani Efisio Oppo, Pino Pascali, Luca Maria Patella, Fausto Pirandello, Giuseppe Salvatori, Mario Schifano, Scipione, Mario Sironi, Giulio Turcato e altri artisti.

-Elisa Ciaffi

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Sfida accettata: 30 giorni senza social network per disintossicarsi dallo smartphone

Ricordo perfettamente che la persona ad avermi trasmesso l’amore per la fotografia è stata mia madre. Credo di avere circa una decina di album fotografici e ogni volta quando li sfoglio mi commuovo, perché attraverso questo mezzo potentissimo abbiamo la possibilità di bloccare un particolare momento, con quello scatto teniamo vivo il ricordo per sempre. La tecnologia oggi ci ha tolto la seccatura di dover andare a sviluppare il rullino fotografico, abbiamo la fortuna di poter avere sempre con noi le foto sullo smartphone e di poterle condividere immediatamente con il resto del mondo nei vari social network; allo stesso tempo questo meccanismo ci ha resi schiavi di un sistema creato appositamente per non separarci mai dal telefono.

Il nostro smartphone è molte cose insieme: oltre ad essere una macchina fotografica, è un giradischi portatile, è in grado di darci tutte le notizie della giornata e di tenerci in contatto sia con il vicino di casa che con quella lontana cugina tedesca. Hai un problema? Chiedilo a Google, sicuramente saprà risolverlo. Non sai la strada per raggiungere il bar dove devi incontrare i tuoi amici? Apri Maps. Vuoi trovare la tua anima gemella? C’è Tinder. Nuovo taglio di capelli? Pubblica subito cinque foto su Instagram, non vorrai mica perdere l’occasione per poterti mettere in mostra! Vuoi trovare il ragazzo conosciuto al locale ieri sera? Cercalo su Facebook, ci vogliono soltanto due minuti… e se ti dovesse annoiare la home di Facebook, tranquillo c’è sempre il feed di Instagram con le sue meravigliose stories.

Ci sentiamo perennemente annoiati, in uno stato d’ansia collettivo, in questa situazione drammatica decidiamo di abbandonarci a noi stessi e anziché coltivare delle attività utili, stiamo ore e ore a passare da un’applicazione all’altra. Roviniamo preziosi momenti di socialità soltanto perché siamo troppo pigri e preferiamo stare con lo smartphone in mano, per non perderci neanche una nuova foto dei nostri “amici”. 

Vi ricordate l’ultima volta che siete stati a fare aperitivo e non avete sentito lo stimolo di fare una storia su Instagram? Avete mai monitorato in una giornata quanto tempo utilizzate le vostre applicazioni? Siete consapevoli dello stato emotivo che vi fa provare il telefono? Io no, per questo ho deciso di lanciarmi in un’avventura: 30 giorni senza social network per riuscire a disintossicarmi.

Parlo di disintossicazione perché non tutte le dipendenze riguardano le sostanze stupefacenti o l’alcol, viene ben spiegato nella prima parte del libro Come disintossicarti dal tuo cellulare (maggio 2018) di Catherine Price; i nostri smartphone e le app sono stati progettati per manipolare la produzione di dopamina nel nostro cervello, una sostanza che rende molto difficile sospenderne l’utilizzo; qualsiasi esperienza che attivi il rilascio di dopamina è un’esperienza che siamo portati a ripetere. Per esempio, quando ci mettono like su Facebook, oltre ad esprimere un apprezzamento, inconsciamente ci stanno invitando a ripubblicare qualcosa.

La cosa più preoccupante di questo meccanismo è che, se un’esperienza provoca il rilascio di dopamina, il cervello memorizza il rapporto causa – effetto e finisce quindi per rilasciare dopamina ogni volta che quell’esperienza viene ricordata, rilasciandola a priori. La capacità di anticipare la soddisfazione nei casi più estremi porta anche alla dipendenza. Fateci caso la prossima volta che vi sentite in ansia senza motivo, sicuramente prenderete il vostro telefono per vedere se qualcuno vi ha scritto.

L’11 novembre ho iniziato questo percorso, dopo una scintilla di pensieri che sono scoppiati nella mia testa. Com’è possibile che in questo periodo d’isolamento non siamo riusciti seriamente ad isolarci? Perché stare in solitudine in realtà non significa uccidere i propri pensieri, passando da un’applicazione all’altra soltanto per ammazzare il tempo, mostrando interessamento per la vita di chiunque eccetto che per la nostra. Ho sempre amato alla follia i social, con questa condivisione spasmodica hanno il potere di non farci mai sentire soli, ma questo è anche un difetto.

Le situazioni più spiacevoli si sono riscontrate quando ho cominciato a mettermi dei limiti e delle zone in cui non avrei dovuto utilizzare il telefono, come per esempio a tavola o quando uscivo a prendere un caffè con un’amica, perché mi sono accorta che nel disagio in cui viviamo ci siamo dimenticati di come si vive senza rimanere connessi tutto il giorno.

Mettere il telefono vicino al piatto è una mancanza di rispetto nei confronti delle persone che avete di fronte, perché inconsciamente vi state disperatamente chiedendo di controllare le notifiche, potrebbe esserci un messaggio che non potete assolutamente perdere. Mentre aspettate che arrivino gli uramaki, perché anziché stare su Instagram a vedere cosa sta facendo qualcun altro che non è lì, non sfruttate al meglio ogni minuto che avete a disposizione con la persona che avete di fronte a voi?

Bisogna acquisire la consapevolezza che i piccoli momenti fanno la differenza, che al contrario dei nostri smartphone, noi esseri umani non siamo programmati per essere multitasking; stare concentrati a rispondere ai messaggi, non consente di dare la giusta importanza a chi ha deciso di passare del tempo con noi.

Proprio il tempo è uno dei fattori più importanti che ha scatenato in me la voglia di cambiare approccio con lo smartphone. Secondo una ricerca di Rescuetime.com effettuata su 11mila utenti, le persone trascorrono circa 3 ore e 15 minuti al giorno sui telefoni; questo può avere un impatto significativo sulla salute mentale. Diversi studi, come per esempio quelli svolti da José De-Sola Gutiérrez Cell-Phone Addiction: A Review in Frontiers Psychiarty – , hanno dimostrato che l’uso intensivo degli smartphone (si parla soprattutto dei social media) ha degli effetti negativi sull’autostima, la capacità di controllare gli impulsi, il senso d’identità, l’immagine di sé, problemi di sonno, stress e depressione.

Il mondo fantastico dei social è un mondo perfetto dove tutti noi dobbiamo obbligatoriamente essere migliori di qualcun altro per essere felici. Dobbiamo mostrare le nostre vittorie e mai le sconfitte; le note positive della nostra vita, dal magnifico piatto postato con l’hashtag foodporn, alla foto in costume postata solamente per far ingelosire gli altri di un qualcosa di perfetto, ma che non è. Perché nella vita reale non si possono usare i filtri o Photoshop per togliere le smagliature e i fianchi larghi. Tutto questo dipende soltanto da noi, da quello che vogliamo vedere nei social e da quello che cerchiamo. Vogliamo lasciare che questi meccanismi ci trascinino in un vortice di cattive abitudini, oppure desideriamo riprendere in mano il tempo che abbiamo a disposizione e goderci a pieno il momento che stiamo vivendo? A voi la sfida.

Giada Gambula

-immagine in copertina di Gabriele Stefani

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Spiders and vinegaroons: il suono del deserto

I Kyuss si sono sciolti da due anni e un giovane Josh Homme, stanco del suo vecchio gruppo e dei continui eccessi dei suoi compagni di merende, decide di rivoluzionare la propria esistenza e le sorti dello stoner rock. Si rimbocca le maniche e scrive tre pezzi, successivamente confluiti nello split ep: Kyuss/Queens of the Stone Age, uscito il 5 dicembre del 1997. La pubblicazione del disco sarà un biglietto da visita per la band californiana e l’inizio di una nuova avventura musicale ricca di successi. Dalle ceneri dei sanguinanti Kyuss, i Qotsa inizieranno ad affermarsi pian piano nel panorama musicale mondiale, uscendo finalmente dal guscio e dalla nicchia stoner che rischiava di isolarli.  

Riff acidi, ululati consumati dagli eccessi, sound deciso e falsetti malinconici ci accompagnano in questo viaggio mistico. Questo disco è bene ricordarlo come una pietra miliare di questo genere: abbiamo la nascita di una creatura e l’evoluzione della stessa condensata in sei tracce, suddivise simmetricamente in due insiemi. Da un lato i KYUSS, e dall’altro l’embrione dei QOTSA, entrambi accomunati da radici desertiche. E proprio tra rocce incandescenti, cactus, scorpioni e crotali un gruppo di giovani di Palm Springs ha dato vita ad una creatura – KYUSS – divenuta presto un’alternativa al grunge di Seattle, per poi passare la fiaccola alle Regine dell’età della pietra considerati una delle massime espressioni dell’odierno rock’n’roll.

Il disco si apre con tre tracce dei Kyuss. Si inizia con la cover di Into the void,  che è un chiaro omaggio ai Black Sabbath quali prima fonte d’ispirazione del gruppo, e si arriva a due versioni di Fatso forgotso, dove può sentirsi chiaramente il sound acido e pesante caratteristico del gruppo.

Le ultime tre tracce, invece, sono la materializzazione delle volontà di un giovane Homme, ossia quella di alleggerire la ruvidità dello stoner e catapultarsi in una miscela esplosiva, condita dalle immancabili tendenze alternative dei 90’s e dall’amore per tutta la scena musicale dei 70’s. Josh ha messo su la sua creatura, distaccandosi dalla eccessiva pesantezza dilaniante dei Kyuss per approdare a un nuovo prototipo di rock, coniando di fatto un nuovo genere per i Qotsa, quello del robot rock.

Tutto ciò lo ritroviamo nella fase embrionale contenuta in questo split ep, in cui esce la necessità di riscoprire una nuova creatività, avendo un occhio di riguardo alle proprie origini, ma con una visione critica e rinnovata di queste ultime; viene qui sancito il passaggio simmetrico dal suono acido e pesante dei kyuss a quello più sperimentale di Homme e soci, segnando uno spartiacque e un vero e proprio passaggio di testimone. Il genio vuole uscire dalla nicchia e affermarsi nel panorama mondiale e queste tre tracce segnano le coordinate di un viaggio in corso ancora oggi, che si spera non finisca mai.

Si inizia con If Only Everything, pezzo emblematico nel suo genere dove la voce di Josh si amalgama perfettamente con il sound duro e di ispirazione stoogesiana, per arrivare a Born to hula che ancora risente della memoria Kyuss, pur sempre sotto una nuova veste attraverso un suono grezzo e desertico rinnovato, il tutto condito da una ritmica vivace e assoli martellanti e metallici, robotici appunto.

Il nostro viaggio si conclude o inizia – a seconda dei punti di vista – con una vera e propria gemma che solo l’atmosfera dell’area del Mojave desert può regalarci: Spiders and Vinegaroons. Quest’ode al deserto intrappola l’ascoltatore in una dimensione lisergico-metallica dalla quale non si vuole più uscire. Il tempo è scandito da una dirompente miscela di meccanicità robotica, addolcita da svolazzi spaziali e indurita da assoli altrettanto metallici e ruvidi. La progressiva ripetitività associata alla nuova idea di sperimentazione sonora danno vita proprio a quel suono di “robot rotti e ubriachi”, tanto inseguito da Homme, e chiare rimangono le influenze sabbathiane e stoogesiane, tanto care al gruppo. La psichedelia trova spazio, ma in veste diversa: è più introspettiva e meno stordita, condita di quel mistero che solo il deserto può celare.

Il deserto è l’elemento comune e ricorrente: è sede di scoperta, transizione e rinascita, è la storia di un lungo amore che si è evoluto attraverso esperienze psichedeliche e profonde, luogo mistico per eccellenza che ha forgiato le sonorità di un genere aggressivo, acido e malinconico allo stesso tempo, è l’anima di questo movimento. Da qui tutto è iniziato e tutto è rinato sotto una nuova pelle; oggi è 5 dicembre, 23 volte auguri a questa pietra miliare.

-Gianlorenzo Ciminelli

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Cruor, la personale di Renata Rampazzi

È stata inaugurata di recente a Roma Cruor, mostra che il museo Carlo Bilotti – spazio espositivo nato, dopo decenni di degrado e usi impropri, all’interno dell’Aranciera di Villa Borghese, dalla generosità del signor Bilotti, la cui collezione vanta 22 opere tra dipinti, disegni e sculture – dedica a Renata Rampazzi, accompagnata nella curatela da Claudio Strianti. La pittrice astrattista approfondisce la delicata tematica della violenza di genere, attraverso la realizzazione di 14 tele, nelle quali terra e pigmenti si mescolano insieme dando vita ad immagini che evocano la deturpazione del corpo femminile.

Le opere in mostra

In un piccolo ambiente si sviluppa la ricerca dell’artista in un susseguirsi di ampie tele, caratterizzate da vaste campiture, nelle quali la Rampazzi ha saputo utilizzare sapientemente la spatola per donare alle immagini carica allusiva. Accanto a queste, vi sono poi opere dalle minori dimensioni ma ugualmente persuasive. A dominare in ognuna è la metafora del sangue, declinato con differenti gradazioni del colore rosso, dalla più tenue a quella più vivida. La Rampazzi, con il metodo del dripping, crea macchie e filamenti che rimandano con forza brutale alle lacerazioni e mutilazioni delle parti più intime e private della donna. Lo spettatore viene inevitabilmente indotto ad immergersi emotivamente nella realtà prospettata dai quadri; è così condotto a riflettere sulla tragica realtà delle offese e sofferenze delle vittime di fronte alla sopraffazione maschile.

Il viaggio del visitatore giunge al suo apice con l’ultima opera esposta; si tratta di un’installazione che lo coinvolge anche fisicamente, attraverso un percorso a ritroso all’interno dell’utero femminile: veniamo infatti invitati ad addentrarci in un labirinto di garze e teli che pendono dalla parete sovrastante, intrisi di un rosso cupo, accompagnati costantemente dalle musiche di Minassian, Ligeti e Gerbarec, udibili in sottofondo, che contribuiscono ancor più a rendere inquietante lo spazio circostante.

“Cruor – sangue sparso di donne” al museo Carlo Bilotti
L’intento dell’artista

Il messaggio che la Rampazzi vuole comunicare emerge con potenza ed evidente urgenza dalle meravigliose ma allo stesso tempo angoscianti tele. La giovane pittrice appartiene infatti a quella categoria di artisti dediti all’astrazione concepita come contenuto e significato, non solo come ornamento e composizione. La mostra rappresenta il suo grido personale, la sua opera di denuncia verso comportamenti e azioni ancora generalmente taciuti ma che costituiscono un fenomeno che inquina tristemente la nostra società attuale.

Ruolo catartico dell’Arte

L’arte è uno strumento comunicativo ineguagliabile in quanto capace di scuotere gli animi di una platea eterogena di spettatori. La Rampazzi riesce nel suo intento con una mostra dal contenuto fortemente disturbante che permette al pubblico di attivare processi critici e genera costernazione.  Non si tratta di un semplice susseguirsi di immagini, il visitatore ha l’occasione di intraprendere un viaggio dentro e fuori il corpo femminile. Invito chiunque a prendere parte a questa esperienza sensoriale, in particolar modo il pubblico maschile. Ancora una volta l’arte contemporanea si pone al centro del dibattitto sociale e si avvalora il pensiero della capostipite delle arti figurative Marina Abramović, ”The beautiful or not beautiful is not important, have to be true.”

-Rebecca Linguanti


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Κυνόδοντας

Kynodontas. Dogtooth. Canino, se vogliamo. Dopo undici anni di attesa è uscito al cinema nella grande distribuzione il film rivelazione dell’ormai acclamato regista greco Yorgos Lanthimos, che venne premiato a Cannes nella sezione Un Certain Regard e candidato agli Oscar come il miglior film straniero nel 2011. (Ri)vedere Kynodontas dopo i recenti successi di Lanthimos – regista del pluripremiato La Favorita, regista e sceneggiatore insieme al geniale Efthymis Filippou di The Lobster e Alps – è un’esperienza che ogni amante della settima arte dovrebbe fare per comprendere a fondo le tematiche e le origini di questo talentuoso e rivoluzionario cineasta e anche di una certa corrente presente nel panorama greco. Quindi come prima cosa, andate al cinema. In particolare andateci senza vedere nulla del film, neanche il trailer.

Tre bambini. Una femmina più grande, un maschio e una femmina più piccola, di età compresa approssimativamente tra i 20 e i 35 anni. Bambini-adulti, con degli istinti primordiali che devono essere soddisfatti in modo impetuoso e meccanico. Passano la giornata a sfidarsi in prove di resistenza fisica per aumentare le loro performance agli occhi della madre, che esiste al solo scopo di controllarli e che presto sarà assistita da un cane addestrato, e del padre, unico che può lasciare la grande casa con piscina nella quale vivono e solo artefice di ogni scelta possibile. La visione di Kynodontas trasmette pura violenza psicologica allo spettatore attraverso quella subita dai personaggi e in particolare dalla loro accettazione di essa, come fosse il naturale ordine delle cose. La totale inconsapevolezza rispetto alla loro condizione di segregazione, fisica ma soprattutto mentale, è un elemento fondamentale di inquietudine e soprattutto di riflessione. Esseri umani cresciuto come animali in un recinto, ai quali è negata l’istruzione, la scoperta del proprio corpo, l’arte, il concetto di realtà oggettiva, la conoscenza scientifica, ogni stimolo al di fuori della loro gabbia dorata. Senza nome e dunque senza identità. Privati della conoscenza del linguaggio. Ai quali è stato insegnato che il mare è niente di più di una poltrona di pelle. Ed è forse quest’ultima la violenza più grande alla quale assistiamo, molto sottile e difficile da concepire, la repressione più profonda che viene attuata nei totalitarismi e che i nostri eterni bambini vivono fra le mura domestiche. In questa privazione di evidente matrice Orwelliana – difficile non pensare alla neolingua – il regista ci spinge ad una riflessione profonda di carattere antropologico e sociale.

Come si può comprendere di vivere privati della propria libertà se non si ha il concetto di essa? Come si può ragionare al di fuori di uno schema se non si è a conoscenza di farne parte? Lanthimos ragiona sul concetto di Stato e sulle sua costruzione – repressione, controllo, metus hostilis, paternalismo, vuota competitività al solo scopo di asservimento e sulle verità granitiche comunemente accettate in una società, sulle convenzioni, sulla mente umana e le sue fonti di apprendimento e formulazione del linguaggio e del concetto. In alcuni momenti si ha quasi l’impressione di assistere ad un mero esperimento scientifico, complice l’atmosfera quasi pacata del film, che scaturisce da un regia essenziale, una fotografia luminosa e calda, mediterranea, dominata dal verde brillante del prato e dalla quasi totale assenza di musica se non in alcune brevi, memorabili sequenze. Calma apparente che fa sì che le poche scene di violenza arrivino allo spettatore come dei tagli, improvvisi e dolorosi. Si apprezza anche una riuscitissima prova attoriale collettiva, in particolare nell’atteggiamento dei figli, che si muovono e parlano mischiando saggiamente diversi registri in modo da restituire la grottesca sensazione di un essere intrappolato fra una bestia, un adulto e un infante. Una simile scelta risulta decisamente disturbante e induce ad una grande riflessione sulle dinamiche di potere che si instaurando tra adulto e bambino e sull’uomo. C’è anche un velato riferimento in questo senso alle dinamiche della pedofilia.


La figura patriarcale è forse la più interessante: egli risulta schiavo della stessa repressione che ha creato ed è meticoloso nel conservarla, dalla quale si libera solo attraverso l’estrema violenza – lucida, fisica, come se stesse punendo un animale domestico – che esercita sui figli. Costruisce una realtà (alternativa?) di controllo nella quale i suoi figli rimangono sempre piccoli e incoscienti, da punire e ai quali raccontare una verità preconfezionata e semplicistica, come appunto si fa con un bambino per controllarlo perché si ritiene che la sua incolumità sia a rischio altrimenti. La sua scala di valori può apparire come alterata rispetto a quella comunemente condivisa, ma presenta un’intrinseca ed inquietante aderenza di fondo con il mondo in cui viviamo. Il modo in cui si relaziona con la moglie non è diverso da quello che si può osservare in una famiglia di classe media della stessa generazione. La sua attenzione per i bisogni fisici del figlio maschio ci riporta ad un immaginario ben codificato. La riflessione del regista non è solo a livello di società e di stato, ma a livello strettamente familiare. Al di fuori dei simboli che possiamo ricercare rispetto ai componenti della famiglia, le domande che la pellicola evoca, sottese e terribilmente realistiche, sono su come educhiamo i nostri figli e le nostre figlie. Le menzogne e la repressione che vengono perpetrate dai genitori sulla prole sono davvero necessarie al processo educativo? Creano più danni o più benefici? Ed io, come sono stata/o cresciuta/o? La risposta risiede nei paradigmi della nostra generazione. Non ci si può dunque non immedesimare nella ribellione sfrenata, esaltata, quasi dionisiaca della protagonista femminile più grande, fin dall’inizio la più insofferente rispetto l’autorità, che dopo aver visto un piccolo sprazzo “al di fuori della caverna” inizia a sognare e desiderare. Inizia ad esistere come individuo, a sentire il bisogno di avere un nome. Non riesce, tuttavia, ad uscire davvero dallo schema che le hanno imposto. Lanthimos è chiaro su questo. Possiamo fare il tifo per lei, ma il prezzo della libertà è altissimo e quella che ottiene è avvilente al punto tale da diventare grottesca.

Kynodontas è una pellicola piena di significato, aperta a numerose interpretazioni, che costruisce un ambiente malsano, nel quale i numerosi shock ai quali si è esposti sono raccontati con un tecnica simile al Verismo, nella quale il narratore si tiene fuori e lascia che le immagini parlino da sole; le riflessioni che ne nascono sono profonde e sono vere, reali, concrete. Un piccolo capolavoro del primo decennio di questo millennio.

-Alessandra Testoni

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Dalla peste al coronavirus: l’arte durante le pandemie

Il coronavirus non è di certo la prima nefasta epidemia contro cui il mondo intero è costretto a fare i conti e quando l’attualità s’intreccia con la storia scaturiscono corrispondenze che mai avremmo immaginato. A testimoniarlo sono gli artisti di ogni tempo che con opere dalla straordinaria carica emotiva si sono sempre fatti portavoce dei più terribili flagelli umani.

La peste nera

Tra tutte le epidemie che si sono verificate nel corso della storia, quella di peste nera del Trecento, importata dall’Asia, fu senza dubbio tra le più spaventose, anche a causa dell’altissimo tasso di mortalità. Si stima che oltre il 30% della popolazione europea sia morta a causa dell’epidemia. Si trattò di una malattia dovuta ad un batterio trasmesso dai roditori presenti tra la Mongolia e il deserto del Gobi; probabilmente furono le guerre tra la popolazione mongola e cinese a provocare le condizioni sanitarie perché si diffondesse su scala mondiale.  Non deve sorprendere quindi che Il “Trionfo della morte” fosse un tema ricorrente nelle pitture medievali. La “terribile signora” veniva mostrata sempre in agguato, anche nei momenti di divertimento, proprio come si può notare nell’affresco palermitano. All’interno di una gigantesca pagina miniata la “Morte” è presente con un’insistenza quasi ossessiva, con crudele espressività viene raffigurata su uno spettrale cavallo scheletrico mentre ha appena scagliato una freccia: il lussureggiante giardino incantato viene così trasformato in un mondo pieno di vittime. 

L’influenza spagnola

È comparsa all’improvviso nelle fasi finali della Prima Guerra Mondiale e nei due anni successivi ha mietuto decine di milioni di vittime in tutto il mondo, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione. Un alone di mistero circonda questa aggressiva epidemia virale, ricordata come la più grave di tutta la storia umana, la quale venne infatti tenuta nascosta, almeno in un primo momento, dai vari regimi politici. Come primo metodo di difesa dalla malattia, venne richiesto di indossare delle mascherine, simili a quelle che siamo chiamati ad impiegare anche oggi, senza le quali era proibito l’accesso agli spazi pubblici.

Molti personaggi illustri morirono conseguentemente alla febbre spagnola ma L’arte e la letteratura ignorarono completamente la pandemia, ad accezione del pittore Egon Schiele. Nella “Famiglia” emerge tutta l’angoscia esistenziale di Schiele; l’opera venne realizzata pochi mesi prima che le giovani vite di questo piccolo e fragile nucleo familiare vennero spazzate via a causa della Spagnola, Egon infatti morì a soli ventotto anni, poco dopo la moglie, all’epoca incinta. La protagonista assoluta del dipinto appare essere la donna vista come nell’atto di generare con le gambe aperte, al centro delle quali spicca la figura di un bambino. Lo sguardo della fanciulla tuttavia non è rivolto all’osservatore ma è come perso nel vuoto, come se guardasse malinconicamente alla sua condizione, cosciente dell’ineluttabilità di un ruolo al quale è impossibile sottrarsi.

L’AIDS

Sono trascorsi quasi quaranta anni dalla descrizione dei primi casi della sindrome da immunodeficienza acquisita nota con l’acronimo inglese «Aids» che ha già causato 22 milioni di morti, per tre quarti africani. Nei paesi del Sud del mondo l’epidemia si espande senza controllo. Le azioni di educazione e informazione producono risultati deludenti.  Fu l’aids ad uccidere Keith Haring a soli 31 anni. Street artist per eccellenza, fece della metropoli newyorkese il suo studio personale: lo spazio urbano viene invaso da figure vigorose ed espressive, dalle forme semplici e sfavillanti; il tratto pieno di energia che caratterizza le sue opere è stato in grado di entrare nella memoria collettiva fino ai nostri giorni.  In “Ignorance = Fear” tre omini stilizzati, nell’atto di emulare le famose tre scimmie del “Non vedo, non sento, non parlo”, raffigurano un’esplicita denuncia al fatto che il problema della diffusione della malattia veniva deliberatamente ignorato dalle istituzioni: Keith Haring mette in guardia dall’ignoranza che genera la paura, da questa il silenzio e la morte.

Coronavirus

L’epidemia da CoViD-19 è quindi solo l’ultima di una lunga serie di epidemie che hanno sconvolto il mondo nel corso dei secoli. Durante la recente tragedia l’umanità intera è stata pervasa da un comune sentimento di fragilità e impotenza, la paura ha preso il sopravvento quando Il coronavirus ha sconvolto le nostre vite in modo inimmaginabile. Ma in questi giorni di quarantena forzata l’arte non ci ha mai abbonato. Opere modificate con mascherine e disinfettante per le mani, collage pop e messaggi di speranza: il Covid non ha di certo arrestato la creatività degli artisti!

L’arte può essere considerata come un impulso irrefrenabile che riflette l’interiorità spirituale di un essere umano travolto dal bisogno di mettere a nudo il proprio animo.  Attraverso l’uso di colori, parole, immagini, sculture e note musicali, gli artisti hanno raggiunto un intento ammirevole: permetteranno a questa, come a tutte le terribili epidemie che si sono susseguite nella storia del mondo, di non rimanere tra qualche anno una semplice statistica. 

“La ragazza con l’orecchino di perla” del famoso pittore olandese secentesco Vermeer, è stata trasformata da Lady Be in una infermiera. La dolcezza dello sguardo della giovane donna si fa portatore di un messaggio importante, l’opera infatti è stata realizzata per dire grazie a tutti gli “angeli” che in questi difficili giorni hanno lavorato negli ospedali sacrificando la loro vita per quella degli altri. Come ogni opera di Lady Be, famosa per i suoi “ritratti di plastica”, è stata creata con la sua speciale tecnica: si tratta un mosaico fatto di tappi di plastica, giocattoli, penne, bottoni, bigiotteria e altri oggetti di uso comune. La toccante opera di Lady Be è stata messa all’asta e il ricavato destinato a organizzazioni sanitarie impegnate in queste difficili settimane nella lotta all’epidemia.

Pensare alle conseguenze che Il Covid-19 ha generato nel nostro mondo può spaventarci, ma un dato è certo e non va trascurato: nessuna malattia è mai stata più forte dell’uomo! Nell’attesa di tempi migliori possiamo trovare un piccolo ristoro nell’arte. La bellezza di un’opera non rappresenta una negazione dei problemi del mondo ma al contrario ci fornisce uno strumento per sopravvivere alla disperazione. L’arte è una forma di propaganda che sostiene il lato migliore della natura umana. Ora non ci resta che, come scriveva Bernardo di Charles, salire sulle spalle dei giganti: “Noi siamo come nani assisi sulle spalle dei giganti, cosicché possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non perché abbiamo una vista più acuta o altra particolarità fisiologica, ma poiché siamo sollevati più in alto dalla loro mole gigantesca”

Rebecca Linguanti

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Noi, giovani colpevoli

Io sono colpevole. Noi siamo colpevoli. Noi giovani lo siamo più di tutti.

Cosa differenzia un giovane da un adulto, o da un anziano. In quali termini si può discutere di condizione giovanile o di generazione giovanile? In due volumi che racchiudono alcuni scritti di Pier Paolo Pasolini, “Le belle bandiere” e “Lettere Luterane”, egli ci parla della giovinezza come di un problema indefinibile e la descrive come l’età più labile che esista e di come l’unica differenza, vera, incontrovertibile, rispetto agli adulti, stia nella natura biologica della giovinezza.

Ecco, la diversa natura biologica dei giovani, mi sembra un aspetto non di poco conto nella differenziazione rispetto all’età adulta. Dove e come si manifesta questa diversa natura biologica? Nella forza fisica, nella voglia di vivere dell’anima? Nella curiosità e quindi nella volontà di provare a prendere? Ma in questi anni, noi giovani, abbiamo provato a vivere, a prendere, a scardinare?

In queste settimane di immobilismo e di attesa individuale e collettiva, ho provato a ragionare attorno a due termini, vivere e sopravvivere. Sono due termini, due diverse condizioni distanti ma allo stesso tempo vicine, indissolubili tra di loro. L’ età giovanile, rispetto all’età adulta, è molto più legata al tema del sopravvivere che a quello del vivere. Un giovane sopravvive perché è obbligato a pensare al futuro, a pianificare. A dire devo arrivare a quel punto, poi posso vivere. I più bravi, i meno alienati e coloro dotati di grande ironia, riescono a inserire in questa forma di sopravvivenza degna del nuovo millennio alcune variazioni sul tema- Piccoli momenti di vitalismo, di giovinezza del corpo e dell’anima. Queste spinte quando avvengono rappresentano un qualcosa di affascinante e di unico.

L’attesa dell’essere è il primo nemico del vivere e il primo alleato del sopravvivere. Oggi l’attesa rappresenta per tutti, e quindi anche per noi giovani, una condizione di costrizione. Allora come possiamo affrontare quest’attesa, questo periodo di riflessione per poi farci trovare pronti al vivere e non più al sopravvivere?”

Molti dei miei coetanei e non solo, in queste ultime settimane, hanno provato a rispondere a questo momento di attesa con la parola “speranza”, tappezzandone i blog e i social network. “Riscopriamo il grande potere della speranza” e ancora “La speranza è contagiosa”. La domanda che, nel mio piccolo, sento di porre alle ragazze e ai ragazzi desiderosi di speranza della mia generazione è la seguente: Dobbiamo sperare in cosa? In quali avvenimenti? In quale futuro? Dobbiamo sperare che tutto ritorni come prima? No, io non voglio tornare alla “normalità” di prima. Non voglio tornare a come eravamo, noi giovani, prima. Non voglio continuare a sentirmi un colpevole. Un complice. In questi anni abbiamo permesso di tutto. Abbiamo permesso a noi stessi e ai nostri colleghi di partecipare a degli stage gratuiti e sottopagati, prestando il fianco al mostro della precarietà economica che ci stanno cucendo addosso da anni. Abbiamo scambiato una multinazionale che ci porta i doni direttamente sul divano di casa, senza farci muovere un passo, come la soluzione a tutti i nostri problemi, non interrogandoci mai sui diritti del lavoratore incaricato di portare a termine la consegna. Non ci siamo mai interrogati nemmeno su coloro che ci portano il gelato a casa, di notte, a bordo di una bici, governati da un misterioso e combattivo algoritmo. Abbiamo preferito rimanere seduti sul divano, tra le nostre coperte.

In questi anni ci siamo interrogati su poco. Abbiamo agito invece per nessuno, forse solo per noi stessi. Ci siamo accontentati del nulla e in questa nostra colpevole dimenticanza ci siamo anche dimenticati di conoscerci, di confrontarci e di sentire una comune intesa, una comune coscienza generazionale. A proposito di ciò vorrei citare le parole pronunciate da Toni Servillo nel film “Viva la Libertà” di Roberto Andò, del 2006 “Noi che dovevamo essere i primi ad opporci a questo andazzo, siamo statti troppo morbidi, incerti, indecisi, vacui, disponibili, in una parola complici. Siamo stati senza una voce chiara”.

Nell’attesa di scendere in campo proviamo a ritrovare una voce chiara. Sulle pareti delle nostre stanze proviamo a scrivere domande, sogni e utopie. Sogni di vita. Contro la sopravvivenza. Quando finirà tutto raduniamoci in cerchio, ritorniamo a parlare, a confrontarci. Ad unirci. Sarebbe un primo passo. La strada è ancora lunga.

                                                                                     
 -Marcello Caporiccio
-immagine in copertina di Nina Kompatscher (@Juninacht)
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Il cambiamento e la tecnologia:personalità, necessità, utilità

Sono tanti i momenti in cui avvertiamo la necessità di cambiare la nostra vita personale, le nostre abitudini, il nostro modo di studiare o lavorare senza riuscire però a concretizzare le nostre aspettative. I motivi di questa opposizione al cambiamento sono da ricercarsi alla naturale predisposizione della nostra mente che si concentra a svolgere attività per noi abituali, mantenendoci nella nostra zona di comfort nonostante una razionale insoddisfazione. Infatti normalmente, ogni cambiamento comporta dei sacrifici, che però possono essere meno ardui se si dà il giusto valore agli obiettivi che ci prefissiamo. Il cambiamento può avvenire secondo due modalità: per desiderio e convinzione personale o per necessità.

La prima tipologia di cambiamento si sviluppa trasformando il proprio desiderio in obiettivo; la differenza tra desiderio e obiettivo sta nella misurabilità e nella conseguente raggiungibilità di quest’ultimo rispetto al primo. È infatti controproducente porsi degli obiettivi troppo complicati da raggiungere, in quanto il mancato conseguimento del risultato comporta spesso nell’individuo un senso di sconforto che ne causa spesso la rinuncia. Più logico invece è scomporre un grande obiettivo in diversi micro-obiettivi, più facilmente raggiungibili, e attribuirci una ricompensa per ogni successo raggiunto.

La realizzazione di un obiettivo, e di conseguenza di un cambiamento, avviene attraverso un percorso in cui, come in tutta la vita, si incontrano degli ostacoli.

A seconda del valore che si dà al proprio obiettivo, ognuno di noi può essere pienamente in grado di superare ogni tipologia di ostacolo giungendo al proprio traguardo con un alto grado di fierezza. Non sempre si possono attribuire le colpe di alcuni nostri “fallimenti” a fattori estranei a noi stessi poiché a volte, o meglio nella maggior parte dei casi, il mancato cambiamento è dovuto alla poca conoscenza di quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. L’attribuzione delle colpe a fattori esterni, quali per esempio le persone che ci circondano, è un modo per giustificare il mancato raggiungimento dell’obiettivo, attribuendo ad altri delle responsabilità invece da attribuire solo a noi stessi.

La seconda tipologia di cambiamento prevede che questo sia necessario, cioè dovuto a cause di forza maggiore che ci impongono a cambiare le nostre abitudini all’improvviso. Un esempio molto attuale di cambiamento necessario è quello legato all’emergenza sanitaria in corso per il nuovo coronavirus: nessuno pensava di dover cambiare le proprie abitudini, così radicate, in poco tempo, eppure ciò sta accadendo. Certo tutto questo comporta fatica ma, analizzando bene tutto quello che sta cambiando, molti di noi sono rimasti sorpresi da come lo stato di necessità abbia permesso una variazione che prima non avremmo mai pensato di poter attuare.

L’emergenza attuale ha portato anche dei cambiamenti necessari nel modo di studiare o di lavorare: è più che mai utile in queste settimane la tecnologia, che sta permettendo agli studenti di assistere alle lezioni telematiche e ai lavoratori di procedere attraverso lo smart working. Gli strumenti di uso comune come smartphone, tablet, laptop e PC, anche in casi differenti da questa emergenza, sono molto utili ad esempio per coloro che per motivi logistici sono impossibilitati a frequentare fisicamente le lezioni universitarie, o ancora per gli studenti con difficoltà motorie che, attraverso questi mezzi, possono assistere alle lezioni non privandosi di un desiderio (quello di frequentare l’università) pienamente raggiungibile nell’epoca della tecnologia.

Queste modalità di formazione e di lavoro possono, se utilizzate con frequenza, far assumere al nostro Paese una nuova dimensione di globalizzazione. I social network, che spesso sono stati criticati e demonizzati per essere strumenti di distrazione e diseducazione, stanno assumendo un ruolo importante nel processo di cambiamento sociale in corso, rendendo questo cambiamento necessario meno drastico.

Sebbene a distanza fisica, gli italiani che in questo periodo sono costretti a rimanere in casa possono ugualmente mantenere i contatti con amici e parenti, scambiare informazioni, condividere file multimediali e pensieri, sentendosi vicini anche se lontani. L’auspicio, ovviamente, è che si ritorni alla normalità nel più breve tempo possibile e non è pensabile che la tecnologia possa sostituire la fisicità, ma sicuramente dopo questa esperienza rimarrà la consapevolezza che la tecnologia ci può essere amica e che da un cambiamento necessario si può uscire anche migliori.

 

Martina Sarcina

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Narcisismo e Gaslighting

Il Gaslighting è una forma di manipolazione psicologica mirata ad alterare la percezione della realtà di un individuo o di una collettività, la quale viene distorta attraverso menzogne, contraddizioni continue e persistenti negazioni della realtà oggettiva.
L’origine del termine “Gaslighting” deriva dal titolo dell’opera teatrale di Patrick Hamilton del 1938, nella quale un uomo assoggettava la moglie modificando l’intensità dei lumi a gas della loro casa, raccontando però alla donna che tale variazione di luce non fosse reale e che lei stesse diventando pazza; infatti le vittime di questo tipo di violenza psicologica arriveranno lentamente a mettere in dubbio la loro memoria, la loro sanità mentale ed infine nei casi più gravi la loro stessa identità. In altri termini è un insidioso, reiterato, sottile e gratuitamente violento “lavaggio del cervello” che spesso e volentieri è accompagnato da vera e propria violenza fisica.

Le domande che spontaneamente sorgono da questa inquietante definizione sono molte: chi mai potrebbe affliggere una simile tortura ad un altro essere umano e perché?
Le fonti nella letteratura di psicologia e psichiatria sono piuttosto concordi su questo punto, stiamo parlando del narcisista.
L’individuo affetto dal disturbo narcisista di personalità, descritto nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” – a cui rimando per una descrizione completa –  ha tipicamente la convinzione di essere incredibilmente migliore degli altri, un senso del sé a dir poco grandioso e un’empatia bassissima che gli consente di non provare rimorso quando manipola le persone che lo circondano, mosso dal desiderio sadico di potere e soprattutto di fama e riconoscimento sociale. Queste persone difficilmente potranno sperimentare l’amore, ciò che desiderano è solo il controllo sugli altri e sono abili nel simulare anche le emozioni più complesse, come ad esempio il pentimento. Il narcisista non riconosce o non dà importanza a sentimenti altrui, non desidera identificarsi con i loro desideri; non riesce ad accettare di essere messo da parte, di ricevere critiche di ogni tipo ed è spesso soggetto ad ossessione e rimuginio mentale, all’invidia cieca del prossimo. La prima realtà ad essere drammaticamente alterata è proprio quella in cui vive. Per avere un’idea della pericolosità di questi soggetti si pensi che ogni psicopatico è anche dapprima un narcisista, anche se non è sempre vero il contrario. Questa patologia è inoltre incredibilmente subdola poiché coloro che ne sono affetti statisticamente sono anche allegramente inconsapevoli del loro disturbo e non cercano di farsi curare, se costretti saranno propensi a mentire al proprio terapista.

Alla luce di ciò non è difficile immaginare la disinvoltura con la quale un narcisista possa minare la fiducia, verso il mondo e verso se stessa, della sua vittima. Il meccanismo che viene messo in atto è per esso semplice quanto perverso: l’individuo abusante usurerà l’esistenza psicofisica della vittima attraverso la negazione di circostanze realmente esistenti o l’invenzione di un falso passato, simulando ad esempio eventi che la vittima avrebbe dovuto ricordare ma che non sono mai esistiti, o fingendo di aver pronunciato delle affermazioni o di aver preso con la vittima determinati accordi che essa ovviamente non potrà mai ricordare, perché mai concordati. Il narcisista mira ad abbattere i confini dell’individualità dell’altro, i suoi diritti elementari, per usarlo a suo piacimento  e farlo sentire costantemente su un’altalena emotiva. Un momento prima speciale, un momento dopo la sua rovina. Lo punirà come si fa con i cani quando non obbediscono, mettendogli la testa nelle loro deiezioni. Gli farà credere che in ogni caso la colpa è solo sua, che lui gli vuole bene, che l’ha costretto a fargli del male. “Guarda cosa mi hai fatto fare”; la conversazione durante il gaslighting è piena di silenzi assordanti, è frammentaria e distorta soprattutto nelle prime fasi, quando la vittima ha ancora la forza di mettere in dubbio gli inganni del suo carnefice; per lei sarà il momento della confusione. La vittima userà la sua razionalità per cercare dunque di instaurare un dialogo per comprendere il senso di quella spaventosa illogicità, una forma di proiezione su di sé di ciò che percepisce come un malessere di chi in realtà la sta tormentando, ma ciò avrà come sola conseguenza quella di renderla ancora più esausta nel suo tentativo.

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E’ qui che la malcapitata perde le sue energie mentali per poi divenire un guscio vuoto, completamente dipendente, sola, ed è proprio su questo che si può intervenire: per far funzionare questo disturbante meccanismo il narcisista deve isolare la sua vittima e manipolarla quotidianamente. Per questo, se si ha il vago sospetto di essere in una situazione del genere, bisogna immediatamente tornare alla realtà, uscendo dalla soffocante situazione nella quale ci si relaziona quasi esclusivamente con il proprio carnefice, parlando apertamente con amici, familiari, psicoterapisti e figure legali che possano tutelarvi. Non c’è miglior terapia della parola, raccontare come ci si sente davvero, validando le proprie emozioni che vengono costantemente minimizzate, esagerate, invalidate o derise.

Esaminando il fenomeno in un’ottica più ampia, il gaslighting è ovunque; pur essendo paradigmatico in una relazione amorosa, può verificarsi in famiglia, nel rapporto tra amici, sul posto di lavoro, in una coppia di qualsiasi tipo. Nella definizione iniziale ho parlato della collettività come potenziale destinataria del gaslighting e non a caso: la comunicazione politica può essere estremamente mistificatoria. Esiste ed è sotto gli occhi di tutti come determinati politici del nostro tempo non solo siano contraddittori ma si avvalgono dei social network per confondere, banalizzare, diffondere notizie false e poco chiare, consumando lentamente la coscienza di un’intera popolazione che diventa sempre più dipendente dallo slogan semplificato di qualcuno, sempre più influenzabile.

Per contrastare sia il narcisista che la società narcisista, la soluzione risiede sempre e solo nel ripartire dal basso, da noi. Dal resistere ridefinendoci come esseri umani pensanti e non come consumatori. Definire e difendere la nostra identità ma allo stesso tempo creare una comunità diversa, reale e non virtuale, per fuggire dall’alienazione verso la quale siamo spinti. Si potrebbe iniziare dal rispondere ad una delle domande più drammaticamente difficili del nostro tempo: chi siamo e chi vogliamo diventare.

Il vero dramma del gaslighting è proprio questo, ti priva di tutto ciò che sei, ti divora. Eppure anche quando ci sembrerà di non avere che il nulla dentro, dovremmo ripartire non dalle etichette che ci hanno dato, ma dal nostro centro, dalla nostra vita, dalla riappropriazione del corpo, dal nostro respiro.

La meravigliosa Nina Simone cantava così nel 1968:” Ain’t got no friends, ain’t got no schoolin’/Ain’t got no love, ain’t got no name/(…)Why am I alive, anyway?(..)Got my heart, got my soul/(…)I’ve got life, I’ve got my freedom/ And I’m going to keep it/I’ve got the life”.

-Alessandra Testoni

 

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MedFilm Festival: un mare fra Spagna e Palestina

Venerdì 8 novembre si è aperta a Roma la 25° edizione del MedFilm Festival, rassegna cinematografica che, prendendo le parole degli stessi organizzatori, vuole essere “un richiamo alla cultura del bello, del giusto, dell’equo, del reciproco, del diverso, dell’accolto”. Attraverso un vasto e variegato programma (diviso in numerose sezioni, fra corti e lungometraggi) il desiderio di chi lo ha promosso è quello di rappresentare storie, ambientazioni, sensazioni e immaginari universalmente mediterranei, ossia frutto di produzioni provenienti da ogni sponda del nostro Mare Interno.

“Il mare non lo scopriamo da soli e non lo guardiamo solo con i nostri occhi” scrisse il grande storico croato Pedrag Matvejevic nel suo “Breviario mediterraneo”. Tutte le civiltà nate e sviluppate sulle rive del Mediterraneo hanno osservato il loro mare anche e soprattutto per mezzo delle immagini e delle narrazioni che gli altri produssero. Noi oggi non siamo da meno. Ogni costa e ogni popolo parla al mare a modo suo. Ogni cinepresa registra un Mediterraneo differente, poiché questo mare “chiuso” può essere ammirato da angolazioni che regalano ambientazioni, culture, ragioni, colori e sensazioni sempre differenti. Dalle sponde nordafricane a quelle europee, dalle coste iberiche a quelle mediorientali, dalla Francia continentale alle terre di Israele, dall’intimo mar Adriatico al teso bacino orientale, da Gibilterra al Bosforo: non si assiste ad un unico Mediterraneo, ma a tanti quanti se ne possono vedere e narrare. “Non un unico paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre” per citare un altro grande storico, Fernand Braudel.

Testimoniare la coesistenza di eterogenee esperienze mediterranee: questo è l’obiettivo del MedFilm Festival. Esperienze che oggi risultano politicamente fondamentali per poter affrontare coscientemente la crisi umanitaria e geopolitica che vede accomunate le due sponde, quella Nord e quella Sud. La sfida che intende portare avanti questa rassegna cinematografica, e che noi accogliamo con entusiasmo, è quella di proiettare un mare che sia di tutti, affinché nessuno possa dire che sia “nostrum”, di rappresentare questo “continente liquido” come un laboratorio di integrazione e coesione sociale e culturale. Una meta nient’affatto scontata alla luce dei nostri giorni, ma, ancor più per questo, un traguardo che l’Europa deve raggiungere insieme alle altre realtà politiche mediterranee.

Qualche altra parole merita l’immagine che compone la locandina ufficiale del festival, una perfetta sintesi spirituale e materiale del Mediterraneo. Una profonda distesa liquida dalla quale affiora energicamente una montagna candida, sulla quale sorge il volto di una città mediterranea che indirizza lo sguardo al proprio orizzonte, il mare, e che si compone dei diversi stili architettonici caratteristici del Mediterraneo. Perché la storia del Mediterraneo è la storia delle sue città, della sua tradizione urbana ineguagliata a livello globale: e proprio le città sono alcuni fra i protagonisti delle pellicole selezionate.

                                                                                  

It Must Be Heaven

Ho avuto l’onore di assistere all’apertura del festival e alla proiezione del primo film fuori concorso. “It Must Be Heaven”, scritto, diretto ed interpretato da Elia Suleiman, è l’epopea silenziosa e surreale di un palestinese che lascia la propria terra per dirigersi prima a Parigi e poi a New York, per rispondere ad una domanda: quando un luogo si può definire casa? Il nucleo della ricerca è inevitabilmente intorno al concetto di identità, ed emerge chiaramente come questa sia il prodotto complessivo sia di come ciascuno di noi si narra e si vede, sia di come gli altri ci narrano e ci vedono.

La recitazione di Suleiman è particolare, apparentemente passiva, il suo corpo è perennemente al centro dell’attenzione ma ci priva in maniera assoluta della sua voce. La volontà dell’autore è di immergerci in una realtà quotidiana, dai toni sfumati, di un pellegrino che riflette sulla propria provenienza, e per farlo decide di impacchettare una serie di sketch originali e mirati, ma che piuttosto raramente producono profondi sorrisi e risate. Non per questo il film non funziona, anzi riesce a dirigersi bene verso un finale gioioso, liberatorio, che celebra spensieratamente un orgoglio, quello palestinese.

La Virgen de Agosto

Il secondo film che ho avuto modo di visionare è una produzione spagnola (presentato come “August Virgin”), diretto da Jonàs Trueba, il quale, a quattro mani con l’attrice protagonista, ha scritto una storia estiva totalmente madrilena. In questa delicatissima pellicola lo spettatore è gettato in una Madrid torrida, per raccontare i 15 giorni agostani di una giovane donna (Eva) che, quasi come atto di fede, decide di rimanere nella sua città nei giorni in cui questa tende a svuotarsi ed affrontare alcune problematiche esistenziali che non ci vengono presentate, ma che si rivelano umanamente intuibili allo spettatore, il quale entra facilmente in empatia con la donna.

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Madrid è, al pari dei personaggi che nel corso dei giorni si affiancheranno ad Eva, una protagonista indiscussa, un ambiente vivo più che un semplice contorno offerto alle azioni dei vari personaggi. Eva decide di esplorare in lungo e in largo una città che già conosce per sperimentare un nuovo comportamento, per aggirarsi in cerca di qualcosa che le è sfuggito, per ottenere un nuovo sguardo, nuove immagini e categorie mentali con cui sciogliere i suoi dilemmi, per poi tracciare una nuova via da percorrere in quel settembre che sancisce la fine dell’estate e ci obbliga a trovare delle risposte. “La Virgen de Agosto” è un racconto intimo, a tratti mistico, ma che non perde mai il proprio realismo in quanto narra uno dei tanti momenti della nostra vita in cui lo scorrere del tempo ci sembra rallentare per darci la possibilità di porci le giuste domande e darci le (si spera) giuste risposte, giungendo magari a donarci una rivelazione inaspettata e proprio per questo tanto preziosa.

-Alessandro Berti