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“My parents said “don’t come back”. I come back.”

Oggi è il 25 Aprile, festa della Liberazione d’Italia dal regime nazifascista. Ma siamo davvero liberi dall’odio e dalle divisioni, dal terrore e dalle implicazioni di uno Stato che ci obbliga ad essere come vuole? Al via, proprio oggi, 25 Aprile, la mostra dedicata ai vincitori del World Press Photo 2019 concorso giunto ormai alla sessantaduesima edizione, specchio chiaro e definito delle vicende antropologiche della contemporaneità che viene espressa tramite gli scatti fotogiornalistici di reporter dipendenti da testate o indipendenti, al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Come si vede dal pannello che apre l’intera esposizione, dal 1955 per gli anni a venire, questo concorso fotografico ha avuto il compito non solo di documentare con un brillante gusto estetico le vicende del mondo, ma anche quello di descrivere in modo dettagliato e attento i problemi che hanno afflitto il nostro pianeta: vicende storiche come guerre e crisi si sono succedute e hanno trovato spazio ed espressione negli scatti, alcuni dei quali hanno realmente “fatto la storia” dell’arte fotografica e sono diventate iconiche per intere generazioni. Non è, pertanto, complesso intuire quali siano i temi più trattati e ricorrenti delle foto vincitrici del 2018 scelte fra 78,801 immagini realizzate da 4,783 fotografi provenienti da 129 Stati diversi: crisi ambientale e umanitaria la fanno da padrone nelle vicende storiche e culturali del 2018.

Quest’anno finalisti e candidati ai premi sono stati 43 provenienti da ben 25 diversi Paesi, il 32 % dei quali sono donne contro l’esiguo 12% dello scorso anno. In aumento la componente femminile anche nella giuria stessa del concorso in cui, su 17 giurati, 9 erano donne. Tra i vincitori quest’anno anche ben 4 italiani di cui uno premiato per il settore digitale. Numerose, infatti, sono state le novità di quest’anno. Presente e vivo ormai da più di mezzo secolo, il World Press Photo oltre a narrare e descrivere le vicende caratterizzanti del pianeta ha avuto e continua a sentire necessariamente il bisogno di rinnovarsi e rimodernarsi insieme al mondo stesso. Per questa ragione è stato istituito un nuovo premio dedicato al Digital Storytelling, una delle nuove frontiere del fotogiornalismo dell’epoca digitale.

Vincitore del World Press Photo del 2018 è lo scatto di John Moore Crying Girl on the Border in cui si vede piangere la piccola Yanela Sanchez mentre viene perquisita sua mamma Sandra alla frontiera al confine con il Texas. Originarie dell’Honduras, sono un caso emblematico di ciò che rappresentano oggi le spinte migratorie e la crisi umanitaria. Divenuta subito virale, ha senza dubbio contribuito a far rallentare grazie alla pessima risonanza mediatica la politica di Donald Trump ed è divenuta strumento politico utilizzato sia da esponenti di destra che di sinistra per portare avanti le proprie idee. Al primo posto per le Photo Stories il repotage sul medesimo argomento, The Migrant Caravan, documentato dagli scatti di Pieter Ten Hooper. Nato con lo scopo di realizzare foto d’amore, è divenuto una documentazione dettagliata della vita quotidiana vissuta dai migranti durante il viaggio nelle carovane. Di seguito lo slideshow.

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Il titolo stesso dell’articolo, però, si riferisce al progetto vincitore del terzo premio Short realizzato da Matteo Delbò e Chiara Avesani che hanno seguito il rientro in patria di Ghadeer il quale, una volta rientrato a Mosul dopo aver vissuto per circa 6 anni in Europa, decide di impegnarsi per aprire una radio libera, priva di alcuna affiliazione politica con libertà di espressione che possa puntare all’empowerment of the youth.
La sua generazione che oggi si trova sulla trentina d’anni, nel corso della sua vita ha assistito ad almeno quattro diverse guerre tutte con conseguenze spiacevoli e sanguinose. Dopo il suo viaggio in Europa, una volta entrato in contatto con la storia dei Paesi europei, ha studiato un modo per ripartire, emulando una Germania rinata dopo il grigiore della seconda guerra mondiale. Quando i suoi genitori lo hanno messo di fronte alla miseria che vivevano ancora nel loro Paese, consigliandogli di non tornare, Ghadeer ha invece deciso di riprendere in mano la sua vita e, nel suo piccolo, il suo Paese perché aveva la visione di qualcosa che stava per iniziare con impegno, sacrificio e passione. Ciò che più ha colpito lo stesso Delbò è stata la capacità di questo giovane di conoscere e riscoprire il dopoguerra europeo e ricominciare prendendo esempio da quello che spesso gli europei stessi, giovani e non, dimenticano.
In un giorno come il 25 Aprile, arrivato anche grazie alla fruizione di radio segrete, un messaggio come quello di Ghadeer è ancora più importante e pregno di speranza per un nuovo inizio.

-Beatrice Tominic

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Slogan contro i pregiudizi

A Roma, nei pressi dell’Ara Pacis, tra un vicolo e l’altro, si nasconde la magia di un “cortile nascosto”. Al suo interno, Palazzo Borghese ospita la Galleria del Cembalo che mette a disposizione i suoi spazi per meeting, conferenze, sfilate di moda, ricevimenti e mostre. È proprio di una mostra che vi voglio parlare oggi.

Nobody can love you more than you è il titolo di questa enigmatica mostra fotografica presente fino al 6 aprile e che vanta 20 opere fotografiche dell’attivista visiva sudafricana Zanele Muholi. Le parole dell’artista sottolineano l’obbiettivo della sua ricerca:

riscrivere una storia visiva del Sudafrica dal punto di vista della comunità nera, lesbica e trans, affinché il mondo conosca la nostra resistenza ed esistenza in un periodo in cui i crimini generati dall’odio sono all’apice, in Sudafrica e non solo.

Gli scatti fotografici catturano un volto femminile che assume ogni volta un nuovo aspetto. Parrucche, costumi e oggetti di uso quotidiano, dalle mollette per stendere i panni, alle pagliette di metallo per pulire le pentole, dalle cannucce per le bibite, alle grucce per appendere gli abiti. Quello che cattura l’osservatore è lo stile fotografico in bianco e in nero, nonostante non si vedano colori, l’artista gioca d’effetto con il colore della sua pelle, senza prendersi sul serio e andando contro lo stereotipo del nero. Contrastando la sua pelle e a volte schiarendosi le labbra, accentua le proprie caratteristiche fisiche per riaffermare la sua identità. Se guardassimo tutte le foto assieme noteremmo un punto in comune. In ognuna di esse la protagonista con il suo sguardo attraversa l’obbiettivo e sembra guardarci negli occhi, con tono di sfida e mai di vergogna, fiera di ciò che è. Non ci sono occhi abbassati ma teste alte e fiere. Perché quel volto femminile che ci guarda è lei, Zanele Muholi che con i suoi autoritratti denuncia le ingiustizie sociali.

Una mostra piacevole da vedere ma che fa soprattutto riflettere. Impossibile rimanere indifferenti di fronte a queste immagini che ci fanno pensare su quanto troppo spesso i pregiudizi ci condizionino, particolarmente in un periodo storico-politico in cui  discussioni su temi come immigrazione, diritti umani, razzismo e omosessualità sono all’ordine del giorno. Quest’artista è stata una vera scoperta per me e spero lo sia per molti altri; il suo modo di essere e di fare fotografia mi ha incuriosito e merita di essere approfondito.

 

-Geraldine Aureli

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Winckelmann – Capolavori diffusi nei Musei Vaticani

L’unica via per noi di diventare grandi e – se possibile – insuperabili è l’imitazione degli antichi.

Le immagini della mostra sono disponibili al seguente link
Foto di Giulia Tramet

In occasione del 250° anniversario della sua morte, i Musei Vaticani dedicano a Johann Joachim Winckelmann una mostra per celebrare l’importanza che il suo pensiero ed i suoi studi hanno avuto per la cultura dei suoi tempi e per quelli successivi, in particolar modo per lo sviluppo dei Musei così come possiamo ammirarli oggi. L’archeologo tedesco, dopo aver conseguito gli studi in Germania, si trasferì a Roma dove, nel 1764, venne nominato Sopraintendente alle Antichità e poté dedicarsi allo studio della cultura classica, di cui lui era fortemente appassionato. Egli riteneva che l’Arte dovesse avere delle prerogative ben definitive: nobile semplicità e quieta grandezza. La sua concezione era, dunque, quella di un’arte basata sulla contraddizione tra tempestas e tranquillitas. Celebre è, infatti, il paragone che fece tra la struttura dei capolavori greci e il mare in burrasca: nonostante siano agitate da passioni, le figure greche mostrano sempre un’espressione posata così come il mare può apparire calmo in superficie sebbene mosso da forti correnti in profondità. Pertanto Winckelmann asseriva la superiorità dell’arte greca su tutte le altre, compresa quella romana, ritenendo che in quest’ultima non fosse possibile ritrovare la purezza propria di quella ellenica, che è la sola che si possa considerare libera, essendo prosperata nel periodo dello sviluppo della democrazia ateniese. Le opere che maggiormente sono in grado di rappresentarne questi ideali sono sculture classiche quali l’Antinoo (custodito ai Musei Capitolini), l’Apollo del Belvedere (tipico esempio dell’armonia delle proporzioni) e il Laocoonte (emblema della grazia).
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Winckelmann viene considerato non solo come uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo ma anche come il fondatore della storia dell’arte intesa modernamente. È a lui, ad esempio, che si deve la predilezione del colore bianco delle scultoree marmoree, il colore perfetto che comprendeva tutti gli altri. Importante influenza ebbe inoltre il suo pensiero sulle opere di artisti come Mengs, Canova, Ingres e Jacques-Louis David. La mostra Winckelmann. Capolavori diffusi nei Musei Vaticani, che sarà allestita fino al 9 marzo 2019, è stata progettata come un percorso a tappe in cui si mettono in risalto circa 50 opere conservate nel complesso museale che maggiormente ebbero un impatto nella formazione artistica di Winckelmann, capolavori non solo di archeologia classica greco-romana ma anche di arte egizia ed etrusca fino al Rinascimento. Un omaggio che i Musei Vaticani hanno voluto rendere a questo grande studioso al quale debbono la loro odierna forma strutturale e concettuale. Celebrazione che trova il suo apice nella Sala XVII della Pinacoteca in cui è stata allestita una presentazione del personaggio e della sua epoca, nonché un’esposizione delle sue più importanti produzioni letterarie.

-Giulia Tramet

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Pixar : 30 anni di Animazione

Le foto della mostra sono accessibili a questo link.
Foto di Matteo Memè

Per la gente è come se la Pixar fosse un unico individuo (…) dimenticando però l’ingente mole di lavoro – e di persone impiegate – che c’è dietro

 

Edwin Catmull, Alvy Ray Smith, Steve Jobs e John Lasseter: questi sono i nomi delle persone che, unendo le loro esperienze in vari ambiti, hanno fondato nel 1986 la Pixar, una delle più grandi case di produzione di film di animazione a livello mondiale. Quattro nomi che hanno reso la Pixar differente dalle altre case di produzione tanto da far dire ad ognuno di noi “vado a vedere un film della Pixar”. Per la gente è come se la Pixar fosse un unico individuo capace di sfornare film d’animazione di buona qualità, dimenticando però l’ingente mole di lavoro – e di persone impiegate – che c’è dietro. A ricordarci questo sono da un lato i classici titoli di coda, che purtroppo nessuno guarda più e che nei film Pixar sono affiancati da scene extra proprio per “costringere” a rimanere seduti in poltrona un altro po’ e poter leggere i nomi di quelle centinaia di persone che hanno preso parte alla realizzazione del film; dall’altro c’è un’iniziativa itinerante nata ormai più di dieci anni fa, si tratta di una mostra che porta in giro per il mondo tutto ciò che riguarda il lato nascosto dei film Pixar. Debuttata nel 2005 al MoMA di New York, dopo 13 anni giunge a Roma “Pixar. 30 anni di anni di animazione”, una rassegna che vuole raccontare anche al pubblico italiano la magia di queste produzioni di successo internazionale. Il Palazzo Delle Esposizioni ospiterà la mostra dal 9 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019.
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All’interno sarà possibile trovare degli spazi dedicati ai film e si potranno ammirare le sculture che, una volta scannerizzate al computer, danno vita ai personaggi con gli occhi grandi che hanno segnato la nostra infanzia e che continuano a stupirci tutt’ora. Insieme a queste sculture troveremo bozze, schizzi, storyboard e studi di personaggi realizzati dal team che ha lavorato a quella determinata pellicola. Anche solo questa parte può già farci capire non solo quanto sia impegnativo realizzare un film simile ma anche quanto un qualcosa di apparentemente futuristico e fantascientifico (non a caso, la Pixar realizzò del materiale in computer grafica per i film Star Trek II – L’Ira di Khan), abbia delle forti radici piantate ancora nell’ambito dell’arte “vecchio stampo”, quello del foglio e della matita o delle sculture. Questi sono dei veri e propri pilastri senza i quali non sarebbe possibile realizzare quelli che possono definirsi sogni in CG.
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Proseguendo per la mostra si potrà consultare una linea del tempo con tutte le fasi di nascita e crescita dello studio californiano e vedremo le storie dei 4 nomi già citati, scopriremo perché il fondatore della Apple è coinvolto in tutto ciò e soprattutto troveremo una spiegazione alla presenza di George Lucas nelle foto con Catmull e Smith, fino a trovare informazioni sui successi collezionati anno dopo anno fino ad oggi. Inoltre un’altra linea temporale servirà a spiegare nel dettaglio, passo dopo passo, la realizzazione di un lungometraggio, chiarendo il quesito sul perché ci vogliano cinque o sei anni per realizzare un solo film. Ci si potrà rilassare un attimo, prima delle due installazioni speciali di cui si parlerà a breve, sedendosi a guardare i corti Pixar, esperimenti mediante i quali si è giunti nel 1995 a Toy Story, il primo lungometraggio, a sua volta un esperimento di una recalcitrante Disney per valutare i benefici del passaggio dall’animazione tradizionale a quella digitale.
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Concludo presentando le due grandi installazioni della mostra: l’Artscape e lo Zootrope. Partendo da quest’ultimo, lo zootropio è uno strumento risalente al 1834 in grado di ricreare, mediante dei disegni o fotografie, l’illusione del movimento, quello Pixar opera in tre dimensioni, quindi non troveremo dei disegni, ma i “pupazzi” di Toy Story. L’Artscape invece è una brillante rassegna della storia della Pixar e piuttosto che descriverla sarebbe più opportuno invitare a vederla dal vivo.
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In tutto questo si noterà la presenza dell’ideologia pixariana, ma anche fortemente “yankee”, del guardare al passato per proiettarsi nel futuro. Questo è anche lo scopo della mostra in sé, come afferma la curatrice nonché direttrice degli archivi Pixar Elyse Klaidman, ossia il dare uno sguardo a ciò che era la Pixar e ciò che è ora, per ispirare i creativi e procedere sempre verso qualcosa di nuovo. Una mostra con lo scopo non solo di far conoscere ma anche di spronare la creatività.

-Matteo Verban

 

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“L’ALTRO SGUARDO” SULLA FOTOGRAFIA FEMMINISTA. FOTOGRAFE ITALIANE 1965-2018.

La mostra raccoglie una selezione di oltre 200 fotografie e libri fotografici della collezione Donata Pizzi; presentata per la prima volta alla triennale di Milano nel 2016 e nata in collaborazione con MUFOCO – Museo di fotografia contemporanea di Milano, viene proposta ora al Palazzo delle Esposizioni dall’8 giugno al 2 settembre. A cura di Raffaella Perna e promossa da Roma Capitale-assessorato alla crescita culturale, vediamo riunite opere di oltre 70 autrici appartenenti a contesti storici ed espressivi diversi, con lo scopo di favorire un riconoscimento a quelle che , ad oggi, sono considerate le più originali interpreti nel panorama fotografico italiano dagli anni ’60-70. Le fotografe tornano a lavorare su tematiche identitarie, come già successo negli anni ’60, ma con una sperimentazione stilistica diversa sulle proprietà della fotografia, questo dovuto in parte anche alle nuove “leve” come Anna di Prospero (sua la fotografia scelta come copertina della mostra) che guardano a queste tematiche con uno sguardo più moderno.

Le opere della collezione testimoniano momenti importanti della fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio; da queste opere riaffiorano i mutamenti concettuali,estetici e tecnologici che l’hanno caratterizzata. La centralità del corpo e delle sue trasformazioni, il rapporto tra memoria privata e collettiva, il vissuto quotidiano e familiare, questi sono i temi che legano tra loro immagini appartenenti a decenni e generi differenti, dai reportage a quegli scatti puramente sperimentali.

Suddivisa in 3 settori dedicati, rispettivamente, alla fotografia di reportage dentro le storie dove ogni fotografia affronta quelli che sono stati i drammi che hanno afflitto il Paese, ma anche opere che riguardano la cultura nazionale e la vivacità del clima italiano dagli anni ’60 ad oggi. La seconda sezione cosa ne pensi tu del femminismo? accosta l’immagine fotografica, simbolo di quel mezzo che è stato per anni di proprietà del mondo prettamente maschile, al pensiero femminista, troppo spesso fonte di critiche. Terza ed ultima sezione vedere oltre si occupa di raccogliere quelle fotografie sperimentaliste basate sulla ricerca delle potenzialità espressive del mezzo. Verrà proposto inoltre il documentario parlando con voi prodotto da AFIP International (associazione fotografi professionisti) e Metamorphosi Editrice.

Concludo con alcune parole dell’artista Anna di Prospero riguardo la sua opera Central Park #2: “Quest’opera fa parte di un progetto iniziato 10 anni fa sulla relazione tra i luoghi e le persone. Ritengo che lo spazio che ci circonda sia fondamentale nel riconoscimento di un’identità sia collettiva che individuale, non a caso la mia prima serie fotografica è nata in casa mia, dove per tre anni ho fotografato tutti i giorni gli stessi spazi per creare un legame, appunto, con tali spazi. Il progetto è andato avanti cercando, in luoghi a me sconosciuti, quel legame che unisce la propria identità a quella del luogo specifico. L’opera in questione è un autoritratto scattato a Central Park; come quasi in tutti i miei ritratti c’è la scelta consapevole di lasciare il volto coperto per creare una immedesimazione tra lo spettatore ed il soggetto fotografato”.

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-Francesco Di Pasquale

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FOTOGRAFIA E GIORNALISMO: LE IMMAGINI PREMIATE NEL 2018

Il premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo: ogni anno, da più di sessant’anni, una giuria indipendente formata da esperti internazionali è chiamata a esprimersi sulle migliaia di domande di partecipazione provenienti da tutto il mondo alla sede della Fondazione ad Amsterdam.

La mostra del World Press Photo 2018, tenutasi in prima assoluta italiana a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni dal 27 aprile al 27 maggio, ha suddiviso i lavori in otto categorie (tra cui la nuova categoria sull’ambiente) e nominato 42 fotografi provenienti da 22 paesi. Tra i vincitori anche 5 italiani: Alessio Mamo, 2° nella categoria People – singole; Luca Locatelli, 2° nella categoria Environment – storie; Fausto Podavini, 2° nella categoria Long-Term Projects; Giulio di Sturco, 2° nella categoria Contemporary Issues – singole; Francesco Pistilli, 3° nella categoria General News – storie. 307, in totale, le fotografie nominate nelle otto categorie.

La foto dell’anno, scelta nella categoria Spot News, è di Ronaldo Schemidt (Caracas, 1971), fotografo venezuelano dell’Agence France Presse: l’immagine ritrae José Víctor Salazar Balza, 28 anni, durante gli scontri con la polizia antisommossa in una protesta contro il presidente Nicolás Maduro a Caracas, in Venezuela, il 3 marzo 2017. Magdalena Herrera, presidente della giuria e photo editor di Geo France, ha così commentato la fotografia vincitrice: «È una foto classica, ma che possiede un’energia fortemente dinamica. I colori, il movimento e la forza della composizione trasmettono un’emozione istantanea».

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Title: Venezuela Crisis © Ronaldo Schemidt, Agence France-Presse

La fiammata che sembra quasi fuggire assieme al ragazzo, la luce che si irradia — tanto vivida da sembrare irreale — sulla parete vicina e sui muscoli in tensione rendono questo scatto un potente mezzo di comunicazione, che illumina le coscienze di chi lo osserva. Un scena che siamo abituati a vedere nella finzione delle serie tv e dei film d’azione, ma che in questo contesto ci colpisce con la sua verità e ci riporta violentemente nel mondo reale, in un magnetismo che rende impossibile smettere di guardarla.

 

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Title: Rohingya Crisis © Patrick Brown, Panos Pictures, for Unicef

Le salme di un gruppo di profughi rohingya morti durante il naufragio della barca su cui viaggiavano per fuggire dalla Birmania: la foto, scattata il 28 settembre 2018 a Inani beach, vicino a Cox’s Bazar, in Bangladesh, mostra piccoli esseri sotto dei teli, su un prato lucido e verde. La cruda bellezza di questa foto sta nella percezione dei corpi sotto il tessuto sgargiante che, bagnato, si attacca sulla pelle dei profughi come il panneggio di una scultura. Ormai disumanizzati nella rigidità della morte e velati, i cadaveri sembrano quasi dei manichini, conferendo ancora più terrore e gelo alla scena.

 

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Title: Boko Haram Strapped Suicide Bombs to Them. Somehow These Teenage Girls Survived. © Adam Ferguson, for The New York Times

Il soggetto è una bambina di 14 anni, Aisha, che a Maiduguri, in Nigeria, il 21 settembre 2017 riuscì a scappare dai miliziani Boko Haram che l’avevano rapita. I pochi colori cupi e la simmetria cercano di trasmettere tutta la paura e la dignità di una sofferenza inimmaginabile. La ragazza ci viene presentata così, con la parte superiore del volto nascosta e dunque senza identità, privata di essa dalla violenza che ha visto; le sue labbra però accennano un sorriso, forse la speranza di un futuro migliore.

 

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Title: Witnessing the Immediate Aftermath of an Attack in the Heart of London © Toby Melville, Reuters

Una donna ferita da un’auto che ha investito i pedoni sul ponte di Westminster a Londra, il 22 marzo 2017. Il suo sguardo sgomento e interrogativo ci trafigge: sono gli occhi di una donna che in un secondo ha visto crollare tutte le certezze del mondo in cui vive. La città, il lavoro, gli impegni, il cellulare e tutte quelle piccole cose che l’occidentale medio vive ogni giorno vengono polverizzate in un terribile istante che rende la realtà simile a quella di una zona di guerra, lontana dai pensieri e dagli occhi di qualsiasi comune abitante londinese. E più che il terrore rimane la confusione; l’unico punto fermo che rimane è il braccio di un altro essere umano. E la domanda: «Perché?».

 

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Title: The Battle for Mosul – Lined Up for an Aid Distribution © Ivor Prickett, for The New York Times

Gli abitanti di Mosul fanno la fila per ricevere cibo mentre sono in corso gli scontri per liberare la città dai miliziani del gruppo Stato islamico, 15 marzo 2017.

«Tutti in fila indiana»: quante volte lo abbiamo sentito dire alle scuole elementari? I bambini che eravamo si mettono a correre e si posizionano, è anche quello un gioco. Questo è ciò che ci evoca, questo è ciò che abbiamo conosciuto. Per la bambina al centro della composizione però il ricordo di questa fila sarà completamente diverso, unico volto libero visibile nella fila femminile in primo piano. In secondo piano, come delle colline in lontananza vediamo la fila degli uomini, dove altri bambini avranno la stessa incertezza, lo stesso timore e la stessa speranza.

 

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Title: The Battle for Mosul – Young Boy Is Cared for by Iraqi Special Forces Soldiers © Ivor Prickett, for The New York Times

Un bambino, ferito durante gli scontri a Mosul tra l’esercito iracheno e i miliziani del gruppo Stato islamico, 12 luglio 2017. Lo scatto è semplicemente disarmante: l’incrocio di sguardi mancato dei soldati, il divenire che suggeriscono i movimenti, l’uomo al centro con il corpicino nudo in braccio attorno a cui si svolge la tensione, l’arto libero che si leva come ad esortare la ricerca di una soluzione o forse anche solo un attimo di pace generano una composizione che richiama quasi a una tela di Caravaggio. Una rappresentazione caotica ma plastica di un istante aberrante e drammatico.

 

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Title: More Than a Woman © Giulio Di Sturco

3 febbraio 2017: il Dottor Suporn Watanyusakul mostra alla paziente Olivia Thomas la sua nuova vagina dopo un intervento chirurgico di riassegnazione del genere in un ospedale di Chonburi, vicino a Bangkok, in Thailandia. Trapela una velata ironia in questo splendido scatto: l’espressione perplessa della ragazza, curiosa su tutto ciò che potrà vivere con il suo nuovo corpo, quello che probabilmente ha sempre desiderato. Stupenda la femminilità dei gesti e del volto in contrapposizione alla struttura massiccia e ancora vagamente mascolina del suo corpo, a testimonianza vivente che la femminilità è molto più di uno stereotipo.

 

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ENVIRONMENT STORIES Title: Hunger Solutions © Luca Locatelli, for National Geographic

2 ottobre 2016/marzo2017. L’innovativa pratica agricola nei Paesi Bassi ha ridotto la dipendenza dall’acqua per le colture chiave e ha diminuito drasticamente l’uso di pesticidi chimici e antibiotici. Nella Food Valley, un cluster in continua espansione di start-up focalizzate sulla tecnologia agricola e fattorie sperimentali, si studiano e si cercano di applicare possibili soluzioni alla crisi della fame nel mondo. Il paesaggio agricolo, ormai antropico, spaventa per la sua forma completamente nuova e legata indissolubilmente al cambiamento epocale che la nostra specie sta vivendo ma non riesce a non apparire meraviglioso, di una nuova forma di bellezza che possiamo ancora esplorare.

 

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Title: Lives in Limbo © Francesco Pistilli

12-17 gennaio 2017: la chiusura della cosiddetta “rotta balcanica” verso l’Unione europea ha bloccato migliaia di rifugiati che tentavano di viaggiare attraverso il paese per cercare una nuova vita in Europa. Molti hanno trascorso il gelido inverno serbo in magazzini abbandonati dietro la stazione ferroviaria principale di Belgrado. Un solo volto, molti corpi: tutti grigi, tutti avvolti in attesa di un futuro diverso, di una vita al sicuro, nella speranza di passare la frontiera o anche solo di passare la notte. L’immagine, anche per posizione, evoca un’attesa simile a quella di un nascituro dentro l’utero.

 

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Title: Omo Change © Fausto Podavini

24 luglio/24 novembre. La regione della Valle dell’Omo, in Etiopia, è un ambiente naturale estremamente fragile che ospita circa 200.000 abitanti di molti gruppi etnici diversi. Il territorio sta cambiando rapidamente a seguito della costruzione della diga Gibe III, che sta avendo un grave impatto ambientale e socio-economico sulla regione. In questo scatto sono ritratte due ragazze dalla bellezza perturbante, disarmante, diversissima dai canoni occidentali ma che comunque colpisce l’osservatore ad ogni livello con la sua verità e la sua spontaneità; i ricami tribali sulla pelle cozzano con gli abiti occidentali, che sembrano mirare alla pura trasformazione di un corpo in un oggetto erotico di consumo.

 

L’esposizione del World Press Photo 2018 non è soltanto una galleria di immagini sensazionali ma è soprattutto un documento storico che permette di rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo. Il suo carattere internazionale e le centinaia di migliaia di persone che ogni anno nel mondo visitano la mostra sono la dimostrazione della capacità che le immagini hanno di trascendere differenze culturali e linguistiche per raggiungere livelli altissimi e immediati di comunicazione.

Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, la mostra è ideata dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography. La World Press Photo Foundation, nata nel 1955, è un’istituzione internazionale indipendente per il fotogiornalismo senza fini di lucro. Il World Press Photo gode del sostegno della Lotteria olandese dei Codici postali ed è sponsorizzata in tutto il mondo da Canon. L’Azienda Speciale Palaexpo è un ente strumentale della città di Roma che si propone oggi come uno dei più importanti organizzatori di arte e cultura in Italia e gestisce il Palazzo delle Esposizioni, il Macro e il Mattatoio per conto di Roma Capitale. Il 10bphotography, partner della fondazione World Press Photo, è un centro polifunzionale interamente dedicato alla fotografia professionale. Si propone di mettere a disposizione del territorio l’esperienza e le relazioni costruite nel tempo, con l’obiettivo di portare a Roma e in altre città italiane il più grande e più prestigioso concorso di fotogiornalismo mondiale. Internazionale, media partner della mostra, è un settimanale italiano d’informazione fondato nel 1993 che pubblica i migliori articoli dei giornali di tutto il mondo.

 

 

 

-Alessandra Testoni