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Le streghe della notte: quando l’emancipazione femminile passò dai cieli scuri della guerra

C’è un momento nella storia di ogni emancipazione – personale o collettiva – in cui si sente distintamente uno scatto interiore, un clic. Si tratta di un piccolo ma preciso movimento della mente o dell’anima provocato anche da un fatto o un episodio irrilevante, da una parola, un gesto, una sensazione.

Lo può identificare, anche a distanza di tempo, ogni donna che abbia cominciato il suo personale cammino alla ricerca della parità. E si può avvertire abbastanza distintamente negli eventi collettivi che, qualche volta, nella storia del genere umano, segnalano il cambiamento in direzione dell’eguaglianza fra i sessi.

[…] Ascoltando la storia delle streghe, credo di aver compreso il momento del clic, l’attimo in cui avevano capito che ce l’avevano fatta.

“Secondo la mitologia popolare, essere soprannaturale immaginato con aspetto femminile o donna reale che svolge un’attività di magia nera e comunque dirige gli eccezionali poteri che le vengono attribuiti ai danni di altre persone”. Così viene descritto dall’Enciclopedia Treccani il significato del termine “strega”.

Quando pensiamo alle streghe, spesso, ci vengono in mente volti verdognoli e solcati da rughe, grandi verruche sul naso, cappelli a forma di cono neri, scope usurate e la compagnia di gatti neri. Per i più giovani, inoltre, è facile immaginare anche i volti dei personaggi che hanno reso famose le serie tv fantasy che da tanti anni allietano i nostri pomeriggi su Italia Uno prima e le serate su Netflix oggi. Una sola costante rimane nel nostro immaginario collettivo: l’atmosfera cupa e buia, creepy diremmo se fossimo anglofoni.

Le streghe, lo sappiamo bene, sono creature malvagie che, generalmente, non escono alla luce del sole: persino in un successo dei primi anni 2000 si parla della notte delle streghe. La vicenda di cui si parla troppo poco, invece, è quella delle Streghe della Notte. Se pensate che possa essere un argomento spaventoso o strettamente connesso al concetto di male, dovrete ricredervi, o forse no: in fondo, la guerra è sempre un male.

Le Streghe della Notte, infatti, non sono esseri soprannaturali. Sono giovani donne russe, alcune laureate, altre studentesse, altre lavoratrici, altre ancora mamme. Hanno scelto di tagliare le loro lunghe trecce di capelli, per lo più biondi, preferendo una lunghezza corta perché, senza quell’impegnativo fastidio, la loro testa entra con più facilità nel berretto da aviatore: non si spostano su scope lerce e volanti, ma su velivoli instabili e leggeri.

Sono aviatrici o, meglio ancora, lo diventano facendo parte del 588º Reggimento bombardamento notturno, poi ribattezzato 46º Reggimento guardie di Taman per il bombardamento leggero notturno, uno dei tre reggimenti aerei femminili della seconda guerra mondiale voluti da Marina Raskova, conosciuta anche come la Amelia Earhart sovietica.

“E c’è –fortissima – la spinta alla conquista della parità con l’uomo, desiderata talmente tanto – e questa non è retorica – da scegliere di morire pur di ottenerla”.

Le donne che decidono di diventare streghe hanno esistenze e passati diversi l’una dall’altra, ma sono accomunate da un unico grande sentimento: la necessità di doversi impegnare, come e quanto gli uomini, a sostegno della loro patria. La loro storia resta sconosciuta ai più, in Italia così come in Russia: pur essendo considerata da molti soldati nemici quasi invincibili, essendo donne, le Streghe della Notte hanno dovuto sgomitare per ricevere qualche ringraziamento o, addirittura, semplice riconoscimento, dalle istituzioni del loro Paese.

A parlare della loro storia, delle loro gioie e dei loro dolori è stata Ritanna Armeni nel libro edito da Ponte alle Grazie “Una donna può tutto. 1941. Volano le Streghe della Notte”, uscito nel 2018. È proprio in quell’anno che ho avuto modo di prendere parte alla presentazione del libro a Perugia, nel corso dell’International Journalism Festival, dove ero presente come Stampa per CulturArte.

Il libro è una vera e propria fonte specifica di informazione e approfondimenti sulla storia di queste donne e, più in particolare, di Irina Vyacheslavovna Rakobolskay, matematica e fisica che, giovanissima e ancora studentessa universitaria, quando i suoi due più grandi amici vengono chiamati nell’esercito decide che anche lei, pur essendo donna e quindi, all’epoca, ancora impossibilitata ad incominciare una carriera militare, avrebbe combattuto per la sua Unione Sovietica. Interessata alla storia delle Streghe della Notte, dalla definizione che diedero di loro i soldati tedeschi die Nachthexen, Ritanna Armeni, dopo ricerche e consultazioni, giungeva a Mosca nel quartiere dell’università dove abitava Irina, che nei giorni in cui veniva svolta la raccolta delle informazioni aveva 96 anni ed era l’unica strega rimasta in vita, fino al 2016.

Sono in pochi ad interessarsi di questa vecchia storia, ma quando l’autrice si presenta con la volontà di raccontare le vicende delle Streghe, si riesce a percepire ancora, sempre meno velatamente con il passare degli incontri, l’entusiasmo con cui ricorda quell’epoca, dolorosa e appassionante al tempo stesso. “Quando deve volare, il volto le si illumina perché – dice – le piace avvicinarsi alle stelle”.

Ritanna Armeni racconta in maniera capillare la storia che ha ascoltato dalla viva voce di Irina, ma descrive con sapienza anche tutti i movimenti e i comportamenti dell’anziana Strega quando si trovano a parlare, a bere il tè o quando mostra loro le foto delle sue vecchie amiche, di suo marito. Quella raccontata in “Una donna può tutto” è una autobiografia corale: non esiste una forma migliore che questo ossimoro per descrivere i toni del libro. Irina, che è una strega, fra le pagine diventa tutte le Streghe della notte del Cinquecentottantottesimo reggimento, nessuna esclusa.

Ne leggiamo, fra le righe, le abitudini, i sentimenti, le attitudini e i momenti di crisi. I velivoli utilizzati dalle streghe, infatti, sono piccoli e traballanti, non realizzati per combattere una guerra e neppure per volare in notturna: gli allenamenti, lo studio e i voli di prova furono molto consistenti. Più volavano e più riuscivano a disorientare il nemico: nessuno sapeva della loro esistenza e questo per loro fu un grande vantaggio. Ciò, a poco a poco, riuscì persino ad affievolire la loro paura; era merito delle Nachthexen, infatti, se i tedeschi stavano ritardando la loro avanzata. Era grazie a loro, le più sottovalutate dell’intero esercito, se l’Unione Sovietica stava ricominciando a sperare.

“Un reggimento tutto femminile non è mai esistito. Anche se voi e io non ci troviamo niente di strano, gli uomini ne sono stupiti.” Così aveva detto alle sue ragazze, future Streghe della notte, Marina Raskova, l’unica a credere in loro. Ci hanno provato, ci sono riuscite e oggi brillano nei cieli che solcavano lanciando bombe con i loro velivoli malconci: e noi, anche se non lo sappiamo, dobbiamo ringraziare le Streghe.

-Beatrice Tominic

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Danza e pittura: una grande storia d’amore

Lo spettacolo di danza contemporanea Alma Tadema, coreografato da Ricky Bonavita con la compagnia Excursus e le musiche di Francesco Ziello, è un omaggio al pittore vittoriano del XIX secolo Lawrence Alma Tadema. L’arte che incontra l’arte: un connubio perfetto tra danza e pittura, rappresentato sul palco del Teatro Vascello di Roma, venerdì 15 novembre 2019.

Sulla scena sei danzatori hanno ripreso i soggetti dei quadri di Alma Tadema, proiettati sullo sfondo, attraverso una narrazione episodica che ha dato luce alla ricostruzione della storia dell’antico mondo romano tra decadenza e fastosità. Una danza travolgente in cui ogni ballerino è stato protagonista dei diversi episodi, alternandosi in assolo e pezzi corali. Lo spettacolo è un prodotto della riflessione del coreografo sull’importanza dell’antichità e del suo ricordo nel presente. Si tratta di un viaggio di immagini trasposte attraverso i movimenti del corpo sul palco, in cui non mancano momenti di enfasi performativa volti a stupire e far riflettere  il pubblico. Le scene di maggior rilievo hanno visto sempre protagoniste le 3 danzatrici (centrale il ruolo della donna), che mostrano il loro carattere trasgressivo con danze e richiami sessuali.

Ciò che ha colpito profondamente è la professionalità, la morbidezza dei movimenti dei danzatori i cui corpi volteggiavano nello spazio, seguendo le melodie che hanno arricchito la performance; notevole è stata la capacità espressiva dei danzatori anche attraverso la mimica facciale che ha confermato la valenza pantomimica della danza. Le coreografie hanno previsto una scena iniziale collettiva, con il susseguirsi di assolo, duetti, trio interamente maschile o femminile e altre parti corali.

74614778_2309158842727857_3700041487153627136_n.jpgRicky Bonavita

Il pubblico, composto da varie fasce d’età, è rimasto ipnotizzato in religioso silenzio per l’intera durata dello spettacolo; al termine, è seguito uno scrosciante applauso per i danzatori e il coreografo. A due amanti e studiose della danza come noi ha affascinato la genialità nella reinterpretazione dei quadri da parte di Ricky Bonavita. Ancora una volta abbiamo avuto la conferma del potere della danza che, una volta iniziato lo spettacolo, ci ha completamente estraniate dal mondo esterno rendendoci partecipi e stupefatte allo stesso tempo dell’intero capolavoro.

 

-Martina Sarcina, Giada Gambula

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Tlamess: un film dall’estetica sensoriale

Il MedFIlm Festival si dimostra essere, ancora una volta, un palco cinematografico mai banale. Nell’ultima serata alla quale ho partecipato, ci ha offerto un’esperienza pienamente visionaria e sensoriale: Tlamess. Come il film di apertura del Festival, It Must Be Heaven (link all’articolo: http://www.culturarte.it/2019/11/11/medfilm-festival-un-mare-fra-spagna-e-palestina/), anche quest’opera si presenta quasi del tutto priva di dialoghi, lasciando alle immagini il fardello della narrazione.

Scritto e diretto da Ala Eddine Slim, Tlamess è una coproduzione franco-tunisina, presentato a Cannes il maggio scorso. È la storia di un soldato, S. (interpretato dal poeta e musicista Abdullah Miniawy), che riceve un congedo di una settimana dopo aver assistito al suicidio di un suo commilitone ed essere venuto a conoscenza della morte della madre; S. torna a casa e coglie l’occasione per disfarsi di quegli abiti militari che lo hanno condotto alla solitudine e alla disperazione. Qui il film assume toni thriller: nel suo quartiere parte una caccia all’uomo, S. diviene la preda di alcuni ufficiali di polizia; scopre così di essere un fuggiasco. Ferito e senza abiti si indirizza verso la foresta, dove si nasconderà senza far mai ritorno.

Alcuni anni dopo la storia si sposta su una donna, F. (Souhir Ben Amara), che scopre e comunica a suo marito di essere incinta proprio nel momento in cui il suo matrimonio sembra soffrire una condizione di noia ed assenza del partner. In questa fase drammatica della pellicola anche F. si scopre in fuga: una mattina si avventura per una passeggiata nella foresta circostante la sua casa senza far mai più ritorno.

S. ed F. si incontrano in questo luogo al tempo stesso di perdizione, riscatto e salvezza, in una foresta che trattiene a sé ma al tempo stesso dà modo di ricercare una propria nuova identità. Il film in questa ultima fase cambia registro: non è più un dramma, non è più un thriller, bensì assume dei toni mistici, surreali. I due comunicheranno senza parlare, attraverso i loro sguardi installeranno un canale empatico che non li lascerà mai. In Tlamess torna il tema dell’imbarbarimento, gli uomini stanno tornando ad essere scimmie? Dal punto di vista di chi scrive il film non si offre una valida risposta a questo quesito, segnando a mio giudizio una nota a suo sfavore.

Slim realizza un film che ripercorre le tappe simboliche della ricerca dell’identità e del significato della vita, temi che quest’anno sembrano cari al MedFilm Festival. Il comparto tecnico del film, tra cui spiccano sicuramente la fotografia e il sound-design, si mantiene alto per tutto il film. Un tono più basso lo si registra in alcuni passaggi per quel che riguarda la narrazione.

La pellicola non nasconde dei chiari richiami al cinema di Kubrick. Innanzitutto, la sequenza del suicidio del soldato nei primi minuti del film strizza con evidenza l’occhio al celebre suicidio di Palla di lardo in Full Metal Jacket. Ma Slim non si limita a questo e forza il citazionismo inserendo addirittura il monolite di 2001: Odissea nello Spazio. La scelta non si rivela infelice o fastidiosa, poiché offre una palpabile chiave di lettura dell’opera a chi un minimo conosce la filosofia del capolavoro del buon vecchio Stanley.

 

-Alessandro Berti

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EICMA: “sfrecciando” fra i padiglioni

L’EICMA (Esposizione Internazionale Ciclo Motociclo e Accessori), meglio nota come Milan Motorcycle Show, è la più importante rassegna espositiva mondiale per le due ruote a motore. Si svolge ogni anno a Milano e quest’anno compie i 77 anni dalla prima edizione che ci fu nei primi anni del XX secolo. Il luogo della manifestazione è cambiato nel tempo: nel 1925 nel Palazzo della Permanente (noto centro culturale di Milano) fino a cambiare allestimento per la 21esima edizione (a causa della seconda guerra Mondiale) trasferendosi negli ampi spazi del Palazzo dell’Arte; infine dal 2000 si trasferisce nel mastodontico spazio di Rho-Fiera, poco fuori città. E’ proprio lì che siamo andati il 10 novembre (aperto al pubblico dal 7), in questo spazio che al primo sguardo ci appare enorme con ben otto padiglioni. 43 paesi rappresentati, 1887 brand presenti, modelli nuovi e non; entrando si percepisce l’importanza che quest’evento ha a livello mondiale. Incontriamo molti stranieri, famiglie e coppie, tutti giunti per osservare questi gioielli. Ducati, BMW, Moto Guzzi, Triumph e le imperdibili Harley Davidson sono solo alcune delle tantissime marche di moto lì presenti, tra cui molte eccellenze italiane che ci rendono noti in tutto il mondo. Bambini e adulti, per l’esattezza 800 mila visitatori, un concentrato di passione per il design, per l’adrenalina e per il motoveicolo. Un’offerta espositiva a tutto tondo, che quest’anno si è ampliata per la prima volta anche ai più piccoli con il progetto EICMA FOR KIDS, iniziativa che ha regalato a più di mille bambini l’emozione di provare gratuitamente moto e bici e apprendere i primi rudimenti della sicurezza stradale. Il Presidente dell’EICMA Andrea dell’Orto ha elogiato e ringraziato “tutti gli espositori e l’industria delle due ruote” rendendo l’effetto Moto-rivoluzionario (nonché tema di questa edizione) conclamato e di grande successo. Passeggiando fra i padiglioni ci colpisce la forte presenza di modelli elettrici; moto e motorini creati appositamente in linea con la nuova politica green che si sta cercando di adottare ultimamente. Questi modelli ci appaiono giovanili, leggeri, ma allo stesso tempo notevolmente studiati e sicuri. Del resto la tutela dell’ambiente è uno dei temi più attuali e lo stesso Premier Conte si è detto pronto a chiedere al mondo industriale e produttivo un green new deal. Nel testo della Legge di Bilancio 2020 sono stati previsti nuovi fondi di finanziamento statale e territoriale volti alla realizzazione di investimenti privati sostenibili. Anche il decreto clima e ambiente, che ha ottenuto il via libera del Consiglio dei Ministri ed è stato fortemente voluto dal Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, prevede misure urgenti in materia di tutela della salubrità dell’aria, delle acque e delle aree metropolitane più colpite dall’inquinamento. Ho sicuramente apprezzato, in questa edizione dell’Eicma, la presenza e l’attenzione per questi nuovi modelli non inquinanti, significato di una maggiore sensibilità nei confronti dell’argomento. Proseguendo fra i padiglioni notiamo un grande spiazzo transennato e, al forte suono di una moto che sfreccia, comprendiamo subito che quello spazio è il noto Motolive. Quest’area è presente in ogni fiera motociclistica ed è dedicata a gare titolate, show acrobatici e momenti adrenalinici dove si possono osservare veri e propri esperti del mestiere che, con i loro spettacoli,  donano momenti di suspense. Tutto avviene con la massima competenza e sicurezza che questi atleti hanno acquisito negli anni. Concludendo la nostra giornata, arriviamo nell’ultimo padiglione in cui troviamo numerosi mercatini d’abbigliamento vintage a tema motociclistico: giacche di pelle, giacche da gara, caschi colorati di ogni genere, toppe, stivali e magliette delle più note marche di moto. Tutti interessati e incuriositi da quei capi che, anche se con un occhio da principiante, risultano trasgressivi e perfettamente indossabili anche se si guida una semplice e meno complicata bicicletta. Troviamo anche pezzi di ricambio, specchietti di ogni tipo e forma e tutti sono lì per curare la bellezza della propria moto; è ammirevole notare fra le persone quanta cura e attenzione c’è nel comprare pezzi di ricambio o semplicemente di ornamento per la moto, esattamente come se fosse una persona di cui prendersi cura. La giornata si conclude e torniamo a casa con la sensazione di aver vissuto in un mondo a parte, sognato di sfrecciare attraverso strade di montagna, attraversato strade desertiche o semplicemente di aver corso in sella accanto ad un pilota di MotoGP. E’ proprio questo che rende affascinante questo mondo: anche senza una conoscenza tecnica di modelli, cavalli o marmitte, caderne innamorati è facilissimo, l’idea di poter affrontare lunghi viaggi in sella e con il vento che ti accarezza il viso è a dir poco sublime. L’EICMA ci ha sicuramente rinfrescato la fantasia e l’immaginazione di poter correre via dalla nostra realtà quotidiana.

-Maria Chiara Petrassi