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Ma che li fate a fa? Si poi v’odiate

Er Presepio

Ve ringrazio de core, brava gente, / pè ‘sti presepi che me preparate, / ma che li fate a fa? Si poi v’odiate, / si de st’amore nun capite gnente… / Pé st’amore so nato e ce so morto, / da secoli lo spargo da la croce, / ma la parola mia pare ‘na voce / sperduta ner deserto senza ascolto. // La gente fa er presepe e nun me sente, / cerca sempre de fallo più sfarzoso, / però cià er core freddo e indifferente / e nun capisce che senza l’amore / è cianfrusaja che nun cià valore.

Trilussa

Cristiani, atei, agnostici, appartenenti ad una qualsiasi fede, nel mondo occidentale sta arrivando il Natale, ricorrenza festiva per molti versi ormai slegata dalla sua matrice religiosa. L’arrivo di Babbo Natale ha rubato la scena alla nascita di Gesù, è cambiato il mondo, è cambiata la società, sono cambiate le nostre priorità. Il Natale è storicamente una festa ricca di simboli, tradizioni iconiche che segnano l’immaginario comune, l’albero addobbato, le decorazioni, i dolci tipici, i mercatini, le luci, il presepe. Già, Er presepio come lo chiama Trilussa nella sua nota poesia, la secolare usanza italiana che attribuiamo a San Francesco d’Assisi, il quale, secondo la tradizione, fu il primo a riprodurre la scena della natività nel lontano 1223 a Greccio. Da allora il presepe si è diffuso in tutto il mondo cattolico declinandosi in varie forme in ogni angolo del Globo. Ma rimanendo alla nostra piccola realtà, questa Italia culla di civiltà e di pensieri, cosa rimane oggi dei simboli davvero? Partiamo da un dato di fatto, in quanto a realizzazione ed esposizione di presepi siamo leader; nelle case, nelle scuole, nelle chiese, in sale museali, in Italia ogni anno nascono milioni di bambinelli! Ora, appurato il buono stato di salute della nostra tradizione e l’asserita cristianità della maggior parte della popolazione italiana, non riesco a non vedere una contraddizione tra il Paese che viviamo ed il grande messaggio di pace e amore che proclamiamo solennemente in questo periodo dell’anno. Il recente rapporto Censis 2018 espone numeri chiarissimi: il 63% della popolazione vede negativamente l’ingresso di persone da paesi extra-comunitari, il 45% si dichiara diffidente anche verso l’immigrazione Schengen. Il fenomeno di chiusura e paura verso l’altro va sotto il nome di “sovranismo psicologico”, una realtà ormai conclamata nel nostro Paese, respirabile per strada, sui social, nel dibattito politico. Ora, a prescindere dalla fede, il Santo Natale dovrebbe essere la festa della gioia e dell’inclusione, dovremmo essere tutti più buoni, dovremmo amare i nostri fratelli, tutti i nostri fratelli. E torniamo al punto, il presepe è la raffigurazione di una storia di accoglienza, di ultimi della società rifiutati da tutti e costretti a dare alla luce il Figlio in una mangiatoia. Non è nato da re Gesù, al giorno d’oggi probabilmente nascerebbe su un barcone, ogni anno ripercorriamo con animo fedele le vicende di quella povera e sacra famiglia, perseguitata e costretta a vivere nascosta. Ci dichiariamo credenti in valori altissimi che poi disattendiamo quotidianamente. Certo, è facile parlare, forse sono buonista, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e di buone intenzioni non si vive; già, ma il messaggio che ci ha lasciato Lui non è semplice, tant’è che spesso preferiamo girare la testa e fare finta che vada tutto bene. Io scrivo queste parole non perché mi senta migliore, anzi, sono molti i dubbi che mi hanno assalito nel redigere questo editoriale, scrivo proprio per condividere le umane perplessità che avverto con l’approssimarsi del Natale, quella ricerca di essere davvero tutti più buoni che si scontra con una realtà che spesso incattivisce. “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”, parole pesanti pronunciate da Cristo, riportate in questo passo della prima lettera di Giovanni, che fanno riflettere trasversalmente; non serve essere credenti per capire la potenza di queste parole, cosa è rimasto dei simboli, in cosa crediamo davvero? Questo è il mio auspicio, che il simbolo per eccellenza del Natale, il presepe, torni a far riflettere sul percorso che l’umanità sta intraprendendo, che non sia solo una decorazione, che unisca i fratelli, tutti i fratelli, di ogni colore, di ogni lingua, di ogni cultura, perché senza l’amore è cianfrusaja che nun cià valore.

-Gabriele Russo

Un tavolo ricoperto di dubbi e colori

Un tavolo circolare rinchiuso nel piano terra di una casa tetra. Due leggeri spiragli di luce si proiettano lungo il corridoio all’arrivo di quattro figure maschili. Vestiti in maniera elegante, dall’esterno appaiono come quattro manichini, lunghi e snelli. Finalmente si sistemano lungo il tavolo per giostrare con i loro scacchi sui meccanismi del mondo.

Essere giovani oggi. Immersi involontariamente nella vorticosa realtà odierna, in cui può capitare di avere dei momenti di smarrimento e la strana sensazione che sia tutto già deciso; che le nostre azioni, addirittura i nostri sentimenti, siano pura espressione di un disegno meccanicistico della vita già prestabilito da qualcun altro. Un percorso già delineato, magari proprio da un tavolo circolare.

La seguente immagine, dai tratti cinematografici, è una piccola sintesi degli umori che emergono da alcuni articoli dedicati a questo numero. Raccontare delle storie, scoprirle, soffrirle e apprezzarle, nel tentativo di graffiare il tavolo circolare dell’abitazione tetra con più colori possibili.

Questo è il tema principale del numero di Culturarte di Dicembre. In questo puzzle di storie ci siamo fissati un obiettivo fondamentale, sfuggire a logiche ordinate e a strutture rigide, fino a incatenare le varie storie in un tempo e uno spazio indefinito. Anche questo editoriale, questo piccolo spazio introduttivo, è assolutamente confuso.

Dunque, la scelta di opporre a questo momento storico di profondi cambiamenti strutturali, sociali, culturali e tecnologici l’amore per la cultura, per la curiosità e per la sensibilità diventa un atto coraggioso, di sicuro saggio, a tratti indispensabile.

Domenica 27 Novembre il quotidiano La Repubblica ha lanciato all’interno del proprio giornale un nuovo inserto culturale, Robinson. Qualche giorno prima sul sito online della testata giornalistica veniva descritto in questo modo:

Perché in un’epoca tempestosa bisogna salvarsi dal naufragio e la cultura può essere un’isola di salvezza. Robinson vuole essere un compagno di viaggio, capace di illuminare la strada, di dare indicazioni preziose ma anche di ascoltare, di prestare attenzione ai segnali del mondo.

Noi di Culturarte, nel nostro piccolo, abbiamo provato a fare qualcosa di simile. Le storie raccontate sono diverse e simili tra di loro, contornate da personaggi, sensazioni, riflessioni e speranze. Storie da conoscere e sulle quali riflettere. Dai temi più impegnati a storie di testimonianze significative fino al nostro imprescindibile spazio dedicato al mondo dell’arte e del cinema.

Il numero di Dicembre è un secondo passo nella realizzazione del grande contenitore di temi e di idee che vuole costruire il giornale universitario Culturarte. Per collaborare con noi e per i vostri suggerimenti: redazione@culturarte.it

Marcello Caporiccio