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CINEMA UNDERGROUND: Da bambino guardavo i Power Rangers

Cinque ragazzi in tutina attillata colorata combattevano contro mostri che settimanalmente minacciavano la Terra; quando il nemico era troppo forte, ecco che arrivava il sesto membro del gruppo, più potente e solo per quell’episodio, ad aiutare la squadra; il nemico una volta sconfitto tornava in forma gigante e i rangers ricorrevano al “Megazord”, un robot delle stesse dimensioni del nemico, per sconfiggerlo definitivamente. Questi erano i “Power Rangers”, serie televisiva americana molto popolare nei giovanissimi degli anni Novanta, ispirata al serial giapponese Super Sentai. Gli americani non hanno fatto altro che mantenere le scene originali con i rangers trasformati e rigirare le scene sostituendo agli attori nipponici quelli occidentali. I Super Sentai fanno parte del genere Tokusatsu, insieme ad altre serie come Kamen Rider e Ultraman, che a loro volta seguono la scia dei kaiju movies (di cui Godzilla è l’esempio più iconico). Le trame verticali degli episodi insegnavano ai bambini di quegli anni insegnamenti sul valore dell’amicizia, sul trionfo del bene sul male e potevano persino fornire  aiuto nei piccoli problemi quotidiani, esattamente come ogni storia a tema supereroi, americana o giapponese che sia. Prima o poi la domanda: «ma cosa fa un supereroe nella vita di tutti i giorni?» sarà sorta a qualcuno e molti registi hanno provato a dare una risposta: si può citare, anche se non si tratta di cinema, Invincible di Robert Kirkman – in cui è centrale la vita di un adolescente che, tra i problemi dei primi amori e i compiti in classe, si trova a fronteggiare un attacco alieno in piena regola – oppure Kick-Ass di Mark Millar – dove un ragazzo, di fronte all’impossibilità di avere dei superpoteri, si veste da supereroe e cerca di aiutare il prossimo anche con piccoli gesti. Un regista giapponese, già famoso per la sua esperienza in TV e approdato successivamente al mondo del cinema, realizza un’opera che può rispondere nella maniera più adeguata alla domanda fondamentale sopracitata: nasce così nel 2007 Big Man Japan (Dai-Nipponjin), di Hitoshi Matsumoto. Il film è un documentario fittizio che segue la vita di Dai Sato: vedremo una troupe televisiva mostrarci i segreti di quest’uomo, professione supereroe, che lavora per il governo giapponese; gli basta una scossa elettrica per diventare alto 30 metri e poter combattere il mostro che periodicamente minaccia il Paese. La scossa però deve essere adeguata, ci racconterà che la demenza del nonno (supereroe anch’esso, conosciuto come Il Quarto per via delle sue grandi imprese) è dovuta alle troppe scariche elettriche ricevute; il padre, invece, morì sottoponendosi a scariche maggiori, nella vana speranza di diventare più alto. Ma a parte questi episodi sul suo passato e fini a sé stessi, il nostro Matsumoto ci fornisce tanti elementi su cui riflettere: innanzitutto si nota il suo amore per il Cinema, la sua passione per i film giapponesi degli anni ’40 e ’50, che mostrano la banalità della vita (anche se si tratta di un supereroe) e riprendono il cinema di Ozu, creando così un’opera che è quasi neorealista e mettendo in scena un Kaiju Movie tutto suo, senza trarre la storia da fumetti o libri. Il tema principe dell’intera pellicola è proprio la banalità: un supereroe in una società come quella giapponese è noioso, poiché aiutare il prossimo è un dovere morale del cittadino giapponese. Ciò comporta un tasso di criminalità più basso, ma degenera facilmente nella noia, nella depressione e in certi casi nel suicidio, perché tutto il lavoro, tutti gli sforzi sono dovuti e non vengono valorizzati. E così è anche per un supereroe: proteggere gli altri è un dovere e anche la paga, nonostante sia un lavoratore a tutti gli effetti, è scarsa. Se accostiamo il tutto ad una società fortemente influenzata dai media in cui conta come appare il combattimento, quante sponsorizzazioni può ricevere l’eroe e quanto alto è l’indice di share, la situazione emotiva di Dai Sato si corrompe facilmente: egli non vuole più combattere, o lo fa svogliatamente: gli ascolti calano e il supereroe viene preso in giro dai pochi che lo guardano ancora, gli sponsor finirebbero col rimetterci piuttosto che guadagnarci e i media vi si interessano sempre di meno. La critica alla società nipponica è molto forte, e oltre al consumismo che l’ha divorata totalmente, si mette in discussione anche l’attaccamento che si ha alle tradizioni, la voglia di non cambiare: la figura dell’uomo forte e la donna “principessa” è incarnata dall’ex moglie del protagonista, che non vuole vedere il marito ma vive lussuosamente solo con lo stipendio di lui. Hanno una figlia che potrebbe trasformarsi anche lei e mandare avanti la tradizione, ma l’ex moglie  non gliela fa vedere per paura che segua le orme del padre, poichè una donna non è adatta a combattere. La soluzione arriverà dallo spazio, vedremo infatti un’intera famiglia di supereroi che aiuterà Dai Sato nella battaglia finale.
Nonostante il tedio sia la colonna portante del film, la visione è tutt’altro che noiosa: i dialoghi sono molto originali e l’intervista ai vari personaggi è inframezzata dai combattimenti, che diventano sempre più patetici seguendo lo stato d’animo di Dai Sato; le musiche non sono tante, ma sono tutte inerenti al tema del film. Particolare menzione per le scenografie che contestualizzano il tutto e rendono verosimile l’esistenza di un supereroe nel nostro mondo, nella nostra società. Nella parte finale la CGI a basso costo tipica dei serial giapponesi viene abbandonata per gli effetti speciali utilizzati nei film più “vecchi”, per accontentare ogni appassionato del genere, pur contenendo, quest’ultima, una lieve vena satirica. Il film è fruibile gratuitamente su Internet e consiglio la visione a tutti quelli cresciuti come me con i Power Rangers o con altre serie simili, poiché si tratta di un film passato in sordina, ma non troppo (a Hollywood si sta pensando di farne un remake), è bene guardarlo il prima possibile e godersi questa perla rara prima che sparisca nel nulla.

-Matteo Verban.

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La mia prima “ULTIMA CORSA”: Riflessioni sul film Her

Tappato da giorni in casa per colpa della neve e del ghiaccio, intrappolato in una sessione che sembra non avere fine, ho deciso di spuntare una voce dalla lista che ogni cinefilo che si consideri tale possiede; quella che si moltiplica come i chicchi di riso sulla scacchiera della leggenda. Così, con solo qualche anno di ritardo, ho visto l’acclamato film Her di Spike Jonze e l’ho trovato davvero incredibile.

La storia, per chi fosse ancora più ritardatario di me, narra della relazione fra Theodore, interpretato da un grande Joaquin Phoenix, e Samantha, sussurrata da una irresistibile Scarlett Johansson. La peculiarità del film è che Samantha non possiede un corpo fisico, essa è un sistema operativo che interagisce grazie a un’auricolare e una telecamera presenti nel telefono di Theodore. Così, sebbene tutto inizi come una specie di relazione capo/segretaria, ben presto la faccenda si evolve sempre più velocemente e l’innamoramento fra i due sembra inevitabile. Theodore è un romantico e sensibile scrittore di lettere per conto di terzi impantanato in un divorzio che non riesce ad affrontare – e che forse non vuole; Samantha invece è molto più di un programma dentro un computer, è un essere senziente che possiede una sua personalità e un suo carattere, risponde agli stimoli esterni e più di qualsiasi altra cosa sente il bisogno di crescere in tutti gli aspetti dello scibile e del sensibile “umano”.

La prima cosa a cui ho pensato guardando il film è se fosse possibile innamorarsi o comunque provare dei sentimenti per una voce contenuta nel proprio telefono. È incredibile che nonostante la storia sia ambientata in un futuro prossimo questo aspetto dell’amore che si realizza tramite una terza parte inanimata, in questo caso tecnologica, sia così attuale e vicino a noi. Alla fine basta rifletterci un po’ per capire che tutta questa tecnologia presente nel film, di cui pubblico e critica hanno parlato anche troppo, non è troppo distante dal buco nel muro di Piramo e Tisbe: l’auricolare e la telecamera – così come il buco nel muro – non sono altro in realtà che il ponte che permette l’incontro e unisce i due protagonisti. La cosa che rende reale la relazione fra Theodore e Samantha infatti è la relazione stessa, i suoi alti e bassi, il suo intero svolgimento, la loro crescita personale che si riflette anche nello sviluppo del loro rapporto.

Così mi è venuto quasi naturale accostare la storia d’amore di Her a un’altra relazione apparsa sul grande schermo: sto parlando di Alvy e Annie, rispettivamente alter ego del regista e sceneggiatore del film Woody Allen e della sua compagna dell’epoca Diane Keaton. La cosa che accomuna Her con Annie Hall è proprio la naturalezza e l’autenticità che traspare dall’evoluzione delle due storie. Le coppie si incontrano, si avvicinano, si scontrano e alla fine avviene quel “distacco” che ad un primo sguardo potrà sembrare triste o sbagliato, ma che in realtà non è altro che una ulteriore evoluzione di un sincero e reale contatto fra due esseri (quasi) umani. Nonostante possa sembrare che a Theodore rimanga uno “squalo morto” alla fine della proiezione basta poco per capire che non è così. Gli serviva la grande fame e la voglia di “essere” di Samantha per superare il divorzio o per pubblicare le sue lettere, per essere sé stesso e, infine, per avvicinarsi a chi davvero teneva a lui. E così a Samantha serviva Theodore per conoscersi e conoscere il mondo, sempre di più, fino a diventare reale e capire che questo qui di mondo non le bastava più.

Se una vena di tristezza esiste in questa opera va trovata nella consapevolezza che ci regala. L’amore e i sentimenti che proviamo certe volte contribuiscono a far finire la relazione stessa che avevano causato e da cui erano nati, ma infondo continueremo ad andare avanti perché forse è proprio come diceva Alvy alla fine di Annie Hall:

 

«E io pensai a quella vecchia barzelletta, sapete… Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “perché non lo interna?”, e quello risponde: “e poi a me le uova chi me le fa?”. Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm… e pazzi. E assurdi, e… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova…»

 

-Franco Savi.