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Non ripetere il mio errore

Sono stato assente per un po’. Ricominciare (ancora una volta) è strano. Sono successe veramente un sacco di cose nel frattempo, ma non voglio ammorbarvi con ciò che mi passa per la testa ogni volta che torno a scrivere su questa rubrica. Mi è mancato tutto questo, ma ora andiamo al dunque.

Un argomento che ho trattato poco riguarda l’altra mia grande passione: i videogiochi. Non solo i film, ma anche questa tipologia alternativa di narrazione ha saputo lasciarmi qualcosa e ispirarmi nella vita, così come nel lavoro. Ho deciso quindi che in futuro e con la costanza che finora non ho avuto, ma su cui sto lavorando, cercherò di alternare articoli sul cinema ad altri sui miei videogiochi preferiti. Questa volta, tanto per iniziare a scaldarsi, sperimenterò una forma ibrida.

Il titolo che sto giocando in maniera assidua ultimamente è Animal Crossing: New Horizons, per Nintendo Switch (per chi non lo sapesse è una serie di videogiochi di casa Nintendo, il cui primo capitolo risale al 2001). Appartenente alla categoria dei simulatori di vita, Animal Crossing narra di un personaggio che si trasferisce in un villaggio o un’isola deserta e questi dovrà letteralmente crearsi una nuova vita, alternativa a quella reale: ci saranno edifici da costruire, fossili da scovare e collezionare, frutti e piante da coltivare, tanti amici dalle fattezze animali da conoscere; e ancora, ci sono lavori da svolgere, debiti da pagare, rapporti che si creano, altri che si incrinano e così via. Un’ingente mole di attività che oltre a divertire in mille modi diversi, permettendo a chi gioca di personalizzare al massimo la propria esperienza, fa assumere al tutto un valore educativo, soprattutto se a giocare non sono persone adulte. Questo, infatti, a mio parere, ha determinato il successo della saga. Rispetto ad altri simulatori di vita (mi viene in mente The Sims), è molto meno complesso nelle dinamiche e questo non fa altro che rendere il gioco più leggero e rilassante possibile, eppure è pieno di elementi che fanno ragionare il giocatore. Il/la bambino/a che si approccia al gioco dovrà fare amicizia con altri personaggi e mantenere il rapporto sano, apprenderà il valore della gratitudine e della diversità; addirittura, attraverso la compravendita delle rape, si avrà un’infarinatura generale e molto semplificata sul funzionamento del mercato azionario. Si tratta di un titolo intelligente e originale. Parlo per lo più di un pubblico giovane, perché mi auguro che un adulto conosca il significato del rispetto per il prossimo, dell’amore contrapposto all’odio e quant’altro, ma forse è bene specificare che è rivolto a chiunque.
Permette anche di esprimere al meglio la propria creatività, non solo attraverso la possibilità di terraforming del villaggio/isola; mi riferisco per esempio alla modalità foto, che ha permesso ad alcuni utenti di Twitter di ricreare una famosa scena del film The Lighthouse di Robert Eggers.

‘Bad luck to kill a sea bird’


Questa grande parentesi mi permette, infine, di affermare che se queste caratteristiche sono valide ed estremamente efficaci, e hanno determinato il successo di ogni capitolo della saga, altrettanto non si può dire se queste vengono applicate al cinema.

Animal Crossing – Il Film, uscito nel 2006 per la regia di Jōji Shimura, è l’esempio perfetto di come non si realizza la trasposizione di un videogioco sul grande schermo. Spinto dalla curiosità mi sono deciso a guardarlo recentemente; ora ho capito perché si tratta di una pellicola inedita al di fuori del Giappone.

La trama è la seguente: una ragazza di nome Ai si trasferisce nel villaggio degli animali; successivamente all’acquisto della sua casa, inizierà a lavorare per ripagare il costo dell’abitazione, farà amicizia con gli abitanti del villaggio, andrà a caccia di fossili per la collezione del museo, raccoglierà della frutta per cucinare delle deliziose torte. Questo permea i quasi novanta minuti di durata della pellicola. Il finale – decisamente spiazzante, aggiungo – è una sorpresa che lascio scoprire ai più curiosi e coraggiosi di voi. Ora concentriamoci sul punto della questione.

Tutte le attività che svolge Ai nel corso del film sono riprese, se non proprio copiate, dal videogioco, nel senso che lo stesso rituale di azioni che nel gaming permette, ad esempio, di raccogliere i frutti dagli alberi, viene ripetuto dai personaggi del film; e se nel primo caso ciò genera il divertimento e la semplificazione che rendono godibile il gameplay, quando sei costretto a fare da spettatore, la cosa non funziona. Vuoi perché l’attività, “fisica”, prettamente individuale, non ti coinvolge personalmente; vuoi perché l’immagine cinematografica deve per forza di cose andare a parare da qualche parte, dunque se non deve mandare avanti la trama (caratteristica inevitabile, dato che la saga videoludica originale ne è per lo più priva), deve trasmettere almeno qualcosa: un significato, un’emozione e, parafrasando le parole di Scorsese, già questo è difficile di per sé.

Cercando di scovare il motivo che ha spinto a realizzare questo film, mi sembra che l’intento alla base di tutto fosse quello di raggiungere il pubblico più giovane, poiché più redditizio (per ogni bambino equivalgono almeno 2 biglietti strappati: il suo e quello del genitore). L’operazione per catturare questo pubblico corrisponde dunque a far rivivere le stesse esperienze di quando ci si trova davanti alla console; durante la visione infatti si proverà rabbia all’incontro del “capitalista insensibile” Tom Nook, si faranno grasse risate quando i personaggi tentano in ogni modo di evitare le lezioni di storia di Blatero etc. Ma oltre questo non c’è altro.


Secondo me un’operazione del genere dovrebbe considerare due elementi fondamentali: il coinvolgimento del genitore, dell’adulto, attraverso la creazione di “strati” di fruizione e anche quello del bambino, facendolo magari immedesimare nel/la protagonista; elementi che appartengono al videogioco, tra l’altro.È pur vero che rimane una pellicola per bambini, ma dovremmo ricordarci che non stiamo parlando di persone incapaci di intendere e di volere, quindi anche loro meriterebbero prodotti di qualità.

Finisce qui la mia analisi da nerd incallito e fanboy. Mi auguro di aver invogliato ad imbracciare il controller e iniziare l’avventura su New Horizons… e di avervi convinto a evitare il film. Ora posso dedicarmi alla prossima pellicola da portarvi, prometto che sarà estrema e underground, come piace a noi.

-Matteo Verban

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Κυνόδοντας

Kynodontas. Dogtooth. Canino, se vogliamo. Dopo undici anni di attesa è uscito al cinema nella grande distribuzione il film rivelazione dell’ormai acclamato regista greco Yorgos Lanthimos, che venne premiato a Cannes nella sezione Un Certain Regard e candidato agli Oscar come il miglior film straniero nel 2011. (Ri)vedere Kynodontas dopo i recenti successi di Lanthimos – regista del pluripremiato La Favorita, regista e sceneggiatore insieme al geniale Efthymis Filippou di The Lobster e Alps – è un’esperienza che ogni amante della settima arte dovrebbe fare per comprendere a fondo le tematiche e le origini di questo talentuoso e rivoluzionario cineasta e anche di una certa corrente presente nel panorama greco. Quindi come prima cosa, andate al cinema. In particolare andateci senza vedere nulla del film, neanche il trailer.

Tre bambini. Una femmina più grande, un maschio e una femmina più piccola, di età compresa approssimativamente tra i 20 e i 35 anni. Bambini-adulti, con degli istinti primordiali che devono essere soddisfatti in modo impetuoso e meccanico. Passano la giornata a sfidarsi in prove di resistenza fisica per aumentare le loro performance agli occhi della madre, che esiste al solo scopo di controllarli e che presto sarà assistita da un cane addestrato, e del padre, unico che può lasciare la grande casa con piscina nella quale vivono e solo artefice di ogni scelta possibile. La visione di Kynodontas trasmette pura violenza psicologica allo spettatore attraverso quella subita dai personaggi e in particolare dalla loro accettazione di essa, come fosse il naturale ordine delle cose. La totale inconsapevolezza rispetto alla loro condizione di segregazione, fisica ma soprattutto mentale, è un elemento fondamentale di inquietudine e soprattutto di riflessione. Esseri umani cresciuto come animali in un recinto, ai quali è negata l’istruzione, la scoperta del proprio corpo, l’arte, il concetto di realtà oggettiva, la conoscenza scientifica, ogni stimolo al di fuori della loro gabbia dorata. Senza nome e dunque senza identità. Privati della conoscenza del linguaggio. Ai quali è stato insegnato che il mare è niente di più di una poltrona di pelle. Ed è forse quest’ultima la violenza più grande alla quale assistiamo, molto sottile e difficile da concepire, la repressione più profonda che viene attuata nei totalitarismi e che i nostri eterni bambini vivono fra le mura domestiche. In questa privazione di evidente matrice Orwelliana – difficile non pensare alla neolingua – il regista ci spinge ad una riflessione profonda di carattere antropologico e sociale.

Come si può comprendere di vivere privati della propria libertà se non si ha il concetto di essa? Come si può ragionare al di fuori di uno schema se non si è a conoscenza di farne parte? Lanthimos ragiona sul concetto di Stato e sulle sua costruzione – repressione, controllo, metus hostilis, paternalismo, vuota competitività al solo scopo di asservimento e sulle verità granitiche comunemente accettate in una società, sulle convenzioni, sulla mente umana e le sue fonti di apprendimento e formulazione del linguaggio e del concetto. In alcuni momenti si ha quasi l’impressione di assistere ad un mero esperimento scientifico, complice l’atmosfera quasi pacata del film, che scaturisce da un regia essenziale, una fotografia luminosa e calda, mediterranea, dominata dal verde brillante del prato e dalla quasi totale assenza di musica se non in alcune brevi, memorabili sequenze. Calma apparente che fa sì che le poche scene di violenza arrivino allo spettatore come dei tagli, improvvisi e dolorosi. Si apprezza anche una riuscitissima prova attoriale collettiva, in particolare nell’atteggiamento dei figli, che si muovono e parlano mischiando saggiamente diversi registri in modo da restituire la grottesca sensazione di un essere intrappolato fra una bestia, un adulto e un infante. Una simile scelta risulta decisamente disturbante e induce ad una grande riflessione sulle dinamiche di potere che si instaurando tra adulto e bambino e sull’uomo. C’è anche un velato riferimento in questo senso alle dinamiche della pedofilia.


La figura patriarcale è forse la più interessante: egli risulta schiavo della stessa repressione che ha creato ed è meticoloso nel conservarla, dalla quale si libera solo attraverso l’estrema violenza – lucida, fisica, come se stesse punendo un animale domestico – che esercita sui figli. Costruisce una realtà (alternativa?) di controllo nella quale i suoi figli rimangono sempre piccoli e incoscienti, da punire e ai quali raccontare una verità preconfezionata e semplicistica, come appunto si fa con un bambino per controllarlo perché si ritiene che la sua incolumità sia a rischio altrimenti. La sua scala di valori può apparire come alterata rispetto a quella comunemente condivisa, ma presenta un’intrinseca ed inquietante aderenza di fondo con il mondo in cui viviamo. Il modo in cui si relaziona con la moglie non è diverso da quello che si può osservare in una famiglia di classe media della stessa generazione. La sua attenzione per i bisogni fisici del figlio maschio ci riporta ad un immaginario ben codificato. La riflessione del regista non è solo a livello di società e di stato, ma a livello strettamente familiare. Al di fuori dei simboli che possiamo ricercare rispetto ai componenti della famiglia, le domande che la pellicola evoca, sottese e terribilmente realistiche, sono su come educhiamo i nostri figli e le nostre figlie. Le menzogne e la repressione che vengono perpetrate dai genitori sulla prole sono davvero necessarie al processo educativo? Creano più danni o più benefici? Ed io, come sono stata/o cresciuta/o? La risposta risiede nei paradigmi della nostra generazione. Non ci si può dunque non immedesimare nella ribellione sfrenata, esaltata, quasi dionisiaca della protagonista femminile più grande, fin dall’inizio la più insofferente rispetto l’autorità, che dopo aver visto un piccolo sprazzo “al di fuori della caverna” inizia a sognare e desiderare. Inizia ad esistere come individuo, a sentire il bisogno di avere un nome. Non riesce, tuttavia, ad uscire davvero dallo schema che le hanno imposto. Lanthimos è chiaro su questo. Possiamo fare il tifo per lei, ma il prezzo della libertà è altissimo e quella che ottiene è avvilente al punto tale da diventare grottesca.

Kynodontas è una pellicola piena di significato, aperta a numerose interpretazioni, che costruisce un ambiente malsano, nel quale i numerosi shock ai quali si è esposti sono raccontati con un tecnica simile al Verismo, nella quale il narratore si tiene fuori e lascia che le immagini parlino da sole; le riflessioni che ne nascono sono profonde e sono vere, reali, concrete. Un piccolo capolavoro del primo decennio di questo millennio.

-Alessandra Testoni

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C’era una volta il cinema italiano

Era il 1999 e il cinema italiano aveva vinto.

Posso affermare, con un sorriso sotto il naso, che all’epoca io non ero ancora nato. Quella notte del 21 marzo un eccentrico ma commovente Roberto Benigni ricevette il Premio Oscar direttamente da un’attrice del calibro di Sophia Loren. Un sogno inarrivabile, penserete, che non può essere paragonato nemmeno alla vittoria di un pallone d’oro per un calciatore. Roberto ci riuscì, vincendo nella categoria miglior film straniero e miglior attore. Ce l’aveva fatta. L’attore balzò dalla sua poltroncina ed esultò a braccia aperte su di essa, prima di ritirare la statuetta tanto ambita sul palco. Dietro l’emozione, che si presentava senza vergogna nei suoi occhi ed in quelli della Loren, c’era l’orgoglio di una nazione intera che non aveva mai smesso di crederci. Tutto il mondo era fermo a guardare l’Italia prendersi Hollywood. Accadde davvero e oggi quella vittoria rimane indelebile nei nostri cuori. Ricorda una fiaba da raccontare ai bambini prima della nanna tanto è bella.

Facciamo insieme un passo indietro: chi prima di lui è riuscito a raggiungere un risultato così? Gabriele Salvatores, regista poetico, Federico Fellini e Vittorio de Sica in svariate occasioni, l’indimenticabile compositore Ennio Morricone, nonché quelle donne che ci hanno resi orgogliosi come la stessa Sophia Loren e prima di lei l’immensa Anna Magnani. Tuttavia, pur volendo andare avanti e continuare a citare altri nomi di grandi artisti, come Sergio Leone, mentore di Clint Eastwood, la lista non renderebbe giustizia alla bravura dei nostri cineasti. Perché? Vi starete domandando. Credo di conoscere la risposta: i produttori italiani di oggi sembrano uomini senza il coraggio di investire in film troppo ambiziosi. Da cittadino di questa nazione, sono stufo di aspettare il Natale per assistere alla solita commedia volgare. A mio avviso gli amanti del cinema ne hanno abbastanza di film cuciti su misura per l’italiano medio, delle battute sulle tasse salate da pagare e sulla sacralità “posto fisso”. Non si tratta solo della mia opinione ma di una voglia di riscatto comune, di un ritorno alla fama e all’importanza ottenute in epoche lontane.

Il passato ci ha ben istruiti e ha mostrato ad ognuno di noi che far vedere quanto valiamo al mondo non è impossibile: si può fare. Il Neorealismo ne è la prova lampante: durante quella fantastica epoca tutti invidiavano i nostri talenti. Spesso i registi stranieri preferivano collaborare con star italiane piuttosto che cercare una disperata concorrenza. Erano gli americani a bussare alle nostre porte. Subito dopo c’è stato il già citato Federico Fellini, che ancora oggi è tra coloro che meritano e competono per il titolo di “migliore della storia”, ispirando figure importanti di Hollywood. Lo stesso Tim Burton afferma da sempre di trovare nell’artista italiano una figura di maestro e fonte d’ispirazione per le sue storie gotiche, oniriche, spettacolari. Stesse parole usate da Quentin Tarantino riferendosi al mentore di Eastwood: molte caratteristiche dei film dell’autore di “Pulp ficton” ricordano notevolmente quelle di Leone. A mio avviso uno degli esempi più lampanti è la sequenza iniziale dei titoli di testa di “Django Unchained” con paesaggi western rintracciabili nella famosa ‘‘trilogia del dollaro’’, ripresi nella loro totale maestosità grazie all’impiego di campi lunghi. Sono innumerevoli nella sua filmografia tecniche e scene ispirate dal cineasta romano. Come ultimo esempio, non posso esimermi dal citare un capolavoro immortale: la trilogia de ‘‘Il Padrino’’. In quel caso la Paramount chiese espressamente un regista italiano per prendere le redini di uno dei progetti più importanti da quando la settima arte vide la luce nel lontano 1895. Nacque così, artisticamente parlando, Francis Ford Coppola, seconda scelta del più volte già nominato Sergio Leone. Coppola, a sua volta, pretese nel cast artistico Al Pacino e Robert de Niro come attori (il primo prevalse su Jack Nicholson e Dustin Hoffman) e, anche se non tutti ne sono a conoscenza, persino un giovanissimo Sylvester Stallone fu preso in considerazione per il ruolo di Carlo Rizzi. Mentre della colonna sonora se ne occupò Nino Rota. Ognuno di loro aveva origini italiane conosceva la lingua ed i dialetti familiari, inoltre praticavano usi e costumi della nostra tradizione. Non c’è bisogno di commentare il risultato e l’imponente impatto globale, la storia parla da sé.

Avendo lasciato un’impronta così forte nel mondo, potenziale rotta da seguire per le nuove generazioni, per quale motivo ora ci nascondiamo nelle nostre montagne senza uscire allo scoperto? Siamo la generazione figlia della globalizzazione ed esportare prodotti locali dovrebbe essere ormai un gioco da ragazzi. Il famoso “problema della lingua” è reale, tuttavia non può essere costantemente utilizzato come scusa, equivale a nascondersi dietro ad un dito. Esiste il doppiaggio, esistono i sottotitoli e quindi guardare un film italiano non è un’impresa di chissà quale portata. Altrimenti non dovrebbe riuscirci nessuno se non coloro che utilizzano l’inglese come prima lingua. A confutare questa tesi non sono io, ma l’Academy. “Parasite” vi ricorda qualcosa? Parliamo di una pellicola coreana che ha battuto le statunitensi come “Joker” o “1917” per citarne un paio.

Non prendiamoci in giro e cerchiamo di guardare la realtà negli occhi. È abbastanza chiaro che faccia comodo investire su progetti sicuri, le cui entrate superino le uscite, mostrando a tutti noi simpatiche storie fatte di luoghi comuni, vicende ordinarie e alle volte un po’ bizzarre, ricche di comicità spicciola e battute scontate. Ciò non ci porterà lontano. D’altra parte, mi considero felice per quegli attori o registi come Pierfrancesco Favino, Gabriele Muccino o Paolo Sorrentino che vanno avanti per la loro strada, differenziandosi dal circostante. Questi sono i pochi che, in mezzo a una massa di prodotti simili e scadenti, riescono ad affacciarsi all’estero portando a casa grandi collaborazioni e belle soddisfazioni.

A tal proposito, non dimentichiamo gli importanti ruoli di Favino in “Rush” (2013), il cui cast vanta attori come Daniel Bruhl e Chris Hemswort ed in “World war z” (2013) in cui il talento romano fa da spalla a Brad Pitt, o ancora le pellicole di produzione locale in cui veste i panni del protagonista, le quali sono state apprezzate all’estero e che hanno mostrato agli scettici quanto la sua bravura non abbia nulla da invidiare a molte star internazionali (“Il traditore”, 2018; “Hammamet”, 2020). Procedendo per ordine, il suo fedele amico Muccino, noto sia in Europa che in altri continenti, vanta collaborazioni con Will Smith, una delle quali (“La ricerca della felicità”, 2006) gli ha concesso di arrivare all’oscar, traguardo raggiunto anche da Sorrentino con l’indimenticabile ‘‘La grande bellezza” (2013), senza tralasciare le sue altre opere che hanno superato i confini della nostra penisola (“Youth”, 2015; “Il divo”, 2008).

Ho esaminato solo alcuni di quelli che cercano di fare ancora qualcosa di buono per il nostro cinema. Costoro per fortuna hanno la compagnia di Matteo Garrone o di Stefano Sollima, che fanno ben sperare. Dovremmo ripartire tutti insieme da qui. Ci vorrebbe una presa di coscienza generale e che ognuno facesse la sua parte per muovere piccoli passi verso mete più lontane possibili. I talenti non mancano, serve solo ritrovare la giusta motivazione e puntare su sceneggiature originali, nuove. Perché ce ne sono.

Mi auguro un giorno di assistere e di partecipare alla rinascita di un cinema che non abbia paura di superare se stesso, sfidando i grandi colossi internazionali e tornando in alto, dove merita di stare. Non bisogna avere il timore di investire e di buttarsi: questo consiglio di vita può essere tranquillamente applicato al cinema, il cui compito è di portare la stessa vita sullo schermo. Non so perché, ma è così, e a me onestamente piace da impazzire.

 

-Simone Silvestri

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Il Traditore

‘‘Buscetta è stato un uomo che ha cambiato tante facce -anche fisicamente- quanti posti ha abitato e quante persone ha conosciuto. Egli era un uomo capace di parlare con un brasiliano come se fosse brasiliano, di mettersi di fronte ad un giudice cercando di pensare di essere un collega e di manipolare la realtà di cui voleva essere parte, tuttavia il nostro film, vista la persona che era, non cede alla tentazione di farlo diventare un’icona.’’

Sono queste le parole che Pier Francesco Favino esprime per descrivere il personaggio di Tommaso Buscetta, da lui magistralmente interpretato nel film Il Traditore (2019), scritto e diretto da Marco Bellocchio, prodotto da Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution.

La storia verte su un mafioso palermitano, che sul finire degli anni 80 partecipa ad una cena il cui scopo è quello di sancire la pace tra le famiglie di Cosa Nostra e quelle Corleonesi. Nonostante un accordo trovato per gestire in maniera tranquilla e pacifica gli scambi di droga, il protagonista, chiamato ‘‘Il boss dei due mondi’’ percepisce una guerra imminente. Decide quindi di fuggire in Brasile, lasciando i suoi due figli, uno dei quali tossico dipendente, al suo caro amico Pippo Calò. In Sud America Buscetta riesce a crearsi una nuova vita, che non durerà, poiché come lui stesso sa, non si esce dal giro di Cosa nostra. Il boss dei due mondi tornerà in Italia dopo essere stato scoperto dalla polizia locale. Una volta tornato a casa, gli viene offerta l’opportunità di collaborare con la giustizia ed in particolar modo con lo storico magistrato Falcone per smascherare i vertici di una mafia ormai potentissima e senza scrupoli. Ciò avrà come conseguenza un inevitabile odio nei suoi confronti che condurrà i suoi ora nemici ad eliminare persino componenti innocenti della sua famiglia (compresi i suoi figli) per intimorirlo.

La pellicola segna un gran ritorno alla regia per Marco Bellocchio, il quale si è preso il rischio e la responsabilità di affrontare un argomento estremamente delicato. Personalmente non reputo sbagliata la sua scelta, mi rendo conto che la storia della cinematografia italiana è ricca di film riguardanti le vicende della criminalità organizzata siciliana, tuttavia è necessario riportare alla memoria di noi cittadini quanto accaduto in passato, in maniera tale da non commettere gli stessi errori. Ho apprezzato il lavoro svolto insieme allo scenografo e al direttore della fotografia, sono infatti notevoli le ambientazioni, le luci e gli accostamenti di colore che ricreano in maniera perfetta i luoghi e l’atmosfera anni 80-90. L’autore è stato in grado di tenere alta l’attenzione dello spettatore per tutta la durata del film, che equivale a 2 ore e 35 minuti.  Non era di certo facile riuscire nell’intento, poiché i personaggi dialogano fra di loro prevalentemente in dialetto siciliano e in portoghese. La scelta del regista si è rivelata la migliore, sentire parlare i protagonisti con il loro idioma originale, infatti, rende il tutto più realistico e avvincente e ha consentito agli interpreti una piena immedesimazione nei ruoli. Lo testimonia l’interpretazione oserei dire sublime di Favino, il quale ha dovuto imparare e saper interpretare un testo distante da quelli ai quali è stato abituato fino ad ora. Egli non lascia trasparire per nemmeno un minuto la ‘‘recita’’ e si presenta ai nostri occhi come un siciliano autentico, regalando al pubblico un personaggio perennemente tragico, ma allo stesso tempo lungimirante, che sa adattarsi in svariate situazioni. Buscetta è un uomo che non ha paura di niente e di nessuno, ‘‘nemmeno della morte’’ come lui stesso afferma, tuttavia non mancano momenti in cui s’intravede anche una profondità e una drammaticità umana che non lasciano indifferenti. Posso definire questa interpretazione, senza ombra di dubbio, la migliore della carriera dell’attore romano, cosa che ha certamente aiutato il film a gareggiare al Festival di Cannes per la Palma d’oro. Riconosco infine l’ottimo lavoro dei truccatori; sul volto dei personaggi il tempo sembra scorrere in maniera del tutto naturale, anche in questo caso, non traspare mai l’ombra del fittizio.

L’Italia ha necessità di altri film di questo calibro, di maggiore visibilità, di registi e attori con il giusto talento e la voglia di farsi vedere a livello internazionale. ‘‘Il Traditore’’ testimonia che possiamo portare a testa alta la nostra arte al di fuori dei confini della nostra penisola, magari toccando temi delicati come quello trattato in questo piccolo-grande capolavoro italiano, firmato Marco Bellocchio.

-Simone Silvestri

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A ciascuno il suo “Duel”

È complicato, a distanza di così tanto tempo dall’ultima recensione, ritrovarsi a scrivere qualcosa di nuovo su questa rubrica. Soprattutto se è un periodo in cui hai messo in discussione il ruolo del critico amatoriale e ti senti un po’ in colpa per aver fatto passare per verità assolute – e condite di arroganza – quelle che sono state le tue impressioni su questo o quel prodotto audiovisivo. Mi piace tantissimo crogiolarmi in questa zona neutrale, ma credo sia arrivato anche il momento di provare a fare un passo oltre. Quindi eccomi di nuovo, ma in una veste diversa, a parlare dei film che mi hanno lasciato qualcosa e che sento di consigliarvi.

L’Ultimo Piano è il film che corona la fine del triennio degli studenti della scuola di cinema Gian Maria Volonté. Il progetto infatti ha coinvolto, divisi tra tutte le mansioni, circa sessanta ragazzi. Nove di questi hanno curato la regia (Giulia Cacchioni, Marcello Caporiccio, Egidio Alessandro Carchedi, Francesco Di Nuzzo, Francesco Fulvio Ferrari, Luca Iacoella, Giulia Lapenna, Giansalvo Pinocchio, Sabrina Podda), tutti giovanissimi ma con del potenziale. La pellicola segue le vicende di vari personaggi: Mattia, un rider che pedala da una parte all’altra della Capitale per consegnare cibo a domicilio; Diana, una studentessa fuori sede; Flora, una mamma single che non ha ancora abbandonato l’adolescenza; infine Aurelio, ex musicista imprigionato nel passato. Vite diverse, storie diverse, accomunate da una sola cosa: un appartamento, quello in cui vivono tutti. Sarà infine l’arrivo di Adriano, il figlio di Flora, a cambiare le loro vite.

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La prima cosa sulla quale voglio soffermarmi è il cast; spiccano i nomi di Francesco Acquaroli (Samurai in Suburra La Serie) e Simone Liberati (Zero ne La Profezia Dell’Armadillo), in un cast che nel complesso vede attori ben calati nel ruolo. I personaggi quindi, oltre ad essere interpretati molto bene, risultano verosimili sia per la caratterizzazione che per le situazioni in cui si trovano ad interagire. Si vede che chi li ha scritti conosce bene ciò di cui sta parlando, infatti proprio gli autori affermano: “abbiamo tutti un’età molto vicina a quella dei personaggi che raccontiamo. Con loro condividiamo la precarietà e molti timori, ma anche una delicata indefinitezza che in questo film […] abbiamo cercato di raccontare con sincerità”.
Personalmente avrei preferito che qualche questione fosse approfondita maggiormente, ma forse questa assenza di dettagli è il vero punto di forza del film.

Traendo le conclusioni, L’Ultimo Piano è la prova di maturità di questi ragazzi, un po’ come è stato per Spielberg con Duel. Tratta argomenti maturi e le carenze passano comunque in secondo piano per via della qualità di mezzi e persone che ci sono dietro. Nonostante la dimensione corale e accademica del progetto, non si avverte un’eccessiva mancanza di visione d’autore, punto sul quale auguro ai nove giovani registi di aver modo di continuare a lavorare in futuro, mettendo su altri progetti, così da poter mostrare liberamente al mondo non solo il talento tecnico, ma anche la loro visione individuale del mondo. Magari ci regaleranno anche un cinema diverso in Italia.

-Matteo Verban

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Un giorno di pioggia a New York – sotto la pioggia sboccia l’amore

Woody Allen torna a Manhattan con “Un giorno di pioggia a New York”, una commedia romantica che racconta la storia di due fidanzatini del college, Gatsby (Timothée Chalamet) e Ashleigh (Elle Fanning), i cui piani per un weekend romantico da trascorrere insieme a New York vanno in fumo non appena mettono piede in città. I due, fin dal loro arrivo nella grande mela, si ritrovano separati e si imbattono in una serie di incontri casuali e bizzarre avventure, ciascuno per proprio conto, ognuno alla ricerca di se stesso.

Gatsby incontra Chan, la sorella minore di una sua vecchia fiamma, che lo accompagna in questa folle giornata a New York, mentre Ashleigh si ritrova a interfacciarsi, a causa di una intervista commissionatagli dal giornalino del college, con il mondo dello spettacolo, tra l’eclettico regista Pollard (Liev Schreiber) in piena crisi artistica, il tormentato sceneggiatore Ted Davidoff (Jude Law) e il famoso attore sudamericano Francisco Vega (Diego Luna).

I personaggi di Un giorno di pioggia a New York hanno tutti problemi inerenti alla propria identità. Gatsby ha quello più ovvio: non conosce ancora se stesso. Gatsby viene da una famiglia benestante di New York, appartiene ad un’epoca passata: preferisce i film classici hollywoodiani e la musica di Gershwin a qualsiasi cosa contemporanea. Vive alla giornata, tra una partita a poker e una corsa di cavalli e non ha alcun piano per il futuro. Non è per nulla soddisfatto dalla sua vita, tanto che (tramite l’eccellente interpretazione di Timothée Chalamet) si lascia ad un’interpretazione di un motivo celebre degli anni ’40, “Everything Happens to Me”, che parla dell’uomo più sfortunato della Terra. Quella canzone potrebbe sembrare una scelta poco ovvia per Gatsby, che ha tanto nella vita, ma serve a rivelare il fatto che lui invece non è felice.

La personalità di Ashleigh è ancora del tutto indefinita: quando incontra Vega è così stordita dalla sua fama da dimenticarsi addirittura il proprio nome e due volte nel film tira fuori la patente per potersi identificare. Lo sceneggiatore Davidoff vive all’ombra del regista Pollard, sempre in secondo piano come autore. Pollard, a sua volta, ha perso il contatto con l’artista che era una volta. Infine Vega ha i suoi problemi da attore chiamato ad interpretare sempre lo stesso ruolo.

Per sottolineare il fatto che i protagonisti del film hanno difficoltà a farsi riconoscere per quello che sono, sul piano visivo i loro volti sono spesso oscurati, in ombra. Un esempio è quando il finestrino della macchina, nella location dove si sta girando il film, mostra il riflesso di quello che c’è fuori, anziché Gatsby e Chan che siedono dentro l’auto, grande intuizione questa del direttore della fotografia Vittorio Storaro (che ha già collaborato con Allen per Café Society e La ruota delle meraviglie), il quale riesce inoltre ad alternare sapientemente luci diverse per enfatizzare le differenze nelle personalità di Gatsby e Ashleigh.

Ruolo da protagonista nel film lo ha ovviamente la pioggia che simboleggia. per Allen, il romanticismo e l’amore. La pioggia suggerisce anche il modo diverso in cui Gatsby e Ashleigh vedono la vita: se per Gatsby la pioggia è romantica Ashleigh la trova triste e deprimente. Il tempo è un altro dei temi importanti del film e non è un caso che un orologio appaia spesso nella storia. Gatsby e Ashley arrivano a New York un sabato mattina con l’intenzione di ripartire la mattina dopo. Siccome Gatsby ha pianificato tutto al minuto, sappiamo sempre che ora è e come le cose stiano sfuggendo al suo controllo. Da non sottovalutare inoltre il comparto musicale della pellicola, che accompagna tutto il film con lente ballate da pianobar e musica jazz, connettendo lo spettatore con quei locali suburbani tanto amati da Gatsby.

In definitiva, “Un giorno di pioggia a New York” è la versione di Woody Allen delle vecchie commedie romantiche di Hollywood, contornata dalla sua sottile ironia e il tipico black humor. Un film che, come ci ha abituato da sempre il regista newyorkese, parla di cinema attraverso il cinema e i suoi personaggi, ognuno dei quali rappresenta una parte diversa della sua personalità.

 

 -Marco Parrulli

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Tlamess: un film dall’estetica sensoriale

Il MedFIlm Festival si dimostra essere, ancora una volta, un palco cinematografico mai banale. Nell’ultima serata alla quale ho partecipato, ci ha offerto un’esperienza pienamente visionaria e sensoriale: Tlamess. Come il film di apertura del Festival, It Must Be Heaven (link all’articolo: http://www.culturarte.it/2019/11/11/medfilm-festival-un-mare-fra-spagna-e-palestina/), anche quest’opera si presenta quasi del tutto priva di dialoghi, lasciando alle immagini il fardello della narrazione.

Scritto e diretto da Ala Eddine Slim, Tlamess è una coproduzione franco-tunisina, presentato a Cannes il maggio scorso. È la storia di un soldato, S. (interpretato dal poeta e musicista Abdullah Miniawy), che riceve un congedo di una settimana dopo aver assistito al suicidio di un suo commilitone ed essere venuto a conoscenza della morte della madre; S. torna a casa e coglie l’occasione per disfarsi di quegli abiti militari che lo hanno condotto alla solitudine e alla disperazione. Qui il film assume toni thriller: nel suo quartiere parte una caccia all’uomo, S. diviene la preda di alcuni ufficiali di polizia; scopre così di essere un fuggiasco. Ferito e senza abiti si indirizza verso la foresta, dove si nasconderà senza far mai ritorno.

Alcuni anni dopo la storia si sposta su una donna, F. (Souhir Ben Amara), che scopre e comunica a suo marito di essere incinta proprio nel momento in cui il suo matrimonio sembra soffrire una condizione di noia ed assenza del partner. In questa fase drammatica della pellicola anche F. si scopre in fuga: una mattina si avventura per una passeggiata nella foresta circostante la sua casa senza far mai più ritorno.

S. ed F. si incontrano in questo luogo al tempo stesso di perdizione, riscatto e salvezza, in una foresta che trattiene a sé ma al tempo stesso dà modo di ricercare una propria nuova identità. Il film in questa ultima fase cambia registro: non è più un dramma, non è più un thriller, bensì assume dei toni mistici, surreali. I due comunicheranno senza parlare, attraverso i loro sguardi installeranno un canale empatico che non li lascerà mai. In Tlamess torna il tema dell’imbarbarimento, gli uomini stanno tornando ad essere scimmie? Dal punto di vista di chi scrive il film non si offre una valida risposta a questo quesito, segnando a mio giudizio una nota a suo sfavore.

Slim realizza un film che ripercorre le tappe simboliche della ricerca dell’identità e del significato della vita, temi che quest’anno sembrano cari al MedFilm Festival. Il comparto tecnico del film, tra cui spiccano sicuramente la fotografia e il sound-design, si mantiene alto per tutto il film. Un tono più basso lo si registra in alcuni passaggi per quel che riguarda la narrazione.

La pellicola non nasconde dei chiari richiami al cinema di Kubrick. Innanzitutto, la sequenza del suicidio del soldato nei primi minuti del film strizza con evidenza l’occhio al celebre suicidio di Palla di lardo in Full Metal Jacket. Ma Slim non si limita a questo e forza il citazionismo inserendo addirittura il monolite di 2001: Odissea nello Spazio. La scelta non si rivela infelice o fastidiosa, poiché offre una palpabile chiave di lettura dell’opera a chi un minimo conosce la filosofia del capolavoro del buon vecchio Stanley.

 

-Alessandro Berti

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MedFilm Festival: un mare fra Spagna e Palestina

Venerdì 8 novembre si è aperta a Roma la 25° edizione del MedFilm Festival, rassegna cinematografica che, prendendo le parole degli stessi organizzatori, vuole essere “un richiamo alla cultura del bello, del giusto, dell’equo, del reciproco, del diverso, dell’accolto”. Attraverso un vasto e variegato programma (diviso in numerose sezioni, fra corti e lungometraggi) il desiderio di chi lo ha promosso è quello di rappresentare storie, ambientazioni, sensazioni e immaginari universalmente mediterranei, ossia frutto di produzioni provenienti da ogni sponda del nostro Mare Interno.

“Il mare non lo scopriamo da soli e non lo guardiamo solo con i nostri occhi” scrisse il grande storico croato Pedrag Matvejevic nel suo “Breviario mediterraneo”. Tutte le civiltà nate e sviluppate sulle rive del Mediterraneo hanno osservato il loro mare anche e soprattutto per mezzo delle immagini e delle narrazioni che gli altri produssero. Noi oggi non siamo da meno. Ogni costa e ogni popolo parla al mare a modo suo. Ogni cinepresa registra un Mediterraneo differente, poiché questo mare “chiuso” può essere ammirato da angolazioni che regalano ambientazioni, culture, ragioni, colori e sensazioni sempre differenti. Dalle sponde nordafricane a quelle europee, dalle coste iberiche a quelle mediorientali, dalla Francia continentale alle terre di Israele, dall’intimo mar Adriatico al teso bacino orientale, da Gibilterra al Bosforo: non si assiste ad un unico Mediterraneo, ma a tanti quanti se ne possono vedere e narrare. “Non un unico paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre” per citare un altro grande storico, Fernand Braudel.

Testimoniare la coesistenza di eterogenee esperienze mediterranee: questo è l’obiettivo del MedFilm Festival. Esperienze che oggi risultano politicamente fondamentali per poter affrontare coscientemente la crisi umanitaria e geopolitica che vede accomunate le due sponde, quella Nord e quella Sud. La sfida che intende portare avanti questa rassegna cinematografica, e che noi accogliamo con entusiasmo, è quella di proiettare un mare che sia di tutti, affinché nessuno possa dire che sia “nostrum”, di rappresentare questo “continente liquido” come un laboratorio di integrazione e coesione sociale e culturale. Una meta nient’affatto scontata alla luce dei nostri giorni, ma, ancor più per questo, un traguardo che l’Europa deve raggiungere insieme alle altre realtà politiche mediterranee.

Qualche altra parole merita l’immagine che compone la locandina ufficiale del festival, una perfetta sintesi spirituale e materiale del Mediterraneo. Una profonda distesa liquida dalla quale affiora energicamente una montagna candida, sulla quale sorge il volto di una città mediterranea che indirizza lo sguardo al proprio orizzonte, il mare, e che si compone dei diversi stili architettonici caratteristici del Mediterraneo. Perché la storia del Mediterraneo è la storia delle sue città, della sua tradizione urbana ineguagliata a livello globale: e proprio le città sono alcuni fra i protagonisti delle pellicole selezionate.

                                                                                  

It Must Be Heaven

Ho avuto l’onore di assistere all’apertura del festival e alla proiezione del primo film fuori concorso. “It Must Be Heaven”, scritto, diretto ed interpretato da Elia Suleiman, è l’epopea silenziosa e surreale di un palestinese che lascia la propria terra per dirigersi prima a Parigi e poi a New York, per rispondere ad una domanda: quando un luogo si può definire casa? Il nucleo della ricerca è inevitabilmente intorno al concetto di identità, ed emerge chiaramente come questa sia il prodotto complessivo sia di come ciascuno di noi si narra e si vede, sia di come gli altri ci narrano e ci vedono.

La recitazione di Suleiman è particolare, apparentemente passiva, il suo corpo è perennemente al centro dell’attenzione ma ci priva in maniera assoluta della sua voce. La volontà dell’autore è di immergerci in una realtà quotidiana, dai toni sfumati, di un pellegrino che riflette sulla propria provenienza, e per farlo decide di impacchettare una serie di sketch originali e mirati, ma che piuttosto raramente producono profondi sorrisi e risate. Non per questo il film non funziona, anzi riesce a dirigersi bene verso un finale gioioso, liberatorio, che celebra spensieratamente un orgoglio, quello palestinese.

La Virgen de Agosto

Il secondo film che ho avuto modo di visionare è una produzione spagnola (presentato come “August Virgin”), diretto da Jonàs Trueba, il quale, a quattro mani con l’attrice protagonista, ha scritto una storia estiva totalmente madrilena. In questa delicatissima pellicola lo spettatore è gettato in una Madrid torrida, per raccontare i 15 giorni agostani di una giovane donna (Eva) che, quasi come atto di fede, decide di rimanere nella sua città nei giorni in cui questa tende a svuotarsi ed affrontare alcune problematiche esistenziali che non ci vengono presentate, ma che si rivelano umanamente intuibili allo spettatore, il quale entra facilmente in empatia con la donna.

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Madrid è, al pari dei personaggi che nel corso dei giorni si affiancheranno ad Eva, una protagonista indiscussa, un ambiente vivo più che un semplice contorno offerto alle azioni dei vari personaggi. Eva decide di esplorare in lungo e in largo una città che già conosce per sperimentare un nuovo comportamento, per aggirarsi in cerca di qualcosa che le è sfuggito, per ottenere un nuovo sguardo, nuove immagini e categorie mentali con cui sciogliere i suoi dilemmi, per poi tracciare una nuova via da percorrere in quel settembre che sancisce la fine dell’estate e ci obbliga a trovare delle risposte. “La Virgen de Agosto” è un racconto intimo, a tratti mistico, ma che non perde mai il proprio realismo in quanto narra uno dei tanti momenti della nostra vita in cui lo scorrere del tempo ci sembra rallentare per darci la possibilità di porci le giuste domande e darci le (si spera) giuste risposte, giungendo magari a donarci una rivelazione inaspettata e proprio per questo tanto preziosa.

-Alessandro Berti

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Prequel pericolosi

Prendete in considerazione una grande storia, la vostra preferita. Ora immaginate che l’autore abbia avuto l’idea di approfondire quell’universo da lui creato: può farlo continuando la storia, con un sequel, oppure raccontando i fatti accaduti precedentemente, che hanno condotto alla storia principale, con un prequel. Proprio nel caso di quest’ultimo, tra i tanti fattori che delineeranno una buona storia o meno, uno solo è fondamentale: la coerenza. Senza di questa non ci troviamo di fronte ad un approfondimento su un personaggio o su un evento, bensì avanti ad una baraonda di fatti che si succedono e vanno ipoteticamente a creare un universo alternativo. Ciò si verifica difficilmente quando a scrivere è lo stesso autore, ma esistono comunque occasioni di incoerenza narrativa (vero Mrs. Rowling?); ma la maggioranza dei casi persiste quando sullo stesso argomento sono più persone a metterci le mani su. Per fare un esempio, la saga cinematografica degli X-Men ha avuto problemi sia con il capitolo Conflitto Finale, che con alcuni spin-off/prequel dedicati ad esempio al personaggio di Wolverine, per via proprio della moltitudine di registi e sceneggiatori che hanno ampliato l’universo supereroistico con le loro molteplici visioni; errori che sono stati prontamente cancellati nella maniera più intelligente possibile, introducendo in un altro film il tema dei viaggi nel tempo e quindi modificando tutta quella porzione di eventi “ribrezzevoli”.

Tutto ciò per introdurre la seconda stagione di Suburra, disponibile su Netflix. Prequel dell’omonimo film diretto da Stefano Sollima, già famoso per le serie TV Romanzo Criminale e Gomorra, la serie ci ripropone Spadino, Aureliano, la famiglia Anacleti, ma aggiunge anche personaggi inediti: Gabriele e il politico Amedeo Cinaglia. La prima stagione più che sviluppare una trama ricca di elementi, si è presa i suoi tempi e ha introdotto tutti i personaggi, creando un ottimo background. Quest’ultimo è la struttura portante per la stagione appena uscita dove si passa finalmente allo sviluppo della trama vero e proprio: vediamo l’ascesa dei personaggi all’interno del sistema malavitoso romano. Numerosi i rimandi al tema dell’immigrazione, a famiglie dai nomi conosciuti, a un partito in particolare che concorre a governare la capitale e quant’altro. Sono interessanti anche i tre flashback che aprono gli ultimi episodi dedicati ai tre protagonisti: Lele, Spadino e Aureliano. Non mi è piaciuta la colonna sonora però, l’ho trovata completamente distaccata dalle atmosfere della serie, nonostante ogni singolo brano sia a sé stante molto valido. Nel complesso, dunque, sono soddisfatto di questa seconda stagione, ma ora arriviamo al punto centrale di questo articolo: la coerenza.

Nonostante tutto le vicende dei vari personaggi sappiamo già come andranno a finire, poiché il film di Sollima ne costituisce l’epilogo. La serie, che è prodotta da Michele Placido, quindi vittima del passaggio di mano a cui accennavo sopra, in questo senso potrebbe però riallacciarsi alle vicende future in modo non perfetto, ed è ciò che spaventa la maggior parte dei fan. Il problema è costituito dal rapporto che si instaura tra Spadino e Aureliano: nella serie il primo finisce per innamorarsi del secondo, mentre nel film, quindi successivamente, i due sembrano conoscersi giusto per nome. Ora, so benissimo che la seconda stagione non è affatto quella finale, ma ragionando un po’ su quanto accaduto finora, credo che, salvo tempi dilatati, la terza stagione potrebbe essere l’ultima. Quindi nell’arco di una decina di episodi dovrebbe accadere quel qualcosa che porterà all’apocalisse narrato nel film. In ogni caso ripongo fiducia negli autori, so che possono fare un buon lavoro trovando una soluzione che non consista nell’introdurre viaggi nel tempo e a noi spettatori non resta che attendere gli esiti finali.

 

-Matteo Verban

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L’odore Della Notte Flash

Do la colpa ancora una volta alla sessione d’esami, ma mi trovo in un momento in cui ho tante idee e neanche un attimo per scriverci un articolo. Ora che la pace sta tornando in procinto dell’arrivo del nuovo semestre, ho avuto più tempo per pensare a cosa scrivere… col risultato che nulla riusciva a ricoprire lo spazio per un articolo a sé stante. E’ così che nasce questa sotto-rubrica, nella quale tratterò due o tre argomenti, in maniera più breve, su cui comunque ho voglia di spendere due parole. Non preoccupatevi, altri articoli “normali” stanno arrivando!

Iniziamo subito parlando di una serie TV che mi ha tenuto attaccato allo schermo per tutti gli 8 episodi che la compongono: sto parlando di Sex Education, disponibile su Netflix dall’11 gennaio 2019. È un teen drama,  qualcuno si ricorderà che rapporto io abbia con questo tipo di prodotti. In ogni caso questa serie è totalmente diversa dalle schifezze italiane o spagnole precedentemente prodotte. Protagonista della serie è Otis, figlio adolescente di una terapista sessuale, che si troverà a fare da terapista anch’egli all’interno della sua scuola. A questa si intrecciano altre storyline secondarie, tutte ben realizzate, che completano il quadro. Parla del mondo dell’adolescenza, senza pregiudizi, senza bigottismo. Per temi trattati la si potrebbe, azzardando, quasi paragonare al primo Larry Clark. Le tematiche sono più che attuali: LGBT+, aborto, droghe, feste in case da sogno, il valore della popolarità in un contesto come quello scolastico e soprattutto il sesso. Quest’ultima è la tematica che soprattutto in un Paese come il nostro risulta controversa, ma la serie comunque riesce a rompere ogni tabù in maniera intelligente. Trovo ragionevole creare situazioni verosimili, in modo che gli adolescenti stessi riescano a riconoscersi in quelle scene; non lo è, invece, osservare questo mondo esternamente, con gli occhi di un’altra generazione, toccarlo appena con la punta del dito (vero Baby?). Nonostante i temi forti, è una commedia divertentissima e piacevole e che mi sento di consigliarvi.

Passiamo ora ad un film uscito ormai da molte settimane, ma è più emozionante arrivare in ritardo e parlarne quando le acque si sono calmate. Spider-Man: Un Nuovo Universo. Da fan dell’amichevole Spider-Man di quartiere non posso che apprezzare la pellicola. Si tratta di un film d’animazione di altissima qualità, che si distacca però dal Marvel Cinematic Universe che tutti siamo abituati a vedere sul grande schermo da più di dieci anni ormai. Infatti protagonista del film è Miles Morales, il che rimanda all’universo Ultimate dei fumetti, ma in questa storia non avremo solo uno Spider-Man, bensì molteplici, provenienti tutti da universi paralleli. Per citarne alcuni. nella New York “Ultimate” vedremo un Peter Parker ridotto sul lastrico dopo il divorzio con Mary Jaane; Spider-Man Noir direttamente dal 1930, una Gwen Stacy che prende i poteri del ragno al posto di Peter e tanti altri. Uno stile di animazione molto dinamico, accompagnato da una colonna sonora curata da artisti contemporanei (che però risulta troppo contemporanea, rischiando di stonare in futuro qualora nuove generazioni dovessero vedere il film), rendono la pellicola estremamente godibile. Per i fan più accaniti del Ragno non possono mancare le citazioni che vanno dai film di Sam Raimi ai memes che circolano sul web (è caldamente consigliato rimanere fino alla fine dei titoli di coda).

Concludendo, voglio parlare un po’ delle ultime uscite del cinema italiano. Ho visto di recente Il Primo Re, di Matteo Rovere. A metà tra il racconto epico e la ricostruzione storica, il film narra la fondazione di Roma, che a grandi linee conosciamo tutti. Pellicole di questo calibro non si vedevano da molto tempo nel panorama cinematografico nostrano, finalmente un esperimento ben riuscito che potrebbe dare speranza di ripresa dell’industria. Si potrebbe parlare del gran lavoro fatto per ricostruire il proto-latino, la lingua parlata per tutta la durata del film, oppure della bravura degli interpreti, tra i quali Remo interpretato da un magistrale Alessandro Borghi; anche le scene di combattimenti sono ben realizzate e la violenza non si risparmia, grazie anche ai meravigliosi effetti speciali, molto realistici e che ricordano il vecchio cinema horror dei nostri Maestri Fulci e Argento, ma anche Margheriti o Mattei. Se proprio devo trovare qualcosa che non ho apprezzato è l’utilizzo eccessivo dei droni e delle scene in ralenti, palesemente girate con un framerate diverso e che può dar fastidio ad un occhio più attento. In ogni caso resta una pellicola più che godibile che vale la pena vedere sul grande schermo, sia per l’esperienza della sala in sé, sia per supportare il cinema di qualità.

-Matteo Verban