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MedFilm Festival: un mare fra Spagna e Palestina

Venerdì 8 novembre si è aperta a Roma la 25° edizione del MedFilm Festival, rassegna cinematografica che, prendendo le parole degli stessi organizzatori, vuole essere “un richiamo alla cultura del bello, del giusto, dell’equo, del reciproco, del diverso, dell’accolto”. Attraverso un vasto e variegato programma (diviso in numerose sezioni, fra corti e lungometraggi) il desiderio di chi lo ha promosso è quello di rappresentare storie, ambientazioni, sensazioni e immaginari universalmente mediterranei, ossia frutto di produzioni provenienti da ogni sponda del nostro Mare Interno.

“Il mare non lo scopriamo da soli e non lo guardiamo solo con i nostri occhi” scrisse il grande storico croato Pedrag Matvejevic nel suo “Breviario mediterraneo”. Tutte le civiltà nate e sviluppate sulle rive del Mediterraneo hanno osservato il loro mare anche e soprattutto per mezzo delle immagini e delle narrazioni che gli altri produssero. Noi oggi non siamo da meno. Ogni costa e ogni popolo parla al mare a modo suo. Ogni cinepresa registra un Mediterraneo differente, poiché questo mare “chiuso” può essere ammirato da angolazioni che regalano ambientazioni, culture, ragioni, colori e sensazioni sempre differenti. Dalle sponde nordafricane a quelle europee, dalle coste iberiche a quelle mediorientali, dalla Francia continentale alle terre di Israele, dall’intimo mar Adriatico al teso bacino orientale, da Gibilterra al Bosforo: non si assiste ad un unico Mediterraneo, ma a tanti quanti se ne possono vedere e narrare. “Non un unico paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre” per citare un altro grande storico, Fernand Braudel.

Testimoniare la coesistenza di eterogenee esperienze mediterranee: questo è l’obiettivo del MedFilm Festival. Esperienze che oggi risultano politicamente fondamentali per poter affrontare coscientemente la crisi umanitaria e geopolitica che vede accomunate le due sponde, quella Nord e quella Sud. La sfida che intende portare avanti questa rassegna cinematografica, e che noi accogliamo con entusiasmo, è quella di proiettare un mare che sia di tutti, affinché nessuno possa dire che sia “nostrum”, di rappresentare questo “continente liquido” come un laboratorio di integrazione e coesione sociale e culturale. Una meta nient’affatto scontata alla luce dei nostri giorni, ma, ancor più per questo, un traguardo che l’Europa deve raggiungere insieme alle altre realtà politiche mediterranee.

Qualche altra parole merita l’immagine che compone la locandina ufficiale del festival, una perfetta sintesi spirituale e materiale del Mediterraneo. Una profonda distesa liquida dalla quale affiora energicamente una montagna candida, sulla quale sorge il volto di una città mediterranea che indirizza lo sguardo al proprio orizzonte, il mare, e che si compone dei diversi stili architettonici caratteristici del Mediterraneo. Perché la storia del Mediterraneo è la storia delle sue città, della sua tradizione urbana ineguagliata a livello globale: e proprio le città sono alcuni fra i protagonisti delle pellicole selezionate.

                                                                                  

It Must Be Heaven

Ho avuto l’onore di assistere all’apertura del festival e alla proiezione del primo film fuori concorso. “It Must Be Heaven”, scritto, diretto ed interpretato da Elia Suleiman, è l’epopea silenziosa e surreale di un palestinese che lascia la propria terra per dirigersi prima a Parigi e poi a New York, per rispondere ad una domanda: quando un luogo si può definire casa? Il nucleo della ricerca è inevitabilmente intorno al concetto di identità, ed emerge chiaramente come questa sia il prodotto complessivo sia di come ciascuno di noi si narra e si vede, sia di come gli altri ci narrano e ci vedono.

La recitazione di Suleiman è particolare, apparentemente passiva, il suo corpo è perennemente al centro dell’attenzione ma ci priva in maniera assoluta della sua voce. La volontà dell’autore è di immergerci in una realtà quotidiana, dai toni sfumati, di un pellegrino che riflette sulla propria provenienza, e per farlo decide di impacchettare una serie di sketch originali e mirati, ma che piuttosto raramente producono profondi sorrisi e risate. Non per questo il film non funziona, anzi riesce a dirigersi bene verso un finale gioioso, liberatorio, che celebra spensieratamente un orgoglio, quello palestinese.

La Virgen de Agosto

Il secondo film che ho avuto modo di visionare è una produzione spagnola (presentato come “August Virgin”), diretto da Jonàs Trueba, il quale, a quattro mani con l’attrice protagonista, ha scritto una storia estiva totalmente madrilena. In questa delicatissima pellicola lo spettatore è gettato in una Madrid torrida, per raccontare i 15 giorni agostani di una giovane donna (Eva) che, quasi come atto di fede, decide di rimanere nella sua città nei giorni in cui questa tende a svuotarsi ed affrontare alcune problematiche esistenziali che non ci vengono presentate, ma che si rivelano umanamente intuibili allo spettatore, il quale entra facilmente in empatia con la donna.

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Madrid è, al pari dei personaggi che nel corso dei giorni si affiancheranno ad Eva, una protagonista indiscussa, un ambiente vivo più che un semplice contorno offerto alle azioni dei vari personaggi. Eva decide di esplorare in lungo e in largo una città che già conosce per sperimentare un nuovo comportamento, per aggirarsi in cerca di qualcosa che le è sfuggito, per ottenere un nuovo sguardo, nuove immagini e categorie mentali con cui sciogliere i suoi dilemmi, per poi tracciare una nuova via da percorrere in quel settembre che sancisce la fine dell’estate e ci obbliga a trovare delle risposte. “La Virgen de Agosto” è un racconto intimo, a tratti mistico, ma che non perde mai il proprio realismo in quanto narra uno dei tanti momenti della nostra vita in cui lo scorrere del tempo ci sembra rallentare per darci la possibilità di porci le giuste domande e darci le (si spera) giuste risposte, giungendo magari a donarci una rivelazione inaspettata e proprio per questo tanto preziosa.

-Alessandro Berti

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Prequel pericolosi

Prendete in considerazione una grande storia, la vostra preferita. Ora immaginate che l’autore abbia avuto l’idea di approfondire quell’universo da lui creato: può farlo continuando la storia, con un sequel, oppure raccontando i fatti accaduti precedentemente, che hanno condotto alla storia principale, con un prequel. Proprio nel caso di quest’ultimo, tra i tanti fattori che delineeranno una buona storia o meno, uno solo è fondamentale: la coerenza. Senza di questa non ci troviamo di fronte ad un approfondimento su un personaggio o su un evento, bensì avanti ad una baraonda di fatti che si succedono e vanno ipoteticamente a creare un universo alternativo. Ciò si verifica difficilmente quando a scrivere è lo stesso autore, ma esistono comunque occasioni di incoerenza narrativa (vero Mrs. Rowling?); ma la maggioranza dei casi persiste quando sullo stesso argomento sono più persone a metterci le mani su. Per fare un esempio, la saga cinematografica degli X-Men ha avuto problemi sia con il capitolo Conflitto Finale, che con alcuni spin-off/prequel dedicati ad esempio al personaggio di Wolverine, per via proprio della moltitudine di registi e sceneggiatori che hanno ampliato l’universo supereroistico con le loro molteplici visioni; errori che sono stati prontamente cancellati nella maniera più intelligente possibile, introducendo in un altro film il tema dei viaggi nel tempo e quindi modificando tutta quella porzione di eventi “ribrezzevoli”.

Tutto ciò per introdurre la seconda stagione di Suburra, disponibile su Netflix. Prequel dell’omonimo film diretto da Stefano Sollima, già famoso per le serie TV Romanzo Criminale e Gomorra, la serie ci ripropone Spadino, Aureliano, la famiglia Anacleti, ma aggiunge anche personaggi inediti: Gabriele e il politico Amedeo Cinaglia. La prima stagione più che sviluppare una trama ricca di elementi, si è presa i suoi tempi e ha introdotto tutti i personaggi, creando un ottimo background. Quest’ultimo è la struttura portante per la stagione appena uscita dove si passa finalmente allo sviluppo della trama vero e proprio: vediamo l’ascesa dei personaggi all’interno del sistema malavitoso romano. Numerosi i rimandi al tema dell’immigrazione, a famiglie dai nomi conosciuti, a un partito in particolare che concorre a governare la capitale e quant’altro. Sono interessanti anche i tre flashback che aprono gli ultimi episodi dedicati ai tre protagonisti: Lele, Spadino e Aureliano. Non mi è piaciuta la colonna sonora però, l’ho trovata completamente distaccata dalle atmosfere della serie, nonostante ogni singolo brano sia a sé stante molto valido. Nel complesso, dunque, sono soddisfatto di questa seconda stagione, ma ora arriviamo al punto centrale di questo articolo: la coerenza.

Nonostante tutto le vicende dei vari personaggi sappiamo già come andranno a finire, poiché il film di Sollima ne costituisce l’epilogo. La serie, che è prodotta da Michele Placido, quindi vittima del passaggio di mano a cui accennavo sopra, in questo senso potrebbe però riallacciarsi alle vicende future in modo non perfetto, ed è ciò che spaventa la maggior parte dei fan. Il problema è costituito dal rapporto che si instaura tra Spadino e Aureliano: nella serie il primo finisce per innamorarsi del secondo, mentre nel film, quindi successivamente, i due sembrano conoscersi giusto per nome. Ora, so benissimo che la seconda stagione non è affatto quella finale, ma ragionando un po’ su quanto accaduto finora, credo che, salvo tempi dilatati, la terza stagione potrebbe essere l’ultima. Quindi nell’arco di una decina di episodi dovrebbe accadere quel qualcosa che porterà all’apocalisse narrato nel film. In ogni caso ripongo fiducia negli autori, so che possono fare un buon lavoro trovando una soluzione che non consista nell’introdurre viaggi nel tempo e a noi spettatori non resta che attendere gli esiti finali.

 

-Matteo Verban

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L’odore Della Notte Flash

Do la colpa ancora una volta alla sessione d’esami, ma mi trovo in un momento in cui ho tante idee e neanche un attimo per scriverci un articolo. Ora che la pace sta tornando in procinto dell’arrivo del nuovo semestre, ho avuto più tempo per pensare a cosa scrivere… col risultato che nulla riusciva a ricoprire lo spazio per un articolo a sé stante. E’ così che nasce questa sotto-rubrica, nella quale tratterò due o tre argomenti, in maniera più breve, su cui comunque ho voglia di spendere due parole. Non preoccupatevi, altri articoli “normali” stanno arrivando!

Iniziamo subito parlando di una serie TV che mi ha tenuto attaccato allo schermo per tutti gli 8 episodi che la compongono: sto parlando di Sex Education, disponibile su Netflix dall’11 gennaio 2019. È un teen drama,  qualcuno si ricorderà che rapporto io abbia con questo tipo di prodotti. In ogni caso questa serie è totalmente diversa dalle schifezze italiane o spagnole precedentemente prodotte. Protagonista della serie è Otis, figlio adolescente di una terapista sessuale, che si troverà a fare da terapista anch’egli all’interno della sua scuola. A questa si intrecciano altre storyline secondarie, tutte ben realizzate, che completano il quadro. Parla del mondo dell’adolescenza, senza pregiudizi, senza bigottismo. Per temi trattati la si potrebbe, azzardando, quasi paragonare al primo Larry Clark. Le tematiche sono più che attuali: LGBT+, aborto, droghe, feste in case da sogno, il valore della popolarità in un contesto come quello scolastico e soprattutto il sesso. Quest’ultima è la tematica che soprattutto in un Paese come il nostro risulta controversa, ma la serie comunque riesce a rompere ogni tabù in maniera intelligente. Trovo ragionevole creare situazioni verosimili, in modo che gli adolescenti stessi riescano a riconoscersi in quelle scene; non lo è, invece, osservare questo mondo esternamente, con gli occhi di un’altra generazione, toccarlo appena con la punta del dito (vero Baby?). Nonostante i temi forti, è una commedia divertentissima e piacevole e che mi sento di consigliarvi.

Passiamo ora ad un film uscito ormai da molte settimane, ma è più emozionante arrivare in ritardo e parlarne quando le acque si sono calmate. Spider-Man: Un Nuovo Universo. Da fan dell’amichevole Spider-Man di quartiere non posso che apprezzare la pellicola. Si tratta di un film d’animazione di altissima qualità, che si distacca però dal Marvel Cinematic Universe che tutti siamo abituati a vedere sul grande schermo da più di dieci anni ormai. Infatti protagonista del film è Miles Morales, il che rimanda all’universo Ultimate dei fumetti, ma in questa storia non avremo solo uno Spider-Man, bensì molteplici, provenienti tutti da universi paralleli. Per citarne alcuni. nella New York “Ultimate” vedremo un Peter Parker ridotto sul lastrico dopo il divorzio con Mary Jaane; Spider-Man Noir direttamente dal 1930, una Gwen Stacy che prende i poteri del ragno al posto di Peter e tanti altri. Uno stile di animazione molto dinamico, accompagnato da una colonna sonora curata da artisti contemporanei (che però risulta troppo contemporanea, rischiando di stonare in futuro qualora nuove generazioni dovessero vedere il film), rendono la pellicola estremamente godibile. Per i fan più accaniti del Ragno non possono mancare le citazioni che vanno dai film di Sam Raimi ai memes che circolano sul web (è caldamente consigliato rimanere fino alla fine dei titoli di coda).

Concludendo, voglio parlare un po’ delle ultime uscite del cinema italiano. Ho visto di recente Il Primo Re, di Matteo Rovere. A metà tra il racconto epico e la ricostruzione storica, il film narra la fondazione di Roma, che a grandi linee conosciamo tutti. Pellicole di questo calibro non si vedevano da molto tempo nel panorama cinematografico nostrano, finalmente un esperimento ben riuscito che potrebbe dare speranza di ripresa dell’industria. Si potrebbe parlare del gran lavoro fatto per ricostruire il proto-latino, la lingua parlata per tutta la durata del film, oppure della bravura degli interpreti, tra i quali Remo interpretato da un magistrale Alessandro Borghi; anche le scene di combattimenti sono ben realizzate e la violenza non si risparmia, grazie anche ai meravigliosi effetti speciali, molto realistici e che ricordano il vecchio cinema horror dei nostri Maestri Fulci e Argento, ma anche Margheriti o Mattei. Se proprio devo trovare qualcosa che non ho apprezzato è l’utilizzo eccessivo dei droni e delle scene in ralenti, palesemente girate con un framerate diverso e che può dar fastidio ad un occhio più attento. In ogni caso resta una pellicola più che godibile che vale la pena vedere sul grande schermo, sia per l’esperienza della sala in sé, sia per supportare il cinema di qualità.

-Matteo Verban

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Il Cinématographe Lumière nella società di massa

Fin de siècle. L’Europa sciagurata, che con certezza di opinione amava autodefinirsi dominatrice del mondo, si dirigeva come un treno in corsa dalla seconda industrializzazione alla prima guerra mondiale e in quel tripudio di fermenti positivisti e pioneristici, caratteristici della belle époque, il vecchio continente nell’ora del suo tramonto era ironicamente bello a vedersi. Bello appare ancora a noi osservandolo negli oltre 1400 filmati contenuti nel catalogo Lumière, nel quale, diviso per generi, è raccolto tutto il materiale girato dai due fratelli di Lione dal 1895 al 1907. Se il verdetto storico che li sancisce come i padri del cinema può essere oggetto di discussione, non può esserlo il loro ruolo di grandi inventori, industriali e primi autori del cinema. I Lumière sono stati capaci di restituirci, nonostante la giovinezza del loro mezzo, un’immagine sensazionale degli uomini e della terra in cui agivano attraverso delle vedute estremamente positive e dei ritratti provenienti da ogni continente grazie agli operatori Lumière dispersi per il globo.

Il cinema attirò inizialmente le masse urbane occidentali mostrando con la propria funzione documentarista il dinamismo crescente della vita quotidiana, della realtà registrata, sia quella esoticamente lontana, sia quella in cui si era direttamente immersi. Ma nei filmati dei Lumière già si può ammirare una prima conversione alla finzione, che Méliès svilupperà immediatamente dopo: furono allestite scene surreali, umoristiche, ironiche. Il dinamismo delle loro pellicole contiene tutto il futuro del cinema, mostra la vita come non si era mai potuta contemplare. Gli operatori riprendono unitamente, con i loro incredibili strumenti, la realtà ed il regno del miracolo, in un connubio di ingenuità e purezza. Con spirito innovatore i due fratelli hanno mise en scène l’entusiasmo che stava per travolgere il mondo. Un mondo controllabile e presuntuosamente sorvegliato da quell’Europa che ora poteva andarsene in giro collezionando sempre nuove vedute, spostando costantemente l’orizzonte, alimentando fantasie e concezioni. La rivoluzione permanente delle immagini ha inizio con i Lumière, che – come disse il grande Jean Renoir – “aprirono la porta alla nostra immaginazione”, elevando di fatto il cinematografo a Settima Arte. Un mezzo di proiezione ed esplorazione della realtà, una “realtà fotografica” accolta direttamente dai nostri occhi.  Vengono mostrate partenze ed arrivi di navi, automobili, treni, carrozze, tram, momenti di svago come partite a bocce e a carte, spaccati dell’atmosfera borghese osservabili nei giardini privati, strade più o meno affollate, lo stile di vita prevalentemente urbano di quegli anni a cavallo fra Ottocento e Novecento. I momenti di piacere e gioco non furono gli unici protagonisti. Louis e Auguste impressero su pellicola anche la Francia che lavorava per la nazione: falegnami, operai, edili, maniscalchi, contadini, pescatori.

“Non pensavo che la gente sarebbe potuta rimanere delle ore a guardare il cinematografo” disse Louis Lumière, ormai anziano, in un’intervista del 1948. Ma già le prime proiezioni furono un mezzo di espressione al tempo stesso realistico e onirico, che unirono realtà rigorosamente naturale, razionale ed estremo incanto, sposandosi egregiamente con la mentalità ottimistica e positiva ancora spensieratamente dilagante. L’opera dei Lumière ha chiuso di fatto un’epoca, quella ottocentesca, voltandogli deliberatamente le spalle e traghettando quello stesso mondo in una nuova dimensione novecentesca, allontanandosi dalle passate concezioni e inaugurando un rinnovato modo di raffigurarsi e riflettersi nell’arte. Il ricchissimo catalogo Lumière trasmette tuttora con il suo mutismo e le sue sperimentazioni registiche atmosfere candide, serene, laboriose, in cui operano soggetti curiosi, leggiadri e colti da un sorriso profondamente speranzoso che indirizzano timidamente alla macchina del loro regista. Quel sogno permanente che, fortunatamente, è ancora per noi il Cinema, è nato e vissuto in un contesto onirico, quello della già citata “belle époque”. Frutto dell’applicazione pratica di un’invenzione dell’industria chimica, la celluloide, il cinema aveva un fascino tutto particolare: faceva vedere mondi lontani, immaginare storie via via sempre più avvincenti, in una parola sognare.

Ma si deve prestare attenzione, la Storia, soprattutto quella sociale, non è un percorso univoco e lineare, non tutti gli occhi si persero in un tripudio di spensierato stupore ed eccitazione. Le parole di uno scrittore russo mostrano un diverso approccio emotivo al cinematografo; Maksim Gor’kij vide a Mosca i primi prodotti dei fratelli Lumière e così li recensì in un articolo apparso il 4 luglio 1896: “Ieri sono stato nel regno delle ombre. È un mondo privo di suoni e di colori. Un mondo in cui tutto è dipinto di un grigio monotono. […] Questa non è vita, ma ombra di vita; non è movimento ma silenziosa ombra di movimento. […] I vostri nervi si tendono, l’immaginazione vi trasporta in una nuova vita, di fantasmi o di uomini, colpiti dalla maledizione dell’eterno silenzio, privati di tutti i colori, di tutti i suoi suoni, insomma della sua parte migliore. È terribile vedere questo grigio movimento di ombre grigie, silenziose, mute. […] Che non sia forse un’allusione alla vita del futuro?”

L’immaginazione ha potuto condurre, quindi, anche ad una visione spettrale, ad un lugubre teatro di ombre che diviene metafora dell’alienazione, dell’estraniazione dell’uomo contemporaneo da se stesso, di cui noi tuttora siamo il frutto. Alla massificazione della società, che faceva il suo ingresso nelle sempre più gremite sale cinematografiche, nei caffè, salotti, teatri, club, si affiancava il paradossale timore di vivere in una folla urbana votata all’anonimato, all’individualismo, che non entra in relazioni reciproche. L’avvento del cinema, come di qualunque altra grande innovazione della seconda rivoluzione industriale, ha comportato un’opposizione fra chi osservava il progresso come fonte illimitata di felicità e di ottimismo e chi invece gli volgeva occhiate titubanti, cariche di angosce non ancora ben delineate.

-Alessandro Berti

 

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Chi non ha Paura vive PER SEMPRE

Così si presenta “Bohemian Rhapsody”,  il film biografico/tributo più rischioso degli ultimi anni. L’impavida pellicola segue i primi quindici anni della celeberrima rockband dei Queen e del suo carismatico frontman Freddie Mercury. Un film che non ha decisamente avuto paura di tentare l’impossibile: riportare in vita la leggenda.

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*SPOILER FREE*

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Quando e se si decide di parlare di film come Bohemian Rhapsody, così come molte altre opere del genere biopic/tribute movie, si dovrebbe evitare di analizzarli unicamente da severi storiografi. Potrà generare disaccordo ma a volte le licenze poetiche e le inesattezze storiche sono inevitabili e funzionali allo scopo: rendere protagonista, nel bene o nel male, il soggetto che si sceglie di omaggiare e far risaltare raccontandone la storia più o meno rielaborata. Bohemian Rhapsody  non vuole essere un film storico né un fedele documentario sui primi 15 anni di attività dei Queen, è bene ricordarlo prima di proseguire.
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Dunque, mettere mano su una figura non solo iconica -sotto più punti di vista- ma anche amata all’inverosimile quale lo era e lo è tutt’oggi quella di Freddie Mercury (fan o meno, nel 2018 non è ormai necessario aprire una digressione esplicativa su quest’uomo e la sua band), ha significato entrare nell’intimità di un’amplia fetta di popolazione mondiale e dirle: “Ok, proveremo a riportare in vita per 130 minuti un idolo e a restituirvi delle emozioni viscerali che vi sono state tolte decisamente troppo presto”. Una sfida importante e rischiosa che non a caso ha richiesto anni di progettazione, varie peripezie e una buona dose di volontà da parte dei produttori della pellicola tra cui Brian May e Roger Taylor, rispettivamente  il chitarrista ed il batterista/membro fondatore dei Queen nonché compagni storici di vita del frontman della band.  Anni trascorsi a cercare il volto che potesse riportare in vita una leggenda e svariate controversie a riguardo, giusto qualche difficoltà nella sceneggiatura di un pezzo di storia della musica, un delicatissimo processo di estrazione e pulizia delle tracce vocali originali dai vari concerti live (fare un film su un uomo dalla voce ineguagliabile fornendogliene un’altra sarebbe stato al quanto controproducente) e, per concludere in bellezza, un cambio improvviso di regia da affrontare a pochi mesi dalla data di rilascio della pellicola. C’era dunque abbastanza materiale per giustificare una resa incondizionata da parte dell’intera produzione ma, e questo è un “ma” grande quanto un palazzo intero, accade spesso che quando sono gli stessi protagonisti della storia a volerla raccontare, ci riescono a qualsiasi costo. Perciò eccoci qui a parlare di un film di cui si parla ormai da mesi, da anni per chi lo ha sempre aspettato. Risulta d’obbligo in tali circostanze  ribadire l’ovvio, quanto stavolta (come nella maggior parte dei casi) corrisponde con ciò che ha omogeneamente messo d’accordo la critica mondiale: la prova attoriale fornita da Rami Malek nei panni di Freddie Mercury è inaspettatamente e perfettamente all’altezza del personaggio. Chi ha amato con tutto il cuore il performer dei Queen, di fatto uno dei più ben voluti showmen nella storia della musica, sa bene perché si renda necessario l’utilizzo di avverbi come “inaspettatamente” quando si parla del risultato ottenuto da questo film. Probabilmente tutti, una volta appreso in via ufficiale il nome di chi avrebbe interpretato Sua Maestà, avremo avuto un pensiero del genere: “Oh povero Rami. Così hanno rifilato a te la patata bollente, eh? Peccato eri simpatico e così promettente. Chissà se ne uscirai vivo.”. Eppure il signor Malek è attualmente vivo e vegeto e si gode i meritati frutti del suo miracolo, rispondendo così a chi chiede cosa abbia significato per lui questa fatica Eraclea:
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Prima di interpretare Freddie Mercury per questo film, non avevo un così immenso e a dir poco reverenziale rispetto nei confronti della sua figura di artista. Ma adesso, che dire…ecco un uomo capace di cantare “We Are The Champion” in un’arena, piena di gente, in cui tutti cantavano insieme a lui. La sua abilità nell’unire le persone al di là di lingue, nazionalità e differenze culturali era davvero avanti con i tempi. Non c’è nessuno come lui in questo.
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Ironia della sorte l’attore sembra aver ereditato dal personaggio la medesima caratteristica; la capacità di unire i critici che passano al vaglio da circa un mese, senza trovarvi la minima pecca, le sue movenze, la sua mimica facciale ed il suo modo di esprimersi parlando, o stando in silenzio, nelle vesti del cantante. Tuttavia l’uomo che ha dovuto addossarsi il peso di una leggenda, non l’ha fatto di certo a cuor leggero. Malek racconta infatti di aver trascorso notti insonni a guardare e riguardare tutti i video attualmente disponibili delle più celebri esibizioni dei Queen e dei vari backstage e interviste. Mesi passati a studiare un animo così geniale, complesso e turbato che “non voleva morire ma a volte desiderava di non essere mai nato”. Imitarne gli slang, l’ironia e ogni minimo gesto quotidiano, persino il modo di accendere una sigaretta, arricciare le labbra o portarsi la mano alla bocca per nascondere i denti. Il tutto, a tal proposito, con in bocca ogni giorno, per almeno 12 ore al giorno, un’ingombrante dentiera plasmata sul calco più verosimile possibile della celebre dentatura di Freddie Mercury. Per non parlare del dover riprodurre l’incredibile empatia che quest’ultimo aveva con ogni pubblico, ovunque si esibisse, concedendovisi ogni volta senza riserve. Tutto ciò, per dare un’idea della giusta proporzione del suo trionfo, ha costituito la sfida brillantemente superata da Malek. Del resto Brian May aveva dichiarato più volte che l’attore avrebbe convinto tutti indistintamente senza dissacrare ma anzi fornendo un indimenticabile tributo. Accanto a lui poi, un cast corale altrettanto talentuoso e degno di nota: Lucy Boynton interpreta Mary Austin, compagna storica e migliore amica del frontman della band, l’amore indissolubile più volte cantato dal pubblico di tutto il mondo, Gwilym Lee e Ben Hardy interpretano i già citati Brian May e Roger Taylor e Joe Mazzello veste i panni di John Deacon, storico bassista del gruppo. Riguardo quest’ultimo inoltre torna a galla in questa circostanza una nota dolorosa che non può essere ignorata: l’ultimo membro ad unirsi alla band infatti, a seguito della morte di Mercury, resistette per ancora qualche anno tra vari tira e molla e poi lasciò definitivamente i Queen nel 1997 rimanendone silente supervisore per affari perlopiù finanziari. I suoi due compagni continuano ad oggi a far esibire la “Vecchia Regina”, non con poca amarezza, trainandone la memoria storica e riconfermandosi ogni giorno come tributo vivente all’amico scomparso. Deacon invece, a detta degli ex compagni, si chiuse nel suo dolore ammettendo serenamente che la prematura dipartita di Mercury per lui aveva significato la fine della corsa, la fine dei Queen. C’è chi dice che egli sia stato l’unico dei membri della band a guardare in faccia la realtà mentre gli altri avrebbero preferito continuare a rifugiarsi in un passato niente affatto facile da accantonare. Tutto ciò che sappiamo oggi riguardo allo storico bassista del gruppo è che fosse già da tempo d’accordo con il progetto del film. E’ certo però che se ora torniamo a chiederci che fine abbia fatto Deacon, se abbia visto il film e cosa ne pensi, è principalmente perché questi quattro giovanotti nei panni dei Queen ci hanno davvero convinti e resi dunque nostalgici di qualcosa che è ormai ben lontano, purtroppo. Come ha efficacemente espresso Ben Hardy ( nel film Roger Taylor), i quattro attori una volta ingaggiati si sono immediatamente riconosciuti come band e voluti bene.
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Il risultato è stato piuttosto evidente.   Abbiamo visto i primi 15 anni di quattro ragazzi incredibilmente talentuosi, diversi e complementari che misero in piedi una rockband che produsse innovazione e arte. Li abbiamo visti ridere di gusto insieme, litigare, prendersi in giro, innamorarsi e segnare la cultura pop/rock con successi come Killer Queen, Love of My Life, Hammer To Fall, We Are The Champions, I Want To Break Free, We Will Rock You, Another One Bites the Dust e svariati altri. Li abbiamo visti separarsi per poi piangere lacrime vere quando uno di loro ha confidato di “averlo preso”, di aver contratto il mostro invisibile e invincibile degli anni ’80: l’AIDS. Li abbiamo visti e abbiamo riso, pianto come bambini e soprattutto cantato ogni singolo brano insieme a loro. Li abbiamo visti ma non siamo stati più in grado di distinguere tra realtà e finzione. Siamo tornati sul palco insieme a loro nella storica esibizione del Live Aid di Wembley nel 1985, una performance di appena 20 minuti che passò alla storia e che ancora oggi resta il principale motivo per cui chiunque abbia memoria di quel mastodontico concerto. Uno spettacolo riprodotto fedelmente in ogni minimo dettaglio, minuto per minuto, a chiusura della pellicola.  Li abbiamo visti e ci siamo emozionati con loro rivivendo un’avventura che si era conclusa troppo presto. Abbiamo assistito alla restituzione di un pezzo di storia della musica che da tempo ormai cercava di tornare al proprio posto. E’ stata esorcizzata una forte mancanza e riportato in vita chi ormai ci ha lasciati da 27 anni senza in realtà però lasciarci mai davvero ed era proprio questo lo spirito della pellicola, ben espresso nella tag-line dell’opera: Chi Non Ha Paura Vive Per Sempre ( Fearless Lives Forever ).
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Proprio per questo motivo, nonostante le innumerevoli inesattezze storiche e l’evidente e innegabile natura romanzata di alcuni momenti della narrazione -in entrambi i casi elementi considerati scientemente e voluti dalla stessa produzione e regia- non si può dire che sia stata raccontata tutta un’altra storia o che le incongruenze siano state tali da vanificare il messaggio del film. Per sempre infatti vivrà l’incredibile voce di un povero ragazzo di origini parsi che sconvolse il mondo e non ebbe paura nel cercare di diventare ciò per cui era nato, sia al livello artistico che personale. Per sempre vivranno quattro amici, quattro talentuosissimi artisti le cui ineguagliabili poesie scrissero la storia della musica e ci accompagnano tuttora. Per sempre vivrà una canzone che non ebbe paura, che ad oggi resta un capolavoro musicale quasi inclassificabile ma che all’epoca del suo primo rilascio rappresentò un flop totale, attirando su di sé severissime critiche negative: Bohemian Rhapsody.             
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FEARLESS  LIVES FOREVER

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-Margherita Cignitti

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R come Raffaella

Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio

Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento

Se c’è una cosa che mi fa impazzire, sono le coincidenze. Le coincidenze sono quel tipo di stregoneria che fa in modo che eventi, persone, oggetti, si intrecciano con la tua vita senza sapere come sia stato possibile. Ora vi dimostrerò non-scientificamente come funziona una coincidenza: da molto tempo avevo in mente di parlarvi della regina indiscussa dello show italiano; il caso vuole che proprio ieri sera ho trovato in un negozio dell’usato un suo 45 giri datato 1974: Rumore/ Felicità ta ta che, ovviamente, ho comprato; il caso vuole (ancora una  volta) che alla cassa, il titolare del negozio, mi abbia detto: “Ma lei ormai è spagnola, l’abbiamo adottata!
Capiate bene, quindi, che questo insieme di casi fortuiti, io li presi come un vero segno dell’universo.
Dunque, cari lettori, è arrivato il momento di parlarvi di una delle più grandi donne di sempre, un esempio da seguire, una delle voci italiane più apprezzate nel mondo: è arrivato il momento di parlarvi della Raffaella Nazionale.
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Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio.
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Detto ciò vi starete sicuramente chiedendo perché da Sinigallia di due settimane fa, vi ritroviate a leggere di una cantante ascoltata dai vostri genitori: ve lo spiego subito. Dovete sapere che, sebbene abbia  21 anni all’anagrafe, la mia anima ne ha all’incirca 60:  l’armadio pieno di pantaloni di velluto e maglioni di quando mio padre era un giovanotto, vestiti a fiori, l’amore per l’imperfezione del suono dei vinili e l’incapacità di relazionarmi con la tecnologia. Sono così vecchia dentro, che un giorno un mio amico m’ha detto: “Cate, poco a poco stai realizzando il tuo sogno di diventare  una vecchietta”… solo perché volevo comprare degli occhiali da sole con i fiori.
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Dopo aver dato le dovute spiegazioni senza che nessuno me le abbia chieste, è ora di cominciare.
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Nel 1943, a Bologna, nasce Raffaella Maria Roberta Pelloni, per il mondo Raffaella Carrà.
Nasce attrice, si sogna coreografa e finisce con l’essere showgirl, modella, ballerina, cantante e chi più ne ha più ne metta… per farla breve, finisce con l’essere “tutto”.
Raffaella Carrà è il caschetto biondo per antonomasia, nonostante il giovane Nino D’Angelo sia un ottimo rivale; è la donna del Tuca Tuca, la donna che per prima ha mostrato l’ombelico a forma di tortellino in televisione.
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Ora, capite bene che mi è impossibile – anche se sarebbe bellissimo – analizzare tutte le canzoni cantate e ballate dalla regina dello show, raccontarvi di tutti i duetti (da Topo Gigio a Renato Zero) e di tutte le trasmissioni tv da lei condotte come  Canzonissima e R come Raffaella; per questo motivo ho deciso di prendere in analisi solamente uno dei primi album:  ho scelto per voi l’album “Raffaella Carrà ’82”.
L’album, inizialmente scritto e prodotto in Italia, è stato poi divulgato e tradotto in tutto il mondo, tra cui la penisola Iberica, zona in cui ultimamente bazzico. In Raffaella Carrà ’82, troviamo pezzi come Ballo, ballo, che tutti almeno una volta hanno ballato, pezzi come America e Mamma dammi 100 lire, che rappresentano la società del XX secolo, con il sogno americano in testa e la voglia di cambiare vita e di non tornare più nello stivale. In più,  troviamo pezzi che liberamente parlano d’amore e di emancipazione; parole forti che rompono gli schemi di una società inflessibile che si scandalizzava per due cosce di fuori: a tal proposito, vi immaginate  come potrebbe reagire un qualsiasi uomo degli anni ’50 di fronte ad un’adolescente che il sabato sera indossa un vestito a giro-passera? No, perché io me lo chiedo molto spesso.
Lo so, mi perdo tra i discorsi… torniamo a noi. Nell’album, dicevo, ci sono pezzi come Ché dolor che parla di un tradimento con una biondina nell’armadio, o come Dammi un bacio, in cui si fa all’amore 5 volte al giorno o, ancora, come Sei un bandito, mia canzone preferita dell’album, in cui si parla di una donna che ha capito come trattare gli uomini, come gestirli: “perché tu, tu sei un bandito, mi hai rubato il cuore ma non te lo dico”… Non so se rendo la grandezza di questa donna. D’altronde, stiamo parlando della stessa ragazza che ha conosciuto Frank Sinatra alla stazione Tiburtina e gli ha dato un due di picche non indifferente, perché lei di una collana di perle con chiusura di diamante non se ne fa niente, deve essere conquistata con altre cose, come afferma in un’intervista.
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Mi sembra più che chiaro, dunque, il perché Raffaella Carrà sia l’icona della libertà, secondo il governo spagnolo che ad ottobre l’ha premiata come “Dama al Orden del Mérito Civil”.
Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento: energica, passionale, sempre disposta ad aiutare gli altri ma non fessa, e pronta ad essere la mamma di chiunque ne abbia bisogno e perfetta anche a 75 anni.
Vi dico di più: se solo provaste a paragonare questa Donna con i cantanti della nostra società, vi rendereste conto che noi, figli del 2000, siamo messi malissimo: tra testi che parlano di “nera come la tua schiena”, basi banali e tutte uguali e concerti in playback con pubblico di tredicenni assatanate, l’unica cosa che mi viene in mente è che la signora musica ha fatto le valigie e se n’è andata in Brasile!
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Sua maestà Raffaella, perdonali, perché non sanno quello fanno!

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-Caterina Calicchio

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Pixar : 30 anni di Animazione

Le foto della mostra sono accessibili a questo link.
Foto di Matteo Memè

Per la gente è come se la Pixar fosse un unico individuo (…) dimenticando però l’ingente mole di lavoro – e di persone impiegate – che c’è dietro

 

Edwin Catmull, Alvy Ray Smith, Steve Jobs e John Lasseter: questi sono i nomi delle persone che, unendo le loro esperienze in vari ambiti, hanno fondato nel 1986 la Pixar, una delle più grandi case di produzione di film di animazione a livello mondiale. Quattro nomi che hanno reso la Pixar differente dalle altre case di produzione tanto da far dire ad ognuno di noi “vado a vedere un film della Pixar”. Per la gente è come se la Pixar fosse un unico individuo capace di sfornare film d’animazione di buona qualità, dimenticando però l’ingente mole di lavoro – e di persone impiegate – che c’è dietro. A ricordarci questo sono da un lato i classici titoli di coda, che purtroppo nessuno guarda più e che nei film Pixar sono affiancati da scene extra proprio per “costringere” a rimanere seduti in poltrona un altro po’ e poter leggere i nomi di quelle centinaia di persone che hanno preso parte alla realizzazione del film; dall’altro c’è un’iniziativa itinerante nata ormai più di dieci anni fa, si tratta di una mostra che porta in giro per il mondo tutto ciò che riguarda il lato nascosto dei film Pixar. Debuttata nel 2005 al MoMA di New York, dopo 13 anni giunge a Roma “Pixar. 30 anni di anni di animazione”, una rassegna che vuole raccontare anche al pubblico italiano la magia di queste produzioni di successo internazionale. Il Palazzo Delle Esposizioni ospiterà la mostra dal 9 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019.
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All’interno sarà possibile trovare degli spazi dedicati ai film e si potranno ammirare le sculture che, una volta scannerizzate al computer, danno vita ai personaggi con gli occhi grandi che hanno segnato la nostra infanzia e che continuano a stupirci tutt’ora. Insieme a queste sculture troveremo bozze, schizzi, storyboard e studi di personaggi realizzati dal team che ha lavorato a quella determinata pellicola. Anche solo questa parte può già farci capire non solo quanto sia impegnativo realizzare un film simile ma anche quanto un qualcosa di apparentemente futuristico e fantascientifico (non a caso, la Pixar realizzò del materiale in computer grafica per i film Star Trek II – L’Ira di Khan), abbia delle forti radici piantate ancora nell’ambito dell’arte “vecchio stampo”, quello del foglio e della matita o delle sculture. Questi sono dei veri e propri pilastri senza i quali non sarebbe possibile realizzare quelli che possono definirsi sogni in CG.
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Proseguendo per la mostra si potrà consultare una linea del tempo con tutte le fasi di nascita e crescita dello studio californiano e vedremo le storie dei 4 nomi già citati, scopriremo perché il fondatore della Apple è coinvolto in tutto ciò e soprattutto troveremo una spiegazione alla presenza di George Lucas nelle foto con Catmull e Smith, fino a trovare informazioni sui successi collezionati anno dopo anno fino ad oggi. Inoltre un’altra linea temporale servirà a spiegare nel dettaglio, passo dopo passo, la realizzazione di un lungometraggio, chiarendo il quesito sul perché ci vogliano cinque o sei anni per realizzare un solo film. Ci si potrà rilassare un attimo, prima delle due installazioni speciali di cui si parlerà a breve, sedendosi a guardare i corti Pixar, esperimenti mediante i quali si è giunti nel 1995 a Toy Story, il primo lungometraggio, a sua volta un esperimento di una recalcitrante Disney per valutare i benefici del passaggio dall’animazione tradizionale a quella digitale.
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Concludo presentando le due grandi installazioni della mostra: l’Artscape e lo Zootrope. Partendo da quest’ultimo, lo zootropio è uno strumento risalente al 1834 in grado di ricreare, mediante dei disegni o fotografie, l’illusione del movimento, quello Pixar opera in tre dimensioni, quindi non troveremo dei disegni, ma i “pupazzi” di Toy Story. L’Artscape invece è una brillante rassegna della storia della Pixar e piuttosto che descriverla sarebbe più opportuno invitare a vederla dal vivo.
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In tutto questo si noterà la presenza dell’ideologia pixariana, ma anche fortemente “yankee”, del guardare al passato per proiettarsi nel futuro. Questo è anche lo scopo della mostra in sé, come afferma la curatrice nonché direttrice degli archivi Pixar Elyse Klaidman, ossia il dare uno sguardo a ciò che era la Pixar e ciò che è ora, per ispirare i creativi e procedere sempre verso qualcosa di nuovo. Una mostra con lo scopo non solo di far conoscere ma anche di spronare la creatività.

-Matteo Verban

 

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Madri e figli alla festa del cinema di Roma

Kursk, My Dear Prime Minister, Boy Erased, sono alcuni dei film in concorso alla tredicesima Festa del Cinema di Roma (18-28 ottobre) che abbiamo seguito per CulturArte. Nelle tre pellicole citate emerge in vari modi la forza del legame tra madri e figli, tre progetti culturalmente molto lontani ma che evidenziano l’universalità del rapporto più forte al mondo.

Filo rosso delle tre storie è l’ispirazione a fatti realmente accaduti (Kursk e Boy Erased) o comunque di vita quotidiana (My Dear Prime Minister). Kursk, regia di Thomas Vinterberg, ripercorre la tragica fine dell’omonimo sottomarino russo con le vicende umane delle famiglie dei marinai e gli intrecci diplomatici nei disperati tentativi di salvare l’equipaggio; Boy Erased, diretto da Joel Edgerton, è invece tratto dall’autobiografia di Garrard Conley Boy Erased: a memoir e approfondisce le complicate vite di ragazzi americani omosessuali costretti a terapie di riorientamento sessuale tenute in contesti religiosi; storie molto diverse ma entrambe portate con ottimi risultati sul grande schermo. Cast importante per Kursk con Lea Seydoux, Colin Firth e l’ottima performance da protagonista del belga Matthias Schoenaerts; stesso discorso per Boy Erased con Nicole Kidman e Russell Crowe genitori di un sempre più convincente Lucas Hedges (classe ’96, già candidato per l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 2016 con Manchester by the Sea) e la presenza, pur in un ruolo minore, di Xavier Dolan.

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Discorso a parte invece per My Dear Prime Minister, con regia di Rakeysh Omprakash Mehra, film indiano molto lontano dal nostro mondo occidentale che affronta i disagi quotidiani della bidonville di Gandhinagar, in particolar modo la piaga della mancanza di bagni ed i rischi per le donne di subire abusi. Il film è toccante, i toni quasi da commedia e le scene stile Bollywood che caratterizzano la prima parte sono spazzati via bruscamente dal dramma dello stupro, realtà purtroppo quotidiana in vaste aree del subcontinente indiano, ma trionfa la speranza grazie alle peripezie dei bambini della baraccopoli. Nella gara degli applausi tra i tre film è proprio My Dear Prime Minister a vincere, sincero tributo al regista, presente in sala, da parte di un pubblico commosso e colpito dai dati reali sulla carenza di servizi igienici e numero di stupri riportati a fine proiezione. Come già detto, progetti lontani ed un denominatore comune: il legame indissolubile tra madri e figli. Che la storia sia ambientata nel Mare di Barents, negli Stati Uniti o nelle baracche di una città indiana è poco rilevante; che il figlio abbia 5, 10 o 20 anni è ancora una volta poco rilevante; che la madre sia la perfetta consorte di un predicatore, la sposa di un marinaio o la ragazza madre in una realtà complicata non ha importanza. Madri che lottano per il bene dei loro figli e figli che lottano per il bene delle loro madri (commovente in particolar modo il rapporto singolare in My Dear Prime Minister), personaggi forti e coraggiosi, risoluti nell’affrontare situazioni complicatissime che si presentano nella loro vita, forza morale che però non risulta monolitica ma lascia anzi un notevole spazio allo sviluppo dei personaggi nel corso della storia, componente di formazione che troviamo maggiormente in Boy Erased, da brividi la scena della “fuga” dal centro di riabilitazione. Potente e allo stesso tempo delicata l’interpretazione di Lea Seydoux in Kursk, donna autrice di gesti forti in un clima politico teso, tempra che dimostrerà anche il figlio nel drammatico momento dell’ultimo saluto al padre; quest’ultimo film merita inoltre una menzione a parte per la caratterizzazione maggiormente approfondita di tutti i personaggi che ruotano intorno al nucleo principale e la capacità di valorizzare i due piani narrativi con la stessa forza, le vicende in mare e la battaglia delle famiglie; ancora un appunto positivo per la pellicola di Vintenberg per quanto riguarda la fotografia e le colonne sonore.

BOY ERASED

Le donne di cui abbiamo parlato comunicano il messaggio forte di madri che conservano la loro individualità e che non sono subalterne a nessuno, sono storie di coraggio, di teste che non si piegano e lottano per ciò che sentono giusto, ma allo stesso modo sono storie di figli che crescono in fretta ed assumono ruoli determinanti in queste vicende. Emerge essenzialmente questo indissolubile legame di sostegno reciproco tra madri e figli, in ogni tempo ed ogni luogo, comunque lo si guardi, unico.

 

-Gabriele Russo

 

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CINEMA UNDERGROUND: Harmony Korine, tra underground e mainstream

Esistono artisti con idee e concezioni del mondo alquanto fuori dal comune, che nel corso della loro vita decidono di rappresentare queste loro strane manie senza preoccuparsi affatto del possibile scarso successo ma, al contrario, ponendo particolare attenzione nel creare scandalo tra i fruitori “medi” delle loro opere; esistono altri invece che tentano solo di farsi conoscere, per poter entrare nel grande mondo del cinema mainstream e magari ambire opzionalmente alla celeberrima statuetta dorata; Harmony Korine non appartiene propriamente a nessuna delle due categorie o, per meglio dire, costituisce un caso molto particolare. L’articolo con cui venne inaugurata questa rubrica parlava di Larry Clark, fotografo e regista che ha influenzato tanti artisti attraverso le sue opere prettamente di stampo underground: Korine può essere considerato il “costato” di Clark. Harmony collabora infatti con Clark sin dalla sua prima opera: è lo sceneggiatore di Kids e vi farà anche un cameo; per lui scriverà il famoso e censuratissimo Ken Park; contemporaneamente alle collaborazioni varie però si dedicherà anche alla creazione di una sua filmografia, a partire dal 1997 con Gummo.

La filmografia di Korine può essere suddivisa in due parti. La prima parte è composta da film che seguono la scia tracciata da Clark, rappresentando i sobborghi americani non solo attraverso gli occhi degli adolescenti, ma utilizzando quelli di qualsiasi comunità etnica che li compone. La componente “underground” in questi film è molto forte: tutto ciò che la società considera inusuale viene impresso su pellicola, da storie di finzione altamente disturbanti come Trash Humpers fino a un film — mai completato — in cui lo stesso regista si fa riprendere in giro per New York strafatto di droghe pesanti e intento a farsi picchiare dai passanti. Fa parte di questa categoria anche il film che, secondo la leggenda, gli venne commissionato da Lars Von Trier: Julien Donkey-Boy, il primo ad aderire al Dogma ’95 su territorio extra-europeo. Opera davvero particolare perché Korine sfrutta appieno la situazione per sperimentare con la macchina da presa e, anche se non rispetta tutti i punti imposti dal Dogma, mette in scena un lavoro davvero alternativo e in linea con gli ideali del movimento del cineasta danese. Nella pellicola viene mostrato uno stralcio della vita di Julien, ragazzo schizofrenico che lavora in una scuola per non vedenti, e della sua famiglia, composta dal padre cinico e autoritario, dal fratello desideroso di diventare un wrestler e dalla la sorella messa incinta dallo stesso Julien. Desta particolare interesse l’abilità di messa in scena quasi documentaristica del regista, maturata a partire dalla scrittura di Kids: se però in quest’ultimo la finzione era in un certo senso percepibile, in Julien si fa veramente fatica a credere che siano solo attori. È anche grazie al cast che ciò diventa possibile: abbiamo infatti Ewen Bremner – famoso per aver interpretato Spud in Trainspotting – affiancato da Chloe Sevigny, il regista tedesco Werner Herzog e un’infinità di “freaks” che fungono da contorno al racconto —anche se non si può definire tanto un racconto quanto piuttosto una carrellata di immagini trainate dallo stesso filo conduttore.

La seconda parte della filmografia mantiene spesso e volentieri le caratteristiche tipiche citate poc’anzi, ma in una forma un po’ più attenuata al fine di rendere la fruizione dell’opera più adatta anche alle grandi masse: tra questi spiccano il famosissimo Spring Breakers e Mister Lonely. Se il primo non ha bisogno di presentazioni, il secondo sì: uscito nel 2007, è il primo tentativo di Korine di avvicinarsi quanto più possibile al cinema per le grandi masse. Nella pellicola viene narrata la storia di un sosia di Michael Jackson, definibile anche un Michael Jackson “de Latina”, che fa l’artista di strada a Parigi e che un giorno si imbatte nella sosia di Marilyn Monroe; insieme a lei andrà in Scozia in una comune popolata da soli sosia di vari personaggi, da James Dean a Cappuccetto Rosso. Al contempo seguiremo le vicende di un prete (interpretato di nuovo da Herzog) alle prese con un gruppo di suore che miracolosamente riescono a sopravvivere a qualsiasi tipo di caduta, anche se lanciate da un aereo senza paracadute. Qui è importante sottolineare il contesto che ha portato alla creazione di quest’opera: disintossicatosi da poco e ormai abbandonato da Chloe Sevigny, Korine si sposa con Rachel Korine. Questo film  sembra comunicare la speranza di un posto al mondo per chiunque, anche quando si commettono errori, anche quando si desidera essere qualcun altro: a tutto c’è rimedio, basta crederci veramente per far diventare possibile l’impossibile (e qui la metafora delle suore calza a pennello). Dal punto di vista tecnico, Korine abbandona la pellicola, le registrazioni in VHS e quant’altro e si dedica al digitale, evolvendo e adattando a questo “nuovo” metodo le sue abilità artistiche. Nonostante lo consideri il suo lavoro minore, è comunque una pellicola degna di nota.

In conclusione, Korine è tra quei “giovani” che sicuramente hanno molto altro da raccontare (è già in cantiere un nuovo film con protagonisti Matthew McConaughey e Snoop Dogg e si pensa di diffondere un’essenza alla cannabis in sala durante l’intera proiezione della pellicola, per favorirne il coinvolgimento dello spettatore) e che lasceranno il segno nella storia del cinema contemporaneo. A me non resta che consigliare la visione dei suoi film, affiancati ai lavori di Clark.

 

-Matteo Verban.

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The Space In Between

C’è una sorta di varco che separa l’artista dal raggiungimento più pieno di se stesso; vale anche per l’uomo? Esiste davvero una dimensione “di mezzo” che tutti noi, prima o poi, dovremo affrontare per poter essere considerati “umani”?
La società di oggi è un insieme discontinuo di elementi; questo può rendere più vaga e distorta la visione universale delle cose. Spesso l’uomo ha dovuto scegliere fra l’armonia o la distruzione, fra quella che è la visione certa, finita e “bella” della realtà o una nuova consapevolezza della “bruttezza” e del suo sovversivo ed evanescente caos. Questa ambivalenza ha ridefinito costantemente gli schemi dell’arte contemporanea, poiché l’arte è riflesso dell’universo così come l’uomo lo è per la società. Ma cos’è questo riflesso e come lo si percepisce? Marina Abramovic tenta una risposta entrando nel cosiddetto “spazio di mezzo”, un misterioso varco di mistica energia insito in ogni essere umano. Cos’è questo spazio di mezzo e soprattutto, come lo si raggiunge?

Nata a Belgrado da una famiglia di ex militari partigiani della seconda guerra mondiale, verso la fine degli anni Sessanta approda come artista nello Student Cultural Centre, fulcro creativo e anticonformista della città che, nella Jugoslavia autoritaria di Tito, promuoveva artisti locali dal grande appeal anticonvenzionale. È proprio qui che, sotto l’influsso di artisti internazionali come Joseph Beuys, Marina sviluppa il proprio concetto di arte come performance, incapace di essere autoreferenziale perché bisognosa di un dialogo, di un riscontro attivo, immediato e puro con il pubblico, concreto fautore del prodotto artistico finale. Il medium è il corpo dell’artista, ora forza motrice e conoscitrice dell’arte, in grado di catturare lo spettatore in dimensioni parallele e tuttavia vissute nella realtà del momento artistico. Per approdare a ciò però bisogna prima oltrepassare uno “spazio di mezzo”, lo Space in Between, una barriera da infrangere per raggiungere il punto più puro di noi stessi: un luogo con cui noi tutti, in quanto umani, dovremo prima o poi fare i conti.
Questo è anche il tema centrale dell’ultima pellicola dell’artista, The Space In Between (2016), che ripercorre i tratti più salienti del suo recente viaggio in Brasile, dove Marina ha potuto sperimentare nuove sensazioni derivate dall’incontro con forti poteri spirituali e riti tribali locali: «È quando abbandoni tutte le tue abitudini e ti apri completamente al destino. Sei aperto a nuove idee. Per me questo spazio è quello più creativo dove un artista si possa mai trovare. È quando tutto diventa vulnerabile, perché esci dalla tua zona di comfort».


Come la vita, l’arte è un rituale, un flusso irrazionale e continuo di sensazioni e azioni che spingono l’uomo fino al limite fisico e mentale. Lo stesso che Marina intendeva sfidare nel celebre Rhythm 0 (1974) che la rese famosa. Qui l’artista dispose su un tavolo, quello della Galleria Morra di Napoli, 72 oggetti, alcuni di piacere (piume, scarpe, bottiglie, ecc.), altri di dolore (catene, fruste, martelli) o di morte (pistola, coltello); poi vi appoggiò un foglio: «Sul tavolo ci sono 72 oggetti che potete usare su di me come meglio credete: io mi assumo la totale responsabilità per sei ore. Alcuni di questi oggetti danno piacere, altri dolore». Inizialmente il pubblico era titubante, le porgeva delle rose o le pettinava I capelli. Dopo alcune ore però, l’animo umano si fece belva: qualcuno tentò di stuprarla, qualcun altro di accoltellarla o di ucciderla con un colpo di pistola. È a questo punto che l’esibizione venne interrotta, avendo sorpassato i limiti umanamente accettabili.
Ma, dopotutto, non è forse questo lo Space In Between? Un luogo desueto in cui l’uomo deve fare i conti con qualcosa che non conosce o che forse ha sempre conosciuto: un’energia che pervade l’essenza stessa dell’essere umano.

-Daniela Di Placido.