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Kids, o la vita segreta degli adolescenti

<<Sono interessato a creare opere che mi soddisfino, mostrando le vite delle persone che di solito non vengono mostrate. Se potessi vederle da qualche altra parte, non sentirei il bisogno di fare questi film.>> 

E’ proprio su questa dichiarazione che si basa tutta la produzione artistica di Larry Clark. Che lo si consideri fotografo o regista, è possibile trovare elementi ricorrenti: situazioni o soggetti controversi, disturbanti, che non vengono mostrati dai media “tradizionali” e che non vogliamo che ci vengano mostrati, ma allo stesso tempo suscitano curiosità; ad esempio, tutti siamo a conoscenza di quegli esseri umani che per vari motivi si abbandonano all’assunzione di droghe pesanti, li vediamo per strada e nelle metro in quelle situazioni grottesche in cui fanno l’elemosina con la speranza di comprarsi un’altra dose, però nessuno sa cosa facciano una volta tornati a casa od ovunque essi vivano, a meno che qualcuno armato di fotocamera o macchina da presa decida di esplorare questi mondi, “rompere” i tabù e portare alla luce queste realtà nascoste. Clark espleta questo compito di “reporter controverso” con Tulsa (1971), la sua prima pubblicazione fotografica. Imprime su pellicola tutte quelle scene di vita estreme che lui stesso ha vissuto, suscitando ovviamente scalpore. Dirà di sé <<Sono nato a Tulsa, Oklahoma. A 16 anni ho iniziato a spararmi anfetamine. Mi sono fatto […] per tre anni e poi ho lasciato la città, ma negli anni successivi ci sono tornato. L’ago, una volta entrato, non esce più.>>. Con le sue successive pubblicazioni – Tenage Lust (1983) e Perfect Childhood (1992) – Larry inizierà a focalizzarsi principalmente, anche morbosamente, al mondo dell’adolescenza, forse la realtà più oscura dei nostri tempi. Alcuni critici considereranno la sua addirittura un’ossessione nei confronti degli adolescenti. Questo suo desiderio di mostrare la vita dei ragazzi dai 12 ai 19 anni sarà la componente principale anche del suo cinema, a partire da Kids, la sua opera prima.
La pellicola uscì nel 1995, un anno prima di Trainspotting, anche se nonostante entrambi trattino più o meno gli stessi temi, Kids ha un approccio diametralmente opposto all’opera di Boyle, piuttosto sembra seguire la scia di Amore Tossico del maestro Caligari. Scritto da un giovanissimo e promettente Harmony Korine (Che ricorderete sicuramente per Spring Breakers), il film ci fa addentrare nel mondo di un gruppo di adolescenti a Manhattan, passando una giornata intera in loro compagnia. Clark ci mostra in maniera quasi documentaristica la vita di questi ragazzi, alle prese con le prime esperienze sessuali – non protette – e le malattie che da queste derivano (proprio negli anni ’90 si diffondeva il virus dell’HIV) ma anche del loro uso totalmente privo di inibizioni di droghe e alcool, che qui vengono messi sullo stesso livello. Korine e Clark, nonostante siano stati consumatori di droghe, vogliono dirci che entrambe nuocciono alla nostra salute, non c’è motivo di fare distinzioni; assistiamo inoltre al loro senso di ribellione che giungerà a picchi estremi. In una sola scena, però, vedremo che forse, un barlume di speranza ancora c’è, ricordandoci che in fondo anche loro sono esseri umani capaci di provare compassione. Seguiremo infine il viaggio di Jennie alla ricerca di Telly, il ragazzo che senza saperlo le ha trasmesso l’AIDS. Quello che manca è il senso di critica nei confronti di questa realtà. Il regista si limita a mettere in scena nel modo più crudo e ai limiti del sopportabile, sfidando anche la censura (Ken Park, il suo quinto lungometraggio, è tutt’ora bandito in Australia) ciò che a quei tempi non si soleva far vedere, con l’unico scopo di avvertire gli adulti, che ciò che vedono corrisponde a ciò che fanno i loro figli quando non sono a casa, <<qualcuno si salverà, qualcuno rinnegherà la propria adolescenza, qualcun altro ancora si autodistruggerà.>>. Complessivamente il film scorre senza troppa fatica, particolare riguardo per la rappresentazione delle situazioni e dei dialoghi, è chiaro che Korine sapesse bene di cosa stesse parlando. Il film vanta anche di alcune giovani promesse, quali Chloe Sevigny e Rosario Dawson, che all’epoca delle riprese avevano rispettivamente 21 e 16 anni. La colonna sonora e’ stata curata da Lou Barlow, e i brani non fanno che rendere piu’ verosimili gli ambienti che si vanno ad esplorare.
E questo è quanto. Ci sarebbe molto altro da dire sulla pellicola, ma, onde evitare spoiler, è giusto che siate voi a visionarla e magari approfondire tutta la filmografia di questo cineasta che, nonostante sia stato fonte d’ispirazione per registi del calibro di Scorsese, purtroppo rimane nella scena underground e sia noto a pochi.

-Matteo Verban.

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Il futuro dell’immagine è decisamente in 4K, per l’immaginario invece c’è da attendere.

Nel secolo della globalizzazione e della prepotente ascesa tecnologica nelle nostre vite, ogni cosa diviene la versione migliore di se stessa, tutto intorno a noi è il 2.0 del suo vecchio volto, incluso l’occhio umano.
Con lo sguardo già rivolto alla neonata tecnologia “Nano Cell Display” che offrirà ai nostri televisori colori straordinari e precisi da qualsiasi prospettiva e angolo di osservazione, tiriamo le somme di questo uscente 2017 e della sua preannunciata rivoluzione visiva: la nuova frontiera dell’immagine, il 4K. Uno standard per la risoluzione della televisione digitale, del cinema digitale e della computer grafica, il cui nome deriva da 4kilo (“4 mila”), che indica l’approssimazione dei suoi circa quattromila pixel orizzontali di risoluzione. Denominata anche “Ultra HD” (esclusivamente in ambito televisivo) quest’evoluzione dell’Alta Definizione, nasce in realtà già nei primi anni duemila in ambito puramente cinematografico (la prima cinepresa commerciale digitale in 4K, lanciata sul mercato nel 2006, è dell’azienda “Dalsa Origin”; seguiranno poi i prototipi della “Sony”) e la sua ascesa si protrae sempre più nel nuovo millennio. Non fermandosi al limitante grande schermo, questo nuovo standard della risoluzione grafica man mano approda prima sui display dei nostri computer e televisori, poi su quelli dei nostri smart-phone. Nel 2016 è la “Samsung” con il suo “Galaxy S7” una delle prime aziende a montare uno schermo atto a leggere la risoluzione in 4K, seguita a ruota dalla “Sony” che con il suo “Xperia Z5” tenta la strada (per alcuni versi fallimentare) dello schermo generato direttamente in 4K, non solo abilitato a questo tipo di definizione. Ad oggi, autunno 2017, il boom definitivo di questa leccornia tecnologica sul mercato è già avvenuto a inizio anno e non rappresenta ormai nulla di così sconvolgente: ci stiamo abituando (ci siamo già abituati) ad avere una percezione dell’immagine, di qualunque tipo essa sia, quasi al massimo della sua potenzialità.
Cosa significhi poi nel concreto poter godere di questo tipo di immagine è presto detto: se ad esempio guardassimo un documentario sulle antilopi prodotto in 4K, su un dispositivo atto a questo tipo di risoluzione ovviamente, l’immagine di quegli animali sarebbe assai poco differente (fatta eccezione per il fattore tridimensionalità s’intende) da quella che il nostro occhio percepirebbe se ce ne andassimo in Sudafrica ad osservarli dal vivo; fatte le dovute distinzioni, si parla infatti del 75% di fedeltà alla realtà registrata dall’occhio umano.
Detta così l’innovazione può sembrare in realtà quasi sciocca o scontata, del resto siamo così abituati a credere fedelmente a ciò che vediamo sullo schermo che non ci siamo forse mai soffermati a pensare a cosa sarebbe successo se davvero avessimo sempre potuto ammirare attori, personaggi televisivi e in generale chiunque sui nostri schermi, per ciò che realmente è. Dunque quella patina magica, quello schermo che ci ha sempre diviso crudelmente dal mondo che più idolatriamo, sta definitivamente cambiando faccia e a noi la cosa sembra scivolare addosso. Il panorama all’orizzonte si prospetta quantomeno innovativo e al limite dell’aspettativa che chiunque di noi avrebbe avuto a inizio secolo, quando si assaporava da non molto l’avvento dell’HDTV, e noi accogliamo la cosa passivamente, senza farci troppe domande, senza neanche chiederci se abbiamo davvero bisogno di un 75% di realtà quando guardiamo la TV o quando siamo al cinema.
Davvero vogliamo distinguere ogni minima imperfezione sul volto di un attore? Siamo così sicuri che i dettagli migliori debbano esserci sbattuti sotto il naso?
La verità è che la risoluzione in 4K ci offre un cinema ed una TV che lasciano ben poco all’immaginazione e al mistero di un volto, di un paesaggio, di un colore, di un’imperfezione. Liz Taylor ad esempio, divenuta famosa con l’appellativo di “diva dagli occhi viola”, avrebbe davvero avuto gli occhi viola in 4K?
Molto improbabile dal momento che i suoi occhi sembra fossero in realtà di un azzurro molto intenso che a causa delle luci di scena mostrò più volte sfumature violacee. Il sensualissimo neo sulla guancia sinistra di Marilyn Monroe sarebbe risultato ugualmente sensuale in 4K? Altrettanto improbabile anche questo, piuttosto invece si sarebbe palesato come il banalissimo puntino disegnato con una comune matita nera da make-up che in realtà era. L’interpretazione magistrale ed iconica di Marlon Brando ne “Il padrino” sarebbe stata ugualmente incorniciata da un aspetto insieme rude e fine e da una perfetta mascella da “mastino” (frutto di due batuffoli di ovatta nelle guance) se le tre ore di trucco alle quali ogni giorno il maestro si sottoponeva fossero state visibili in 4K? Indubbiamente ogni cosa è figlia del suo tempo e ad oggi il make-up di scena è un’arte, una scienza quasi esatta capace di sfuggire anche alla risoluzione più avanzata e, in ogni caso, dove non arriva il trucco subentra la computer grafica. Tuttavia l’autenticità di un volto della TV o del grande schermo non è e non sarà mai proporzionale a quanto esso venga manipolato o al contrario messo a nudo. La bellezza di un paesaggio a volte risiede nel dettaglio invisibile, sfocato, quello che fa ipotizzare, quello che fa sognare. Cerchiamo la realtà, la perfezione, la nitidezza d’immagine ma siamo così sicuri che questo apporti reali migliorie anche al nostro occhio critico e oltre che a quello fisico? Essendo questa la generazione dell’estetica ossessivo compulsiva oltre che della sempre crescente evoluzione tecnologica, vogliamo davvero mettere la mano sul fuoco sul fatto che il 75% di realtà effettiva di un volto sullo schermo non ci distrarrà per nulla dall’anima che si cela o non si cela affatto dietro quel volto? Se davvero poi arrivassimo al punto in cui tutti i dispositivi (grandi e piccoli schermi) e non più solo alcuni, supportassero la risoluzione in 4K e film e programmi TV iniziassero dunque ad essere generati tutti secondo questo standard, avremmo ancora attori ‘brutti’ e conduttrici televisive ‘imperfette’? In quelle circostanze sarebbe concesso ad esempio all’immensa Anna Magnani di portare le sue meravigliose rughe davanti ad una cinepresa non più troppo gentile ma quanto mai reale e spietata? Del resto una volta alzato il tiro, una volta adattato uno standard, vanno adattati anche i restanti canoni. Con queste premesse non mi stupirebbe perciò non vedere più perfette imperfezioni alla Anna Magnani ma solo volti a prova di 4K. Non mi stupirebbe andare al cinema con i miei amici e vedere un film la cui trama e i cui attori inespressivi e dozzinali non riuscirebbero ad urtare neanche la sfera emotiva di un bradipo, scoprendo poi che lo stesso film viene premiato però per la fotografia e gli effetti speciali. Non mi stupirebbe affatto scoprire che il futuro sugli schermi è fatto solo da ciò che essi trasmettono, l’immagine (sciocco chi si era illuso che fosse altrettanto importante una certa qual anima), e questo è più che spaventoso.
Questo mio non stupirmi più di tutto ciò, questo nostro trovare normale tutto ciò, è terrificante.

Troppo amarcord e decisamente troppo pessimismo forse, non saprei dire. Nel dubbio non ci resta che stare a guardare la storia che fa il suo corso e non smettere in ogni caso di ricercare l’evoluzione che ci ha sempre (o almeno quasi sempre) contraddistinti.

-Margherita Cignitti.

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Alice Guy-Blachè: la madre del cinema

“Chi è il regista?”
Capita spesso di sentire e porre questa domanda. Al maschile. Infatti di solito associamo la regia cinematografica a un uomo, ma se vi dicessi che a inventare il mestiere di regista così come lo conosciamo noi oggi è stata una donna?

Alice Guy nasce nel 1873 a Saint Mandé, vicino Parigi. L’anno dopo la morte del padre e del fratello maggiore, nel 1894, comincia a lavorare come segretaria di Léon Gaumont, fondatore della casa di produzione omonima. Ha così la possibilità di assistere alla storica proiezione de “L’uscita dalle officine Lumière a Lione” nel 1895.Appassionatasi fin da subito a questo nuovo mezzo di espressione, dall’anno successivo Alice Guy si inventerà per certi versi “l’arte del Cinema”. Infatti è del 1896 “La fée aux choux”, un film di 60 secondi, durata eccezionale per l’epoca, che mette in scena la favola dei bambini che nascono sotto i cavoli. Da qui in poi, oltre a rivoluzionare il concetto di regista, fino a quel momento legato esclusivamente all’operatore di macchina, questa ragazza di appena 23 anni introduce le prime forme di finzione cinematografica. Prima di Griffith, della scuola di Brighton e anche di Méliès.

Negli anni successivi produce una moltitudine di contenuti, da commedie leggere a film horror sui vampiri fino a film musicali, per finire con l’incredibile “La vie du Christ”, 1906, un’opera monumentale di mezz’ora, basata sulle illustrazioni del pittore James Tissot e realizzata col fondamentale supporto di Gustave Eiffel. Ma se c’è un suo lavoro da vedere assolutamente, questo è “Les résultats du féminisme”, sempre del 1906. Nel film i ruoli sociali di uomini e donne sono invertiti. In soli 7 minuti le differenze di genere vengono ridicolizzate con geniale ironia e questo quasi quarant’anni prima che le donne ottenessero il diritto di voto in Francia. Si trova facilmente su youtube, perciò niente scuse, va visto.
In quegli anni Alice Guy sperimenta addirittura i primi film sonori, con l’ausilio del chronophone, uno strumento ideato da Gaumont in grado di sincronizzare le immagini del cinematografo con il suono registrato su un disco e riprodotto in sala durante la proiezione.

Tornando al 1906, il suo anno magico, la Guy conosce un operatore inglese, Herbert Blaché. Poco dopo si sposano. Lei ha trentatré anni, lui ventiquattro. Si trasferiscono negli Stati Uniti e nel 1910 fondano la “Solax”. In questo modo Alice Guy – Blaché diventa la prima donna a capo di una casa di produzione e, per non farsi mancare nulla, nel 1912 gira “A Fool and his money”, primo film con un cast interamente afroamericano. Dello stesso anno è “In the year 2000”, ambientato in un futuro in cui le donne governano la società, opera che però non vedremo mai, essendo andata perduta. Nel 1920 dirige il suo ultimo film. Due anni dopo divorzia con il marito e ritorna in Francia con i suoi due figli. Muore nel 1968, a 95 anni, “quasi dimenticata dall’industria che aveva contribuito a creare” ci ricorda Martin Scorsese. La straordinaria persona di Alice Guy-Blaché, in definitiva, si può racchiudere in una frase che ripeteva spesso ai suoi attori e che aveva fatto segnare su di un’insegna all’entrata degli studi Solax: “Be Natural”.

Claudio De Angelis

Gabriele Mainetti: una vita seguendo una passione

Nell’Ottobre del 2015 al Festival del cinema di Roma, sfogliando la lista dei film partecipanti e le conseguenti recensioni ne spuntavano alcune entusiastiche verso un film italiano che trattava in chiave drammatica il tema del supereroe. Un film sui supereroi ambientato a Roma? È tutto vero?

Le critiche erano tutte positive e tutti parlavano bene del film, molti gridavano al miracolo credendo che il cinema di genere italiano fosse resuscitato. Io allora sempre più fomentato iniziai a cercare più informazioni possibili sul regista, un certo Gabriele Mainetti (nome a me ancora sconosciuto) che tra le altre cose si era laureato al DAMS, il mio stesso indirizzo di studi; c’è speranza anche per me pensai.

All’attivo Mainetti aveva molte partecipazioni come attore in film tipo “Il cielo in una stanza” di Carlo Vanzina e fiction televisive italiane e opere teatrali, anche se la sua passione restava la regia. Comincia a girare cortometraggi nel 2003 ma solo cinque anni più tardi verrà notato dal pubblico con “Basette”. Questo corto ha per protagonista Antonio (Valerio Mastrandrea), un ladro che insieme ai suoi amici sta per commettere il colpo della vita, ma qualcosa va storto e vengono feriti, però prima di morire immagina la sua vita nel mondo di Lupin III e se ne va con un sorriso. Nel 2011 fonda la sua casa di produzione Goon Films con la quale l’anno successivo realizza “Tiger Boy” corto ispirato a L’Uomo Tigre, racconta la vita di un bambino che sia a scuola che a casa indossa perennemente la maschera del wrestler Il Tigre (suo grande idolo) senza togliersela mai, si scoprirà dopo cosa si nasconda dietro questa peculiare caratteristica.

Con questo progetto Mainetti conquista svariati premi tra cui il Nastro d’argento 2013 come “Miglior Cortometraggio” e viene selezionato, nella medesima categoria, dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences tra i 10 finalisti per la nomination all’Oscar 2014. La vera svolta però arriva solo nel 2016 quando nelle sale italiane arriva “Lo chiamavano Jeeg Robot” primo lungometraggio per Mainetti; l’idea per questo film risale al 2009 secondo il regista e partorirla non è stato per niente facile poichè dopo aver cercato invano tra i produttori italiani, che per nulla credevano nel suo progetto, Mainetti ha dovuto autofinanziarsi con molte difficoltà. Questo film porta il genere supereroistico, ormai assorbito completamente dalla nostra società da molti anni e lo fa suo alzando di livello.

Il film ha per protagonista Enzo Ceccotti, un ladruncolo della periferia romana, che durante un furto finisce nel Tevere acquisendo una forza sovrumana a causa della presenza di sostanze radiottive. Come ogni pellicola di questo genere, il protagonista affronterà un cambiamento interiore utilizzando i suoi poteri dapprima per scopi egoistici infine per il bene comune. Ad arricchire questo film abbiamo i personaggi di Alessia e dello Zingaro, la prima indirizzerà Enzo verso il percorso dell’eroe mentre il secondo lo intralcerà. Il film è un grande successo e porta a casa una carrellata di premi come, il più ambito per Mainetti: il David di Donatello come miglior regista esordiente.

Non voglio essere considerato il cavaliere sul cavallo bianco con lo stendardo che dice “Cinema di Genere“. Io sono per il Cinema nuovo. Non mi importa niente di vedere un film di genere che sia una brutta imitazione di quello degli anni ’70, voglio vedere roba che sia diversa. E questo è possibile solo se l’autore si batte per la propria idea e i produttori – e questo è un passaggio chiave – la sostengono, la capiscono e quindi tutti insieme fanno lo stesso film.

Questo dichiara Mainetti in una recente intervista e come per il suo Jeeg, lui ha affrontato una strada pieni di ostacoli senza mai cadere ed è riuscito ad imporre una propria filosofia all’interno dell’ambito cinematografico, con fatica ma seguendo la sua passione, ciò che ognuno di noi dovrebbe fare.