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CINEMA UNDERGROUND: Harmony Korine, tra underground e mainstream

Esistono artisti con idee e concezioni del mondo alquanto fuori dal comune, che nel corso della loro vita decidono di rappresentare queste loro strane manie senza preoccuparsi affatto del possibile scarso successo ma, al contrario, ponendo particolare attenzione nel creare scandalo tra i fruitori “medi” delle loro opere; esistono altri invece che tentano solo di farsi conoscere, per poter entrare nel grande mondo del cinema mainstream e magari ambire opzionalmente alla celeberrima statuetta dorata; Harmony Korine non appartiene propriamente a nessuna delle due categorie o, per meglio dire, costituisce un caso molto particolare. L’articolo con cui venne inaugurata questa rubrica parlava di Larry Clark, fotografo e regista che ha influenzato tanti artisti attraverso le sue opere prettamente di stampo underground: Korine può essere considerato il “costato” di Clark. Harmony collabora infatti con Clark sin dalla sua prima opera: è lo sceneggiatore di Kids e vi farà anche un cameo; per lui scriverà il famoso e censuratissimo Ken Park; contemporaneamente alle collaborazioni varie però si dedicherà anche alla creazione di una sua filmografia, a partire dal 1997 con Gummo.

La filmografia di Korine può essere suddivisa in due parti. La prima parte è composta da film che seguono la scia tracciata da Clark, rappresentando i sobborghi americani non solo attraverso gli occhi degli adolescenti, ma utilizzando quelli di qualsiasi comunità etnica che li compone. La componente “underground” in questi film è molto forte: tutto ciò che la società considera inusuale viene impresso su pellicola, da storie di finzione altamente disturbanti come Trash Humpers fino a un film — mai completato — in cui lo stesso regista si fa riprendere in giro per New York strafatto di droghe pesanti e intento a farsi picchiare dai passanti. Fa parte di questa categoria anche il film che, secondo la leggenda, gli venne commissionato da Lars Von Trier: Julien Donkey-Boy, il primo ad aderire al Dogma ’95 su territorio extra-europeo. Opera davvero particolare perché Korine sfrutta appieno la situazione per sperimentare con la macchina da presa e, anche se non rispetta tutti i punti imposti dal Dogma, mette in scena un lavoro davvero alternativo e in linea con gli ideali del movimento del cineasta danese. Nella pellicola viene mostrato uno stralcio della vita di Julien, ragazzo schizofrenico che lavora in una scuola per non vedenti, e della sua famiglia, composta dal padre cinico e autoritario, dal fratello desideroso di diventare un wrestler e dalla la sorella messa incinta dallo stesso Julien. Desta particolare interesse l’abilità di messa in scena quasi documentaristica del regista, maturata a partire dalla scrittura di Kids: se però in quest’ultimo la finzione era in un certo senso percepibile, in Julien si fa veramente fatica a credere che siano solo attori. È anche grazie al cast che ciò diventa possibile: abbiamo infatti Ewen Bremner – famoso per aver interpretato Spud in Trainspotting – affiancato da Chloe Sevigny, il regista tedesco Werner Herzog e un’infinità di “freaks” che fungono da contorno al racconto —anche se non si può definire tanto un racconto quanto piuttosto una carrellata di immagini trainate dallo stesso filo conduttore.

La seconda parte della filmografia mantiene spesso e volentieri le caratteristiche tipiche citate poc’anzi, ma in una forma un po’ più attenuata al fine di rendere la fruizione dell’opera più adatta anche alle grandi masse: tra questi spiccano il famosissimo Spring Breakers e Mister Lonely. Se il primo non ha bisogno di presentazioni, il secondo sì: uscito nel 2007, è il primo tentativo di Korine di avvicinarsi quanto più possibile al cinema per le grandi masse. Nella pellicola viene narrata la storia di un sosia di Michael Jackson, definibile anche un Michael Jackson “de Latina”, che fa l’artista di strada a Parigi e che un giorno si imbatte nella sosia di Marilyn Monroe; insieme a lei andrà in Scozia in una comune popolata da soli sosia di vari personaggi, da James Dean a Cappuccetto Rosso. Al contempo seguiremo le vicende di un prete (interpretato di nuovo da Herzog) alle prese con un gruppo di suore che miracolosamente riescono a sopravvivere a qualsiasi tipo di caduta, anche se lanciate da un aereo senza paracadute. Qui è importante sottolineare il contesto che ha portato alla creazione di quest’opera: disintossicatosi da poco e ormai abbandonato da Chloe Sevigny, Korine si sposa con Rachel Korine. Questo film  sembra comunicare la speranza di un posto al mondo per chiunque, anche quando si commettono errori, anche quando si desidera essere qualcun altro: a tutto c’è rimedio, basta crederci veramente per far diventare possibile l’impossibile (e qui la metafora delle suore calza a pennello). Dal punto di vista tecnico, Korine abbandona la pellicola, le registrazioni in VHS e quant’altro e si dedica al digitale, evolvendo e adattando a questo “nuovo” metodo le sue abilità artistiche. Nonostante lo consideri il suo lavoro minore, è comunque una pellicola degna di nota.

In conclusione, Korine è tra quei “giovani” che sicuramente hanno molto altro da raccontare (è già in cantiere un nuovo film con protagonisti Matthew McConaughey e Snoop Dogg e si pensa di diffondere un’essenza alla cannabis in sala durante l’intera proiezione della pellicola, per favorirne il coinvolgimento dello spettatore) e che lasceranno il segno nella storia del cinema contemporaneo. A me non resta che consigliare la visione dei suoi film, affiancati ai lavori di Clark.

 

-Matteo Verban.

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The Space In Between

C’è una sorta di varco che separa l’artista dal raggiungimento più pieno di se stesso; vale anche per l’uomo? Esiste davvero una dimensione “di mezzo” che tutti noi, prima o poi, dovremo affrontare per poter essere considerati “umani”?
La società di oggi è un insieme discontinuo di elementi; questo può rendere più vaga e distorta la visione universale delle cose. Spesso l’uomo ha dovuto scegliere fra l’armonia o la distruzione, fra quella che è la visione certa, finita e “bella” della realtà o una nuova consapevolezza della “bruttezza” e del suo sovversivo ed evanescente caos. Questa ambivalenza ha ridefinito costantemente gli schemi dell’arte contemporanea, poiché l’arte è riflesso dell’universo così come l’uomo lo è per la società. Ma cos’è questo riflesso e come lo si percepisce? Marina Abramovic tenta una risposta entrando nel cosiddetto “spazio di mezzo”, un misterioso varco di mistica energia insito in ogni essere umano. Cos’è questo spazio di mezzo e soprattutto, come lo si raggiunge?

Nata a Belgrado da una famiglia di ex militari partigiani della seconda guerra mondiale, verso la fine degli anni Sessanta approda come artista nello Student Cultural Centre, fulcro creativo e anticonformista della città che, nella Jugoslavia autoritaria di Tito, promuoveva artisti locali dal grande appeal anticonvenzionale. È proprio qui che, sotto l’influsso di artisti internazionali come Joseph Beuys, Marina sviluppa il proprio concetto di arte come performance, incapace di essere autoreferenziale perché bisognosa di un dialogo, di un riscontro attivo, immediato e puro con il pubblico, concreto fautore del prodotto artistico finale. Il medium è il corpo dell’artista, ora forza motrice e conoscitrice dell’arte, in grado di catturare lo spettatore in dimensioni parallele e tuttavia vissute nella realtà del momento artistico. Per approdare a ciò però bisogna prima oltrepassare uno “spazio di mezzo”, lo Space in Between, una barriera da infrangere per raggiungere il punto più puro di noi stessi: un luogo con cui noi tutti, in quanto umani, dovremo prima o poi fare i conti.
Questo è anche il tema centrale dell’ultima pellicola dell’artista, The Space In Between (2016), che ripercorre i tratti più salienti del suo recente viaggio in Brasile, dove Marina ha potuto sperimentare nuove sensazioni derivate dall’incontro con forti poteri spirituali e riti tribali locali: «È quando abbandoni tutte le tue abitudini e ti apri completamente al destino. Sei aperto a nuove idee. Per me questo spazio è quello più creativo dove un artista si possa mai trovare. È quando tutto diventa vulnerabile, perché esci dalla tua zona di comfort».


Come la vita, l’arte è un rituale, un flusso irrazionale e continuo di sensazioni e azioni che spingono l’uomo fino al limite fisico e mentale. Lo stesso che Marina intendeva sfidare nel celebre Rhythm 0 (1974) che la rese famosa. Qui l’artista dispose su un tavolo, quello della Galleria Morra di Napoli, 72 oggetti, alcuni di piacere (piume, scarpe, bottiglie, ecc.), altri di dolore (catene, fruste, martelli) o di morte (pistola, coltello); poi vi appoggiò un foglio: «Sul tavolo ci sono 72 oggetti che potete usare su di me come meglio credete: io mi assumo la totale responsabilità per sei ore. Alcuni di questi oggetti danno piacere, altri dolore». Inizialmente il pubblico era titubante, le porgeva delle rose o le pettinava I capelli. Dopo alcune ore però, l’animo umano si fece belva: qualcuno tentò di stuprarla, qualcun altro di accoltellarla o di ucciderla con un colpo di pistola. È a questo punto che l’esibizione venne interrotta, avendo sorpassato i limiti umanamente accettabili.
Ma, dopotutto, non è forse questo lo Space In Between? Un luogo desueto in cui l’uomo deve fare i conti con qualcosa che non conosce o che forse ha sempre conosciuto: un’energia che pervade l’essenza stessa dell’essere umano.

-Daniela Di Placido.

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Il Club Dei 27: «Giuseppe Verdi era fondamentalmente un gran figo!»

È semplicemente così che Mateo Zoni riassume, durante l’intervista rilasciata a CulturArte, il Giuseppe Verdi che ha voluto raccontare nel suo film Il club dei 27, distribuito nelle sale italiane il 26 febbraio scorso dall’Istituto Luce Cinecittà. La pellicola, a metà tra un documentario e una fiction, ci mostra un Verdi inusuale e un po’ rockstar attraverso il racconto di una divertente storia vera. Protagonisti i giovanissimi e impeccabili Giacomo Anelli e Irene Carra.

 

Ventisette sono le opere di Giuseppe Verdi, considerato il massimo compositore italiano. Nel paese del melodramma, Parma, dal 1958 c’è l’esclusivo Club dei 27: non è Forever 27, famoso club delle rockstar morte a quell’età, ma un club di persone che si chiamano come le opere di Giuseppe Verdi. Si presentano così: «Piacere, Traviata, Rigoletto, Giovanna d’Arco…». Così, nelle stesse zone in cui Verdi visse ed esercitò la sua arte, per i suoi estimatori tutto scorre nel migliore dei modi, fino all’arrivo di un ragazzino di soli 11 anni: Giacomo Anelli. Profondo conoscitore di musica classica e in particolar modo delle opere di Giuseppe Verdi (che considera quasi una guida spirituale), nonostante la tenera età il giovanotto è deciso a far parte dei 27, tanto da procurarsi la divisa e la spilla del club. C’è però un problema: non solo Giacomo è decisamente troppo piccolo, ma la carica di ogni membro del club dura a vita e, se uno di loro non muore, non c’è speranza di prendervi parte…

 

Allora Mateo, prima di tutto per rompere il ghiaccio volevo dirti che, non appena averlo sentito, del tuo film mi ha subito incuriosita il titolo in realtà: “Il club dei 27” rimanda infatti all’omonima espressione inglese che si riferisce agli artisti, principalmente cantanti rock, morti all’età di 27 anni. La cosa mi ha fatto sorridere ed è un riferimento voluto, immagino.

Mateo Zoni: Certo, era ovviamente un trucchetto per invogliare le persone a guardarlo perché, insomma, se pensi di trovarci Kurt Cobain invece di Giuseppe Verdi magari un pensierino ce lo fai. C’eri cascata, eh? [rido, ndr.] No dai, a parte gli scherzi, oltre al riferimento pop “Il club dei 27” è anche il vero nome del club di appassionati verdiani realmente esistente nelle zone di Parma, perciò diciamo che ho preso due piccioni con una fava.

Beh ottimo allora! Però a dire il vero la cosa in un secondo momento mi ha fatto sorridere anche perché, paradossalmente, il Verdi che dipingi tu nel tuo documentario è davvero una rockstar, è un Verdi che hai a dir poco strappato alla sua solennità, no?

Zoni: Certamente! Ma in realtà Giuseppe Verdi lo è davvero, è una rockstar. Lo si mostra sempre così imbalsamato e impettito ma non ci si rende conto che, anche e soprattutto in relazione a ciò che ha rappresentato per gli italiani a suo tempo — tralasciando un secondo la portata artistica, storica e socio-culturale che gli è giustamente dovuta — lui era fondamentalmente un gran figo!

Ti avverto che questa cosa che hai appena detto la scriverò esattamente così, cioè  utilizzerò «gran figo».

Zoni: Devi farlo, mi offendo altrimenti.

Benissimo. Per quanto riguarda l’ispirazione, invece, che mi dici? Non ti sarai svegliato un bel mattino con già in testa l’idea di andare a scovare e raccontare “Il club dei 27” tramite gli occhi di un piccolo genietto che vorrebbe tanto farne parte. Sembra qualcosa di strutturalmente complesso e quanto mai singolare che, presumo, avrà richiesto un pochettino di ricerca e lavorazione.

Zoni: A dire il vero non eccessivamente, no. Io sapevo che volevo raccontare Giuseppe Verdi e, nello specifico, la relazione che si era formata tra lui e gli abitanti delle zone in cui ha vissuto, principalmente Parma, per cui egli stesso ha fatto e dato molto; sapevo poi che doveva trattarsi di un documentario ma di una diversa forma, meno rigida e noiosa, dovevo solo trovare una chiave narrativa diciamo. Così l’Istituto Luce Cinecittà mi ha consigliato di indagare su questo club, che risale al 1958 e si rinnova ciclicamente, di 27 appassionati che dedicano il loro tempo libero alla memoria di Giuseppe Verdi. Ora, confesso che messa così la cosa non mi convinceva un gran che, perché sebbene il soggetto fosse molto interessante, parlavamo pur sempre delle vicende di un gruppo di uomini piuttosto anziani che non avrebbero avuto molta presa anche sulla metà di pubblico “giovane” diciamo, no?

Ah, lo chiedi a me che mi aspettavo Kurt Cobain?

Zoni: [ride] Esattamente! Per questo mi sono entusiasmato molto quando sono andato a parlare con i membri del club e, poco prima di andarmene sconsolato, mi hanno raccontato la divertente e soprattutto vera storiella di questo ragazzino, tale Giacomo Anelli, che da un po’ di tempo andava continuamente a bussare alla loro porta, si vestiva come loro, era un esperto verdiano quanto loro nonostante la tenera età e soprattutto voleva ardentemente essere uno di loro. Subito ho pensato: «Ecco, adesso sì che ci siamo! Devo conoscerlo!». Da lì in poi, essendo una storia così buffa, particolare e interessante da raccontare, il film era in pratica già scritto.

Poi la figura di Giacomo, del tutto sui generis, credo ti abbia aiutato molto a trovare un linguaggio simpatico ma comunque deciso e professionale che potesse toccare tutti. Forse è stato quasi fondamentale, oserei dire.

Zoni: Assolutamente, togli pure il “quasi”, perché Giacomo è stato capace di raccontare Verdi come se fosse suo zio ed era impossibile non empatizzare con lui. È stupefacente credo, agli occhi dello spettatore, questo ragazzino con questa passione fortissima e singolare che se ne sta lì a parlarti in modo così franco del Giuseppe Verdi che gli sta tanto a cuore. O, almeno, ai miei occhi è stato subito stupefacente. Poi è così piccolo e carino e allo stesso tempo ha le idee così chiare che in qualche modo devi dargli retta per forza, no?

Su questo non c’è ombra di dubbio, da spettatrice posso assicurartelo. Poi — correggimi se sbaglio — mi sembra che in alcuni punti del film a Giacomo sia anche affidato il compito di “impersonare” Verdi in alcune salienti vicende della sua carriera.

Zoni: Non sbagli affatto, anzi da una parte questa tua domanda mi fa sentire un pochettino sollevato perché non era in effetti semplicissimo da comprendere. Diciamo che per rendere il tutto abbastanza scorrevole, dal momento che volevo un documentario ma senza dubbio non volevo nulla di noioso o troppo didascalico, ho voluto unire circa tre linee narrative: quella del bambino melomane istruito da suo nonno, che gli faceva ascoltare musica classica fin da piccolo, l’avventura di lui per entrare nel club e infine la parte riguardante la biografia di Verdi, recitata proprio dal piccolo e unita alla componente documentaristica, formata dal repertorio di foto e video d’epoca dell’Istituto Luce Cinecittà. In questo modo la scena cambiava continuamente assetto, alternandosi in queste tre vesti, e la visione non risultava monotona o piatta come rischiava invece di succedere affidandosi totalmente allo stile documentaristico classico.

Di nuovo — parlando sempre da spettatrice, s’intende — devo trovarmi d’accordo con te. Per quanto riguarda invece la scelta di fare un prodotto che fosse a metà tra il documentario e la fiction, come mai non hai scelto la strada del biopic, magari con il piccolo Giacomo come protagonista? Ha senza dubbio talento, sarebbe stato in grado secondo me di reggere un film vero e proprio. Non avresti raccontato questa storia in nessun altro modo?

Zoni: No, non credo avrei mai raccontato questa storia in un altro modo: questa è la forma secondo me più credibile perché parte da una realtà concreta. L’avventura quasi alla Harry Potter di Giacomo è vera al 100% e l’avremmo falsata rendendola la sceneggiatura di un film completamente di fiction. Non è un caso che abbiamo voluto aprire il documentario con una delle sue interviste. All’inizio delle riprese aveva 11 anni, infatti abbiamo poi dovuto inserire un salto temporale, che poi si intervallano per tutta la durata del film. Diciamo che, essendoci già i presupposti documentaristici forniti dal contesto reale, c’era anche la possibilità di introdurre poi scene di finzione e non avevamo bisogno d’altro: mi piace sempre cercare di raccontare la realtà e offrire allo spettatore un contatto particolare con la storia.

Beh, se posso dirlo, alla fine l’hai sfangata molto bene, ma diciamo che non hai scelto una strada semplicissima. Voglio dire, tutte queste linee narrative da unire in un documentario che in realtà lo è solo in parte, come minimo avrai litigato svariate volte con chi si occupava del montaggio.

Zoni: [ride] Non sai quanto hai ragione! Mi piace complicarmi la vita, eh? Ma poi la cosa bella è stata che, delle quaranta persone che lavoravano per me, nessuno sul set capiva bene cosa io stessi facendo e io dovevo dare l’idea di star seguendo una direzione precisa e chiara quando in realtà io stesso non avevo ben chiara la situazione. È stato tutto un esperimento che poi si è inverato e, nonostante comunque avessi sempre avuto un progetto mentale di cosa volevo, ho capito davvero cos’era quando l’ho finito. Ovviamente tutto ciò ha creato vari contrasti con chi si occupava del montaggio — come hai intuito tu — perché era qualcosa di davvero complicato da fare, simile a un mosaico: non c’era una voce narrante che spiegasse qualcosa, quindi doveva essere tutto legato bene e in maniera perfettamente comprensibile senza spiegazioni. Poi non volevo risultasse pesante, perciò le interviste, le scene di finzione e i video e foto d’epoca andavano montati in maniera complementare e alternata non in tre compartimenti stagni sequenziali. Questo ha messo tutti un po’ in difficoltà, ma alla fine il risultato mi sembra sia stato abbastanza gradevole.

Assolutamente sì! Già il fatto che Rai 1 abbia deciso di mandarlo in onda come “Speciale” ne sancisce una certa qualità, credo, poi se calcoliamo che lo ha mandato la sera di Pasqua — in seconda serata, per giunta — e nonostante queste condizioni apparentemente avverse “Il club dei 27” ha comunque ottenuto ottimi dati di share, puoi largamente ritenerti soddisfatto direi.

Zoni: [ride] Sì, beh, in effetti non mi sarei mai aspettato di ottenere lo stesso share de “L’Isola dei Famosi” quella sera. Poi la cosa che mi ha davvero stupito è stata la popolarità tra i giovani, tra i più piccolini nello specifico, anche nelle sale: questo significa che davvero la storia ha avuto su tutti, indifferentemente dall’età, la potenza e l’impatto visivo che desideravo. I riconoscimenti vinti a Bologna, anche, mi hanno davvero aperto il cuore e sono arrivati in maniera del tutto inaspettata, considerando che non mi aspettavo affatto questo livello di gradimento e risonanza: era un film che sentivo di fare più che altro per me, così come tutti gli altri del resto.

Cosa intendi con quest’ultima affermazione? Considera che è la mia ultima domanda, perciò rispondimi come se in chiusura dovessi spiegare a un giovane e aspirante regista, ovvero al te di poco tempo fa visto che non siamo poi così lontani d’età, cosa serve per fare il tuo lavoro. Anzi più che altro come “ce la si fa” a farsi spazio tra i colossi del cinema e a fare il tuo lavoro ad oggi.

Zoni: Eh… Ti piacciono le domande difficili, vero? [ridacchia] Dunque, senza dubbio ci vuole tanta determinazione e forza d’animo: come hai detto tu bisogna farsi spazio tra dei colossi, il che significa che bisogna anche essere preparati a prendere parecchie “mazzate”. Poi come ho detto a me piace pensare che ogni film vada fatto per se stessi indipendentemente dalla ricerca dei consensi di pubblico e critica. Sia chiaro, non sono uno di quelli che schifano a prescindere la “commercialità” nei prodotti cinematografici: esistono vari generi cinematografici proprio per questo e anche a me piace sedermi in tutta leggerezza a guardare una bella commedia o un action pieno di effetti speciali da panico; penso solo che non si debba mai rinnegare la propria essenza quando si decide di fare il regista, perché in ogni film c’è un pezzo di chi lo ha girato e voluto. Intendevo questo dicendo che, pur non aspettandomi un tale livello di gradimento e risonanza, l’ho fatto comunque questo film, come tanti altri che sapevo potessero risultare forse un po’ “particolari” o difficili da realizzare. Che poi, mi sento di dire soprattutto questo ad un aspirante regista, è importantissimo mettersi sempre in difficoltà: bisogna sapersi sfidare all’ultimo sangue per poi vincersi e riuscire ogni volta, sempre meglio.

Bene Mateo, nell’informarti che quest’ultimo pensiero lo metterò in evidenza quando lo scrivo, [ride] ti ringrazio anche a nome di CulturArte per aver parlato con me e ti auguro di continuare a raccontarci così bene mille altre storie dalla tua postazione di regia.

Zoni: Grazie a voi ragazzi, me lo auguro anche io!

-Margherita Cignitti.

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La (Cine)città delle bellissime bugie

In un sabato pomeriggio di aprile — che evidentemente è un giugno prematuro, data l’afa permanente — ho attraversato la bella Roma in lungo e in largo per arrivare a Cinecittà partendo da Roma sud. Ci ho impiegato due ore ma ne è valsa la pena: sono approdata in un parco grande quanto il mio paese, pieno di gente, prati verdi e studi televisivi. Girando l’angolo mi sono ritrovata a Poggio Fiorito (dove pensavo di trovare nonno Libero o Torello, ma si vede che al momento non erano in casa); dopodiché, 10 minuti più in là, mi sono ritrovata  tra i viottoli dei fori romani a percorrere l’Appia Antica, poi in Egitto, tra Marco Antonio e Giulio Cesare. Lo ammetto, quando avevo la frangia molti mi hanno fatto notare una certa somiglianza con Cleopatra, ma non pensavo che tra una mummia e infiniti rotoli di papiro mi sarei trovata così a mio agio! Cinque minuti dopo, però, mi sono sentita a mio agio anche nei panni di una concubina che, assieme a Cesare, beve dalle anfore un vino dolcissimo, quasi un mosto ricco di spezie e miele a tutte le ore del giorno.
Sebbene immedesimarsi in una mignotta non sia il sogno di vita di nessuna (o quasi), nell’Attrezzeria 107 di Cinecittà ci si sente per forza un po’ così: forse perché si è circondati da oggetti di ogni tipo, frutta (rigorosamente finta), scaffali pieni di brocche, bicchieri, boccali e vasi in porcellana, altarini, statue, forme di formaggio (ahimè, anche queste finte) e infiniti triclini — che, per intenderci, sono quei fantastici lettini di legno su cui ci si metteva di lato durante i banchetti: con una mano si teneva la testa, con l’altra si gustava un grappolo d’uva o un boccale di vino.

L’Attrezzeria 107, eccezionalmente aperta al pubblico per quattro weekend dal 7 al 28 aprile, è, per definizione della preparatissima guida, «l’attrezzeria mito», in quanto contenitore di tutti quegli oggetti che i set creator hanno selezionato per le scene di quei film kolossal che almeno una volta nella vita ognuno di noi ha visto. Stessa cosa vale per i 3 set permanenti che abbiamo visitato, dove hanno girato tra i tanti film il remake di Ben Hur, Il Messia e Rome, ossia la “Beautiful romana”: non è incredibile che da un semplice cancello si possa essere catapultati nell’antica Roma del Senato e del tempio di Venere prima, nella suburra romana tra le botteghe e le case della plebe poi, per finire in seguito a Gerusalemme?
Non è bellissimo ritrovarsi in un cortile in cui a destra c’è Assisi e la Firenze di Amici miei – come tutto ebbe inizio in una sola chiesa e a sinistra il famosissimo balcone da cui si affacciò Giulietta?
Ma Cinecittà non è solo i 3 set permanenti esterni: è anche 22 teatri posa; è la mostra su Fellini; è il leggendario Studio 5, il primo teatro di posa europeo che, con i suoi 80 metri quadri, ha ospitato Canzonissima, Amici e visto Benigni interpretare la Commedia, oltre ad essere stato la seconda casa di Federico Fellini — si narra addirittura che avesse un mini appartamento nei camerini; è il Teatro 5, contenitore di film come La dolce vita e Casanova… sì, c’è anche una piscina all’interno. 

A quanto pare la cinematografia è veramente l’arma più potente, come diceva Benito Mussolini, visto che Cinecittà è ancora in piedi dal 28 aprile 1937.

È bello pensare che la finzione e l’artificialità possano far sognare grandi e bambini.

A parer mio, le bugie non sono mai state così belle.

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-Caterina Calicchio.

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CINEMA UNDERGROUND: Da bambino guardavo i Power Rangers

Cinque ragazzi in tutina attillata colorata combattevano contro mostri che settimanalmente minacciavano la Terra; quando il nemico era troppo forte, ecco che arrivava il sesto membro del gruppo, più potente e solo per quell’episodio, ad aiutare la squadra; il nemico una volta sconfitto tornava in forma gigante e i rangers ricorrevano al “Megazord”, un robot delle stesse dimensioni del nemico, per sconfiggerlo definitivamente. Questi erano i “Power Rangers”, serie televisiva americana molto popolare nei giovanissimi degli anni Novanta, ispirata al serial giapponese Super Sentai. Gli americani non hanno fatto altro che mantenere le scene originali con i rangers trasformati e rigirare le scene sostituendo agli attori nipponici quelli occidentali. I Super Sentai fanno parte del genere Tokusatsu, insieme ad altre serie come Kamen Rider e Ultraman, che a loro volta seguono la scia dei kaiju movies (di cui Godzilla è l’esempio più iconico). Le trame verticali degli episodi insegnavano ai bambini di quegli anni insegnamenti sul valore dell’amicizia, sul trionfo del bene sul male e potevano persino fornire  aiuto nei piccoli problemi quotidiani, esattamente come ogni storia a tema supereroi, americana o giapponese che sia. Prima o poi la domanda: «ma cosa fa un supereroe nella vita di tutti i giorni?» sarà sorta a qualcuno e molti registi hanno provato a dare una risposta: si può citare, anche se non si tratta di cinema, Invincible di Robert Kirkman – in cui è centrale la vita di un adolescente che, tra i problemi dei primi amori e i compiti in classe, si trova a fronteggiare un attacco alieno in piena regola – oppure Kick-Ass di Mark Millar – dove un ragazzo, di fronte all’impossibilità di avere dei superpoteri, si veste da supereroe e cerca di aiutare il prossimo anche con piccoli gesti. Un regista giapponese, già famoso per la sua esperienza in TV e approdato successivamente al mondo del cinema, realizza un’opera che può rispondere nella maniera più adeguata alla domanda fondamentale sopracitata: nasce così nel 2007 Big Man Japan (Dai-Nipponjin), di Hitoshi Matsumoto. Il film è un documentario fittizio che segue la vita di Dai Sato: vedremo una troupe televisiva mostrarci i segreti di quest’uomo, professione supereroe, che lavora per il governo giapponese; gli basta una scossa elettrica per diventare alto 30 metri e poter combattere il mostro che periodicamente minaccia il Paese. La scossa però deve essere adeguata, ci racconterà che la demenza del nonno (supereroe anch’esso, conosciuto come Il Quarto per via delle sue grandi imprese) è dovuta alle troppe scariche elettriche ricevute; il padre, invece, morì sottoponendosi a scariche maggiori, nella vana speranza di diventare più alto. Ma a parte questi episodi sul suo passato e fini a sé stessi, il nostro Matsumoto ci fornisce tanti elementi su cui riflettere: innanzitutto si nota il suo amore per il Cinema, la sua passione per i film giapponesi degli anni ’40 e ’50, che mostrano la banalità della vita (anche se si tratta di un supereroe) e riprendono il cinema di Ozu, creando così un’opera che è quasi neorealista e mettendo in scena un Kaiju Movie tutto suo, senza trarre la storia da fumetti o libri. Il tema principe dell’intera pellicola è proprio la banalità: un supereroe in una società come quella giapponese è noioso, poiché aiutare il prossimo è un dovere morale del cittadino giapponese. Ciò comporta un tasso di criminalità più basso, ma degenera facilmente nella noia, nella depressione e in certi casi nel suicidio, perché tutto il lavoro, tutti gli sforzi sono dovuti e non vengono valorizzati. E così è anche per un supereroe: proteggere gli altri è un dovere e anche la paga, nonostante sia un lavoratore a tutti gli effetti, è scarsa. Se accostiamo il tutto ad una società fortemente influenzata dai media in cui conta come appare il combattimento, quante sponsorizzazioni può ricevere l’eroe e quanto alto è l’indice di share, la situazione emotiva di Dai Sato si corrompe facilmente: egli non vuole più combattere, o lo fa svogliatamente: gli ascolti calano e il supereroe viene preso in giro dai pochi che lo guardano ancora, gli sponsor finirebbero col rimetterci piuttosto che guadagnarci e i media vi si interessano sempre di meno. La critica alla società nipponica è molto forte, e oltre al consumismo che l’ha divorata totalmente, si mette in discussione anche l’attaccamento che si ha alle tradizioni, la voglia di non cambiare: la figura dell’uomo forte e la donna “principessa” è incarnata dall’ex moglie del protagonista, che non vuole vedere il marito ma vive lussuosamente solo con lo stipendio di lui. Hanno una figlia che potrebbe trasformarsi anche lei e mandare avanti la tradizione, ma l’ex moglie  non gliela fa vedere per paura che segua le orme del padre, poichè una donna non è adatta a combattere. La soluzione arriverà dallo spazio, vedremo infatti un’intera famiglia di supereroi che aiuterà Dai Sato nella battaglia finale.
Nonostante il tedio sia la colonna portante del film, la visione è tutt’altro che noiosa: i dialoghi sono molto originali e l’intervista ai vari personaggi è inframezzata dai combattimenti, che diventano sempre più patetici seguendo lo stato d’animo di Dai Sato; le musiche non sono tante, ma sono tutte inerenti al tema del film. Particolare menzione per le scenografie che contestualizzano il tutto e rendono verosimile l’esistenza di un supereroe nel nostro mondo, nella nostra società. Nella parte finale la CGI a basso costo tipica dei serial giapponesi viene abbandonata per gli effetti speciali utilizzati nei film più “vecchi”, per accontentare ogni appassionato del genere, pur contenendo, quest’ultima, una lieve vena satirica. Il film è fruibile gratuitamente su Internet e consiglio la visione a tutti quelli cresciuti come me con i Power Rangers o con altre serie simili, poiché si tratta di un film passato in sordina, ma non troppo (a Hollywood si sta pensando di farne un remake), è bene guardarlo il prima possibile e godersi questa perla rara prima che sparisca nel nulla.

-Matteo Verban.

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La mia prima “ULTIMA CORSA”: Riflessioni sul film Her

Tappato da giorni in casa per colpa della neve e del ghiaccio, intrappolato in una sessione che sembra non avere fine, ho deciso di spuntare una voce dalla lista che ogni cinefilo che si consideri tale possiede; quella che si moltiplica come i chicchi di riso sulla scacchiera della leggenda. Così, con solo qualche anno di ritardo, ho visto l’acclamato film Her di Spike Jonze e l’ho trovato davvero incredibile.

La storia, per chi fosse ancora più ritardatario di me, narra della relazione fra Theodore, interpretato da un grande Joaquin Phoenix, e Samantha, sussurrata da una irresistibile Scarlett Johansson. La peculiarità del film è che Samantha non possiede un corpo fisico, essa è un sistema operativo che interagisce grazie a un’auricolare e una telecamera presenti nel telefono di Theodore. Così, sebbene tutto inizi come una specie di relazione capo/segretaria, ben presto la faccenda si evolve sempre più velocemente e l’innamoramento fra i due sembra inevitabile. Theodore è un romantico e sensibile scrittore di lettere per conto di terzi impantanato in un divorzio che non riesce ad affrontare – e che forse non vuole; Samantha invece è molto più di un programma dentro un computer, è un essere senziente che possiede una sua personalità e un suo carattere, risponde agli stimoli esterni e più di qualsiasi altra cosa sente il bisogno di crescere in tutti gli aspetti dello scibile e del sensibile “umano”.

La prima cosa a cui ho pensato guardando il film è se fosse possibile innamorarsi o comunque provare dei sentimenti per una voce contenuta nel proprio telefono. È incredibile che nonostante la storia sia ambientata in un futuro prossimo questo aspetto dell’amore che si realizza tramite una terza parte inanimata, in questo caso tecnologica, sia così attuale e vicino a noi. Alla fine basta rifletterci un po’ per capire che tutta questa tecnologia presente nel film, di cui pubblico e critica hanno parlato anche troppo, non è troppo distante dal buco nel muro di Piramo e Tisbe: l’auricolare e la telecamera – così come il buco nel muro – non sono altro in realtà che il ponte che permette l’incontro e unisce i due protagonisti. La cosa che rende reale la relazione fra Theodore e Samantha infatti è la relazione stessa, i suoi alti e bassi, il suo intero svolgimento, la loro crescita personale che si riflette anche nello sviluppo del loro rapporto.

Così mi è venuto quasi naturale accostare la storia d’amore di Her a un’altra relazione apparsa sul grande schermo: sto parlando di Alvy e Annie, rispettivamente alter ego del regista e sceneggiatore del film Woody Allen e della sua compagna dell’epoca Diane Keaton. La cosa che accomuna Her con Annie Hall è proprio la naturalezza e l’autenticità che traspare dall’evoluzione delle due storie. Le coppie si incontrano, si avvicinano, si scontrano e alla fine avviene quel “distacco” che ad un primo sguardo potrà sembrare triste o sbagliato, ma che in realtà non è altro che una ulteriore evoluzione di un sincero e reale contatto fra due esseri (quasi) umani. Nonostante possa sembrare che a Theodore rimanga uno “squalo morto” alla fine della proiezione basta poco per capire che non è così. Gli serviva la grande fame e la voglia di “essere” di Samantha per superare il divorzio o per pubblicare le sue lettere, per essere sé stesso e, infine, per avvicinarsi a chi davvero teneva a lui. E così a Samantha serviva Theodore per conoscersi e conoscere il mondo, sempre di più, fino a diventare reale e capire che questo qui di mondo non le bastava più.

Se una vena di tristezza esiste in questa opera va trovata nella consapevolezza che ci regala. L’amore e i sentimenti che proviamo certe volte contribuiscono a far finire la relazione stessa che avevano causato e da cui erano nati, ma infondo continueremo ad andare avanti perché forse è proprio come diceva Alvy alla fine di Annie Hall:

 

«E io pensai a quella vecchia barzelletta, sapete… Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, e il dottore gli dice: “perché non lo interna?”, e quello risponde: “e poi a me le uova chi me le fa?”. Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm… e pazzi. E assurdi, e… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova…»

 

-Franco Savi.