Stefano Benni a Roma Tre: vivere e raccontare, leggere e sorprendersi

Il 3 marzo, nella giornata più calda di questo 2017, è ospite nella facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre Stefano Benni, scrittore e poeta italiano. Si presenta con un salve del tutto informale e viene accolto calorosamente dai moltissimi studenti presenti all’incontro.
Per introdurre l’iniziativa viene letto un brano tratto da Comici spaventati guerrieri (1986), che rappresenta uno dei primi romanzi dello scrittore.

«Rileggendolo non mi vergogno d’averlo scritto», afferma Stefano Benni con un velo d’ironia. Lo racconta come un libro che tratta di un dolore attuale, la scrittura è lo strumento che sente di saper usare meglio e per questo l’adopera per esprimere ciò che è il mondo e quello che è la politica. Ammette di aver avuto fortuna perché l’editoria è andata complicandosi negli anni, ed ora è molto più difficile diventare scrittori. Riferendosi a Comici spaventati guerrieri: «E’ il primo libro che mi ha fatto sentire di poter essere uno scrittore».

Racconta la sua relazione con la letteratura: «Ho deciso di scrivere perché ero un lettore», i libri per Stefano Benni erano come degli amici. Per un lungo periodo della vita ha guardato alla scrittura come ad un mondo abitato da altri. Infatti, non si definisce uno scrittore di vocazione e scherzando afferma: «a dodici anni volevo fare il calciatore!».

Iniziò la sua carriera come giornalista, ma non era soddisfatto dalle modalità di scrittura del giornalismo «perché scrivevano tutti meglio di me!». Non si definisce uno scrittore moderno, uno scrittore che ama l’attualità: «Non mi è dispiaciuto quando mi hanno dato dello scrittore dell’Ottocento». La scrittura è per lui un processo di trasformazione, il lavoro della riscrittura è fondamentale per migliorarsi. Bisogna immaginare la scrittura come un’orchestra in espansione, puntando ad un miglioramento in prospettiva. Secondo Stefano Benni, questa ricerca di tutte le tue possibili scritture è la scrittura.

Gli viene chiesto che ruolo ha il pubblico nelle sue opere, se questo riveste un’influenza significativa. Risponde dicendo che non ha mai pensato di identificare un pubblico preciso nel suo lavoro. «Il mio è un pubblico avventuroso!», definisce i suoi lettori come quelli che entrano in libreria, scelgono un libro e amano essere sorpresi. Lo stile dello scrittore, infatti, non è uno stile omogeneo ma punta a sorprendere ad ogni pagina. Stefano Benni ricollega questa scelta al suo essere stato un lettore che ricercava la sorpresa nella letteratura «Perché sorprendersi è il piacere di leggere». Sicuramente l’avere molti lettori giovani è per lui una grande responsabilità.

Il clima sociale, le sue origini rappresentano per Stefano Benni un’ispirazione marginale. Le sue opere sono frutto di ciò che vive ogni giorno. Al di là se queste siano testi realistici, al di là di ogni immaginazione: si parla sempre di realtà. Anche le storie di fantasia parlano e descrivono la verità, come ogni testo realistico ha di fondo un’interpretazione ed un influenza date dall’autore.

Viene letto un altro brano, questa volta tratto da Margherita Dolcevita (2005). «Un libro è un buon libro se dura. Forse questo è l’unico criterio di vanità che può avere uno scrittore, quello di produrre cose che durano negli anni». Per Stefano Benni un’opera di valore è quella che entra nel tempo della letteratura. A questo punto fa un’osservazione sulla vita di alcuni artisti, le cui opere sono state rinvenute postume: «Il 90% dell’arte nasce dalla sofferenza. Non per questo bisogna augurarla…», poi aggiunge «… forse se a Van Gogh avessero comprato un quadro con i soldi sarebbe andato a cena fuori, forse per questo non avrebbe dipinto i Girasoli, ma sarei stato più contento per lui!».

Si affronta la tematica che vede la scrittura e la letteratura nel mondo contemporaneo. Secondo Stefano Benni non sono destinate a scomparire. Forse l’avvento di Internet potrebbe eliminare le librerie, e questo è un peccato se si pensa al libraio come un intellettuale che poteva aiutare nella ricerca di una buona lettura, tuttavia Internet non potrà mai eliminare la scrittura.

La tecnologia ha grandi potenzialità e può creare dei nuovi lettori, ma purtroppo la realtà dei fatti ci racconta che questi non stanno nascendo. «La tecnologia non è nemica del libro, anzi. Purtroppo la dittatura della mediocrità televisiva potrebbe annientarla…» ammette Stefano Benni con un po’ di lucido rammarico, ma subito dopo aggiunge «… ma i libri continueranno dispettosamente ad esistere».

Per concludere l’iniziativa ci regala tre consigli per poter intraprendere il suo percorso: «Il primo consiglio che sento di darvi è quello di leggere, più si legge più si impara la musica della scrittura. Si impara ad usare tutte le possibilità della propria lingua» e poi aggiunge «La scrittura è disordinata, nel disordine si trovano innumerevoli possibilità». E’ fondamentale scrivere e riscrivere, leggere e rileggere puntando ad un lavoro lungo e accurato pronto a trasformarsi ad ogni riscrittura: «Al giorno d’oggi c’è quest’idea della velocità, che è del tutto sbagliata», il lavoro deve prendersi il tempo che gli occorre. Bisogna scrivere pensando al tempo della letteratura, immaginando un lettore futuro «Scrivete per un lettore del 2050!» conclude Stefano Benni.

Si sofferma però su due aspetti che bisogna sempre tenere a mente, scrivere non equivale a pubblicare. Ogni scrittura ha una dignità anche senza la pubblicazione: «Pubblicare la propria opera rimane, tuttavia, un passo importante; perché è in quel momento che quello che hai scritto diventa degli altri». Scrivere o leggere non è una cosa facile, aggiunge, la cosa più difficile della scrittura è quella di divenire unici nonostante i modelli e le influenze: «Il bravo scrittore è quello che diventa insostituibile».

Risponde alle domande degli studenti presenti incuriosito e vigile, descrive l’ispirazione che si riversa nella poesia come qualcosa che ha una musica chiara, che influenza il definirsi di una composizione di versi. Fa luce sul disincanto percepito nelle sue ultime opere: «Nella crescita si attraversa tanta dolcezza e tanto dolore, nella scrittura può rimanere il segno di quel dolore o di quella gioia. Nessun libro si può dire se finisce bene o se finisce male, c’è la liberta del lettore. Un libro è quel che ci si trova».

Come farsi capire da chi non ci vuole comprendere, come approcciare con chi non vuole sapere: «Nessuno sa niente. Il dialogo non si fa con chi è d’accordo con te, anzi è molto interessante vedere quello che pensa chi riveste la figura “dell’ignorante”» e poi determina la figura dell’intellettuale «Sono tutti coloro che vogliono pensare, comprendere, mettere la testa in quello che fanno».

Gli studenti sono pieni di domande ed alcuni perfino di una grande emozione davanti ad un uomo semplice che pare non abbia voglia di tenersi nulla per sé. L’aula a poco a poco si svuota, ed uscendo qualcuno dà un significato un po’ più fantastico a quel sole e a quel caldo. Come la letteratura hanno la capacità di sorprenderci, che è un po’ anche il piacere di vivere.

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Qualcuno e non qualcosa

Il Chiostro del Bramante festeggia il suo ventennio di attività con un’iniziativa più unica che rara: Love. L’arte contemporanea incontra l’amore. Mettendo da parte lo scetticismo iniziale dato dalla prima parola Love (questo termine non è che mi piaccia granché perché mi fa pensare alle dodicenni che sanno solamente questa parola in inglese e la ripetono all’infinito: lovv), se si prova ad andare oltre si vede scritto in un “odioso nero su bianco” un qualcosa di più: l’arte contemporanea.

Arte che poco si tende a conoscere se non si è spinti da un forte interesse o curiosità. Si passa da Marc Quinn a Joana Vasconcelos, da Andy Warhol a Gilbert & George. Per giungere alla giapponese Yayoi Kusama ossessionata dai pois. La mostra, che sarà possibile vedere fino al 5 marzo, scorre forse troppo velocemente. Ci si immerge in uno spazio colorato, forte e folle, dolce ma straziante: tra foto, sculture e scene cinematografiche si vive l’amore visto da una prospettiva che non ci appartiene e al contempo è di ognuno di noi. Chi lo vive come fosse un gioco puramente sensuale, chi lo vede come un continuo compromesso a cui sottomettersi, chi lo vede come crescita e unione e chi come psichedelia (o farfalle nello stomaco, il che è più o meno la stessa cosa).

Così mi piace interpretare l’opera di Yayoi che chiude la mostra. Si entra in una piccola stanzina in cui si può rimanere per solamente venti secondi. Pochi? No, assolutamente. Più che sufficienti per farti mancare l’aria. Provi a guardarti attorno ma rimani immobile. Il tuo sguardo ti fa concentrare su questi pois neri e intensi su sfondo giallo, contrasto che ti lascia con un piccolo vuoto. I venti secondi finiscono, esci, prendi aria e ti senti meglio.

Perché l’amore deve essere così. Ti deve dar modo di guardare la realtà da prospettive differenti, di essere tutto e completo. Prima con te stesso.

“Di quante preoccupazioni ci si libera quando si decide di essere qualcuno e non qualcosa”.

Gabriele Mainetti: una vita seguendo una passione

Nell’Ottobre del 2015 al Festival del cinema di Roma, sfogliando la lista dei film partecipanti e le conseguenti recensioni ne spuntavano alcune entusiastiche verso un film italiano che trattava in chiave drammatica il tema del supereroe. Un film sui supereroi ambientato a Roma? È tutto vero?

Le critiche erano tutte positive e tutti parlavano bene del film, molti gridavano al miracolo credendo che il cinema di genere italiano fosse resuscitato. Io allora sempre più fomentato iniziai a cercare più informazioni possibili sul regista, un certo Gabriele Mainetti (nome a me ancora sconosciuto) che tra le altre cose si era laureato al DAMS, il mio stesso indirizzo di studi; c’è speranza anche per me pensai.

All’attivo Mainetti aveva molte partecipazioni come attore in film tipo “Il cielo in una stanza” di Carlo Vanzina e fiction televisive italiane e opere teatrali, anche se la sua passione restava la regia. Comincia a girare cortometraggi nel 2003 ma solo cinque anni più tardi verrà notato dal pubblico con “Basette”. Questo corto ha per protagonista Antonio (Valerio Mastrandrea), un ladro che insieme ai suoi amici sta per commettere il colpo della vita, ma qualcosa va storto e vengono feriti, però prima di morire immagina la sua vita nel mondo di Lupin III e se ne va con un sorriso. Nel 2011 fonda la sua casa di produzione Goon Films con la quale l’anno successivo realizza “Tiger Boy” corto ispirato a L’Uomo Tigre, racconta la vita di un bambino che sia a scuola che a casa indossa perennemente la maschera del wrestler Il Tigre (suo grande idolo) senza togliersela mai, si scoprirà dopo cosa si nasconda dietro questa peculiare caratteristica.

Con questo progetto Mainetti conquista svariati premi tra cui il Nastro d’argento 2013 come “Miglior Cortometraggio” e viene selezionato, nella medesima categoria, dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences tra i 10 finalisti per la nomination all’Oscar 2014. La vera svolta però arriva solo nel 2016 quando nelle sale italiane arriva “Lo chiamavano Jeeg Robot” primo lungometraggio per Mainetti; l’idea per questo film risale al 2009 secondo il regista e partorirla non è stato per niente facile poichè dopo aver cercato invano tra i produttori italiani, che per nulla credevano nel suo progetto, Mainetti ha dovuto autofinanziarsi con molte difficoltà. Questo film porta il genere supereroistico, ormai assorbito completamente dalla nostra società da molti anni e lo fa suo alzando di livello.

Il film ha per protagonista Enzo Ceccotti, un ladruncolo della periferia romana, che durante un furto finisce nel Tevere acquisendo una forza sovrumana a causa della presenza di sostanze radiottive. Come ogni pellicola di questo genere, il protagonista affronterà un cambiamento interiore utilizzando i suoi poteri dapprima per scopi egoistici infine per il bene comune. Ad arricchire questo film abbiamo i personaggi di Alessia e dello Zingaro, la prima indirizzerà Enzo verso il percorso dell’eroe mentre il secondo lo intralcerà. Il film è un grande successo e porta a casa una carrellata di premi come, il più ambito per Mainetti: il David di Donatello come miglior regista esordiente.

Non voglio essere considerato il cavaliere sul cavallo bianco con lo stendardo che dice “Cinema di Genere“. Io sono per il Cinema nuovo. Non mi importa niente di vedere un film di genere che sia una brutta imitazione di quello degli anni ’70, voglio vedere roba che sia diversa. E questo è possibile solo se l’autore si batte per la propria idea e i produttori – e questo è un passaggio chiave – la sostengono, la capiscono e quindi tutti insieme fanno lo stesso film.

Questo dichiara Mainetti in una recente intervista e come per il suo Jeeg, lui ha affrontato una strada pieni di ostacoli senza mai cadere ed è riuscito ad imporre una propria filosofia all’interno dell’ambito cinematografico, con fatica ma seguendo la sua passione, ciò che ognuno di noi dovrebbe fare.

Un viaggio tra presente e passato

Brian Weiss nasce a New York, nel 1944. È uno scrittore ma soprattutto psichiatra che, dieci anni dopo essersi laureato alla Columbia University e aver tirocinato alla Yale nel 1970, entra in contatto con un mondo diverso da quello a cui è abituato ma nei confronti del quale non c’era mai stata una sua totale indifferenza: all’area pseudoscientifica comprendente reincarnazione e ipnosi regressiva.

In uno dei suoi libri – “Molte vite, un solo amore” – il dottor Weiss racconta due storie apparentemente separate: quella di Elizabeth, giovane donna in carriera che però a seguito della morte della madre incomincia a vivere una vita in perenne ansia e angoscia, con il chiodo fisso di non essere abbastanza, di essere sempre lei quella sbagliata; e quella di Pedro, un messicano che soffre per la perdita di suo fratello, morto a causa di un incidente. Weiss nota come frequentemente le persone con un gravoso lutto alle loro spalle si rivolgano a lui. L’obiettivo o il sogno di queste persone sarebbe poter rivedere i loro cari o anche solo capire qualcosa di più sulla morte. In questo libro, entrambi i protagonisti ricorrono alla tecnica dell’ipnosi regressiva per trovare ricordi. D’altronde si sa che la morte fa male per chi rimane.

Le vite di Elizabeth e Pedro sono però destinate a intrecciarsi, entrambi raccontano sotto stato d’ipnosi la storia di una delle tante vite precedenti in cui erano stati insieme, sotto forma di padre e figlia, e con il conoscersi poi in questa vita finiranno con l’abbandonare le loro ansie, crescendo. Sia Elizabeth che Pedro riescono ad arrivare, con dolore e fatica, alla radice del loro dolore. Viaggiano nelle loro vite, riconoscono situazioni che hanno contribuito a bloccare la loro anima dall’elevarsi, riconoscono anche persone che hanno ritrovato nelle loro vite attuali, persone che hanno fatto loro del male. La vera forza non star nel far finta di niente, anzi.

Queste storie raccolte da Weiss le sento vicine. Probabilmente perché è uno dei primi libri che ho letto quando ho iniziato a elaborare il lutto per mio padre. Perché anch’io mi sono fatta domande. Quando perdi qualcuno pensi di cadere, ti senti precipitare in un cilindro buio e senza fine, come se tutto ciò che sei riuscito a fare prima di quella perdita venisse meno, ma poi basta poco, anche un semplice sguardo che ti sia familiare per capire che non hai perso ma hai avuto modo di trovare altro, di crescere. Anche se è difficile, soprattutto perché vedi facce che ti guardano con compassione (e daresti uno schiaffone a ognuno pur di farli smettere) o bocche che ti dicono di essere forte, quando in quel momento tutto riusciresti ad essere meno che forte. Ma poi vai avanti.

Non ci sono certezze nella vita, si sa. Le paure possono essere tante, causate dalle più svariate situazioni: un trasferimento, un lavoro da consegnare, una traduzione da perfezionare, il treno da prendere; eppure in ogni cosa che possa causare agitazione, c’è un principio di cambiamento. Nelle più crude domande ci sono le risposte, proprio come dimostra Weiss. Il coraggio più grande è semplicemente quello di abbandonare per un attimo ciò che si crede il “porto sicuro” e trovare quel che si stava cercando.

Disturbi della creatività

La creatività è la capacità di trascendere dall’ordinario, può essere quindi definita come un istinto che non ha limiti, regole o confini. Proprio da questo principio è possibile intravedere tramite le loro opere l’anima di coloro che creano, inventano ed innovano pensando fuori dagli schemi.

Queste opere possono identificarsi come produzioni fuori dal tempo e dallo spazio, alcune addirittura in bilico tra genio e follia. Due qualità il cui rapporto ha ispirato numerosi e importanti studi sulla relazione, spesso in atto, tra i disturbi della personalità e la produzione di un’artista.

E’ facile ritrovare questi aspetti in Vincent Van Gogh, per il quale la rigida educazione religiosa ricevuta dal padre pastore protestante ed un’innata fragilità psicologica gli impedirono di adattarsi ad un mondo che sentiva sempre più estraneo ed incomprensibile. L’ inconfondibile stile caratterizzato da pennellate pregne di tinte accese e contrastanti, i contorni marcati, la prevalenza dei colori giallo e blu indicano un’intima angoscia e un vigoroso desiderio di creare un mondo in cui finalmente sentirsi in pace.

Meno celebre al grande pubblico ma altrettanto interessante è il caso di Antonio Ligabue o altrimenti detto “el matt” (il matto). Nato a Zurigo nel 1899 da una ragazza madre italiana, venne però successivamente affidato ad una coppia indigente, costretta a spostarsi di continuo in cerca di lavoro. Iniziò così per lui la lunga odissea di nomadismi, sradicamenti, violenze e abbandoni.

Selvatico, solitario, timido, insolente, sporco e soggetto a crisi depressive che lo portarono a diversi ricoveri psichiatrici. Il primo ingresso in manicomio avvenne nel 1917 a soli 18 anni, dopo una grave crisi di nervi, l’ultimo nel 1945 a Reggio Emilia. Povertà ed ignoranza fecero il resto.

Le opere di Ligabue raffigurano piante, contadini, animali principalmente predatori nel pieno del loro atto virulento, di sopraffazione, aggressione e rabbia senza filtri. Esatta trasposizione dei sentimenti che l’artista provava nei confronti di una società che non lo accettava e in cui non ha mai imparato a stare. Esorcizzava la paura attraverso la rappresentazione della forza, evocando la bestia da dominare e nella quale incarnarsi in un processo di metamorfosi schizofrenica.

Interessante il paragone tra i due, in cui è possibile scorgere delle somiglianze importanti sia stilistiche che di vita vissuta. Tuttavia, ad essere affascinante è l’analisi di come l’arte divenga non soltanto espressione di un rigurgito emotivo ma un mezzo per rendere costruttivo un istinto invece distruttivo: Van Gogh voleva attraverso le sue raffigurazioni che la sua idea di mondo, in cui non sentirsi più estraneo ma finalmente parte, diventasse anche per un attimo reale e non più solo un’allucinazione.

Per Ligabue, invece, l’arte non era tanto un rifugio, quanto piuttosto un veicolo della sua follia, la quale risiedeva proprio nella sua fragilità che lo esponeva all’emarginazione. La pittura era qualcosa a cui appartenere, da cui lasciarsi definire: in un estremo tentativo di imporre la sua scomoda personalità.

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