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Il futuro dell’immagine è decisamente in 4K, per l’immaginario invece c’è da attendere.

Nel secolo della globalizzazione e della prepotente ascesa tecnologica nelle nostre vite, ogni cosa diviene la versione migliore di se stessa, tutto intorno a noi è il 2.0 del suo vecchio volto, incluso l’occhio umano.
Con lo sguardo già rivolto alla neonata tecnologia “Nano Cell Display” che offrirà ai nostri televisori colori straordinari e precisi da qualsiasi prospettiva e angolo di osservazione, tiriamo le somme di questo uscente 2017 e della sua preannunciata rivoluzione visiva: la nuova frontiera dell’immagine, il 4K. Uno standard per la risoluzione della televisione digitale, del cinema digitale e della computer grafica, il cui nome deriva da 4kilo (“4 mila”), che indica l’approssimazione dei suoi circa quattromila pixel orizzontali di risoluzione. Denominata anche “Ultra HD” (esclusivamente in ambito televisivo) quest’evoluzione dell’Alta Definizione, nasce in realtà già nei primi anni duemila in ambito puramente cinematografico (la prima cinepresa commerciale digitale in 4K, lanciata sul mercato nel 2006, è dell’azienda “Dalsa Origin”; seguiranno poi i prototipi della “Sony”) e la sua ascesa si protrae sempre più nel nuovo millennio. Non fermandosi al limitante grande schermo, questo nuovo standard della risoluzione grafica man mano approda prima sui display dei nostri computer e televisori, poi su quelli dei nostri smart-phone. Nel 2016 è la “Samsung” con il suo “Galaxy S7” una delle prime aziende a montare uno schermo atto a leggere la risoluzione in 4K, seguita a ruota dalla “Sony” che con il suo “Xperia Z5” tenta la strada (per alcuni versi fallimentare) dello schermo generato direttamente in 4K, non solo abilitato a questo tipo di definizione. Ad oggi, autunno 2017, il boom definitivo di questa leccornia tecnologica sul mercato è già avvenuto a inizio anno e non rappresenta ormai nulla di così sconvolgente: ci stiamo abituando (ci siamo già abituati) ad avere una percezione dell’immagine, di qualunque tipo essa sia, quasi al massimo della sua potenzialità.
Cosa significhi poi nel concreto poter godere di questo tipo di immagine è presto detto: se ad esempio guardassimo un documentario sulle antilopi prodotto in 4K, su un dispositivo atto a questo tipo di risoluzione ovviamente, l’immagine di quegli animali sarebbe assai poco differente (fatta eccezione per il fattore tridimensionalità s’intende) da quella che il nostro occhio percepirebbe se ce ne andassimo in Sudafrica ad osservarli dal vivo; fatte le dovute distinzioni, si parla infatti del 75% di fedeltà alla realtà registrata dall’occhio umano.
Detta così l’innovazione può sembrare in realtà quasi sciocca o scontata, del resto siamo così abituati a credere fedelmente a ciò che vediamo sullo schermo che non ci siamo forse mai soffermati a pensare a cosa sarebbe successo se davvero avessimo sempre potuto ammirare attori, personaggi televisivi e in generale chiunque sui nostri schermi, per ciò che realmente è. Dunque quella patina magica, quello schermo che ci ha sempre diviso crudelmente dal mondo che più idolatriamo, sta definitivamente cambiando faccia e a noi la cosa sembra scivolare addosso. Il panorama all’orizzonte si prospetta quantomeno innovativo e al limite dell’aspettativa che chiunque di noi avrebbe avuto a inizio secolo, quando si assaporava da non molto l’avvento dell’HDTV, e noi accogliamo la cosa passivamente, senza farci troppe domande, senza neanche chiederci se abbiamo davvero bisogno di un 75% di realtà quando guardiamo la TV o quando siamo al cinema.
Davvero vogliamo distinguere ogni minima imperfezione sul volto di un attore? Siamo così sicuri che i dettagli migliori debbano esserci sbattuti sotto il naso?
La verità è che la risoluzione in 4K ci offre un cinema ed una TV che lasciano ben poco all’immaginazione e al mistero di un volto, di un paesaggio, di un colore, di un’imperfezione. Liz Taylor ad esempio, divenuta famosa con l’appellativo di “diva dagli occhi viola”, avrebbe davvero avuto gli occhi viola in 4K?
Molto improbabile dal momento che i suoi occhi sembra fossero in realtà di un azzurro molto intenso che a causa delle luci di scena mostrò più volte sfumature violacee. Il sensualissimo neo sulla guancia sinistra di Marilyn Monroe sarebbe risultato ugualmente sensuale in 4K? Altrettanto improbabile anche questo, piuttosto invece si sarebbe palesato come il banalissimo puntino disegnato con una comune matita nera da make-up che in realtà era. L’interpretazione magistrale ed iconica di Marlon Brando ne “Il padrino” sarebbe stata ugualmente incorniciata da un aspetto insieme rude e fine e da una perfetta mascella da “mastino” (frutto di due batuffoli di ovatta nelle guance) se le tre ore di trucco alle quali ogni giorno il maestro si sottoponeva fossero state visibili in 4K? Indubbiamente ogni cosa è figlia del suo tempo e ad oggi il make-up di scena è un’arte, una scienza quasi esatta capace di sfuggire anche alla risoluzione più avanzata e, in ogni caso, dove non arriva il trucco subentra la computer grafica. Tuttavia l’autenticità di un volto della TV o del grande schermo non è e non sarà mai proporzionale a quanto esso venga manipolato o al contrario messo a nudo. La bellezza di un paesaggio a volte risiede nel dettaglio invisibile, sfocato, quello che fa ipotizzare, quello che fa sognare. Cerchiamo la realtà, la perfezione, la nitidezza d’immagine ma siamo così sicuri che questo apporti reali migliorie anche al nostro occhio critico e oltre che a quello fisico? Essendo questa la generazione dell’estetica ossessivo compulsiva oltre che della sempre crescente evoluzione tecnologica, vogliamo davvero mettere la mano sul fuoco sul fatto che il 75% di realtà effettiva di un volto sullo schermo non ci distrarrà per nulla dall’anima che si cela o non si cela affatto dietro quel volto? Se davvero poi arrivassimo al punto in cui tutti i dispositivi (grandi e piccoli schermi) e non più solo alcuni, supportassero la risoluzione in 4K e film e programmi TV iniziassero dunque ad essere generati tutti secondo questo standard, avremmo ancora attori ‘brutti’ e conduttrici televisive ‘imperfette’? In quelle circostanze sarebbe concesso ad esempio all’immensa Anna Magnani di portare le sue meravigliose rughe davanti ad una cinepresa non più troppo gentile ma quanto mai reale e spietata? Del resto una volta alzato il tiro, una volta adattato uno standard, vanno adattati anche i restanti canoni. Con queste premesse non mi stupirebbe perciò non vedere più perfette imperfezioni alla Anna Magnani ma solo volti a prova di 4K. Non mi stupirebbe andare al cinema con i miei amici e vedere un film la cui trama e i cui attori inespressivi e dozzinali non riuscirebbero ad urtare neanche la sfera emotiva di un bradipo, scoprendo poi che lo stesso film viene premiato però per la fotografia e gli effetti speciali. Non mi stupirebbe affatto scoprire che il futuro sugli schermi è fatto solo da ciò che essi trasmettono, l’immagine (sciocco chi si era illuso che fosse altrettanto importante una certa qual anima), e questo è più che spaventoso.
Questo mio non stupirmi più di tutto ciò, questo nostro trovare normale tutto ciò, è terrificante.

Troppo amarcord e decisamente troppo pessimismo forse, non saprei dire. Nel dubbio non ci resta che stare a guardare la storia che fa il suo corso e non smettere in ogni caso di ricercare l’evoluzione che ci ha sempre (o almeno quasi sempre) contraddistinti.

-Margherita Cignitti.

Videointervista a Giorgio Colangeli

“Nastro d’Argento” come miglior attore non protagonista nel 1998, premio “Marco Aurelio” nel 2006, “David di Donatello” come miglior attore non protagonista nel 2007, semplicemente Giorgio Colangeli! Ti ringrazio per avermi concesso di intervistarti, per la tua straordinaria disponibilità e per il tuo tempo. Grande attore, cuore ancor più grande se possibile. A breve la video intervista anche su CulturArte, la pagina Facebook dell’omonimo giornale universitario di Roma Tre, che ringrazio altrettanto per la grande opportunità!
Nel frattempo aspettiamo e speriamo trepidanti una terza stagione di “Tutto Può Succedere”, fortunatissima serie TV che vede il nostro Giorgio protagonista anche per questa seconda stagione. Stay Tuned!

 

 

-Margherita Cignitti

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Alice Guy-Blachè: la madre del cinema

“Chi è il regista?”
Capita spesso di sentire e porre questa domanda. Al maschile. Infatti di solito associamo la regia cinematografica a un uomo, ma se vi dicessi che a inventare il mestiere di regista così come lo conosciamo noi oggi è stata una donna?

Alice Guy nasce nel 1873 a Saint Mandé, vicino Parigi. L’anno dopo la morte del padre e del fratello maggiore, nel 1894, comincia a lavorare come segretaria di Léon Gaumont, fondatore della casa di produzione omonima. Ha così la possibilità di assistere alla storica proiezione de “L’uscita dalle officine Lumière a Lione” nel 1895.Appassionatasi fin da subito a questo nuovo mezzo di espressione, dall’anno successivo Alice Guy si inventerà per certi versi “l’arte del Cinema”. Infatti è del 1896 “La fée aux choux”, un film di 60 secondi, durata eccezionale per l’epoca, che mette in scena la favola dei bambini che nascono sotto i cavoli. Da qui in poi, oltre a rivoluzionare il concetto di regista, fino a quel momento legato esclusivamente all’operatore di macchina, questa ragazza di appena 23 anni introduce le prime forme di finzione cinematografica. Prima di Griffith, della scuola di Brighton e anche di Méliès.

Negli anni successivi produce una moltitudine di contenuti, da commedie leggere a film horror sui vampiri fino a film musicali, per finire con l’incredibile “La vie du Christ”, 1906, un’opera monumentale di mezz’ora, basata sulle illustrazioni del pittore James Tissot e realizzata col fondamentale supporto di Gustave Eiffel. Ma se c’è un suo lavoro da vedere assolutamente, questo è “Les résultats du féminisme”, sempre del 1906. Nel film i ruoli sociali di uomini e donne sono invertiti. In soli 7 minuti le differenze di genere vengono ridicolizzate con geniale ironia e questo quasi quarant’anni prima che le donne ottenessero il diritto di voto in Francia. Si trova facilmente su youtube, perciò niente scuse, va visto.
In quegli anni Alice Guy sperimenta addirittura i primi film sonori, con l’ausilio del chronophone, uno strumento ideato da Gaumont in grado di sincronizzare le immagini del cinematografo con il suono registrato su un disco e riprodotto in sala durante la proiezione.

Tornando al 1906, il suo anno magico, la Guy conosce un operatore inglese, Herbert Blaché. Poco dopo si sposano. Lei ha trentatré anni, lui ventiquattro. Si trasferiscono negli Stati Uniti e nel 1910 fondano la “Solax”. In questo modo Alice Guy – Blaché diventa la prima donna a capo di una casa di produzione e, per non farsi mancare nulla, nel 1912 gira “A Fool and his money”, primo film con un cast interamente afroamericano. Dello stesso anno è “In the year 2000”, ambientato in un futuro in cui le donne governano la società, opera che però non vedremo mai, essendo andata perduta. Nel 1920 dirige il suo ultimo film. Due anni dopo divorzia con il marito e ritorna in Francia con i suoi due figli. Muore nel 1968, a 95 anni, “quasi dimenticata dall’industria che aveva contribuito a creare” ci ricorda Martin Scorsese. La straordinaria persona di Alice Guy-Blaché, in definitiva, si può racchiudere in una frase che ripeteva spesso ai suoi attori e che aveva fatto segnare su di un’insegna all’entrata degli studi Solax: “Be Natural”.

Claudio De Angelis

Rivalsa: il successo di una donna nel XVII secolo

“E’ qui la forza dei quadri della Gentileschi: nel capovolgimento brusco dei ruoli. una nuova ideologia vi si sovrappone, che noi moderni leggiamo chiaramente: La rivendicazione femminile.” (Roland Barthes)

Artemisia Gentileschi nasce a Roma nel 1593. E’ figlia d’arte: il padre, Orazio Gentileschi, è un pittore toscano di discreto successo. Artemisia cresce circondata dall’arte, e il suo talento è riconosciuto subito dal genitore, che la spinge a seguire le sue orme di artista. Ma Artemisia è donna, ed essere una donna XVII secolo non è facile. Lei lo sa, e nonostante tutti i pregiudizi imposti dalla società in cui vive, decide di seguire il consiglio del padre.

A diciassette anni dipinge il suo primo capolavoro, “Susanna e i vecchioni”, che stupisce a tal punto gli osservatori da fargli insinuare che il dipinto fosse stato in realtà realizzato in gran parte dal padre.
Due anni dopo, un terribile evento sconvolge la sua vita; Agostino Tassi, presunto amico di suo padre, la sorprende sola nella sua camera da letto e la violenta.

Durante il processo nei confronti di Agostino, Artemisia viene finanche torturata per provare a pilotare il processo; nonostante ciò, l’uomo viene condannato ad un solo anno di carcere che non sconterà mai.
Questa orribile esperienza, tuttavia, non la ferma.

Artemisia continua a dipingere e sviluppa uno stile potente, duro, dai tratti caravaggeschi, la cui influenza nelle sue opere è infatti evidente: la plasticità dei corpi è evidenziata dal deciso chiaroscuro, creato attraverso un fascio di luce che illumina la scena.Tuttavia, caratteristica peculiare di Artemisia è la completa assenza dei tipici tratti femminili, quali la delicatezza, la compostezza o la timidezza, nelle donne che dipinge.Esse sono per lo più eroine bibliche o mitiche, ma spogliate della loro aura di pudicizia e sottomissione tipica dell’epoca: sono donne forti, pronte a lottare per se stesse o per chi sta loro a cuore, disposte anche a versare del sangue con le loro stesse mani, pronte a soffrire per vincere, pronte ad uccidere.Il suo nome è sulla bocca di tutti, ed il suo talento è ormai indiscusso. Riceve commissioni dalla casata dei De Medici, e la sua fama supera i confini italici quando Carlo I d’Inghilterra la chiama per lavorare nella sua corte: Artemisia ce l’ha fatta.

Artemisia ha una cicatrice nel cuore che porterà tutta la vita, ma la cura al suo dolore risiede nei suoi pennelli e nelle storie delle donne che dipinge.
Donne come lei, donne che hanno sofferto, ma anche donne che hanno vinto.

Giuditta, Susanna, Cleopatra, Esther, Maddalena: Artemisia dipinge un po’ di se stessa in ognuna di loro, un po’ del suo desiderio di rivalsa, ed ogni donna può specchiarsi nella forza dei suoi soggetti femminili, anche a secoli di distanza.

Francesca Romana Leandri

Erri De Luca: distacco, protesta, clandestinità, comunità

Per la giornata del 6 marzo è stata organizzata un’interessante iniziativa da Ricomincio dagli Studenti, L’Evoluzione della protesta – dagli anni di piombo ad oggi con ospite Erri De Luca, famoso scrittore e giornalista italiano. Una delle prime cose che colpisce è l’espressione che fa quando sente definirsi come una delle figure più carismatiche, come se non si sentisse adeguato a ricoprire questo ruolo. Poi c’è quel calore che principalmente il sud ti porta ad avere: infatti, appena gli viene posta una prima domanda sui modi di evoluzione della protesta prende il microfono e si alza dicendo: “mi metto in piedi sennò non vi vedo, sono arrivato fino a qua”.

Erri si definisce non uno studioso né un testimone, ma uno di parte. Con questa prima precisazione inizia a parlare dei suoi anni, della sua gioventù, una gioventù di cui non sente nostalgia tanto non c’ puoj turnà ca tieni affà! Gioventù in cui la differenza demografica tra anziani e giovani era alta: i giovani erano consapevoli di essere tanti e di costituire una massa sia all’interno delle fabbriche sia all’esterno. Non bisogna dimenticare che si parla pur sempre della prima generazione italiana che subì la prima istruzione di massa. Proprio grazie a questa consapevolezza di esser massa si protestava per i diritti di tutti.

Non bisogna inoltre dimenticare l’appartenenza al Novecento, non un secolo qualsiasi ma il Secolo dal punto di vista rivoluzionario. Prima, a differenza di oggi, non si faceva protesta per risolvere un problema che potremmo definire interno e circostanziale. Ora si protesta all’interno di una piccola comunità e non si guarda alla realtà esterna, mentre prima la protesta era infettiva.

Tant’è che gli anni di piombo sono ribattezzati da Erri in anni di rame. Perché? Perché è il rame a essere il miglior conduttore e lo Stivale è visto come un circuito elettrico in cui non c’è una differenza tra ciò che accade a Nord e nel Sud di noialtri. Si scendeva in piazza anche per il Vietnam, si bloccava il quotidiano. Cosa che non accade oggi dove troviamo scioperi frammentati fondamentalmente perché, lo conferma Erri, siamo pochi.

I giovani vogliono sentirsi anziani e si sta diffondendo una sottomissione al mondo adulto, è per questo motivo che a noi non è consentita la protesta. Siamo passivi e con il sogno comune di andarcene, eppure ci tocca risanare questo Paese indebolito dalla corruzione e dalla mala informazione. C’è urgenza di informare.

Eppure nonostante ciò l’Italia è uno dei paesi con il maggior numero di volontari che consentono al Paese di aggiornarsi e di non bloccarsi. Dopo le domande poste dai moderatori Matteo Scalabrino e Paolo Palladino è toccato al pubblico. Una delle domande più sentite è stata posta da un ragazzo che voleva sapere se si fosse mai sentito solo all’interno di una protesta. Gli occhi azzurri di Erri s’incupiscono per una frazione di secondo, lo guarda e dice che si è sentito di passaggio nel deserto nel momento in cui si è trovato espulso da quel noi, quando c’è stata la disgregazione del pronome. A confronto con l’esponente di una generazione che ha trovato una comunità che lo accogliesse nel comune e non nell’individualità.

L’iniziativa termina tra autografi, sorrisi, sguardi, foto e ringraziamenti. Siamo usciti da quell’aula con più consapevolezza, del passato e di ciò che dobbiamo fare.

Foto di Alessandra Catalano

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Stefano Benni a Roma Tre: vivere e raccontare, leggere e sorprendersi

Il 3 marzo, nella giornata più calda di questo 2017, è ospite nella facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre Stefano Benni, scrittore e poeta italiano. Si presenta con un salve del tutto informale e viene accolto calorosamente dai moltissimi studenti presenti all’incontro.
Per introdurre l’iniziativa viene letto un brano tratto da Comici spaventati guerrieri (1986), che rappresenta uno dei primi romanzi dello scrittore.

«Rileggendolo non mi vergogno d’averlo scritto», afferma Stefano Benni con un velo d’ironia. Lo racconta come un libro che tratta di un dolore attuale, la scrittura è lo strumento che sente di saper usare meglio e per questo l’adopera per esprimere ciò che è il mondo e quello che è la politica. Ammette di aver avuto fortuna perché l’editoria è andata complicandosi negli anni, ed ora è molto più difficile diventare scrittori. Riferendosi a Comici spaventati guerrieri: «E’ il primo libro che mi ha fatto sentire di poter essere uno scrittore».

Racconta la sua relazione con la letteratura: «Ho deciso di scrivere perché ero un lettore», i libri per Stefano Benni erano come degli amici. Per un lungo periodo della vita ha guardato alla scrittura come ad un mondo abitato da altri. Infatti, non si definisce uno scrittore di vocazione e scherzando afferma: «a dodici anni volevo fare il calciatore!».

Iniziò la sua carriera come giornalista, ma non era soddisfatto dalle modalità di scrittura del giornalismo «perché scrivevano tutti meglio di me!». Non si definisce uno scrittore moderno, uno scrittore che ama l’attualità: «Non mi è dispiaciuto quando mi hanno dato dello scrittore dell’Ottocento». La scrittura è per lui un processo di trasformazione, il lavoro della riscrittura è fondamentale per migliorarsi. Bisogna immaginare la scrittura come un’orchestra in espansione, puntando ad un miglioramento in prospettiva. Secondo Stefano Benni, questa ricerca di tutte le tue possibili scritture è la scrittura.

Gli viene chiesto che ruolo ha il pubblico nelle sue opere, se questo riveste un’influenza significativa. Risponde dicendo che non ha mai pensato di identificare un pubblico preciso nel suo lavoro. «Il mio è un pubblico avventuroso!», definisce i suoi lettori come quelli che entrano in libreria, scelgono un libro e amano essere sorpresi. Lo stile dello scrittore, infatti, non è uno stile omogeneo ma punta a sorprendere ad ogni pagina. Stefano Benni ricollega questa scelta al suo essere stato un lettore che ricercava la sorpresa nella letteratura «Perché sorprendersi è il piacere di leggere». Sicuramente l’avere molti lettori giovani è per lui una grande responsabilità.

Il clima sociale, le sue origini rappresentano per Stefano Benni un’ispirazione marginale. Le sue opere sono frutto di ciò che vive ogni giorno. Al di là se queste siano testi realistici, al di là di ogni immaginazione: si parla sempre di realtà. Anche le storie di fantasia parlano e descrivono la verità, come ogni testo realistico ha di fondo un’interpretazione ed un influenza date dall’autore.

Viene letto un altro brano, questa volta tratto da Margherita Dolcevita (2005). «Un libro è un buon libro se dura. Forse questo è l’unico criterio di vanità che può avere uno scrittore, quello di produrre cose che durano negli anni». Per Stefano Benni un’opera di valore è quella che entra nel tempo della letteratura. A questo punto fa un’osservazione sulla vita di alcuni artisti, le cui opere sono state rinvenute postume: «Il 90% dell’arte nasce dalla sofferenza. Non per questo bisogna augurarla…», poi aggiunge «… forse se a Van Gogh avessero comprato un quadro con i soldi sarebbe andato a cena fuori, forse per questo non avrebbe dipinto i Girasoli, ma sarei stato più contento per lui!».

Si affronta la tematica che vede la scrittura e la letteratura nel mondo contemporaneo. Secondo Stefano Benni non sono destinate a scomparire. Forse l’avvento di Internet potrebbe eliminare le librerie, e questo è un peccato se si pensa al libraio come un intellettuale che poteva aiutare nella ricerca di una buona lettura, tuttavia Internet non potrà mai eliminare la scrittura.

La tecnologia ha grandi potenzialità e può creare dei nuovi lettori, ma purtroppo la realtà dei fatti ci racconta che questi non stanno nascendo. «La tecnologia non è nemica del libro, anzi. Purtroppo la dittatura della mediocrità televisiva potrebbe annientarla…» ammette Stefano Benni con un po’ di lucido rammarico, ma subito dopo aggiunge «… ma i libri continueranno dispettosamente ad esistere».

Per concludere l’iniziativa ci regala tre consigli per poter intraprendere il suo percorso: «Il primo consiglio che sento di darvi è quello di leggere, più si legge più si impara la musica della scrittura. Si impara ad usare tutte le possibilità della propria lingua» e poi aggiunge «La scrittura è disordinata, nel disordine si trovano innumerevoli possibilità». E’ fondamentale scrivere e riscrivere, leggere e rileggere puntando ad un lavoro lungo e accurato pronto a trasformarsi ad ogni riscrittura: «Al giorno d’oggi c’è quest’idea della velocità, che è del tutto sbagliata», il lavoro deve prendersi il tempo che gli occorre. Bisogna scrivere pensando al tempo della letteratura, immaginando un lettore futuro «Scrivete per un lettore del 2050!» conclude Stefano Benni.

Si sofferma però su due aspetti che bisogna sempre tenere a mente, scrivere non equivale a pubblicare. Ogni scrittura ha una dignità anche senza la pubblicazione: «Pubblicare la propria opera rimane, tuttavia, un passo importante; perché è in quel momento che quello che hai scritto diventa degli altri». Scrivere o leggere non è una cosa facile, aggiunge, la cosa più difficile della scrittura è quella di divenire unici nonostante i modelli e le influenze: «Il bravo scrittore è quello che diventa insostituibile».

Risponde alle domande degli studenti presenti incuriosito e vigile, descrive l’ispirazione che si riversa nella poesia come qualcosa che ha una musica chiara, che influenza il definirsi di una composizione di versi. Fa luce sul disincanto percepito nelle sue ultime opere: «Nella crescita si attraversa tanta dolcezza e tanto dolore, nella scrittura può rimanere il segno di quel dolore o di quella gioia. Nessun libro si può dire se finisce bene o se finisce male, c’è la liberta del lettore. Un libro è quel che ci si trova».

Come farsi capire da chi non ci vuole comprendere, come approcciare con chi non vuole sapere: «Nessuno sa niente. Il dialogo non si fa con chi è d’accordo con te, anzi è molto interessante vedere quello che pensa chi riveste la figura “dell’ignorante”» e poi determina la figura dell’intellettuale «Sono tutti coloro che vogliono pensare, comprendere, mettere la testa in quello che fanno».

Gli studenti sono pieni di domande ed alcuni perfino di una grande emozione davanti ad un uomo semplice che pare non abbia voglia di tenersi nulla per sé. L’aula a poco a poco si svuota, ed uscendo qualcuno dà un significato un po’ più fantastico a quel sole e a quel caldo. Come la letteratura hanno la capacità di sorprenderci, che è un po’ anche il piacere di vivere.

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Qualcuno e non qualcosa

Il Chiostro del Bramante festeggia il suo ventennio di attività con un’iniziativa più unica che rara: Love. L’arte contemporanea incontra l’amore. Mettendo da parte lo scetticismo iniziale dato dalla prima parola Love (questo termine non è che mi piaccia granché perché mi fa pensare alle dodicenni che sanno solamente questa parola in inglese e la ripetono all’infinito: lovv), se si prova ad andare oltre si vede scritto in un “odioso nero su bianco” un qualcosa di più: l’arte contemporanea.

Arte che poco si tende a conoscere se non si è spinti da un forte interesse o curiosità. Si passa da Marc Quinn a Joana Vasconcelos, da Andy Warhol a Gilbert & George. Per giungere alla giapponese Yayoi Kusama ossessionata dai pois. La mostra, che sarà possibile vedere fino al 5 marzo, scorre forse troppo velocemente. Ci si immerge in uno spazio colorato, forte e folle, dolce ma straziante: tra foto, sculture e scene cinematografiche si vive l’amore visto da una prospettiva che non ci appartiene e al contempo è di ognuno di noi. Chi lo vive come fosse un gioco puramente sensuale, chi lo vede come un continuo compromesso a cui sottomettersi, chi lo vede come crescita e unione e chi come psichedelia (o farfalle nello stomaco, il che è più o meno la stessa cosa).

Così mi piace interpretare l’opera di Yayoi che chiude la mostra. Si entra in una piccola stanzina in cui si può rimanere per solamente venti secondi. Pochi? No, assolutamente. Più che sufficienti per farti mancare l’aria. Provi a guardarti attorno ma rimani immobile. Il tuo sguardo ti fa concentrare su questi pois neri e intensi su sfondo giallo, contrasto che ti lascia con un piccolo vuoto. I venti secondi finiscono, esci, prendi aria e ti senti meglio.

Perché l’amore deve essere così. Ti deve dar modo di guardare la realtà da prospettive differenti, di essere tutto e completo. Prima con te stesso.

“Di quante preoccupazioni ci si libera quando si decide di essere qualcuno e non qualcosa”.

Gabriele Mainetti: una vita seguendo una passione

Nell’Ottobre del 2015 al Festival del cinema di Roma, sfogliando la lista dei film partecipanti e le conseguenti recensioni ne spuntavano alcune entusiastiche verso un film italiano che trattava in chiave drammatica il tema del supereroe. Un film sui supereroi ambientato a Roma? È tutto vero?

Le critiche erano tutte positive e tutti parlavano bene del film, molti gridavano al miracolo credendo che il cinema di genere italiano fosse resuscitato. Io allora sempre più fomentato iniziai a cercare più informazioni possibili sul regista, un certo Gabriele Mainetti (nome a me ancora sconosciuto) che tra le altre cose si era laureato al DAMS, il mio stesso indirizzo di studi; c’è speranza anche per me pensai.

All’attivo Mainetti aveva molte partecipazioni come attore in film tipo “Il cielo in una stanza” di Carlo Vanzina e fiction televisive italiane e opere teatrali, anche se la sua passione restava la regia. Comincia a girare cortometraggi nel 2003 ma solo cinque anni più tardi verrà notato dal pubblico con “Basette”. Questo corto ha per protagonista Antonio (Valerio Mastrandrea), un ladro che insieme ai suoi amici sta per commettere il colpo della vita, ma qualcosa va storto e vengono feriti, però prima di morire immagina la sua vita nel mondo di Lupin III e se ne va con un sorriso. Nel 2011 fonda la sua casa di produzione Goon Films con la quale l’anno successivo realizza “Tiger Boy” corto ispirato a L’Uomo Tigre, racconta la vita di un bambino che sia a scuola che a casa indossa perennemente la maschera del wrestler Il Tigre (suo grande idolo) senza togliersela mai, si scoprirà dopo cosa si nasconda dietro questa peculiare caratteristica.

Con questo progetto Mainetti conquista svariati premi tra cui il Nastro d’argento 2013 come “Miglior Cortometraggio” e viene selezionato, nella medesima categoria, dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences tra i 10 finalisti per la nomination all’Oscar 2014. La vera svolta però arriva solo nel 2016 quando nelle sale italiane arriva “Lo chiamavano Jeeg Robot” primo lungometraggio per Mainetti; l’idea per questo film risale al 2009 secondo il regista e partorirla non è stato per niente facile poichè dopo aver cercato invano tra i produttori italiani, che per nulla credevano nel suo progetto, Mainetti ha dovuto autofinanziarsi con molte difficoltà. Questo film porta il genere supereroistico, ormai assorbito completamente dalla nostra società da molti anni e lo fa suo alzando di livello.

Il film ha per protagonista Enzo Ceccotti, un ladruncolo della periferia romana, che durante un furto finisce nel Tevere acquisendo una forza sovrumana a causa della presenza di sostanze radiottive. Come ogni pellicola di questo genere, il protagonista affronterà un cambiamento interiore utilizzando i suoi poteri dapprima per scopi egoistici infine per il bene comune. Ad arricchire questo film abbiamo i personaggi di Alessia e dello Zingaro, la prima indirizzerà Enzo verso il percorso dell’eroe mentre il secondo lo intralcerà. Il film è un grande successo e porta a casa una carrellata di premi come, il più ambito per Mainetti: il David di Donatello come miglior regista esordiente.

Non voglio essere considerato il cavaliere sul cavallo bianco con lo stendardo che dice “Cinema di Genere“. Io sono per il Cinema nuovo. Non mi importa niente di vedere un film di genere che sia una brutta imitazione di quello degli anni ’70, voglio vedere roba che sia diversa. E questo è possibile solo se l’autore si batte per la propria idea e i produttori – e questo è un passaggio chiave – la sostengono, la capiscono e quindi tutti insieme fanno lo stesso film.

Questo dichiara Mainetti in una recente intervista e come per il suo Jeeg, lui ha affrontato una strada pieni di ostacoli senza mai cadere ed è riuscito ad imporre una propria filosofia all’interno dell’ambito cinematografico, con fatica ma seguendo la sua passione, ciò che ognuno di noi dovrebbe fare.

Un viaggio tra presente e passato

Brian Weiss nasce a New York, nel 1944. È uno scrittore ma soprattutto psichiatra che, dieci anni dopo essersi laureato alla Columbia University e aver tirocinato alla Yale nel 1970, entra in contatto con un mondo diverso da quello a cui è abituato ma nei confronti del quale non c’era mai stata una sua totale indifferenza: all’area pseudoscientifica comprendente reincarnazione e ipnosi regressiva.

In uno dei suoi libri – “Molte vite, un solo amore” – il dottor Weiss racconta due storie apparentemente separate: quella di Elizabeth, giovane donna in carriera che però a seguito della morte della madre incomincia a vivere una vita in perenne ansia e angoscia, con il chiodo fisso di non essere abbastanza, di essere sempre lei quella sbagliata; e quella di Pedro, un messicano che soffre per la perdita di suo fratello, morto a causa di un incidente. Weiss nota come frequentemente le persone con un gravoso lutto alle loro spalle si rivolgano a lui. L’obiettivo o il sogno di queste persone sarebbe poter rivedere i loro cari o anche solo capire qualcosa di più sulla morte. In questo libro, entrambi i protagonisti ricorrono alla tecnica dell’ipnosi regressiva per trovare ricordi. D’altronde si sa che la morte fa male per chi rimane.

Le vite di Elizabeth e Pedro sono però destinate a intrecciarsi, entrambi raccontano sotto stato d’ipnosi la storia di una delle tante vite precedenti in cui erano stati insieme, sotto forma di padre e figlia, e con il conoscersi poi in questa vita finiranno con l’abbandonare le loro ansie, crescendo. Sia Elizabeth che Pedro riescono ad arrivare, con dolore e fatica, alla radice del loro dolore. Viaggiano nelle loro vite, riconoscono situazioni che hanno contribuito a bloccare la loro anima dall’elevarsi, riconoscono anche persone che hanno ritrovato nelle loro vite attuali, persone che hanno fatto loro del male. La vera forza non star nel far finta di niente, anzi.

Queste storie raccolte da Weiss le sento vicine. Probabilmente perché è uno dei primi libri che ho letto quando ho iniziato a elaborare il lutto per mio padre. Perché anch’io mi sono fatta domande. Quando perdi qualcuno pensi di cadere, ti senti precipitare in un cilindro buio e senza fine, come se tutto ciò che sei riuscito a fare prima di quella perdita venisse meno, ma poi basta poco, anche un semplice sguardo che ti sia familiare per capire che non hai perso ma hai avuto modo di trovare altro, di crescere. Anche se è difficile, soprattutto perché vedi facce che ti guardano con compassione (e daresti uno schiaffone a ognuno pur di farli smettere) o bocche che ti dicono di essere forte, quando in quel momento tutto riusciresti ad essere meno che forte. Ma poi vai avanti.

Non ci sono certezze nella vita, si sa. Le paure possono essere tante, causate dalle più svariate situazioni: un trasferimento, un lavoro da consegnare, una traduzione da perfezionare, il treno da prendere; eppure in ogni cosa che possa causare agitazione, c’è un principio di cambiamento. Nelle più crude domande ci sono le risposte, proprio come dimostra Weiss. Il coraggio più grande è semplicemente quello di abbandonare per un attimo ciò che si crede il “porto sicuro” e trovare quel che si stava cercando.