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LIBRI NASCOSTI: Le maschere di Oscar Wilde

Tra tutte le maschere indossate da Oscar Wilde probabilmente quella di autore di fiabe è la meno nota. Sì, maschere; perché, durante tutta la sua carriera, Wilde non ha fatto altro che fingere di essere chi non era e travestirsi. Non ha forse scritto, infatti, che «dal punto di vista del sentimento la professione dell’attore è esemplare»? E poi, parafrasando D’Annunzio, se “bisogna fare della propria vita un’opera d’arte” non si deve forse avere l’animo disposto, almeno un po’, al travestimento e alla finzione?

Così, accanto al campione di estetismo del Ritratto di Dorian Gray e all’esperto di satira sociale dell’Importanza di chiamarsi Ernesto, c’era anche l’autore di fiabe, che ha trovato occasione di esprimersi nella raccolta Il Principe Felice e Altri Racconti. Non bisogna assolutamente pensare però che questa maschera sia così diversa dalle altre: dopotutto Wilde, come ogni altro artista, aveva dei sani principi stilistici e credeva fermamente nel potere dell’arte — proprio per questo scriveva «tutta l’arte è perfettamente inutile». Il suo pensiero può essere ritrovato in ognuna delle fiabe contenute in questo volume, caratterizzate da una feroce critica sociale, soprattutto ne L’Amico Devoto. Questa fiaba vede come protagonisti due uomini agli antipodi, un mugnaio ricco e un contadino povero. Il mugnaio rappresenta ovviamente la grassa e ipocrita borghesia britannica, mentre il contadino l’ottuso proletariato vessato dai patrizi. Il loro rapporto di subordinazione appare chiaro dall’episodio della carriola: il mugnaio dice al contadino di volergli regalare la sua vecchia e ormai quasi marcia carriola perché, tanto, ne ha un’altra nuova di zecca; qualche giorno dopo però piomba in casa del contadino pretendendo che egli porti un sacco di farina al mercato e, al rifiuto di quest’ultimo a causa dell’affaticamento dovuto al lavoro, il mugnaio lo accusa di essere pigro e ingrato, dato che lui gli ha promesso in regalo la carriola (promessa che, ovviamente, non sarà mantenuta.

Da bravo dandy sbruffone (e con mirabile acume) Wilde non solo condanna l’assistenzialismo ipocrita dei nobili e dei borghesi britannici — dediti alla beneficienza come un bohémien all’oppio — ma anche l’ottusa ingenuità dei proletari.

Tuttavia la storia in cui Wilde riesce a sintetizzare alla perfezione critica sociale e riflessione estetica sull’arte — addolcendo il tutto con il sublime e lieve linguaggio della fiaba — è sicuramente Il Principe Felice. Il principe in questione è la statua (parlante) di un bambino, ampiamente decorata con foglie d’oro e pietre preziose; tutti la ammirano per la sua bellezza, compreso un consigliere cittadino che però la considera anche “non molto utile”. Toccato da queste parole, il principe compie il sacrificio estremo e, grazie all’aiuto di un uccellino che aveva fatto il nido su di lui, dà via tutte le sue foglie d’oro e tutte le pietre preziose di cui era rivestito ai poveri della città, rimanendo totalmente spoglio. Nonostante il gesto dolorosamente altruistico, il sindaco e tutti i cittadini buttano giù la statua del principe asserendo che “poiché non è più bello, non è più utile”. Nonostante queste storie, essendo fiabe, siano pensate per i bambini, emanano un pessimismo lancinante.

 

-Lorenzo Sgro.

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HUMAN+ – Il futuro della nostra specie

La mostra in corso a Palazzo delle Esposizioni pone come obiettivo l’indagine sull’ancora oscuro rapporto tra uomini e macchine nell’imminente futuro; il percorso è un continuo crescendo che, partendo da “semplici” protesi artificiali, sembra mettere clamorosamente in discussione lo stesso confine tra vita e morte. Il tema del rapporto fra l’uomo e la tecnologia è stato ampiamente discusso negli ultimi anni, specialmente attraverso serie televisive come Black Mirror — a tratti la sensazione è infatti quella di essere stati catapultati all’interno del Black Museum presente nell’ultima puntata della serie. Lungi però dall’essere un percorso esclusivamente disumanizzante, la proposta degli allestitori lascia molto spazio anche a una visione del futuro il cui l’arte può porsi come strumento di accettazione del “nuovo mondo”, rendendo più bello e comprensibile un universo in cui l’uomo potrebbe perdere la centralità.

Le prime opere in mostra si concentrano sul tema della bellezza e dei sensi: come rendere delle protesi artificiali maggiormente gradevoli alla vista, facendo sì che il paziente non se ne vergogni ma possa addirittura trovarle esteticamente belle; significativa e d’impatto la performance dei Venezuelani Billy Spence e Regina Galindo Cut Through the line (2005) sul concetto standardizzato di bellezza nel mondo occidentale. Sull’aspetto sensoriale desta attenzione una protesi piuttosto ingombrante capace di farci vedere e toccare il mondo come una formica, o ancora il dispositivo empatico improvvisato (2005) di Matt Kenyon, una sorta di “protesi emotiva” capace di far provare del lieve dolore fisico a chi lo indossa per ogni soldato morto in guerra, al fine di sensibilizzare la popolazione sulla crudeltà dei conflitti nel mondo. Questo primo filone va esaurendosi con alcune proposte curiose, come la Macchina Avatar di Marc Owens (2010), un esoscheletro che restituisce all’ospite una realtà fittizia nella quale si comandano le proprie azioni dall’esterno, o il Casco Deceleratore di Lorenz Potthast (2014), tentativo di farci percepire il mondo a velocità variabile.

Più disturbante la seconda parte dell’esposizione: scomoda negli interrogativi che fa sorgere al visitatore, terribilmente vera, drammatica nell’evidenza che il mondo tecnologico del futuro è spesso già presente. La sezione viene introdotta dalle emblematiche parole di Ludwig Wittgenstein: «Ma una macchina potrebbe pensare? Potrebbe provare dolore?». L’installazione Area V5 di Louis-Philippe Demers (2009-10) lascia di stucco: 18 teschi robot sistemati su tre file non  fanno altro che seguire i passanti con i loro occhi inanimati; un’opera grandiosa nel suo intimo significato, che si concentra sul concetto di uncanny valley (zona perturbata) e vuole stimolare il disagio fisico nel sostenere lo sguardo di un qualcosa, il robot, che agisce similmente all’uomo senza essere vivente. Troviamo poi installazioni incentrate sulla “vitalità” delle macchine come Equilibrium Variant di Roberto Pugliese (2011), Leonardo sogna le nuvole di Donato Piccolo (2014) e Indisciplinate: le macchine si ribellano di Heidi Kumao (2002-2015); questi tre progetti, diversi tra loro, comunicano tutti un senso di ansia nel vedere delle macchine piene di energia agitarsi e all’apparenza essere quasi pronte a parlare con cognizione da un momento all’altro, senza far trasparire nulla di ciò che si potrebbe chiamare propriamente vita. Opera collettiva è invece J3RR1, una tortura programmata (2018), installazione di uno speciale computer intrappolato per sistema in un perpetuo stress test dell’hardware. Straordinario il grado di empatia che si prova nei confronti della macchina: egli è costantemente alla strenua ricerca di un modo per migliorare le proprie prestazioni, senza darsi un perché, agendo senza pensiero. Si percepisce in quest’opera la fatica nell’obbedienza di quel comando imperativo da cui J3RR1 non può prescindere ma, come suggeriscono gli artisti, è proprio osservando il suo tormento che scopriamo il nostro riflesso.

Inevitabile è poi uno spazio dedicato ai possibili metodi di adattamento dell’uomo e della terra a futuri dove, per sovrannumero della popolazione o per mutate condizioni climatiche, bisognerà trovare nuove soluzioni a nuovi problemi; spicca Trasfigurazioni di Agatha Haines (2013), dove l’artista specula su sei possibili modificazioni corporali dei neonati in fasce, capaci di rendere l’organismo più adatto a delle specifiche condizioni nelle quali la persona dovrà poi vivere e lavorare. Conclude l’esposizione il fatidico intreccio tra la vita e la morte, aperto questa volta da una citazione da Frankenstein: «Per analizzare le cause della vita, bisogna prima rivolgersi ai principi che determinano la morte». Alla luce di quanto detto fin qui, potrà mai l’uomo dominare la vita? Potrà mai darla a cose che per natura non l’hanno, rendere vitale ciò che è inanimato? Una seria incognita esistenziale viene posta da Bambole scacciapensieri semiviventi, opera di ingegneria tissutale nata nel 2000: piccoli manufatti in cui polimeri biodegradabili vengono lentamente sostituiti da cellule animali, qualcosa di difficile da spiegare, né vivo né morto, che rappresenta drammaticamente la crisi delle nostre certezze, quelle che non abbiamo e probabilmente non avremo mai. Sul tema della vita dopo la morte James Auger e Jimmy Loizeau, partendo da considerazioni atee, concepiscono il corpo umano come entità chimica soggetta al decadimento e ne immaginano la sintesi in energia elettrica sotto forma di batteria: se la vita potesse trasferirsi dal corpo a una batteria, si potrebbe dire che l’umanità abbia domato la morte? Difficile da dire: atei o credenti, nessuno è fino ad ora riuscito a cogliere l’intimo mistero della vita; la sfida nella creazione di una macchina in grado di provare emozioni che possano dirsi “umane” o di aggirare la morte con processi scientifici, è affascinante quanto oscura. Che posto ha l’anima in tutto questo? Ma soprattutto è la sua “esistenza” a renderci speciali?

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-Gabriele Russo.

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La (Cine)città delle bellissime bugie

In un sabato pomeriggio di aprile — che evidentemente è un giugno prematuro, data l’afa permanente — ho attraversato la bella Roma in lungo e in largo per arrivare a Cinecittà partendo da Roma sud. Ci ho impiegato due ore ma ne è valsa la pena: sono approdata in un parco grande quanto il mio paese, pieno di gente, prati verdi e studi televisivi. Girando l’angolo mi sono ritrovata a Poggio Fiorito (dove pensavo di trovare nonno Libero o Torello, ma si vede che al momento non erano in casa); dopodiché, 10 minuti più in là, mi sono ritrovata  tra i viottoli dei fori romani a percorrere l’Appia Antica, poi in Egitto, tra Marco Antonio e Giulio Cesare. Lo ammetto, quando avevo la frangia molti mi hanno fatto notare una certa somiglianza con Cleopatra, ma non pensavo che tra una mummia e infiniti rotoli di papiro mi sarei trovata così a mio agio! Cinque minuti dopo, però, mi sono sentita a mio agio anche nei panni di una concubina che, assieme a Cesare, beve dalle anfore un vino dolcissimo, quasi un mosto ricco di spezie e miele a tutte le ore del giorno.
Sebbene immedesimarsi in una mignotta non sia il sogno di vita di nessuna (o quasi), nell’Attrezzeria 107 di Cinecittà ci si sente per forza un po’ così: forse perché si è circondati da oggetti di ogni tipo, frutta (rigorosamente finta), scaffali pieni di brocche, bicchieri, boccali e vasi in porcellana, altarini, statue, forme di formaggio (ahimè, anche queste finte) e infiniti triclini — che, per intenderci, sono quei fantastici lettini di legno su cui ci si metteva di lato durante i banchetti: con una mano si teneva la testa, con l’altra si gustava un grappolo d’uva o un boccale di vino.

L’Attrezzeria 107, eccezionalmente aperta al pubblico per quattro weekend dal 7 al 28 aprile, è, per definizione della preparatissima guida, «l’attrezzeria mito», in quanto contenitore di tutti quegli oggetti che i set creator hanno selezionato per le scene di quei film kolossal che almeno una volta nella vita ognuno di noi ha visto. Stessa cosa vale per i 3 set permanenti che abbiamo visitato, dove hanno girato tra i tanti film il remake di Ben Hur, Il Messia e Rome, ossia la “Beautiful romana”: non è incredibile che da un semplice cancello si possa essere catapultati nell’antica Roma del Senato e del tempio di Venere prima, nella suburra romana tra le botteghe e le case della plebe poi, per finire in seguito a Gerusalemme?
Non è bellissimo ritrovarsi in un cortile in cui a destra c’è Assisi e la Firenze di Amici miei – come tutto ebbe inizio in una sola chiesa e a sinistra il famosissimo balcone da cui si affacciò Giulietta?
Ma Cinecittà non è solo i 3 set permanenti esterni: è anche 22 teatri posa; è la mostra su Fellini; è il leggendario Studio 5, il primo teatro di posa europeo che, con i suoi 80 metri quadri, ha ospitato Canzonissima, Amici e visto Benigni interpretare la Commedia, oltre ad essere stato la seconda casa di Federico Fellini — si narra addirittura che avesse un mini appartamento nei camerini; è il Teatro 5, contenitore di film come La dolce vita e Casanova… sì, c’è anche una piscina all’interno. 

A quanto pare la cinematografia è veramente l’arma più potente, come diceva Benito Mussolini, visto che Cinecittà è ancora in piedi dal 28 aprile 1937.

È bello pensare che la finzione e l’artificialità possano far sognare grandi e bambini.

A parer mio, le bugie non sono mai state così belle.

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-Caterina Calicchio.

«Vedo solo quel che devo»: Hitler Contro Picasso e gli altri

– Avete fatto voi questo orrore, maestro?
– No, è opera vostra.

 

Così rispose sul Guernica Picasso all’ambasciatore tedesco Otto Abetz, in visita al suo studio dopo l’occupazione di Parigi ad opera dei nazisti. E questo, paradossalmente, uno dei pochi riferimenti sul pittore all’interno del film-evento Hitler Contro Picasso e gli altri, proiettato nelle sale romane il 13 e il 14 marzo 2018. Un documentario, quello impresso sulla pellicola di Claudio Poli prodotta dalla NexoDigital in collaborazione con SkyArte HD, che racconta l’ossessione del regime nazista per l’arte, le compravendite, i saccheggi e le enormi contraddizioni delle scelte di Hitler in merito all’inestimabile patrimonio in suo possesso.

La sublime voce di un insospettabile, bravissimo Toni Servillo accompagna lo spettatore attraverso immagini e video d’epoca, interviste a esperti e testimonianze, spesso anche molto crude, di chi la guerra l’ha vissuta, in tutti i sensi: perché se trafugare opere d’arte da tutta Europa, catalogarle e stiparle in luoghi nascosti e sicuri fu un lavoro lungo che impiegò la vita di moltissime persone, le ricerche di quelle stesse opere, il loro recupero e le estenuanti battaglie legali per riappropriarsi di cimeli di famiglia o semplicemente ricordi di una vita rubata è tutta un’altra storia. Tutt’oggi, parte del bottino nazista è introvabile; tutt’oggi, molti dei legittimi proprietari delle opere d’arte ritrovate devono lottare per riottenere ciò che è loro.

Tanta, tantissima l’arte mostrata nell’arco di tutto il film: non solo le opere ammirate e rubate o nascoste dal regime, ma soprattutto quelle disprezzate. Perché Hitler era sì contro Picasso, ma anche contro Chagall, Matisse, i Fauves: la loro era un’arte degenere, orribile, contraria a tutto ciò che la società tedesca avrebbe dovuto incarnare, eppure trafugata anch’essa alla stessa maniera e con lo stesso ritmo dell’arte classica ed esposta in un museo a parte, quello appunto dell’arte “degenerata”. Molte le storie che vengono raccontate, fra cui il ritrovamento, a Monaco di Baviera nel 2012, di numerosi pezzi d’arte nella casa del nipote di uno dei commercianti d’arte di Hitler: non solo una vicenda interessante e recente, ma anche un monito che lascia intendere come, nonostante si cerchi di insabbiare questo capitolo della storia umana, esso sia tutt’altro che pronto ad essere chiuso e anzi pieno di domande ancora in attesa di una risposta.

Una cosa più di tutto, però, ha attratto la mia attenzione, con una forza tale da diventare il titolo della mia riflessione, in maniera totalmente avulsa dal contesto artistico e in un modo che ancora non mi riesco a spiegare — tanto che, spesso, mi chiedo ancora se l’abbia visto davvero; per un secondo, verso la fine del docu-film, presumo su uno dei musei tedeschi (un grande palazzo bianco e rettangolare) ho visto affissa una frase in italiano, probabilmente risalente al periodo nazista: «Vedo solo quel che devo».

Centinaia i motivi per cui una frase del genere si sia potuta trovare in quel posto, ancora di più i significati che le si potrebbero attribuire: è però, di base, l’atteggiamento durante i regimi, quello nazista e quello fascista. Le persone, spinte probabilmente dalla parvenza di stabilità ritrovata dopo la Grande Guerra o dal trovarsi “dall’altro lato” delle persecuzioni, tendevano a vedere solo ciò che dovevano (e volevano) vedere, convincendosi che non ci fosse altro: questo l’atteggiamento maggioritario nei confronti delle deportazioni, dei furti e della condotta proibitiva e razzista del regime. È un comportamento perfettamente insito nella nostra specie eppure percepito come il meno umano possibile: la vera banalità del male, l’istinto di conservazione che ci spinge a distogliere lo sguardo in situazioni pericolose, cercando di vedere solo ciò che si dovrebbe vedere, sforzandosi (con nemmeno troppa difficoltà) di credere a ciò che viene detto. Sempre sul finire del film un sociologo intervistato, teorico del comportamento nazista, rifletteva su come, nel corso dei suoi studi, non avesse ancora incontrato nemmeno una persona veramente “malvagia” nel senso assoluto del termine: solo umani, vittime e carnefici spesso inconsapevoli di giochi di potere più grandi di loro, alle prese con una specie di follia collettiva per cui, data la licenza di uccidere, torturare e condannare, si uccide, tortura e condanna per non essere uccisi, torturati e condannati, fino a che non si diventa insensibili al dolore, proprio e altrui.

Forse questa situazione si sta ripresentando: sicuramente non ai livelli del passato, ma la memoria collettiva è spesso troppo corta e non ricorda come la sottovalutazione delle dinamiche di potenza, la desensibilizzazione alla sofferenza dell’altro e la strumentalizzazione politica dell’insoddisfazione generale possano portare a eventi catastrofici.
Non bisogna distogliere lo sguardo, non bisogna ignorare chi ha bisogno di aiuto: non si può evitare di sentire lo sparo di un fucile solo perché non è accaduto nel proprio giardino.

 

-Rosanna Saccucci.

Il ventenne dimezzato

Quando si hanno vent’anni e una vita che potrebbe definirsi “normale” questa stessa normalità può non risultare abbastanza: ci sono alcune situazioni, come quella in cui io stessa mi sono trovata qualche tempo fa, che nella quotidianità si ripresentano periodicamente. Il contesto è più o meno sempre uguale: sono all’incirca le 9 del mattino e, dopo un viaggio di più di mezz’ora su un treno sempre troppo pieno e troppo poco puntuale, si è sulla metro, direzione università, con una sola domanda in testa: «Quello che faccio è abbastanza? Sarà abbastanza?».  

Ed è proprio in una normalissima mattina come questa che mi è tornata alla mente una frase di Italo Calvino, letta ai tempi del liceo nel finale de Il visconte dimezzato: «Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane». Quando lessi per la prima volta queste parole le trovai cariche di cruda verità e oggi, a pochi mesi dalla laurea, capisco ancora di più come questa sensazione d’incompletezza sia pesantemente presente nella vita di ogni giovane. Mi sono decisa quindi di riprendere quel prezioso libro tra le mani, l’ho riletto e sentirmi di consigliarlo a ciascun ventenne che, come me, si sente un po’ come il protagonista del romanzo: dimezzato.

Durante la guerra tra Austria e Turchia Medardo, visconte di Terralba, viene colpito da una cannonata che non lo uccide ma lo divide paradossalmente a metà. La storia, raccontata dalla voce del piccolo nipote di Medardo, racconta di come la metà crudele, fatto ritorno a Terralba, inizia a compiere una serie di azioni tanto assurde quanto terrificanti, come tagliare a metà ogni animale, frutto, oggetto incrociato per la sua strada o condannare a morte anche il più innocuo dei criminali. Anche l’altra metà, quella buona, è però sopravvissuta alla cannonata e ad un certo punto anche questa ritorna tra gli abitanti di Terralba, ma non è come questi s’aspettano. Nemmeno Medardo-Buono, infatti è privo di difetti: il suo eccesso di buonismo e di virtù porta tanti danni quanto fanno le azioni vili e dispettose del Gramo (ossia del Medardo-Cattivo).

«Così passavano i giorni a Terralba, e i nostri sentimenti si facevano incolori e ottusi, poiché ci sentivamo come perduti fra malvagità e virtù ugualmente disumane»: con queste parole il giovane narratore racconta lo spaesamento di coloro che si trovano improvvisamente a convivere con il Male assoluto ed il Bene assoluto, e che si rendono conto di quanto sia ugualmente difficoltoso accettare entrambi i “caratteri”. Il finale della storia penso sia meglio lasciarlo in sospeso, per non rovinare una vostra eventuale prossima lettura (può esser detto che, come in ogni fiaba che si rispetti, l’epilogo ha a che fare con una “storia d’amore”). Vorrei solo fare un appunto sull’importanza ma anche sull’attualità del messaggio che Calvino ci lascia con queste poche pagine di Letteratura italiana, vale a dire la dimostrazione che l’autore ci dà della “bipolarità” dell’essere umano: il bene e il male esistono in ciascuna persona e in un certo senso queste due opposte “personalità” si completano a vicenda, poiché neanche la metà buona di Medardo è perfetta senza la crudeltà dell’altra. È come quando nei cartoni animati la coscienza dei personaggi viene descritta da un angelo ed un diavolo che litigano stando uno sulla spalla destra ed uno su quella sinistra, con il povero pupazzetto che sta nel mezzo e deve decidere a quale voce dare ascolto anche se in fin dei conti entrambe gli appartengono.

Soprattutto, quando tratto dell’attualità di quest’opera, un’altra riflessione che mi sono ritrovata a fare leggendo la fiaba riguarda la debolezza insita nell’umanità: il sentirsi incompleto non deve essere per forza sintomo di debolezza e anzi, può essere un trampolino per migliorarsi e pretendere sempre di più dalla vita. A volte è proprio nell’incompletezza che si riesce a cogliere il senso delle cose e questo è importante soprattutto quando si vive in una società di precaria come la nostra.

«Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane» è vero, ma gioventù e incompletezza non devono mai e poi mai diventare sinonimi: si corre il rischio di perdere fiducia nella gioventù e una società che non ha fiducia nei giovani non ha avvenire, diventa una società che manca di linfa vitale.

Quindi il consiglio che do a me stessa nelle mattinate in cui viaggio in metro e mi sento inspiegabilmente insoddisfatta e incompleta è un consiglio che in parte devo a Italo Calvino e al suo visconte, vale a dire quello di continuare a pensare che il motivo per cui ci si alza ogni giorno ha un valore, dato che soltanto così si diventa una persona di valore: ciò non vuol dire necessariamente essere quello che viene stereotipato come il “bravo cristiano”, ma semplicemente essere coscienti di avere la libertà di poter scegliere tra il bene ed il male, di poter essere se stessi o tutto il contrario di se stessi a seconda delle circostanze in cui ci si trova, o anche la libertà di non dover scegliere. Ogni giorno tutti noi abbiamo la possibilità di decidere di non essere solo un “ventenne dimezzato”, o di esserlo, ma comunque un ventenne dimezzato e speranzoso. Dimezzato e consapevole del fatto che al di là di tutta la negatività che ci viene bombardata addosso ogni giorno, noi siamo giovani e in quanto tali abbiamo ancora la possibilità (e l’obbligo) di lottare. Dimezzato ma felice e fiero, quindi. Anche perché alla fine, chi l’ha deciso che l’interezza è qualcosa di positivo?

Insomma, noi possiamo sempre scegliere: se stare con i “buoni” o con “malvagi”, se essere felici o infelici, se essere soddisfatti o insoddisfatti, completi o incompleti. Ciò che veramente conta è non perdere mai fiducia nella vita soprattutto quando si è giovani, pioché la giovinezza, così come la definisce Calvino stesso, è «l’età in cui i sentimenti stanno tutti in uno slancio confuso, non distinti ancora in male e in bene; l’età in cui ogni nuova esperienza, anche macabra e inumana, è tutta trepida e calda d’amore per la vita»

 

-Serena Di Luccio.

“Pertini – Il Combattente”… ma anche un presidente molto popular

Dopo aver assistito all’anteprima stampa del film Pertini – Il combattente (dal 15 Marzo al cinema), noi di Culturarte abbiamo intervistato per voi il regista, Graziano Diana, riguardo le difficoltà e gli intenti nella realizzazione di un documentario che scava nella vita di un’icona decisamente pop per essere un ex Partigiano Presidente della Repubblica.

 

Esistono uomini talmente smisurati, complessi e contraddittori che sembra impossibile raccontarli. Per esempio, come si racconta la vita di uno come Sandro Pertini, il presidente della Repubblica ‘più amato dagli Italiani’, uno di cui perfino un giornalista politicamente assai lontano da lui come Montanelli lodava ‘il profumo di onestà’ che emanava qualunque sua azione?

Così recitano le ‘note di regia’ con le quali Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo provano a renderci partecipi dell’immenso impegno che si è reso necessario per raccontare la storia del giovane soldato delle trincee della Grande Guerra, del militante socialista, del fuggiasco perseguito dalla Patria, del Partigiano, del presidente della Camera e in fine della Repubblica Sandro Pertini: un solo uomo, almeno sei vite, e un amore per i suoi italiani che in fin dei conti andava ben oltre gli specifici orientamenti politici. Come raccontare un’esistenza così varia e protagonista di tutte le stagioni del Novecento italiano? Come omaggiare un simbolo che la moderna storia italiana ha già innalzato ad icona popolare?
Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo fugano, con non poca difficoltà, questi dubbi imbarcandosi nell’impresa di produrre un film sulla vita di Sandro Pertini. Un uomo il cui viaggio sulla strada della libertà coinvolse e sconvolse la cultura di massa richiedeva un biopic di stampo pop che avesse comunque il volto di un importante documento storico, il tutto nella cornice dell’altrettanto importante e delicato periodo storico attuale. Partendo dall’omonima opera dello stesso De Cataldo — dalla quale l’intero film è fedelmente tratto —
Pertini – Il combattente ci spiega ‘il Presidente più amato dagli italiani’ con l’attenta pedagogia tramite la quale è giusto che venga filtrata la pesante fetta di storia che pesò sulle spalle dell’esile fumatore di pipa; allo stesso tempo, la sua genuina simpatia ci strappa qualche commosso sorriso, dettato dall’inevitabile effetto amarcord. Così, tra una partita di carte con Dino Zoff ed Enzo Bearzot sull’aereo presidenziale di ritorno dai Campionati Mondiali di calcio dell’82 e tragedie come il caso Moro e la strage di Bologna, impariamo a conoscere il “nonno d’Italia”, che con una mano cercava al suo popolo (che amava a dismisura e nel quale aveva piena fiducia) un tetto e ne risanava lo spirito e con l’altra lo prendeva per mano, insegnandogli che «non esiste libertà senza giustizia sociale e non esiste giustizia sociale senza libertà».


Un plauso va dunque in primis alla regia e sceneggiatura di Diana e De Cataldo, che rispettosamente e in punta di piedi si sono fatti largo nella storia e nei nostri cuori, soddisfacendo pienamente le aspettative, ve lo assicuriamo. Un ringraziamento ulteriore e più ‘personale’ va poi all’intera produzione nelle persone di Gloria Giorgianni, Cesare Fragnelli, Carlotta Schininà e Tore Sansonetti, in collaborazione con
Anele produzioni, Altre Storie, Sky Cinema e Rai Cinema, che ha concesso a noi di Culturarte l’opportunità di partecipare all’anteprima stampa del film (dal 15 Marzo al cinema) e di intervistare il disponibilissimo e gentile Graziano Diana del quale riportiamo qui di seguito le riflessioni.

Semplicemente, per finire, grazie a tutti coloro che hanno reso possibile il concretizzarsi di questo ‘film documento’ del quale avevamo tutti un po’ bisogno.

 


Come mai ha deciso di lanciarsi in questo progetto di narrare oggi Alessandro Pertini, partendo dal libro di Giancarlo De Cataldo? Come mai ha deciso di codirigerlo con De Cataldo stesso?

Graziano Diana: L’idea ci è nata insieme. Avevo già lavorato con De Cataldo in molteplici occasioni in questi anni: avevamo scritto una serie televisiva chiamataIl Giudice Mastrangelo, in cui recitava Diego Abatantuono. Ho sceneggiato un suo libro, poi divenuto un film diretto da Ricky Tognazzi: “Il Padre E Lo Straniero… insomma, abbiamo fatto parecchi lavori insieme e ci conosciamo da parecchio tempo, siamo molto amici. Tra questi progetti, 10 anni fa o anche di più decidemmo di realizzare una miniserie televisiva su Alessandro Pertini. Noi l’abbiamo scritta e in quell’occasione abbiamo anche conosciuto il giudice Mario Almerighi, presidente della fondazione Pertini, e anche Carla Voltolina (la vedova Pertini, ndr.) a cui avevamo sottoposto la nostra sceneggiatura. Lei sulle prime fece un po’ di resistenze, anche per rispettare il volere di Pertini di non voler essere celebrato, ma alla fine riuscimmo a convincerla insistendo sul fatto che non fosse un film, quanto più un semplice sceneggiato. La cosa, nonostante la sua benedizione, non andò in porto. Tuttavia De Cataldo tempo dopo, sollecitato da Rizzoli che gli chiedeva di scrivere un ritratto riguardante una figura che lui ammirava, scelse appunto Pertini e riportò nel libro anche le sedute di sceneggiatura di questo nostro tentativo di fare della sua vita un film. Dopo la pubblicazione del libro ci è quindi tornata la voglia di rioccuparci di Pertini e di farlo tramite questo docufilm. Insomma, il percorso è stato lungo e articolato ma finalmente oggi è arrivato in porto!

Parlando della trasposizione dal libro al film, nel libro è presente la figura del figlio 13enne di De Cataldo a cui il padre tenta di spiegare la grandezza dell’uomo Pertini. Nel suo film, questo elemento pedagogico viene ripreso attraverso la scelta di un gruppo di ragazzi che ascoltano De Cataldo narrare e introdurre le testimonianze raccolte nel documentario. Come mai ha deciso di conservare questo aspetto del libro trasfigurandola in questo modo?

Diana: L’idea di De Cataldo è rimasta nel docufilm attraverso l’incontro tra Giancarlo e questo gruppo di ragazzi, tra cui tra l’altro c’è anche suo figlio. Quell’ossatura centrale, questo centro nevralgico del libro è stata quindi trasposta nel film con l’intenzione di raccontare del presidente e di confrontarci con i giovani per scoprire cosa loro sanno di Pertini e cosa noi possiamo raccontare loro. È proprio Gabriele nel film, il figlio di Giancarlo, a indicare l’importanza di ciò sottolineando che: «Non c’è oggi qualcuno come Pertini capace di rapire una generazione».

Molta attenzione è prestata nel suo film allo status di icona pop del presidente Pertini, alimentato dalle sue apparizioni televisive e dai fumetti di Andrea Pazienza. Pensa che una personalità come Pertini avrebbe mantenuto il suo statuto iconico anche nel moderno contesto mediale, filtrato dalle logiche di Internet?

Diana: Assolutamente! Penso che nella sua curiosità, che non è mai venuta meno, si sarebbe divertito nell’interazione coi social esattamente come si divertiva con le tavole di Pazienza, che aveva addirittura invitato al Quirinale. Non ha mai smesso di confrontarsi con i ragazzi, e amava aver con loro un contatto diretto. Userebbe quindi sicuramente tutti i mezzi che oggi sono a disposizione per farlo, e non faticherei a immaginarlo usare Instagram. Andava spesso al cinema e a teatro e di conseguenza amava il mondo dell’arte, della rappresentazione e il suo passato da giornalista lo spingeva certamente a ammirare anche il mondo della comunicazione.

Il film esibisce una serie di brani musicali editi che omaggiano Pertini, nella loro interezza o anche attraverso un solo verso, tutti creditati al margine dello schermo durante l’esecuzione e mai usati come semplice accompagnamento delle immagini. Come mai ha scelto di dare tanto importanza alla musica?

Diana: Perché il numero e la diversità delle canzoni che sono state dedicate a Pertini ci ha molto sorpresi! Mentre facevamo le nostre ricerche conoscevamo certamente il brano di Antonello Venditti, L’Italiano di Toto Cutugno o il pezzo degli Skiantos, però vedere quanti autori erano rimasti influenzati dalla figura del presidente tanto da citarlo nelle proprie canzoni ci ha stupiti e ci ha anche davvero divertiti. Nel voler quindi raccontare con stili diversi un personaggio così sfaccettato come Pertini l’idea di questa playlist variegata ci è piaciuta tanto. L’abbiamo principalmente usata per scandire i capitoli. Non si nota troppo, ma ogni capitolo della storia ha per noi una sorta di copertina ideale rappresentata dalla canzone che abbiamo scelto di associarci, quasi a costituire la struttura ritmica del film.

Marcello Sorgi nel documentario sottolinea nel suo intervento come Pertini possa quasi essere considerato “un germe del populismo” (seppur ancora in forme bonarie) per la sua tendenza a pensare sempre prima al popolo che alle istituzioni. Ad oggi che il populismo qui in Italia è divenuta vera e propria forza per il consenso, quanto del populismo odierno riesce ad associare al Pertini presidente?

Diana: Personalmente ben poco. Quello di Pertini era un grido di indignazione che scavalcava i ruoli e che tendeva a riportare alle loro responsabilità il Governo o le istituzioni. Veniva fatto da una persona integra, integerrima e per bene quale Pertini era, che lo faceva per il bene della Nazione. Che questo suo atteggiamento possa essere considerato come “germe del populismo” di oggi lo riporta uno dei nostri intervistati e ne sono contento se questo può stimolare il dibattito e permettere di parlare di Pertini in una chiave più tridimensionale, senza ridurlo come una sorta di santino cartaceo. Gli intenti del presidente sono tuttavia completamente diversi, e anche lo stesso Sorgi sottolinea dopotutto come oggi il populismo sia di natura certamente più corrotta e usato in maniera totalmente differente.

Alla fine del documentario, De Cataldo ammette che il racconto è stato forse non troppo obiettivo ed anzi piuttosto simpatizzante nei confronti di Pertini. Quali sentimenti le riporta personalmente la sua figura?

Diana: Il nostro è stato un atto di onestà. Noi vogliam bene al Presidente Pertini, a quello che ha rappresentato per noi e a quello che ha rappresentato nella nostra storia. Noi che a quel tempo eravamo ragazzi non potevamo che vederlo come un oggetto di ammirazione. Ora sono passati un bel po’ di anni ma l’adorazione per la sua figura rimane e per quanto ne si possa criticare il carattere burbero, la possibilità che abbia dato avvio al populismo o altro, noi speriamo che le nuove generazioni siano pronte a conoscerlo e apprezzarlo come facevamo noi.


-Margherita Cignitti &

Vincenzo “Notta” Riccardi.

Il segno ma anche il sogno della bellezza: riflessioni su “Canova. Arte, musica e scena”

«L’uomo che mille belve non furono in grado di vincere, né il figlio di Stenelo, suo nemico, né Giunone, lo vince Amore.»

Queste le parole che Deianira dedica a Ercole secondo Ovidio nella IX epistola delle “Eroidi”: il semidio è morente, ha appena indossato la tunica pregna del sangue di Nesso, ma trova ancora la forza di scagliare in aria Lica, lo schiavo che gliel’ha recapitata su commissione della gelosa moglie.

La scena, rappresentata da Canova in un complesso scultoreo oggi conservato nella Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea, ha fatto da cornice, venerdì due marzo,  all’evento CANOVA. Arte, musica e scena, frutto della collaborazione fra il gruppo Cose Belle d’Italia e la casa editrice UTET Grandi Opere, che ha promosso così la sua nuova opera editoriale: Canova. Il segno della bellezza.

All’interno del libro Giuseppe Pavanello, professore di Storia dell’arte moderna all’Università di Trieste, presenta ogni opera dell’artista come se stesse raccontando una novella, senza però perdere di vista quella che è la scheda artistica di ogni lavoro: partendo dal Canestro di frutta conservato oggi a Venezia, più di 75 gli scatti in bianco e nero del Maestro Mimmo Jodice delle sculture del Canova e altrettante immagini di suoi bozzetti, disegni, opere in gesso, pitture a tempera e a monocromo e incisioni realizzate dal fotografo Alfredo Dagli Orti. Per un totale di 400 pagine e più di 10 kg di peso, il volume è interamente rilegato a mano (come ci è stato mostrato da alcuni artigiani nell’arco della serata) e cela al suo interno una preziosità straordinaria: 12 lettere scritte dall’artista e tre incisioni realizzate a torchio secondo l’antica tecnica calcografica presso la Stamperia d’Arte di Luigi Berardinelli di Verona. Un libro che non solo tratta di arte, ma diventa esso stesso arte.

La presentazione del volume è inoltre solo il primo di una serie di eventi che si svolgeranno nel corso dell’anno, fra cui la grande mostra Magister Canova che si terrà in autunno a Venezia e celebrerà l’arte canoviana in ogni sua forma.

Perché dedicare così grande rilievo ad Antonio Canova? Qualsiasi persona abbia sfogliato almeno una volta un libro d’arte (o forse anche chi non lo avesse mai fatto) saprebbe trovare la risposta.

Il Canova fu il primo artista italiano ad aver raggiunto in vita una fama planetaria: nato a Possagno nel 1757, secondo Stendhal egli fu l’unico ad avere il coraggio di non imitare i greci ma di emularli, inventando una nuova forma di bellezza; un tipo di bellezza che, come ci ha ricordato lo storico dell’arte Claudio Strinati, pur essendo alla base di ogni arte assume valore proprio quando libera da ogni imposizione.

I soggetti scolpiti nel marmo dalle sapienti mani dello scultore veneto sembrano prendere vita: le figure sono estremamente realistiche e i contatti fra di esse sono resi con superba attenzione. L’amore si rivela in tutta la sua dolcezza; il rapporto familiare è espresso con tenerezza e complicità. Canova è il primo a inventare l’abbraccio nell’arte: Amore e  Psiche, Adone e Venere, le tre Grazie, Dedalo e Icaro.

Artista e amante dell’arte, Canova fu forse il primo grande difensore del patrimonio artistico: venuto a sapere della razzia operata da Napoleone sul territorio italiano, ne fu talmente turbato da maledirne in eterno la famiglia. Paolina, la sorella dell’imperatore francese scolpita in quella che è probabilmente una delle più grandi opere marmoree conosciute al mondo, viene paragonata sì ad una Venere vincitrice (con il mitico pomo in mano) ma richiama anche, per citare Pavanello: «pur nello splendore delle sue carni vellutate, l’attitudine di riposo delle figure giacenti dei sarcofagi etruschi». Tale opera ricorda anche La grande odalisca di Ingres, La Venere di Urbino di Tiziano o, addirittura, dettagli di pitture antiche di Ercolano. Si fondono dunque in un’unica immagine spirito vitale e spirito funereo, così come, allo stesso modo, si incontrano passato, talvolta anche quello più remoto, e presente.

Morto nel 1822, Canova (oltre a godere della caduta di colui che aveva saccheggiato parte delle opere italiane) fu incaricato da Papa Pio VII di riportare in patria opere di estrema bellezza e prestigio: dall’Apollo del Belvedere di Leocare alla Deposizione di Caravaggio, dalla Trasfigurazione di Raffaello al Laocoonte di Agesandro.

A pochi chilometri di distanza dai luoghi dell’infanzia di Antonio Canova, un anno prima dello scultore nasceva Wolfgang Amadeus Mozart: la vicinanza tra la Repubblica di Venezia, ormai al tramonto, e l’Austria Asburgica, e la contemporaneità fra queste due importanti personalità, ha fatto sì che la serata evento si concludesse con un’esibizione del Quartetto Evan, pianoforte ed archi, in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

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-Beatrice Tominic.

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LIBRI NASCOSTI: Il grido silenzioso di Carlo Michelstaedter

Facciamo un viaggio indietro nel tempo e torniamo al primo decennio del Novecento. Cosa succedeva in Italia a quei tempi? Giolitti, liberale di vecchissima data, era al terzo di cinque mandati da primo ministro; D’Annunzio regnava sulla moda letteraria con il suo estetismo morboso ma anche con il suo superomismo fallace; a completare il quadro, il filosofo “statale” era Croce, ideatore di un ordinato e impeccabile sistema neo-hegelista. Il quadro che emerge da questi parametri è quello di una nazione e, più precisamente, di una cultura ancora protetta dalla campana di vetro delle certezze ottocentesche, ed è in questo scenario che si svolge la storia di un ragazzo che ha osato incrinare questa campana e gridare «no», sfortunatamente troppo in silenzio per essere ascoltato, almeno fino a tempi recenti.
Carlo Michelstaedter nacque a Gorizia nel 1887 da una famiglia di origini ebraiche: da sempre interessato a tutti gli ambiti del sapere, si iscrisse alla facoltà di matematica all’università di Vienna ma dopo un anno capì che aveva sbagliato strada e andò a Firenze a studiare lingue e letterature antiche, dedicandosi nel contempo alla pittura e al disegno.
Da questi pochi elementi si può capire che, nonostante sia oggi considerato un prodigio culturale, Carlo fosse un semplice ragazzo, un povero studente universitario esattamente come noi. Infatti chi non ha sprecato almeno un anno in facoltà che non rappresentavano il proprio futuro? Quanti sono i fuori-sede? Chi non ha tantissime altre passioni oltre a ciò che studia?
Il momento decisivo per Carlo arriva nel 1909. Completati gli esami, gli viene assegnata la traccia per la tesi di laurea: I Concetti di Persuasione e Rettorica in Platone e Aristotele. Si tratta di un’operazione facile, di un semplice lavoro di analisi filologica, ma Carlo trascende totalmente la natura del suo compito e arriva a comporre un’opera di straordinaria profondità, regalando al mondo e alla storia uno dei più importanti saggi filosofici mai scritti e una delle più originali tesi di laurea, La Persuasione e la Rettorica.
Il pensiero contenuto in quest’opera è molto complesso per via del linguaggio utilizzato. Infatti Carlo spesso scrive concetti e frasi cruciali in greco, per tornare alla radice della filosofia, la Grecità, e utilizza uno stile aforistico di grande forza poetica ma di una certa difficoltà interpretativa, perciò analizzare in questa sede il pensiero di Carlo nella sua interezza sarebbe inutile oltreché impossibile.
La Persuasione e la Rettorica si apre con il seguente aforisma, che riassume il pensiero dell’opera quasi completamente: “Io so che voglio, ma non so cosa io voglia”. L’uomo è schiavo del “dio della voglia di vivere”, un’entità trascendentale che lo spinge a cercare e consumare piaceri senza posa. Questo saltare da un piacere all’altro rappresenta lo sviluppo dell’esistenza umana sull’asse temporale e, anzi, è il Tempo stesso; l’unica cosa capace di interrompere questa infinita corsa è la Morte. La soluzione di Carlo a questa vita tragicamente estetica è la Persuasione, non meglio definibile se non come il “consistere nell’ultimo presente” per sentire “una vertiginosa vastità e profondità di vita”, ovvero una sorta di corsa contro il tempo e contro la Morte.
“Ma gli uomini si stancano per questa via”, scrive Carlo all’inizio della seconda parte, la Rettorica: l’uomo, per nascondersi il fatto che la sua vita corre verso la Morte, si circonda di verità “retoriche”, ovvero concetti metafisici che spieghino la sua esistenza in termini certi e sicuri per proteggerlo dalle aspre contraddizioni dell’essere, ma che, in realtà, sono vuoti e privi di significato perché non trovano corrispondenza nella realtà.
A questo punto si deve confessare che Carlo non scrisse per molto altro tempo dopo aver ultimato La Persuasione e la Rettorica. Altre sue opere sono una gran quantità di poesie, raccolte in un volume intitolato La Melodia del Giovane Divino, e una serie di dialoghi in stile platoniano e leopardiano pubblicati con il titolo Dialogo della Salute e altri Dialoghi, gran parte di ciò scritto in poco meno di un anno: Carlo si è suicidato nel 1910 dopo un periodo di isolamento auto-imposto e di febbrile attività di scrittura.
Molti ritengono che l’opera di uno scrittore sia influenzata dagli accadimenti della sua vita, quindi Leopardi ha ideato un sistema pessimista perché aveva avuto una vita pessima; allo stesso modo Carlo ha elaborato un sistema simile perché era in qualche modo sofferente e, perciò, si è suicidato. Questa è la Rettorica, inventare verità comode per risolvere le contraddizioni della realtà; persuasione è, invece, accettare, seppur con dolore, tali contraddizioni e dire che la morte di Carlo è stata una tragedia che ha stroncato un Genio sul nascere.

 

-Lorenzo Sgro.

Tecnologia distorta, uno sguardo poco piacevole al futuro

Come si può descrivere il cinema in una sola parola? Intrattenimento, compagnia, riflessione, emozione, insomma un qualcosa che ti porta ad un determinato ragionamento e che ti mostra la visione di determinati argomenti con un’ottica diversa dalla tua. Il cinema ci ha portato molte volte nel futuro e mostrato che la tecnologia non ha limiti e di come possa cambiare la vita umana in positivo; ci sono però altre prospettive con cui vedere il futuro dell’uomo e alcune di queste non sono proprio piacevoli. Vari sottogeneri cinematografici, come il cyberpunk, affrontano l’avanzata della tecnologia e della scienza che si inoltrano con prepotenza nella nostra vita insieme a cambiamenti radicali nella società portando dunque anche a ribellioni e guerre. Gli esempi da prendere in considerazione sarebbero molti ma mettiamo in evidenza quelli più significativi che hanno un impatto visivo maggiore sullo spettatore. In questo breve articolo vorrei mettere in evidenza come la visione pessimistica verso le nuove tecnologie abbia influenzato alcune pellicole negli ultimi cinquant’anni.

Qui le 3 pellicole prese in esempio:

  • 2001: Odissea nello spazio (1968, Stanley Kubrick) considerato l’archetipo della fantascienza e come uno dei migliori film mai realizzati. Un film che vede evolversi il rapporto uomo\macchina, che spiega come tutto ebbe inizio e come tutto potrebbe evolversi attraverso un lunghissimo viaggio diviso in episodi, dove ognuno di questi si relaziona con gli altri tramite l’evoluzione della tecnologia. Una pellicola che è una risposta alle mille domande dell’uomo sulla vita ma che pone in evidenza parecchie riflessioni. Prima c’era il paradiso ma dopo il peccato originale (mela = tecnologia) siamo circondati sempre più da insensibilità che ci porterà all’inferno.
  • Brazil (1985, Terry Gilliam) una favola cupa che vuole scoccare la sua unica freccia contro una società che di umano ha ben poco e dove domina la tecnologia. Una specie di versione aggiornata di “1984” ovvero uno dei più celebri romanzi di George Orwell dove i diritti umani e la libertà sono ridotte ai minimi termini. Una pellicola che non rinuncia all’ironia (poiché il regista è parte del gruppo comico britannico Monty Python) seppur in modo freddo data l’atmosfera del film.
  • Matrix (1999, Larry e Andy Wachowski) uno dei film più significativi degli ultimi decenni e di grande impatto culturale, rappresenta una critica aspra e cinica contro un mondo assente in cui le persone ignorano o non sono del tutto consapevoli di tutto ciò che accade intorno a loro. Il mondo che conoscevamo è morto e di lui è rimasta solo un’illusione, quella in cui viviamo adesso secondo gli autori. Un film in cui il protagonista per essere ritenuto davvero umano deve essere sottoposto ad una terapia riabilitativa poiché in questa versione del futuro, in cui l’umanità sta combattendo contro le macchine ormai dotate di intelligenza artificiale, gli umani non nascono ma vengono coltivati per poi diventare fonte di energia per le stesse macchine. La pensione dell’uomo e la vita per le macchine.

Menzione speciale:          

  • Tetsuo (1989, Shinya Tsukamoto) non un film sulla tecnologia in senso stretto ma una versione cronenberghiana di essa. Una visione disturbante sulla mutazione\trasformazione da un uomo in mostro\cyborg con risvolti “horror”. Un incubo claustrofobico dove la mutazione del protagonista rispecchia quella che si crea nell’uomo moderno e che può portarci direttamente in un futuro dove la distinzione tra uomo e macchina sarà quasi assente.

Con questo capolavoro in bianco e nero si conclude questo viaggio attraverso gli occhi di diversi autori, un viaggio verso l’inferno di un mondo distopico che attende l’umanità e chissà che una di queste paranoie cinematografiche non diventi realtà.

-Ciro Guerriero.

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Il futuro dell’immagine è decisamente in 4K, per l’immaginario invece c’è da attendere.

Nel secolo della globalizzazione e della prepotente ascesa tecnologica nelle nostre vite, ogni cosa diviene la versione migliore di se stessa, tutto intorno a noi è il 2.0 del suo vecchio volto, incluso l’occhio umano.
Con lo sguardo già rivolto alla neonata tecnologia “Nano Cell Display” che offrirà ai nostri televisori colori straordinari e precisi da qualsiasi prospettiva e angolo di osservazione, tiriamo le somme di questo uscente 2017 e della sua preannunciata rivoluzione visiva: la nuova frontiera dell’immagine, il 4K. Uno standard per la risoluzione della televisione digitale, del cinema digitale e della computer grafica, il cui nome deriva da 4kilo (“4 mila”), che indica l’approssimazione dei suoi circa quattromila pixel orizzontali di risoluzione. Denominata anche “Ultra HD” (esclusivamente in ambito televisivo) quest’evoluzione dell’Alta Definizione, nasce in realtà già nei primi anni duemila in ambito puramente cinematografico (la prima cinepresa commerciale digitale in 4K, lanciata sul mercato nel 2006, è dell’azienda “Dalsa Origin”; seguiranno poi i prototipi della “Sony”) e la sua ascesa si protrae sempre più nel nuovo millennio. Non fermandosi al limitante grande schermo, questo nuovo standard della risoluzione grafica man mano approda prima sui display dei nostri computer e televisori, poi su quelli dei nostri smart-phone. Nel 2016 è la “Samsung” con il suo “Galaxy S7” una delle prime aziende a montare uno schermo atto a leggere la risoluzione in 4K, seguita a ruota dalla “Sony” che con il suo “Xperia Z5” tenta la strada (per alcuni versi fallimentare) dello schermo generato direttamente in 4K, non solo abilitato a questo tipo di definizione. Ad oggi, autunno 2017, il boom definitivo di questa leccornia tecnologica sul mercato è già avvenuto a inizio anno e non rappresenta ormai nulla di così sconvolgente: ci stiamo abituando (ci siamo già abituati) ad avere una percezione dell’immagine, di qualunque tipo essa sia, quasi al massimo della sua potenzialità.
Cosa significhi poi nel concreto poter godere di questo tipo di immagine è presto detto: se ad esempio guardassimo un documentario sulle antilopi prodotto in 4K, su un dispositivo atto a questo tipo di risoluzione ovviamente, l’immagine di quegli animali sarebbe assai poco differente (fatta eccezione per il fattore tridimensionalità s’intende) da quella che il nostro occhio percepirebbe se ce ne andassimo in Sudafrica ad osservarli dal vivo; fatte le dovute distinzioni, si parla infatti del 75% di fedeltà alla realtà registrata dall’occhio umano.
Detta così l’innovazione può sembrare in realtà quasi sciocca o scontata, del resto siamo così abituati a credere fedelmente a ciò che vediamo sullo schermo che non ci siamo forse mai soffermati a pensare a cosa sarebbe successo se davvero avessimo sempre potuto ammirare attori, personaggi televisivi e in generale chiunque sui nostri schermi, per ciò che realmente è. Dunque quella patina magica, quello schermo che ci ha sempre diviso crudelmente dal mondo che più idolatriamo, sta definitivamente cambiando faccia e a noi la cosa sembra scivolare addosso. Il panorama all’orizzonte si prospetta quantomeno innovativo e al limite dell’aspettativa che chiunque di noi avrebbe avuto a inizio secolo, quando si assaporava da non molto l’avvento dell’HDTV, e noi accogliamo la cosa passivamente, senza farci troppe domande, senza neanche chiederci se abbiamo davvero bisogno di un 75% di realtà quando guardiamo la TV o quando siamo al cinema.
Davvero vogliamo distinguere ogni minima imperfezione sul volto di un attore? Siamo così sicuri che i dettagli migliori debbano esserci sbattuti sotto il naso?
La verità è che la risoluzione in 4K ci offre un cinema ed una TV che lasciano ben poco all’immaginazione e al mistero di un volto, di un paesaggio, di un colore, di un’imperfezione. Liz Taylor ad esempio, divenuta famosa con l’appellativo di “diva dagli occhi viola”, avrebbe davvero avuto gli occhi viola in 4K?
Molto improbabile dal momento che i suoi occhi sembra fossero in realtà di un azzurro molto intenso che a causa delle luci di scena mostrò più volte sfumature violacee. Il sensualissimo neo sulla guancia sinistra di Marilyn Monroe sarebbe risultato ugualmente sensuale in 4K? Altrettanto improbabile anche questo, piuttosto invece si sarebbe palesato come il banalissimo puntino disegnato con una comune matita nera da make-up che in realtà era. L’interpretazione magistrale ed iconica di Marlon Brando ne “Il padrino” sarebbe stata ugualmente incorniciata da un aspetto insieme rude e fine e da una perfetta mascella da “mastino” (frutto di due batuffoli di ovatta nelle guance) se le tre ore di trucco alle quali ogni giorno il maestro si sottoponeva fossero state visibili in 4K? Indubbiamente ogni cosa è figlia del suo tempo e ad oggi il make-up di scena è un’arte, una scienza quasi esatta capace di sfuggire anche alla risoluzione più avanzata e, in ogni caso, dove non arriva il trucco subentra la computer grafica. Tuttavia l’autenticità di un volto della TV o del grande schermo non è e non sarà mai proporzionale a quanto esso venga manipolato o al contrario messo a nudo. La bellezza di un paesaggio a volte risiede nel dettaglio invisibile, sfocato, quello che fa ipotizzare, quello che fa sognare. Cerchiamo la realtà, la perfezione, la nitidezza d’immagine ma siamo così sicuri che questo apporti reali migliorie anche al nostro occhio critico e oltre che a quello fisico? Essendo questa la generazione dell’estetica ossessivo compulsiva oltre che della sempre crescente evoluzione tecnologica, vogliamo davvero mettere la mano sul fuoco sul fatto che il 75% di realtà effettiva di un volto sullo schermo non ci distrarrà per nulla dall’anima che si cela o non si cela affatto dietro quel volto? Se davvero poi arrivassimo al punto in cui tutti i dispositivi (grandi e piccoli schermi) e non più solo alcuni, supportassero la risoluzione in 4K e film e programmi TV iniziassero dunque ad essere generati tutti secondo questo standard, avremmo ancora attori ‘brutti’ e conduttrici televisive ‘imperfette’? In quelle circostanze sarebbe concesso ad esempio all’immensa Anna Magnani di portare le sue meravigliose rughe davanti ad una cinepresa non più troppo gentile ma quanto mai reale e spietata? Del resto una volta alzato il tiro, una volta adattato uno standard, vanno adattati anche i restanti canoni. Con queste premesse non mi stupirebbe perciò non vedere più perfette imperfezioni alla Anna Magnani ma solo volti a prova di 4K. Non mi stupirebbe andare al cinema con i miei amici e vedere un film la cui trama e i cui attori inespressivi e dozzinali non riuscirebbero ad urtare neanche la sfera emotiva di un bradipo, scoprendo poi che lo stesso film viene premiato però per la fotografia e gli effetti speciali. Non mi stupirebbe affatto scoprire che il futuro sugli schermi è fatto solo da ciò che essi trasmettono, l’immagine (sciocco chi si era illuso che fosse altrettanto importante una certa qual anima), e questo è più che spaventoso.
Questo mio non stupirmi più di tutto ciò, questo nostro trovare normale tutto ciò, è terrificante.

Troppo amarcord e decisamente troppo pessimismo forse, non saprei dire. Nel dubbio non ci resta che stare a guardare la storia che fa il suo corso e non smettere in ogni caso di ricercare l’evoluzione che ci ha sempre (o almeno quasi sempre) contraddistinti.

-Margherita Cignitti.