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Madri e figli alla festa del cinema di Roma

Kursk, My Dear Prime Minister, Boy Erased, sono alcuni dei film in concorso alla tredicesima Festa del Cinema di Roma (18-28 ottobre) che abbiamo seguito per CulturArte. Nelle tre pellicole citate emerge in vari modi la forza del legame tra madri e figli, tre progetti culturalmente molto lontani ma che evidenziano l’universalità del rapporto più forte al mondo.

Filo rosso delle tre storie è l’ispirazione a fatti realmente accaduti (Kursk e Boy Erased) o comunque di vita quotidiana (My Dear Prime Minister). Kursk, regia di Thomas Vinterberg, ripercorre la tragica fine dell’omonimo sottomarino russo con le vicende umane delle famiglie dei marinai e gli intrecci diplomatici nei disperati tentativi di salvare l’equipaggio; Boy Erased, diretto da Joel Edgerton, è invece tratto dall’autobiografia di Garrard Conley Boy Erased: a memoir e approfondisce le complicate vite di ragazzi americani omosessuali costretti a terapie di riorientamento sessuale tenute in contesti religiosi; storie molto diverse ma entrambe portate con ottimi risultati sul grande schermo. Cast importante per Kursk con Lea Seydoux, Colin Firth e l’ottima performance da protagonista del belga Matthias Schoenaerts; stesso discorso per Boy Erased con Nicole Kidman e Russell Crowe genitori di un sempre più convincente Lucas Hedges (classe ’96, già candidato per l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 2016 con Manchester by the Sea) e la presenza, pur in un ruolo minore, di Xavier Dolan.

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Discorso a parte invece per My Dear Prime Minister, con regia di Rakeysh Omprakash Mehra, film indiano molto lontano dal nostro mondo occidentale che affronta i disagi quotidiani della bidonville di Gandhinagar, in particolar modo la piaga della mancanza di bagni ed i rischi per le donne di subire abusi. Il film è toccante, i toni quasi da commedia e le scene stile Bollywood che caratterizzano la prima parte sono spazzati via bruscamente dal dramma dello stupro, realtà purtroppo quotidiana in vaste aree del subcontinente indiano, ma trionfa la speranza grazie alle peripezie dei bambini della baraccopoli. Nella gara degli applausi tra i tre film è proprio My Dear Prime Minister a vincere, sincero tributo al regista, presente in sala, da parte di un pubblico commosso e colpito dai dati reali sulla carenza di servizi igienici e numero di stupri riportati a fine proiezione. Come già detto, progetti lontani ed un denominatore comune: il legame indissolubile tra madri e figli. Che la storia sia ambientata nel Mare di Barents, negli Stati Uniti o nelle baracche di una città indiana è poco rilevante; che il figlio abbia 5, 10 o 20 anni è ancora una volta poco rilevante; che la madre sia la perfetta consorte di un predicatore, la sposa di un marinaio o la ragazza madre in una realtà complicata non ha importanza. Madri che lottano per il bene dei loro figli e figli che lottano per il bene delle loro madri (commovente in particolar modo il rapporto singolare in My Dear Prime Minister), personaggi forti e coraggiosi, risoluti nell’affrontare situazioni complicatissime che si presentano nella loro vita, forza morale che però non risulta monolitica ma lascia anzi un notevole spazio allo sviluppo dei personaggi nel corso della storia, componente di formazione che troviamo maggiormente in Boy Erased, da brividi la scena della “fuga” dal centro di riabilitazione. Potente e allo stesso tempo delicata l’interpretazione di Lea Seydoux in Kursk, donna autrice di gesti forti in un clima politico teso, tempra che dimostrerà anche il figlio nel drammatico momento dell’ultimo saluto al padre; quest’ultimo film merita inoltre una menzione a parte per la caratterizzazione maggiormente approfondita di tutti i personaggi che ruotano intorno al nucleo principale e la capacità di valorizzare i due piani narrativi con la stessa forza, le vicende in mare e la battaglia delle famiglie; ancora un appunto positivo per la pellicola di Vintenberg per quanto riguarda la fotografia e le colonne sonore.

BOY ERASED

Le donne di cui abbiamo parlato comunicano il messaggio forte di madri che conservano la loro individualità e che non sono subalterne a nessuno, sono storie di coraggio, di teste che non si piegano e lottano per ciò che sentono giusto, ma allo stesso modo sono storie di figli che crescono in fretta ed assumono ruoli determinanti in queste vicende. Emerge essenzialmente questo indissolubile legame di sostegno reciproco tra madri e figli, in ogni tempo ed ogni luogo, comunque lo si guardi, unico.

 

-Gabriele Russo

 

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Mamma son tanto felice perché – uno spettacolo di e con Angelica Bifano

In Via Capo D’Africa, a due passi dal Colosseo, sorge il Teatro Ivelise, un luogo intimo dove l’arte trova casa nel cuore di Roma. Entrando quasi si ha l’impressione di non essere in un teatro, sala da 45 posti, botteghino stretto, non manca però l’immaginazione e la voglia di stupire; la prima cosa che si nota è una panchina apparentemente schiacciata dentro ad una scatola in realtà molto comoda. La sala sorprende con le luci, le maschere veneziane, uno specchio volutamente sgangherato, i cuscini sugli spalti, un colpo d’occhio che lascia presagire una piacevole serata.

Lo spettacolo al quale ho assistito è Mamma son tanto felice perché, scritto, sceneggiato e recitato da Angelica Bifano. La scena é pronta. Troneggia al centro una sedia stile ‘700 con appoggiata una stoffa di lino semi-grezzo, a destra uno sgabello con un pacco di sigarette. L’attrice entra, prende il suo tempo, ci guarda; di colpo inizia una cantilena, prima dolce, poi sempre più energica, intonando una lode a Maria in dialetto campano. Il pubblico ride, lei rimane seria. Ė stata posata la prima pietra: una commedia sullo stile della commedia dell’arte.

Rimanendo lì a guardare si rimane estasiati dalla capacità della Bifano di impersonare per tutta la durata dello spettacolo una miriade di personaggi che tende ad aumentare al fine di raccontare una specie di “ultima cena” domenicale in famiglia con la nonna. L’elemento che più colpisce è la fluidità con cui l’attrice passa da un ruolo all’altro, una metamorfosi decisa ma che lascia il tempo allo spettatore di adeguarsi. La bambina stufa di dover parlare alla nonna della propria giornata lascia spazio a quest’ultima che si lamenta della sistemazione del cuscino, per poi diventare la zia che scarica la propria tensione contro il fratello mentre quest’ultimo prova a non prendersela sapendo come sua sorella è fatta. La storia in effetti è un racconto del quotidiano, poche sorprese, non è l’intreccio narrativo a rimanere impresso, è piuttosto l’intensità dei personaggi, la genuinità delle emozioni a toccare il pubblico. C’è la gioia di una donna anziana più volte madre che racconta della maternità ad una bambina che ancora non può capirla o anche la continua ricerca di una zitella verso l’autorealizzazione, da raggiungere occupandosi  della riuscita di un pranzo di famiglia ma che non avviene per il rifiuto di accettare le cose come vengono. Insomma, la gioia della vecchiaia un po’ capricciosa ma mai cattiva, l’esasperazione dei doveri o presunti tali della vita adulta, la fantasia giocosa e a volte cattiva dei bambini che rispondono all’affetto della zia con un “Potere della luna! Se ti avvicini ti ammazzo!”

Alla fine si torna a casa, sotto la pioggia; lo spettacolo in parte l’ho dimenticato. Salgo le scale, mi accoglie nonna, subito mi chiede un po’ di compagnia e il racconto della serata, l’aiuto a sistemarsi sulla poltrona. Lo spettacolo torna in mente e sorrido.

 

-Joël David Guerrazzi

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Bonjour théâtre – il Teatro Ivelise apre la sua Nouvelle Saison fra spettacoli e lezioni

Tre donne, un luogo magico, l’amore per il francese e una grande famiglia allargata pronta ad esibirsi: questi gli ingredienti unici del Teatro Ivelise, piccola grande realtà nel cuore di Roma. A due passi dal Colosseo, in via capo d’Africa, il locale nasce nel ‘400 come cappella di un convento di suore per essere poi destinato, secoli dopo, a stanzino dal teatro Orione. Il teatro viene inaugurato nel 1997 da Ivelise Ghione, da qui il nome, e da marzo 2013 è gestito dall’Associazione Culturale AlloStatoPuro.

photo_2018-09-20_02-42-41©FrancescoDiPasquale2018

“Continuare a far vivere il teatro è una promessa che ho deciso di mantenere nonostante tutte le difficoltà” confida Brenda Monticone Martini, direttrice del teatro.  Una promessa mantenuta con successo, siamo portati ad aggiungere noi, visti l’elevato numero e l’ampia varietà di spettacoli previsti per questa nuova stagione, la molteplicità di insegnamenti tenuti e i concorsi indetti, fra cui spicca l’IveliseCineFestival al termine del quale una Giuria di Esperti assegnerà ai primi tre classificati vari premi.

Con le sue tre volte a crociera, gli stucchi dorati,  le lucine colorate sull’arcata principale e le pareti blu, di cui una coperta da maschere, specchi e persino un paio d’ali, il teatro, come ci viene più volte ripetuto nel corso della conferenza, è un luogo magico, al centro del mondo e fuori dal tempo.  L’ambiente dal sapore ultraterreno e dal gusto un po’ retrò diventa il luogo ideale per mettere in scena commedie, varietà, spettacoli sperimentali e concerti di artisti già affermati, ma anche per plasmare nuove personalità e vederle crescere: lezioni di stand-up comedy, burlesque e boylesque, canto, lettura espressiva e dizione, tip tap e pianoforte; proprio quest’ultimo strumento padroneggia al centro del piccolo palco in una nicchia che sembra stata ricavata solo per questo scopo. Ciò rende ancora più piacevoli le numerose esibizioni musicali in cartellone, vista l’indiscussa superiorità del suono di un vero pianoforte rispetto ad una tastiera digitale (usata fino a poco tempo fa al teatro Ivelise).

Sotto ad un filo al quale sono appesi con mollette per il bucato le locandine di ogni spettacolo della prossima stagione, su tre sedie rigorosamente diverse ( in tutto il teatro non ce ne sono almeno due uguali, già preludio di stravaganza e anticonformismo) siedono le tre donne citate in precedenza:  Chiara Del Zanno, coordinatrice della stagione teatrale e delle produzioni interne, Miriam Bocchino, Ufficio Stampa, Social Media Manager e Coordinatrice Didattica e in mezzo a loro la già citata Brenda Monticone Martini, Direttrice Artistica. Un po’ per il luogo piccino e intimo, un po’ per i posti riservati al pubblico nei soppalchi fra i cuscinoni, l’aria che si respira è familiare e accogliente.

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Il primo spettacolo che viene presentato è anche il primo che verrà proposto, il 5 e il 6 ottobre. Si intitola “Mamma son tanto felice perché” ed è nato dalla mente e dai ricordi di bambina salentina di Angelica Bifano. Si definisce amante dell’antiestetico quando le fanno notare la scelta controcorrente della foto di locandina: è la sua bocca che, anziché restare ferma alla ricerca di una pienezza e una simmetria perfetta tanto in voga nella moda attuale, si piega in una smorfia. Dalla foto alla scrittura, per arrivare alla recitazione: ogni minimo dettaglio di questa commedia appartiene soltanto a lei. È infatti anche l’unica attrice in scena, nella sfida di interpretare tutti i diversi personaggi femminili che ruotano intorno alla sua storia. A metà di Novembre, un’altra commedia firmata Annalisa Elba e diretta da Simone Ruggiero,  vede protagoniste Giorgia Masseroni e Sara Religioso in un terrazzo  su cui sono state spinte da una voce guida, ma il pubblico non saprà a chi appartenga e per quale motivo abbia spinto in quel luogo le due ragazze fino alla fine. Le protagoniste, Tea e Zoe, le quali altro non sono che personalità di un’unica donna, dialogano e si scontrano e si rendono portavoce delle crisi di identità e del senso di solitudine che caratterizzano la loro generazione. Suscita invece tutt’altro genere di riflessioni la commedia che a febbraio, mese dell’amore, vedrà protagonista Angela, ragazza insicura di provincia, la quale con l’aiuto di Ivan diventerà Pinky e scoprirà le forme di amore ma soprattutto di sesso più svariate diventando una pornodiva di fama internazionale.

Numerose le occasioni per ascoltare i concerti di jazz e swing che poi sono la stessa cosa sviluppata in due diverse epoche, come specifica Valeria Rinaldi, la voce sul palco. Fra uno spettacolo e l’altro ad accompagnarci durante il prossimo anno ci saranno anche i varietà di La Maison de Lolà con la regia di Brenda Monticone Martini e le coreografie di Lola Lustrini, insegnante burlesque e boylesque a donne e uomini che spesso ricercano in queste discipline il rapporto perduto o compromesso con il proprio corpo. A conclusione della stagione teatrale, il cui calendario completo si trova già nel sito del Teatro Ivelise, si terrà lo spettacolo di fine anno degli allievi di ogni disciplina.

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Un intimo puntino blu immerso fra i tesori dell’Antica Roma che è incessantemente alla ricerca di nuovi volti, nuove modalità di spettacolo, nuove storie che non aspettano altro di essere avvolte dalla magia.

 

 

 

-Beatrice Tominic

 

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Andrea Gandini e i mondi paralleli di Roma

“Le opere che faccio in strada sono dipinti, opere d’arte, proprio perché creano un’emozione in chi le vede: ci sono poesie in quelle sculture”.

E’ così che Andrea Gandini, scultore emergente romano, definisce il suo lavoro iniziato pochi anni fa in un angusto garage per poi diffondersi nei luoghi più reconditi dell’Urbe. A differenza di un quadro però i suoi tronchi morti, parti finali di arbusti ormai abbandonati e da lui scolpiti, non sono semplici oggetti d’arte osservabili in un museo, ma piuttosto soggetti di un’arte che viene creata davanti a tutti e alla quale ognuno, a modo proprio, può partecipare. Sono performance di strada che si adattano e mutano grazie ai suggerimenti del suo pubblico. Opere vive e deperibili come il legno in cui sono scolpite, ma anche collettive poiché seguono le percezioni di coloro che le vedono e le vivono in prima persona. Sono persone comuni: ora impiegati, spesso finanzieri o banchieri, in entrata o uscita dal lavoro, ora registi e attori, ma anche barboni e semplici fruitori della città.

_Troncomorto 27_, Via Cola di Rienzo (Roma)

Molto dipende anche dall’orario, dalla via. Ogni volta però è bellissimo perché è una cosa unica, un’esperienza prima di tutto umana”.

Scolpite in un materiale vivo e tuttavia deperibile come il legno queste sculture sembrano prendere nuova vita sotto lo scalpello di un ragazzo appena ventunenne che in pochi anni ha creato una realtà parallela difficile da eludere. E’ quella dei volti e delle figure che lui ritrae, sospese in un mondo a sé, quasi membri di una civiltà nascosta che ha molti tratti in comune con la nostra. L’artista paragona il materiale da lui usato ad un “osso di balena”. Come la balena, che trae origine da un embrione e poi, da morta, si riduce a un semplice cumulo di ossa, il legno ha potuto godere di un’iniziale vita propria e, in questo senso, operare sul legno è simile ad operare sui resti di un essere vivente. Esattamente come nella vita reale, il rischio è alto: si può riuscire o, al contrario, rischiare di rovinare l’opera, frantumandola e mandandola in polvere.

_San Francesco e San Sebastiano_, 5m, Via Appia (Roma)

Altrettanto significativa è poi la scelta del luogo. Come lo scultore afferma infatti “non si può fare un’opera se non si considera il luogo in cui verrà inserita”. La scelta non è semplice, ma la Città Eterna sembra essere il luogo ideale per le sue realizzazioni. “Roma ha il fascino della città decadente e a me questo piace tantissimo; è in parte abbandonata a se stessa e questo, secondo me, almeno dal punto di vista artistico, rappresenta un po’ un secondo romanticismo. Infatti, nel periodo del Grand Tour, venivano scoperte le prime cattedrali gotiche abbandonate”. Ora, afferma l’artista, “stiamo facendo arte nelle fabbriche abbandonate, nei centri commerciali allagati”. In questo senso l’arte di Gandini come quella di tanti altri coetanei e colleghi rappresenta nella sua unicità un momento di svolta, di rivalutazione del “brutto” o del fatiscente che nell’oscurità può rinascere in una nuova arte, più “semplice” e diretta. Un’arte pubblica, perché si avvale di elementi comuni, eppure inserita nel contesto eterno di Roma, una città che non è destinata a deperire, ma piuttosto a rinascere, assieme a chi la vive ogni giorno e non intende dimenticarla.

_Tronco Morto 6_, Via E. Jenner (Roma)

Le sue opere, presenti in oltre sessanta luoghi di Roma sono apprezzate da un vasto pubblico. All’interno della serie Tronco Morto particolarmente mirabili risultano quelle in via E. Jenner, sul Lungotevere e in via Cola di Rienzo. Fra le altre sculture vi sono poi “San Francesco e San Sebastiano” in via Appia, “La Papessa” sul Lungotevere e “Albero Vetusto” in Via Cassia Veientana.

-Daniela Di Placido

STAND-UP COMEDY: “LA RISATA È IL MEZZO, NON IL FINE”

Cos’è la stand-up comedy? “Una chitarra”. No non sono impazzito, ho solo riportato le parole del fondatore di Satiriasi  Filippo Giardina, ospite il 16 maggio al Dams di Roma Tre insieme a Pietro Sparacino e Velia Lalli. Capisco che detta così la cosa possa sorprendere, mi spiego; la stand-up comedy è un modello, un modo di fare spettacolo, stare in piedi su un palco solo con un microfono, scenografia neutra, nessun elemento di distrazione. Ma in sé la parola stand-up comedy non ha un contenuto specifico, preso il modello c’è poi un mondo da esplorare, come una chitarra, strumento che accetta centinaia d’interpretazioni. Nel caso specifico mi interessa parlare del progetto “Satiriasi stand-up” cui accennavo precedentemente.

Il complesso di comedians messo su da Filippo Giardina nel 2009 e attivo fino al 2014 aveva come motto “la risata è il mezzo, non il fine”; sono queste parole la sintesi del manifesto programmatico redatto in 15 punti, faro dell’operato del gruppo. Cito testualmente dal sito l’intento di questo documento “in esso, dopo essere stati evidenziati tutti i difetti tipici della comicità nostrana, come l’abbondanza di luoghi comuni, di giochi di parole elementari, e la banalità e ripetitività degli argomenti trattati, è chiesto al comico di scrivere con intenti artistici più onesti e personali, spingendolo ad avvalersi del proprio vissuto per trovare argomenti di cui parlare, a ricercare in sé stesso ciò di cui sente davvero l’esigenza esprimere, ciò di cui è “saturo” appunto, utilizzando il linguaggio che trova più adatto per dar voce in maniera originale  e personale alla sua prospettiva sul mondo e rivolgendosi a un pubblico che vede come amico.”

Nulla deve essere aggiunto alle parole riportate, sunto perfetto del testo esteso. Satira, necessariamente l’intento di far ridere, non è un comizio ma uno spettacolo comico, però non cabarettistico, la risata è consapevole perché l’autore del monologo deve essere protagonista della scena, deve essere pieno autore della sua opera, non deve rifarsi a luoghi comuni a meno che non siano giustificati dal pezzo, così come consapevole è il pubblico, necessariamente adulto, che viene ad assistere allo spettacolo per ritrovare un certo tipo di satira, un nuovo gusto per la risata. Consapevolezza di tutte le parti in causa, il comedian quale protagonista e lo spettatore come parte accessoria, troppo facile è ormai diventato giocare con le prime file e portare a casa la serata, il comedian fa il suo monologo anche qui consapevole di raccontare il mondo dalla sua prospettiva e consapevole che l’uditorio potrebbe non essere d’accordo ma del resto, come già detto, chi fa questo mestiere non cerca facili consensi e soprattutto è profondamente animato dall’ultimo punto del manifesto: “Se il pubblico è già d’accordo con quello che stai per dire forse non c’è bisogno che tu lo dica”.

Nel fare la mia analisi ho usato la parola “mestiere” non a caso; uno dei buoni motivi per cui questo collettivo si è formato è stato anche quello di ridare dignità alla figura del comico all’interno del mondo artistico, uscire dall’idea macchiettista, da qui l’importanza di esporsi in prima persona sul palco, nome e cognome, una forte rivendicazione intellettuale. Aggiungo ancora con una citazione, stavolta di Pietro Sparacino, altro membro del gruppo, in merito proprio al mestiere del comico: “Nei negozi di giocattoli ci sono i kit per tantissimi lavori, il poliziotto, il pompiere, l’allegro chirurgo, addirittura il piccolo mago, ma mai una volta ho visto il kit del piccolo comico”.

Nella speranza di aver reso un minimo di giustizia a questo mondo semisconosciuto, vi invito, se siete arrivati a questo punto, a giudicare voi stessi; su youtube è pieno di contenuti, le serate dal vivo poi sarebbero l’ideale per immergersi davvero nell’atmosfera dello spettacolo, il progetto Satiriasi non è più stabilmente attivo ma sia i comedians che ne hanno fatto parte che molti altri appartenenti ad altre realtà fanno spettacoli molto frequentemente, le occasioni non mancano. Buone risate dunque, perché la risata è importante, mai banale, ma come per ogni altra attività umana, le cose andrebbero fatte in un certo modo, quindi ridiamo, ma ridiamo bene.

 

 

– Gabriele Russo

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Hiroshige: visioni di un Giappone lontano

C’era un tempo in cui Giappone non significava solo manga e All-you-can-eat; un tempo, quello dell’impero Edo (1600-1868) — nome che indicava l’attuale città di Tokyo — in cui il Paese del Sol Levante, nonostante il suo regime di estremo isolamento e repressione, creò le basi per un’arte che avrebbe ridefinito non solo le regole dello stile di molti artisti giapponesi, ma anche influenzato pittori europei come Degas, Klimt e Van Gogh. Proprio quest’ultimo affermava: «Quello che invidio ai giapponesi è l’estrema limpidezza che ogni elemento ha nelle loro opere […]. Le loro opere sono semplici come un respiro, i giapponesi riescono a creare figure con pochi tratti, ma sicuri, con la stessa facilità con la quale noi ci abbottoniamo il gilé».

È proprio questo il segreto e forse la genialità degli artisti della Ukiyo-e, movimento artistico dell’impero di Edo che rese possibile l’estro di maestri come Utagawa Hiroshige (1797-1858), in mostra alle Scuderie del Quirinale fino al 29 Luglio 2018. L’Ukiyo-e, letteralmente “immagine del mondo fluttuante”, è un termine buddhista che indica l’illusorietà della realtà terrena a cui il saggio non deve attaccarsi; una dimensione unica, quella dei piaceri della vita, rappresentativa di quell’energico mondo giovanile che nel tardo Settecento incombeva nelle città sviluppate di Edo, Kyoto e Osaka. È proprio questa energia che si percepisce nelle innumerevoli silografie che Hiroshige ha realizzato nel corso della sua vita. È la forza dei loro tratti, netti e sicuri, che ritraggono il Giappone nella sua quotidiana misticità. Ne è un esempio la serie di silografie Le cinquantatré stazioni di Tōkaidō (1832) in cui il maestro scova paesaggi e personaggi di un Giappone nascosto, quello della route Tōkaidō, arteria principale dell’impero Edo che, partendo da Kyoto e giungendo alla capitale, toccava gran parte del Paese. Quelli di Hiroshige sono veri e propri scorci che, come in una fotografia, mostrano senza filtri la vita dei viaggiatori delle stazioni di sosta, ora intenti ad attraversare un ponte in piena bufera, ora costretti a sopravvivere al gelo delle nevi nipponiche.

Il tema dei paesaggi viene ripreso più volte dall’artista, fino a giungere alla sua celebre serie le Cento famose vedute di Edo che lo consacrerà maestro dell’ukiyo-e alla pari del già celebre Hokusai. Cento prospettive della città di Edo, ognuna diversa dall’altra per forma e contenuto, che contribuiscono a fornire un’immagine multiforme della complessa capitale giapponese. Sembra di essere scagliati insieme ai protagonisti contro la pioggia che attraversa il ponte Onashi in Scroscio improvviso sul ponte Onashi e Atake, che ispirò lo stesso Van Gogh in Bridge in the Rain (after Hiroshige) del 1887, o di intravedere fra i fiori del Horikiri Iris garden il rosso intenso del calar del sole.

Ancora più stupefacente risulta il modo in cui la natura — soprattutto piante e fiori — riescono a prender vita con Hiroshige: in Fiori e piante delle quattro stagioni fiori di ciliegio e crisantemi gialli, bianchi e rosa invadono un ruscello giapponese che sembra appartenere proprio a quel mondo “fluttuante” a lungo decantato dall’ukiyo-e. Qui la forza della natura viene evocata dal grande artista, come in Carp (koi) dedicata ai guizzanti pesci di fiume: le carpe. A proposito di questi pesci, in uno dei suoi poemi fedelmente riportati sulle pareti dell’ultima sala della mostra, Hiroshige scriverà:

Alla fine
Il suo destino è trasformarsi
In un drago delle nuvole
La forte carpa
che risale il torrente

In Hiroshige tecnica, contenuto e forma coesistono in un armonico spazio a sé. L’ukiyo-e è quella voce fuori dal coro che, con un’eleganza e armonia tipicamente giapponese, impone la necessità di una nuova arte, così di rottura da sconvolgere l’esperienza artistica di molti pittori, europei e non, gettando le basi iconografiche di quella che sarà una delle future industrie più produttive del Giappone: il manga.

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-Daniela Di Placido.

La vedi, la ascolti, la respiri.

A breve si concluderà la Klimt Experience, ospitata nella sala delle donne all’Ospedale San Giovanni di Roma. Spesso definita banalmente una mostra, essa è di fatto un’esperienza sensoriale unica, un viaggio virtuale che immerge lo spettatore nella cornice sociale e culturale vissuta da Gustav Klimt attraverso la sua vita e le sue opere.

All’entrata il visitatore è accolto in una sala introduttiva in cui il personaggio e il suo stile sono presentati mediante immagini dei suoi quadri, foto in cui è ritratto e sue citazioni. In lontananza, tuttavia, è già possibile farsi un’idea del contenuto della sala successiva: si riescono ad ascoltare, infatti, in maniera ben distinguibile, le sinfonie più famose della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento che, con uno sforzo immaginativo, si potrebbero pensare ascoltate e apprezzate dallo stesso Klimt.

Seguendo il richiamo musicale, lo spettatore si ritrova nella già intravista seconda sala: una stanza di forma rettangolare, lunga e stretta, che attraverso un semplice gioco di luci diventa grande e maestosa, in cui vengono proiettate le opere del maestro austriaco raggruppate in diverse sezioni. I capolavori dell’artista, dai più famosi a quelli meno conosciuti, scorrono sulle quattro pareti, creando una coreografia suggestiva sulle musiche: dai soggetti umani ai paesaggi, dall’uso del color oro al blu, le pareti più strette del rettangolo in genere presentano un solo quadro, animato da effetti speciali o concentrato su particolari, mentre sulle pareti più lunghe si assiste alla compresenza e, talvolta, all’intersezione fra i quadri.

Sebbene vi siano file di divanetti sparsi per la sala, il pavimento è rivestito da moquette su cui lo spettatore è invitato a sedersi o addirittura sdraiarsi a terra per godere appieno dello spettacolo. I giochi di luce e le proiezioni arrivano infatti anche sul rivestimento, rendendolo parte della composizione artistica che lo circonda e lo sovrasta. Luci, stelle, paesaggi marittimi e pesci: tanti i soggetti dipinti dall’artista che troviamo rappresentati anche sui corpi in contemplazione della meraviglia che soltanto arte e tecnologia sono in grado di creare.

Al termine della proiezione — che non si ferma mai e viene riproposta ciclicamente per permettere a qualsiasi spettatore di essere avvolto dalla tecnica di Klimt in qualsiasi momento — attraversando un tendaggio nero molto simile al sipario di un teatro si entra in quello che può essere definito un “palcoscenico” davvero magico: la sala degli Specchi. Quella che per l’Alice di Lewis Carroll era un incubo deformante all’interno della Klimt Experience diventa motivo di meraviglia per lo spettatore, che viene accolto in una scenografia così simile eppure così diversa dalla precedente: la proiezione stavolta avviene in uno spazio cubico, con una base aperta, in cui lo spettatore è invitato a entrare e fermarsi. Le restanti tre facce sono ricoperte da degli specchi su cui l’immagine proiettata viene riprodotta dappertutto, permettendo di essere suggestivamente immersi in scenografie bucoliche e cascate dorate.

L’esperienza, che potrebbe già concludersi qui, trova termine con un vero e proprio viaggio virtuale in quattro quadri di Klimt, fra cui Il Bacio e Il ritratto di Adele Bloch, attraverso l’innovazione tecnologica degli oculos. Disposti su due file di sgabelli, nella ricostruzione di una sala museale con quattro cornici prive di quadro, ogni spettatore è invitato a indossare degli occhiali virtuali sospesi in aria che, puntando lo sguardo su una delle cornici, trasportano all’interno di un dipinto. Una volta raggiunta ed esplorata la prima meta virtuale, si può tornare indietro e compiere le altre tre prima di dichiarare compiuto l’intero viaggio. I comportamenti delle persone che usano gli oculos sono davvero i più disparati, poiché sono veramente moltissimi i modi di approcciarsi a questo tipo di esperienza: c’è chi guarda verso il basso e verso l’alto per vedere cosa abbia in serbo la dimensione digitale della realtà aumentata o chi si dimena alla ricerca del dettaglio più nascosto. Non importa quale sia la vostra reazione, sicuramente ci troviamo di fronte alla scoperta di un nuovo mondo capace di creare un ponte fra tecnologia e arte, fra antico e moderno, fra reale e immaginario.

-Beatrice Tominic.

JAGO: il Social Artist che (s)colpisce ancora

Lo scultore Jacopo Cardillo, in arte Jago, stupisce il pubblico romano nella sua ultima mostra tenutasi al Museo Carlo Bilotti di Roma dal 15 Febbraio al 2 Aprile 2018. Ma cosa si cela dietro l’immagine social di questo artista “tra marmo e modem”?

 

Nell’ultima sala del Museo Carlo Bilotti di Roma fino a qualche giorno fa era possibile percepire, in un’aria di sacrale mistero, gli sguardi delle statue Habemus Hominem (2009-2016) e Venere (2016) che catturavano e seguivano lo spettatore da ogni angolatura; sguardi vivi come le reazioni dei loro spettatori, che si immedesimavano in essi diventando a loro volta oggetti d’arte.

«Ma se l’opera ti guarda, allora chi è l’opera d’arte?»: questo uno dei quesiti che l’autore di queste opere, l’artista ciociaro Jacopo Cardillo in arte Jago, si pone in un video postato sulla sua pagina Facebook, che ad oggi conta circa 247.000 seguaci. Sono proprio loro, i suoi follower, influenzare Jago e la sua produzione scultorea, attraverso consigli e opinioni presentategli nelle dirette Facebook delle sue sedute di lavoro: «Il mio obiettivo ultimo è poter dire che il social network è l’opera d’arte. Cioè che siamo noi l’opera d’arte ed è grazie a noi che l’arte si manifesta».

Social artist, sì, ma la sua arte è tutto meno che digitale: amante dei grandi scultori — fra cui l’immortale Michelangelo, sua massima fonte di ispirazione — Jago è capace di coniugare tecniche classiche di lavorazione del marmo a concetti più ampi, sia personali che universali. Per lui, infatti, l’amore per l’arte è anche la ricerca della propria strada: i grandi del passato sono e rimarranno tali, ma si deve credere di poter fare qualcosa di altrettanto grande nella nostra epoca, come ha affermato l’artista in una delle ultime dirette: «Sii umile ma non umiliarti».

E qualcosa di “grande” è apparso evidente nelle opere della mostra di Jago che ha avuto luogo al Museo Carlo Bilotti di Roma dal 15 Febbraio al 2 Aprile 2018: lo studio del dettaglio, la logica dietro l’esecuzione. Camminando nei corridoi del museo viene l’istinto di sventrare Prigioni e salvare l’uomo racchiuso all’interno del blocco di marmo, di estrarre completamente l’arma da fuoco Excalibur infissa nella pietra o di immergersi nei pensieri di Memoria di sé, che vengono evocati da un volto di bambino incastonato in un volto d’uomo. Il marmo, materiale così freddo e duro per natura, viene modellato fino a sembrare vivo; il cuore scolpito in Muscolo minerale potrebbe contrarsi da un momento all’altro, il sasso di fiume che contiene Sphynx sembra essere in tensione e nulla in generale di ciò che è in mostra è davvero inanimato, ma si trovano vita e sentimento in ogni realizzazione.

È l’ultima sala che tuttavia regala maggiori emozioni: messe una di fronte all’altra, Habemus Hominem e Venere, ultima creazione ampiamente criticata dell’artista, si scrutano a vicenda: la prima opera, ritratto dell’ex pontefice Joseph Ratzinger, spogliato di ogni potere divino per raggiungere la condizione umana, rappresenta una sorta di “opera di formazione” di Jago; è una storia di vita e di crescita, di una lotta che anche l’artista ha dovuto combattere contro di sé, superando i propri blocchi interiori per approdare a qualcosa di più “grande”. È anche il percorso della fede, un atto religioso ma anche un atto di fiducia in se stessi che sembra ispirare l’artista, il quale afferma: «Se non iniziamo a credere in noi stessi come possiamo credere in Dio? Dire “Io credo in Dio”, lo uccide un po’, perché lo chiudi in un concetto, in una parola, lo chiudi in una forma, in un’immagine. Fatto sta che a livello materiale, credere fa una grande differenza».

Venere invece disorienta lo spettatore, il suo sguardo vitreo e timoroso suscita scalpore: è una donna anziana, malata, nuda e raggrinzita, che si copre mostrando vergogna e disagio. Non è bella, anzi è un pugno nello stomaco: anche la dea della bellezza è cresciuta, eccola lì la donna per eccellenza, viene da dire «Habemus Mulierem», come in risposta al Papa emerito che ha di fronte.

Il giovane Jago ci insegna che ancora oggi la pietra o il marmo possono far trapelare un’energia che tange tutti: l’artista, nel suo Hominem e nelle altre sculture, riesce a oltrepassare i limiti fisici di una materia statica per approdare a forme pienamente apprezzabili dal vivo così come nella riproduzione virtuale dei social, che lo consacrano come Social Artist. Jago si muove tra certezze e incertezze, senza dimenticare le sue origini ma senza nemmeno perdere tempo a guardarsi allo specchio: egli è in cerca di una sua arte, un suo pensiero. Jacopo Cardillo cerca di essere Jago.

Ultima ma non meno importante considerazione va fatta alla luce della nostra chiacchierata con Jago, in occasione della sua presenza al museo abbiamo avuto infatti modo di scambiare qualche parola, mezz’ora di chiacchierata amichevole con una persona bellissima nella sua limpidezza. Ciò che Jacopo dice nelle sue dirette facebook, nelle interviste o in occasione di eventi vari risponde esattamente a ciò che pensa: si percepisce un calore umano standogli vicino, lo stesso che viene poi trasmesso nelle sue opere, pensate per avere un valore atemporale. La sua non è superbia ma la sana ambizione di chi vuole lasciare un segno in questa vita, non per questo disprezzando ciò che è stato. In questo Jacopo fa una cosa bellissima, si sporca le mani e i vestiti, è padre più che autore delle sue opere, riesce a vedere il bello oltre le forme corruttibili del tempo. Oltre ogni scultura o parola, una cosa, una su tutte colpisce nell’intimo: l’abbraccio di Jacopo Cardillo, la voglia di relazionarsi, di portare l’arte in mezzo alla gente e non issarsi su un piedistallo come altri artisti fanno, non arte per l’arte ma arte per la vita; grazie.

 

-Gabriele Russo
& Daniela Di Placido.

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Introduzione a Klimt

Verso la fine dell’Ottocento, in un’Austria sempre più avanguardista, l’esigenza di trasformazioni e innovazioni metropolitane diede adito all’espansione di nuove concezioni che coinvolsero più branche dell’arte su ispirazione dell’Arts and Crafts britannico: dall’architettura, alle arti applicate, ma soprattutto alla pittura. Fu così che, nel 1897, diciotto fra gli esponenti di tali branche dichiararono la propria scissione dalla Wiener Künstlerhaus, l’associazione ufficiale degli artisti viennesi, e l’ufficializzazione di una nuova e indipendente associazione artistica, la Secessione Viennese, dotata di una propria sede, il Palazzo della Secessione a Vienna. A guidarli era il loro mentore, nonché massimo esponente del movimento, il pittore Gustav Klimt.

Volendo contestare il prevalente conservatorismo vigente, gli artisti secessionisti desideravano esplorare le nuove possibilità dell’arte, aspirando a una rinascita che andasse oltre i confini della tradizione accademica con il proposito di dare inizio a una nuova epoca nel mondo artistico. Le nuove grafiche, le innovative illustrazioni e i design d’avanguardia ebbero modo di raccontarsi sia tramite divulgazioni scritte che nello stesso Palazzo della Secessione, grazie alle numerose esposizioni, permisero l’affermazione del movimento nel suo complesso, nonché dei singoli artisti relativamente alla branca di appartenenza; così, se per la costruzione di palazzi o edifici pubblici era sempre più richiesto l’estro raffinato e originale dell’architetto e urbanista Otto Wagner, per l’arredo dei salotti viennesi le opere del pittore Gustav Klimt divennero di vera e propria tendenza. Infatti, proveniente da numerose commissioni pubbliche — quali il Fregio di Beethoven, dipinto per la mostra in onore del noto compositore o le allegorie realizzate per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna — Klimt divenne l’artista della borghesia in ascesa, di cui ritrasse sopratutto gli esponenti femminili. Tutte le donne dell’alta società viennese aspiravano a essere ritratte da Klimt, motivo di vanto e lusinga fra i salotti cittadini; molte furono le donne che ci riuscirono, si contano infatti più di 3000 ritratti, oggi conservati per la maggior parte fra il Museo del Belvedere e il Palazzo della Secessione, ma solo in poche divennero le Muse ispiratrici del pittore. Fra queste meritano di essere menzionate la moglie di uno dei più importanti industriali dell’epoca, Adele Bloch-Bauer, e la nota stilista Emilie Floge, dei cui ritratti le dominanti tinte dorate di Klimt — caratteristiche nella pittura dell’artista soprattutto a seguito della sua visita del 1903 a Ravenna, da cui acquisì le influenze bizantine — sono frutto della perfetta simbiosi e della totale astrazione dalla realtà createsi nel momento in cui le ritraeva.

Klimt, al contrario del suo contemporaneo teorico della misoginia Otto Weininger, ribalta totalmente la figura femminile conferendole una superiorità erotica tale da sovrastare ogni tipo di pregiudizio esistente. È fondamentale citare l’intrigato erotismo sprigionato dal Ritratto di Adele Bloch-Beuer I (1907), dove la donna viene raffigurata quasi come una divinità o un idolo, astraendola da ogni concetto e dandole una carica erotica idealizzata, senza mai  proporre una sessualità violenta, cruda o volgare. Non solo erotismo, ma anche angoscia e castrazione sono dipinti nelle sue opere: non a caso infatti nel 1900 lo psichiatra e analista Sigmund Freud pubblica una delle opere più controverse del XX secolo, L’Interpretazione dei Sogni, scritto che condizionerà fortemente l’arte e la cultura del tempo, soprattutto a Vienna. Il Fregio di Beethoven (1902) è l’esempio lampante dell’influenza di questa nuova corrente culturale che fa capo a Freud: un’opera carica d’erotismo nella quale il perverso potere seduttivo della donna gioca un ruolo fondamentale, dimostrando quanto la donna sia associata alle forze ingovernabili della natura. L’angoscia di castrazione di Freud diventa una realtà quasi tangibile in quest’opera: le figure delle Gorgoni propongono un rapporto sessuale incompleto, quasi “masturbativo”, dove a trarre piacere sarebbe solo la donna lasciva, che promette amore, ma dona sofferenza e angoscia.

A Roma, dal 10 Febbraio al 10 Giugno, nella cornice della Sala delle Donne presso il Complesso Monumentale di San Giovanni Addolorata, è possibile immergersi tramite un viaggio onirico nella vita e nelle opere del padre fondatore della Secessione Viennese: la Klimt Experience si configura infatti come un percorso multimediale le cui proiezioni visive e sonore garantiscono allo spettatore un salto nel passato, per rivivere le emozioni e gli scenari che hanno visto Vienna protagonista e alimentato il genio di Gustav Klimt; da quello della nascente psicoanalisi, dominato da Freud, a quello della musica classica, in cui la contravvenzione di tutte le regole del tradizionale sistema tonale permise l’ascesa del compositore Arnold Schonberg.

-Carlotta Ketmaier &
Lorenzo Zannetti.

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The Space In Between

C’è una sorta di varco che separa l’artista dal raggiungimento più pieno di se stesso; vale anche per l’uomo? Esiste davvero una dimensione “di mezzo” che tutti noi, prima o poi, dovremo affrontare per poter essere considerati “umani”?
La società di oggi è un insieme discontinuo di elementi; questo può rendere più vaga e distorta la visione universale delle cose. Spesso l’uomo ha dovuto scegliere fra l’armonia o la distruzione, fra quella che è la visione certa, finita e “bella” della realtà o una nuova consapevolezza della “bruttezza” e del suo sovversivo ed evanescente caos. Questa ambivalenza ha ridefinito costantemente gli schemi dell’arte contemporanea, poiché l’arte è riflesso dell’universo così come l’uomo lo è per la società. Ma cos’è questo riflesso e come lo si percepisce? Marina Abramovic tenta una risposta entrando nel cosiddetto “spazio di mezzo”, un misterioso varco di mistica energia insito in ogni essere umano. Cos’è questo spazio di mezzo e soprattutto, come lo si raggiunge?

Nata a Belgrado da una famiglia di ex militari partigiani della seconda guerra mondiale, verso la fine degli anni Sessanta approda come artista nello Student Cultural Centre, fulcro creativo e anticonformista della città che, nella Jugoslavia autoritaria di Tito, promuoveva artisti locali dal grande appeal anticonvenzionale. È proprio qui che, sotto l’influsso di artisti internazionali come Joseph Beuys, Marina sviluppa il proprio concetto di arte come performance, incapace di essere autoreferenziale perché bisognosa di un dialogo, di un riscontro attivo, immediato e puro con il pubblico, concreto fautore del prodotto artistico finale. Il medium è il corpo dell’artista, ora forza motrice e conoscitrice dell’arte, in grado di catturare lo spettatore in dimensioni parallele e tuttavia vissute nella realtà del momento artistico. Per approdare a ciò però bisogna prima oltrepassare uno “spazio di mezzo”, lo Space in Between, una barriera da infrangere per raggiungere il punto più puro di noi stessi: un luogo con cui noi tutti, in quanto umani, dovremo prima o poi fare i conti.
Questo è anche il tema centrale dell’ultima pellicola dell’artista, The Space In Between (2016), che ripercorre i tratti più salienti del suo recente viaggio in Brasile, dove Marina ha potuto sperimentare nuove sensazioni derivate dall’incontro con forti poteri spirituali e riti tribali locali: «È quando abbandoni tutte le tue abitudini e ti apri completamente al destino. Sei aperto a nuove idee. Per me questo spazio è quello più creativo dove un artista si possa mai trovare. È quando tutto diventa vulnerabile, perché esci dalla tua zona di comfort».


Come la vita, l’arte è un rituale, un flusso irrazionale e continuo di sensazioni e azioni che spingono l’uomo fino al limite fisico e mentale. Lo stesso che Marina intendeva sfidare nel celebre Rhythm 0 (1974) che la rese famosa. Qui l’artista dispose su un tavolo, quello della Galleria Morra di Napoli, 72 oggetti, alcuni di piacere (piume, scarpe, bottiglie, ecc.), altri di dolore (catene, fruste, martelli) o di morte (pistola, coltello); poi vi appoggiò un foglio: «Sul tavolo ci sono 72 oggetti che potete usare su di me come meglio credete: io mi assumo la totale responsabilità per sei ore. Alcuni di questi oggetti danno piacere, altri dolore». Inizialmente il pubblico era titubante, le porgeva delle rose o le pettinava I capelli. Dopo alcune ore però, l’animo umano si fece belva: qualcuno tentò di stuprarla, qualcun altro di accoltellarla o di ucciderla con un colpo di pistola. È a questo punto che l’esibizione venne interrotta, avendo sorpassato i limiti umanamente accettabili.
Ma, dopotutto, non è forse questo lo Space In Between? Un luogo desueto in cui l’uomo deve fare i conti con qualcosa che non conosce o che forse ha sempre conosciuto: un’energia che pervade l’essenza stessa dell’essere umano.

-Daniela Di Placido.