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Hiroshige: visioni di un Giappone lontano

C’era un tempo in cui Giappone non significava solo manga e All-you-can-eat; un tempo, quello dell’impero Edo (1600-1868) — nome che indicava l’attuale città di Tokyo — in cui il Paese del Sol Levante, nonostante il suo regime di estremo isolamento e repressione, creò le basi per un’arte che avrebbe ridefinito non solo le regole dello stile di molti artisti giapponesi, ma anche influenzato pittori europei come Degas, Klimt e Van Gogh. Proprio quest’ultimo affermava: «Quello che invidio ai giapponesi è l’estrema limpidezza che ogni elemento ha nelle loro opere […]. Le loro opere sono semplici come un respiro, i giapponesi riescono a creare figure con pochi tratti, ma sicuri, con la stessa facilità con la quale noi ci abbottoniamo il gilé».

È proprio questo il segreto e forse la genialità degli artisti della Ukiyo-e, movimento artistico dell’impero di Edo che rese possibile l’estro di maestri come Utagawa Hiroshige (1797-1858), in mostra alle Scuderie del Quirinale fino al 29 Luglio 2018. L’Ukiyo-e, letteralmente “immagine del mondo fluttuante”, è un termine buddhista che indica l’illusorietà della realtà terrena a cui il saggio non deve attaccarsi; una dimensione unica, quella dei piaceri della vita, rappresentativa di quell’energico mondo giovanile che nel tardo Settecento incombeva nelle città sviluppate di Edo, Kyoto e Osaka. È proprio questa energia che si percepisce nelle innumerevoli silografie che Hiroshige ha realizzato nel corso della sua vita. È la forza dei loro tratti, netti e sicuri, che ritraggono il Giappone nella sua quotidiana misticità. Ne è un esempio la serie di silografie Le cinquantatré stazioni di Tōkaidō (1832) in cui il maestro scova paesaggi e personaggi di un Giappone nascosto, quello della route Tōkaidō, arteria principale dell’impero Edo che, partendo da Kyoto e giungendo alla capitale, toccava gran parte del Paese. Quelli di Hiroshige sono veri e propri scorci che, come in una fotografia, mostrano senza filtri la vita dei viaggiatori delle stazioni di sosta, ora intenti ad attraversare un ponte in piena bufera, ora costretti a sopravvivere al gelo delle nevi nipponiche.

Il tema dei paesaggi viene ripreso più volte dall’artista, fino a giungere alla sua celebre serie le Cento famose vedute di Edo che lo consacrerà maestro dell’ukiyo-e alla pari del già celebre Hokusai. Cento prospettive della città di Edo, ognuna diversa dall’altra per forma e contenuto, che contribuiscono a fornire un’immagine multiforme della complessa capitale giapponese. Sembra di essere scagliati insieme ai protagonisti contro la pioggia che attraversa il ponte Onashi in Scroscio improvviso sul ponte Onashi e Atake, che ispirò lo stesso Van Gogh in Bridge in the Rain (after Hiroshige) del 1887, o di intravedere fra i fiori del Horikiri Iris garden il rosso intenso del calar del sole.

Ancora più stupefacente risulta il modo in cui la natura — soprattutto piante e fiori — riescono a prender vita con Hiroshige: in Fiori e piante delle quattro stagioni fiori di ciliegio e crisantemi gialli, bianchi e rosa invadono un ruscello giapponese che sembra appartenere proprio a quel mondo “fluttuante” a lungo decantato dall’ukiyo-e. Qui la forza della natura viene evocata dal grande artista, come in Carp (koi) dedicata ai guizzanti pesci di fiume: le carpe. A proposito di questi pesci, in uno dei suoi poemi fedelmente riportati sulle pareti dell’ultima sala della mostra, Hiroshige scriverà:

Alla fine
Il suo destino è trasformarsi
In un drago delle nuvole
La forte carpa
che risale il torrente

In Hiroshige tecnica, contenuto e forma coesistono in un armonico spazio a sé. L’ukiyo-e è quella voce fuori dal coro che, con un’eleganza e armonia tipicamente giapponese, impone la necessità di una nuova arte, così di rottura da sconvolgere l’esperienza artistica di molti pittori, europei e non, gettando le basi iconografiche di quella che sarà una delle future industrie più produttive del Giappone: il manga.

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-Daniela Di Placido.

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La vedi, la ascolti, la respiri.

A breve si concluderà la Klimt Experience, ospitata nella sala delle donne all’Ospedale San Giovanni di Roma. Spesso definita banalmente una mostra, essa è di fatto un’esperienza sensoriale unica, un viaggio virtuale che immerge lo spettatore nella cornice sociale e culturale vissuta da Gustav Klimt attraverso la sua vita e le sue opere.

All’entrata il visitatore è accolto in una sala introduttiva in cui il personaggio e il suo stile sono presentati mediante immagini dei suoi quadri, foto in cui è ritratto e sue citazioni. In lontananza, tuttavia, è già possibile farsi un’idea del contenuto della sala successiva: si riescono ad ascoltare, infatti, in maniera ben distinguibile, le sinfonie più famose della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento che, con uno sforzo immaginativo, si potrebbero pensare ascoltate e apprezzate dallo stesso Klimt.

Seguendo il richiamo musicale, lo spettatore si ritrova nella già intravista seconda sala: una stanza di forma rettangolare, lunga e stretta, che attraverso un semplice gioco di luci diventa grande e maestosa, in cui vengono proiettate le opere del maestro austriaco raggruppate in diverse sezioni. I capolavori dell’artista, dai più famosi a quelli meno conosciuti, scorrono sulle quattro pareti, creando una coreografia suggestiva sulle musiche: dai soggetti umani ai paesaggi, dall’uso del color oro al blu, le pareti più strette del rettangolo in genere presentano un solo quadro, animato da effetti speciali o concentrato su particolari, mentre sulle pareti più lunghe si assiste alla compresenza e, talvolta, all’intersezione fra i quadri.

Sebbene vi siano file di divanetti sparsi per la sala, il pavimento è rivestito da moquette su cui lo spettatore è invitato a sedersi o addirittura sdraiarsi a terra per godere appieno dello spettacolo. I giochi di luce e le proiezioni arrivano infatti anche sul rivestimento, rendendolo parte della composizione artistica che lo circonda e lo sovrasta. Luci, stelle, paesaggi marittimi e pesci: tanti i soggetti dipinti dall’artista che troviamo rappresentati anche sui corpi in contemplazione della meraviglia che soltanto arte e tecnologia sono in grado di creare.

Al termine della proiezione — che non si ferma mai e viene riproposta ciclicamente per permettere a qualsiasi spettatore di essere avvolto dalla tecnica di Klimt in qualsiasi momento — attraversando un tendaggio nero molto simile al sipario di un teatro si entra in quello che può essere definito un “palcoscenico” davvero magico: la sala degli Specchi. Quella che per l’Alice di Lewis Carroll era un incubo deformante all’interno della Klimt Experience diventa motivo di meraviglia per lo spettatore, che viene accolto in una scenografia così simile eppure così diversa dalla precedente: la proiezione stavolta avviene in uno spazio cubico, con una base aperta, in cui lo spettatore è invitato a entrare e fermarsi. Le restanti tre facce sono ricoperte da degli specchi su cui l’immagine proiettata viene riprodotta dappertutto, permettendo di essere suggestivamente immersi in scenografie bucoliche e cascate dorate.

L’esperienza, che potrebbe già concludersi qui, trova termine con un vero e proprio viaggio virtuale in quattro quadri di Klimt, fra cui Il Bacio e Il ritratto di Adele Bloch, attraverso l’innovazione tecnologica degli oculos. Disposti su due file di sgabelli, nella ricostruzione di una sala museale con quattro cornici prive di quadro, ogni spettatore è invitato a indossare degli occhiali virtuali sospesi in aria che, puntando lo sguardo su una delle cornici, trasportano all’interno di un dipinto. Una volta raggiunta ed esplorata la prima meta virtuale, si può tornare indietro e compiere le altre tre prima di dichiarare compiuto l’intero viaggio. I comportamenti delle persone che usano gli oculos sono davvero i più disparati, poiché sono veramente moltissimi i modi di approcciarsi a questo tipo di esperienza: c’è chi guarda verso il basso e verso l’alto per vedere cosa abbia in serbo la dimensione digitale della realtà aumentata o chi si dimena alla ricerca del dettaglio più nascosto. Non importa quale sia la vostra reazione, sicuramente ci troviamo di fronte alla scoperta di un nuovo mondo capace di creare un ponte fra tecnologia e arte, fra antico e moderno, fra reale e immaginario.

-Beatrice Tominic.

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JAGO: il Social Artist che (s)colpisce ancora

Lo scultore Jacopo Cardillo, in arte Jago, stupisce il pubblico romano nella sua ultima mostra tenutasi al Museo Carlo Bilotti di Roma dal 15 Febbraio al 2 Aprile 2018. Ma cosa si cela dietro l’immagine social di questo artista “tra marmo e modem”?

 

Nell’ultima sala del Museo Carlo Bilotti di Roma fino a qualche giorno fa era possibile percepire, in un’aria di sacrale mistero, gli sguardi delle statue Habemus Hominem (2009-2016) e Venere (2016) che catturavano e seguivano lo spettatore da ogni angolatura; sguardi vivi come le reazioni dei loro spettatori, che si immedesimavano in essi diventando a loro volta oggetti d’arte.

«Ma se l’opera ti guarda, allora chi è l’opera d’arte?»: questo uno dei quesiti che l’autore di queste opere, l’artista ciociaro Jacopo Cardillo in arte Jago, si pone in un video postato sulla sua pagina Facebook, che ad oggi conta circa 247.000 seguaci. Sono proprio loro, i suoi follower, influenzare Jago e la sua produzione scultorea, attraverso consigli e opinioni presentategli nelle dirette Facebook delle sue sedute di lavoro: «Il mio obiettivo ultimo è poter dire che il social network è l’opera d’arte. Cioè che siamo noi l’opera d’arte ed è grazie a noi che l’arte si manifesta».

Social artist, sì, ma la sua arte è tutto meno che digitale: amante dei grandi scultori — fra cui l’immortale Michelangelo, sua massima fonte di ispirazione — Jago è capace di coniugare tecniche classiche di lavorazione del marmo a concetti più ampi, sia personali che universali. Per lui, infatti, l’amore per l’arte è anche la ricerca della propria strada: i grandi del passato sono e rimarranno tali, ma si deve credere di poter fare qualcosa di altrettanto grande nella nostra epoca, come ha affermato l’artista in una delle ultime dirette: «Sii umile ma non umiliarti».

E qualcosa di “grande” è apparso evidente nelle opere della mostra di Jago che ha avuto luogo al Museo Carlo Bilotti di Roma dal 15 Febbraio al 2 Aprile 2018: lo studio del dettaglio, la logica dietro l’esecuzione. Camminando nei corridoi del museo viene l’istinto di sventrare Prigioni e salvare l’uomo racchiuso all’interno del blocco di marmo, di estrarre completamente l’arma da fuoco Excalibur infissa nella pietra o di immergersi nei pensieri di Memoria di sé, che vengono evocati da un volto di bambino incastonato in un volto d’uomo. Il marmo, materiale così freddo e duro per natura, viene modellato fino a sembrare vivo; il cuore scolpito in Muscolo minerale potrebbe contrarsi da un momento all’altro, il sasso di fiume che contiene Sphynx sembra essere in tensione e nulla in generale di ciò che è in mostra è davvero inanimato, ma si trovano vita e sentimento in ogni realizzazione.

È l’ultima sala che tuttavia regala maggiori emozioni: messe una di fronte all’altra, Habemus Hominem e Venere, ultima creazione ampiamente criticata dell’artista, si scrutano a vicenda: la prima opera, ritratto dell’ex pontefice Joseph Ratzinger, spogliato di ogni potere divino per raggiungere la condizione umana, rappresenta una sorta di “opera di formazione” di Jago; è una storia di vita e di crescita, di una lotta che anche l’artista ha dovuto combattere contro di sé, superando i propri blocchi interiori per approdare a qualcosa di più “grande”. È anche il percorso della fede, un atto religioso ma anche un atto di fiducia in se stessi che sembra ispirare l’artista, il quale afferma: «Se non iniziamo a credere in noi stessi come possiamo credere in Dio? Dire “Io credo in Dio”, lo uccide un po’, perché lo chiudi in un concetto, in una parola, lo chiudi in una forma, in un’immagine. Fatto sta che a livello materiale, credere fa una grande differenza».

Venere invece disorienta lo spettatore, il suo sguardo vitreo e timoroso suscita scalpore: è una donna anziana, malata, nuda e raggrinzita, che si copre mostrando vergogna e disagio. Non è bella, anzi è un pugno nello stomaco: anche la dea della bellezza è cresciuta, eccola lì la donna per eccellenza, viene da dire «Habemus Mulierem», come in risposta al Papa emerito che ha di fronte.

Il giovane Jago ci insegna che ancora oggi la pietra o il marmo possono far trapelare un’energia che tange tutti: l’artista, nel suo Hominem e nelle altre sculture, riesce a oltrepassare i limiti fisici di una materia statica per approdare a forme pienamente apprezzabili dal vivo così come nella riproduzione virtuale dei social, che lo consacrano come Social Artist. Jago si muove tra certezze e incertezze, senza dimenticare le sue origini ma senza nemmeno perdere tempo a guardarsi allo specchio: egli è in cerca di una sua arte, un suo pensiero. Jacopo Cardillo cerca di essere Jago.

Ultima ma non meno importante considerazione va fatta alla luce della nostra chiacchierata con Jago, in occasione della sua presenza al museo abbiamo avuto infatti modo di scambiare qualche parola, mezz’ora di chiacchierata amichevole con una persona bellissima nella sua limpidezza. Ciò che Jacopo dice nelle sue dirette facebook, nelle interviste o in occasione di eventi vari risponde esattamente a ciò che pensa: si percepisce un calore umano standogli vicino, lo stesso che viene poi trasmesso nelle sue opere, pensate per avere un valore atemporale. La sua non è superbia ma la sana ambizione di chi vuole lasciare un segno in questa vita, non per questo disprezzando ciò che è stato. In questo Jacopo fa una cosa bellissima, si sporca le mani e i vestiti, è padre più che autore delle sue opere, riesce a vedere il bello oltre le forme corruttibili del tempo. Oltre ogni scultura o parola, una cosa, una su tutte colpisce nell’intimo: l’abbraccio di Jacopo Cardillo, la voglia di relazionarsi, di portare l’arte in mezzo alla gente e non issarsi su un piedistallo come altri artisti fanno, non arte per l’arte ma arte per la vita; grazie.

 

-Gabriele Russo
& Daniela Di Placido.

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Introduzione a Klimt

Verso la fine dell’Ottocento, in un’Austria sempre più avanguardista, l’esigenza di trasformazioni e innovazioni metropolitane diede adito all’espansione di nuove concezioni che coinvolsero più branche dell’arte su ispirazione dell’Arts and Crafts britannico: dall’architettura, alle arti applicate, ma soprattutto alla pittura. Fu così che, nel 1897, diciotto fra gli esponenti di tali branche dichiararono la propria scissione dalla Wiener Künstlerhaus, l’associazione ufficiale degli artisti viennesi, e l’ufficializzazione di una nuova e indipendente associazione artistica, la Secessione Viennese, dotata di una propria sede, il Palazzo della Secessione a Vienna. A guidarli era il loro mentore, nonché massimo esponente del movimento, il pittore Gustav Klimt.

Volendo contestare il prevalente conservatorismo vigente, gli artisti secessionisti desideravano esplorare le nuove possibilità dell’arte, aspirando a una rinascita che andasse oltre i confini della tradizione accademica con il proposito di dare inizio a una nuova epoca nel mondo artistico. Le nuove grafiche, le innovative illustrazioni e i design d’avanguardia ebbero modo di raccontarsi sia tramite divulgazioni scritte che nello stesso Palazzo della Secessione, grazie alle numerose esposizioni, permisero l’affermazione del movimento nel suo complesso, nonché dei singoli artisti relativamente alla branca di appartenenza; così, se per la costruzione di palazzi o edifici pubblici era sempre più richiesto l’estro raffinato e originale dell’architetto e urbanista Otto Wagner, per l’arredo dei salotti viennesi le opere del pittore Gustav Klimt divennero di vera e propria tendenza. Infatti, proveniente da numerose commissioni pubbliche — quali il Fregio di Beethoven, dipinto per la mostra in onore del noto compositore o le allegorie realizzate per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna — Klimt divenne l’artista della borghesia in ascesa, di cui ritrasse sopratutto gli esponenti femminili. Tutte le donne dell’alta società viennese aspiravano a essere ritratte da Klimt, motivo di vanto e lusinga fra i salotti cittadini; molte furono le donne che ci riuscirono, si contano infatti più di 3000 ritratti, oggi conservati per la maggior parte fra il Museo del Belvedere e il Palazzo della Secessione, ma solo in poche divennero le Muse ispiratrici del pittore. Fra queste meritano di essere menzionate la moglie di uno dei più importanti industriali dell’epoca, Adele Bloch-Bauer, e la nota stilista Emilie Floge, dei cui ritratti le dominanti tinte dorate di Klimt — caratteristiche nella pittura dell’artista soprattutto a seguito della sua visita del 1903 a Ravenna, da cui acquisì le influenze bizantine — sono frutto della perfetta simbiosi e della totale astrazione dalla realtà createsi nel momento in cui le ritraeva.

Klimt, al contrario del suo contemporaneo teorico della misoginia Otto Weininger, ribalta totalmente la figura femminile conferendole una superiorità erotica tale da sovrastare ogni tipo di pregiudizio esistente. È fondamentale citare l’intrigato erotismo sprigionato dal Ritratto di Adele Bloch-Beuer I (1907), dove la donna viene raffigurata quasi come una divinità o un idolo, astraendola da ogni concetto e dandole una carica erotica idealizzata, senza mai  proporre una sessualità violenta, cruda o volgare. Non solo erotismo, ma anche angoscia e castrazione sono dipinti nelle sue opere: non a caso infatti nel 1900 lo psichiatra e analista Sigmund Freud pubblica una delle opere più controverse del XX secolo, L’Interpretazione dei Sogni, scritto che condizionerà fortemente l’arte e la cultura del tempo, soprattutto a Vienna. Il Fregio di Beethoven (1902) è l’esempio lampante dell’influenza di questa nuova corrente culturale che fa capo a Freud: un’opera carica d’erotismo nella quale il perverso potere seduttivo della donna gioca un ruolo fondamentale, dimostrando quanto la donna sia associata alle forze ingovernabili della natura. L’angoscia di castrazione di Freud diventa una realtà quasi tangibile in quest’opera: le figure delle Gorgoni propongono un rapporto sessuale incompleto, quasi “masturbativo”, dove a trarre piacere sarebbe solo la donna lasciva, che promette amore, ma dona sofferenza e angoscia.

A Roma, dal 10 Febbraio al 10 Giugno, nella cornice della Sala delle Donne presso il Complesso Monumentale di San Giovanni Addolorata, è possibile immergersi tramite un viaggio onirico nella vita e nelle opere del padre fondatore della Secessione Viennese: la Klimt Experience si configura infatti come un percorso multimediale le cui proiezioni visive e sonore garantiscono allo spettatore un salto nel passato, per rivivere le emozioni e gli scenari che hanno visto Vienna protagonista e alimentato il genio di Gustav Klimt; da quello della nascente psicoanalisi, dominato da Freud, a quello della musica classica, in cui la contravvenzione di tutte le regole del tradizionale sistema tonale permise l’ascesa del compositore Arnold Schonberg.

-Carlotta Ketmaier &
Lorenzo Zannetti.

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The Space In Between

C’è una sorta di varco che separa l’artista dal raggiungimento più pieno di se stesso; vale anche per l’uomo? Esiste davvero una dimensione “di mezzo” che tutti noi, prima o poi, dovremo affrontare per poter essere considerati “umani”?
La società di oggi è un insieme discontinuo di elementi; questo può rendere più vaga e distorta la visione universale delle cose. Spesso l’uomo ha dovuto scegliere fra l’armonia o la distruzione, fra quella che è la visione certa, finita e “bella” della realtà o una nuova consapevolezza della “bruttezza” e del suo sovversivo ed evanescente caos. Questa ambivalenza ha ridefinito costantemente gli schemi dell’arte contemporanea, poiché l’arte è riflesso dell’universo così come l’uomo lo è per la società. Ma cos’è questo riflesso e come lo si percepisce? Marina Abramovic tenta una risposta entrando nel cosiddetto “spazio di mezzo”, un misterioso varco di mistica energia insito in ogni essere umano. Cos’è questo spazio di mezzo e soprattutto, come lo si raggiunge?

Nata a Belgrado da una famiglia di ex militari partigiani della seconda guerra mondiale, verso la fine degli anni Sessanta approda come artista nello Student Cultural Centre, fulcro creativo e anticonformista della città che, nella Jugoslavia autoritaria di Tito, promuoveva artisti locali dal grande appeal anticonvenzionale. È proprio qui che, sotto l’influsso di artisti internazionali come Joseph Beuys, Marina sviluppa il proprio concetto di arte come performance, incapace di essere autoreferenziale perché bisognosa di un dialogo, di un riscontro attivo, immediato e puro con il pubblico, concreto fautore del prodotto artistico finale. Il medium è il corpo dell’artista, ora forza motrice e conoscitrice dell’arte, in grado di catturare lo spettatore in dimensioni parallele e tuttavia vissute nella realtà del momento artistico. Per approdare a ciò però bisogna prima oltrepassare uno “spazio di mezzo”, lo Space in Between, una barriera da infrangere per raggiungere il punto più puro di noi stessi: un luogo con cui noi tutti, in quanto umani, dovremo prima o poi fare i conti.
Questo è anche il tema centrale dell’ultima pellicola dell’artista, The Space In Between (2016), che ripercorre i tratti più salienti del suo recente viaggio in Brasile, dove Marina ha potuto sperimentare nuove sensazioni derivate dall’incontro con forti poteri spirituali e riti tribali locali: «È quando abbandoni tutte le tue abitudini e ti apri completamente al destino. Sei aperto a nuove idee. Per me questo spazio è quello più creativo dove un artista si possa mai trovare. È quando tutto diventa vulnerabile, perché esci dalla tua zona di comfort».


Come la vita, l’arte è un rituale, un flusso irrazionale e continuo di sensazioni e azioni che spingono l’uomo fino al limite fisico e mentale. Lo stesso che Marina intendeva sfidare nel celebre Rhythm 0 (1974) che la rese famosa. Qui l’artista dispose su un tavolo, quello della Galleria Morra di Napoli, 72 oggetti, alcuni di piacere (piume, scarpe, bottiglie, ecc.), altri di dolore (catene, fruste, martelli) o di morte (pistola, coltello); poi vi appoggiò un foglio: «Sul tavolo ci sono 72 oggetti che potete usare su di me come meglio credete: io mi assumo la totale responsabilità per sei ore. Alcuni di questi oggetti danno piacere, altri dolore». Inizialmente il pubblico era titubante, le porgeva delle rose o le pettinava I capelli. Dopo alcune ore però, l’animo umano si fece belva: qualcuno tentò di stuprarla, qualcun altro di accoltellarla o di ucciderla con un colpo di pistola. È a questo punto che l’esibizione venne interrotta, avendo sorpassato i limiti umanamente accettabili.
Ma, dopotutto, non è forse questo lo Space In Between? Un luogo desueto in cui l’uomo deve fare i conti con qualcosa che non conosce o che forse ha sempre conosciuto: un’energia che pervade l’essenza stessa dell’essere umano.

-Daniela Di Placido.

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LIBRI NASCOSTI: Le maschere di Oscar Wilde

Tra tutte le maschere indossate da Oscar Wilde probabilmente quella di autore di fiabe è la meno nota. Sì, maschere; perché, durante tutta la sua carriera, Wilde non ha fatto altro che fingere di essere chi non era e travestirsi. Non ha forse scritto, infatti, che «dal punto di vista del sentimento la professione dell’attore è esemplare»? E poi, parafrasando D’Annunzio, se “bisogna fare della propria vita un’opera d’arte” non si deve forse avere l’animo disposto, almeno un po’, al travestimento e alla finzione?

Così, accanto al campione di estetismo del Ritratto di Dorian Gray e all’esperto di satira sociale dell’Importanza di chiamarsi Ernesto, c’era anche l’autore di fiabe, che ha trovato occasione di esprimersi nella raccolta Il Principe Felice e Altri Racconti. Non bisogna assolutamente pensare però che questa maschera sia così diversa dalle altre: dopotutto Wilde, come ogni altro artista, aveva dei sani principi stilistici e credeva fermamente nel potere dell’arte — proprio per questo scriveva «tutta l’arte è perfettamente inutile». Il suo pensiero può essere ritrovato in ognuna delle fiabe contenute in questo volume, caratterizzate da una feroce critica sociale, soprattutto ne L’Amico Devoto. Questa fiaba vede come protagonisti due uomini agli antipodi, un mugnaio ricco e un contadino povero. Il mugnaio rappresenta ovviamente la grassa e ipocrita borghesia britannica, mentre il contadino l’ottuso proletariato vessato dai patrizi. Il loro rapporto di subordinazione appare chiaro dall’episodio della carriola: il mugnaio dice al contadino di volergli regalare la sua vecchia e ormai quasi marcia carriola perché, tanto, ne ha un’altra nuova di zecca; qualche giorno dopo però piomba in casa del contadino pretendendo che egli porti un sacco di farina al mercato e, al rifiuto di quest’ultimo a causa dell’affaticamento dovuto al lavoro, il mugnaio lo accusa di essere pigro e ingrato, dato che lui gli ha promesso in regalo la carriola (promessa che, ovviamente, non sarà mantenuta.

Da bravo dandy sbruffone (e con mirabile acume) Wilde non solo condanna l’assistenzialismo ipocrita dei nobili e dei borghesi britannici — dediti alla beneficienza come un bohémien all’oppio — ma anche l’ottusa ingenuità dei proletari.

Tuttavia la storia in cui Wilde riesce a sintetizzare alla perfezione critica sociale e riflessione estetica sull’arte — addolcendo il tutto con il sublime e lieve linguaggio della fiaba — è sicuramente Il Principe Felice. Il principe in questione è la statua (parlante) di un bambino, ampiamente decorata con foglie d’oro e pietre preziose; tutti la ammirano per la sua bellezza, compreso un consigliere cittadino che però la considera anche “non molto utile”. Toccato da queste parole, il principe compie il sacrificio estremo e, grazie all’aiuto di un uccellino che aveva fatto il nido su di lui, dà via tutte le sue foglie d’oro e tutte le pietre preziose di cui era rivestito ai poveri della città, rimanendo totalmente spoglio. Nonostante il gesto dolorosamente altruistico, il sindaco e tutti i cittadini buttano giù la statua del principe asserendo che “poiché non è più bello, non è più utile”. Nonostante queste storie, essendo fiabe, siano pensate per i bambini, emanano un pessimismo lancinante.

 

-Lorenzo Sgro.

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HUMAN+ – Il futuro della nostra specie

La mostra in corso a Palazzo delle Esposizioni pone come obiettivo l’indagine sull’ancora oscuro rapporto tra uomini e macchine nell’imminente futuro; il percorso è un continuo crescendo che, partendo da “semplici” protesi artificiali, sembra mettere clamorosamente in discussione lo stesso confine tra vita e morte. Il tema del rapporto fra l’uomo e la tecnologia è stato ampiamente discusso negli ultimi anni, specialmente attraverso serie televisive come Black Mirror — a tratti la sensazione è infatti quella di essere stati catapultati all’interno del Black Museum presente nell’ultima puntata della serie. Lungi però dall’essere un percorso esclusivamente disumanizzante, la proposta degli allestitori lascia molto spazio anche a una visione del futuro il cui l’arte può porsi come strumento di accettazione del “nuovo mondo”, rendendo più bello e comprensibile un universo in cui l’uomo potrebbe perdere la centralità.

Le prime opere in mostra si concentrano sul tema della bellezza e dei sensi: come rendere delle protesi artificiali maggiormente gradevoli alla vista, facendo sì che il paziente non se ne vergogni ma possa addirittura trovarle esteticamente belle; significativa e d’impatto la performance dei Venezuelani Billy Spence e Regina Galindo Cut Through the line (2005) sul concetto standardizzato di bellezza nel mondo occidentale. Sull’aspetto sensoriale desta attenzione una protesi piuttosto ingombrante capace di farci vedere e toccare il mondo come una formica, o ancora il dispositivo empatico improvvisato (2005) di Matt Kenyon, una sorta di “protesi emotiva” capace di far provare del lieve dolore fisico a chi lo indossa per ogni soldato morto in guerra, al fine di sensibilizzare la popolazione sulla crudeltà dei conflitti nel mondo. Questo primo filone va esaurendosi con alcune proposte curiose, come la Macchina Avatar di Marc Owens (2010), un esoscheletro che restituisce all’ospite una realtà fittizia nella quale si comandano le proprie azioni dall’esterno, o il Casco Deceleratore di Lorenz Potthast (2014), tentativo di farci percepire il mondo a velocità variabile.

Più disturbante la seconda parte dell’esposizione: scomoda negli interrogativi che fa sorgere al visitatore, terribilmente vera, drammatica nell’evidenza che il mondo tecnologico del futuro è spesso già presente. La sezione viene introdotta dalle emblematiche parole di Ludwig Wittgenstein: «Ma una macchina potrebbe pensare? Potrebbe provare dolore?». L’installazione Area V5 di Louis-Philippe Demers (2009-10) lascia di stucco: 18 teschi robot sistemati su tre file non  fanno altro che seguire i passanti con i loro occhi inanimati; un’opera grandiosa nel suo intimo significato, che si concentra sul concetto di uncanny valley (zona perturbata) e vuole stimolare il disagio fisico nel sostenere lo sguardo di un qualcosa, il robot, che agisce similmente all’uomo senza essere vivente. Troviamo poi installazioni incentrate sulla “vitalità” delle macchine come Equilibrium Variant di Roberto Pugliese (2011), Leonardo sogna le nuvole di Donato Piccolo (2014) e Indisciplinate: le macchine si ribellano di Heidi Kumao (2002-2015); questi tre progetti, diversi tra loro, comunicano tutti un senso di ansia nel vedere delle macchine piene di energia agitarsi e all’apparenza essere quasi pronte a parlare con cognizione da un momento all’altro, senza far trasparire nulla di ciò che si potrebbe chiamare propriamente vita. Opera collettiva è invece J3RR1, una tortura programmata (2018), installazione di uno speciale computer intrappolato per sistema in un perpetuo stress test dell’hardware. Straordinario il grado di empatia che si prova nei confronti della macchina: egli è costantemente alla strenua ricerca di un modo per migliorare le proprie prestazioni, senza darsi un perché, agendo senza pensiero. Si percepisce in quest’opera la fatica nell’obbedienza di quel comando imperativo da cui J3RR1 non può prescindere ma, come suggeriscono gli artisti, è proprio osservando il suo tormento che scopriamo il nostro riflesso.

Inevitabile è poi uno spazio dedicato ai possibili metodi di adattamento dell’uomo e della terra a futuri dove, per sovrannumero della popolazione o per mutate condizioni climatiche, bisognerà trovare nuove soluzioni a nuovi problemi; spicca Trasfigurazioni di Agatha Haines (2013), dove l’artista specula su sei possibili modificazioni corporali dei neonati in fasce, capaci di rendere l’organismo più adatto a delle specifiche condizioni nelle quali la persona dovrà poi vivere e lavorare. Conclude l’esposizione il fatidico intreccio tra la vita e la morte, aperto questa volta da una citazione da Frankenstein: «Per analizzare le cause della vita, bisogna prima rivolgersi ai principi che determinano la morte». Alla luce di quanto detto fin qui, potrà mai l’uomo dominare la vita? Potrà mai darla a cose che per natura non l’hanno, rendere vitale ciò che è inanimato? Una seria incognita esistenziale viene posta da Bambole scacciapensieri semiviventi, opera di ingegneria tissutale nata nel 2000: piccoli manufatti in cui polimeri biodegradabili vengono lentamente sostituiti da cellule animali, qualcosa di difficile da spiegare, né vivo né morto, che rappresenta drammaticamente la crisi delle nostre certezze, quelle che non abbiamo e probabilmente non avremo mai. Sul tema della vita dopo la morte James Auger e Jimmy Loizeau, partendo da considerazioni atee, concepiscono il corpo umano come entità chimica soggetta al decadimento e ne immaginano la sintesi in energia elettrica sotto forma di batteria: se la vita potesse trasferirsi dal corpo a una batteria, si potrebbe dire che l’umanità abbia domato la morte? Difficile da dire: atei o credenti, nessuno è fino ad ora riuscito a cogliere l’intimo mistero della vita; la sfida nella creazione di una macchina in grado di provare emozioni che possano dirsi “umane” o di aggirare la morte con processi scientifici, è affascinante quanto oscura. Che posto ha l’anima in tutto questo? Ma soprattutto è la sua “esistenza” a renderci speciali?

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-Gabriele Russo.

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«Vedo solo quel che devo»: Hitler Contro Picasso e gli altri

– Avete fatto voi questo orrore, maestro?
– No, è opera vostra.

 

Così rispose sul Guernica Picasso all’ambasciatore tedesco Otto Abetz, in visita al suo studio dopo l’occupazione di Parigi ad opera dei nazisti. E questo, paradossalmente, uno dei pochi riferimenti sul pittore all’interno del film-evento Hitler Contro Picasso e gli altri, proiettato nelle sale romane il 13 e il 14 marzo 2018. Un documentario, quello impresso sulla pellicola di Claudio Poli prodotta dalla NexoDigital in collaborazione con SkyArte HD, che racconta l’ossessione del regime nazista per l’arte, le compravendite, i saccheggi e le enormi contraddizioni delle scelte di Hitler in merito all’inestimabile patrimonio in suo possesso.

La sublime voce di un insospettabile, bravissimo Toni Servillo accompagna lo spettatore attraverso immagini e video d’epoca, interviste a esperti e testimonianze, spesso anche molto crude, di chi la guerra l’ha vissuta, in tutti i sensi: perché se trafugare opere d’arte da tutta Europa, catalogarle e stiparle in luoghi nascosti e sicuri fu un lavoro lungo che impiegò la vita di moltissime persone, le ricerche di quelle stesse opere, il loro recupero e le estenuanti battaglie legali per riappropriarsi di cimeli di famiglia o semplicemente ricordi di una vita rubata è tutta un’altra storia. Tutt’oggi, parte del bottino nazista è introvabile; tutt’oggi, molti dei legittimi proprietari delle opere d’arte ritrovate devono lottare per riottenere ciò che è loro.

Tanta, tantissima l’arte mostrata nell’arco di tutto il film: non solo le opere ammirate e rubate o nascoste dal regime, ma soprattutto quelle disprezzate. Perché Hitler era sì contro Picasso, ma anche contro Chagall, Matisse, i Fauves: la loro era un’arte degenere, orribile, contraria a tutto ciò che la società tedesca avrebbe dovuto incarnare, eppure trafugata anch’essa alla stessa maniera e con lo stesso ritmo dell’arte classica ed esposta in un museo a parte, quello appunto dell’arte “degenerata”. Molte le storie che vengono raccontate, fra cui il ritrovamento, a Monaco di Baviera nel 2012, di numerosi pezzi d’arte nella casa del nipote di uno dei commercianti d’arte di Hitler: non solo una vicenda interessante e recente, ma anche un monito che lascia intendere come, nonostante si cerchi di insabbiare questo capitolo della storia umana, esso sia tutt’altro che pronto ad essere chiuso e anzi pieno di domande ancora in attesa di una risposta.

Una cosa più di tutto, però, ha attratto la mia attenzione, con una forza tale da diventare il titolo della mia riflessione, in maniera totalmente avulsa dal contesto artistico e in un modo che ancora non mi riesco a spiegare — tanto che, spesso, mi chiedo ancora se l’abbia visto davvero; per un secondo, verso la fine del docu-film, presumo su uno dei musei tedeschi (un grande palazzo bianco e rettangolare) ho visto affissa una frase in italiano, probabilmente risalente al periodo nazista: «Vedo solo quel che devo».

Centinaia i motivi per cui una frase del genere si sia potuta trovare in quel posto, ancora di più i significati che le si potrebbero attribuire: è però, di base, l’atteggiamento durante i regimi, quello nazista e quello fascista. Le persone, spinte probabilmente dalla parvenza di stabilità ritrovata dopo la Grande Guerra o dal trovarsi “dall’altro lato” delle persecuzioni, tendevano a vedere solo ciò che dovevano (e volevano) vedere, convincendosi che non ci fosse altro: questo l’atteggiamento maggioritario nei confronti delle deportazioni, dei furti e della condotta proibitiva e razzista del regime. È un comportamento perfettamente insito nella nostra specie eppure percepito come il meno umano possibile: la vera banalità del male, l’istinto di conservazione che ci spinge a distogliere lo sguardo in situazioni pericolose, cercando di vedere solo ciò che si dovrebbe vedere, sforzandosi (con nemmeno troppa difficoltà) di credere a ciò che viene detto. Sempre sul finire del film un sociologo intervistato, teorico del comportamento nazista, rifletteva su come, nel corso dei suoi studi, non avesse ancora incontrato nemmeno una persona veramente “malvagia” nel senso assoluto del termine: solo umani, vittime e carnefici spesso inconsapevoli di giochi di potere più grandi di loro, alle prese con una specie di follia collettiva per cui, data la licenza di uccidere, torturare e condannare, si uccide, tortura e condanna per non essere uccisi, torturati e condannati, fino a che non si diventa insensibili al dolore, proprio e altrui.

Forse questa situazione si sta ripresentando: sicuramente non ai livelli del passato, ma la memoria collettiva è spesso troppo corta e non ricorda come la sottovalutazione delle dinamiche di potenza, la desensibilizzazione alla sofferenza dell’altro e la strumentalizzazione politica dell’insoddisfazione generale possano portare a eventi catastrofici.
Non bisogna distogliere lo sguardo, non bisogna ignorare chi ha bisogno di aiuto: non si può evitare di sentire lo sparo di un fucile solo perché non è accaduto nel proprio giardino.

 

-Rosanna Saccucci.

Il ventenne dimezzato

Quando si hanno vent’anni e una vita che potrebbe definirsi “normale” questa stessa normalità può non risultare abbastanza: ci sono alcune situazioni, come quella in cui io stessa mi sono trovata qualche tempo fa, che nella quotidianità si ripresentano periodicamente. Il contesto è più o meno sempre uguale: sono all’incirca le 9 del mattino e, dopo un viaggio di più di mezz’ora su un treno sempre troppo pieno e troppo poco puntuale, si è sulla metro, direzione università, con una sola domanda in testa: «Quello che faccio è abbastanza? Sarà abbastanza?».  

Ed è proprio in una normalissima mattina come questa che mi è tornata alla mente una frase di Italo Calvino, letta ai tempi del liceo nel finale de Il visconte dimezzato: «Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane». Quando lessi per la prima volta queste parole le trovai cariche di cruda verità e oggi, a pochi mesi dalla laurea, capisco ancora di più come questa sensazione d’incompletezza sia pesantemente presente nella vita di ogni giovane. Mi sono decisa quindi di riprendere quel prezioso libro tra le mani, l’ho riletto e sentirmi di consigliarlo a ciascun ventenne che, come me, si sente un po’ come il protagonista del romanzo: dimezzato.

Durante la guerra tra Austria e Turchia Medardo, visconte di Terralba, viene colpito da una cannonata che non lo uccide ma lo divide paradossalmente a metà. La storia, raccontata dalla voce del piccolo nipote di Medardo, racconta di come la metà crudele, fatto ritorno a Terralba, inizia a compiere una serie di azioni tanto assurde quanto terrificanti, come tagliare a metà ogni animale, frutto, oggetto incrociato per la sua strada o condannare a morte anche il più innocuo dei criminali. Anche l’altra metà, quella buona, è però sopravvissuta alla cannonata e ad un certo punto anche questa ritorna tra gli abitanti di Terralba, ma non è come questi s’aspettano. Nemmeno Medardo-Buono, infatti è privo di difetti: il suo eccesso di buonismo e di virtù porta tanti danni quanto fanno le azioni vili e dispettose del Gramo (ossia del Medardo-Cattivo).

«Così passavano i giorni a Terralba, e i nostri sentimenti si facevano incolori e ottusi, poiché ci sentivamo come perduti fra malvagità e virtù ugualmente disumane»: con queste parole il giovane narratore racconta lo spaesamento di coloro che si trovano improvvisamente a convivere con il Male assoluto ed il Bene assoluto, e che si rendono conto di quanto sia ugualmente difficoltoso accettare entrambi i “caratteri”. Il finale della storia penso sia meglio lasciarlo in sospeso, per non rovinare una vostra eventuale prossima lettura (può esser detto che, come in ogni fiaba che si rispetti, l’epilogo ha a che fare con una “storia d’amore”). Vorrei solo fare un appunto sull’importanza ma anche sull’attualità del messaggio che Calvino ci lascia con queste poche pagine di Letteratura italiana, vale a dire la dimostrazione che l’autore ci dà della “bipolarità” dell’essere umano: il bene e il male esistono in ciascuna persona e in un certo senso queste due opposte “personalità” si completano a vicenda, poiché neanche la metà buona di Medardo è perfetta senza la crudeltà dell’altra. È come quando nei cartoni animati la coscienza dei personaggi viene descritta da un angelo ed un diavolo che litigano stando uno sulla spalla destra ed uno su quella sinistra, con il povero pupazzetto che sta nel mezzo e deve decidere a quale voce dare ascolto anche se in fin dei conti entrambe gli appartengono.

Soprattutto, quando tratto dell’attualità di quest’opera, un’altra riflessione che mi sono ritrovata a fare leggendo la fiaba riguarda la debolezza insita nell’umanità: il sentirsi incompleto non deve essere per forza sintomo di debolezza e anzi, può essere un trampolino per migliorarsi e pretendere sempre di più dalla vita. A volte è proprio nell’incompletezza che si riesce a cogliere il senso delle cose e questo è importante soprattutto quando si vive in una società di precaria come la nostra.

«Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane» è vero, ma gioventù e incompletezza non devono mai e poi mai diventare sinonimi: si corre il rischio di perdere fiducia nella gioventù e una società che non ha fiducia nei giovani non ha avvenire, diventa una società che manca di linfa vitale.

Quindi il consiglio che do a me stessa nelle mattinate in cui viaggio in metro e mi sento inspiegabilmente insoddisfatta e incompleta è un consiglio che in parte devo a Italo Calvino e al suo visconte, vale a dire quello di continuare a pensare che il motivo per cui ci si alza ogni giorno ha un valore, dato che soltanto così si diventa una persona di valore: ciò non vuol dire necessariamente essere quello che viene stereotipato come il “bravo cristiano”, ma semplicemente essere coscienti di avere la libertà di poter scegliere tra il bene ed il male, di poter essere se stessi o tutto il contrario di se stessi a seconda delle circostanze in cui ci si trova, o anche la libertà di non dover scegliere. Ogni giorno tutti noi abbiamo la possibilità di decidere di non essere solo un “ventenne dimezzato”, o di esserlo, ma comunque un ventenne dimezzato e speranzoso. Dimezzato e consapevole del fatto che al di là di tutta la negatività che ci viene bombardata addosso ogni giorno, noi siamo giovani e in quanto tali abbiamo ancora la possibilità (e l’obbligo) di lottare. Dimezzato ma felice e fiero, quindi. Anche perché alla fine, chi l’ha deciso che l’interezza è qualcosa di positivo?

Insomma, noi possiamo sempre scegliere: se stare con i “buoni” o con “malvagi”, se essere felici o infelici, se essere soddisfatti o insoddisfatti, completi o incompleti. Ciò che veramente conta è non perdere mai fiducia nella vita soprattutto quando si è giovani, pioché la giovinezza, così come la definisce Calvino stesso, è «l’età in cui i sentimenti stanno tutti in uno slancio confuso, non distinti ancora in male e in bene; l’età in cui ogni nuova esperienza, anche macabra e inumana, è tutta trepida e calda d’amore per la vita»

 

-Serena Di Luccio.

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“Pertini – Il Combattente”… ma anche un presidente molto popular

Dopo aver assistito all’anteprima stampa del film Pertini – Il combattente (dal 15 Marzo al cinema), noi di Culturarte abbiamo intervistato per voi il regista, Graziano Diana, riguardo le difficoltà e gli intenti nella realizzazione di un documentario che scava nella vita di un’icona decisamente pop per essere un ex Partigiano Presidente della Repubblica.

 

Esistono uomini talmente smisurati, complessi e contraddittori che sembra impossibile raccontarli. Per esempio, come si racconta la vita di uno come Sandro Pertini, il presidente della Repubblica ‘più amato dagli Italiani’, uno di cui perfino un giornalista politicamente assai lontano da lui come Montanelli lodava ‘il profumo di onestà’ che emanava qualunque sua azione?

Così recitano le ‘note di regia’ con le quali Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo provano a renderci partecipi dell’immenso impegno che si è reso necessario per raccontare la storia del giovane soldato delle trincee della Grande Guerra, del militante socialista, del fuggiasco perseguito dalla Patria, del Partigiano, del presidente della Camera e in fine della Repubblica Sandro Pertini: un solo uomo, almeno sei vite, e un amore per i suoi italiani che in fin dei conti andava ben oltre gli specifici orientamenti politici. Come raccontare un’esistenza così varia e protagonista di tutte le stagioni del Novecento italiano? Come omaggiare un simbolo che la moderna storia italiana ha già innalzato ad icona popolare?
Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo fugano, con non poca difficoltà, questi dubbi imbarcandosi nell’impresa di produrre un film sulla vita di Sandro Pertini. Un uomo il cui viaggio sulla strada della libertà coinvolse e sconvolse la cultura di massa richiedeva un biopic di stampo pop che avesse comunque il volto di un importante documento storico, il tutto nella cornice dell’altrettanto importante e delicato periodo storico attuale. Partendo dall’omonima opera dello stesso De Cataldo — dalla quale l’intero film è fedelmente tratto —
Pertini – Il combattente ci spiega ‘il Presidente più amato dagli italiani’ con l’attenta pedagogia tramite la quale è giusto che venga filtrata la pesante fetta di storia che pesò sulle spalle dell’esile fumatore di pipa; allo stesso tempo, la sua genuina simpatia ci strappa qualche commosso sorriso, dettato dall’inevitabile effetto amarcord. Così, tra una partita di carte con Dino Zoff ed Enzo Bearzot sull’aereo presidenziale di ritorno dai Campionati Mondiali di calcio dell’82 e tragedie come il caso Moro e la strage di Bologna, impariamo a conoscere il “nonno d’Italia”, che con una mano cercava al suo popolo (che amava a dismisura e nel quale aveva piena fiducia) un tetto e ne risanava lo spirito e con l’altra lo prendeva per mano, insegnandogli che «non esiste libertà senza giustizia sociale e non esiste giustizia sociale senza libertà».


Un plauso va dunque in primis alla regia e sceneggiatura di Diana e De Cataldo, che rispettosamente e in punta di piedi si sono fatti largo nella storia e nei nostri cuori, soddisfacendo pienamente le aspettative, ve lo assicuriamo. Un ringraziamento ulteriore e più ‘personale’ va poi all’intera produzione nelle persone di Gloria Giorgianni, Cesare Fragnelli, Carlotta Schininà e Tore Sansonetti, in collaborazione con
Anele produzioni, Altre Storie, Sky Cinema e Rai Cinema, che ha concesso a noi di Culturarte l’opportunità di partecipare all’anteprima stampa del film (dal 15 Marzo al cinema) e di intervistare il disponibilissimo e gentile Graziano Diana del quale riportiamo qui di seguito le riflessioni.

Semplicemente, per finire, grazie a tutti coloro che hanno reso possibile il concretizzarsi di questo ‘film documento’ del quale avevamo tutti un po’ bisogno.

 


Come mai ha deciso di lanciarsi in questo progetto di narrare oggi Alessandro Pertini, partendo dal libro di Giancarlo De Cataldo? Come mai ha deciso di codirigerlo con De Cataldo stesso?

Graziano Diana: L’idea ci è nata insieme. Avevo già lavorato con De Cataldo in molteplici occasioni in questi anni: avevamo scritto una serie televisiva chiamataIl Giudice Mastrangelo, in cui recitava Diego Abatantuono. Ho sceneggiato un suo libro, poi divenuto un film diretto da Ricky Tognazzi: “Il Padre E Lo Straniero… insomma, abbiamo fatto parecchi lavori insieme e ci conosciamo da parecchio tempo, siamo molto amici. Tra questi progetti, 10 anni fa o anche di più decidemmo di realizzare una miniserie televisiva su Alessandro Pertini. Noi l’abbiamo scritta e in quell’occasione abbiamo anche conosciuto il giudice Mario Almerighi, presidente della fondazione Pertini, e anche Carla Voltolina (la vedova Pertini, ndr.) a cui avevamo sottoposto la nostra sceneggiatura. Lei sulle prime fece un po’ di resistenze, anche per rispettare il volere di Pertini di non voler essere celebrato, ma alla fine riuscimmo a convincerla insistendo sul fatto che non fosse un film, quanto più un semplice sceneggiato. La cosa, nonostante la sua benedizione, non andò in porto. Tuttavia De Cataldo tempo dopo, sollecitato da Rizzoli che gli chiedeva di scrivere un ritratto riguardante una figura che lui ammirava, scelse appunto Pertini e riportò nel libro anche le sedute di sceneggiatura di questo nostro tentativo di fare della sua vita un film. Dopo la pubblicazione del libro ci è quindi tornata la voglia di rioccuparci di Pertini e di farlo tramite questo docufilm. Insomma, il percorso è stato lungo e articolato ma finalmente oggi è arrivato in porto!

Parlando della trasposizione dal libro al film, nel libro è presente la figura del figlio 13enne di De Cataldo a cui il padre tenta di spiegare la grandezza dell’uomo Pertini. Nel suo film, questo elemento pedagogico viene ripreso attraverso la scelta di un gruppo di ragazzi che ascoltano De Cataldo narrare e introdurre le testimonianze raccolte nel documentario. Come mai ha deciso di conservare questo aspetto del libro trasfigurandola in questo modo?

Diana: L’idea di De Cataldo è rimasta nel docufilm attraverso l’incontro tra Giancarlo e questo gruppo di ragazzi, tra cui tra l’altro c’è anche suo figlio. Quell’ossatura centrale, questo centro nevralgico del libro è stata quindi trasposta nel film con l’intenzione di raccontare del presidente e di confrontarci con i giovani per scoprire cosa loro sanno di Pertini e cosa noi possiamo raccontare loro. È proprio Gabriele nel film, il figlio di Giancarlo, a indicare l’importanza di ciò sottolineando che: «Non c’è oggi qualcuno come Pertini capace di rapire una generazione».

Molta attenzione è prestata nel suo film allo status di icona pop del presidente Pertini, alimentato dalle sue apparizioni televisive e dai fumetti di Andrea Pazienza. Pensa che una personalità come Pertini avrebbe mantenuto il suo statuto iconico anche nel moderno contesto mediale, filtrato dalle logiche di Internet?

Diana: Assolutamente! Penso che nella sua curiosità, che non è mai venuta meno, si sarebbe divertito nell’interazione coi social esattamente come si divertiva con le tavole di Pazienza, che aveva addirittura invitato al Quirinale. Non ha mai smesso di confrontarsi con i ragazzi, e amava aver con loro un contatto diretto. Userebbe quindi sicuramente tutti i mezzi che oggi sono a disposizione per farlo, e non faticherei a immaginarlo usare Instagram. Andava spesso al cinema e a teatro e di conseguenza amava il mondo dell’arte, della rappresentazione e il suo passato da giornalista lo spingeva certamente a ammirare anche il mondo della comunicazione.

Il film esibisce una serie di brani musicali editi che omaggiano Pertini, nella loro interezza o anche attraverso un solo verso, tutti creditati al margine dello schermo durante l’esecuzione e mai usati come semplice accompagnamento delle immagini. Come mai ha scelto di dare tanto importanza alla musica?

Diana: Perché il numero e la diversità delle canzoni che sono state dedicate a Pertini ci ha molto sorpresi! Mentre facevamo le nostre ricerche conoscevamo certamente il brano di Antonello Venditti, L’Italiano di Toto Cutugno o il pezzo degli Skiantos, però vedere quanti autori erano rimasti influenzati dalla figura del presidente tanto da citarlo nelle proprie canzoni ci ha stupiti e ci ha anche davvero divertiti. Nel voler quindi raccontare con stili diversi un personaggio così sfaccettato come Pertini l’idea di questa playlist variegata ci è piaciuta tanto. L’abbiamo principalmente usata per scandire i capitoli. Non si nota troppo, ma ogni capitolo della storia ha per noi una sorta di copertina ideale rappresentata dalla canzone che abbiamo scelto di associarci, quasi a costituire la struttura ritmica del film.

Marcello Sorgi nel documentario sottolinea nel suo intervento come Pertini possa quasi essere considerato “un germe del populismo” (seppur ancora in forme bonarie) per la sua tendenza a pensare sempre prima al popolo che alle istituzioni. Ad oggi che il populismo qui in Italia è divenuta vera e propria forza per il consenso, quanto del populismo odierno riesce ad associare al Pertini presidente?

Diana: Personalmente ben poco. Quello di Pertini era un grido di indignazione che scavalcava i ruoli e che tendeva a riportare alle loro responsabilità il Governo o le istituzioni. Veniva fatto da una persona integra, integerrima e per bene quale Pertini era, che lo faceva per il bene della Nazione. Che questo suo atteggiamento possa essere considerato come “germe del populismo” di oggi lo riporta uno dei nostri intervistati e ne sono contento se questo può stimolare il dibattito e permettere di parlare di Pertini in una chiave più tridimensionale, senza ridurlo come una sorta di santino cartaceo. Gli intenti del presidente sono tuttavia completamente diversi, e anche lo stesso Sorgi sottolinea dopotutto come oggi il populismo sia di natura certamente più corrotta e usato in maniera totalmente differente.

Alla fine del documentario, De Cataldo ammette che il racconto è stato forse non troppo obiettivo ed anzi piuttosto simpatizzante nei confronti di Pertini. Quali sentimenti le riporta personalmente la sua figura?

Diana: Il nostro è stato un atto di onestà. Noi vogliam bene al Presidente Pertini, a quello che ha rappresentato per noi e a quello che ha rappresentato nella nostra storia. Noi che a quel tempo eravamo ragazzi non potevamo che vederlo come un oggetto di ammirazione. Ora sono passati un bel po’ di anni ma l’adorazione per la sua figura rimane e per quanto ne si possa criticare il carattere burbero, la possibilità che abbia dato avvio al populismo o altro, noi speriamo che le nuove generazioni siano pronte a conoscerlo e apprezzarlo come facevamo noi.


-Margherita Cignitti &

Vincenzo “Notta” Riccardi.