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Il Cinématographe Lumière nella società di massa

Fin de siècle. L’Europa sciagurata, che con certezza di opinione amava autodefinirsi dominatrice del mondo, si dirigeva come un treno in corsa dalla seconda industrializzazione alla prima guerra mondiale e in quel tripudio di fermenti positivisti e pioneristici, caratteristici della belle époque, il vecchio continente nell’ora del suo tramonto era ironicamente bello a vedersi. Bello appare ancora a noi osservandolo negli oltre 1400 filmati contenuti nel catalogo Lumière, nel quale, diviso per generi, è raccolto tutto il materiale girato dai due fratelli di Lione dal 1895 al 1907. Se il verdetto storico che li sancisce come i padri del cinema può essere oggetto di discussione, non può esserlo il loro ruolo di grandi inventori, industriali e primi autori del cinema. I Lumière sono stati capaci di restituirci, nonostante la giovinezza del loro mezzo, un’immagine sensazionale degli uomini e della terra in cui agivano attraverso delle vedute estremamente positive e dei ritratti provenienti da ogni continente grazie agli operatori Lumière dispersi per il globo.

Il cinema attirò inizialmente le masse urbane occidentali mostrando con la propria funzione documentarista il dinamismo crescente della vita quotidiana, della realtà registrata, sia quella esoticamente lontana, sia quella in cui si era direttamente immersi. Ma nei filmati dei Lumière già si può ammirare una prima conversione alla finzione, che Méliès svilupperà immediatamente dopo: furono allestite scene surreali, umoristiche, ironiche. Il dinamismo delle loro pellicole contiene tutto il futuro del cinema, mostra la vita come non si era mai potuta contemplare. Gli operatori riprendono unitamente, con i loro incredibili strumenti, la realtà ed il regno del miracolo, in un connubio di ingenuità e purezza. Con spirito innovatore i due fratelli hanno mise en scène l’entusiasmo che stava per travolgere il mondo. Un mondo controllabile e presuntuosamente sorvegliato da quell’Europa che ora poteva andarsene in giro collezionando sempre nuove vedute, spostando costantemente l’orizzonte, alimentando fantasie e concezioni. La rivoluzione permanente delle immagini ha inizio con i Lumière, che – come disse il grande Jean Renoir – “aprirono la porta alla nostra immaginazione”, elevando di fatto il cinematografo a Settima Arte. Un mezzo di proiezione ed esplorazione della realtà, una “realtà fotografica” accolta direttamente dai nostri occhi.  Vengono mostrate partenze ed arrivi di navi, automobili, treni, carrozze, tram, momenti di svago come partite a bocce e a carte, spaccati dell’atmosfera borghese osservabili nei giardini privati, strade più o meno affollate, lo stile di vita prevalentemente urbano di quegli anni a cavallo fra Ottocento e Novecento. I momenti di piacere e gioco non furono gli unici protagonisti. Louis e Auguste impressero su pellicola anche la Francia che lavorava per la nazione: falegnami, operai, edili, maniscalchi, contadini, pescatori.

“Non pensavo che la gente sarebbe potuta rimanere delle ore a guardare il cinematografo” disse Louis Lumière, ormai anziano, in un’intervista del 1948. Ma già le prime proiezioni furono un mezzo di espressione al tempo stesso realistico e onirico, che unirono realtà rigorosamente naturale, razionale ed estremo incanto, sposandosi egregiamente con la mentalità ottimistica e positiva ancora spensieratamente dilagante. L’opera dei Lumière ha chiuso di fatto un’epoca, quella ottocentesca, voltandogli deliberatamente le spalle e traghettando quello stesso mondo in una nuova dimensione novecentesca, allontanandosi dalle passate concezioni e inaugurando un rinnovato modo di raffigurarsi e riflettersi nell’arte. Il ricchissimo catalogo Lumière trasmette tuttora con il suo mutismo e le sue sperimentazioni registiche atmosfere candide, serene, laboriose, in cui operano soggetti curiosi, leggiadri e colti da un sorriso profondamente speranzoso che indirizzano timidamente alla macchina del loro regista. Quel sogno permanente che, fortunatamente, è ancora per noi il Cinema, è nato e vissuto in un contesto onirico, quello della già citata “belle époque”. Frutto dell’applicazione pratica di un’invenzione dell’industria chimica, la celluloide, il cinema aveva un fascino tutto particolare: faceva vedere mondi lontani, immaginare storie via via sempre più avvincenti, in una parola sognare.

Ma si deve prestare attenzione, la Storia, soprattutto quella sociale, non è un percorso univoco e lineare, non tutti gli occhi si persero in un tripudio di spensierato stupore ed eccitazione. Le parole di uno scrittore russo mostrano un diverso approccio emotivo al cinematografo; Maksim Gor’kij vide a Mosca i primi prodotti dei fratelli Lumière e così li recensì in un articolo apparso il 4 luglio 1896: “Ieri sono stato nel regno delle ombre. È un mondo privo di suoni e di colori. Un mondo in cui tutto è dipinto di un grigio monotono. […] Questa non è vita, ma ombra di vita; non è movimento ma silenziosa ombra di movimento. […] I vostri nervi si tendono, l’immaginazione vi trasporta in una nuova vita, di fantasmi o di uomini, colpiti dalla maledizione dell’eterno silenzio, privati di tutti i colori, di tutti i suoi suoni, insomma della sua parte migliore. È terribile vedere questo grigio movimento di ombre grigie, silenziose, mute. […] Che non sia forse un’allusione alla vita del futuro?”

L’immaginazione ha potuto condurre, quindi, anche ad una visione spettrale, ad un lugubre teatro di ombre che diviene metafora dell’alienazione, dell’estraniazione dell’uomo contemporaneo da se stesso, di cui noi tuttora siamo il frutto. Alla massificazione della società, che faceva il suo ingresso nelle sempre più gremite sale cinematografiche, nei caffè, salotti, teatri, club, si affiancava il paradossale timore di vivere in una folla urbana votata all’anonimato, all’individualismo, che non entra in relazioni reciproche. L’avvento del cinema, come di qualunque altra grande innovazione della seconda rivoluzione industriale, ha comportato un’opposizione fra chi osservava il progresso come fonte illimitata di felicità e di ottimismo e chi invece gli volgeva occhiate titubanti, cariche di angosce non ancora ben delineate.

-Alessandro Berti

 

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LADRI DI BANKSY

“Un muro è una grande arma. E’ una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno” – Banksy

Chi si cela dietro il nome di battaglia “Banksy” è forse il più grande street artist di sempre.
Ma se sia un lui, una lei, o un collettivo di artisti, sono in pochi a saperlo.

Ha scelto di rimanere anonimo, di non identificarsi, e all’inizio questo ha attivato una vera e propria caccia all’uomo, taglie sulla sua identità su Ebay, inserzioni, giornalisti, poliziotti.
Quello che fa è illegale e viene considerato vandalismo e autenticando le sue opere ammetterebbe un reato.

I murales che appaiono quando le città dormono, i primi attorno agli anni 2000, rappresentano scimmie, topi, bambini o poliziotti che a loro volta scrivono e lasciano messaggi provocatori sui muri.
Il ratto è l’immagine iconica di Banksy, ne ha un esercito disseminato in tutto il mondo, è l’incarnazione di quella parte di popolazione emarginata, rifiutata e rigettata dalle classi più abbienti.

“Se sei sporco, insignificante e nessuno ti ama, i ratti sono il tuo modello definitivo” – Banksy

Attraverso stencil via via più complessi, a 2/3 tonalità d’ombreggiatura e con l’utilizzo di caratteri liberi e schizzi, i messaggi che Banksy lascia sui muri di tutto il mondo hanno un modo ironico e sfrontato di raccontare e denunciare tutte le falle della società: la condizione umana, il divario sociale, la povertà, l’omologazione, le regole di facciata, la manipolazione mediatica, lo sfruttamento, la guerra, le repressioni della polizia, l’inquinamento del pianeta, il maltrattamento degli animali.

Lo scopo della street art, nata negli anni ’60 come una forma di protesta, è infatti quello di divulgare, comunicare, connettersi, far pensare, creare un senso di consapevolezza di quello che siamo e di quello che ci circonda, rendendo partecipe un numero enorme di persone, che vengono “colpite” semplicemente camminando per strada.
Non c’è un biglietto, non c’è un museo, una galleria.
E’ lì per tutti, senza nessuna distinzione di razza, sesso, età, classe sociale, classe economica, eppure in molti non riescono a comprendere questo concetto.

“Le persone che governano le nostre città non capiscono i graffiti perché pensano che niente abbia il diritto di esistere, a meno che non generi un profitto” – Banksy

In ogni parte del mondo ci sia un’opera di Banksy, c’è in agguato un ladro.
Il film-evento di dicembre L’uomo che rubò Banksy del circuito Arte al cinema ci racconta la storia di Walid “la Bestia” e del furto dell’opera palestinese Donkey’s Documents, il docu-film Saving Banksy ci spiega il caso del Ratto Socialista e, insieme al documentario Banksy does New York, illustrano la complicata controversia della compravendita delle opere di Street Art.

Walid la Bestia, sotto ordine di Mikael Kawanati, brutalizza un muro di cemento con martelli pneumatici, seghe diamantate, flessibili ad acqua e frullini di grandi dimensioni e si porta via Donkey’s Documents, un’opera di 4 tonnellate che raffigura un soldato israeliano che controlla i documenti ad un asino palestinese, portando l’attenzione sul conflitto tra Palestina e Israele e sul muro eretto nel 2003 come soluzione alla guerra.

Le motivazioni di questi veri e propri furti sono molteplici.
La più becera e banale è quella di trarne un profitto, vendendola alle case d’asta, che a loro volta la venderanno per miliardi di dollari a qualche ricco collezionista che metterà un’opera con lo scopo sociale di essere per tutti, nel salotto della sua lussuosa villa.
Strappata al proprio contesto per essere ammirata solo da quelle persone che incarnano gli ideali combattuti dall’artista con gli spray.
Oppure, come spesso succede, le opere rimangono invendute, sottratte al pubblico per finire imballate e nascoste in grandi magazzini.

In Saving Banksy il ladro Brian Greif ha perlomeno scopi nobili: il Comune di San Francisco infatti non tollera la presenza di street art sui propri muri ma non vuole pagare per la rimozione. Per questo motivo se sei proprietario di un edificio che viene taggato, è tua responsabilità cancellare questi tag, o verrai multato e sulla tua casa verrà messa un’ipoteca.
Così a San Francisco i murales di Banksy sono via via spariti tutti.
Brian Greif si prende quindi la responsabilità di “salvare” il “Ratto Socialista”, rimuovendolo con molti sforzi, trattative e molto denaro, dal posto originale per regalarlo ad un museo cittadino che potesse preservarlo ed esporlo in maniera gratuita.
I musei però richiedono il consenso dell’artista per poter trattare l’opera.

“Alcuni artisti creano i propri lavori perché vengano distrutti, non vogliono che l’arte sopravviva, e quindi non spetta al museo preservarle contro la loro volontà. Se un’opera d’arte è stata fatta per stare in un luogo pubblico, allora forse l’artista non vuole vederla in un museo” – afferma John Zarobell, curatore del SFMOMA.

Consenso e diritto d’autore sono problemi che nessuno si pone mai nel momento del furto.
Si pensa che visto che l’opera è “incustodita” se ne possa fare quello che si vuole, senza chiedere e senza dare all’artista nemmeno una piccola parte del ricavato dalla vendita delle sue opere per miliardi di dollari.
Un altro problema è il concetto dell’effimero.
Molti artisti non vogliono preservare, custodire e mantenere nel tempo i loro lavori.

“Gli street artists fanno altre opere nei loro studi, che vengono firmate e vendute. Quello è il modo per farsi ricordare e lasciare una traccia. Dobbiamo essere noi a decidere cosa vogliamo vendere e conservare.”- afferma Ben Eine, street artist e collaboratore di Banksy.

La mercificazione di opere realizzate senza alcuno scopo di lucro per essere ammirate gratuitamente, spesso fa scattare la reazione degli artisti.
L’ultimo caso Banksy è quello del quadro della Bambina con il palloncino che, appena battuto all’asta per una grande somma di denaro, si è autodistrutto grazie ad un sistema mangiacarta installato nella cornice.
Oppure il caso Blu a Bologna, che ha cancellato ogni singola opera realizzata per la città, perché soggette a percorsi turistici a pagamento.

“Non possiamo fare nulla per cambiare il mondo, finche il capitalismo non crolla”- Bansky

 

-Irene Iodice

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Chi non ha Paura vive PER SEMPRE

Così si presenta “Bohemian Rhapsody”,  il film biografico/tributo più rischioso degli ultimi anni. L’impavida pellicola segue i primi quindici anni della celeberrima rockband dei Queen e del suo carismatico frontman Freddie Mercury. Un film che non ha decisamente avuto paura di tentare l’impossibile: riportare in vita la leggenda.

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*SPOILER FREE*

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Quando e se si decide di parlare di film come Bohemian Rhapsody, così come molte altre opere del genere biopic/tribute movie, si dovrebbe evitare di analizzarli unicamente da severi storiografi. Potrà generare disaccordo ma a volte le licenze poetiche e le inesattezze storiche sono inevitabili e funzionali allo scopo: rendere protagonista, nel bene o nel male, il soggetto che si sceglie di omaggiare e far risaltare raccontandone la storia più o meno rielaborata. Bohemian Rhapsody  non vuole essere un film storico né un fedele documentario sui primi 15 anni di attività dei Queen, è bene ricordarlo prima di proseguire.
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Dunque, mettere mano su una figura non solo iconica -sotto più punti di vista- ma anche amata all’inverosimile quale lo era e lo è tutt’oggi quella di Freddie Mercury (fan o meno, nel 2018 non è ormai necessario aprire una digressione esplicativa su quest’uomo e la sua band), ha significato entrare nell’intimità di un’amplia fetta di popolazione mondiale e dirle: “Ok, proveremo a riportare in vita per 130 minuti un idolo e a restituirvi delle emozioni viscerali che vi sono state tolte decisamente troppo presto”. Una sfida importante e rischiosa che non a caso ha richiesto anni di progettazione, varie peripezie e una buona dose di volontà da parte dei produttori della pellicola tra cui Brian May e Roger Taylor, rispettivamente  il chitarrista ed il batterista/membro fondatore dei Queen nonché compagni storici di vita del frontman della band.  Anni trascorsi a cercare il volto che potesse riportare in vita una leggenda e svariate controversie a riguardo, giusto qualche difficoltà nella sceneggiatura di un pezzo di storia della musica, un delicatissimo processo di estrazione e pulizia delle tracce vocali originali dai vari concerti live (fare un film su un uomo dalla voce ineguagliabile fornendogliene un’altra sarebbe stato al quanto controproducente) e, per concludere in bellezza, un cambio improvviso di regia da affrontare a pochi mesi dalla data di rilascio della pellicola. C’era dunque abbastanza materiale per giustificare una resa incondizionata da parte dell’intera produzione ma, e questo è un “ma” grande quanto un palazzo intero, accade spesso che quando sono gli stessi protagonisti della storia a volerla raccontare, ci riescono a qualsiasi costo. Perciò eccoci qui a parlare di un film di cui si parla ormai da mesi, da anni per chi lo ha sempre aspettato. Risulta d’obbligo in tali circostanze  ribadire l’ovvio, quanto stavolta (come nella maggior parte dei casi) corrisponde con ciò che ha omogeneamente messo d’accordo la critica mondiale: la prova attoriale fornita da Rami Malek nei panni di Freddie Mercury è inaspettatamente e perfettamente all’altezza del personaggio. Chi ha amato con tutto il cuore il performer dei Queen, di fatto uno dei più ben voluti showmen nella storia della musica, sa bene perché si renda necessario l’utilizzo di avverbi come “inaspettatamente” quando si parla del risultato ottenuto da questo film. Probabilmente tutti, una volta appreso in via ufficiale il nome di chi avrebbe interpretato Sua Maestà, avremo avuto un pensiero del genere: “Oh povero Rami. Così hanno rifilato a te la patata bollente, eh? Peccato eri simpatico e così promettente. Chissà se ne uscirai vivo.”. Eppure il signor Malek è attualmente vivo e vegeto e si gode i meritati frutti del suo miracolo, rispondendo così a chi chiede cosa abbia significato per lui questa fatica Eraclea:
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Prima di interpretare Freddie Mercury per questo film, non avevo un così immenso e a dir poco reverenziale rispetto nei confronti della sua figura di artista. Ma adesso, che dire…ecco un uomo capace di cantare “We Are The Champion” in un’arena, piena di gente, in cui tutti cantavano insieme a lui. La sua abilità nell’unire le persone al di là di lingue, nazionalità e differenze culturali era davvero avanti con i tempi. Non c’è nessuno come lui in questo.
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Ironia della sorte l’attore sembra aver ereditato dal personaggio la medesima caratteristica; la capacità di unire i critici che passano al vaglio da circa un mese, senza trovarvi la minima pecca, le sue movenze, la sua mimica facciale ed il suo modo di esprimersi parlando, o stando in silenzio, nelle vesti del cantante. Tuttavia l’uomo che ha dovuto addossarsi il peso di una leggenda, non l’ha fatto di certo a cuor leggero. Malek racconta infatti di aver trascorso notti insonni a guardare e riguardare tutti i video attualmente disponibili delle più celebri esibizioni dei Queen e dei vari backstage e interviste. Mesi passati a studiare un animo così geniale, complesso e turbato che “non voleva morire ma a volte desiderava di non essere mai nato”. Imitarne gli slang, l’ironia e ogni minimo gesto quotidiano, persino il modo di accendere una sigaretta, arricciare le labbra o portarsi la mano alla bocca per nascondere i denti. Il tutto, a tal proposito, con in bocca ogni giorno, per almeno 12 ore al giorno, un’ingombrante dentiera plasmata sul calco più verosimile possibile della celebre dentatura di Freddie Mercury. Per non parlare del dover riprodurre l’incredibile empatia che quest’ultimo aveva con ogni pubblico, ovunque si esibisse, concedendovisi ogni volta senza riserve. Tutto ciò, per dare un’idea della giusta proporzione del suo trionfo, ha costituito la sfida brillantemente superata da Malek. Del resto Brian May aveva dichiarato più volte che l’attore avrebbe convinto tutti indistintamente senza dissacrare ma anzi fornendo un indimenticabile tributo. Accanto a lui poi, un cast corale altrettanto talentuoso e degno di nota: Lucy Boynton interpreta Mary Austin, compagna storica e migliore amica del frontman della band, l’amore indissolubile più volte cantato dal pubblico di tutto il mondo, Gwilym Lee e Ben Hardy interpretano i già citati Brian May e Roger Taylor e Joe Mazzello veste i panni di John Deacon, storico bassista del gruppo. Riguardo quest’ultimo inoltre torna a galla in questa circostanza una nota dolorosa che non può essere ignorata: l’ultimo membro ad unirsi alla band infatti, a seguito della morte di Mercury, resistette per ancora qualche anno tra vari tira e molla e poi lasciò definitivamente i Queen nel 1997 rimanendone silente supervisore per affari perlopiù finanziari. I suoi due compagni continuano ad oggi a far esibire la “Vecchia Regina”, non con poca amarezza, trainandone la memoria storica e riconfermandosi ogni giorno come tributo vivente all’amico scomparso. Deacon invece, a detta degli ex compagni, si chiuse nel suo dolore ammettendo serenamente che la prematura dipartita di Mercury per lui aveva significato la fine della corsa, la fine dei Queen. C’è chi dice che egli sia stato l’unico dei membri della band a guardare in faccia la realtà mentre gli altri avrebbero preferito continuare a rifugiarsi in un passato niente affatto facile da accantonare. Tutto ciò che sappiamo oggi riguardo allo storico bassista del gruppo è che fosse già da tempo d’accordo con il progetto del film. E’ certo però che se ora torniamo a chiederci che fine abbia fatto Deacon, se abbia visto il film e cosa ne pensi, è principalmente perché questi quattro giovanotti nei panni dei Queen ci hanno davvero convinti e resi dunque nostalgici di qualcosa che è ormai ben lontano, purtroppo. Come ha efficacemente espresso Ben Hardy ( nel film Roger Taylor), i quattro attori una volta ingaggiati si sono immediatamente riconosciuti come band e voluti bene.
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Il risultato è stato piuttosto evidente.   Abbiamo visto i primi 15 anni di quattro ragazzi incredibilmente talentuosi, diversi e complementari che misero in piedi una rockband che produsse innovazione e arte. Li abbiamo visti ridere di gusto insieme, litigare, prendersi in giro, innamorarsi e segnare la cultura pop/rock con successi come Killer Queen, Love of My Life, Hammer To Fall, We Are The Champions, I Want To Break Free, We Will Rock You, Another One Bites the Dust e svariati altri. Li abbiamo visti separarsi per poi piangere lacrime vere quando uno di loro ha confidato di “averlo preso”, di aver contratto il mostro invisibile e invincibile degli anni ’80: l’AIDS. Li abbiamo visti e abbiamo riso, pianto come bambini e soprattutto cantato ogni singolo brano insieme a loro. Li abbiamo visti ma non siamo stati più in grado di distinguere tra realtà e finzione. Siamo tornati sul palco insieme a loro nella storica esibizione del Live Aid di Wembley nel 1985, una performance di appena 20 minuti che passò alla storia e che ancora oggi resta il principale motivo per cui chiunque abbia memoria di quel mastodontico concerto. Uno spettacolo riprodotto fedelmente in ogni minimo dettaglio, minuto per minuto, a chiusura della pellicola.  Li abbiamo visti e ci siamo emozionati con loro rivivendo un’avventura che si era conclusa troppo presto. Abbiamo assistito alla restituzione di un pezzo di storia della musica che da tempo ormai cercava di tornare al proprio posto. E’ stata esorcizzata una forte mancanza e riportato in vita chi ormai ci ha lasciati da 27 anni senza in realtà però lasciarci mai davvero ed era proprio questo lo spirito della pellicola, ben espresso nella tag-line dell’opera: Chi Non Ha Paura Vive Per Sempre ( Fearless Lives Forever ).
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Proprio per questo motivo, nonostante le innumerevoli inesattezze storiche e l’evidente e innegabile natura romanzata di alcuni momenti della narrazione -in entrambi i casi elementi considerati scientemente e voluti dalla stessa produzione e regia- non si può dire che sia stata raccontata tutta un’altra storia o che le incongruenze siano state tali da vanificare il messaggio del film. Per sempre infatti vivrà l’incredibile voce di un povero ragazzo di origini parsi che sconvolse il mondo e non ebbe paura nel cercare di diventare ciò per cui era nato, sia al livello artistico che personale. Per sempre vivranno quattro amici, quattro talentuosissimi artisti le cui ineguagliabili poesie scrissero la storia della musica e ci accompagnano tuttora. Per sempre vivrà una canzone che non ebbe paura, che ad oggi resta un capolavoro musicale quasi inclassificabile ma che all’epoca del suo primo rilascio rappresentò un flop totale, attirando su di sé severissime critiche negative: Bohemian Rhapsody.             
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FEARLESS  LIVES FOREVER

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-Margherita Cignitti

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R come Raffaella

Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio

Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento

Se c’è una cosa che mi fa impazzire, sono le coincidenze. Le coincidenze sono quel tipo di stregoneria che fa in modo che eventi, persone, oggetti, si intrecciano con la tua vita senza sapere come sia stato possibile. Ora vi dimostrerò non-scientificamente come funziona una coincidenza: da molto tempo avevo in mente di parlarvi della regina indiscussa dello show italiano; il caso vuole che proprio ieri sera ho trovato in un negozio dell’usato un suo 45 giri datato 1974: Rumore/ Felicità ta ta che, ovviamente, ho comprato; il caso vuole (ancora una  volta) che alla cassa, il titolare del negozio, mi abbia detto: “Ma lei ormai è spagnola, l’abbiamo adottata!
Capiate bene, quindi, che questo insieme di casi fortuiti, io li presi come un vero segno dell’universo.
Dunque, cari lettori, è arrivato il momento di parlarvi di una delle più grandi donne di sempre, un esempio da seguire, una delle voci italiane più apprezzate nel mondo: è arrivato il momento di parlarvi della Raffaella Nazionale.
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Ovviamente, già vi avviso: più che un articolo, sarà un vero e proprio elogio.
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Detto ciò vi starete sicuramente chiedendo perché da Sinigallia di due settimane fa, vi ritroviate a leggere di una cantante ascoltata dai vostri genitori: ve lo spiego subito. Dovete sapere che, sebbene abbia  21 anni all’anagrafe, la mia anima ne ha all’incirca 60:  l’armadio pieno di pantaloni di velluto e maglioni di quando mio padre era un giovanotto, vestiti a fiori, l’amore per l’imperfezione del suono dei vinili e l’incapacità di relazionarmi con la tecnologia. Sono così vecchia dentro, che un giorno un mio amico m’ha detto: “Cate, poco a poco stai realizzando il tuo sogno di diventare  una vecchietta”… solo perché volevo comprare degli occhiali da sole con i fiori.
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Dopo aver dato le dovute spiegazioni senza che nessuno me le abbia chieste, è ora di cominciare.
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Nel 1943, a Bologna, nasce Raffaella Maria Roberta Pelloni, per il mondo Raffaella Carrà.
Nasce attrice, si sogna coreografa e finisce con l’essere showgirl, modella, ballerina, cantante e chi più ne ha più ne metta… per farla breve, finisce con l’essere “tutto”.
Raffaella Carrà è il caschetto biondo per antonomasia, nonostante il giovane Nino D’Angelo sia un ottimo rivale; è la donna del Tuca Tuca, la donna che per prima ha mostrato l’ombelico a forma di tortellino in televisione.
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Ora, capite bene che mi è impossibile – anche se sarebbe bellissimo – analizzare tutte le canzoni cantate e ballate dalla regina dello show, raccontarvi di tutti i duetti (da Topo Gigio a Renato Zero) e di tutte le trasmissioni tv da lei condotte come  Canzonissima e R come Raffaella; per questo motivo ho deciso di prendere in analisi solamente uno dei primi album:  ho scelto per voi l’album “Raffaella Carrà ’82”.
L’album, inizialmente scritto e prodotto in Italia, è stato poi divulgato e tradotto in tutto il mondo, tra cui la penisola Iberica, zona in cui ultimamente bazzico. In Raffaella Carrà ’82, troviamo pezzi come Ballo, ballo, che tutti almeno una volta hanno ballato, pezzi come America e Mamma dammi 100 lire, che rappresentano la società del XX secolo, con il sogno americano in testa e la voglia di cambiare vita e di non tornare più nello stivale. In più,  troviamo pezzi che liberamente parlano d’amore e di emancipazione; parole forti che rompono gli schemi di una società inflessibile che si scandalizzava per due cosce di fuori: a tal proposito, vi immaginate  come potrebbe reagire un qualsiasi uomo degli anni ’50 di fronte ad un’adolescente che il sabato sera indossa un vestito a giro-passera? No, perché io me lo chiedo molto spesso.
Lo so, mi perdo tra i discorsi… torniamo a noi. Nell’album, dicevo, ci sono pezzi come Ché dolor che parla di un tradimento con una biondina nell’armadio, o come Dammi un bacio, in cui si fa all’amore 5 volte al giorno o, ancora, come Sei un bandito, mia canzone preferita dell’album, in cui si parla di una donna che ha capito come trattare gli uomini, come gestirli: “perché tu, tu sei un bandito, mi hai rubato il cuore ma non te lo dico”… Non so se rendo la grandezza di questa donna. D’altronde, stiamo parlando della stessa ragazza che ha conosciuto Frank Sinatra alla stazione Tiburtina e gli ha dato un due di picche non indifferente, perché lei di una collana di perle con chiusura di diamante non se ne fa niente, deve essere conquistata con altre cose, come afferma in un’intervista.
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Mi sembra più che chiaro, dunque, il perché Raffaella Carrà sia l’icona della libertà, secondo il governo spagnolo che ad ottobre l’ha premiata come “Dama al Orden del Mérito Civil”.
Raffaella Carrà è la donna con la D maiuscola che tutte noi dovremmo essere in ogni momento: energica, passionale, sempre disposta ad aiutare gli altri ma non fessa, e pronta ad essere la mamma di chiunque ne abbia bisogno e perfetta anche a 75 anni.
Vi dico di più: se solo provaste a paragonare questa Donna con i cantanti della nostra società, vi rendereste conto che noi, figli del 2000, siamo messi malissimo: tra testi che parlano di “nera come la tua schiena”, basi banali e tutte uguali e concerti in playback con pubblico di tredicenni assatanate, l’unica cosa che mi viene in mente è che la signora musica ha fatto le valigie e se n’è andata in Brasile!
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Sua maestà Raffaella, perdonali, perché non sanno quello fanno!

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-Caterina Calicchio

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Winckelmann – Capolavori diffusi nei Musei Vaticani

L’unica via per noi di diventare grandi e – se possibile – insuperabili è l’imitazione degli antichi.

Le immagini della mostra sono disponibili al seguente link
Foto di Giulia Tramet

In occasione del 250° anniversario della sua morte, i Musei Vaticani dedicano a Johann Joachim Winckelmann una mostra per celebrare l’importanza che il suo pensiero ed i suoi studi hanno avuto per la cultura dei suoi tempi e per quelli successivi, in particolar modo per lo sviluppo dei Musei così come possiamo ammirarli oggi. L’archeologo tedesco, dopo aver conseguito gli studi in Germania, si trasferì a Roma dove, nel 1764, venne nominato Sopraintendente alle Antichità e poté dedicarsi allo studio della cultura classica, di cui lui era fortemente appassionato. Egli riteneva che l’Arte dovesse avere delle prerogative ben definitive: nobile semplicità e quieta grandezza. La sua concezione era, dunque, quella di un’arte basata sulla contraddizione tra tempestas e tranquillitas. Celebre è, infatti, il paragone che fece tra la struttura dei capolavori greci e il mare in burrasca: nonostante siano agitate da passioni, le figure greche mostrano sempre un’espressione posata così come il mare può apparire calmo in superficie sebbene mosso da forti correnti in profondità. Pertanto Winckelmann asseriva la superiorità dell’arte greca su tutte le altre, compresa quella romana, ritenendo che in quest’ultima non fosse possibile ritrovare la purezza propria di quella ellenica, che è la sola che si possa considerare libera, essendo prosperata nel periodo dello sviluppo della democrazia ateniese. Le opere che maggiormente sono in grado di rappresentarne questi ideali sono sculture classiche quali l’Antinoo (custodito ai Musei Capitolini), l’Apollo del Belvedere (tipico esempio dell’armonia delle proporzioni) e il Laocoonte (emblema della grazia).
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Winckelmann viene considerato non solo come uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo ma anche come il fondatore della storia dell’arte intesa modernamente. È a lui, ad esempio, che si deve la predilezione del colore bianco delle scultoree marmoree, il colore perfetto che comprendeva tutti gli altri. Importante influenza ebbe inoltre il suo pensiero sulle opere di artisti come Mengs, Canova, Ingres e Jacques-Louis David. La mostra Winckelmann. Capolavori diffusi nei Musei Vaticani, che sarà allestita fino al 9 marzo 2019, è stata progettata come un percorso a tappe in cui si mettono in risalto circa 50 opere conservate nel complesso museale che maggiormente ebbero un impatto nella formazione artistica di Winckelmann, capolavori non solo di archeologia classica greco-romana ma anche di arte egizia ed etrusca fino al Rinascimento. Un omaggio che i Musei Vaticani hanno voluto rendere a questo grande studioso al quale debbono la loro odierna forma strutturale e concettuale. Celebrazione che trova il suo apice nella Sala XVII della Pinacoteca in cui è stata allestita una presentazione del personaggio e della sua epoca, nonché un’esposizione delle sue più importanti produzioni letterarie.

-Giulia Tramet

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Restare Umili, la mostra di Zerocalcare

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Essere Sole in due

Zoe (…) soffre di attacchi di ansia forse perché troppo vittima dei social network e delle mode del momento

Tea (…) sta usando le proprie forze per un disegno più grande, le cui linee però, sono state tracciate da qualcun altro

Due ragazze entrano in scena: una vestita con un paio di jeans e maglietta rosa, l’altra con pantaloni con fantasia militare e un top nero. Questo è ciò che vediamo sul palco del Teatro Ivelise durante queste sere: Sole, uno spettacolo ( quasi) tutto al femminile scritto da Annalisa Elba con Giorgia Masseroni e Sara Religioso, ma con la regia di Simone Ruggiero, unica componente maschile.
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Ieri, 16 Novembre, eravamo presenti alla prima di questa rappresentazione dai toni dolceamari che aggrada lo spettatore, lasciando più di uno spunto di riflessione. Le due protagoniste, unici personaggi sulla scena, sono Zoe e Tea: due poli opposti inseparabili che si incontrano e si scontrano senza trovare mai un punto di equilibrio. Zoe, vestita di rosa e arcobaleno, è una ragazza solare e positiva, soffre di attacchi di ansia forse perché troppo vittima dei social network e delle mode del momento: dalla lettura obbligata degli articoli “acchiappa likes” di Facebook, alle stories di Instagram; dai tacchi alti al sushi ordinato a domicilio. Sportiva e ribelle invece è Tea che occupa la parte anticonformista della scena: una Rambo che sembra invincibile e indomabile, pronta a tutto per ottenere ciò che vuole fino a quando non scopriamo che, in realtà, sta usando le proprie forze per un disegno più grande, le cui linee però, sono state tracciate da qualcun altro. Anche lei risucchiata dal buco nero della rete, riceve le direttive da un individuo di cui le ragazze e neppure noi, conosciamo l’identità.
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Zoe e Tea che sono un po’ il nero e il bianco, il diavolo e l’acqua santa, due parti opposte ma complementari, si trovano su un terrazzo di un condominio a 35 km da casa, senza una vera e propria spiegazione. Dall’altra parte del telefono è stato detto a Tea di arrivare lì e le due ragazze stanno aspettando nuove direttive quando, come al solito, iniziano a discutere portando in superficie l’una i difetti dell’altra. L’essere negativa di Tea è in contrasto con la tranquillità apparente e le debolezze di Zoe, la cui forza d’animo si rivela essere molto più potente e dotata di razionalità di quella di Tea. Il tanto battibeccare le porta a pensare che quando erano piccole era tutto così diverso: pur avendo spesso idee in contrasto, come “quella volta sulle montagne russe”, non discutevano mai, si divertivano più spesso, erano spensierate e cantavano di più. Ora sembrano sempre in contrasto, una bilancia che ricade sempre e solo da un lato senza mai trovare un punto di equilibrio. Sempre pronte a cambiare umore e a cambiare idea, a sminuirsi pur di elevare l’altra, a ferirsi e a gettarsi le mani al collo ferendosi reciprocamente: a Tea, ad esempio, bastano due mani al collo per ferire la compagna di scena e se stessa. Divise e al contempo inseparabili da sempre, condividono ricordi e scelte di vita: ma chi sono in realtà?
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Un dipinto a tinte pastello e fosche contemporaneamente atto a descrivere le insicurezze dei giovani di oggi che vacillano sempre più fra essere e apparenza, fra felicità e pessimismo, fra dovere e spensieratezza, fra l’essere liberi o schiavi delle costrizioni sociali, di ciò che gli altri si aspettano o desiderano venga fatto. Sole, che verrà rappresentato al Teatro Ivelise anche sabato 17 e domenica 18 Novembre, lascerà un interrogativo principale nelle vostre menti: si può essere da soli in due o, talvolta, è la solitudine a spingerci a dividere noi stessi?
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-Beatrice Tominic
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Madri e figli alla festa del cinema di Roma

Kursk, My Dear Prime Minister, Boy Erased, sono alcuni dei film in concorso alla tredicesima Festa del Cinema di Roma (18-28 ottobre) che abbiamo seguito per CulturArte. Nelle tre pellicole citate emerge in vari modi la forza del legame tra madri e figli, tre progetti culturalmente molto lontani ma che evidenziano l’universalità del rapporto più forte al mondo.

Filo rosso delle tre storie è l’ispirazione a fatti realmente accaduti (Kursk e Boy Erased) o comunque di vita quotidiana (My Dear Prime Minister). Kursk, regia di Thomas Vinterberg, ripercorre la tragica fine dell’omonimo sottomarino russo con le vicende umane delle famiglie dei marinai e gli intrecci diplomatici nei disperati tentativi di salvare l’equipaggio; Boy Erased, diretto da Joel Edgerton, è invece tratto dall’autobiografia di Garrard Conley Boy Erased: a memoir e approfondisce le complicate vite di ragazzi americani omosessuali costretti a terapie di riorientamento sessuale tenute in contesti religiosi; storie molto diverse ma entrambe portate con ottimi risultati sul grande schermo. Cast importante per Kursk con Lea Seydoux, Colin Firth e l’ottima performance da protagonista del belga Matthias Schoenaerts; stesso discorso per Boy Erased con Nicole Kidman e Russell Crowe genitori di un sempre più convincente Lucas Hedges (classe ’96, già candidato per l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 2016 con Manchester by the Sea) e la presenza, pur in un ruolo minore, di Xavier Dolan.

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Discorso a parte invece per My Dear Prime Minister, con regia di Rakeysh Omprakash Mehra, film indiano molto lontano dal nostro mondo occidentale che affronta i disagi quotidiani della bidonville di Gandhinagar, in particolar modo la piaga della mancanza di bagni ed i rischi per le donne di subire abusi. Il film è toccante, i toni quasi da commedia e le scene stile Bollywood che caratterizzano la prima parte sono spazzati via bruscamente dal dramma dello stupro, realtà purtroppo quotidiana in vaste aree del subcontinente indiano, ma trionfa la speranza grazie alle peripezie dei bambini della baraccopoli. Nella gara degli applausi tra i tre film è proprio My Dear Prime Minister a vincere, sincero tributo al regista, presente in sala, da parte di un pubblico commosso e colpito dai dati reali sulla carenza di servizi igienici e numero di stupri riportati a fine proiezione. Come già detto, progetti lontani ed un denominatore comune: il legame indissolubile tra madri e figli. Che la storia sia ambientata nel Mare di Barents, negli Stati Uniti o nelle baracche di una città indiana è poco rilevante; che il figlio abbia 5, 10 o 20 anni è ancora una volta poco rilevante; che la madre sia la perfetta consorte di un predicatore, la sposa di un marinaio o la ragazza madre in una realtà complicata non ha importanza. Madri che lottano per il bene dei loro figli e figli che lottano per il bene delle loro madri (commovente in particolar modo il rapporto singolare in My Dear Prime Minister), personaggi forti e coraggiosi, risoluti nell’affrontare situazioni complicatissime che si presentano nella loro vita, forza morale che però non risulta monolitica ma lascia anzi un notevole spazio allo sviluppo dei personaggi nel corso della storia, componente di formazione che troviamo maggiormente in Boy Erased, da brividi la scena della “fuga” dal centro di riabilitazione. Potente e allo stesso tempo delicata l’interpretazione di Lea Seydoux in Kursk, donna autrice di gesti forti in un clima politico teso, tempra che dimostrerà anche il figlio nel drammatico momento dell’ultimo saluto al padre; quest’ultimo film merita inoltre una menzione a parte per la caratterizzazione maggiormente approfondita di tutti i personaggi che ruotano intorno al nucleo principale e la capacità di valorizzare i due piani narrativi con la stessa forza, le vicende in mare e la battaglia delle famiglie; ancora un appunto positivo per la pellicola di Vintenberg per quanto riguarda la fotografia e le colonne sonore.

BOY ERASED

Le donne di cui abbiamo parlato comunicano il messaggio forte di madri che conservano la loro individualità e che non sono subalterne a nessuno, sono storie di coraggio, di teste che non si piegano e lottano per ciò che sentono giusto, ma allo stesso modo sono storie di figli che crescono in fretta ed assumono ruoli determinanti in queste vicende. Emerge essenzialmente questo indissolubile legame di sostegno reciproco tra madri e figli, in ogni tempo ed ogni luogo, comunque lo si guardi, unico.

 

-Gabriele Russo

 

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Mamma son tanto felice perché – uno spettacolo di e con Angelica Bifano

In Via Capo D’Africa, a due passi dal Colosseo, sorge il Teatro Ivelise, un luogo intimo dove l’arte trova casa nel cuore di Roma. Entrando quasi si ha l’impressione di non essere in un teatro, sala da 45 posti, botteghino stretto, non manca però l’immaginazione e la voglia di stupire; la prima cosa che si nota è una panchina apparentemente schiacciata dentro ad una scatola in realtà molto comoda. La sala sorprende con le luci, le maschere veneziane, uno specchio volutamente sgangherato, i cuscini sugli spalti, un colpo d’occhio che lascia presagire una piacevole serata.

Lo spettacolo al quale ho assistito è Mamma son tanto felice perché, scritto, sceneggiato e recitato da Angelica Bifano. La scena é pronta. Troneggia al centro una sedia stile ‘700 con appoggiata una stoffa di lino semi-grezzo, a destra uno sgabello con un pacco di sigarette. L’attrice entra, prende il suo tempo, ci guarda; di colpo inizia una cantilena, prima dolce, poi sempre più energica, intonando una lode a Maria in dialetto campano. Il pubblico ride, lei rimane seria. Ė stata posata la prima pietra: una commedia sullo stile della commedia dell’arte.

Rimanendo lì a guardare si rimane estasiati dalla capacità della Bifano di impersonare per tutta la durata dello spettacolo una miriade di personaggi che tende ad aumentare al fine di raccontare una specie di “ultima cena” domenicale in famiglia con la nonna. L’elemento che più colpisce è la fluidità con cui l’attrice passa da un ruolo all’altro, una metamorfosi decisa ma che lascia il tempo allo spettatore di adeguarsi. La bambina stufa di dover parlare alla nonna della propria giornata lascia spazio a quest’ultima che si lamenta della sistemazione del cuscino, per poi diventare la zia che scarica la propria tensione contro il fratello mentre quest’ultimo prova a non prendersela sapendo come sua sorella è fatta. La storia in effetti è un racconto del quotidiano, poche sorprese, non è l’intreccio narrativo a rimanere impresso, è piuttosto l’intensità dei personaggi, la genuinità delle emozioni a toccare il pubblico. C’è la gioia di una donna anziana più volte madre che racconta della maternità ad una bambina che ancora non può capirla o anche la continua ricerca di una zitella verso l’autorealizzazione, da raggiungere occupandosi  della riuscita di un pranzo di famiglia ma che non avviene per il rifiuto di accettare le cose come vengono. Insomma, la gioia della vecchiaia un po’ capricciosa ma mai cattiva, l’esasperazione dei doveri o presunti tali della vita adulta, la fantasia giocosa e a volte cattiva dei bambini che rispondono all’affetto della zia con un “Potere della luna! Se ti avvicini ti ammazzo!”

Alla fine si torna a casa, sotto la pioggia; lo spettacolo in parte l’ho dimenticato. Salgo le scale, mi accoglie nonna, subito mi chiede un po’ di compagnia e il racconto della serata, l’aiuto a sistemarsi sulla poltrona. Lo spettacolo torna in mente e sorrido.

 

-Joël David Guerrazzi

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Bonjour théâtre – il Teatro Ivelise apre la sua Nouvelle Saison fra spettacoli e lezioni

Tre donne, un luogo magico, l’amore per il francese e una grande famiglia allargata pronta ad esibirsi: questi gli ingredienti unici del Teatro Ivelise, piccola grande realtà nel cuore di Roma. A due passi dal Colosseo, in via capo d’Africa, il locale nasce nel ‘400 come cappella di un convento di suore per essere poi destinato, secoli dopo, a stanzino dal teatro Orione. Il teatro viene inaugurato nel 1997 da Ivelise Ghione, da qui il nome, e da marzo 2013 è gestito dall’Associazione Culturale AlloStatoPuro.

photo_2018-09-20_02-42-41©FrancescoDiPasquale2018

“Continuare a far vivere il teatro è una promessa che ho deciso di mantenere nonostante tutte le difficoltà” confida Brenda Monticone Martini, direttrice del teatro.  Una promessa mantenuta con successo, siamo portati ad aggiungere noi, visti l’elevato numero e l’ampia varietà di spettacoli previsti per questa nuova stagione, la molteplicità di insegnamenti tenuti e i concorsi indetti, fra cui spicca l’IveliseCineFestival al termine del quale una Giuria di Esperti assegnerà ai primi tre classificati vari premi.

Con le sue tre volte a crociera, gli stucchi dorati,  le lucine colorate sull’arcata principale e le pareti blu, di cui una coperta da maschere, specchi e persino un paio d’ali, il teatro, come ci viene più volte ripetuto nel corso della conferenza, è un luogo magico, al centro del mondo e fuori dal tempo.  L’ambiente dal sapore ultraterreno e dal gusto un po’ retrò diventa il luogo ideale per mettere in scena commedie, varietà, spettacoli sperimentali e concerti di artisti già affermati, ma anche per plasmare nuove personalità e vederle crescere: lezioni di stand-up comedy, burlesque e boylesque, canto, lettura espressiva e dizione, tip tap e pianoforte; proprio quest’ultimo strumento padroneggia al centro del piccolo palco in una nicchia che sembra stata ricavata solo per questo scopo. Ciò rende ancora più piacevoli le numerose esibizioni musicali in cartellone, vista l’indiscussa superiorità del suono di un vero pianoforte rispetto ad una tastiera digitale (usata fino a poco tempo fa al teatro Ivelise).

Sotto ad un filo al quale sono appesi con mollette per il bucato le locandine di ogni spettacolo della prossima stagione, su tre sedie rigorosamente diverse ( in tutto il teatro non ce ne sono almeno due uguali, già preludio di stravaganza e anticonformismo) siedono le tre donne citate in precedenza:  Chiara Del Zanno, coordinatrice della stagione teatrale e delle produzioni interne, Miriam Bocchino, Ufficio Stampa, Social Media Manager e Coordinatrice Didattica e in mezzo a loro la già citata Brenda Monticone Martini, Direttrice Artistica. Un po’ per il luogo piccino e intimo, un po’ per i posti riservati al pubblico nei soppalchi fra i cuscinoni, l’aria che si respira è familiare e accogliente.

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Il primo spettacolo che viene presentato è anche il primo che verrà proposto, il 5 e il 6 ottobre. Si intitola “Mamma son tanto felice perché” ed è nato dalla mente e dai ricordi di bambina salentina di Angelica Bifano. Si definisce amante dell’antiestetico quando le fanno notare la scelta controcorrente della foto di locandina: è la sua bocca che, anziché restare ferma alla ricerca di una pienezza e una simmetria perfetta tanto in voga nella moda attuale, si piega in una smorfia. Dalla foto alla scrittura, per arrivare alla recitazione: ogni minimo dettaglio di questa commedia appartiene soltanto a lei. È infatti anche l’unica attrice in scena, nella sfida di interpretare tutti i diversi personaggi femminili che ruotano intorno alla sua storia. A metà di Novembre, un’altra commedia firmata Annalisa Elba e diretta da Simone Ruggiero,  vede protagoniste Giorgia Masseroni e Sara Religioso in un terrazzo  su cui sono state spinte da una voce guida, ma il pubblico non saprà a chi appartenga e per quale motivo abbia spinto in quel luogo le due ragazze fino alla fine. Le protagoniste, Tea e Zoe, le quali altro non sono che personalità di un’unica donna, dialogano e si scontrano e si rendono portavoce delle crisi di identità e del senso di solitudine che caratterizzano la loro generazione. Suscita invece tutt’altro genere di riflessioni la commedia che a febbraio, mese dell’amore, vedrà protagonista Angela, ragazza insicura di provincia, la quale con l’aiuto di Ivan diventerà Pinky e scoprirà le forme di amore ma soprattutto di sesso più svariate diventando una pornodiva di fama internazionale.

Numerose le occasioni per ascoltare i concerti di jazz e swing che poi sono la stessa cosa sviluppata in due diverse epoche, come specifica Valeria Rinaldi, la voce sul palco. Fra uno spettacolo e l’altro ad accompagnarci durante il prossimo anno ci saranno anche i varietà di La Maison de Lolà con la regia di Brenda Monticone Martini e le coreografie di Lola Lustrini, insegnante burlesque e boylesque a donne e uomini che spesso ricercano in queste discipline il rapporto perduto o compromesso con il proprio corpo. A conclusione della stagione teatrale, il cui calendario completo si trova già nel sito del Teatro Ivelise, si terrà lo spettacolo di fine anno degli allievi di ogni disciplina.

photo_2018-09-20_02-42-13©FrancescoDiPasquale2018

Un intimo puntino blu immerso fra i tesori dell’Antica Roma che è incessantemente alla ricerca di nuovi volti, nuove modalità di spettacolo, nuove storie che non aspettano altro di essere avvolte dalla magia.

 

 

 

-Beatrice Tominic