Le Arti e le Genialità della creatività Umana. La colonna portante di questo Giornale.

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L’arte dei burattini e di far teatro

Alessia Luongo e Manuel Pernazza sono due ragazzi che lottano nella cultura contemporanea per mantenere viva l’arte del teatro, della Commedia dell’arte e delle nostre tradizioni.

Prima di iniziare, presentateci un po’ il vostro progetto artistico:

  • La compagnia teatrale ha l’obiettivo di diffondere la Commedia dell’arte. I nostri spettacoli sono manifesto della Commedia dell’arte partenopea e di tutto il suo patrimonio culturale.
    Presentiamo canovacci antichi, lazzi di tradizione con la musica dal vivo suonata con strumenti antichi. Viaggiamo per tutta Italia e non solo coi nostri spettacoli.

La Commedia dell’arte è un modo di fare teatro che si sviluppa nel 1500, fatto di scherzi e burle, toni beffardi e improvvisazione, maschere.Perché avete scelto proprio la Commedia dell’arte e che rapporto avete con le maschere che interpretate?

  • Non abbiamo scelto la Commedia dell’arte, ci piace e diverte pensare che è stata lei che ha scelto noi, quando l’abbiamo scoperta, lei ha conquistato la nostra anima!
    Grazie all’amore per la Commedia dell’arte abbiamo unito i nostri progetti artistici, che poi hanno coinvolto la vita personale, diventando una vera e propria “famiglia di arte e di vita”.
    Il rapporto con i nostri personaggi è molto delicato, sono delle vere e proprie entità con le quali ci rapportiamo e nel momento che le “vestiamo” viviamo un rito molto sacro, entrando in una vita immortale, perché la maschera sopravvive e non muore e mette in comunicazione vari mondi.

Dal 2020 avete preso in affido il teatro dei burattini del Gianicolo, un teatro storico a cuore a molti romani.Attraverso quest’esperienza incredibile avete anche deciso di produrre artigianalmente i burattini da mandare in scena, fatti da cuore e mani per cuori e mani: come si costruisce un burattino? E che valore ha per voi produrli?

  • Costruire un burattino ha una tecnica molto simile alla scultura e dipende molto dal materiale con il quale si costruisce.
    I burattini che mettiamo in scena sono in legno per un discorso storico e di funzionalità, fatti apposta per durare a bastonate e botte, e hanno dimensioni notevoli rispetto a quelli che vendiamo come “da gioco” per chi vuole conservare un ricordo dell’esperienza del Gianicolo.
    Per coloro che vogliono divertirsi in questo mondo, produciamo burattini giocattolo che costruiamo in legno e in gesso.
    Vogliamo tramandare un ricordo e un valore che possano far appassionare nuovamente grandi e piccoli a un’arte così immensa.

Voi siete dei ragazzi giovanissimi che riportano in vita antiche tradizioni, echi di atmosfere lontane che in questo mondo tecnologicamente contemporaneo tendono a perdersi. Con il vostro progetto cosa vorreste contribuire a fare nel mondo del teatro e della cultura?

  • Vorremmo riportare il mondo, in un gesto rivoluzionario, ai valori di una volta: a storie antiche che suonano moderne come non mai. 
    Tramite il nostro progetto vorremmo tramandare la Commedia dell’arte autentica, poiché a differenza di altri spettacoli dello stesso genere, i nostri sono tutto frutto di tradizione, di ciò che si mette in scena dal 1600 e che a noi è stata tramandata per via esclusivamente orale da grandi maestri e interpreti della maschera.
    Non si può far morire qualcosa che ha storicamente attraversato i secoli e che non morirà mai!

Da bambina io ho fatto molte esperienze di educazione al teatro sia con la scuola che con mia mamma, da attrice e spettatrice, ed è una parte fondamentale dell’educazione artistica: il narrare con il corpo e con le emozioni.In questo periodo si ha un po’ l’impressione di un abbandono o un accantonamentodell’insegnamento dell’arte (intesa nelle sue moltissime, varie e magnifiche manifestazioni, tra cui ovviamente il teatro) nelle scuole e nella vita privata.Che ne pensate?Ci potrebbero essere nuovi modi di approcciarsi alle nuove generazioni, ai nuovi bambini, ai nuovi ragazzi?

  • Ci saranno sempre modi per far innamorare il pubblico del teatro e per noi la soluzione migliore sarebbe ANDARE A TEATRO.
    Suona come una provocazione, ma è la realtà.
    Bisogna abituare il pubblico, soprattutto quello giovane, ad andare a teatro con la stessa frequenza di un’uscita a un parco o altro, bisogna che incontri il teatro e se ne innamori.
    “Avvicinarsi al teatro” viene spesso frainteso con “vado a fare un laboratorio di teatro per scoprire me stesso”, ma vi sono altri tipi di percorsi per farlo e questo creerebbe persone che trattano quest’arte con una superficialità disarmante.
    Bisogna che si crei il “rito dell’andare a teatro”, poi chi vorrà continuare questa professione, con i suoi immensi sacrifici, sarà richiamato proprio da questa.
    Per “andare a teatro” non intendiamo una rigidità del luogo, ovviamente, da commedianti, crediamo che sia proprio il teatro che in questo tempo debba andare in piazza a scavare nel cuore delle persone!

Questo 2020 è stato un anno molto particolare e anche questo 2021 si sta rivelando uguale.Come state affrontando i problemi relativi al mondo dello spettacolo in epoca Covid?

  • Stiamo resistendo, ma dando davvero fondo a molti risparmi e soffrendo tanto. Oltre al dolore sociale e personale di vedere il mondo in difficoltà, attanagliato da una pandemia e di aver avuto anche perdite personali, si aggiunge la gravità di un governo che non valorizza e non ha interesse nell’artista di professione.
    I contributi che riceviamo arrivano spesso in ritardo e con difficoltà, tutto questo è un disagio emotivo incredibile.
    Tuttavia, si resiste e non si abbandona, si studia.
    Non crediamo che la soluzione sia negli spettacoli “online”, lo spettacolo si fa dal vivo, da che mondo è mondo, l’arte del teatro è nel contatto con le persone, nel respiro degli spettatori.
    In tutto ciò ci chiediamo: come mai in Chiesa si può andare e in teatro no? Come mai le metro possono riempirsi ma i teatri no? Come mai… come mai… tanti dubbi, purtroppo poca chiarezza, se non quella di restare saldi!
    Arriveranno tempi migliori, d’altronde i commedianti sono vissuti all’epoca della peste e sono riusciti a sopravvivere e a far andare avanti una nobile arte.

Grazie ragazzi, non vedo l’ora di venirvi a trovare al Gianicolo, buona fortuna!

-Irene Iodice

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Shepard Fairey. 3 decades of dissent

Agli inizi di ottobre, ho avuto il piacere di recarmi alla Galleria d’Arte Moderna di Roma per vedere la mostra di Shepard Fairey, street artist di fama internazionale. Si tratta di un progetto espositivo esclusivo, curato dallo stesso Shepard congiuntamente a Claudio Crescentini, Federica Pirani e la Wunderkammerm Gallery.

Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle sempre più stringenti misure di contenimento della pandemia, che hanno richiesto il sacrificio di molti settori, tra cui quello artistico, con la chiusura di tutti i musei. Tengo così vicino a me il ricordo di questa mostra, nell’attesa della riapertura dei centri culturali, ninfa vitale, a mio parere, di tutti noi.

La “legge del dissenso”

Shepard Fairey è un urban artist, divenuto famoso in tutto il mondo grazie alla sua campagna di sticker iniziata nel 1989. Le sue opere, di forte impronta social-politica, denotano una spiccata sensibilità dell’artista nei confronti di temi come la violenza contro le donne, discriminazione razziale, integrazione, pace nel mondo, infanzia violata.

Attraverso le sue raffigurazioni, trasmette messaggi di grande impatto visivo, chiari ed incisivi, che non lasciano scelta allo spettatore se non quella di recepire quanto egli vuole comunicare, ma soprattutto ad interrogarsi. Ciò che trovo affascinante è che le opere di Fairey si sono fatte spazio all’interno di un mondo artistico, quello contemporaneo, caratterizzato sempre più da opere con chiavi di lettura polivalenti, o spesso di difficile comprensione.

La street art, invece, riesce a mettere in scena una sorta di ritorno al passato, ad un’arte più immediata, quasi alla stregua delle opere che possiamo trovare nelle chiese medievali, dove anche l’analfabeta aveva modo di comprendere ciò che l’opera voleva/doveva comunicare; allo stesso modo gli stencil utilizzati dall’artista sono in grado di comunicare con qualsiasi tipo di pubblico, anche quello completamente a digiuno nei confronti delle nuove correnti di arte contemporanea. Lui definisce l’arte come una “legge del dissenso”, la quale deve avere una funzione prima di tutto pubblica.

Curiosa, però, è la nascita del famoso sticker “Obey Giant”, raffigurante il wrestler Andrè the Giant, con la scritta “obbedisci”, Shepard, infatti, ha dichiarato che in realtà tale creazione non ha particolari significati nascosti, è stato solo frutto di una sorta di sfida con un suo compagno universitario. La speranza di Fairey è comunque quella che lo spettatore, interrogandosi riguardo al vero significato dello sticker, applichi lo stesso spirito critico ad ogni contenuto visivo che gli viene sottoposto, smettendo di accettare passivamente tutto ciò che vede senza farsi domande, ma reagendo attivamente. La scritta “OBEYche campeggia sotto il volto del gigante è un trucco di psicologia inversa: non obbedire, fatti domande, ribellati al sistema.

Le interferenze d’arte, una connessione di temi

Il tema del dissenso alla Galleria d’Arte Moderna va a connettersi con opere di altri artisti, l’esposizione infatti, chiamata Interferenze d’Arte, si caratterizza per l’accostamento di capolavori di vari artisti, che esprimono gli stessi valori.

A mio parere questo non sempre risulta evidente e alcune opere, più che al tema di fondo caro a Fairey, sembrano essere accumunate soltanto da similitudini decorative; questo è particolarmente evidente nei casi dei ritratti femminili e delle composizioni floreali. 

Quando ci si ritrova di fronte all’intenso, ma in fondo manieristico, olio di Giacomo Balla, Il Dubbio, ritratto di Elisa moglie dell’artista, non risulta chiara la vicinanza con il poster Defend the dignity di Shepard, ritratto di Maribel Valdez Gonzalez, facente parte delle serigrafie “We The People”, in risposta diretta ai sentimenti xenofobi, razzisti e anti-immigrati.

Sarebbe risultata sicuramente utile una didascalia esplicativa “dell’interferenza” che dovrebbe legare le opere selezionate e messe a confronto. Si alternano così accostamenti che riescono effettivamente a caricare ed enfatizzare il messaggio che vuole essere trasmesso, ad altri molto meno chiari.

In mostra per le Interferenze d’arte opere di: Claudio Abate, Carla Accardi, Giacomo Balla, Domenico Belli, Felice Casorati, Emanuele Cavalli, Primo Conti, Nino Costa, Giorgio de Chirico, Fortunato Depero, Antonio Donghi, Francesco Guerrieri, Virgilio Guidi, Renato Guttuso, Fabio Mauri, Cipriani Efisio Oppo, Pino Pascali, Luca Maria Patella, Fausto Pirandello, Giuseppe Salvatori, Mario Schifano, Scipione, Mario Sironi, Giulio Turcato e altri artisti.

-Elisa Ciaffi

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Spiders and vinegaroons: il suono del deserto

I Kyuss si sono sciolti da due anni e un giovane Josh Homme, stanco del suo vecchio gruppo e dei continui eccessi dei suoi compagni di merende, decide di rivoluzionare la propria esistenza e le sorti dello stoner rock. Si rimbocca le maniche e scrive tre pezzi, successivamente confluiti nello split ep: Kyuss/Queens of the Stone Age, uscito il 5 dicembre del 1997. La pubblicazione del disco sarà un biglietto da visita per la band californiana e l’inizio di una nuova avventura musicale ricca di successi. Dalle ceneri dei sanguinanti Kyuss, i Qotsa inizieranno ad affermarsi pian piano nel panorama musicale mondiale, uscendo finalmente dal guscio e dalla nicchia stoner che rischiava di isolarli.  

Riff acidi, ululati consumati dagli eccessi, sound deciso e falsetti malinconici ci accompagnano in questo viaggio mistico. Questo disco è bene ricordarlo come una pietra miliare di questo genere: abbiamo la nascita di una creatura e l’evoluzione della stessa condensata in sei tracce, suddivise simmetricamente in due insiemi. Da un lato i KYUSS, e dall’altro l’embrione dei QOTSA, entrambi accomunati da radici desertiche. E proprio tra rocce incandescenti, cactus, scorpioni e crotali un gruppo di giovani di Palm Springs ha dato vita ad una creatura – KYUSS – divenuta presto un’alternativa al grunge di Seattle, per poi passare la fiaccola alle Regine dell’età della pietra considerati una delle massime espressioni dell’odierno rock’n’roll.

Il disco si apre con tre tracce dei Kyuss. Si inizia con la cover di Into the void,  che è un chiaro omaggio ai Black Sabbath quali prima fonte d’ispirazione del gruppo, e si arriva a due versioni di Fatso forgotso, dove può sentirsi chiaramente il sound acido e pesante caratteristico del gruppo.

Le ultime tre tracce, invece, sono la materializzazione delle volontà di un giovane Homme, ossia quella di alleggerire la ruvidità dello stoner e catapultarsi in una miscela esplosiva, condita dalle immancabili tendenze alternative dei 90’s e dall’amore per tutta la scena musicale dei 70’s. Josh ha messo su la sua creatura, distaccandosi dalla eccessiva pesantezza dilaniante dei Kyuss per approdare a un nuovo prototipo di rock, coniando di fatto un nuovo genere per i Qotsa, quello del robot rock.

Tutto ciò lo ritroviamo nella fase embrionale contenuta in questo split ep, in cui esce la necessità di riscoprire una nuova creatività, avendo un occhio di riguardo alle proprie origini, ma con una visione critica e rinnovata di queste ultime; viene qui sancito il passaggio simmetrico dal suono acido e pesante dei kyuss a quello più sperimentale di Homme e soci, segnando uno spartiacque e un vero e proprio passaggio di testimone. Il genio vuole uscire dalla nicchia e affermarsi nel panorama mondiale e queste tre tracce segnano le coordinate di un viaggio in corso ancora oggi, che si spera non finisca mai.

Si inizia con If Only Everything, pezzo emblematico nel suo genere dove la voce di Josh si amalgama perfettamente con il sound duro e di ispirazione stoogesiana, per arrivare a Born to hula che ancora risente della memoria Kyuss, pur sempre sotto una nuova veste attraverso un suono grezzo e desertico rinnovato, il tutto condito da una ritmica vivace e assoli martellanti e metallici, robotici appunto.

Il nostro viaggio si conclude o inizia – a seconda dei punti di vista – con una vera e propria gemma che solo l’atmosfera dell’area del Mojave desert può regalarci: Spiders and Vinegaroons. Quest’ode al deserto intrappola l’ascoltatore in una dimensione lisergico-metallica dalla quale non si vuole più uscire. Il tempo è scandito da una dirompente miscela di meccanicità robotica, addolcita da svolazzi spaziali e indurita da assoli altrettanto metallici e ruvidi. La progressiva ripetitività associata alla nuova idea di sperimentazione sonora danno vita proprio a quel suono di “robot rotti e ubriachi”, tanto inseguito da Homme, e chiare rimangono le influenze sabbathiane e stoogesiane, tanto care al gruppo. La psichedelia trova spazio, ma in veste diversa: è più introspettiva e meno stordita, condita di quel mistero che solo il deserto può celare.

Il deserto è l’elemento comune e ricorrente: è sede di scoperta, transizione e rinascita, è la storia di un lungo amore che si è evoluto attraverso esperienze psichedeliche e profonde, luogo mistico per eccellenza che ha forgiato le sonorità di un genere aggressivo, acido e malinconico allo stesso tempo, è l’anima di questo movimento. Da qui tutto è iniziato e tutto è rinato sotto una nuova pelle; oggi è 5 dicembre, 23 volte auguri a questa pietra miliare.

-Gianlorenzo Ciminelli

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Kahliamoci: un ritratto emotivo di Frida Kahlo

Kahliamoci è un sublime libro di poesia, scritto da Gaia Gentile, che attraverso parole, rime e giochi retorici dipinge una delle più interessanti figure femminili vissute nel secolo scorso.
Frida Kahlo, artista che tutti noi conosciamo per i suoi celebri autoritratti il cui grido interiore, che fa parte della sua arte, risuona ancora oggi nelle nostre orecchie con una voce talmente forte e potente da esser diventata un simbolo del femminismo moderno. L’artista messicana è stata l’incarnazione della libertà, dell’indipendenza e della resilienza.

Proprio resilienza è la parola che potrebbe riassumere la sua vita dolorosa, sofferente, fatta di grandi perdite ma anche di colori, volontà, amore e tutte le passioni che attraversano l’essere umano e che ritroviamo trasformate in magnifiche opere. Perché la vita non è solo bianca o nera ma in mezzo troviamo mille sfumature, colori che Kahlo ha saputo usare e dargli un significato con una tela, un pennello e il suo riflesso sullo specchio.

Ripercorriamo brevemente la vita di Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón,nata il 6 luglio 1907, anche se lei amava dichiarare di essere nata nel 1910 con la rivoluzione del Messico:

«Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo. È in quel fuoco che sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno. Il giorno era cocente. Mi ha infiammato per il resto della mia vita.»

Fin dalla giovane età instaura un rapporto molto forte con il padre, mentre con la madre un rapporto più freddo e chiuso. A sei anni si ammala di poliomielite, il piede e gamba destra diventano deformi e attraverso l’abbigliamento cerca di nascondere le sue imperfezioni.

Nel 1925 ha un incidente sull’autobus, il corrimano le trapassa il corpo provocandole una frattura della terza e quarta vertebra lombare, motivo per il quale passa diversi mesi a letto. I genitori le costruiscono un letto a baldacchino e le mettono sopra un grande specchio ed è proprio da questo momento che Frida inizia a dipingere.

Autoritratto con collana di spine, 1940

Nel 1929 sposa Diego Rivera, con il quale non riesce a portare avanti quattro gravidanze e si separa perché Rivera, nel mentre, dedica tempo ad altre donne (compresa la sorella). Così Frida Kahlo si fa trasportare da rapporti con uomini e donne ed entra a far parte attivamente della vita politica. Nel 1950 subisce sette operazioni, nel 1951 non riesce più a sopportare il dolore ma non si arrende. Due anni dopo partecipa sdraiata sul letto, perché impossibilitata a muoversi, alla sua mostra personale organizzata dall’amica fotografa, Lola Alvarez Bravo. Diego Rivera trasporta il letto fino al centro della Città del Messico, per far partecipare Frida attivamente con la folla accorsa numerosa.

Nel 1954 si ammala di polmonite, undici giorni prima della sua morte prende parte ad una manifestazione contro l’intervento statunitense in Guatemala, reggendo un cartello con il simbolo della colomba che reca un messaggio di pace. Muore il 13 luglio 1954 per embolia polmonare ma la sua anima rimarrà per sempre nei quadri e in tutti i diari che ci ha lasciato.

Gaia Gentile restituisce ai lettori la vita sofferente della pittrice, regalando un’introspezione molto intima e profondamente reale della forza che Frida Kahlo ha avuto nel suo percorso.

“Stretta la soglia / larga la via / dite la vostra / che io dico la mia”

Questo l’elogio che accompagna il lettore in un percorso fatto di parole taglienti come lame, che creano climax tormentosi e dolorosi, ma anche di dolci e colorate metafore che simboleggiano la tenacia, la rivoluzione di cui si anima Frida Kahlo. Dopo aver letto il libro, ho avuto il piacere di poter intervistare Gaia Gentile per chiederle delle curiosità su Kahliamoci e per approfondire la figura di Frida Kahlo.

  • «Leggere Kahliamoci è stata un’esperienza estremamente profonda e mi ha fatto provare molte emozioni. Ti volevo domandare come mai hai scelto proprio come soggetto Frida Kahlo?»

«Frida Kahlo è una di quelle personalità alquanto rare nel panorama umano, figure per cui è facile rimanere affascinati. E Kahliamoci vuole essere innanzi tutto un omaggio all’artista, ai suoi dipinti, alle sue parole, alla sua poesia. Frida come simbolo di forza, stile e bellezza, ma anche di tormenti e sofferenze che l’artista è riuscita a convogliare e rappresentare nella sua arte. Dopo Alda Merini, ho scelto di attraversare quest’anima femminile che ritrova sé stessa e il suo posto nel mondo a partire dalle macerie della sua esistenza e il cui messaggio è comunque e nonostante tutto un urlo di gioia all’infinità dei colori della vita.»

  • «Nel corso delle poesie tu descrivi moltissime emozioni, che come detto al lettore arrivano sottopelle, ma quali sono state le emozioni che hai provato nel rendere omaggio, attraverso le parole, a questa grande pittrice?»

«Io credo che le emozioni che si provano profondamente sono quelle che si riconoscono. È un po’ anche il senso e l’invito del titolo Kahliamoci: caliamoci nell’esperienza delle persone per vivere e condividere la casa delle emozioni altrui. E poi ci sono le parole. Le emozioni delle parole che bucano la pelle, arrivano e si depositano dentro.»

  • «Un aspetto interessante mi è venuto in mente nel corso di tutta la lettura di Kahliamoci ed è il fatto che tu delinei Frida Kahlo, ma in realtà, solo chi conosce bene la sua vita sa di cosa si sta parlando e quindi questa poesia può avere molte interpretazioni a seconda del lettore. Pertanto, a quale pubblico ti rivolgi?»

«Un pubblico attento che sappia lasciarsi trasportare dai versi oltre i significati, oltre le interpretazioni per riconoscersi nella propria storia su quel fondo di sentire comune che si chiama emozione. Per ritornare al titolo, Kahliamoci vuole essere anche un imperativo: caliamoci nel vissuto che non ci appartiene, scendendo giù da dentro di noi, pur rimanendovi ancorati come chi scende da una montagna con altissime cime, per aprire la porta e accogliere l’altro, l’illustre ospite della nostra casa interiore.»

  • «Con questo libro hai prodotto arte facendo uso di altra arte. Ecco, qual è secondo te il legame artistico che c’è tra poesia e pittura?»

«Tra poesia e pittura vi è una fusione profonda: il pittore dipinge la poesia e il poeta ne scrive le voci. Sono arti che si baciano e si contaminano. Insieme, un’opera completa. Non a caso Frida scrisse un Diario che accompagna e raccoglie poesie e disegni, colori e sogni, pensieri e immagini degli ultimi anni della sua vita. Un monologo interiore scandito dalla poesia e dalla pittura: leggere e guardare la vita di Frida che si trasforma in opera d’arte.»

  • «Ultima domanda e poi ti lascio in pace. Qual è la frase/rima del libro che potrebbe riassumere la vita che ha avuto Frida Kahlo? Perché?»

«Forse quella che non ho scritto ‘Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni’ e aggiungo poi io ‘voglio realtà, realtà sanguinante e mia’. Così era Frida, così era la sua poesia e così era sulla sua tela.»

-Alessandra Marenga

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Cruor, la personale di Renata Rampazzi

È stata inaugurata di recente a Roma Cruor, mostra che il museo Carlo Bilotti – spazio espositivo nato, dopo decenni di degrado e usi impropri, all’interno dell’Aranciera di Villa Borghese, dalla generosità del signor Bilotti, la cui collezione vanta 22 opere tra dipinti, disegni e sculture – dedica a Renata Rampazzi, accompagnata nella curatela da Claudio Strianti. La pittrice astrattista approfondisce la delicata tematica della violenza di genere, attraverso la realizzazione di 14 tele, nelle quali terra e pigmenti si mescolano insieme dando vita ad immagini che evocano la deturpazione del corpo femminile.

Le opere in mostra

In un piccolo ambiente si sviluppa la ricerca dell’artista in un susseguirsi di ampie tele, caratterizzate da vaste campiture, nelle quali la Rampazzi ha saputo utilizzare sapientemente la spatola per donare alle immagini carica allusiva. Accanto a queste, vi sono poi opere dalle minori dimensioni ma ugualmente persuasive. A dominare in ognuna è la metafora del sangue, declinato con differenti gradazioni del colore rosso, dalla più tenue a quella più vivida. La Rampazzi, con il metodo del dripping, crea macchie e filamenti che rimandano con forza brutale alle lacerazioni e mutilazioni delle parti più intime e private della donna. Lo spettatore viene inevitabilmente indotto ad immergersi emotivamente nella realtà prospettata dai quadri; è così condotto a riflettere sulla tragica realtà delle offese e sofferenze delle vittime di fronte alla sopraffazione maschile.

Il viaggio del visitatore giunge al suo apice con l’ultima opera esposta; si tratta di un’installazione che lo coinvolge anche fisicamente, attraverso un percorso a ritroso all’interno dell’utero femminile: veniamo infatti invitati ad addentrarci in un labirinto di garze e teli che pendono dalla parete sovrastante, intrisi di un rosso cupo, accompagnati costantemente dalle musiche di Minassian, Ligeti e Gerbarec, udibili in sottofondo, che contribuiscono ancor più a rendere inquietante lo spazio circostante.

“Cruor – sangue sparso di donne” al museo Carlo Bilotti
L’intento dell’artista

Il messaggio che la Rampazzi vuole comunicare emerge con potenza ed evidente urgenza dalle meravigliose ma allo stesso tempo angoscianti tele. La giovane pittrice appartiene infatti a quella categoria di artisti dediti all’astrazione concepita come contenuto e significato, non solo come ornamento e composizione. La mostra rappresenta il suo grido personale, la sua opera di denuncia verso comportamenti e azioni ancora generalmente taciuti ma che costituiscono un fenomeno che inquina tristemente la nostra società attuale.

Ruolo catartico dell’Arte

L’arte è uno strumento comunicativo ineguagliabile in quanto capace di scuotere gli animi di una platea eterogena di spettatori. La Rampazzi riesce nel suo intento con una mostra dal contenuto fortemente disturbante che permette al pubblico di attivare processi critici e genera costernazione.  Non si tratta di un semplice susseguirsi di immagini, il visitatore ha l’occasione di intraprendere un viaggio dentro e fuori il corpo femminile. Invito chiunque a prendere parte a questa esperienza sensoriale, in particolar modo il pubblico maschile. Ancora una volta l’arte contemporanea si pone al centro del dibattitto sociale e si avvalora il pensiero della capostipite delle arti figurative Marina Abramović, ”The beautiful or not beautiful is not important, have to be true.”

-Rebecca Linguanti


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Dalla peste al coronavirus: l’arte durante le pandemie

Il coronavirus non è di certo la prima nefasta epidemia contro cui il mondo intero è costretto a fare i conti e quando l’attualità s’intreccia con la storia scaturiscono corrispondenze che mai avremmo immaginato. A testimoniarlo sono gli artisti di ogni tempo che con opere dalla straordinaria carica emotiva si sono sempre fatti portavoce dei più terribili flagelli umani.

La peste nera

Tra tutte le epidemie che si sono verificate nel corso della storia, quella di peste nera del Trecento, importata dall’Asia, fu senza dubbio tra le più spaventose, anche a causa dell’altissimo tasso di mortalità. Si stima che oltre il 30% della popolazione europea sia morta a causa dell’epidemia. Si trattò di una malattia dovuta ad un batterio trasmesso dai roditori presenti tra la Mongolia e il deserto del Gobi; probabilmente furono le guerre tra la popolazione mongola e cinese a provocare le condizioni sanitarie perché si diffondesse su scala mondiale.  Non deve sorprendere quindi che Il “Trionfo della morte” fosse un tema ricorrente nelle pitture medievali. La “terribile signora” veniva mostrata sempre in agguato, anche nei momenti di divertimento, proprio come si può notare nell’affresco palermitano. All’interno di una gigantesca pagina miniata la “Morte” è presente con un’insistenza quasi ossessiva, con crudele espressività viene raffigurata su uno spettrale cavallo scheletrico mentre ha appena scagliato una freccia: il lussureggiante giardino incantato viene così trasformato in un mondo pieno di vittime. 

L’influenza spagnola

È comparsa all’improvviso nelle fasi finali della Prima Guerra Mondiale e nei due anni successivi ha mietuto decine di milioni di vittime in tutto il mondo, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione. Un alone di mistero circonda questa aggressiva epidemia virale, ricordata come la più grave di tutta la storia umana, la quale venne infatti tenuta nascosta, almeno in un primo momento, dai vari regimi politici. Come primo metodo di difesa dalla malattia, venne richiesto di indossare delle mascherine, simili a quelle che siamo chiamati ad impiegare anche oggi, senza le quali era proibito l’accesso agli spazi pubblici.

Molti personaggi illustri morirono conseguentemente alla febbre spagnola ma L’arte e la letteratura ignorarono completamente la pandemia, ad accezione del pittore Egon Schiele. Nella “Famiglia” emerge tutta l’angoscia esistenziale di Schiele; l’opera venne realizzata pochi mesi prima che le giovani vite di questo piccolo e fragile nucleo familiare vennero spazzate via a causa della Spagnola, Egon infatti morì a soli ventotto anni, poco dopo la moglie, all’epoca incinta. La protagonista assoluta del dipinto appare essere la donna vista come nell’atto di generare con le gambe aperte, al centro delle quali spicca la figura di un bambino. Lo sguardo della fanciulla tuttavia non è rivolto all’osservatore ma è come perso nel vuoto, come se guardasse malinconicamente alla sua condizione, cosciente dell’ineluttabilità di un ruolo al quale è impossibile sottrarsi.

L’AIDS

Sono trascorsi quasi quaranta anni dalla descrizione dei primi casi della sindrome da immunodeficienza acquisita nota con l’acronimo inglese «Aids» che ha già causato 22 milioni di morti, per tre quarti africani. Nei paesi del Sud del mondo l’epidemia si espande senza controllo. Le azioni di educazione e informazione producono risultati deludenti.  Fu l’aids ad uccidere Keith Haring a soli 31 anni. Street artist per eccellenza, fece della metropoli newyorkese il suo studio personale: lo spazio urbano viene invaso da figure vigorose ed espressive, dalle forme semplici e sfavillanti; il tratto pieno di energia che caratterizza le sue opere è stato in grado di entrare nella memoria collettiva fino ai nostri giorni.  In “Ignorance = Fear” tre omini stilizzati, nell’atto di emulare le famose tre scimmie del “Non vedo, non sento, non parlo”, raffigurano un’esplicita denuncia al fatto che il problema della diffusione della malattia veniva deliberatamente ignorato dalle istituzioni: Keith Haring mette in guardia dall’ignoranza che genera la paura, da questa il silenzio e la morte.

Coronavirus

L’epidemia da CoViD-19 è quindi solo l’ultima di una lunga serie di epidemie che hanno sconvolto il mondo nel corso dei secoli. Durante la recente tragedia l’umanità intera è stata pervasa da un comune sentimento di fragilità e impotenza, la paura ha preso il sopravvento quando Il coronavirus ha sconvolto le nostre vite in modo inimmaginabile. Ma in questi giorni di quarantena forzata l’arte non ci ha mai abbonato. Opere modificate con mascherine e disinfettante per le mani, collage pop e messaggi di speranza: il Covid non ha di certo arrestato la creatività degli artisti!

L’arte può essere considerata come un impulso irrefrenabile che riflette l’interiorità spirituale di un essere umano travolto dal bisogno di mettere a nudo il proprio animo.  Attraverso l’uso di colori, parole, immagini, sculture e note musicali, gli artisti hanno raggiunto un intento ammirevole: permetteranno a questa, come a tutte le terribili epidemie che si sono susseguite nella storia del mondo, di non rimanere tra qualche anno una semplice statistica. 

“La ragazza con l’orecchino di perla” del famoso pittore olandese secentesco Vermeer, è stata trasformata da Lady Be in una infermiera. La dolcezza dello sguardo della giovane donna si fa portatore di un messaggio importante, l’opera infatti è stata realizzata per dire grazie a tutti gli “angeli” che in questi difficili giorni hanno lavorato negli ospedali sacrificando la loro vita per quella degli altri. Come ogni opera di Lady Be, famosa per i suoi “ritratti di plastica”, è stata creata con la sua speciale tecnica: si tratta un mosaico fatto di tappi di plastica, giocattoli, penne, bottoni, bigiotteria e altri oggetti di uso comune. La toccante opera di Lady Be è stata messa all’asta e il ricavato destinato a organizzazioni sanitarie impegnate in queste difficili settimane nella lotta all’epidemia.

Pensare alle conseguenze che Il Covid-19 ha generato nel nostro mondo può spaventarci, ma un dato è certo e non va trascurato: nessuna malattia è mai stata più forte dell’uomo! Nell’attesa di tempi migliori possiamo trovare un piccolo ristoro nell’arte. La bellezza di un’opera non rappresenta una negazione dei problemi del mondo ma al contrario ci fornisce uno strumento per sopravvivere alla disperazione. L’arte è una forma di propaganda che sostiene il lato migliore della natura umana. Ora non ci resta che, come scriveva Bernardo di Charles, salire sulle spalle dei giganti: “Noi siamo come nani assisi sulle spalle dei giganti, cosicché possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non perché abbiamo una vista più acuta o altra particolarità fisiologica, ma poiché siamo sollevati più in alto dalla loro mole gigantesca”

Rebecca Linguanti

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Arte o pornografia? Facebook non sa riconoscere la bellezza

Facebook nel corso degli anni ha assunto le sembianze di Daniele da Volterra detto “il Braghettone”, il pittore chiamato in piena Controriforma “a rendere meno scandalose” le nudità dipinte da Michelangelo nella Cappella Sistina. Gli standard comunitari di Facebook vietano la pornografia e limitano la visualizzazione della nudità, eppure quando “l’algoritmo talebano” di Mark Zuckerberg entra in azione, con insistenza maniacale, censura la grande arte desnuda scambiandola per “pornografia”.

Il caso che voglio affrontare oggi è quello di un professore francese, Frédéric Durand, il cui profilo social è stato chiuso a seguito della pubblicazione di un’immagine del quadro “L’origine du monde”. Si tratta di una celebre opera del pittore realista Gustave Courbet esposto al Museo d’Orsay a Parigi.

Generalmente un’immagine si definisce pornografica quando lede la dignità di chi la osserva e promana sensazioni di degrado della femminilità o degli esseri che vi interagiscono. Il nudo è pornografico, quindi, quando “sfrutta” piuttosto che esaltare il corpo di un soggetto.

“L’origine du monde raffigura, con immediatezza quasi fotografica, un primo piano di una vulva femminile coronata da riccioli lunghi e neri. Il corpo della donna, adagiata lascivamente su un letto e parzialmente ricoperta da un lenzuolo bianco, è visibile solo dalle cosce che, divaricandosi delicatamente, consentono la visione intima fino al seno. L’opera è realizzata con un’audacia e un realismo tali da conferire alla tela una forte carica seduttiva. L’erotismo del dipinto, tuttavia, non sfocia nella pornografia, grazie alla grande abilità tecnica di Courbet e all’adozione di una sofisticata gamma di tonalità ambrate” (cfr. Wikipedia). Il quadro perciò, frutto di integrità e sensibilità, rappresenta l’esaltazione dell’immagine femminile, non di certo la sua mortificazione.

 La vicenda giudiziaria

La censura ha colpito Durant nel lontano 2011 e da quel momento per poter riutilizzare il social è stato costretto ad iscriversi con uno pseudonimo. Fino al 2016, anno in cui il caso è approdato in Francia. I legali dello sfortunato professore hanno condotto una battaglia legale contro Zuckerberg, rivendicando 20 mila dollari di risarcimento.

Lungo e tortuoso l’iter per portare la questione al vaglio della Corte francese. Il primo problema riguardava la possibilità di ottenere un giudizio nel Paese europeo: Facebook reclamava il diritto di svolgere il processo in California, sulle cui leggi si basano i termini e le condizioni accettate dagli utenti al momento dell’iscrizione e dove si trova la sede legale dell’azienda. Nel frattempo Facebook ha modificato le regole che riguardano il nudo, infatti dal 2015 è consentito pubblicare immagini senza veli se queste sono opere d’arte.

La proposta del colosso social fu quella di erogare al professore francese un rimborso simbolico di un euro, anche se ad oggi rimangono ignoti i motivi della sospensione dell’account, ridotti a una «semplice controversia contrattuale». La replica dell’avvocato di Durant non tardò ad arrivare: «La chiusura del profilo, subito dopo la pubblicazione dell’Origine du monde non può essere una coincidenza, l’account era attivo da due anni e mezzo».

Finalmente nel 2018 si è pronunciato il tribunale francese, convenendo che Facebook è in colpa e che la pubblicazione di un’opera d’arte non può essere motivo di sanzioni. Nel caso specifico, tuttavia, la corte non ha condannato il colosso americano a pagare la penalità di 25mila dollari richiesti dall’avvocato di Durant per risarcire i danni al suo cliente, adducendo a motivazione il fatto che l’utente ha potuto immediatamente creare un suo nuovo profilo. La decisione costituisce comunque un prezioso precedente giurisprudenziale per tutti i colossi del web, nell’auspicio che venga drasticamente e concretamente modificata la policy in materia di libertà d’espressione.

In un mondo permeato dall’uso del digitale, la modifica dei meccanismi che si celano dietro la censura può rappresentare un’occasione irrinunciabile per valorizzare e promuovere il patrimonio culturale, attraverso la fruizione dei capolavori artistici all’interno di piattaforme prive di confini geografici, ove risulta agevolato lo scambio di idee e punti di vista e quindi promossa una crescita culturale intelligente.

 -Rebecca Linguanti

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Danza e pittura: una grande storia d’amore

Lo spettacolo di danza contemporanea Alma Tadema, coreografato da Ricky Bonavita con la compagnia Excursus e le musiche di Francesco Ziello, è un omaggio al pittore vittoriano del XIX secolo Lawrence Alma Tadema. L’arte che incontra l’arte: un connubio perfetto tra danza e pittura, rappresentato sul palco del Teatro Vascello di Roma, venerdì 15 novembre 2019.

Sulla scena sei danzatori hanno ripreso i soggetti dei quadri di Alma Tadema, proiettati sullo sfondo, attraverso una narrazione episodica che ha dato luce alla ricostruzione della storia dell’antico mondo romano tra decadenza e fastosità. Una danza travolgente in cui ogni ballerino è stato protagonista dei diversi episodi, alternandosi in assolo e pezzi corali. Lo spettacolo è un prodotto della riflessione del coreografo sull’importanza dell’antichità e del suo ricordo nel presente. Si tratta di un viaggio di immagini trasposte attraverso i movimenti del corpo sul palco, in cui non mancano momenti di enfasi performativa volti a stupire e far riflettere  il pubblico. Le scene di maggior rilievo hanno visto sempre protagoniste le 3 danzatrici (centrale il ruolo della donna), che mostrano il loro carattere trasgressivo con danze e richiami sessuali.

Ciò che ha colpito profondamente è la professionalità, la morbidezza dei movimenti dei danzatori i cui corpi volteggiavano nello spazio, seguendo le melodie che hanno arricchito la performance; notevole è stata la capacità espressiva dei danzatori anche attraverso la mimica facciale che ha confermato la valenza pantomimica della danza. Le coreografie hanno previsto una scena iniziale collettiva, con il susseguirsi di assolo, duetti, trio interamente maschile o femminile e altre parti corali.

74614778_2309158842727857_3700041487153627136_n.jpgRicky Bonavita

Il pubblico, composto da varie fasce d’età, è rimasto ipnotizzato in religioso silenzio per l’intera durata dello spettacolo; al termine, è seguito uno scrosciante applauso per i danzatori e il coreografo. A due amanti e studiose della danza come noi ha affascinato la genialità nella reinterpretazione dei quadri da parte di Ricky Bonavita. Ancora una volta abbiamo avuto la conferma del potere della danza che, una volta iniziato lo spettacolo, ci ha completamente estraniate dal mondo esterno rendendoci partecipi e stupefatte allo stesso tempo dell’intero capolavoro.

 

-Martina Sarcina, Giada Gambula

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MedFilm Festival: un mare fra Spagna e Palestina

Venerdì 8 novembre si è aperta a Roma la 25° edizione del MedFilm Festival, rassegna cinematografica che, prendendo le parole degli stessi organizzatori, vuole essere “un richiamo alla cultura del bello, del giusto, dell’equo, del reciproco, del diverso, dell’accolto”. Attraverso un vasto e variegato programma (diviso in numerose sezioni, fra corti e lungometraggi) il desiderio di chi lo ha promosso è quello di rappresentare storie, ambientazioni, sensazioni e immaginari universalmente mediterranei, ossia frutto di produzioni provenienti da ogni sponda del nostro Mare Interno.

“Il mare non lo scopriamo da soli e non lo guardiamo solo con i nostri occhi” scrisse il grande storico croato Pedrag Matvejevic nel suo “Breviario mediterraneo”. Tutte le civiltà nate e sviluppate sulle rive del Mediterraneo hanno osservato il loro mare anche e soprattutto per mezzo delle immagini e delle narrazioni che gli altri produssero. Noi oggi non siamo da meno. Ogni costa e ogni popolo parla al mare a modo suo. Ogni cinepresa registra un Mediterraneo differente, poiché questo mare “chiuso” può essere ammirato da angolazioni che regalano ambientazioni, culture, ragioni, colori e sensazioni sempre differenti. Dalle sponde nordafricane a quelle europee, dalle coste iberiche a quelle mediorientali, dalla Francia continentale alle terre di Israele, dall’intimo mar Adriatico al teso bacino orientale, da Gibilterra al Bosforo: non si assiste ad un unico Mediterraneo, ma a tanti quanti se ne possono vedere e narrare. “Non un unico paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre” per citare un altro grande storico, Fernand Braudel.

Testimoniare la coesistenza di eterogenee esperienze mediterranee: questo è l’obiettivo del MedFilm Festival. Esperienze che oggi risultano politicamente fondamentali per poter affrontare coscientemente la crisi umanitaria e geopolitica che vede accomunate le due sponde, quella Nord e quella Sud. La sfida che intende portare avanti questa rassegna cinematografica, e che noi accogliamo con entusiasmo, è quella di proiettare un mare che sia di tutti, affinché nessuno possa dire che sia “nostrum”, di rappresentare questo “continente liquido” come un laboratorio di integrazione e coesione sociale e culturale. Una meta nient’affatto scontata alla luce dei nostri giorni, ma, ancor più per questo, un traguardo che l’Europa deve raggiungere insieme alle altre realtà politiche mediterranee.

Qualche altra parole merita l’immagine che compone la locandina ufficiale del festival, una perfetta sintesi spirituale e materiale del Mediterraneo. Una profonda distesa liquida dalla quale affiora energicamente una montagna candida, sulla quale sorge il volto di una città mediterranea che indirizza lo sguardo al proprio orizzonte, il mare, e che si compone dei diversi stili architettonici caratteristici del Mediterraneo. Perché la storia del Mediterraneo è la storia delle sue città, della sua tradizione urbana ineguagliata a livello globale: e proprio le città sono alcuni fra i protagonisti delle pellicole selezionate.

                                                                                  

It Must Be Heaven

Ho avuto l’onore di assistere all’apertura del festival e alla proiezione del primo film fuori concorso. “It Must Be Heaven”, scritto, diretto ed interpretato da Elia Suleiman, è l’epopea silenziosa e surreale di un palestinese che lascia la propria terra per dirigersi prima a Parigi e poi a New York, per rispondere ad una domanda: quando un luogo si può definire casa? Il nucleo della ricerca è inevitabilmente intorno al concetto di identità, ed emerge chiaramente come questa sia il prodotto complessivo sia di come ciascuno di noi si narra e si vede, sia di come gli altri ci narrano e ci vedono.

La recitazione di Suleiman è particolare, apparentemente passiva, il suo corpo è perennemente al centro dell’attenzione ma ci priva in maniera assoluta della sua voce. La volontà dell’autore è di immergerci in una realtà quotidiana, dai toni sfumati, di un pellegrino che riflette sulla propria provenienza, e per farlo decide di impacchettare una serie di sketch originali e mirati, ma che piuttosto raramente producono profondi sorrisi e risate. Non per questo il film non funziona, anzi riesce a dirigersi bene verso un finale gioioso, liberatorio, che celebra spensieratamente un orgoglio, quello palestinese.

La Virgen de Agosto

Il secondo film che ho avuto modo di visionare è una produzione spagnola (presentato come “August Virgin”), diretto da Jonàs Trueba, il quale, a quattro mani con l’attrice protagonista, ha scritto una storia estiva totalmente madrilena. In questa delicatissima pellicola lo spettatore è gettato in una Madrid torrida, per raccontare i 15 giorni agostani di una giovane donna (Eva) che, quasi come atto di fede, decide di rimanere nella sua città nei giorni in cui questa tende a svuotarsi ed affrontare alcune problematiche esistenziali che non ci vengono presentate, ma che si rivelano umanamente intuibili allo spettatore, il quale entra facilmente in empatia con la donna.

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Madrid è, al pari dei personaggi che nel corso dei giorni si affiancheranno ad Eva, una protagonista indiscussa, un ambiente vivo più che un semplice contorno offerto alle azioni dei vari personaggi. Eva decide di esplorare in lungo e in largo una città che già conosce per sperimentare un nuovo comportamento, per aggirarsi in cerca di qualcosa che le è sfuggito, per ottenere un nuovo sguardo, nuove immagini e categorie mentali con cui sciogliere i suoi dilemmi, per poi tracciare una nuova via da percorrere in quel settembre che sancisce la fine dell’estate e ci obbliga a trovare delle risposte. “La Virgen de Agosto” è un racconto intimo, a tratti mistico, ma che non perde mai il proprio realismo in quanto narra uno dei tanti momenti della nostra vita in cui lo scorrere del tempo ci sembra rallentare per darci la possibilità di porci le giuste domande e darci le (si spera) giuste risposte, giungendo magari a donarci una rivelazione inaspettata e proprio per questo tanto preziosa.

-Alessandro Berti

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Brunori Sas, Vol. 1(0) – Cosa vuol dire essere cresciuta in questo decennio con Dario Brunori

Era il 2009 quando per la prima volta sulla scena musicale appariva un certo Brunori Sas: un nome emblematico ed immediatamente riconoscibile, certo, ma quello che l’ha sempre caratterizzato di più è stato il fatto di aver riportato il cantautorato all’interno del dibattito musicale nazionalpopolareDario Brunori (al secolo), calabrese di nascita e di cultura, è riuscito con i suoi testi profondi e allo stesso tempo delicati a farci riflettere sul quotidiano, sul nostro vissuto, sul sociale e (anche) sulla politica.

Dieci anni fa. A guardare indietro sembra un secolo, eppure è un arco temporale abbastanza breve. Dieci anni fa arrivava nelle nostre cuffie e nei nostri stereo quello che è il primo lavoro del cantautore calabrese, Volume 1, che oggi ha voluto lui stesso ricordare con un video (link: https://www.youtube.com/watch?v=lgpS3IT3RGI&feature=youtu.be) in cui il Darione nazionale ha intonato una delle sue canzoni più famose: Guardia ’82.

Guardia (Piemontese, ndr) non è altro che la località di mare in cui sono cristallizzati i ricordi, da quelli dell’infanzia a quelli della maturità passando per l’adolescenza: è un locus amoenus dove possiamo ritrovare noi stessi, anche a distanza di anni. Sembra proprio quello che ha voluto ricordarci Brunori con questo video: non dimenticare l’origine, l’inizio della propria avventura artistica, senza nostalgia, perché tanto altro ha da dirci (o meglio, lo spero).

Comunque sia, gli elementi del grande cantautore emergono già in questa opera prima, anche se non era scontato arrivare ai traguardi raggiunti, soprattutto tenendo conto del contesto in cui l’album è nato.

volume uno brunoriVol.Uno (copertina) Brunori Sas

In un 2009 fatto da giovani hipster (l’indie era ancora una nebulosa in via di espansione), Dario Brunori ha già 32 anni. Non aveva la barba, che fa molto cantautore; ammettiamolo, era uscito senza hype con due baffi sul viso, occhiali da pentapartito e look da impiegato provinciale,  ma con una semplice chitarra acustica ha saputo dare vita a una sublime rivoluzione linguistica, in un panorama italiano molto diverso da quello attuale. Infatti non tardano ad arrivare i primi riconoscimenti nazionali: Premio Ciampi come miglior disco d’esordio, Targa Tenco come miglior esordiente, 140 date in Italia, premio KeepOn come miglior live della stagione.

Il merito di Vol. 1 è stato quello di inserirsi autonomamente in un frangente di rinnovamento per la scena, insieme ai coetanei “Canzoni da spiaggia deturpata” di Vasco Brondi e “L’amore non è bello” di Dente. Tutti e tre cantautori. Tutti e tre nomi che hanno avuto un peso rilevante nella trasformazione della musica italiana.

La storia di Brunori era diversa rispetto a quella dei due colleghi: meno alternativo e sofisticato, più solare e popolare; Brunori Sas è proprio il cantautore che ha ripreso il senso popolare della musica, quello che identifica un genere (in questo caso cantautorale) che è potenzialmente per tutti. Quello di Dalla e Rino Gaetano, per intenderci.

Proprio la somiglianza con quest’ultimo, origini calabresi a parte, è stato parte integrante di un lungo post firmato TheGiornalisti datato 2012.

(link: https://www.facebook.com/thegiornalisti/posts/448311198543929)

Quella fu la svolta. La svolta che fece capire all’Italia degli anni 2010 che c’era bisogno di un cantautore, nel senso più nobile e popolare del termine.

Fu la svolta anche per me. Dodicenne, cresciuta con la grande tradizione cantautorale italiana, ma che non aveva in playlist nessun brano contemporaneo in lingua italiana.
Erano gli anni in cui, pur di non sentire il pop-smielato e la musica commerciale in circolazione, ero “costretta” a recuperare i grandi nomi del passato, soprattutto quelli dei gloriosi anni ’60 e ’70.
Stavo crescendo, maturando, e quei “compiti a casa” svolti in terra straniera, tanto mi aiutarono a capire la musica e i testi di chi, da lì a qualche anno, avrebbe occupato un posto rilevante nel mondo musicale italiano. Brunori è stato il secondo “amore”, per me. Il primo si chiamava Le Luci della Centrale Elettrica (alias Vasco Brondi), che lo scorso dicembre ha salutato le scene, ma questa è un’altra storia.

Dario Brunori, a differenza di Vasco, ha risvegliato in me una forte criticità e un forte sentimento alla vita “provinciale” che all’epoca conducevo. Era il cantautore della mia quotidianità, del profondo sud e dei paesi sconosciuti.  Era la colonna sonora dei primi momenti, delle prime scoperte e dei primi amori (questa volta veri). Era l’inizio di uno sviluppo critico ed emotivo che mi ha portato fino a qui, a come sono ora.

Lunga vita alla chitarra, alle parole vere e non scontate, alle piccole e semplici cose.
Lunga vita a Brunori Sas perché con lui a casa andrà (sempre) tutto bene.

 

-Lucilla Troiano

 

Nota del responsabile editoriale: Ringrazio Lucilla per aver scritto questo articolo con il cuore; Dario Brunori ha significato anche per me qualcosa di veramente importante (scrissi, poco più di un anno fa, l’articolo sul suo tour nei teatri): una compagnia musicale costante in questi anni (ho la discografia completa) e un infinito stimolo artistico che mi ha trasmesso la passione per la chitarra e per la buona musica in generale. Non mi dilungo perché è già stato detto molto e per spiegare adeguatamente Brunori servirebbe un libro, ma sentivo l’esigenza di unirmi agli auguri per i dieci anni di carriera di un grande esponente della musica cantautorale italiana dei tempi moderni. Nella speranza di poter commentare con altrettanto entusiasmo i secondi dieci anni di attività, concludo con un semplice quanto sentito “Grazie Dario”.

-Gabriele Russo