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Videointervista a Giorgio Colangeli

“Nastro d’Argento” come miglior attore non protagonista nel 1998, premio “Marco Aurelio” nel 2006, “David di Donatello” come miglior attore non protagonista nel 2007, semplicemente Giorgio Colangeli! Ti ringrazio per avermi concesso di intervistarti, per la tua straordinaria disponibilità e per il tuo tempo. Grande attore, cuore ancor più grande se possibile. A breve la video intervista anche su CulturArte, la pagina Facebook dell’omonimo giornale universitario di Roma Tre, che ringrazio altrettanto per la grande opportunità!
Nel frattempo aspettiamo e speriamo trepidanti una terza stagione di “Tutto Può Succedere”, fortunatissima serie TV che vede il nostro Giorgio protagonista anche per questa seconda stagione. Stay Tuned!

 

 

-Margherita Cignitti

Rivalsa: il successo di una donna nel XVII secolo

“E’ qui la forza dei quadri della Gentileschi: nel capovolgimento brusco dei ruoli. una nuova ideologia vi si sovrappone, che noi moderni leggiamo chiaramente: La rivendicazione femminile.” (Roland Barthes)

Artemisia Gentileschi nasce a Roma nel 1593. E’ figlia d’arte: il padre, Orazio Gentileschi, è un pittore toscano di discreto successo. Artemisia cresce circondata dall’arte, e il suo talento è riconosciuto subito dal genitore, che la spinge a seguire le sue orme di artista. Ma Artemisia è donna, ed essere una donna XVII secolo non è facile. Lei lo sa, e nonostante tutti i pregiudizi imposti dalla società in cui vive, decide di seguire il consiglio del padre.

A diciassette anni dipinge il suo primo capolavoro, “Susanna e i vecchioni”, che stupisce a tal punto gli osservatori da fargli insinuare che il dipinto fosse stato in realtà realizzato in gran parte dal padre.
Due anni dopo, un terribile evento sconvolge la sua vita; Agostino Tassi, presunto amico di suo padre, la sorprende sola nella sua camera da letto e la violenta.

Durante il processo nei confronti di Agostino, Artemisia viene finanche torturata per provare a pilotare il processo; nonostante ciò, l’uomo viene condannato ad un solo anno di carcere che non sconterà mai.
Questa orribile esperienza, tuttavia, non la ferma.

Artemisia continua a dipingere e sviluppa uno stile potente, duro, dai tratti caravaggeschi, la cui influenza nelle sue opere è infatti evidente: la plasticità dei corpi è evidenziata dal deciso chiaroscuro, creato attraverso un fascio di luce che illumina la scena.Tuttavia, caratteristica peculiare di Artemisia è la completa assenza dei tipici tratti femminili, quali la delicatezza, la compostezza o la timidezza, nelle donne che dipinge.Esse sono per lo più eroine bibliche o mitiche, ma spogliate della loro aura di pudicizia e sottomissione tipica dell’epoca: sono donne forti, pronte a lottare per se stesse o per chi sta loro a cuore, disposte anche a versare del sangue con le loro stesse mani, pronte a soffrire per vincere, pronte ad uccidere.Il suo nome è sulla bocca di tutti, ed il suo talento è ormai indiscusso. Riceve commissioni dalla casata dei De Medici, e la sua fama supera i confini italici quando Carlo I d’Inghilterra la chiama per lavorare nella sua corte: Artemisia ce l’ha fatta.

Artemisia ha una cicatrice nel cuore che porterà tutta la vita, ma la cura al suo dolore risiede nei suoi pennelli e nelle storie delle donne che dipinge.
Donne come lei, donne che hanno sofferto, ma anche donne che hanno vinto.

Giuditta, Susanna, Cleopatra, Esther, Maddalena: Artemisia dipinge un po’ di se stessa in ognuna di loro, un po’ del suo desiderio di rivalsa, ed ogni donna può specchiarsi nella forza dei suoi soggetti femminili, anche a secoli di distanza.

Francesca Romana Leandri

Erri De Luca: distacco, protesta, clandestinità, comunità

Per la giornata del 6 marzo è stata organizzata un’interessante iniziativa da Ricomincio dagli Studenti, L’Evoluzione della protesta – dagli anni di piombo ad oggi con ospite Erri De Luca, famoso scrittore e giornalista italiano. Una delle prime cose che colpisce è l’espressione che fa quando sente definirsi come una delle figure più carismatiche, come se non si sentisse adeguato a ricoprire questo ruolo. Poi c’è quel calore che principalmente il sud ti porta ad avere: infatti, appena gli viene posta una prima domanda sui modi di evoluzione della protesta prende il microfono e si alza dicendo: “mi metto in piedi sennò non vi vedo, sono arrivato fino a qua”.

Erri si definisce non uno studioso né un testimone, ma uno di parte. Con questa prima precisazione inizia a parlare dei suoi anni, della sua gioventù, una gioventù di cui non sente nostalgia tanto non c’ puoj turnà ca tieni affà! Gioventù in cui la differenza demografica tra anziani e giovani era alta: i giovani erano consapevoli di essere tanti e di costituire una massa sia all’interno delle fabbriche sia all’esterno. Non bisogna dimenticare che si parla pur sempre della prima generazione italiana che subì la prima istruzione di massa. Proprio grazie a questa consapevolezza di esser massa si protestava per i diritti di tutti.

Non bisogna inoltre dimenticare l’appartenenza al Novecento, non un secolo qualsiasi ma il Secolo dal punto di vista rivoluzionario. Prima, a differenza di oggi, non si faceva protesta per risolvere un problema che potremmo definire interno e circostanziale. Ora si protesta all’interno di una piccola comunità e non si guarda alla realtà esterna, mentre prima la protesta era infettiva.

Tant’è che gli anni di piombo sono ribattezzati da Erri in anni di rame. Perché? Perché è il rame a essere il miglior conduttore e lo Stivale è visto come un circuito elettrico in cui non c’è una differenza tra ciò che accade a Nord e nel Sud di noialtri. Si scendeva in piazza anche per il Vietnam, si bloccava il quotidiano. Cosa che non accade oggi dove troviamo scioperi frammentati fondamentalmente perché, lo conferma Erri, siamo pochi.

I giovani vogliono sentirsi anziani e si sta diffondendo una sottomissione al mondo adulto, è per questo motivo che a noi non è consentita la protesta. Siamo passivi e con il sogno comune di andarcene, eppure ci tocca risanare questo Paese indebolito dalla corruzione e dalla mala informazione. C’è urgenza di informare.

Eppure nonostante ciò l’Italia è uno dei paesi con il maggior numero di volontari che consentono al Paese di aggiornarsi e di non bloccarsi. Dopo le domande poste dai moderatori Matteo Scalabrino e Paolo Palladino è toccato al pubblico. Una delle domande più sentite è stata posta da un ragazzo che voleva sapere se si fosse mai sentito solo all’interno di una protesta. Gli occhi azzurri di Erri s’incupiscono per una frazione di secondo, lo guarda e dice che si è sentito di passaggio nel deserto nel momento in cui si è trovato espulso da quel noi, quando c’è stata la disgregazione del pronome. A confronto con l’esponente di una generazione che ha trovato una comunità che lo accogliesse nel comune e non nell’individualità.

L’iniziativa termina tra autografi, sorrisi, sguardi, foto e ringraziamenti. Siamo usciti da quell’aula con più consapevolezza, del passato e di ciò che dobbiamo fare.

Foto di Alessandra Catalano

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Stefano Benni a Roma Tre: vivere e raccontare, leggere e sorprendersi

Il 3 marzo, nella giornata più calda di questo 2017, è ospite nella facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre Stefano Benni, scrittore e poeta italiano. Si presenta con un salve del tutto informale e viene accolto calorosamente dai moltissimi studenti presenti all’incontro.
Per introdurre l’iniziativa viene letto un brano tratto da Comici spaventati guerrieri (1986), che rappresenta uno dei primi romanzi dello scrittore.

«Rileggendolo non mi vergogno d’averlo scritto», afferma Stefano Benni con un velo d’ironia. Lo racconta come un libro che tratta di un dolore attuale, la scrittura è lo strumento che sente di saper usare meglio e per questo l’adopera per esprimere ciò che è il mondo e quello che è la politica. Ammette di aver avuto fortuna perché l’editoria è andata complicandosi negli anni, ed ora è molto più difficile diventare scrittori. Riferendosi a Comici spaventati guerrieri: «E’ il primo libro che mi ha fatto sentire di poter essere uno scrittore».

Racconta la sua relazione con la letteratura: «Ho deciso di scrivere perché ero un lettore», i libri per Stefano Benni erano come degli amici. Per un lungo periodo della vita ha guardato alla scrittura come ad un mondo abitato da altri. Infatti, non si definisce uno scrittore di vocazione e scherzando afferma: «a dodici anni volevo fare il calciatore!».

Iniziò la sua carriera come giornalista, ma non era soddisfatto dalle modalità di scrittura del giornalismo «perché scrivevano tutti meglio di me!». Non si definisce uno scrittore moderno, uno scrittore che ama l’attualità: «Non mi è dispiaciuto quando mi hanno dato dello scrittore dell’Ottocento». La scrittura è per lui un processo di trasformazione, il lavoro della riscrittura è fondamentale per migliorarsi. Bisogna immaginare la scrittura come un’orchestra in espansione, puntando ad un miglioramento in prospettiva. Secondo Stefano Benni, questa ricerca di tutte le tue possibili scritture è la scrittura.

Gli viene chiesto che ruolo ha il pubblico nelle sue opere, se questo riveste un’influenza significativa. Risponde dicendo che non ha mai pensato di identificare un pubblico preciso nel suo lavoro. «Il mio è un pubblico avventuroso!», definisce i suoi lettori come quelli che entrano in libreria, scelgono un libro e amano essere sorpresi. Lo stile dello scrittore, infatti, non è uno stile omogeneo ma punta a sorprendere ad ogni pagina. Stefano Benni ricollega questa scelta al suo essere stato un lettore che ricercava la sorpresa nella letteratura «Perché sorprendersi è il piacere di leggere». Sicuramente l’avere molti lettori giovani è per lui una grande responsabilità.

Il clima sociale, le sue origini rappresentano per Stefano Benni un’ispirazione marginale. Le sue opere sono frutto di ciò che vive ogni giorno. Al di là se queste siano testi realistici, al di là di ogni immaginazione: si parla sempre di realtà. Anche le storie di fantasia parlano e descrivono la verità, come ogni testo realistico ha di fondo un’interpretazione ed un influenza date dall’autore.

Viene letto un altro brano, questa volta tratto da Margherita Dolcevita (2005). «Un libro è un buon libro se dura. Forse questo è l’unico criterio di vanità che può avere uno scrittore, quello di produrre cose che durano negli anni». Per Stefano Benni un’opera di valore è quella che entra nel tempo della letteratura. A questo punto fa un’osservazione sulla vita di alcuni artisti, le cui opere sono state rinvenute postume: «Il 90% dell’arte nasce dalla sofferenza. Non per questo bisogna augurarla…», poi aggiunge «… forse se a Van Gogh avessero comprato un quadro con i soldi sarebbe andato a cena fuori, forse per questo non avrebbe dipinto i Girasoli, ma sarei stato più contento per lui!».

Si affronta la tematica che vede la scrittura e la letteratura nel mondo contemporaneo. Secondo Stefano Benni non sono destinate a scomparire. Forse l’avvento di Internet potrebbe eliminare le librerie, e questo è un peccato se si pensa al libraio come un intellettuale che poteva aiutare nella ricerca di una buona lettura, tuttavia Internet non potrà mai eliminare la scrittura.

La tecnologia ha grandi potenzialità e può creare dei nuovi lettori, ma purtroppo la realtà dei fatti ci racconta che questi non stanno nascendo. «La tecnologia non è nemica del libro, anzi. Purtroppo la dittatura della mediocrità televisiva potrebbe annientarla…» ammette Stefano Benni con un po’ di lucido rammarico, ma subito dopo aggiunge «… ma i libri continueranno dispettosamente ad esistere».

Per concludere l’iniziativa ci regala tre consigli per poter intraprendere il suo percorso: «Il primo consiglio che sento di darvi è quello di leggere, più si legge più si impara la musica della scrittura. Si impara ad usare tutte le possibilità della propria lingua» e poi aggiunge «La scrittura è disordinata, nel disordine si trovano innumerevoli possibilità». E’ fondamentale scrivere e riscrivere, leggere e rileggere puntando ad un lavoro lungo e accurato pronto a trasformarsi ad ogni riscrittura: «Al giorno d’oggi c’è quest’idea della velocità, che è del tutto sbagliata», il lavoro deve prendersi il tempo che gli occorre. Bisogna scrivere pensando al tempo della letteratura, immaginando un lettore futuro «Scrivete per un lettore del 2050!» conclude Stefano Benni.

Si sofferma però su due aspetti che bisogna sempre tenere a mente, scrivere non equivale a pubblicare. Ogni scrittura ha una dignità anche senza la pubblicazione: «Pubblicare la propria opera rimane, tuttavia, un passo importante; perché è in quel momento che quello che hai scritto diventa degli altri». Scrivere o leggere non è una cosa facile, aggiunge, la cosa più difficile della scrittura è quella di divenire unici nonostante i modelli e le influenze: «Il bravo scrittore è quello che diventa insostituibile».

Risponde alle domande degli studenti presenti incuriosito e vigile, descrive l’ispirazione che si riversa nella poesia come qualcosa che ha una musica chiara, che influenza il definirsi di una composizione di versi. Fa luce sul disincanto percepito nelle sue ultime opere: «Nella crescita si attraversa tanta dolcezza e tanto dolore, nella scrittura può rimanere il segno di quel dolore o di quella gioia. Nessun libro si può dire se finisce bene o se finisce male, c’è la liberta del lettore. Un libro è quel che ci si trova».

Come farsi capire da chi non ci vuole comprendere, come approcciare con chi non vuole sapere: «Nessuno sa niente. Il dialogo non si fa con chi è d’accordo con te, anzi è molto interessante vedere quello che pensa chi riveste la figura “dell’ignorante”» e poi determina la figura dell’intellettuale «Sono tutti coloro che vogliono pensare, comprendere, mettere la testa in quello che fanno».

Gli studenti sono pieni di domande ed alcuni perfino di una grande emozione davanti ad un uomo semplice che pare non abbia voglia di tenersi nulla per sé. L’aula a poco a poco si svuota, ed uscendo qualcuno dà un significato un po’ più fantastico a quel sole e a quel caldo. Come la letteratura hanno la capacità di sorprenderci, che è un po’ anche il piacere di vivere.

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Qualcuno e non qualcosa

Il Chiostro del Bramante festeggia il suo ventennio di attività con un’iniziativa più unica che rara: Love. L’arte contemporanea incontra l’amore. Mettendo da parte lo scetticismo iniziale dato dalla prima parola Love (questo termine non è che mi piaccia granché perché mi fa pensare alle dodicenni che sanno solamente questa parola in inglese e la ripetono all’infinito: lovv), se si prova ad andare oltre si vede scritto in un “odioso nero su bianco” un qualcosa di più: l’arte contemporanea.

Arte che poco si tende a conoscere se non si è spinti da un forte interesse o curiosità. Si passa da Marc Quinn a Joana Vasconcelos, da Andy Warhol a Gilbert & George. Per giungere alla giapponese Yayoi Kusama ossessionata dai pois. La mostra, che sarà possibile vedere fino al 5 marzo, scorre forse troppo velocemente. Ci si immerge in uno spazio colorato, forte e folle, dolce ma straziante: tra foto, sculture e scene cinematografiche si vive l’amore visto da una prospettiva che non ci appartiene e al contempo è di ognuno di noi. Chi lo vive come fosse un gioco puramente sensuale, chi lo vede come un continuo compromesso a cui sottomettersi, chi lo vede come crescita e unione e chi come psichedelia (o farfalle nello stomaco, il che è più o meno la stessa cosa).

Così mi piace interpretare l’opera di Yayoi che chiude la mostra. Si entra in una piccola stanzina in cui si può rimanere per solamente venti secondi. Pochi? No, assolutamente. Più che sufficienti per farti mancare l’aria. Provi a guardarti attorno ma rimani immobile. Il tuo sguardo ti fa concentrare su questi pois neri e intensi su sfondo giallo, contrasto che ti lascia con un piccolo vuoto. I venti secondi finiscono, esci, prendi aria e ti senti meglio.

Perché l’amore deve essere così. Ti deve dar modo di guardare la realtà da prospettive differenti, di essere tutto e completo. Prima con te stesso.

“Di quante preoccupazioni ci si libera quando si decide di essere qualcuno e non qualcosa”.

Un viaggio tra presente e passato

Brian Weiss nasce a New York, nel 1944. È uno scrittore ma soprattutto psichiatra che, dieci anni dopo essersi laureato alla Columbia University e aver tirocinato alla Yale nel 1970, entra in contatto con un mondo diverso da quello a cui è abituato ma nei confronti del quale non c’era mai stata una sua totale indifferenza: all’area pseudoscientifica comprendente reincarnazione e ipnosi regressiva.

In uno dei suoi libri – “Molte vite, un solo amore” – il dottor Weiss racconta due storie apparentemente separate: quella di Elizabeth, giovane donna in carriera che però a seguito della morte della madre incomincia a vivere una vita in perenne ansia e angoscia, con il chiodo fisso di non essere abbastanza, di essere sempre lei quella sbagliata; e quella di Pedro, un messicano che soffre per la perdita di suo fratello, morto a causa di un incidente. Weiss nota come frequentemente le persone con un gravoso lutto alle loro spalle si rivolgano a lui. L’obiettivo o il sogno di queste persone sarebbe poter rivedere i loro cari o anche solo capire qualcosa di più sulla morte. In questo libro, entrambi i protagonisti ricorrono alla tecnica dell’ipnosi regressiva per trovare ricordi. D’altronde si sa che la morte fa male per chi rimane.

Le vite di Elizabeth e Pedro sono però destinate a intrecciarsi, entrambi raccontano sotto stato d’ipnosi la storia di una delle tante vite precedenti in cui erano stati insieme, sotto forma di padre e figlia, e con il conoscersi poi in questa vita finiranno con l’abbandonare le loro ansie, crescendo. Sia Elizabeth che Pedro riescono ad arrivare, con dolore e fatica, alla radice del loro dolore. Viaggiano nelle loro vite, riconoscono situazioni che hanno contribuito a bloccare la loro anima dall’elevarsi, riconoscono anche persone che hanno ritrovato nelle loro vite attuali, persone che hanno fatto loro del male. La vera forza non star nel far finta di niente, anzi.

Queste storie raccolte da Weiss le sento vicine. Probabilmente perché è uno dei primi libri che ho letto quando ho iniziato a elaborare il lutto per mio padre. Perché anch’io mi sono fatta domande. Quando perdi qualcuno pensi di cadere, ti senti precipitare in un cilindro buio e senza fine, come se tutto ciò che sei riuscito a fare prima di quella perdita venisse meno, ma poi basta poco, anche un semplice sguardo che ti sia familiare per capire che non hai perso ma hai avuto modo di trovare altro, di crescere. Anche se è difficile, soprattutto perché vedi facce che ti guardano con compassione (e daresti uno schiaffone a ognuno pur di farli smettere) o bocche che ti dicono di essere forte, quando in quel momento tutto riusciresti ad essere meno che forte. Ma poi vai avanti.

Non ci sono certezze nella vita, si sa. Le paure possono essere tante, causate dalle più svariate situazioni: un trasferimento, un lavoro da consegnare, una traduzione da perfezionare, il treno da prendere; eppure in ogni cosa che possa causare agitazione, c’è un principio di cambiamento. Nelle più crude domande ci sono le risposte, proprio come dimostra Weiss. Il coraggio più grande è semplicemente quello di abbandonare per un attimo ciò che si crede il “porto sicuro” e trovare quel che si stava cercando.

Disturbi della creatività

La creatività è la capacità di trascendere dall’ordinario, può essere quindi definita come un istinto che non ha limiti, regole o confini. Proprio da questo principio è possibile intravedere tramite le loro opere l’anima di coloro che creano, inventano ed innovano pensando fuori dagli schemi.

Queste opere possono identificarsi come produzioni fuori dal tempo e dallo spazio, alcune addirittura in bilico tra genio e follia. Due qualità il cui rapporto ha ispirato numerosi e importanti studi sulla relazione, spesso in atto, tra i disturbi della personalità e la produzione di un’artista.

E’ facile ritrovare questi aspetti in Vincent Van Gogh, per il quale la rigida educazione religiosa ricevuta dal padre pastore protestante ed un’innata fragilità psicologica gli impedirono di adattarsi ad un mondo che sentiva sempre più estraneo ed incomprensibile. L’ inconfondibile stile caratterizzato da pennellate pregne di tinte accese e contrastanti, i contorni marcati, la prevalenza dei colori giallo e blu indicano un’intima angoscia e un vigoroso desiderio di creare un mondo in cui finalmente sentirsi in pace.

Meno celebre al grande pubblico ma altrettanto interessante è il caso di Antonio Ligabue o altrimenti detto “el matt” (il matto). Nato a Zurigo nel 1899 da una ragazza madre italiana, venne però successivamente affidato ad una coppia indigente, costretta a spostarsi di continuo in cerca di lavoro. Iniziò così per lui la lunga odissea di nomadismi, sradicamenti, violenze e abbandoni.

Selvatico, solitario, timido, insolente, sporco e soggetto a crisi depressive che lo portarono a diversi ricoveri psichiatrici. Il primo ingresso in manicomio avvenne nel 1917 a soli 18 anni, dopo una grave crisi di nervi, l’ultimo nel 1945 a Reggio Emilia. Povertà ed ignoranza fecero il resto.

Le opere di Ligabue raffigurano piante, contadini, animali principalmente predatori nel pieno del loro atto virulento, di sopraffazione, aggressione e rabbia senza filtri. Esatta trasposizione dei sentimenti che l’artista provava nei confronti di una società che non lo accettava e in cui non ha mai imparato a stare. Esorcizzava la paura attraverso la rappresentazione della forza, evocando la bestia da dominare e nella quale incarnarsi in un processo di metamorfosi schizofrenica.

Interessante il paragone tra i due, in cui è possibile scorgere delle somiglianze importanti sia stilistiche che di vita vissuta. Tuttavia, ad essere affascinante è l’analisi di come l’arte divenga non soltanto espressione di un rigurgito emotivo ma un mezzo per rendere costruttivo un istinto invece distruttivo: Van Gogh voleva attraverso le sue raffigurazioni che la sua idea di mondo, in cui non sentirsi più estraneo ma finalmente parte, diventasse anche per un attimo reale e non più solo un’allucinazione.

Per Ligabue, invece, l’arte non era tanto un rifugio, quanto piuttosto un veicolo della sua follia, la quale risiedeva proprio nella sua fragilità che lo esponeva all’emarginazione. La pittura era qualcosa a cui appartenere, da cui lasciarsi definire: in un estremo tentativo di imporre la sua scomoda personalità.

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