Le Arti e le Genialità della creatività Umana. La colonna portante di questo Giornale.

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MedFilm Festival: un mare fra Spagna e Palestina

Venerdì 8 novembre si è aperta a Roma la 25° edizione del MedFilm Festival, rassegna cinematografica che, prendendo le parole degli stessi organizzatori, vuole essere “un richiamo alla cultura del bello, del giusto, dell’equo, del reciproco, del diverso, dell’accolto”. Attraverso un vasto e variegato programma (diviso in numerose sezioni, fra corti e lungometraggi) il desiderio di chi lo ha promosso è quello di rappresentare storie, ambientazioni, sensazioni e immaginari universalmente mediterranei, ossia frutto di produzioni provenienti da ogni sponda del nostro Mare Interno.

“Il mare non lo scopriamo da soli e non lo guardiamo solo con i nostri occhi” scrisse il grande storico croato Pedrag Matvejevic nel suo “Breviario mediterraneo”. Tutte le civiltà nate e sviluppate sulle rive del Mediterraneo hanno osservato il loro mare anche e soprattutto per mezzo delle immagini e delle narrazioni che gli altri produssero. Noi oggi non siamo da meno. Ogni costa e ogni popolo parla al mare a modo suo. Ogni cinepresa registra un Mediterraneo differente, poiché questo mare “chiuso” può essere ammirato da angolazioni che regalano ambientazioni, culture, ragioni, colori e sensazioni sempre differenti. Dalle sponde nordafricane a quelle europee, dalle coste iberiche a quelle mediorientali, dalla Francia continentale alle terre di Israele, dall’intimo mar Adriatico al teso bacino orientale, da Gibilterra al Bosforo: non si assiste ad un unico Mediterraneo, ma a tanti quanti se ne possono vedere e narrare. “Non un unico paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre” per citare un altro grande storico, Fernand Braudel.

Testimoniare la coesistenza di eterogenee esperienze mediterranee: questo è l’obiettivo del MedFilm Festival. Esperienze che oggi risultano politicamente fondamentali per poter affrontare coscientemente la crisi umanitaria e geopolitica che vede accomunate le due sponde, quella Nord e quella Sud. La sfida che intende portare avanti questa rassegna cinematografica, e che noi accogliamo con entusiasmo, è quella di proiettare un mare che sia di tutti, affinché nessuno possa dire che sia “nostrum”, di rappresentare questo “continente liquido” come un laboratorio di integrazione e coesione sociale e culturale. Una meta nient’affatto scontata alla luce dei nostri giorni, ma, ancor più per questo, un traguardo che l’Europa deve raggiungere insieme alle altre realtà politiche mediterranee.

Qualche altra parole merita l’immagine che compone la locandina ufficiale del festival, una perfetta sintesi spirituale e materiale del Mediterraneo. Una profonda distesa liquida dalla quale affiora energicamente una montagna candida, sulla quale sorge il volto di una città mediterranea che indirizza lo sguardo al proprio orizzonte, il mare, e che si compone dei diversi stili architettonici caratteristici del Mediterraneo. Perché la storia del Mediterraneo è la storia delle sue città, della sua tradizione urbana ineguagliata a livello globale: e proprio le città sono alcuni fra i protagonisti delle pellicole selezionate.

                                                                                  

It Must Be Heaven

Ho avuto l’onore di assistere all’apertura del festival e alla proiezione del primo film fuori concorso. “It Must Be Heaven”, scritto, diretto ed interpretato da Elia Suleiman, è l’epopea silenziosa e surreale di un palestinese che lascia la propria terra per dirigersi prima a Parigi e poi a New York, per rispondere ad una domanda: quando un luogo si può definire casa? Il nucleo della ricerca è inevitabilmente intorno al concetto di identità, ed emerge chiaramente come questa sia il prodotto complessivo sia di come ciascuno di noi si narra e si vede, sia di come gli altri ci narrano e ci vedono.

La recitazione di Suleiman è particolare, apparentemente passiva, il suo corpo è perennemente al centro dell’attenzione ma ci priva in maniera assoluta della sua voce. La volontà dell’autore è di immergerci in una realtà quotidiana, dai toni sfumati, di un pellegrino che riflette sulla propria provenienza, e per farlo decide di impacchettare una serie di sketch originali e mirati, ma che piuttosto raramente producono profondi sorrisi e risate. Non per questo il film non funziona, anzi riesce a dirigersi bene verso un finale gioioso, liberatorio, che celebra spensieratamente un orgoglio, quello palestinese.

La Virgen de Agosto

Il secondo film che ho avuto modo di visionare è una produzione spagnola (presentato come “August Virgin”), diretto da Jonàs Trueba, il quale, a quattro mani con l’attrice protagonista, ha scritto una storia estiva totalmente madrilena. In questa delicatissima pellicola lo spettatore è gettato in una Madrid torrida, per raccontare i 15 giorni agostani di una giovane donna (Eva) che, quasi come atto di fede, decide di rimanere nella sua città nei giorni in cui questa tende a svuotarsi ed affrontare alcune problematiche esistenziali che non ci vengono presentate, ma che si rivelano umanamente intuibili allo spettatore, il quale entra facilmente in empatia con la donna.

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Madrid è, al pari dei personaggi che nel corso dei giorni si affiancheranno ad Eva, una protagonista indiscussa, un ambiente vivo più che un semplice contorno offerto alle azioni dei vari personaggi. Eva decide di esplorare in lungo e in largo una città che già conosce per sperimentare un nuovo comportamento, per aggirarsi in cerca di qualcosa che le è sfuggito, per ottenere un nuovo sguardo, nuove immagini e categorie mentali con cui sciogliere i suoi dilemmi, per poi tracciare una nuova via da percorrere in quel settembre che sancisce la fine dell’estate e ci obbliga a trovare delle risposte. “La Virgen de Agosto” è un racconto intimo, a tratti mistico, ma che non perde mai il proprio realismo in quanto narra uno dei tanti momenti della nostra vita in cui lo scorrere del tempo ci sembra rallentare per darci la possibilità di porci le giuste domande e darci le (si spera) giuste risposte, giungendo magari a donarci una rivelazione inaspettata e proprio per questo tanto preziosa.

-Alessandro Berti

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Brunori Sas, Vol. 1(0) – Cosa vuol dire essere cresciuta in questo decennio con Dario Brunori

Era il 2009 quando per la prima volta sulla scena musicale appariva un certo Brunori Sas: un nome emblematico ed immediatamente riconoscibile, certo, ma quello che l’ha sempre caratterizzato di più è stato il fatto di aver riportato il cantautorato all’interno del dibattito musicale nazionalpopolareDario Brunori (al secolo), calabrese di nascita e di cultura, è riuscito con i suoi testi profondi e allo stesso tempo delicati a farci riflettere sul quotidiano, sul nostro vissuto, sul sociale e (anche) sulla politica.

Dieci anni fa. A guardare indietro sembra un secolo, eppure è un arco temporale abbastanza breve. Dieci anni fa arrivava nelle nostre cuffie e nei nostri stereo quello che è il primo lavoro del cantautore calabrese, Volume 1, che oggi ha voluto lui stesso ricordare con un video (link: https://www.youtube.com/watch?v=lgpS3IT3RGI&feature=youtu.be) in cui il Darione nazionale ha intonato una delle sue canzoni più famose: Guardia ’82.

Guardia (Piemontese, ndr) non è altro che la località di mare in cui sono cristallizzati i ricordi, da quelli dell’infanzia a quelli della maturità passando per l’adolescenza: è un locus amoenus dove possiamo ritrovare noi stessi, anche a distanza di anni. Sembra proprio quello che ha voluto ricordarci Brunori con questo video: non dimenticare l’origine, l’inizio della propria avventura artistica, senza nostalgia, perché tanto altro ha da dirci (o meglio, lo spero).

Comunque sia, gli elementi del grande cantautore emergono già in questa opera prima, anche se non era scontato arrivare ai traguardi raggiunti, soprattutto tenendo conto del contesto in cui l’album è nato.

volume uno brunoriVol.Uno (copertina) Brunori Sas

In un 2009 fatto da giovani hipster (l’indie era ancora una nebulosa in via di espansione), Dario Brunori ha già 32 anni. Non aveva la barba, che fa molto cantautore; ammettiamolo, era uscito senza hype con due baffi sul viso, occhiali da pentapartito e look da impiegato provinciale,  ma con una semplice chitarra acustica ha saputo dare vita a una sublime rivoluzione linguistica, in un panorama italiano molto diverso da quello attuale. Infatti non tardano ad arrivare i primi riconoscimenti nazionali: Premio Ciampi come miglior disco d’esordio, Targa Tenco come miglior esordiente, 140 date in Italia, premio KeepOn come miglior live della stagione.

Il merito di Vol. 1 è stato quello di inserirsi autonomamente in un frangente di rinnovamento per la scena, insieme ai coetanei “Canzoni da spiaggia deturpata” di Vasco Brondi e “L’amore non è bello” di Dente. Tutti e tre cantautori. Tutti e tre nomi che hanno avuto un peso rilevante nella trasformazione della musica italiana.

La storia di Brunori era diversa rispetto a quella dei due colleghi: meno alternativo e sofisticato, più solare e popolare; Brunori Sas è proprio il cantautore che ha ripreso il senso popolare della musica, quello che identifica un genere (in questo caso cantautorale) che è potenzialmente per tutti. Quello di Dalla e Rino Gaetano, per intenderci.

Proprio la somiglianza con quest’ultimo, origini calabresi a parte, è stato parte integrante di un lungo post firmato TheGiornalisti datato 2012.

(link: https://www.facebook.com/thegiornalisti/posts/448311198543929)

Quella fu la svolta. La svolta che fece capire all’Italia degli anni 2010 che c’era bisogno di un cantautore, nel senso più nobile e popolare del termine.

Fu la svolta anche per me. Dodicenne, cresciuta con la grande tradizione cantautorale italiana, ma che non aveva in playlist nessun brano contemporaneo in lingua italiana.
Erano gli anni in cui, pur di non sentire il pop-smielato e la musica commerciale in circolazione, ero “costretta” a recuperare i grandi nomi del passato, soprattutto quelli dei gloriosi anni ’60 e ’70.
Stavo crescendo, maturando, e quei “compiti a casa” svolti in terra straniera, tanto mi aiutarono a capire la musica e i testi di chi, da lì a qualche anno, avrebbe occupato un posto rilevante nel mondo musicale italiano. Brunori è stato il secondo “amore”, per me. Il primo si chiamava Le Luci della Centrale Elettrica (alias Vasco Brondi), che lo scorso dicembre ha salutato le scene, ma questa è un’altra storia.

Dario Brunori, a differenza di Vasco, ha risvegliato in me una forte criticità e un forte sentimento alla vita “provinciale” che all’epoca conducevo. Era il cantautore della mia quotidianità, del profondo sud e dei paesi sconosciuti.  Era la colonna sonora dei primi momenti, delle prime scoperte e dei primi amori (questa volta veri). Era l’inizio di uno sviluppo critico ed emotivo che mi ha portato fino a qui, a come sono ora.

Lunga vita alla chitarra, alle parole vere e non scontate, alle piccole e semplici cose.
Lunga vita a Brunori Sas perché con lui a casa andrà (sempre) tutto bene.

 

-Lucilla Troiano

 

Nota del responsabile editoriale: Ringrazio Lucilla per aver scritto questo articolo con il cuore; Dario Brunori ha significato anche per me qualcosa di veramente importante (scrissi, poco più di un anno fa, l’articolo sul suo tour nei teatri): una compagnia musicale costante in questi anni (ho la discografia completa) e un infinito stimolo artistico che mi ha trasmesso la passione per la chitarra e per la buona musica in generale. Non mi dilungo perché è già stato detto molto e per spiegare adeguatamente Brunori servirebbe un libro, ma sentivo l’esigenza di unirmi agli auguri per i dieci anni di carriera di un grande esponente della musica cantautorale italiana dei tempi moderni. Nella speranza di poter commentare con altrettanto entusiasmo i secondi dieci anni di attività, concludo con un semplice quanto sentito “Grazie Dario”.

-Gabriele Russo

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Il grigio e il giallo illuminano la città

Esperienze estetiche di ogni tipo e ad ogni livello percettivo si susseguono in questo plumbeo ma contemporaneamente eclettico paesaggio metropolitano. Semafori giallo elettrico emergono dal grigiore dello scenario scandendo la cronemica interiore della città.

Dentro a questi contenitori di umanità, mentre artisti survivalisti o sedicenti tali si chiudono nei loro “atelier” divertendosi in trovate creative o in esercizi accademici che tendono più all’autarchico e all’autoreferenziale, altri, invece, affascinati, traumatizzati o terrorizzati, scelgono di esprimere e appropriarsi di tutte quelle dissonanze contemporanee che nella urbanità conoscono i propri massimi estremi. Tra questi ultimi rientra sicuramente l’artista sudcoreana Kimsooja che presenta all’interno della mostra La strada dove si crea il mondo presso il Maxxi fino al 28 aprile 2019, una propria video-performance, intitolata A needle woman. Nell’opera, Kimsooja  si pone come soggetto al centro dell’inquadratura fissa dando le spalle all’osservatore e confrontandosi con tutte le (non)reazioni dei passanti che camminandole davanti finiscono così per rappresentare un’ondata indistinta e inafferrabile di individualità. Osservare senza essere osservati, come davanti ad una sorta di acquario. Sono ora  possibili riflessioni rivolte in realtà a noi stessi ( in quanto a propria volta parte di un habitat urbano) a partire dagli altri, ma a patto di fermarci almeno per un istante e alzare lo sguardo in maniera attiva e consapevole.

Questo è quello che ci chiede per esempio l’artista cileno Alfredo Jaar per poterci accorgere della presenza delle sue affissioni “pubblicitarie” nell’opera Chiaroscuro distribuite in alcuni appositi spazi per le strade di Roma oltre che all’interno del Maxxi. In questi suoi manifesti è riportata la storica citazione di Antonio Gramsci “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire e in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Forse il gesto veramente rivoluzionario, sembra consigliarci Jaar, è scoprirsi capaci di una consapevole sensibilità anche di fronte alle suggestioni che ci offre il quotidiano, nei soliti luoghi e attraverso le stesse vie che compiamo ogni giorno.

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A questo punto non possiamo non realizzare come, razionalmente o involontariamente, nelle produzioni di tali artisti l’universo metropolitano irrompa prepotentemente riflettendosi, tra le sue tante manifestazioni, in un sottofondo di solitario smarrimento e in esperienze di immersiva asocialità. Ne è un esempio il video“Pre-umage ( Blind as the mother tangue)” realizzato dall’artista Hiwa K. in cui si fa riprendere mentre cammina tra sentieri, porti e rumori urbani tenendo in equilibrio sul naso una specie di asta con vari specchietti grazie ai quali si orienta, vagando senza meta tra anti-estetici e a-cromatici paesaggi sub-urbani e portuali.

Alla fine forse, davanti a tutte queste immagini che possano fare in un qualsiasi modo da finestra su tali realtà, si ha come l’impressione che le varie possibili riflessioni tendano a sintetizzarsi verso una sola: da questo sfondo grigio di umanità potrà mai di nuovo concretizzarsi una persona e diventare il centro del nostro interesse, magari sotto la vertigine della ricerca di una delle nostre metà perse o almeno che sia “Uno” e non più “chiunque”?

 

-Michele Espinoza

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Impressioni di Giselle

Sabato 2 marzo 2019 è stato rappresentato dalla compagnia del Balletto di Roma, sotto la direzione artistica di Francesca Magnini, il balletto Giselle, presso l’intimo e moderno Teatro Vascello. I due atti dello spettacolo sono stati curati da due coreografi di fama internazionale, rispettivamente da Itamar Serussi Sahar, formatosi all’età di quindici anni presso Israel Arts High School e Chris Haring, vincitore del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Centosettantacinque anni fa lo spettacolo fu messo in scena per la prima volta, emblema del balletto romantico dell’ottocento e gioiello della danza classica. Per CulturArte hanno assistito allo spettacolo Carmen Ciccone e Maria Chiara Petrassi, che ci danno nell’articolo che segue le loro impressioni sulla piece.

La trama, come prevede la tradizione, è semplice ma caratterizzata da scene di forte patos e costumi di scena divenuti emblematici nei secoli. Il conte Albrecht, travestito da popolano, lusinga la contadina Giselle. Nel giorno in cui è incoronata reginetta del villaggio la ragazza scopre che Albrecht è già fidanzato, impazzisce e si uccide. Sepolta nel bosco come spetta ai suicidi, ogni notte danza con le altre Villi (le anime delle donne tradite prima del matrimonio) e con la loro regina Myrtha, che si vendica con gli uomini che incontra facendoli danzare fino alla morte. Il Conte in visita alla tomba di Giselle viene catturato dalla regina: riuscirà a salvarsi grazie all’amata Giselle, che lo sosterrà durante l’estenuante danza che finisce all’alba del nuovo giorno.

Petrassi:

La Giselle rappresentata dal Balletto di Roma cambia radicalmente da quella che conosciamo: le donne, attraverso l’aldilà, utilizzano l’immortalità per uccidere coloro che le hanno fatte soffrire in vita. Una legge del contrappasso che dona rivincita a queste fanciulle, non più deboli e deluse ma forti e a tratti demoniache. Nello spettacolo i  ballerini abbandonano completamente le vesti del balletto classico, immergendosi in una coreografia di danza contemporanea. Non appaiono più con i tradizionali costumi ottocenteschi ma indossano pallidi e rosei body anatomici che mettono in risalto la loro nuda esistenza. Le musiche originali di Adolphe Adam sono riadattate, letteralmente scomposte e ri-mixate con dialoghi in inglese di un noto film da sottofondo o loop ripetitivi di stesse note. Il secondo atto si apre negli inferi, in cui le Villi (le fanciulle) danzano in maniera spettrale e sembrano quasi stregate da una musica che risuona: Il cielo in una stanza di Gino Paoli, la melodia appare rallentata e canticchiata da una voce femminile che inevitabilmente, grazie all’uso di luci soffuse, crea un clima horror e ultraterreno. In seguito questa danza si articola insieme agli uomini (gli amati delle Villi) fino all’arrivo di Albrecht e Giselle. La coreografia è meno tecnica, più incentrata sul sentimento e sull’espressività dei due ballerini. Fino al culmine in cui il conte esausto di ballare questa danza, con il solo scopo di farlo arrivare al cedimento, cade a terra in preda quasi a convulsioni, con accanto Giselle che accarezzandolo gli permette di riprendere vita e scappare via. Ciò che ci viene trasmesso è l’idea che la vendetta sia capace di alleviare il dolore della perdita, è dunque questo l’ultimo guizzo di umano che la vita concede a Giselle, prima che i corpi si affrontino definitivamente. Concludo affermando che questo spettacolo mi ha lasciato inizialmente interdetta: il cambiamento così drastico di questo balletto è graduale da elaborare (per persone appartenenti al mondo della danza). Una volta superato il forte impatto del cambiamento, si apprezza il tentativo di voler rappresentare una storia diversa, fino ad accompagnare gli spettatori a riflettere e a capire il vero scopo dei due coreografi. La pecca più grande è l’aver dato per scontata la trama (non tutti potevano conoscerla) e l’aver creato uno spettacolo, assolutamente non alla portata di tutti. Uno spettacolo fin troppo intellettuale che solo un pubblico appartenente a quel mondo avrebbe potuto comprendere. È da apprezzare il forte cambiamento e il coraggio nello smuovere uno dei colossi del balletto classico che talvolta, se non modificati o riadattati al XXI secolo, rischiano di rimanere bloccati nella loro epoca ad impolverarsi.

Ciccone:

Nel primo atto ritroviamo una danza individuale estremamente ‘’potente’’ a livello fisico. Il secondo invece assume una dimensione più corale. Da ballerina, classica in particolar modo, pur rimanendo fondamentalmente tradizionalista, non ho potuto non rendermi conto dell’accuratezza dei ballerini, precisi nei movimenti ed impeccabili nella sincronizzazione. Un bravo spettatore deve cogliere l’essenza di ciò che vede e Giselle resta, in qualunque modo, una storia unica per i temi umani che tratta: l’amore che vince sempre su tutto, la morte e la vendetta come cura per il dolore.

I ballerini del Balletto di Roma hanno saputo esprimere questi sentimenti con maestria, accingendosi anche ad un compito più complesso rispetto a quello del balletto classico, del quale si riconosce meglio la trama, poiché appunto attraverso questo tipo di danza ne risulta meno automatica la lettura.L’arte della danza ha un privilegio estremo, quello di poter trasmettere con il proprio corpo emozioni che in realtà si trovano nell’animo.

Uno spettacolo di danzatori professionisti è il frutto di mesi di prove, di sacrifici, sudore, momenti no, ma anche di riconoscimenti e complimenti: chi è salito su di un palco almeno una volta nella vita sa di essere un privilegiato. La serata in cui ho visto lo spettacolo è finita tra gli applausi incessanti del pubblico, commosso dal momento più caldo, quello dell’inchino dei protagonisti che hanno regalato così tante emozioni in così poco tempo. In realtà, quando mi trovo di fronte a così tanta bravura e lavoro, sento di essere io quella che dovrebbe prostrarsi.

In un attimo però le luci della sala si spengono e tutti vanno via. Nel modo che posso, dico solo “Grazie” ai ragazzi della compagnia, se l’intento era impressionare positivamente, ci siete riusciti.

-Maria Chiara Petrassi e Carmen Ciccone

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In viaggio con Novecento

Il buio più totale. Silenzio più oscuro del buio. Poi uno stralcio di luce: sul palco compare il narratore Max Tooney, interpretato dal brillante e coinvolgente Fabrizio Pinzauti, fiorentino, unico attore e regista dello spettacolo intitolato Virginian.  Nei pressi del Colosseo, nel piccolo e suggestivo Teatro Ivelise, è andato in scena il 26 gennaio lo spettacolo tratto dal celebre romanzo di Alessandro Baricco Novecento, parola che racchiude uno dei monologhi più significativi della letteratura contemporanea.

L’opera dello scrittore torinese, pubblicata nel 1994, narra la storia del giovane orfano Benny Goodman T. D. Lemon Novecento nato a bordo del piroscafo “Virginian”: su di esso il giovane Novecento divenne presto un favoloso pianista che suonava per intrattenere i migranti in viaggio verso l’America in cerca di un futuro migliore, storia che si protrae fino all’anno dell’ambientazione del monologo, il 1943. Pinzauti interpreta la parte dell’amico Max Tooney, trombettista nonché narratore di questa meravigliosa storia.

Del 1998 invece è l’adattamento cinematografico di Giuseppe Tornatore, musicato dall’insuperabile Ennio Morricone, La leggenda del pianista sull’oceano con attore protagonista Tim Roth; il film ottenne numerosi riconoscimenti di prestigio tra cui 6 David di Donatello nel 1999 e un Golden Globe nel 2000.

Nella realtà è esistito un Virginian, precisamente il transatlantico RMS Virginian varato nel 1905 e smantellato nel 1954; nel 1912 svolse addirittura un ruolo di primo piano nella vicenda dell’affondamento del Titanic: il Virginian infatti si trovava in prossimità del disastro ed ebbe modo di stabilire un contatto con il famoso transatlantico.

Sugli spalti si respira un’aria intima e di raccoglimento, appena si spengono le luci il buio e il silenzio si diffondono nel teatro e una musica nostalgica di sottofondo dà inizio allo spettacolo. Sulla destra del palco, seduto su di un baule e con in mano un cappello, l’attore protagonista è illuminato soltanto da una luce fioca. La scenografia è composta di pochissimi elementi (un baule, dei gradini, una tromba e un pianoforte); è Pinzauti , con il suo modo di essere padrone sul palco e con la sua capacità di raccontare, che ha il potere di far volare l’immaginazione del pubblico rendendo di fatto superflua ogni scenografia.

Sembra di sentire Novecento suonare, sembra quasi di poterlo vedere seduto di fronte a quel pianoforte, il pubblico si emoziona assieme al protagonista all’ascolto delle note suonate e grida insieme a lui quando l’America spunta all’orizzonte. Lo spettacolo è avvincente per tutta la durata, cosa non scontata vista la difficoltà del monologo; l’autore/attore lo ha smontato e ricreato per noi mettendo in scena una storia che come un film scorre davanti ai nostri occhi e nelle nostre menti. È proprio questa la bravura dell’artista: la capacità di creare solo con se stesso e la propria voce immagini e azioni soltanto stimolando l’immaginazione degli spettatori.

Pinzauti è riuscito in questo. Non abbiamo mai staccato gli occhi dallo spettacolo, pendendo dalle sue labbra e catturando con gli occhi (e con la reflex) ogni suo gesto e movimento. Alla conclusione dello spettacolo gli applausi non si sono fatti attendere: il pubblico è emozionato ed entusiasta. Bella l’attenzione dell’attore per il pubblico alla fine dello spettacolo, coinvolto in un interessante “after show” ricco di domande e riflessioni . Fabrizio Pinzauti afferma di non identificarsi nel personaggio di Novecento, genio in una cosa ma frana nel resto,  ma molto di più nelle sue paure e nella sua esigenza di certezze; questo suo bisogno porta Novecento alla scelta drastica del finale, che lui comprende ma non condivide: l’attore e regista conclude dicendo che questo monologo lascia delle domande più che dare delle risposte.

Da studentesse che frequentano davvero poco teatri e spettacoli, siamo rimaste davvero piacevolmente soddisfatte. Pinzauti ci saluta con il sorriso sincero di chi ha svolto il suo lavoro con tanta passione e soddisfazione. Durante il tragitto di ritorno per casa, ripensando allo spettacolo lo si poteva rielaborare chiaramente come un film, di quelli così coinvolgenti e vivi che senti subito nostalgia per ciò che ti hanno fatto provare.

-Geraldine Aureli e Claudia Crescenzi

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SCAVARE FOSSATI-NUTRIRE COCCODRILLI – ZEROCALCARE AL MAXXI

Zerocalcare, alias Michele Rech, ha 36 anni, vive a Roma nel quartiere di Rebibbia, “terra di corpi reclusi e cuori grandi”, e attraverso i suoi disegni caricaturali ci racconta il periodo sociale e politico dagli anni ’90 ad oggi.
Racconta storie di periferia, di quotidianità, di scuola e amici, racconta la precarietà di una generazione sfortunata, di una denuncia alla società in cui viviamo.
Racconta storie di lotte per i diritti di tutti gli esseri umani, di manifestazioni di libertà e uguaglianze, di abusi nei confronti di chi è vittima, storie di occupazioni, sgomberi, di governi fascisti e poteri razzisti, di anticultura e social network.

La mostra a lui dedicata, Scavare fossati-nutrire coccodrilli, al MAXXI di Roma dal 10 novembre 2018 al 10 marzo 2019, raccoglie più di 600 opere e lavori disegnati dal fumettista nel corso degli anni.

Salendo una scalinata su cui si staglia il mammuth di Rebibbia “qui ci manca tutto e non ci serve niente” è raccontata in breve la vita di Michele, i suoi esordi con autoproduzioni e Bassotti che occupano il deposito di Zio Paperone,  di corsi di fumetto e dell’arrivo del nome ZeroCalcare dalla pubblicità di un detergente, di collaborazioni con periodici e testate (Internazionale, L’Espresso, La Repubblica e molti altri), del suo sito Ink4Riot e del successo dei suoi 9 libri, pubblicati per la BAO Publishing.

La grande sala espositiva, che ha dall’alto la forma dell’armadillo (suo storico compagno di avventure, personificazione della sua coscienza), è organizzata in 4 sezioni:

– Pop
Storie di quotidianità e vita personale, rapporti con parenti, amici e adulti, ambientati in un’Italia che cambia, dall’infanzia del benessere economico del game boy, di supereroi e cartoni animati in televisione a tutte le ore, alla matura precarietà di una nuova crisi economica senza lavoro e vie di futuro;

– Tribù
In un’età in cui ci si sente disadattatati e contro il mondo, c’è solo un (non)luogo in cui ci si sente accettati: la tribù, il tuo gruppo, i tuoi amici, persone che la pensano proprio come te.
Il (non)luogo di Michele è la tribù della musica punk.
Tavole, copertine di dischi e locandine ci raccontano di concerti, centri sociali e delle mille sfumature e sottoculture del genere;


– Lotte e Resistenze

Vignette, manifesti, volantini, poster e illustrazioni per raccontare le lotte e le resistenze alle ingiustizie, per raccontare di assemblee, cortei, scioperi, occupazioni e militanza, “con rabbia e con amore”;


– Non Reportage

Fatti di cronaca nazionale e internazionale, vissuti spesso in primo piano dall’artista.
I massacri del G8 di Genova (evento significativo nella sua vita) con le tavole “In ogni caso nessun rimorso”, “La memoria è un ingranaggio collettivo”; i “diari” dei viaggi in Kurdistan, per dare voce e immagine, attraverso la raccolta “Kobane calling”, a un conflitto silenzioso, a una ricerca di libertà di un popolo che i media ignorano e distorcono; la denuncia per la città di Roma e lo stato in cui è abbandonata.

Una grande parete, ricoperta da manifesti disegnati negli anni, ci descrive un periodo: concerti, festival, dibattiti, assemblee, i cortei #MaiconSalvini e quelli del 25 aprile, i 10 anni di Borghetta, quando è andato a fuoco il CSOA La Strada, le manifestazioni antifasciste, per i diritti alla casa, alla ribellione, per ricordare compagni come Carlo, Federico, Stefano, Renato.

Un’immersione in un mondo di valori e ideali di rispetto, integrazione, uguaglianza e libertà, che oggi troppo spesso rischiano di essere (invano!) sopraffatti e cancellati.

 

-Irene Iodice

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“Mi piace pensare a noi come a una famiglia di artigiani, con l’insegna dei negozi storici: Proietti e figlie”

Carlotta Proietti, talentuosissima attrice di teatro ma anche del piccolo schermo, ottima cantante e conduttrice televisiva, si racconta e ci racconta con spontaneità e freschezza dei suoi lavori più recenti, del suo importante percorso artistico e della sua “famiglia di artigiani”.

 

Dunque Carlotta, cominciamo dal successo di quest’estate: il Silvano Toti Globe Theatre di Roma ti ha vista protagonista (nel ruolo di Caterina Minola), dal 31 agosto al 16 settembre, de La Bisbetica Domata di William Shakespeare. Affiancata da un cast non meno eccezionale e dalla sapiente e arguta regia di Loredana Scaramella, hai ricevuto ottime critiche e svariati “bravo” dal pubblico. Tuttavia nasce spontanea una riflessione di timbro leggermente amaro. Una riflessione su -come riporta il sito web ufficiale del Globe Theatre- «quell’ultimo lungo monologo nel quale la ex bisbetica e indomita Caterina tesse le lodi della mitezza e della soggezione allo sposo. Quello sposo che dal momento in cui la incontra la sfida, la affronta, la inganna, la porta con sé in una casa inospitale […] e la riduce prima al silenzio e poi alla conversione a discorsi non suoi.». Avrai risposto già tante volte a questa domanda ma, da donna e da tua fan, non posso proprio esimermene: cosa ha significato per te e per l’intero cast, ad oggi, prendere parte ad una commedia tramite la quale lo stesso Shakespeare intendeva criticare il ruolo e la condizione della donna già in epoca elisabettiana?

Carlotta Proietti: Ha significato un grande privilegio: Shakespeare è un autore immenso. Non credo alla tesi del Bardo antifemminista perché non avrebbe collocato una storia all’interno di un’altra così come ha fatto, cominciando con un prologo che narra una vicenda totalmente staccata da quella di Petruccio e Caterina. In ogni caso la questione rapporto uomo-donna ha suscitato molte discussioni e interessanti chiacchierate con la nostra regista, Loredana Scaramella e con il resto della compagnia. Lei ha deciso di ambientare la pièce negli anni 30, nel ventennio fascista. La sua scelta era volta a raccontare la donna di quell’epoca – una figura che cominciava ad emanciparsi ma che era ancora vista come una figura valida per la società in quanto madre e moglie, non in quanto donna autonoma. Noi raccontiamo Caterina come una donna con la sua personalità che non è disposta a modificare per sottostare alle regole della società, e che cambia con l’arrivo di Petruccio nella sua vita, il quale la costringe a piegarsi all’obbedienza della volontà maschile. Tuttavia quando si arriva al finale torna Sly, il protagonista del prologo. La commedia nella commedia a quel punto si “smonta”; cadono le maschere, vengono via le parrucche, quello che vi abbiamo raccontato è semplicemente una “favola”. Sly recita la sua celebre battuta affermando di saper “domare una donna indiavolata” perché lo ha visto fare da Petruccio con Caterina, e in risposta a questo l’intera compagnia rientra in palcoscenico – da attori, non più da personaggi – e canta la canzone Illusione. Questo per dire che ciò che avete visto è illusorio, è finzione, non è vero niente.

Noi l’abbiamo gestita in questo modo, sperando di comunicare al pubblico non certo la visione di una donna sottomessa all’uomo ma bensì una favola che si scioglie nella fine di uno spettacolo (nello spettacolo), una fiaba il cui epilogo rimette tutti a paro. E’ una compagnia di teatro di varietà in cui un gerarca fascista si è imposto come attore…e così facendo probabilmente si è reso anche piuttosto ridicolo.

 

Hai recentemente annunciato sui social che tornerai/sei tornata a trovare il “paterno” palco della seconda stagione di Cavalli di Battaglia ma la tua prossima esperienza a teatro, se non vado errata, consisterà nel ruolo della co-protagonista Nina ne La commedia di Gaetanaccio di Luigi Magni. Affiancherai Giorgio Tirabassi nel ruolo di Gaetanaccio, per l’appunto, in questa meravigliosa commedia diretta da Giancarlo Fares che torna in scena al Teatro Eliseo di Roma (dal 19/02 al 10/03/2019) a quarant’anni esatti dal suo debutto. Come riporta il sito ufficiale dell’Eliseo, la tua presenza nel cast vuole anche in qualche modo suggerire una sorta di continuità con l’allestimento storico dello spettacolo, allora diretto e interpretato da Gigi Proietti. Anche in base a questo, cos’è per te questa commedia?

Per me significa un’enorme responsabilità. La stessa che sento in qualsiasi nuovo lavoro intraprenda, ma in questo caso si tratta di un testo che conosco da sempre e di cui ho ascoltato le canzoni fin da bambina. Purtroppo non l’ho visto perché non ero nata, ma non avrei mai immaginato di avere il privilegio di interpretare un personaggio scritto da Gigi Magni e la cosa mi emoziona. L’aspetto bizzarro è che non è stata un’idea di mio padre, al contrario quello di Gaetanaccio, nella sua nuova edizione, è un gruppo di lavoro con cui collaboro per la prima volta e sono davvero lusingata che abbiano voluto me per il ruolo di Nina. Significa per me una grande gioia.

 

Attrice, cantante, conduttrice televisiva, saranno in tanti a pensare che l’essere figlia di Gigi Proietti ti abbia aperto varie strade o quantomeno aiutata, sbaglio? Pur ritenendo che tu abbia a prescindere un talento straordinario, indubbiamente anche coltivato (ma non veicolato) da un’educazione artistica importante al livello familiare, immagino debba essere stato difficile a volte uscire dal pregiudizio del “figlio di…”.

Inizio con lo svelarti che prima di essere figlia d’arte, sono nipote d’arte. Mia nonna materna era austriaca, una cantante e ballerina del varietà. Quindi chi vuole può recriminarmi intere generazioni di raccomandazioni! Scherzi a parte, essere “figlia di” per me è prima di tutto un privilegio. Significa crescere nel parco giochi più divertente che c’è: il teatro. Un luogo che ti fa sognare ma che ti insegna continuamente qualcosa, anche tuo malgrado. Potrei dirti che “non è facile” ma cosa è facile? Penso ci siano enormi difficoltà così come gioie e soddisfazioni in qualsiasi strada si scelga di percorrere, se vuoi fare le cose per bene. Il mio lavoro è la mia passione e questo lo condivido con mio padre. Se c’è una cosa che definirei – più che difficile – complessa è stato capire che tra me e il pubblico c’è un filtro: il pregiudizio. Ma non biasimo chi giudica senza conoscere (il mio cognome arriva prima di me) perché lo faccio anch’io quando vedo un figlio d’arte! Quindi la cosa migliore da fare nel mio caso è stato lavorare perché questo non diventasse un ostacolo, perché non sia un “problema”. Ho la fortuna di stimare mio padre e di avere con lui un bellissimo rapporto di stima reciproca e scambio. Sicuramente ci sarà sempre chi penserà male di me ma per questo non posso fare nulla. Lo accetto e sono orgogliosa di far parte di una famiglia dove si ha grande rispetto del proprio lavoro e che collabora come un gruppo (mia sorella è scenografa e costumista). Mi piace pensare a noi come a una famiglia di artigiani, con l’insegna dei negozi storici, Proietti e figlie. D’altra parte ogni mestiere è un’arte; noi siamo figlie di questa.

 

Qualche tempo fa vidi per la prima volta, restandone immensamente colpita, il video del discorso che Robert De Niro tenne nel 2015 ai neo-laureati della Tisch, l’accademia delle arti di New York. Tra il brutale e l’ironico alcune delle sue parole furono: «Da oggi comincia un lungo percorso di rifiuti e porte sbattute in faccia. […] Un rifiuto può far male ma, secondo me, ha davvero poco a che fare con chi siete. Quando fate un’audizione o una presentazione, un regista o un produttore o un investitore spesso ha qualcos’altro in mente. Ecco come vanno le cose». Proprio ritenendo che nonostante il tuo cognome questo difficile mondo sia stato a volte un po’cattivo anche con te, come con tutti, vorrei chiederti di commentare queste parole e lanciare un messaggio a tutti i giovani che preferiscono ignorare il fuoco artistico che sentono bruciargli dentro pur di non intraprendere un percorso così difficile e a tratti doloroso.

Nonostante il mio cognome ho fatto numerosi provini finiti male e più di un’agenzia di spettacolo mi ha rifiutata proprio per il cognome che porto. Ovviamente posso parlare solo della mia esperienza e ho fatto un percorso un po’ singolare: nasco come cantante e non pensavo mai di recitare. Poi piuttosto “tardi” (a 30 anni) mi sono accorta che volevo migliorarmi, acquisire nozioni tecniche da palcoscenico per continuare la carriera di cantante e cantautrice in modo più completo e professionale. Così mi sono iscritta a una scuola di teatro (Il Cantiere Teatrale di Roma) e ho studiato. Ci tengo a dirlo certo non per vantarmi, ma perché credo sia importante avere la voglia di migliorarsi, sempre, e non credere che con un provino si diventi “famosi”. Sì, può succedere, ma bisogna a mio avviso prendere questo mestiere molto seriamente: con la dovuta preparazione, lo studio, i sacrifici, l’impegno, la “gavetta”, ma soprattutto la curiosità. Finita la scuola, ho avuto la fortuna di conoscere degli attori coi quali ci siamo “autoprodotti” per circa quattro anni. L’autoproduzione in teatro vuol dire fare tutto da sé, dal concepire un’idea fino a montare e smontare le scenografie. E ovviamente andare in scena la sera! Tutto questo semplicemente per dire che se si vuole fare, specie oggi, il mestiere dell’attore, ritengo si debba essere pronti a tutto non dimenticando mai da dove si viene.

 

Per concludere, dal momento che credo di averti già trattenuta abbastanza, mi ricollego alla natura un po’ dolceamara de La commedia di Gaetanaccio che affronta temi incredibilmente attuali. Da frequentatrice assidua di cinema e teatri soprattutto, ti chiedo: quanto è rischioso produrre nuove opere teatrali in un mondo che va veloce e ha sempre meno tempo per nutrire le arti? Gaetanaccio e gli altri teatranti fanno la fame e sono costretti ad “inventarsi la vita” per poter andare avanti. Non è assolutamente la stessa esasperata situazione, è chiaro, ma hai mai avvertito la sensazione che un’opera originale e dunque non già avvolta da notorietà non ricevesse adeguati riconoscimenti e attenzione? Che significa essere oggi un attore teatrale?

In un momento in cui si viaggia veloce e sull’onda dell’emotività (clicco su un post se mi attira), sarebbe giusto approfondire, non fermarsi alla superficie ma andare oltre. Per fare un parallelo, di un giornale (cartaceo o digitale) non leggere solo i titoli ma gli articoli interi. Ogni stimolo, ad esempio una parola nuova che si impara, apre una porta. Insomma, penso sia necessario avere curiosità. Tanta e inesauribile. Vedere spettacoli, film, concerti, di tutti i generi. Tenersi informati su quello che succede, di quali sono le tendenze, non seguire per forza le mode ma nemmeno disdegnare un progetto solo perché “mainstream”.

Il rischio nel produrre qualcosa di nuovo c’è sempre, ma è proprio questa la funzione del teatro. La commedia di Gaetanaccio racconta di un personaggio vissuto nel ‘700. Magni usa il pretesto di un burattinaio realmente esistito, che sbeffeggiava i potenti del suo tempo, come parallelo del momento storico in cui scrive la commedia (siamo nel ‘78), quindi del contrasto tra artisti e intellettuali. Allora era una nuova produzione, oggi è una ripresa ma sarà una versione totalmente nuova, verrà recepita in modo diverso e secondo me sarà interessante vedere come.

Rimanendo in tema Gaetanaccio, ritengo che per essere attori oggi bisogna avere una predisposizione a reinventarsi continuamente. E’ una vita che ti mette a dura prova perché alterna periodi colmi di impegni a mesi senza lavoro. E’ un ambiente duro come qualsiasi altro. Se non altro noi abbiamo il vantaggio di sentire meno la “crisi”: il teatro è in crisi da sempre. Non voglio finire con questa nota amara ma preferisco essere sincera. Non è semplice la vita dell’attore di teatro, nemmeno per me che ho la fortuna di esserci cresciuta. Ma quello che ti da in cambio è semplicemente  insostituibile.

 

Anche noi preferiamo indubbiamente la sincerità. Grazie per il tuo tempo Carlotta e in bocca al lupo (anche se in ambito teatrale l’espressione adatta sarebbe “tanta mer*a!”) per La Commedia di Gaetanaccio e per tutti i tuoi prossimi lavori.

-Margerita Cignitti

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Il Cinématographe Lumière nella società di massa

Fin de siècle. L’Europa sciagurata, che con certezza di opinione amava autodefinirsi dominatrice del mondo, si dirigeva come un treno in corsa dalla seconda industrializzazione alla prima guerra mondiale e in quel tripudio di fermenti positivisti e pioneristici, caratteristici della belle époque, il vecchio continente nell’ora del suo tramonto era ironicamente bello a vedersi. Bello appare ancora a noi osservandolo negli oltre 1400 filmati contenuti nel catalogo Lumière, nel quale, diviso per generi, è raccolto tutto il materiale girato dai due fratelli di Lione dal 1895 al 1907. Se il verdetto storico che li sancisce come i padri del cinema può essere oggetto di discussione, non può esserlo il loro ruolo di grandi inventori, industriali e primi autori del cinema. I Lumière sono stati capaci di restituirci, nonostante la giovinezza del loro mezzo, un’immagine sensazionale degli uomini e della terra in cui agivano attraverso delle vedute estremamente positive e dei ritratti provenienti da ogni continente grazie agli operatori Lumière dispersi per il globo.

Il cinema attirò inizialmente le masse urbane occidentali mostrando con la propria funzione documentarista il dinamismo crescente della vita quotidiana, della realtà registrata, sia quella esoticamente lontana, sia quella in cui si era direttamente immersi. Ma nei filmati dei Lumière già si può ammirare una prima conversione alla finzione, che Méliès svilupperà immediatamente dopo: furono allestite scene surreali, umoristiche, ironiche. Il dinamismo delle loro pellicole contiene tutto il futuro del cinema, mostra la vita come non si era mai potuta contemplare. Gli operatori riprendono unitamente, con i loro incredibili strumenti, la realtà ed il regno del miracolo, in un connubio di ingenuità e purezza. Con spirito innovatore i due fratelli hanno mise en scène l’entusiasmo che stava per travolgere il mondo. Un mondo controllabile e presuntuosamente sorvegliato da quell’Europa che ora poteva andarsene in giro collezionando sempre nuove vedute, spostando costantemente l’orizzonte, alimentando fantasie e concezioni. La rivoluzione permanente delle immagini ha inizio con i Lumière, che – come disse il grande Jean Renoir – “aprirono la porta alla nostra immaginazione”, elevando di fatto il cinematografo a Settima Arte. Un mezzo di proiezione ed esplorazione della realtà, una “realtà fotografica” accolta direttamente dai nostri occhi.  Vengono mostrate partenze ed arrivi di navi, automobili, treni, carrozze, tram, momenti di svago come partite a bocce e a carte, spaccati dell’atmosfera borghese osservabili nei giardini privati, strade più o meno affollate, lo stile di vita prevalentemente urbano di quegli anni a cavallo fra Ottocento e Novecento. I momenti di piacere e gioco non furono gli unici protagonisti. Louis e Auguste impressero su pellicola anche la Francia che lavorava per la nazione: falegnami, operai, edili, maniscalchi, contadini, pescatori.

“Non pensavo che la gente sarebbe potuta rimanere delle ore a guardare il cinematografo” disse Louis Lumière, ormai anziano, in un’intervista del 1948. Ma già le prime proiezioni furono un mezzo di espressione al tempo stesso realistico e onirico, che unirono realtà rigorosamente naturale, razionale ed estremo incanto, sposandosi egregiamente con la mentalità ottimistica e positiva ancora spensieratamente dilagante. L’opera dei Lumière ha chiuso di fatto un’epoca, quella ottocentesca, voltandogli deliberatamente le spalle e traghettando quello stesso mondo in una nuova dimensione novecentesca, allontanandosi dalle passate concezioni e inaugurando un rinnovato modo di raffigurarsi e riflettersi nell’arte. Il ricchissimo catalogo Lumière trasmette tuttora con il suo mutismo e le sue sperimentazioni registiche atmosfere candide, serene, laboriose, in cui operano soggetti curiosi, leggiadri e colti da un sorriso profondamente speranzoso che indirizzano timidamente alla macchina del loro regista. Quel sogno permanente che, fortunatamente, è ancora per noi il Cinema, è nato e vissuto in un contesto onirico, quello della già citata “belle époque”. Frutto dell’applicazione pratica di un’invenzione dell’industria chimica, la celluloide, il cinema aveva un fascino tutto particolare: faceva vedere mondi lontani, immaginare storie via via sempre più avvincenti, in una parola sognare.

Ma si deve prestare attenzione, la Storia, soprattutto quella sociale, non è un percorso univoco e lineare, non tutti gli occhi si persero in un tripudio di spensierato stupore ed eccitazione. Le parole di uno scrittore russo mostrano un diverso approccio emotivo al cinematografo; Maksim Gor’kij vide a Mosca i primi prodotti dei fratelli Lumière e così li recensì in un articolo apparso il 4 luglio 1896: “Ieri sono stato nel regno delle ombre. È un mondo privo di suoni e di colori. Un mondo in cui tutto è dipinto di un grigio monotono. […] Questa non è vita, ma ombra di vita; non è movimento ma silenziosa ombra di movimento. […] I vostri nervi si tendono, l’immaginazione vi trasporta in una nuova vita, di fantasmi o di uomini, colpiti dalla maledizione dell’eterno silenzio, privati di tutti i colori, di tutti i suoi suoni, insomma della sua parte migliore. È terribile vedere questo grigio movimento di ombre grigie, silenziose, mute. […] Che non sia forse un’allusione alla vita del futuro?”

L’immaginazione ha potuto condurre, quindi, anche ad una visione spettrale, ad un lugubre teatro di ombre che diviene metafora dell’alienazione, dell’estraniazione dell’uomo contemporaneo da se stesso, di cui noi tuttora siamo il frutto. Alla massificazione della società, che faceva il suo ingresso nelle sempre più gremite sale cinematografiche, nei caffè, salotti, teatri, club, si affiancava il paradossale timore di vivere in una folla urbana votata all’anonimato, all’individualismo, che non entra in relazioni reciproche. L’avvento del cinema, come di qualunque altra grande innovazione della seconda rivoluzione industriale, ha comportato un’opposizione fra chi osservava il progresso come fonte illimitata di felicità e di ottimismo e chi invece gli volgeva occhiate titubanti, cariche di angosce non ancora ben delineate.

-Alessandro Berti

 

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LADRI DI BANKSY

“Un muro è una grande arma. E’ una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno” – Banksy

Chi si cela dietro il nome di battaglia “Banksy” è forse il più grande street artist di sempre.
Ma se sia un lui, una lei, o un collettivo di artisti, sono in pochi a saperlo.

Ha scelto di rimanere anonimo, di non identificarsi, e all’inizio questo ha attivato una vera e propria caccia all’uomo, taglie sulla sua identità su Ebay, inserzioni, giornalisti, poliziotti.
Quello che fa è illegale e viene considerato vandalismo e autenticando le sue opere ammetterebbe un reato.

I murales che appaiono quando le città dormono, i primi attorno agli anni 2000, rappresentano scimmie, topi, bambini o poliziotti che a loro volta scrivono e lasciano messaggi provocatori sui muri.
Il ratto è l’immagine iconica di Banksy, ne ha un esercito disseminato in tutto il mondo, è l’incarnazione di quella parte di popolazione emarginata, rifiutata e rigettata dalle classi più abbienti.

“Se sei sporco, insignificante e nessuno ti ama, i ratti sono il tuo modello definitivo” – Banksy

Attraverso stencil via via più complessi, a 2/3 tonalità d’ombreggiatura e con l’utilizzo di caratteri liberi e schizzi, i messaggi che Banksy lascia sui muri di tutto il mondo hanno un modo ironico e sfrontato di raccontare e denunciare tutte le falle della società: la condizione umana, il divario sociale, la povertà, l’omologazione, le regole di facciata, la manipolazione mediatica, lo sfruttamento, la guerra, le repressioni della polizia, l’inquinamento del pianeta, il maltrattamento degli animali.

Lo scopo della street art, nata negli anni ’60 come una forma di protesta, è infatti quello di divulgare, comunicare, connettersi, far pensare, creare un senso di consapevolezza di quello che siamo e di quello che ci circonda, rendendo partecipe un numero enorme di persone, che vengono “colpite” semplicemente camminando per strada.
Non c’è un biglietto, non c’è un museo, una galleria.
E’ lì per tutti, senza nessuna distinzione di razza, sesso, età, classe sociale, classe economica, eppure in molti non riescono a comprendere questo concetto.

“Le persone che governano le nostre città non capiscono i graffiti perché pensano che niente abbia il diritto di esistere, a meno che non generi un profitto” – Banksy

In ogni parte del mondo ci sia un’opera di Banksy, c’è in agguato un ladro.
Il film-evento di dicembre L’uomo che rubò Banksy del circuito Arte al cinema ci racconta la storia di Walid “la Bestia” e del furto dell’opera palestinese Donkey’s Documents, il docu-film Saving Banksy ci spiega il caso del Ratto Socialista e, insieme al documentario Banksy does New York, illustrano la complicata controversia della compravendita delle opere di Street Art.

Walid la Bestia, sotto ordine di Mikael Kawanati, brutalizza un muro di cemento con martelli pneumatici, seghe diamantate, flessibili ad acqua e frullini di grandi dimensioni e si porta via Donkey’s Documents, un’opera di 4 tonnellate che raffigura un soldato israeliano che controlla i documenti ad un asino palestinese, portando l’attenzione sul conflitto tra Palestina e Israele e sul muro eretto nel 2003 come soluzione alla guerra.

Le motivazioni di questi veri e propri furti sono molteplici.
La più becera e banale è quella di trarne un profitto, vendendola alle case d’asta, che a loro volta la venderanno per miliardi di dollari a qualche ricco collezionista che metterà un’opera con lo scopo sociale di essere per tutti, nel salotto della sua lussuosa villa.
Strappata al proprio contesto per essere ammirata solo da quelle persone che incarnano gli ideali combattuti dall’artista con gli spray.
Oppure, come spesso succede, le opere rimangono invendute, sottratte al pubblico per finire imballate e nascoste in grandi magazzini.

In Saving Banksy il ladro Brian Greif ha perlomeno scopi nobili: il Comune di San Francisco infatti non tollera la presenza di street art sui propri muri ma non vuole pagare per la rimozione. Per questo motivo se sei proprietario di un edificio che viene taggato, è tua responsabilità cancellare questi tag, o verrai multato e sulla tua casa verrà messa un’ipoteca.
Così a San Francisco i murales di Banksy sono via via spariti tutti.
Brian Greif si prende quindi la responsabilità di “salvare” il “Ratto Socialista”, rimuovendolo con molti sforzi, trattative e molto denaro, dal posto originale per regalarlo ad un museo cittadino che potesse preservarlo ed esporlo in maniera gratuita.
I musei però richiedono il consenso dell’artista per poter trattare l’opera.

“Alcuni artisti creano i propri lavori perché vengano distrutti, non vogliono che l’arte sopravviva, e quindi non spetta al museo preservarle contro la loro volontà. Se un’opera d’arte è stata fatta per stare in un luogo pubblico, allora forse l’artista non vuole vederla in un museo” – afferma John Zarobell, curatore del SFMOMA.

Consenso e diritto d’autore sono problemi che nessuno si pone mai nel momento del furto.
Si pensa che visto che l’opera è “incustodita” se ne possa fare quello che si vuole, senza chiedere e senza dare all’artista nemmeno una piccola parte del ricavato dalla vendita delle sue opere per miliardi di dollari.
Un altro problema è il concetto dell’effimero.
Molti artisti non vogliono preservare, custodire e mantenere nel tempo i loro lavori.

“Gli street artists fanno altre opere nei loro studi, che vengono firmate e vendute. Quello è il modo per farsi ricordare e lasciare una traccia. Dobbiamo essere noi a decidere cosa vogliamo vendere e conservare.”- afferma Ben Eine, street artist e collaboratore di Banksy.

La mercificazione di opere realizzate senza alcuno scopo di lucro per essere ammirate gratuitamente, spesso fa scattare la reazione degli artisti.
L’ultimo caso Banksy è quello del quadro della Bambina con il palloncino che, appena battuto all’asta per una grande somma di denaro, si è autodistrutto grazie ad un sistema mangiacarta installato nella cornice.
Oppure il caso Blu a Bologna, che ha cancellato ogni singola opera realizzata per la città, perché soggette a percorsi turistici a pagamento.

“Non possiamo fare nulla per cambiare il mondo, finche il capitalismo non crolla”- Bansky

 

-Irene Iodice