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#FridaysForFuture

FridaysForFuture è un movimento spontaneo nato in Svezia nell’Agosto del 2018 dopo un sit-in di tre settimane che la 15enne Greta Thunberg ha portato avanti di fronte al parlamento svedese per protestare contro le mancanze del governo nella lotta ai cambiamenti climatici. La ragazza ha postato ciò che faceva su instagram e twitter, e presto gli hashtag #FridaysForFuture e #SchoolStrike4climate sono diventati virali. Greta, una giovane e audace ragazza affetta dalla sindrome di Asperger, è diventata così il simbolo delle azioni di migliaia di giovani (e non) in tutto il mondo. Greta ha partecipato alla COP24 in Polonia, al forum economico di Davos e più di recente è intervenuta a Bruxelles, parlando davanti ai più alti rappresentanti delle istituzioni europee, dal presidente del Comitato economico e sociale Luca Jahier, fino a quello della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker.

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Nei suoi incontri si è rivolta con decisione alle istituzioni, denunciando lo scarso impegno della classe politica di fronte alla sfida globale del nuovo millennio, quella dei cambiamenti climatici. Da settimane, in Italia, centinaia di giovani scioperano tutti i venerdì in più di venticinque città, Roma, Torino, Pisa e Milano le piazze più partecipate. L’evoluzione e la diffusione del movimento sono state talmente esponenziali in tutto il mondo che hanno dato luogo a impressionanti manifestazioni di studenti, in particolare in Danimarca, Germania, USA, Australia e Belgio dove si sono raggiunte oltre settantamila persone. #FridaysForFuture quindi, dall’essere inizialmente solo un appello, si è evoluto oggi in qualcosa di diverso e più grande da un semplice movimento spontaneo. Gli obiettivi dunque sono quelli di risvegliare le coscienze delle persone, sviluppare una comprensione popolare sulle gravissime potenziali conseguenze socio-ambientali generate dai cambiamenti nei prossimi anni, in parte ancora neanche pienamente valutabili, aumentare la percezione della realtà personal-collettiva, coordinazione sociale individuale/collettiva al fine di manifestare le preoccupazioni correnti tra le popolazioni di tutto il pianeta per la mancanza di adeguate tutele al diritto di un futuro prosperoso sia per gli esseri umani (alle attuali e alle future generazioni) sia per la difesa degli ecosistemi e della biodiversità, tanto declinata verso la fauna quanto verso la flora.

Abbiamo certamente bisogno di speranza. Ma l’unica cosa di cui abbiamo bisogno più della speranza è l’azione. Una volta che iniziamo ad agire, la speranza si diffonde.  Quindi, invece di cercare la speranza, cerchiamo l’azione, solo allora, la speranza arriverà.

Lo strumento di connessione ed evoluzione del fenomeno del #climatestrike è stato principalmente Internet e le sue piattaforme online centrali: Facebook, Instagram, Twitter, Youtube. FFF ha generato dunque un network aperto tra persone consapevoli della situazione attuale che si sono connesse e hanno messo in rete conoscenza, informazioni, contenuti, visioni, azioni, esperienze, mettendosi a disposizione per un fine comune: rispondere uniti in modo sistemico alle emergenze climatiche in corso e chiedere alle istituzioni un impegno serio per limitare i danni e dare un futuro alle nuove generazioni, che saranno le prime a verificare sulla loro pelle le conseguenze dell’inazione di fronte a un problema emerso già cinquanta anni fa e riguardo al quale oggi rimane poco tempo per agire.
Secondo gli studi dell’IPCC restano 11 anni per cambiare la rotta, per cambiare i paradigmi di sviluppo del nostro sistema economico-sociale. Bisogna mettere da parte l’egoismo, il profitto, e pensare un modello di sviluppo alternativo, almeno che non si voglia scappare su un altro pianeta e finire di distruggere il nostro. Ma la Terra è la nostra casa, non esiste un “piano B”, ed è quindi necessario impegnarci tutti per lasciare un pianeta abitabile alle generazioni future. Con noi o senza di noi il pianeta si adatterà e andrà avanti, dobbiamo salvare noi stessi. Siamo di fronte alla sesta estinzione di massa, secondo le Fao le biodiversità stanno scomparendo, gli insetti si stanno estinguendo e questo è già considerato irreversibile secondo gli studi meno ottimisti. Gli oceani sono invasi dalla plastica, presto ci sarà più plastica che pesci. Il pianeta è più caldo in media di 1°C rispetto al 1860, l’Artico perde sempre più ghiacci estivi, le barriere coralline sono morenti per via dell’acidificazione dei mari, i disastri ambientali si stanno moltiplicando in tutto il mondo: uragani, incendi, estati bollenti, alluvioni. Diverse zone costiere stanno venendo sommerse in tutto il mondo. È evidente che ciò che sta accadendo rientra all’interno di un fenomeno complesso dove ogni singolo fenomeno è la causa e l’effetto di un altro, il che rende la sfida più complicata e urgente.

Primo sciopero roma (1)

Lo stesso fenomeno migratorio di cui si parla tanto oggi in Italia è in parte riconducibile ai cambiamenti climatici e nel 2050, secondo la banca mondiale, saranno 143 milioni i profughi nel mondo classificabili come “migranti climatici”. Eppure più di un personaggio politico fa ancora negazionismo sull’emergenza climatica, distorcendo la realtà, offrendo problemi inesistenti o infinitesimali di fronte all’emergenza globale che ci affligge oggi. E per questo Fridays For Future chiede che si dica la verità, che si agisca ora. Il movimento ha le idee chiare e nel concreto chiede: un rilancio delle energie rinnovabili, interventi per il risparmio e l’efficienza energetica, un rafforzamento della gestione sostenibile delle foreste, misure di contrasto al consumo di suolo, un taglio ai sussidi agli allevamenti e altre attività agricole non sostenibili economicamente e ambientalmente, così da raggiungere l’obiettivo definito dal rapporto IPCC di Zero emissioni nette globali al 2050.

Tutti i venerdì studenti e non sono scesi nelle piazze d’Italia a portare avanti le proteste, fino al grande sciopero globale per il clima del 15 marzo, con manifestazioni che si sono tenute in più di 30 paesi in tutti i continenti. Essere scesi in piazza è importante, per poter dire fieramente di stare dalla parte giusta della storia, nella speranza che la classe politica ci ascolti, si rimbocchi le maniche, e avvii un processo di rivoluzione ecologica.

 

-Luca Franceschetti

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A Plastic Story

Il biliardo era il gioco più in voga tra gli  esponenti dell’alta società ottocentesca, ma andava a creare un grosso problema: le palle da biliardo venivano fatte con l’avorio, che veniva preso dalle zanne degli elefanti. Naturalmente si andò incontro ad un vero e proprio massacro di questi poveri animali, tanto che ne furono abbattuti più di 3.000 esemplari solo in Sri Lanka nel giro di tre anni. Bisognava trovare un’alternativa e nel 1869 fu John Wesley Hyatt a proporre una soluzione apparentemente perfetta e innovativa: con un mix di cellulosa, etanolo e canfora riuscì a creare un materiale indistruttibile, dando vita alla plastica.

Questo nuovo artefatto parve salvare la vita non solo degli elefanti, anche delle tartarughe, i cui carapaci venivano utilizzati per creare i pettini. Ahimè, lo stato di tranquillità dei nostri coinquilini animali non durò a lungo, anzi, la situazione si è totalmente ribaltata: nata per salvargli la vita, la plastica è oggi il nemico numero uno di molte specie animali, a partire da quelle marine che sono le più colpiti. Oggi sono presenti, nei mari e negli oceani di questo pianeta, più di 150 miliardi di tonnellate di plastica; previsioni future ci dicono che entro il 2025 la quantità sarà di una tonnellata ogni tre di pesce e, continuando su questa via, nel 2050 ci sarà più plastica che vita in acqua.

Pensate che l’UNEP (Programma Ambiente delle Nazioni Unite) ha collocato il problema “plastica” tra le sei emergenze ambientali più gravi, affiancandolo ai cambiamenti climatici, all’acidificazione degli oceani e alla perdita della biodiversità. Ma cosa comporta realmente questa ondata di spazzatura? Cominciamo con il distinguere due sottocategorie di plastica: le macroplastiche e le microplastiche.

Riguardo alle prime, ne fanno parte buste, bottiglie di plastica, reti da pesca abbandonate e molte altre; sono circa 344 le specie tra uccelli e creature acquatiche che rimangono intrappolate in esse causandosi ferite, lesioni, deformità e impossibilità a muoversi. Tutto ciò fa sì che molti animali muoiano di fame, per annegamento e perché diventano facili prede. Dalla lenta degradazione delle macroplastiche nascono le famigerate e tanto chiacchierate microplastiche, composte anche da pellet, creme, agenti esfolianti e dentifrici e che hanno l’impatto maggiore sulla vita marina.

I grandi pezzi di plastica feriscono, strangolano e causano la morte di innumerevoli animali, tra cui specie protette come, ad esempio, le tartarughe marine che, scegliendo il cibo tramite la vista, scambiamo le buste di plastica per meduse finendo col mangiarle, oppure degli uccelli, che invece lo scelgono attraverso l’olfatto e vengono attratti dall’odore che i rifiuti prendono grazie alla colonizzazione di alghe e batteri su di essi. Ma sono le microplastiche, più insidiose, a rappresentare la minaccia più grande: con la dimensione di neanche un millimetro, vengono facilmente scambiate per krill dai pesci che, mangiandole, le introducono nella catena alimentare marina, dei loro predatori e di conseguenza di noi esseri umani.

Ogni anno causiamo 13 miliardi di dollari di danni ad ecosistemi marini, alla pesca e al turismo: grandi quantità di plastica in mare causano minori catture, seguite da minori entrate, mentre le spiagge e i porti sporchi scoraggiano il turismo. Per fronteggiare il problema, il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva sul divieto di plastica usa e getta dal 2021. Perfetto. Ma nel frattempo? Il punto non è tanto vietarne l’utilizzo quanto far sì che la gente smetta di usarla fin da subito, abbattendo quello sfrenato consumismo che ci ha portati a questo punto: intanto che la direttiva verrà messa in pratica continueremo a produrre e smaltire rifiuti in modo irresponsabile, continuando ad alimentare l’infestazione di plastica nelle acque del nostro pianeta.

Andate a farvi una passeggiata nella spiaggia che vi è più vicina e abbassate lo sguardo verso i vostri piedi: come ci si sente ad affondare i piedi nudi in mezzo a tappi, bottiglie stropicciate e cotton fioc?

Sta a noi proteggere e salvare ciò che è rimasto di questo pianeta, glielo dobbiamo. Perché ogni minuscola parte è preziosa, perché non esiste un’altra Terra, perché è la nostra enorme e tondeggiante casa.

 

-Martina Cordella

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Questione Ambientale

La questione ambientale ad oggi è un tema di scarso interesse per l’opinione pubblica e per i mass media, eppure è  arrivato il momento che il futuro del nostro pianeta ci inizi a interessare e a preoccupare. Il surriscaldamento globale, il consumo di plastica, sono problemi che ci riguardano direttamente, non abbiamo più scuse.

Negli ultimi anni vari paesi del mondo hanno cominciato a muoversi in direzione di un futuro più sostenibile per noi e il nostro pianeta. Il 25 settembre 2015 l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha approvato l’Agenda Globale per lo Sviluppo Sostenibile e i relativi 17 obiettivi da raggiungere entro il 2030. È stato espresso un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. In questo modo, ed è questo il carattere fortemente innovativo dell’Agenda, viene definitivamente superata l’idea che la sostenibilità sia unicamente una questione ambientale e si afferma una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo;

“Quest’Agenda è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità. Essa persegue inoltre il rafforzamento della pace universale in una maggiore libertà. Riconosciamo che sradicare la povertà in tutte le sue forme e dimensioni, inclusa la povertà estrema, è la più grande sfida globale ed un requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile.

 

Tutti i paesi e tutte le parti in causa, agendo in associazione collaborativa, implementeranno questo programma. Siamo decisi a liberare la razza umana dalla tirannia della povertà e vogliamo curare e salvaguardare il nostro pianeta. Siamo determinati a fare i passi audaci e trasformativi che sono urgentemente necessari per portare il mondo sulla strada della sostenibilità e della resilienza. Nell’intraprendere questo viaggio collettivo, promettiamo che nessuno verrà trascurato.

 

I 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile e i 169 traguardi che annunceremo oggi dimostrano la dimensione e l’ambizione di questa nuova Agenda universale. Essi si basano sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e mirano a completare ciò che questi non sono riusciti a realizzare. Essi mirano a realizzare pienamente i diritti umani di tutti e a raggiungere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione di tutte le donne e le ragazze. Essi sono interconnessi e indivisibili e bilanciano le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: la dimensione economica, sociale ed ambientale.”

 

Tutti i paesi e tutte le componenti della società sono chiamati a contribuire allo sforzo, questo è stato l’invito dell’Onu nel 2015, ad esempio in tema esclusivamente ambientale: rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili; garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo; adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le sue conseguenze; conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile; proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire in maniera sostenibile le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, e fermare la perdita di diversità biologica;

Un passo successivo all’Agenda Globale per lo Sviluppo è stato compiuto alla Conferenza sul Clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, dove 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale. Si sono impegnati a mantenere l’aumento di temperatura inferiore ai 2 gradi e compiere sforzi per mantenerlo entro 1,5 al fine di evitare il peggiore degli scenari futuri possibili.

Dal 2015 al 2018 l’ASVIS (Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile) stila dei Rapporti che rappresentano la pubblicazione principale dell’Alleanza per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile in Italia, oltre a fornire aggiornamenti sull’impegno della comunità internazionale per l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dell’Onu.

A ottobre di quest’anno la commissione Onu IPCC (Intergovernal Panel on Climate Change) si è riunita in via straordinaria e ha redatto un rapporto scientifico, consegnato ai decisori politici, elencando le conseguenze previste dei cambiamenti climatici e delle direttive di indirizzo politico. Per limitare il riscaldamento globale entro la fine del secolo a +1,5 gradi dai livelli pre-industriali è necessario assumere misure senza precedenti. Oggi l’aumento delle temperature è arrivato a +1 grado rispetto a metà Ottocento. Procedendo di questo passo il limite di +1,5 °C sarà raggiunto tra il 2030 e il 2052. Quindi rimangono solo pochi anni, una decina nello scenario peggiore, per agire. L’IPCC inoltre prevede un innalzamento dei mari “da 0,26 a 0,77 metri al 2100 per un riscaldamento a +1,5 gradi”. Questo vorrebbe dire che se non invertiamo la rotta nel 2100 le temperature potranno salire a +3 con conseguente aumento della siccità e delle alluvioni, miseria e carestie, estinzione di specie, diffusione di malattie, innalzamento dei mari, sparizione di isole e centri costieri. Mantenere il riscaldamento al livello più basso previsto dall’accordo di Parigi eviterà l’acidificazione degli oceani e la riduzione dell’ossigenazione. Secondo altri studi scientifici entro il 2030 il 47% della popolazione mondiale avrà problemi di scarsità di acqua e miliardi di persone saranno costrette a migrare.

Il prossimo impegno internazionale sul tema sarà la COP24 di Katowice in Polonia, dal 3 al 14 dicembre di quest’anno. L’obiettivo di questa conferenza è rivedere le cosiddette Ndc (Nationally determined contribution), le promesse avanzate dai governi di tutto il mondo in materia di riduzione delle emissioni di CO2.

Di fronte a questi problemi oggi la politica si è mossa, l’Unione Europea rimane l’unica organizzazione internazionale all’avanguardia in tutela di ambiente. Proprio all’interno di essa di recente si sono visti buoni risultati con i Verdi in Baviera e in Olanda. Questi due esempi servano da auspicio per un cambiamento radicale in tutta Europa e nel Mondo, nonostante le resistenze di paesi come Australia e Stati Uniti.

Per le prossime elezioni europee c’è la volontà di costruire “un’onda verde” che possa arginare le forze nazionaliste e populiste, portando avanti un tema universale da cui oggi tutta la politica deve ripartire. Anche in Italia la politica (la sinistra in particolare) dovrebbe ripartire da questo tema, portare avanti questa battaglia per cambiare il paradigma socio-economico attuale e sovvertire i dogmi del liberismo sfrenato che stanno distruggendo il mondo, questo sarebbe il vero cambiamento e la vera rivoluzione.

Cambiare si può, sta a noi, sta a ogni singolo individuo della società civile fare il suo dovere. É finito il tempo per la politica fatta di interessi e tornaconti, serve che la politica cominci a guardare nel lungo periodo, superando le barriere ideologiche e assumendo come tema universale la tutela dell’ambiente.

 

-Luca Franceschetti