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Pietro Lunghi L'Autore Pietro Lunghi è stato un personaggio unico le cui attività sono principalmente due: una artistica ed una letteraria. Siccome per ognuna di loro le opere sono vaste, ho dovuto dividerle per dare ordine e coerenza. In queste pagine viene presentato Pietro Lunghi in veste traduttore e scrittore, e basta scegliere un argomento del menù a sinistra per visitare il sito. Pietro Lunghi in veste di artista viene presentato sempre in culturarte, ma nella sezione "Artistii". Per visitare questo sito è sufficiente cliccare qui.
Qui ha frequentato i quattro anni inferiori dell’Istituto Tecnico (per ragionieri), e subito dopo una scuola serale di preparazione al lavoro di operaio elettricista. Nel frattempo trovò lavoro presso una piccola fabbrica. Non molto tempo dopo, il padre trova lavoro presso una Ditta di Firenze (la F.I.V.R.E.), quindi la famiglia si trasferisce nuovamente. Pietro viene assunto, come operaio montatore di valvole termoioniche, presso la stessa Ditta. Qui lavora per circa quattro anni. Frequenta sempre le scuole serali, per migliorare la qualità della sua capacità lavorativa e la sua cultura generale. Ci fu, in particolare, un corso di Radiotecnica in cui, per merito della perizia dell’insegnante, venivano affrontati ed approfonditi altri argomenti, come la Filosofia e la Simbologia, anche grazie all’intervento di altri studenti che si interessavano di queste materie e che ponevano domande al professore, il quale non lasciava mai senza risposta i suoi allievi. Bisogna riconoscere che Lunghi è stato molto fortunato, durante gli anni da lui dedicati allo studio, e questo fin dalle Scuole elementari. Ha avuto un’ottima maestra, allora, come ha avuto, nell’Istituto Tecnico, ottimi insegnanti di materie letterarie (Italiano e Latino), di Lingua francese, di Matematica e di Disegno. Ed un insegnamento più che ottimo durante il Corso serale di Radiotecnica a Firenze, che gli ha aperto la mente verso altre discipline. Frattanto, erano giunti gli anni della seconda guerra mondiale, iniziata quando egli aveva circa sedici anni. Nel 1944, qualche mese prima del compimento del suo ventesimo anno di età, la Ditta presso cui lavorava decise di cessare la produzione dei tipo di valvole a cui egli era addetto, e lo licenziò. Ma questi trovò subito lavoro presso le Ferrovie dello Stato. Poche settimane dopo giunse la chiamata alle Armi per la sua classe; ma, poiché egli lavorava in Ferrovia, fu esonerato dal Servizio militare.
Ma, a quanto dice lui, ebbe abbastanza fortuna: qui passò gli ultimi mesi della guerra (da giugno ‘44 all’aprile ‘45) in relativa tranquillità: mai imbarcato (navi non ce n’erano); nessun combattimento; nessun bombardamento aereo o navale. Giunse il 25 aprile 1945. Il comando militare di Pola (senza comunicare ufficialmente ai suoi dipendenti la sconfitta della Germania di Hitler e la fine della Repubblica Sociale Italiana) decide, il 28 aprile, di tentare di prendere accordi con quelli che venivano chiamati "i partigiani di Tito" (le Forze antagoniste che agivano in quel territorio), nell’intento di ottenere quanto segue: le truppe italiane (Genio e Marina), lasciate le armi, avrebbero avuto il permesso di recarsi a Trieste per consegnarsi alle Forze armate angloamericane. L’accordo fu rispettato solo in parte: non ci furono combattimenti, ma le truppe italiane furono catturate a Buie dell’Istria ed internate in un campo di concentramento ad una ventina di Km. da Lubiana. Qui rimasero fino ai primi di luglio, quando vennero liberate e condotte a Trieste. Ma quei mesi di prigionia furono tremendi a causa della denutrizione: il 25% degli internati ne morì. Tornato a casa, fece appena in tempo a rimettersi un po’ di carne sulle ossa: in ottobre fu richiamato alle armi.(E il bello è che venne considerato "di leva"!). Destinazione: prima a La Spezia, e poi a Taranto, imbarcato, come R.T. (RadioTelegrafista), prima sulla corazzata "Caio Duilio", poi sull’incrociatore leggero "Scipione l’Africano". A bordo di questa nave partecipò a quattro viaggi a Port Said (canale di Suez) per riportare in patria gli ex prigionieri di guerra che si trovavano nel Sudan. Finalmente, nel dicembre 1947, dopo 25 mesi, fu congedato. Trascorse quasi un anno, prima che riuscisse a trovare lavoro, e lo trovò nella stessa Ditta in cui aveva lavorato prima, e dalla quale dipendeva anche suo padre. Vi lavorò per 11 anni, addetto, prima ad uno speciale tipo di valvole termoioniche, e poi al reparto dei tubi a raggi catodici. Nel marzo del 1960, a seguito della vincita di un Concorso, lasciò la Ditta ed entrò alle Ferrovie, come operaio elettricista, e destinato alla Stazione centrale di Firenze.
Ora è in pensione. Ma non per questo è inattivo, anche se, come vedremo, non lavora a scopo di lucro. Fin qui, abbiamo visto la parte concreta, esterna e materiale della sua vita; vediamo ora di penetrare più a fondo nella sua interiorità: la parte sentimentale. Durante il periodo della guerra, allo scopo di sfuggire al pericolo dei bombardamenti aerei, aveva preso l’abitudine, comune a molte altre persone, di allontanarsi dalla città durante il giorno, per recarsi sulle falde di un monte molto vicino a Firenze: monte Morello. Qui aveva avuto l’occasione di conoscere una ragazza: Rossana Marapodi, che faceva parte di una famiglia che anch’essa si allontanava dalla città per le stesse ragioni, e che dimorava molto vicina all’abitazione di Pietro. Fu l’inizio di quello che sarebbe poi diventato il classico "colpo di fulmine". Durante gli anni successivi, si approfondì la conoscenza, nacque l’Amore (quello con l’A maiuscola), si fidanzarono e si sposarono nel 1951. E come poteva non accadere, dato il cuore di lei che, anche ora, dopo tanti anni (o forse proprio per quello, poiché ha avuto modo di conoscerlo meglio) Pietro classifica "tanto grande da destare meraviglia il fatto che possa essere contenuto, non solo in una casa, ma addirittura in tutto un rione"? Dal matrimonio nacquero due figli: Sara e Marco, che sono persone da citare a modello per onestà, rettitudine, intelligenza ed operosità. Essi ora sono entrambi sposati ed hanno regalato ai nonni tre nipotini: Cinzia (di Sara) e Anthea e Michele (di Marco). Ora Pietro e Rossana sono felici, come si può esserlo con gli acciacchi dovuti all’età; ma, come dice Pietro: "per non invecchiare bisognerebbe morire giovani, ma nessuno ci tiene!".
Abbiamo visto che egli ha avuto la fortuna di trovare sempre degli ottimi insegnanti, fin dalle Scuole elementari. Questo è stato "l’avvio" - diciamo così - perché grazie a ciò è stato poi favorito e spronato allo studio di tutte le materie: Italiano, Latino, Francese, Disegno, Storia dell’Arte e, in seguito, Elettrotecnica, Elettromeccanica, Radiotecnica. Queste sue già innate prerogative (di cui non si vanta, perché le considera "fortune arrivate dall’Alto"), incrementate dall’interesse che gli hanno saputo ispirare i suoi insegnanti, e gli studi fatti, gli hanno permesso di tradurre dal Francese - gratis!- per la Casa Editrice "Arkeios" (la cui titolare - ora morta - era molto amica della sua famiglia) diversi libri: "La Chiesa degli Apostoli"; "L’essere e il tempo in Gregorio di Nissa"; "Il Bestiario del Cristo" (questo in collaborazione con altri); e - ma questi per sé - "La Kabbalah, o filosofia religiosa degli Ebrei" e "La Teodicea della Kabbalah". Tutte opere, come si vede, di alto contenuto filosofico e religioso. Il suo interesse (potremmo forse chiamarlo una "passione") per certi argomenti si deve probabilmene al fatto che, fra coloro che con lui, avevano seguito per due anni il corso serale di elettro e radiotecnica - ma in cui venivano affrontati, come abbiamo visto, anche argomenti filosofici - vi erano alcuni studenti particolarmente interessati a questa affascinante materia. Essi rivolgevano domande in tal senso al professore, il quale sapeva sempre dare risposta. Erano anche state fatte diverse riunioni sull’argomento, fra allievi (al di fuori dalla Scuola), alle quali egli partecipava con molto interesse, e che gli hanno lasciato un profondo e duraturo segno nell’interiorità. Il nostro Pietro non è mai caduto nel materialismo. Ma ciò che lo ha maggiormente interessato è stata l’Arte: la pittura e la scultura. Giunto a Firenze a circa 16 anni, proveniente da città in cui l’Arte non era certamente tenuta in molta considerazione, ma tuttavia con questa sua passione nel cuore, posto di fronte a tanta abbondanza (e di quale livello!) ci si buttò a capofitto. E’ difficile descrivere il sublime trasporto da cui si sentì (e si sente tuttora) infiammato ed affascinato. Ci fu poi il lungo periodo del servizio militare ed altri contrattempi per il lavoro, ma l’amore per l’Arte non lo lasciò. Tanto è vero che, negli anni ‘50 e ‘51, si iscrisse per due anni ad un Corso serale di Disegno e Pittura, tenuto da un ottimo insegnante: il prof. Enzo Fanfani, ed i cui risultati si possono ammirare tuttora. Cominciò con la copia di dipinti di grandi Maestri, poi si dedicò a lavori di sua propria produzione. Qualche anno dopo, presa abbastanza confidenza con i pennelli, gli venne il pensiero di provare a dipingere su velluto nero, per fare uno studio particolare sugli effetti di luce, con risultati sorprendenti. I soggetti gli furono ispirati dagli studi che stava facendo sui Vangeli: "La danza di Salomè", "Le nozze di Cana", "Cristo che cammina sulle acque", "Cristo dodicenne nel tempio con i dottori", ne sono alcuni esempi. Provò la scultura su legno, con mirabili risultati ("Il giudizio di Paride" e la testata di letto raffigurante la Saga dei Cavalieri del Graal, ne sono altri esempi). Poi lasciò la scultura: l’età cominciava a farsi sentire troppo. Ma continuò a dipingere su tela e su velluto nero, senza tralasciare i disegni a china ed a sanguigna. I suoi "Notturni" e le sue "Nature morte" su velluto nero, con un’illuminazione tutta particolare, sono dei capolavori. Uno, o fors’anche due, dei suoi quadri sono destinati, in dono, al Museo d’Arte moderna di Cracovia
Come gli è subentrato questo appassionante interesse? Le cose sono andate così: Durante le sue peregrinazioni nell’astratto mondo della filosofia, dell’esoterismo e della simbologia, si imbatté in una corrente di pensiero del tutto nuova, nel campo dell’esoterismo cristiano. Tale filosofia, fondata da quel grande e profondo pensatore cristiano che fu Tommaso Palamidessi, morto nel 1983, scrittore di numerosi libri sull’argomento, lo appassionò tanto da indurlo ad approfondirne la conoscenza e la comprensione. La ricerca e lo studio approfondito di questa materia lo hanno ultimamente indotto, appunto allo scopo di far conoscere anche ad altri ciò che egli ha scoperto grazie alle sue ricerche sulla simbologia religiosa, a scrivere il commento ai quattro Vangeli e all’Apocalisse. È quanto noi, conosciuto l’autore e fattaci raccontare la sua vita, abbiamo l’incarico di presentare. |
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