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Biografia Duccia Camiciotti

I Libri Duccia Camiciott

Le Poesie Duccia Camiciotti

 

 

 

 

 

 

 






Duccia Camiciotti

Le Poesie

Sogno americano (14 Maggio 1998, a Frank Sinatra)

Tempo di folle dolcezza
nella dorata visione
di malcelati destini
ma così bello librato
nella fiammante violenza
del caos.

A Padre Ernesto Balducci

Ben ti sovvengo, amico mio lontano,
ma che dico? Vicino come allora
dietro la macchina da scrivere
o sull’altare splendente.
il tuo verbo di fuoco
nel cuore degli attòniti presenti.
E mi ricordo sempre
quello studio zeppo di libri.
L’anima buia e stanca ti portavo
e subito le tenebre
sembravano disciogliersi,
possibile la pace.
Sopra il dolente caos
nasce l’arcobaleno.
E poiché difendevi gli umili
col dire e con il fare,
io ti vedo nel cielo del Signore.

Torrida estate 2000

E così lo sappiamo
vivere è come un lampo nell’eterno
Ci chiude il nero spazio
ed oltre non vediamo.
Io vedo te
cinque volte ridotto
a contatto dell’aria che dissolve
le tue ceneri amate
poiché un giorno
furono carne e sangue
e azzurri cieli
e mondi sconfinati.
Così, sotto la luce troppo bianca
sotto l’insulso ardore meridiano
d’estate lattescente
io ti ritrovo, amore.
E se non fosse il dono di quel fiore
la Visione, la fede, e Conoscenza,
e le innumeri prove d’oltremondo
e il tuo sentiero d’Angelo Custode
che puntualmente mi salvò da morte,
mi chiederei se val la pena nascere,
in quest’ora di torrido sgomento

 

Oltraggio (Arsenico nel Danubio)

Il grande fiume lacrima veleni,
e l’onda che s’abbatte sulle rive
e refluisce,
vomita cadaveri.
Così la morte irride
le mitiche sorgenti smeraldine,
e il bel Danubio più non sospira
ma agonizzante esala
l’ultimo suo respiro
nel sole che arroventa
pigre pepite d’oro.

 

Parco della rimembranza

Certo, in remote plaghe
era dell’uomo il sogno
quel reame di gnomi gremito
che bosco e mare e siepe recingeva
e lanciava nel sole,
se non saliva in cielo
uno spicchio di luna.
Anima del silenzio,
riverbero di foglie,
antri e caverne,
il canto del poeta.
Sulla bianca ferraglia
l’uomo ha smarrito il regno
e statico s’aggira ed irrequieto.
evocando nei suoi fantasmi insani
perduti paradisi.

 

Notte di Hallowyn

Nascesti come un gioco,
piccoli dolci alle mandorle,
zucca fiammante
nel’orbita di luna.
Quanto innocente
ti ricordavo,,
notte di Hallowyn,
candida notte dei Santi!
Ma il pugno del male
t’afferrò, ti stuprò,
ti trasformò nel sabba,
o sperma del diavolo!
Un teschio nel cielo stellare,
notte sul monte Calvo,
notte di Hallowyn!

 

Scenario cambiato

Noi due, su quella dolce strada
e il cane salterino.
Le fronde nel crepuscolo
scendevano a lambire il prato
e bassi volavano gli uccelli.
Di lampi azzurri
ti ridevano gli occhi,
e l’acque iridate cantavano
spruzzando cigni impettiti.
Ora che sei fuggito
l’orizzonte s’è chiuso nel cemento,
svaniti anche gli uccelli,
sbuffa e ruggisce il parco delle macchine
e sgusciano i ricordi dietro gli angoli.

 

Globi

Luminescente globo verde pallido
nel folto dell’albero gentile
un globo come fiore
o giallo canarino su nel cielo
in vergine splendore,
e l’animica sfera iridescente
un palpito un colore.
E infine i globi bianchi
dei razzi crudeli in guerra.
Rombano e guaiscono
irraggiano grappoli,
sono acini d’uva
nelle notti di lacrime.

 

Per Derek Rocco Barnabei (15 Settembre 2.000)

Se uccidere non è lecito,
amico mio, perché ti uccidono?
E se lo fosse,
che male hai fatto?
Contraddizioni
astringono l’uomo.
E piango
su quell’orrore smaltato
sull’ignoranza del cuore
(dai molti aspetti dolcemente divini),
serpigni stritolatori.
Una fiamma sarà il tuo sguardo
e i tuoi organi in guerra
urlerannol’agonia solitaria dei sogni,.
dove allignano grossi primati
dagli occhi iniettati di sangue.
O Rocco, per queste barre sterilizzate
dove andranno i sospiri
della prima giovinezza,
nella violenza di bende
dei sanitari assassini?
O mite ragazzo,
sarai l’ennesima rosa di Buchenwald.
Ti accolga il Padre Santo
nel suo manto di stelle.

 

Malore

E m’hai risposto ancora,
presto è salita in cielo
nell’alba che si libera dei veli,
la nostra serenata.
La cieca umanità
cui, sempre doppiamente colpevole,
appartengo
e per conoscere e per Aver Visto,
mi ha vinta e resa prona
ai tesori di Venere e di Mida
agli altari di Moloch e Baal.
Ma tu mi hai richiamato
da quella dimensione che conosco
pur non essendovi ancora,
mentre, in totale solitudine,
angoscioso malore mi portava,
forse, là dove sei,
ciò non ostante preda del terrore.

 

Archeologica

Ruspe e zappe
frangono sacre zolle,
là dove declinavano sul Tevere
gli orti Lolliani
in un tripudio di zampilli:
il celestiale volto dionisiaco,
i templi, le colonne, i verdi prati
ed i mosaici d’oro rifulgenti.

 

Porretta terme

I - Canto polemico

Vecchiotta, tinteggiata,
d’archi gotici ornata
(come il Tirolo forse
o la Baviera del sud),
gremita d’affaristi pretenziosi
nel gorgo attorcigliati,
dai ponti veneziani a gradinate
le montagne non degni d’uno sguardo,
bifida, ipocrita,
occhiuta mercantessa.

II - Canto lirico

Ma c’è sempre il miracolo del Reno,
che si digrada come su bastioni
di balzi torrentizi fra lampioni.
Nelle stillanti antiche mura
tappeti d’edera e fiori
ed archi a tutto sesto
allineati
sul filo della remota osteria
dai sopiti clamori.
Al translucido specchio di cascata
si protendono acquatici rami
quasi di plumbea carne dardeggiata,
ma il sole tuttavia si perde
nell’insondabile umidore.
Vari piani d’abitacoli
celano enigmi indecifrabili,
ma la torre tricuspidale
scaglia al cielo i suoi merli
in silente preghiera.
Questi fanali rinascimentali
fra glauchi monti di bambagia
t’incarnano piazza dei Signori
e la città di Giulietta.
Ma seguono i gradoni delle rapide
che a perpendicolo non hanno cielo,
forse un pertugio fra verdi nappe.
Vergine sogno boschivo,
stanze d’amore dietro le persiane
minuscole del regno immaginifico
di ambigue deità mitraliche,
mentre dall’alto punta un campanile
quella sua croce di ferro e sangue.

Scherzo porrettano (ovvero Il mio bestiario)

I - Anitre e papere

Ancora fra alberi e torrenti,
e il piccolo Reno nostrano
di paperette gremito,
vezzose nuotatrici,
e tra rapide solari
e fondali azzurrati
non sento il ronzio nervoso
di solita gente,
ma il canto estatico
delle grandi ali.
Da pochi giorni ho compreso
che nevrosi e banalità
camminano di pari passo
per chi vive senza un perché.
A me basta l’uccello acquatico,
i suoi moti misurati,
la sua voce sincera
(l’essere d’incomparabile armonia
non infranta da ferree prigioni
dove regna il Grande Fratello
e i suoi diabolici bottoni).
È sufficiente la nuda verità,
sì, nuda, perché non mascherata
dal fascino di tastiere elettroniche,
autoradio e magneti d’ingresso,
anche qui nella pace ferita
delle montagne ricciolute.
Qui, anatrella mia petulante:
gioia e dolore, amore e morte,
senza il pudore adamitico
d’una congrega di spettri.

II - Anthropos

Da lungi
nello spiraglio
di vellutati verdi fianchi,
che sogneresti
se non fauni e ninfe?
Carole d’amore tu pensi
ma vedi l’aerobica Diana,
energica conduttrice
di membra rattratte.
Asciutto scattante generale
pietosi dannati discepoli
(e dicono che fa bene!)
Sarà, ma non per l’occhio
in questo sfondo di favola.
A Biancaneve piuttosto
ed alla strega cattiva
s’addice qui costruire
un sontuoso castello
e danze da cenerentola
nel suo salone intraprendere,
ché il bello guarisce, credetemi,
e il brutto sempre distrugge.

Così hai perso tutto,
uomo di dura cervice
ed unico responsabile
della tua oscena caduta.
Se infatti caddero gli angeli
un giorno lontano.
non per soporoso ebetismo
ma per orgoglio titanico
(meglio il secondo del primo),
ora il fragore d’impatto
supera il rombo del tuono.

III - Homo sapiens

Prudentissima sapienza
Iddio ti volle concedere,
preclaro dolicocefalo,
ma cosmiche strade spaziali
e mistici silenzi
e rose d’albe e tramonti
volesti per sempre imbrigliare.
La città vecchia ombreggiata
su fragili canali adagiata
(canali di torrenti a gradoni
che scendono dal cielo nebbioso
radicati nell’ambiguo mistero
finché il sole non scopra il vero
ibridato dall’homo sapiens)
è docile preda
della fiera
più intelligente di tutte -
dicono.
Ma questo grande sapiente
scalza a fatica il divino
per immettervi polifanici
pannelli intermittenti.
C’era una volta...
non l’homo sapiens né insipiens
ma guerriero
forte
competitivo esploratore
o mistico cantore.

IV - Homo di Neanderthal

Non sono un’antropologa
ma credo di conoscerti
o solitario,
così come l’eroe del nostro tempo
che scrive, forse, a lume di candela
quasi dottor Zivago,
rumoreggiando l’obice e il cannone.
E con la penna traccia
dolorosi caratteri
di perduta poesia.
Il coraggioso legge l’incunabulo
oltraggiato dal tempo,
e sfoglia trepidante
le pagine gementi.
Il coraggioso cerca le montagne,
le case incastonate,il sole stanco
che sopra i muri scrive geometrie.
Il solitario parla con i fiumi.

V - Pithecantropus Pekinensis

Nelle forre spettrali
degli alti boschi
su schistici costoni
che l’edera rattiene,
irsuti fiori rossi a rimembrare
l’armigero sangue
(variopinte le anitre tripudiano
e un tempietto incassato
il suo poliedro libero
a forza ostenta).
Qui, o padre mio secondo,
o Pithecantropus Pekinensis,
forse le tue pazienti invenzioni,
le foglie di riso stilate,
l’armi panciute-fiorite,
potresti ancora tornire
come là
dove nacque un geroglifico di sogni
e lo stilema pittografico,
e Li Po
e la poesia delle stagioni
nel consente tripudio dei cieli.
Qui, nell’angolo vergine residuo
di grandi spazi a te somiglianti,
alle nozze del forte col debole
assisterai di nuovo pensoso,
quasi setosa trama
a ricongiungere oriente ad occidente,
o strano bianco giglio
sontuosamente abbigliato,
o antica peonia d’Eurasia.
Ti prego,
non torcere l’occhio filigranato
e la barbetta arguta,
perché qui si trafuga
nell’orrore pragmatico
il bellissimo volto di Dio.
Ed eri bianco tu, caucasico,
macedone ed hungarico,
candido come neve
prima d’attingere
il sangue rubro della foresta vergine.
E bianco ancora da Lassha sospiri,
fiore di libertà.
ché t’involarono
crudi comparti di missili
e miliziani feroci guardiani.

VI - Homo di Simbirsk

Laggiù dove la morbida
semisfera ventosa
discende a capofitto,
forse non è
dell’Ade l’ingresso, ma valle antica,
per enigmatici legami
assemblata
a quell’estremo pianto dell’est,
tundra ed igloo.
E’ lì che danza l’uomo di Simbirsk
se fiato e fumo non si rapprendono
se filtra luce fra lattei spiragli
nel cielo invòlto da gorghi di nubi.
E danza e canta l’homo di Simbirsk
selvagge rapsodie di perdizione,
soffia nel flauto, rulla nel tamburo.
pizzica l’arpa l’homo di Simbirsk.
Dietro di lui, su maliose arcate
le liturgiche scritte variabili
aprono d’ogni mondo il cuore,
infinità dell’idolo totemico.
E appaiono cortili e portali,
uspidali palazzi sfrangiati
nel cangiante rilievo oltre lo spazio,
il nero da cui sorge la creazione,
su cariatidi e sfingi e principesse
che d’alterigia e d’oro sono cinte.
Così, quell’altopiano - che - non c’è -
te mi riporta, homo di Simbirsk,
che socchiudevi varchi e volti attòrti
uno nell’altro come matrjioske.
Musico e mago, homo di Simbirsk,
or goditi il campione del presente
- fra queste rupi
divinamente caste e schive -
mentre propina
l’aerobica Diana
friabili compresse d’ebetismo,
d’ogni stupidità fatta Regina.

 

Terra di fuoco (trentesimo giorno di guerra)

O terra mia di fuoco,
rubri globi nel cielo trapassato
di tristi rapaci grifagni.
E crollano le case,
ferraglie sventrate poltiglie
squarciano i ponti danubiani
torbida è l’onda rossigna.
O terra mia di fuoco,
o strade bianche
d’esuli feriti,
smembrati,
ignudi smagriti.
Cristalli di sale.
delenda Cartago.

Tomba sconvolta (A Claudio)

È l’anima tua che chiamo,
come volevi,amore,
ma qui soltanto vedo
una croce sconvolta
e il nome tuo
bruttato dal fango.
Io vedo questo
e muoio
se pure sia la morte
fiera squallida e oscena
così come io vedo
un nero vuoto quasi oppresso
da filamenta di ragnatele
a picco sul cadavere scomposto
che mai più vedrà il cielo.
Amore mio,
per questo sacro corpo
che non è nulla
avrei dato la vita,
e nella mota ora è stretto
da bulicanti creature
fra scoli biologici
d’immondi liquami.
Amore,
io credo sì nell’anima
e sogno le celesti favole
io credo, amore,
perché se non credessi
inutile sarebbe la mia vita
e più sconcio il morirne.