,

Nomadland

La pellicola che ci ha fatti tornare al cinema dopo nove mesi di chiusure. Il film vincitore dei massimi premi dell’Academy Awards, migliore attrice protagonista a Frances McDormand, miglior film e miglior regia per Chloe Zhao e per la prima volta viene dato un simile premio ad una donna asiatica, per la seconda volta ad donna in assoluto.

La Zhao, regista, sceneggiatrice e montatrice del film, racconta la storia tratta dal romanzo omonimo della giornalista Jessica Bruder. Lo spettatore assiste a circa un anno della vita di Fern, una donna di mezza età che sopravvive come una nomade moderna girando con il suo furgone gli Stati Uniti, spostandosi di stagione in stagione nei luoghi dove può trovare dei lavori di sussistenza. La sua scelta sembra forzata dalla morte del marito e compagno di una vita Boo e dopo il fallimento della società che dava lavoro a lei e a tutta la città industriale Empire, in Nevada. 

Una storia di una gravissima mancanza del sistema economico statunitense- in particolare del welfare – nei riguardi delle persone più vulnerabili che per ragioni anagrafiche o di salute vengono emarginate dal mondo lavorativo proprio nei loro ultimi anni, magari dopo l’impegno di una vita. Nonostante le vicende siano ambientate durante la Grande Recessione, il meccanismo narrato è e sarà sempre più preoccupante – per ragioni demografiche e sistemiche che vanno oltre gli scopi di questo articolo – non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo occidentale. Il concetto di produttività presentato come luminosa occasione di realizzazione personale diviene dapprima il modo per essere membri validi della società per degenerare ulteriormente divenendo infine il prezzo da pagare anche solo per esistere.

Tuttavia, questa narrazione è in Nomadland – incredibilmente, data la potenza della storia in sé – soltanto la superficie.Nomadland racconta un mondo tardo capitalista dove Amazon e il lavoro disumanizzante in fabbrica o in un fast food non sono mostrati attraverso un giudizio morale e con un’estetica di stampo pietista – trita e ritrita nel cinema che definirei “radical-chic”- ma quasi come se si stesse assistendo ad un fenomeno naturale. Il lavoro ai margini della società è ciò che permette ai nuovi nomadi di sopravvivere e allo stesso tempo è la causa della loro condizione. Siamo di fronte ad un nuovo e spaventoso concetto di natura, creata più o meno consapevolmente dall’uomo. La Zhao assume quindi un atteggiamento neutrale sia per ovvie ragioni produttive sia perché questo tipo di denuncia non è l’obiettivo primario della narrazione, la quale pur essendo inventata ha al suo interno storie vere e attori anche non professionisti.

Nonostante questo approccio in Nomadland viene rappresentata anche la Natura come ambiente selvaggio e sconfinato, Natura che esiste, esisteva ed esisterà a prescindere dall’effimero fenomeno antropico del capitalismo. Le immagini straordinarie di essa, che ricordano nel ritmo i documentari di Werner Herzog, sono accompagnate dalla musica di Ludovico Einaudi in modo così azzeccato che è quasi un suono interiore, mentale. La Natura nell’accezione con la quale viene mostrata restituisce delle suggestioni che ricordano i classici Western statunitensi di John Wayne, e non a caso: il riferimento a questi nuovi nomadi come una forma rielaborata del mito della frontiera è assolutamente evidente anche in alcuni dialoghi e nel topos del bivacco attorno al fuoco, presente in diverse scene di introspezione. Questi pionieri sono presentati come molto diversi da quelli dell’immaginario comune, sono signore e signori sui sessant’anni, educati e rispettosi che vivono invisibili ai margini della società, organizzati come possono in delle comunità di aiuto reciproco.

La scelta che li rende degli innovatori non è infatti solo nell’avere riadattato la pratica ancestrale del nomadismo ai paradossi del nostro tempo, ma nel modo in cui scelgono di esistere e di sperimentare la vecchiaia.
Il nucleo nella pellicola risiede qui, nel concetti di libertà e nell’accettazione della fine della vita. 

Fern e gli altri esseri umani che si incontrano in Nomadland vogliono vivere e morire liberi. Ognuno con il suo viaggio, incontrandosi occasionalmente ma con inusuale profondità lungo la strada

La riflessione che collega il potente concetto di scelta attiva del proprio destino e la struttura della società attuale fa sorgere diverse questioni: sono forse coloro che vivono ai margini della società gli unici davvero liberi? Risiede nella zona vuota dell’emarginazione l’unica possibilità di autodeterminarsi rifiutando gli schemi sui quali siamo tutti costretti a scegliere? Sono domande senza dubbio controverse alle quali in molti hanno cercato risposta: impossibile non pensare ad Happy People, del già citato Herzog o al celebre Into the wild.

La Bellezza è, infine, la chiave per l’accettazione della transitorietà del viaggio di ognuno dei personaggi e per estensione, degli spettatori, nomadi o stanziali poco conta. Bellezza che la regista ci descrive attraverso l’intimità dei rapporti umani che osserviamo, ma anche tramite i legami con gli oggetti del passato, ma soprattutto con i paesaggi quasi viventi della pellicola, indimenticabili. Si potrebbe scrivere molto altro su Nomadland, ma le parole perdono significato dopo un po’. L’unico modo per capire è lasciarsi coinvolgere dalla visione del film, ma soprattutto dal proprio viaggio.

-Alessandra Testoni


0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *