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Le Avventure di Pinocchio, di Shozin Fukui

Pinocchio è il simpatico burattino, protagonista del celebre romanzo di Collodi, che ha accompagnato l’infanzia di chiunque. È un personaggio così famoso da essere continuamente riproposto in (più o meno) nuove salse anche al cinema: lo abbiamo visto di recente nel film di Garrone e presto vedremo anche quello firmato Guillermo Del Toro. Ora dimenticate tutto ciò.

Pinocchio è anche un androide pensato e costruito per fare da schiavo sessuale. Il modello 964, così si chiama il protagonista, ha però un difetto: non mantiene l’erezione e, come con tutti gli oggetti difettosi, le sue due padrone decidono di lobotomizzarlo e disfarsene senza pensarci troppo. Siamo nel Giappone del 20XX (un futuro non troppo lontano dal nostro) e questo è l’incipit di quel delirio che è √964 Pinocchio, pellicola del 1991 diretta da Shozin Fukui.
Pinocchio vaga per la città senza ricordi, è un fantasma che si muove in mezzo ad una massa informe di persone “normali” che si tengono a debita distanza da lui. Fa ribrezzo perché è un rifiuto. Himiko è un’altra androide senza memoria che sopravvive nella giungla urbana da più tempo e vuole disegnare una mappa per aiutare quelli come lei ad orientarsi. Sarà lei a prendersi cura di Pinocchio, anche troppo.
Al centro di tutta la vicenda vi è il concetto di sfruttamento, declinato in diversi modi: le atmosfere cyberpunk, che strizzano l’occhio a Tetsuo, uscito due anni prima, servono solo a incorniciare la società giapponese di 30 (sic!) anni fa, quella industriale, delle città-dormitorio, del lavoro dai ritmi serrati e dei metrò straripanti di persone. Non è un caso, infatti, che il protagonista sia proprio un ibrido tra uomo e macchina, tra persona e cosa, tra essere umano e oggetto inanimato. Vi è inoltre lo sfruttamento che deriva dall’industria del sesso, che non si risolve neanche quando ormai non sono più le persone a lavorarci in prima linea, legalmente o meno: il droide non funziona e viene tranquillamente torturato, poi le clienti si lamentano con l’azienda. Infine le azioni che porteranno Himiko ad incatenare Pinocchio, dopo avergli fatto riprendere la memoria, ci fanno capire che non c’è pietà per nessuno, chiunque vuole dominare sull’altro, specie se più debole.
La città è permeata da una luce piatta e abbacinante, ma il film privilegia invece i vicoli bui, i sotterranei, la metropolitana. Quest’ultima sarà simbolo di alienazione e raccapriccio, con la (letteralmente) vomitevole esperienza di Himiko là sotto. Anche lei sta vagando come Pinocchio, con un’apparente consapevolezza in più; ancora una volta è in mezzo alla massa, lei contrapposta a tanti, eppure la differenza non si nota, sono tutti sullo stesso piano, soli e isolati. Tutti perversi, spinti dalle più becere pulsioni ad accoppiarsi con dei giocattoli, trascurando qualsiasi emozione e dimenticandosi degli altri esseri umani; il sadomaso che praticano contamina e si fonde con le strutture piramidali delle aziende.
Presa consapevolezza di tutto ciò, Pinocchio cercherà vendetta. È fra la gente, isolato di nuovo, sanguinante, vuole raggiungere i suoi creatori e ucciderli e il tutto si conclude nella maniera più inaspettata possibile, in una certa qual misura anche positiva.
«L’orrore» diceva Kurtz nel finale di Cuore di Tenebra e di Apocalypse Now, e l’orrore lo troviamo nel genere del film, che non si risparmia di spaventare e far provare disgusto, regalando allo spettatore debole di stomaco esperienze memorabili; ma l’orrore fa parte del mondo, quello della finzione della storia ma soprattutto quello reale e Fukui rimarca fortemente questo concetto.

La narrazione procede in maniera fortemente frammentata, con continui flashback e cambi di punto di vista, ma quello che potrebbe in apparenza sembrare una nota di merito si rivela invece un tallone d’Achille: il regista non fornisce in maniera chiara le coordinate per ricostruire l’intreccio e si fa fatica a seguire la vicenda. Interessante invece la scelta fatta sul ritmo della storia, a volte lenta, a volte iperfrenetica con immagini accelerate e macchina a mano ai limiti dell’instabilità, il tutto accompagnato da inquadrature angolate e un uso sapiente e originale dei grandangoli.
Nel complesso, è un film pieno di significato e gli amanti del cinema estremo saranno i primi ad adorarlo, ma nella più totale onestà si deve ammettere che l’esperimento non è del tutto riuscito, vuoi per la narrazione che procede a singhiozzi, vuoi per alcune scene fin troppo lunghe e prive di una giustificazione che alla lunga annoiano, vuoi per il budget molto basso. Ad ogni modo, la visione è caldamente consigliata.

-Matteo Verban

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