, ,

“Macbeth”: la natura umana fra luce e ombra

La celebre tragedia di Shakespeare, che porta il titolo del suo protagonista, è una storia dalle tinte gotiche, in cui un grande condottiero scozzese, dopo aver ascoltato l’oracolo pronunciatogli da tre streghe, decide insieme a sua moglie di assassinare il re e di prenderne il posto. Ne consegue una catena di delitti e di crimini orribili, perpetrati dal protagonista una volta al trono, per annientare i suoi oppositori, fino a trascinare nel baratro sé stesso, la sua sposa e tutta la corte.

Macbeth e sua moglie sono due dei più celebri antieroi della storia della letteratura. La loro vicenda, costellata di tradimenti, omicidi, macchinazioni e crudeltà, potrebbe essere considerata un compendio della malvagità umana. Eppure non è solo l’abiezione che Shakespeare racconta nella sua opera: il terribile protagonista e la sua sposa sono personaggi complessi, che difficilmente potrebbero rientrare in una definizione univoca. Lo stesso Shakespeare, da straordinario scrittore qual è, fornisce nel corso dell’opera elementi che rimandano di continuo all’indefinito e all’ambiguità: Macbeth inizia a concepire le sue azioni criminose dalle profezie fattegli da tre streghe. Queste profezie, tuttavia, risultano oscure, in esse la verità viene solo apparentemente mostrata come lampante e comprensibile, quando in realtà deve essere estrapolata dopo un’accorta interpretazione degli oracoli: nel primo le tre sorelle chiamano Macbeth “signore di Cawdor” e gli predicono che dovrà essere re. Ma è esclusivamente per la sua ambizione e la sua sete di potere che il condottiero pensa di dover uccidere il sovrano per prenderne il posto, senza soffermarsi sulle molte sfumature che le parole delle streghe potrebbero assumere.

Inoltre, la sua brama non basta per portare a compimento quanto da lui meditato ed è solo grazie alla determinazione spregiudicata di Lady Macbeth che il primo disegno omicida sarà eseguito. Il ritratto che quest’ultima fornisce del marito è di nuovo caratterizzato dall’ambiguità: “tu sei grande, non sei senza ambizione: ma non hai il malvolere che dovrebbe accompagnarla […] e vorresti quel che hai più timore di commettere che desiderio che non sia commesso”. Lady Macbeth, al contrario, appena ricevuta notizia della profezia, sceglie risolutamente di votarsi al male, invocando le forze demoniache perché reprimano in lei ogni compassione e sentimento umano, lasciandole solo il desiderio di uccidere. L’atteggiamento del protagonista, tuttavia, non è dettato solo dall’indecisione, da un’incapacità di stampo amletico di darsi all’azione: un sincero scrupolo morale lo tiene a freno, che si fa ancor più vivo nel momento in cui il re Duncan giunge al castello, mostrandogli tutto l’affetto e la fiducia che nutre nei suoi confronti. Macbeth è colto da un senso di orrore, si rende conto della mostruosità dei suoi intenti e, in un vago presagio del suo tragico destino, capisce di aver ordito dei propositi che vanno ben oltre le sue capacità e la sua indole. In una metafora efficacissima, egli si paragona a un cavaliere che, per montare in sella, compie un salto troppo lungo e cade dalla parte opposta.

Ma Lady Macbeth ravviva in lui l’arrivismo e il desiderio di potere e lo accusa di vigliaccheria, riuscendo così a istigarlo all’omicidio. Calata la notte, i due uccidono il re nel sonno a pugnalate e, il giorno seguente, fanno ricadere la colpa sugli uomini della scorta del sovrano, che vengono trucidati da Macbeth prima che possano avere il tempo di discolparsi.

È il primo di una lunga serie di atti efferati che, una volta salito al potere, Macbeth continuerà a perpetrare, mantenendo il suo posto sul trono solo a prezzo di una lunghissima scia di sangue. Con il passare del tempo, però, il sovrano inizia a provare nuovamente inquietudine per il suo operato, tanto da essere perseguitato dalle immagini delle sue vittime, che invece sua moglie e i membri della corte non riescono a vedere.

Di nuovo, egli si reca a consultare le tre streghe, che pronunciano una profezia più intricata della prima, coronata di visioni, dalla quale il protagonista crede di capire che dovrà essere ancor più spietato ma che, alla fine, egli sarà intoccabile e sarà impossibile spodestarlo. Inizia così una nuova serie di persecuzioni, che raggiungono il culmine della crudeltà con il massacro della famiglia del nobile scozzese MacDuff, del quale non vengono risparmiati neanche la moglie e i figli.

A questo punto assistiamo a una singolare inversione di ruoli fra i protagonisti: mentre il re persevera nella sua insensibilità, riuscendo a convivere con sé stesso grazie a un crescente distacco dal mondo reale, lady Macbeth sprofonda sotto il peso delle sue azioni, i rimorsi la tormentano senza darle tregua, fino a spingerla in uno stato di sonnambulismo, preda di orrende visioni in cui tenta, senza mai riuscirci, di pulire le sue mani intrise di sangue. Solo con il suicidio la regina riuscirà a liberarsi del peso insopportabile delle sue azioni.

L’interpretazione, anche in questo caso errata, delle parole delle streghe, segna la definitiva catastrofe per Macbeth: Malcolm, figlio di Duncan, ponendosi a capo della resistenza contro il tiranno, assedia il castello del protagonista che, avendo ormai perduto del tutto il contatto con la realtà, pronuncia il suo celebre monologo sulla vanità dell’esistenza e, incurante della sconfitta imminente, si lancia nella battaglia che infuria sotto le mura, dove viene ucciso e decapitato.

“Macbeth” è un’opera che spinge a riflettere su numerose tematiche, tutte di grande importanza: la legittimità dei governanti, che possono essere tollerati solo quando il loro operato sia libero da passioni oscure, il desiderio di potere e di affermazione incontrollato, che spinge a commettere azioni irrazionali o addirittura crudeli, il comportamento dell’individuo nel momento in cui deve confrontarsi con le conseguenze del suo agire.

Ma è soprattutto nella caratterizzazione di Macbeth e della Lady che risiede la grandezza di questa tragedia. Pochi autori del passato sono riusciti a fornire, con i loro personaggi, ritratti psicologici indimenticabili come quelli di Shakespeare, che rivela in questo caso tutta la sua maestria, cogliendo a pieno uno dei tratti distintivi della natura umana: essa è inafferrabile, un fluire e sovrapporsi di stati che quasi mai perdurano, così che risulta difficile, quando non impossibile, stabilire se l’indole di una persona sia malvagia o nobile, pietosa o insensibile, mossa dai più ammirevoli principi o dai più meschini interessi.

È l’ambiguità, di cui l’opera è permeata, a regnare nel profondo dell’animo umano, dove luce e ombra si alternano in una lotta il cui esito non è mai scontato. 

-Alessandro Troisi

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *