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Κυνόδοντας

Kynodontas. Dogtooth. Canino, se vogliamo. Dopo undici anni di attesa è uscito al cinema nella grande distribuzione il film rivelazione dell’ormai acclamato regista greco Yorgos Lanthimos, che venne premiato a Cannes nella sezione Un Certain Regard e candidato agli Oscar come il miglior film straniero nel 2011. (Ri)vedere Kynodontas dopo i recenti successi di Lanthimos – regista del pluripremiato La Favorita, regista e sceneggiatore insieme al geniale Efthymis Filippou di The Lobster e Alps – è un’esperienza che ogni amante della settima arte dovrebbe fare per comprendere a fondo le tematiche e le origini di questo talentuoso e rivoluzionario cineasta e anche di una certa corrente presente nel panorama greco. Quindi come prima cosa, andate al cinema. In particolare andateci senza vedere nulla del film, neanche il trailer.

Tre bambini. Una femmina più grande, un maschio e una femmina più piccola, di età compresa approssimativamente tra i 20 e i 35 anni. Bambini-adulti, con degli istinti primordiali che devono essere soddisfatti in modo impetuoso e meccanico. Passano la giornata a sfidarsi in prove di resistenza fisica per aumentare le loro performance agli occhi della madre, che esiste al solo scopo di controllarli e che presto sarà assistita da un cane addestrato, e del padre, unico che può lasciare la grande casa con piscina nella quale vivono e solo artefice di ogni scelta possibile. La visione di Kynodontas trasmette pura violenza psicologica allo spettatore attraverso quella subita dai personaggi e in particolare dalla loro accettazione di essa, come fosse il naturale ordine delle cose. La totale inconsapevolezza rispetto alla loro condizione di segregazione, fisica ma soprattutto mentale, è un elemento fondamentale di inquietudine e soprattutto di riflessione. Esseri umani cresciuto come animali in un recinto, ai quali è negata l’istruzione, la scoperta del proprio corpo, l’arte, il concetto di realtà oggettiva, la conoscenza scientifica, ogni stimolo al di fuori della loro gabbia dorata. Senza nome e dunque senza identità. Privati della conoscenza del linguaggio. Ai quali è stato insegnato che il mare è niente di più di una poltrona di pelle. Ed è forse quest’ultima la violenza più grande alla quale assistiamo, molto sottile e difficile da concepire, la repressione più profonda che viene attuata nei totalitarismi e che i nostri eterni bambini vivono fra le mura domestiche. In questa privazione di evidente matrice Orwelliana – difficile non pensare alla neolingua – il regista ci spinge ad una riflessione profonda di carattere antropologico e sociale.

Come si può comprendere di vivere privati della propria libertà se non si ha il concetto di essa? Come si può ragionare al di fuori di uno schema se non si è a conoscenza di farne parte? Lanthimos ragiona sul concetto di Stato e sulle sua costruzione – repressione, controllo, metus hostilis, paternalismo, vuota competitività al solo scopo di asservimento e sulle verità granitiche comunemente accettate in una società, sulle convenzioni, sulla mente umana e le sue fonti di apprendimento e formulazione del linguaggio e del concetto. In alcuni momenti si ha quasi l’impressione di assistere ad un mero esperimento scientifico, complice l’atmosfera quasi pacata del film, che scaturisce da un regia essenziale, una fotografia luminosa e calda, mediterranea, dominata dal verde brillante del prato e dalla quasi totale assenza di musica se non in alcune brevi, memorabili sequenze. Calma apparente che fa sì che le poche scene di violenza arrivino allo spettatore come dei tagli, improvvisi e dolorosi. Si apprezza anche una riuscitissima prova attoriale collettiva, in particolare nell’atteggiamento dei figli, che si muovono e parlano mischiando saggiamente diversi registri in modo da restituire la grottesca sensazione di un essere intrappolato fra una bestia, un adulto e un infante. Una simile scelta risulta decisamente disturbante e induce ad una grande riflessione sulle dinamiche di potere che si instaurando tra adulto e bambino e sull’uomo. C’è anche un velato riferimento in questo senso alle dinamiche della pedofilia.


La figura patriarcale è forse la più interessante: egli risulta schiavo della stessa repressione che ha creato ed è meticoloso nel conservarla, dalla quale si libera solo attraverso l’estrema violenza – lucida, fisica, come se stesse punendo un animale domestico – che esercita sui figli. Costruisce una realtà (alternativa?) di controllo nella quale i suoi figli rimangono sempre piccoli e incoscienti, da punire e ai quali raccontare una verità preconfezionata e semplicistica, come appunto si fa con un bambino per controllarlo perché si ritiene che la sua incolumità sia a rischio altrimenti. La sua scala di valori può apparire come alterata rispetto a quella comunemente condivisa, ma presenta un’intrinseca ed inquietante aderenza di fondo con il mondo in cui viviamo. Il modo in cui si relaziona con la moglie non è diverso da quello che si può osservare in una famiglia di classe media della stessa generazione. La sua attenzione per i bisogni fisici del figlio maschio ci riporta ad un immaginario ben codificato. La riflessione del regista non è solo a livello di società e di stato, ma a livello strettamente familiare. Al di fuori dei simboli che possiamo ricercare rispetto ai componenti della famiglia, le domande che la pellicola evoca, sottese e terribilmente realistiche, sono su come educhiamo i nostri figli e le nostre figlie. Le menzogne e la repressione che vengono perpetrate dai genitori sulla prole sono davvero necessarie al processo educativo? Creano più danni o più benefici? Ed io, come sono stata/o cresciuta/o? La risposta risiede nei paradigmi della nostra generazione. Non ci si può dunque non immedesimare nella ribellione sfrenata, esaltata, quasi dionisiaca della protagonista femminile più grande, fin dall’inizio la più insofferente rispetto l’autorità, che dopo aver visto un piccolo sprazzo “al di fuori della caverna” inizia a sognare e desiderare. Inizia ad esistere come individuo, a sentire il bisogno di avere un nome. Non riesce, tuttavia, ad uscire davvero dallo schema che le hanno imposto. Lanthimos è chiaro su questo. Possiamo fare il tifo per lei, ma il prezzo della libertà è altissimo e quella che ottiene è avvilente al punto tale da diventare grottesca.

Kynodontas è una pellicola piena di significato, aperta a numerose interpretazioni, che costruisce un ambiente malsano, nel quale i numerosi shock ai quali si è esposti sono raccontati con un tecnica simile al Verismo, nella quale il narratore si tiene fuori e lascia che le immagini parlino da sole; le riflessioni che ne nascono sono profonde e sono vere, reali, concrete. Un piccolo capolavoro del primo decennio di questo millennio.

-Alessandra Testoni

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