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C’era una volta il cinema italiano

Era il 1999 e il cinema italiano aveva vinto.

Posso affermare, con un sorriso sotto il naso, che all’epoca io non ero ancora nato. Quella notte del 21 marzo un eccentrico ma commovente Roberto Benigni ricevette il Premio Oscar direttamente da un’attrice del calibro di Sophia Loren. Un sogno inarrivabile, penserete, che non può essere paragonato nemmeno alla vittoria di un pallone d’oro per un calciatore. Roberto ci riuscì, vincendo nella categoria miglior film straniero e miglior attore. Ce l’aveva fatta. L’attore balzò dalla sua poltroncina ed esultò a braccia aperte su di essa, prima di ritirare la statuetta tanto ambita sul palco. Dietro l’emozione, che si presentava senza vergogna nei suoi occhi ed in quelli della Loren, c’era l’orgoglio di una nazione intera che non aveva mai smesso di crederci. Tutto il mondo era fermo a guardare l’Italia prendersi Hollywood. Accadde davvero e oggi quella vittoria rimane indelebile nei nostri cuori. Ricorda una fiaba da raccontare ai bambini prima della nanna tanto è bella.

Facciamo insieme un passo indietro: chi prima di lui è riuscito a raggiungere un risultato così? Gabriele Salvatores, regista poetico, Federico Fellini e Vittorio de Sica in svariate occasioni, l’indimenticabile compositore Ennio Morricone, nonché quelle donne che ci hanno resi orgogliosi come la stessa Sophia Loren e prima di lei l’immensa Anna Magnani. Tuttavia, pur volendo andare avanti e continuare a citare altri nomi di grandi artisti, come Sergio Leone, mentore di Clint Eastwood, la lista non renderebbe giustizia alla bravura dei nostri cineasti. Perché? Vi starete domandando. Credo di conoscere la risposta: i produttori italiani di oggi sembrano uomini senza il coraggio di investire in film troppo ambiziosi. Da cittadino di questa nazione, sono stufo di aspettare il Natale per assistere alla solita commedia volgare. A mio avviso gli amanti del cinema ne hanno abbastanza di film cuciti su misura per l’italiano medio, delle battute sulle tasse salate da pagare e sulla sacralità “posto fisso”. Non si tratta solo della mia opinione ma di una voglia di riscatto comune, di un ritorno alla fama e all’importanza ottenute in epoche lontane.

Il passato ci ha ben istruiti e ha mostrato ad ognuno di noi che far vedere quanto valiamo al mondo non è impossibile: si può fare. Il Neorealismo ne è la prova lampante: durante quella fantastica epoca tutti invidiavano i nostri talenti. Spesso i registi stranieri preferivano collaborare con star italiane piuttosto che cercare una disperata concorrenza. Erano gli americani a bussare alle nostre porte. Subito dopo c’è stato il già citato Federico Fellini, che ancora oggi è tra coloro che meritano e competono per il titolo di “migliore della storia”, ispirando figure importanti di Hollywood. Lo stesso Tim Burton afferma da sempre di trovare nell’artista italiano una figura di maestro e fonte d’ispirazione per le sue storie gotiche, oniriche, spettacolari. Stesse parole usate da Quentin Tarantino riferendosi al mentore di Eastwood: molte caratteristiche dei film dell’autore di “Pulp ficton” ricordano notevolmente quelle di Leone. A mio avviso uno degli esempi più lampanti è la sequenza iniziale dei titoli di testa di “Django Unchained” con paesaggi western rintracciabili nella famosa ‘‘trilogia del dollaro’’, ripresi nella loro totale maestosità grazie all’impiego di campi lunghi. Sono innumerevoli nella sua filmografia tecniche e scene ispirate dal cineasta romano. Come ultimo esempio, non posso esimermi dal citare un capolavoro immortale: la trilogia de ‘‘Il Padrino’’. In quel caso la Paramount chiese espressamente un regista italiano per prendere le redini di uno dei progetti più importanti da quando la settima arte vide la luce nel lontano 1895. Nacque così, artisticamente parlando, Francis Ford Coppola, seconda scelta del più volte già nominato Sergio Leone. Coppola, a sua volta, pretese nel cast artistico Al Pacino e Robert de Niro come attori (il primo prevalse su Jack Nicholson e Dustin Hoffman) e, anche se non tutti ne sono a conoscenza, persino un giovanissimo Sylvester Stallone fu preso in considerazione per il ruolo di Carlo Rizzi. Mentre della colonna sonora se ne occupò Nino Rota. Ognuno di loro aveva origini italiane conosceva la lingua ed i dialetti familiari, inoltre praticavano usi e costumi della nostra tradizione. Non c’è bisogno di commentare il risultato e l’imponente impatto globale, la storia parla da sé.

Avendo lasciato un’impronta così forte nel mondo, potenziale rotta da seguire per le nuove generazioni, per quale motivo ora ci nascondiamo nelle nostre montagne senza uscire allo scoperto? Siamo la generazione figlia della globalizzazione ed esportare prodotti locali dovrebbe essere ormai un gioco da ragazzi. Il famoso “problema della lingua” è reale, tuttavia non può essere costantemente utilizzato come scusa, equivale a nascondersi dietro ad un dito. Esiste il doppiaggio, esistono i sottotitoli e quindi guardare un film italiano non è un’impresa di chissà quale portata. Altrimenti non dovrebbe riuscirci nessuno se non coloro che utilizzano l’inglese come prima lingua. A confutare questa tesi non sono io, ma l’Academy. “Parasite” vi ricorda qualcosa? Parliamo di una pellicola coreana che ha battuto le statunitensi come “Joker” o “1917” per citarne un paio.

Non prendiamoci in giro e cerchiamo di guardare la realtà negli occhi. È abbastanza chiaro che faccia comodo investire su progetti sicuri, le cui entrate superino le uscite, mostrando a tutti noi simpatiche storie fatte di luoghi comuni, vicende ordinarie e alle volte un po’ bizzarre, ricche di comicità spicciola e battute scontate. Ciò non ci porterà lontano. D’altra parte, mi considero felice per quegli attori o registi come Pierfrancesco Favino, Gabriele Muccino o Paolo Sorrentino che vanno avanti per la loro strada, differenziandosi dal circostante. Questi sono i pochi che, in mezzo a una massa di prodotti simili e scadenti, riescono ad affacciarsi all’estero portando a casa grandi collaborazioni e belle soddisfazioni.

A tal proposito, non dimentichiamo gli importanti ruoli di Favino in “Rush” (2013), il cui cast vanta attori come Daniel Bruhl e Chris Hemswort ed in “World war z” (2013) in cui il talento romano fa da spalla a Brad Pitt, o ancora le pellicole di produzione locale in cui veste i panni del protagonista, le quali sono state apprezzate all’estero e che hanno mostrato agli scettici quanto la sua bravura non abbia nulla da invidiare a molte star internazionali (“Il traditore”, 2018; “Hammamet”, 2020). Procedendo per ordine, il suo fedele amico Muccino, noto sia in Europa che in altri continenti, vanta collaborazioni con Will Smith, una delle quali (“La ricerca della felicità”, 2006) gli ha concesso di arrivare all’oscar, traguardo raggiunto anche da Sorrentino con l’indimenticabile ‘‘La grande bellezza” (2013), senza tralasciare le sue altre opere che hanno superato i confini della nostra penisola (“Youth”, 2015; “Il divo”, 2008).

Ho esaminato solo alcuni di quelli che cercano di fare ancora qualcosa di buono per il nostro cinema. Costoro per fortuna hanno la compagnia di Matteo Garrone o di Stefano Sollima, che fanno ben sperare. Dovremmo ripartire tutti insieme da qui. Ci vorrebbe una presa di coscienza generale e che ognuno facesse la sua parte per muovere piccoli passi verso mete più lontane possibili. I talenti non mancano, serve solo ritrovare la giusta motivazione e puntare su sceneggiature originali, nuove. Perché ce ne sono.

Mi auguro un giorno di assistere e di partecipare alla rinascita di un cinema che non abbia paura di superare se stesso, sfidando i grandi colossi internazionali e tornando in alto, dove merita di stare. Non bisogna avere il timore di investire e di buttarsi: questo consiglio di vita può essere tranquillamente applicato al cinema, il cui compito è di portare la stessa vita sullo schermo. Non so perché, ma è così, e a me onestamente piace da impazzire.

 

-Simone Silvestri

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