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Life on Mars?

Si è conclusa il 13 febbraio la missione Mars Exploration Rover, iniziata nel 2003 e inaspettatamente protrattasi fino al 2019. La missione è stata un tassello fondamentale per l’esplorazione di Marte, confermando la presenza di acqua allo stato liquido sulla superficie del pianeta e portando a scoperte la cui importanza non è ancora valutabile.

Quello della conquista di Marte è da decenni uno dei temi caldi per le aziende spaziali di tutto il mondo: le ipotesi che consideravano il pianeta adatto allo sviluppo della vita hanno stimolato una sconfinata produzione di narrativa fantascientifica che ha riacceso la curiosità del grande pubblico verso la corsa allo spazio e mosso ingenti investimenti in nuove tecnologie.

Il primo rover a toccare la superficie marziana fu Sojourner nel lontano 1997: il robot percorse nei suoi 3 mesi di missione più di 100 metri dal punto di atterraggio, documentando il suo operato con centinaia di foto e testando alcune soluzioni tecniche che gli ingegneri NASA avevano pensato per missioni future. Sojourner spianò quindi la strada a quelli che sarebbero stati i suoi successori, Spirit e Opportunity, giunti su Marte nel gennaio 2004.

Benché la durata della missione MER fosse fissata a 90 giorni, Spirit è stato operativo fino al 2010 quando impantanatosi nelle sabbie di un cratere iniziò a mandare segnali sempre più flebili e rari, fino a cessare definitivamente le comunicazioni. E’ stato però l’ancor più longevo Opportunity a guadagnarsi la simpatia del pubblico: Oppy è stato attivo fino a pochi mesi fa, documentando il suo lavoro giorno per giorno anche grazie ai canali social della NASA. Nel 2015 è stata assegnata ad Oppy una virtuale medaglia olimpica per aver corso la prima maratona marziana: 42 km percorsi in 11 anni di onorato servizio. Nel 2017 il team della missione MER ha invece rilasciato un video in occasione del tredicesimo “compleanno” del rover, sottolineandone i comportamenti da adolescente ribelle quali l’abitudine di condividere sui social le sue foto o il vizio di sparire per giorni e giorni senza dare notizie a “mamma NASA”. È infine nel giugno 2018, con il suo celebre messaggio “my battery is low and it’s getting dark” – la mia batteria è scarica e sta diventando buio – che Opportunity entra definitivamente nei cuori di milioni di persone in tutto il mondo, sconvolgendo la stampa interazionale con l’umanità delle sue ultime parole.

Proprio grazie a questi picchi di popolarità l’agenzia spaziale deve aver capito il potenziale social delle sue creazioni, e continua a cavalcare l’onda mediatica con l’unico attuale inquilino del pianeta rosso, Curiosity, che mostra fattezze simili a quelle del robottino targato Pixar Wall-e, interagisce via twitter con i suoi numerosi fan ( “Your friendly neighborhood NASA Mars rover” la sua bio) e si fa cantare “happy birthday” dagli strumenti di monitoraggio il giorno del suo compleanno.

Restano i dubbi su quanto questa progressiva umanizzazione sia frutto di un restyling progettato a tavolino dalla NASA e quanto sia invece un’inevitabile conseguenza delle caratteristiche sociali della società contemporanea. Il fenomeno dell’antropomorfizzazione, cioè dell’attribuzione di caratteristiche e qualità umane ad animali, eventi naturali o manufatti, è da sempre presente nella società: religione, rapporto con gli animali domestici, narrativa per ragazzi sono solo alcune delle declinazioni possibili. L’umanizzazione è un processo naturale, intrinsecamente legato al disagio che l’uomo prova nel relazionarsi con qualcosa che sfugge alle sue logiche, che è estraneo alla sua natura; era perciò solo questione di tempo prima che anche i robot fossero investiti da questo fenomeno. Ciò ha avuto l’oggettivo pregio di avvicinare le persone comuni a tematiche di ricerca e sviluppo che erano, fino a pochi anni fa, esclusivo appannaggio di un’élite ristretta, ma allo stesso tempo ha aperto la strada allo studio di nuove materie legate alla roboetica e alle implicazioni morali dello sviluppo di intelligenze artificiali che richiederanno tempo e complessi dibattiti per giungere a conclusioni condivise.

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Certo è che questi comportamenti non risparmiano neanche le grandi menti: Isaac Asimov, teorizzatore delle leggi della robotica e pioniere della divulgazione (fanta)scientifica, ha più volte manifestato la difficoltà nel non dotare di caratteristiche comportamentali umane i robot dei suoi romanzi, anche quando essi sarebbero dovuti essere assolutamente privi di emozioni. Più di recente, durante la conferenza stampa in cui è stata dichiarata la fine della missione MER, diversi scienziati non sono riusciti a non parlare esplicitamente di “riposo” o “sonno” del rover Opportunity, trattato come un collega e chiamato con naturalezza Oppy anche in un contesto istituzionale come la conclusione di una delle missioni spaziali più importanti della storia.

Le applicazioni della robotica sono infinite: sanità, educazione, domotica, assistenza, e ora anche la conquista dello spazio. Resta da capire se e quanto i robot possano sostituire il loro operato alla presenza umana, e quali siano i limiti del loro sfruttamento. Nel frattempo, se volessimo rispondere al quesito che David Bowie poneva nel 1971 “Is there life on Mars?”, potremmo immaginare Curiosity che trotterella per la superficie marziana scattando foto ai suoi fratelli dormienti e rispondere che si, forse un po’ di vita sul pianeta rosso è presente.

 

-Marcello Fringenti

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