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A Plastic Story

Il biliardo era il gioco più in voga tra gli  esponenti dell’alta società ottocentesca, ma andava a creare un grosso problema: le palle da biliardo venivano fatte con l’avorio, che veniva preso dalle zanne degli elefanti. Naturalmente si andò incontro ad un vero e proprio massacro di questi poveri animali, tanto che ne furono abbattuti più di 3.000 esemplari solo in Sri Lanka nel giro di tre anni. Bisognava trovare un’alternativa e nel 1869 fu John Wesley Hyatt a proporre una soluzione apparentemente perfetta e innovativa: con un mix di cellulosa, etanolo e canfora riuscì a creare un materiale indistruttibile, dando vita alla plastica.

Questo nuovo artefatto parve salvare la vita non solo degli elefanti, anche delle tartarughe, i cui carapaci venivano utilizzati per creare i pettini. Ahimè, lo stato di tranquillità dei nostri coinquilini animali non durò a lungo, anzi, la situazione si è totalmente ribaltata: nata per salvargli la vita, la plastica è oggi il nemico numero uno di molte specie animali, a partire da quelle marine che sono le più colpiti. Oggi sono presenti, nei mari e negli oceani di questo pianeta, più di 150 miliardi di tonnellate di plastica; previsioni future ci dicono che entro il 2025 la quantità sarà di una tonnellata ogni tre di pesce e, continuando su questa via, nel 2050 ci sarà più plastica che vita in acqua.

Pensate che l’UNEP (Programma Ambiente delle Nazioni Unite) ha collocato il problema “plastica” tra le sei emergenze ambientali più gravi, affiancandolo ai cambiamenti climatici, all’acidificazione degli oceani e alla perdita della biodiversità. Ma cosa comporta realmente questa ondata di spazzatura? Cominciamo con il distinguere due sottocategorie di plastica: le macroplastiche e le microplastiche.

Riguardo alle prime, ne fanno parte buste, bottiglie di plastica, reti da pesca abbandonate e molte altre; sono circa 344 le specie tra uccelli e creature acquatiche che rimangono intrappolate in esse causandosi ferite, lesioni, deformità e impossibilità a muoversi. Tutto ciò fa sì che molti animali muoiano di fame, per annegamento e perché diventano facili prede. Dalla lenta degradazione delle macroplastiche nascono le famigerate e tanto chiacchierate microplastiche, composte anche da pellet, creme, agenti esfolianti e dentifrici e che hanno l’impatto maggiore sulla vita marina.

I grandi pezzi di plastica feriscono, strangolano e causano la morte di innumerevoli animali, tra cui specie protette come, ad esempio, le tartarughe marine che, scegliendo il cibo tramite la vista, scambiamo le buste di plastica per meduse finendo col mangiarle, oppure degli uccelli, che invece lo scelgono attraverso l’olfatto e vengono attratti dall’odore che i rifiuti prendono grazie alla colonizzazione di alghe e batteri su di essi. Ma sono le microplastiche, più insidiose, a rappresentare la minaccia più grande: con la dimensione di neanche un millimetro, vengono facilmente scambiate per krill dai pesci che, mangiandole, le introducono nella catena alimentare marina, dei loro predatori e di conseguenza di noi esseri umani.

Ogni anno causiamo 13 miliardi di dollari di danni ad ecosistemi marini, alla pesca e al turismo: grandi quantità di plastica in mare causano minori catture, seguite da minori entrate, mentre le spiagge e i porti sporchi scoraggiano il turismo. Per fronteggiare il problema, il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva sul divieto di plastica usa e getta dal 2021. Perfetto. Ma nel frattempo? Il punto non è tanto vietarne l’utilizzo quanto far sì che la gente smetta di usarla fin da subito, abbattendo quello sfrenato consumismo che ci ha portati a questo punto: intanto che la direttiva verrà messa in pratica continueremo a produrre e smaltire rifiuti in modo irresponsabile, continuando ad alimentare l’infestazione di plastica nelle acque del nostro pianeta.

Andate a farvi una passeggiata nella spiaggia che vi è più vicina e abbassate lo sguardo verso i vostri piedi: come ci si sente ad affondare i piedi nudi in mezzo a tappi, bottiglie stropicciate e cotton fioc?

Sta a noi proteggere e salvare ciò che è rimasto di questo pianeta, glielo dobbiamo. Perché ogni minuscola parte è preziosa, perché non esiste un’altra Terra, perché è la nostra enorme e tondeggiante casa.

 

-Martina Cordella

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