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La difficoltosa situazione Brexit

Il 23 Giugno 2016 in Gran Bretagna, con un referendum consultivo, quasi il 52% della popolazione ha votato a favore dell’uscita del Paese dall’Unione Europea. Il Trattato di Lisbona (2009) ha introdotto l’articolo 50 che consente la possibilità di recedere dall’Unione Europea, definendone le modalità. L’articolo prevede che due anni dopo la notifica della volontà di recesso, i trattati non verranno più applicati. La scadenza dei due anni per la Gran Bretagna è fissata il 29 Marzo 2019 e in tale data dovrebbe uscire ufficialmente dall’Unione; i negoziati sono conclusi ed è stata elaborata una bozza di accordo di separazione che è al vaglio del Parlamento inglese.

La situazione però non si risolverà entro Marzo; infatti, se il documento venisse approvato, continuerebbero i negoziati tra Unione Europea e Gran Bretagna sulla base di questo accordo. I punti di maggior preoccupazione riguardano il confine tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, lo status dei cittadini europei e i servizi finanziari. Dalla bozza di accordo di separazione si evince che fino al 31 Dicembre 2020 il diritto europeo avrebbe il primato su quello nazionale  e la Corte di Giustizia europea avrebbe giurisprudenza sulle controversie riguardanti il diritto dell’Unione, ma cosa ancora più importante, tutte le decisioni del governo britannico dovranno essere interpretate conformemente alle decisioni della Corte di Giustizia.

Un punto caldo è la questione irlandese, sulla quale ancora non si è arrivati a un’intesa definitiva. Perché è importante? Si è ipotizzato che l’Irlanda del Nord possa continuare a far parte del mercato unico e dell’unione doganale non ripristinando quindi le barriere con l’Irlanda. Questa soluzione porterebbe però a una divisione territoriale della Gran Bretagna e ad un vantaggio economico non indifferente rispetto al Galles, alla Scozia e all’Inghilterra, che invece uscirebbero dal mercato unico europeo.

Per quanto riguarda i cittadini europei stabilitisi nel territorio del Regno Unito, fino al Dicembre 2020 potranno continuare a fondare il loro soggiorno in base alla cittadinanza europea, mentre chi arriverà successivamente non godrà degli stessi diritti; l’intenzione della premier May, per di più dopo la Brexit, è quella di ridurre sotto i 100.000 gli ingressi annuali. Inoltre la Gran Bretagna si è impegnata a pagare 40 miliardi di euro all’Unione Europea.

Dove tutto ha avuto inizio? Nel 1975 la Gran Bretagna è entrata nell’Unione Europea con un referendum che ha visto favorevoli il 65% dei votanti; nonostante l’alto consenso di cui ha goduto l’ingresso nell’Unione, i rapporti tra Gran Bretagna e UE non sono mai stati idilliaci. Negli anni ’80 la Thatcher ottenne la restituzione di  una parte dei contributi versati a favore del bilancio comunitario (famosa la frase I want my money back), uno sconto che tuttora Londra mantiene. Un ulteriore fatto che differenzia la Gran Bretagna dagli altri stati membri è stata la possibilità di ottenere 4 opting out (nessun altro paese ne ha tanti), tra i quali ricordiamo l’aver mantenuto la sterlina.

Nel 2015 il governo britannico chiese al Consiglio una rinegoziazione della sua posizione all’interno dell’Unione, con la richiesta di uno status speciale in materia: finanziaria; di welfare state; sovranità territoriale e immigrazione. Il governo Cameron, forte di due referendum vittoriosi alle spalle, per rafforzare la sua posizione dopo l’accordo raggiunto con Bruxelles indisse il referendum sulla Brexit. Cameron, favorevole al remain, dopo la sconfitta si dimise, sostituito dalla May, leader del Partito Conservatore.

In Italia non sarebbe possibile fare lo stesso tipo di referendum in quanto l’articolo 75 della Costituzione non ammette consultazioni in materia di trattati internazionali.

 

-Erica D’Ignoti

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