Un teen drama tutto italiano

Devo ammettere che con la sessione invernale imminente sto trascurando le serie tv, ad eccezione di Star Wars Resistance, che mi occupa solo pochi minuti a settimana. Tuttavia mi sono imbattuto nella recente e troppo pubblicizzata Baby, diretta da Andrea De Sica e Anna Negri, disponibile dal 30 novembre su Netflix. La prima stagione è composta da solo sei episodi, così ho deciso di fare binge watching e tirare le somme. Considerando che è la seconda serie italiana distribuita da Netflix – la prima è stata Suburra – ero molto curioso di vedere questo nuovo prodotto, desiderio alimentato anche dal fatto che la produzione è “giovane”. Da menzionare per questo è il collettivo GRAMS a cui è stata affidata la stesura della sceneggiatura, ma anche tanti volti nuovi nel cast. Preannunciava da una parte un secondo successo non solo in Italia ma anche in buona parte del mondo, grazie alla distribuzione contemporanea in 190 paesi; dall’altra, avrebbe dato più visibilità alla nuova generazione di creativi che da tempo cercano di scavarsi una nicchia nel panorama mainstream del cinema italiano.

Con Baby infatti le idee nuove sembrano non mancare: si prende in esame lo scandalo delle baby squillo dei Parioli. Seguiremo le vicende di Chiara e Ludovica, interpretate rispettivamente da Benedetta Porcaroli e Alice Pagani (viene sempre citata la sua apparizione in Loro di Paolo Sorrentino, forse per evidenziare di più la pessima performance attoriale), due liceali di una scuola privata “nel quartiere più bello di Roma” che imboccheranno la strada delle baby squillo, il tutto contornato da tante sottotrame caratterizzate dalle solite vicende tra adolescenti: amore, droga e feste. Una serie con molto potenziale, dunque, ma che purtroppo, a mio parere, delude le aspettative.

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In primo luogo, la serie manca di uno stile proprio. Quello che vediamo sullo schermo è un susseguirsi di cliché che cercano di ricalcare i luoghi comuni tipici dei “pariolini” o degli adolescenti in generale, ma tutto ciò risulta invece una copia dei teen drama americani o, per restare in tema Netflix, della recente serie spagnola Élite. Questa eccessiva aderenza a prodotti già visti fa risultare l’opera piatta e priva di impegno: ci sarebbe stato molto da raccontare sui Parioli e su Roma, tanti personaggi da rappresentare e quant’altro, ma la produzione ha optato per la strada più facile, rendendo la Città Eterna una metropoli come tante altre. Continuando per questa strada, nel corso di ogni episodio possiamo notare una recitazione assente, con picchi di trash degni di una produzione di Lori Del Santo. I dialoghi risultano fortemente artificiosi, ogni conversazione sembra forzata giusto per far andare avanti una trama che vacilla ugualmente, pregna di lacune. Infatti appare difficile capire le motivazioni che hanno spinto ad esempio Chiara a intraprendere quella determinata strada, o la vicenda della retta scolastica non pagata da Ludovica. Inoltre i personaggi hanno uno spessore quasi nullo, a partire dai genitori dei vari adolescenti, che esistono quasi solo come oggetti per riempire le inquadrature, ma anche i ragazzi stessi; si cerca di introdurre in una maniera a dir poco imbarazzante la tematica dell’omosessualità.

E ancora, tutte le storyline mancano di quel pathos che di solito fa venire voglia di vedere un altro episodio: accade tutto così velocemente, senza quasi nessun nesso di causa-effetto; non si ha il tempo di metabolizzare quanto avvenuto che già viene proposta una nuova vicenda, fino a giungere al finale, insipido e disorientante, ma che tira per i capelli un futuro seguito di cui non si sente proprio il bisogno.

Ciò che si salva, nella serie, è veramente poco. La regia di De Sica a tratti sembra ambiziosa e abile ma in altri risulta elementare, con campi e controcampi sbagliati o attori che guardano in macchina quando non dovrebbero. Un’altra cosa che mi è piaciuta è la presenza dei social anche a scopo diegetico: per una volta possiamo vedere qualcuno che riesce a integrare per bene nel racconto la tecnologia dei nostri tempi, desistendo dal fare la solita critica su quanto sia nociva per le attuali generazioni. Belli anche gli effetti con cui vengono mostrare le conversazioni tramite messaggi o le interazioni tramite gli altri Social Network.

Nonostante tutte le critiche, però la serie sta riscuotendo successo. Tolti i ragazzi oltre i diciotto anni che spero vivamente la guardino solo per farsi due risate in compagnia, la fascia di età che sembra apprezzare di più è quella che va dai tredici ai diciassette anni: questi sentono proprie le tematiche trattate nella serie, dopotutto sono clichè rappresentati un po’ ovunque e la stessa reazione avvenne anche con il boom dei libri e film di Federico Moccia, quindi probabilmente avremo una seconda stagione per accontentare la fame di intrighi tra adolescenti americani-che-però-vivono-a-Roma.

Ciò che mi lascia perplesso, infine, è l’impronta che questa serie lascia nel panorama dell’audiovisivo italiano. Sappiamo che il cinema e la televisione sono in crisi in Italia, molte produzioni sono ancora riservate alle vecchie generazioni di registi, per i giovani lo spazio è quasi assente e per lo più ci si affida al cinema indipendente, per cui spesso i film neanche escono in sala o non vengono pubblicizzati o distribuiti a dovere. Se si tratta di serialità televisiva è ancora peggio, poiché nessuno investe in produzioni al di fuori delle classiche fiction. Per una volta che invece viene data una possibilità ai giovani di dimostrare quanto si può valere, possibilità che può assumere un valore di opportunità importante per il futuro dell’industria, questa si rivela un fiasco.

 

-Matteo Verban

 

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