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TRADURRE PER RIVISTE COME INTERNAZIONALE? «QUELLO CHE NON SAI DEVI SAPERLO CERCARE»

 

La dottoressa Bruna Tortorella, traduttrice per Internazionale, il noto settimanale che dal 1993 pubblica articoli della stampa straniera tradotti in lingua italiana, ci rivela in un’intervista qualche retroscena del suo lavoro parlandoci di difficoltà, competenze necessarie e una buona dose di creatività e spirito di adattamento. Collabora in ambito giornalistico anche con Limes e nell’editoria con Il Saggiatore, Laterza, Treccani, Rizzoli e Fusi Orari. Ha insegnato traduzione giornalistica alla LUISS e all’Università di Tor Vergata a Roma.

 

 

Dott.ssa Tortorella, per rompere il ghiaccio vorrei innanzitutto chiederle cosa significa, ad oggi, assumersi la responsabilità di tradurre per una testata importante come Internazionale o Limes. Sono articoli che coprono un’ampia gamma di categorie testuali e registri linguistici che affondano le proprie radici in svariati ambiti di competenza. Lei da giornalista è testimone quotidiana di ciò che accade nel mondo in tutta la sua bellezza, straordinarietà, ma anche crudeltà, sofferenza ed in più, da traduttrice, ha il compito di dover trasmettere al meglio notizie di qualsiasi tipo nella sua lingua madre.

 

Bruna Tortorella: In realtà non credo di potermi definire, ad oggi, come giornalista, anche se in passato lo sono stata per un breve periodo. Ad un certo punto della mia vita sono riuscita a conciliare i miei due interessi principali e a tradurre giornalismo. Ovviamente lavorare per riviste come Internazionale e Limes richiede un certo livello, se non di competenza specifica, almeno di informazione. Quello che non sai devi saperlo cercare e devi capire quali siano le fonti attendibili. La varietà di temi e registri costituisce una bella ginnastica mentale. Per esempio io ho diverse rubriche fisse (Burkeman, Randall, l’Oroscopo di Brezsny) e alcuni autori che mi vengono affidati regolarmente il cui stile ha delle costanti che vanno mantenute per renderli sempre riconoscibili. In altri casi è invece necessario intervenire per facilitare la leggibilità dei testi. A mio avviso, soprattutto nel giornalismo, la priorità va data alla lingua di arrivo e al lettore italiano. Questo può comportare brevi spiegazioni nel caso di istituzioni, luoghi geografici e aspetti culturali meno noti al nostro pubblico e, al contrario, omissioni di informazioni inutili — ad esempio “Parigi, Francia” — come capita di trovare in alcuni giornali statunitensi.

 

E’ necessario un forte spirito di adattamento in ogni caso, mi sembra di intuire. Ma al di là delle rubriche o degli autori fissi, c’è un tipo di testo della cui traduzione lei predilige occuparsi?.

 

Beh, se parliamo di predilezioni, l’argomento che mi interessa di più e quello che mi capita più spesso di trattare è la politica internazionale: Stati Uniti e Medio Oriente in particolare perché ho tradotto anche diversi libri sul tema, ma in generale un po’ tutta direi. A mio avviso è l’ambito più stimolante e si imparano tante cose sul mondo in cui viviamo. Poi un altro settore in cui pur non avendo in partenza competenze specifiche mi sono specializzata è la scienza, dalla psicologia alla fisica quantistica e alla medicina. Qui torna dunque il discorso del saper cercare e capire bene di che cosa si stia parlando, che non comporta una lettura più approfondita. Se stiamo parlando di “buchi neri” dobbiamo sapere esattamente che cosa siano, non possiamo tradurre frasi che non capiamo. In questo senso internet è ormai una fonte inesauribile e ci risparmia l’acquisto di libri o le visite in biblioteca.

 

Certo, ovviamente un ambito quale quello scientifico è quanto mai spinoso e delicato. A tal proposito, si sono mai verificate circostanze per le quali lei abbia sentito di trovarsi in difficoltà nella traduzione e di non riuscire, forse, a produrre un testo equivalente all’originale?

 

Sì, diciamo che non capita spesso, ma ogni tanto ci sono autori che giocano molto sui suoni, ad esempio le assonanze e sulle immagini. Nel primo caso, quando è possibile, si cerca di riprodurre lo stesso effetto con suoni diversi; nel secondo bisogna valutare se l’immagine possa arrivare al pubblico italiano. Qualche volta, se lo ritengo improbabile, se può sembrare che siano solo parole in libertà,  ricorro a immagini diverse cercando di mantenere lo spirito del testo. In questo senso il nostro lavoro è anche creativo.

 

Indubbiamente lo è molto, sì. Tuttavia spesso si tende inconsapevolmente a sminuire il lavoro del traduttore, ritenendo che questo consista soltanto nella mera trasposizione asettica di un testo in un’altra lingua che un qualsiasi parlante nativo o traduttore online potrebbe operare. Vogliamo tentare insieme di sfatare questo falso mito che vedrebbe il suo — spero in futuro anche il mio  lavoro sostituibile da un qualsiasi Google Translate ?.

 

Certamente. Se ha mai fatto qualche esperimento con il traduttore di Google saprà già che è ancora molto lontano dall’essere uno strumento utile per chi traduce a livello professionale. Sebbene non sia necessario essere specialisti — le competenze si acquisiscono, si studia, si legge molto, si impara a cercare le informazioni che servono — la traduzione non sarà mai un lavoro meccanico, da software; richiede una capacità di interpretare, di leggere tra le righe e di rielaborare che si acquisisce con l’esperienza e la quotidianità. Quello che è imprescindibile è una buona conoscenza della lingua e della cultura di partenza in tutte le sue sfumature, ma soprattutto un’ottima conoscenza dell’italiano a livello delle strutture, del lessico, delle figure retoriche, dei registri e così via. Anche lo stile “giornalistico” si apprende con il tempo: non è necessario, anzi è sconsigliabile, averne uno proprio, perché si rischia di stravolgere quello degli autori che trattiamo, se sono veramente autori. In altri casi torna utile un po’ di pratica per rendere più leggibili testi contorti, eccessivamente piatti o decisamente scritti male. Capita anche questo, in particolare quando il giornalista non scrive nella sua lingua madre, ma in una lingua veicolare come l’inglese.

 

Sì ammetto che, anni or sono ormai, da traduttrice più ingenua tentai la strada del traduttore online verificandone tuttavia subito a mie spese il grado di accuratezza. Con queste ultime sue parole però, credo che sia stato fugato definitivamente ogni dubbio. Dunque, come ultima domanda, vorrei sapere da lei che indicazioni darebbe a noi studenti, aspiranti traduttori editoriali e giornalistici, per riuscire bene nel nostro lavoro qualche suggerimento sulle principali tecniche di traduzione da seguire in questo settore magari ma soprattutto per riuscire anche solo ad avvicinarsi al suo, quasi inaccessibile, ambito lavorativo.

 

Mi dispiace deluderla ma non sono proprio una tecnica, sono più un’ istintiva. Ci sono delle norme editoriali che vanno rispettate, ma queste sono cose che si imparano. Piccole tecniche che possono tuttavia tornare utili: sono i trucchetti semantici che servono a rendere un termine o un concetto che non esiste esattamente nella stessa forma e lingua di arrivo o quelle sulla sostituzione degli avverbi con aggettivi, dei verbi con nomi, sullo spostamento di parti del discorso per meglio aderire alla struttura dell’italiano e così via. E’ difficile generalizzare e stabilire delle regole: è soprattutto una questione di orecchio e di sensibilità. Per quanto riguarda l’accesso al settore purtroppo non esiste un iter, come non esiste per tutte le libere professioni. Si possono mandare cv e fare domande nella speranza che qualcuno ci dia una chance. Chi fa un buon lavoro di solito viene richiamato perché è nell’interesse del committente non perdere tempo a rivedere e correggere i testi tradotti. Oggi internet offre nuove opportunità spesso gratuite o mal pagate, ma che possono servire per cominciare e fare curriculum. Altro non saprei dirvi, perché in questo campo, purtroppo o per fortuna, ognuno ha la sua storia personale.

 

Nessuna delusione, le assicuro: al contrario, non potrei essere più soddisfatta.  Nel salutarla la ringrazio nuovamente a nome di Culturarte, il periodico universitario di Roma Tre, per averci concesso questo tempo nonostante i suoi impegni e a nome mio, per continuare ad ispirare il mio percorso ogni giorno.

 

La ringrazio per il bel complimento e ringrazio il giornale per l’interesse mostrato, non capita sempre. Buona giornata.

 

 

 

-Margherita Cignitti

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