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‘‘Ai posteri l’ardua sentenza’’ – intervista ai membri del MeP

Quando ci si trova a camminare tra le strade di città come Firenze, Bologna, Perugia, Roma e molte altre, può capitare di imbattersi in una poesia stampata su un foglio bianco attaccato ad un muro, cosa rara al giorno d’oggi, abituati come siamo a vedere per strada graffiti, disegni o semplici scritte. C’è qualcuno che ha interesse a rimettere il verso poetico sotto gli occhi della gente, di incitare la massa a riprendere familiarità con la carta e la parola scritta, si chiama Movimento per l’emancipazione della Poesia ed ho avuto modo di incontrare dei referenti grazie ai contatti trovati sul loro sito http://mep.netsons.org/beta/, rimanendo stupito dalla dimensione che questo movimento ha assunto a partire dalla sua nascita nel 2010.

Cos’è il MeP?

Sono tante le risposte che possono darsi a questa domanda, perché il MeP di oggi è molto di più rispetto a ciò che era il MeP al momento della sua nascita e chissà cosa sarà tra qualche anno. Il Movimento si struttura come un discorso animato costantemente dalle idee che ogni membro riporta, dal continuo rinnovamento delle nostre prassi. In ogni caso, il trait d’union è l’aggregazione su base nazionale di nuclei cittadini composti da poeti militanti che condividono il fine di emancipare la poesia dallo stato emergenziale in cui versava negli anni dieci, uno stato in cui la poesia viene in un certo senso dimenticata dalla massa, circoscritta nell’ambito dei programmi scolastici dei grandi autori, strettamente legata agli scambi privati che i poeti fanno tra loro dei propri componimenti, abbandonando l’idea di pubblicare. Uno stato di necessità che si palesava a partire dall’opinione che la gente aveva del poeta, oggetto della buffa dicotomia dello ‘sfigatello’ che non ha trovato altro modo di sfogare le pulsioni adolescenziali se non con la poesia e del genio incompreso. È da qui che siamo partiti: dalla volontà di restituire alla poesia ciò che gli appartiene, restituirle il senso d’essere, nella quotidianità, arte viva. Scegliamo di essere un movimento perché di fronte ad un unico problema la soluzione non è una, non può essere una soltanto, quindi il rinnovamento del MeP si spiega in forza della continua riflessione su noi stessi.

Le poesie che attaccate non riportano il loro autore, sembra quasi che l’autore sia il MeP stesso. Perché agite nell’anonimato?

Se entro in un museo e mi dicono che quel quadro è di Matisse, guarderò quel quadro con più attenzione e interesse dimenticandomi l’approccio critico che ogni forma d’arte vuole stimolare nei soggetti che ne godono. Adottiamo una linea di anonimato per due motivi sostanziali. Anzitutto perché al centro delle nostre pratiche ci deve essere la poesia e nient’altro: non è importante per noi l’autore, vogliamo ‘purificare’ il componimento da personalizzazioni al fine di far apprezzare la poesia in sé e non perché è ‘la poesia di’. Uno dei nostri antagonisti è proprio quell’idea che valuta l’apprezzamento e la ‘vendibilità’ di un prodotto per la semplice associazione della cosa ad una persona. Nei primi anni di vita del MeP i dati statistici di vendita di libri di poesie riportavano ai vertici Ligabue e Sandro Bondi, ad oggi la situazione non è così cambiata, si vendono prodotti fatti passare per poesia per il sol fatto di essere scritti da un soggetto famoso. Abolizione del personalismo però non vuol dire dimenticare che dietro ogni poesia vi è un poeta, anzi riconosciamo il sacro legame che intercorre tra poesia e poeta, quindi ecco spiegato il perché delle sigle che favoriscono un senso critico e fanno si che non ci si lasci convincere della bontà di una cosa per il solo nome che ne sta alla base. Il secondo motivo è di tipo giuridico: parte di ciò che facciamo è illecito quindi evitare i nomi dei soggetti componenti il MeP serve a tutelarci. Pur consapevoli di occupare spazio pubblico privi di permessi, agiamo forti della volontà di riappropriarci di questo come spazio di proprietà di chi lo vive ogni giorno e non dello Stato. Pratichiamo una illegalità coscienti di una moralità più alta che ci dice che quella illegalità è legittima.

Quali sono le vostre pratiche?

Nel movimento si fanno tante cose, tra le varie azioni con cui agiamo quella privilegiata è l’attacchinaggio perché più di altri fornisce l’impatto desiderato. Il modus operandi dell’attacchinaggio è ispirato ad un’etica di profondo rispetto verso tutte le opere d’arte e monumenti; non invadiamo mai monumenti né muri storici e neanche quelli puliti. Preferiamo ‘attacchinare’ dove c’è già degrado, dove l’affissione di un componimento non arreca danni, al contrario dona un valore aggiunto. All’attacchinaggio affianchiamo forme di diffusione meno invadenti come il “leghinaggio” o dei semplici abbandoni; ci facciamo intervistare, partecipiamo ad eventi, collaboriamo con compagnie teatrali, musicisti, street artist eccetera.

 

Leggendo le vostre poesie mi è venuto in mente Italo Calvino che apre la trattazione di Lezioni Americane con la speranza e la certezza di ciò che la letteratura può, con i suoi mezzi specifici, trasmettere al futuro: vi sentite, in qualche modo, di rispondere alla “chiamata” fatta da Calvino di voler usare la poesia come mezzo di diffusione di valori, concetti e comportamenti?

Nel nostro secondo manifesto è chiaro che non è nostra intenzione dare un giudizio qualitativo su questa forma d’arte, piuttosto vogliamo intendere che possa instaurarsi un dialogo tra società e poesia. Il nostro obiettivo di emancipare la poesia non è fine a se stesso: la poesia è tanto un fine quanto un mezzo per appizzare nei più un certo tipo di attività mentale, empatica, come quella che impone la lettura di una poesia e ciò vogliamo che diventi la base del comportamento sociale. Quindi sì, crediamo che la poesia sia un mezzo specifico: il miglior detonatore in grado di diffondere il carattere critico tra le persone perché le costringe al ragionamento, ad andare oltre la semplice apparenza, a notare anche i piccoli dettagli e siccome tutto ciò mancava e tutt’ora manca, abbiamo pensato che servisse riportare la poesia alla gente e immergerla in un contesto vivo, animato da discussioni e diversità di vedute.  

Secondo un’idea condivisa la poesia è la forma d’arte che più di altre cela dietro di sé significati che non verrebbero fuori se non con l’interpretazione. Calvino la definisce una sottrazione di peso alle esperienze di vita, Ungaretti la vede come un messaggio criptico che porta dietro di sé mistero. Nel MeP gli autori devono seguire una linea poetica definita? Vi sono obblighi contenutistici?

Uno dei principi fondamentali del MeP è l’assenza di selezione, di una linea stilistica e contenutistica, anzi possiamo dire che la linea è proprio quella dell’assoluta libertà espressiva. Certo, esiste un comune intendimento della poesia, un più o meno comune modo di vederla e definirla ma sicuramente si scrive a riguardo di qualsiasi tema e secondo uno stile libero. E questo perché il Movimento, nello sforzo di scardinare la poesia dallo stato in cui era stata relegata, ha lo scopo generale di raggiungere tutti. Se fossimo tutti ermetici oltre che ad essere autoreferenziali, scadremmo nella categoria di un movimento artistico dove ritornerebbe il protagonismo, dove il singolo prevarrebbe sulla poesia e dove l’uso della poesia servirebbe ad emancipare un soggetto; se imponessimo uno stile, un metodo o se ci aggregassimo solo sulla base di una comunione di questi aspetti escludendo tutti gli altri, finiremmo per avere un nostro ‘personale’ pensiero poetico e saremmo produttori di un genere. Nulla di tutto ciò è il nostro intento, vogliamo essere un fenomeno inclusivo e non esclusivo! Quindi no, nel MeP non c’è un genere da seguire, né un modello e uno stile poetico da rispettare, anche se al suo interno si possono ritrovare linee poetiche condivise non intenzionali.

Parlare di letteratura, in particolare di poesia, e presente è difficile: le nuove generazioni preferiscono il ‘vuoto intrattenimento’ piuttosto che ‘nobili esercizi d’animo’. Nel vostro Manifesto è chiara la critica alla società contemporanea d’essersi allontanata dalla poesia. Perché viviamo questa condizione di allontanamento senza precedenti?

Il problema della lontananza tra poesia e volgare società moderna non sta indubbiamente, come si può pensare, nella genetica della poesia nel senso di una sua non creazione, piuttosto risiede in fattori come la pubblicazione e diffusione editoriale e nella disattenzione del pubblico. La poesia è un’arte necessariamente di ponderazione che richiede calma e tempo ma oggi la gente preferisce altri e più bassi intrattenimenti, quindi risulta poco consumabile e scarsamente richiesta dalle masse. A noi interessa il dato di fatto che l’arte, la poesia si realizzano solo quando vengono diffuse perché è solo allora che hanno un senso: cerchiamo, laddove possibile, di far perno su quella proprietà intrinseca della parola scritta per la quale risulta impossibile, per chiunque getti lo sguardo su di essa, non leggerla. Nei nostri attacchinaggi intendiamo rimettere la poesia sotto il naso delle persone affinché rimangano impressionate dall’atto gratuito di fruizione dell’arte, affinché riscoprano il piacere di leggere una poesia e di interrogarsi per dargli un significato.

 Vi sentite un’avanguardia?

Non crediamo di poterci definire un’avanguardia artistica nel significato storico del termine che ha assunto nel ‘900. “Se gloria sarà, ai posteri l’ardua sentenza”.

Continueremo a guardarci e a guardare la realtà che abbiamo attorno, fino a quando le condizioni che hanno generato il MeP non saranno radicalmente cambiate. Allora un movimento per l’emancipazione della poesia non avrà più senso di esistere.   

Copia di foto articolo.jpg

-Stefano Bovienzo

 


 

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