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JAGO: il Social Artist che (s)colpisce ancora

Lo scultore Jacopo Cardillo, in arte Jago, stupisce il pubblico romano nella sua ultima mostra tenutasi al Museo Carlo Bilotti di Roma dal 15 Febbraio al 2 Aprile 2018. Ma cosa si cela dietro l’immagine social di questo artista “tra marmo e modem”?

 

Nell’ultima sala del Museo Carlo Bilotti di Roma fino a qualche giorno fa era possibile percepire, in un’aria di sacrale mistero, gli sguardi delle statue Habemus Hominem (2009-2016) e Venere (2016) che catturavano e seguivano lo spettatore da ogni angolatura; sguardi vivi come le reazioni dei loro spettatori, che si immedesimavano in essi diventando a loro volta oggetti d’arte.

«Ma se l’opera ti guarda, allora chi è l’opera d’arte?»: questo uno dei quesiti che l’autore di queste opere, l’artista ciociaro Jacopo Cardillo in arte Jago, si pone in un video postato sulla sua pagina Facebook, che ad oggi conta circa 247.000 seguaci. Sono proprio loro, i suoi follower, influenzare Jago e la sua produzione scultorea, attraverso consigli e opinioni presentategli nelle dirette Facebook delle sue sedute di lavoro: «Il mio obiettivo ultimo è poter dire che il social network è l’opera d’arte. Cioè che siamo noi l’opera d’arte ed è grazie a noi che l’arte si manifesta».

Social artist, sì, ma la sua arte è tutto meno che digitale: amante dei grandi scultori — fra cui l’immortale Michelangelo, sua massima fonte di ispirazione — Jago è capace di coniugare tecniche classiche di lavorazione del marmo a concetti più ampi, sia personali che universali. Per lui, infatti, l’amore per l’arte è anche la ricerca della propria strada: i grandi del passato sono e rimarranno tali, ma si deve credere di poter fare qualcosa di altrettanto grande nella nostra epoca, come ha affermato l’artista in una delle ultime dirette: «Sii umile ma non umiliarti».

E qualcosa di “grande” è apparso evidente nelle opere della mostra di Jago che ha avuto luogo al Museo Carlo Bilotti di Roma dal 15 Febbraio al 2 Aprile 2018: lo studio del dettaglio, la logica dietro l’esecuzione. Camminando nei corridoi del museo viene l’istinto di sventrare Prigioni e salvare l’uomo racchiuso all’interno del blocco di marmo, di estrarre completamente l’arma da fuoco Excalibur infissa nella pietra o di immergersi nei pensieri di Memoria di sé, che vengono evocati da un volto di bambino incastonato in un volto d’uomo. Il marmo, materiale così freddo e duro per natura, viene modellato fino a sembrare vivo; il cuore scolpito in Muscolo minerale potrebbe contrarsi da un momento all’altro, il sasso di fiume che contiene Sphynx sembra essere in tensione e nulla in generale di ciò che è in mostra è davvero inanimato, ma si trovano vita e sentimento in ogni realizzazione.

È l’ultima sala che tuttavia regala maggiori emozioni: messe una di fronte all’altra, Habemus Hominem e Venere, ultima creazione ampiamente criticata dell’artista, si scrutano a vicenda: la prima opera, ritratto dell’ex pontefice Joseph Ratzinger, spogliato di ogni potere divino per raggiungere la condizione umana, rappresenta una sorta di “opera di formazione” di Jago; è una storia di vita e di crescita, di una lotta che anche l’artista ha dovuto combattere contro di sé, superando i propri blocchi interiori per approdare a qualcosa di più “grande”. È anche il percorso della fede, un atto religioso ma anche un atto di fiducia in se stessi che sembra ispirare l’artista, il quale afferma: «Se non iniziamo a credere in noi stessi come possiamo credere in Dio? Dire “Io credo in Dio”, lo uccide un po’, perché lo chiudi in un concetto, in una parola, lo chiudi in una forma, in un’immagine. Fatto sta che a livello materiale, credere fa una grande differenza».

Venere invece disorienta lo spettatore, il suo sguardo vitreo e timoroso suscita scalpore: è una donna anziana, malata, nuda e raggrinzita, che si copre mostrando vergogna e disagio. Non è bella, anzi è un pugno nello stomaco: anche la dea della bellezza è cresciuta, eccola lì la donna per eccellenza, viene da dire «Habemus Mulierem», come in risposta al Papa emerito che ha di fronte.

Il giovane Jago ci insegna che ancora oggi la pietra o il marmo possono far trapelare un’energia che tange tutti: l’artista, nel suo Hominem e nelle altre sculture, riesce a oltrepassare i limiti fisici di una materia statica per approdare a forme pienamente apprezzabili dal vivo così come nella riproduzione virtuale dei social, che lo consacrano come Social Artist. Jago si muove tra certezze e incertezze, senza dimenticare le sue origini ma senza nemmeno perdere tempo a guardarsi allo specchio: egli è in cerca di una sua arte, un suo pensiero. Jacopo Cardillo cerca di essere Jago.

Ultima ma non meno importante considerazione va fatta alla luce della nostra chiacchierata con Jago, in occasione della sua presenza al museo abbiamo avuto infatti modo di scambiare qualche parola, mezz’ora di chiacchierata amichevole con una persona bellissima nella sua limpidezza. Ciò che Jacopo dice nelle sue dirette facebook, nelle interviste o in occasione di eventi vari risponde esattamente a ciò che pensa: si percepisce un calore umano standogli vicino, lo stesso che viene poi trasmesso nelle sue opere, pensate per avere un valore atemporale. La sua non è superbia ma la sana ambizione di chi vuole lasciare un segno in questa vita, non per questo disprezzando ciò che è stato. In questo Jacopo fa una cosa bellissima, si sporca le mani e i vestiti, è padre più che autore delle sue opere, riesce a vedere il bello oltre le forme corruttibili del tempo. Oltre ogni scultura o parola, una cosa, una su tutte colpisce nell’intimo: l’abbraccio di Jacopo Cardillo, la voglia di relazionarsi, di portare l’arte in mezzo alla gente e non issarsi su un piedistallo come altri artisti fanno, non arte per l’arte ma arte per la vita; grazie.

 

-Gabriele Russo
& Daniela Di Placido.

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