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CINEMA UNDERGROUND: Harmony Korine, tra underground e mainstream

Esistono artisti con idee e concezioni del mondo alquanto fuori dal comune, che nel corso della loro vita decidono di rappresentare queste loro strane manie senza preoccuparsi affatto del possibile scarso successo ma, al contrario, ponendo particolare attenzione nel creare scandalo tra i fruitori “medi” delle loro opere; esistono altri invece che tentano solo di farsi conoscere, per poter entrare nel grande mondo del cinema mainstream e magari ambire opzionalmente alla celeberrima statuetta dorata; Harmony Korine non appartiene propriamente a nessuna delle due categorie o, per meglio dire, costituisce un caso molto particolare. L’articolo con cui venne inaugurata questa rubrica parlava di Larry Clark, fotografo e regista che ha influenzato tanti artisti attraverso le sue opere prettamente di stampo underground: Korine può essere considerato il “costato” di Clark. Harmony collabora infatti con Clark sin dalla sua prima opera: è lo sceneggiatore di Kids e vi farà anche un cameo; per lui scriverà il famoso e censuratissimo Ken Park; contemporaneamente alle collaborazioni varie però si dedicherà anche alla creazione di una sua filmografia, a partire dal 1997 con Gummo.

La filmografia di Korine può essere suddivisa in due parti. La prima parte è composta da film che seguono la scia tracciata da Clark, rappresentando i sobborghi americani non solo attraverso gli occhi degli adolescenti, ma utilizzando quelli di qualsiasi comunità etnica che li compone. La componente “underground” in questi film è molto forte: tutto ciò che la società considera inusuale viene impresso su pellicola, da storie di finzione altamente disturbanti come Trash Humpers fino a un film — mai completato — in cui lo stesso regista si fa riprendere in giro per New York strafatto di droghe pesanti e intento a farsi picchiare dai passanti. Fa parte di questa categoria anche il film che, secondo la leggenda, gli venne commissionato da Lars Von Trier: Julien Donkey-Boy, il primo ad aderire al Dogma ’95 su territorio extra-europeo. Opera davvero particolare perché Korine sfrutta appieno la situazione per sperimentare con la macchina da presa e, anche se non rispetta tutti i punti imposti dal Dogma, mette in scena un lavoro davvero alternativo e in linea con gli ideali del movimento del cineasta danese. Nella pellicola viene mostrato uno stralcio della vita di Julien, ragazzo schizofrenico che lavora in una scuola per non vedenti, e della sua famiglia, composta dal padre cinico e autoritario, dal fratello desideroso di diventare un wrestler e dalla la sorella messa incinta dallo stesso Julien. Desta particolare interesse l’abilità di messa in scena quasi documentaristica del regista, maturata a partire dalla scrittura di Kids: se però in quest’ultimo la finzione era in un certo senso percepibile, in Julien si fa veramente fatica a credere che siano solo attori. È anche grazie al cast che ciò diventa possibile: abbiamo infatti Ewen Bremner – famoso per aver interpretato Spud in Trainspotting – affiancato da Chloe Sevigny, il regista tedesco Werner Herzog e un’infinità di “freaks” che fungono da contorno al racconto —anche se non si può definire tanto un racconto quanto piuttosto una carrellata di immagini trainate dallo stesso filo conduttore.

La seconda parte della filmografia mantiene spesso e volentieri le caratteristiche tipiche citate poc’anzi, ma in una forma un po’ più attenuata al fine di rendere la fruizione dell’opera più adatta anche alle grandi masse: tra questi spiccano il famosissimo Spring Breakers e Mister Lonely. Se il primo non ha bisogno di presentazioni, il secondo sì: uscito nel 2007, è il primo tentativo di Korine di avvicinarsi quanto più possibile al cinema per le grandi masse. Nella pellicola viene narrata la storia di un sosia di Michael Jackson, definibile anche un Michael Jackson “de Latina”, che fa l’artista di strada a Parigi e che un giorno si imbatte nella sosia di Marilyn Monroe; insieme a lei andrà in Scozia in una comune popolata da soli sosia di vari personaggi, da James Dean a Cappuccetto Rosso. Al contempo seguiremo le vicende di un prete (interpretato di nuovo da Herzog) alle prese con un gruppo di suore che miracolosamente riescono a sopravvivere a qualsiasi tipo di caduta, anche se lanciate da un aereo senza paracadute. Qui è importante sottolineare il contesto che ha portato alla creazione di quest’opera: disintossicatosi da poco e ormai abbandonato da Chloe Sevigny, Korine si sposa con Rachel Korine. Questo film  sembra comunicare la speranza di un posto al mondo per chiunque, anche quando si commettono errori, anche quando si desidera essere qualcun altro: a tutto c’è rimedio, basta crederci veramente per far diventare possibile l’impossibile (e qui la metafora delle suore calza a pennello). Dal punto di vista tecnico, Korine abbandona la pellicola, le registrazioni in VHS e quant’altro e si dedica al digitale, evolvendo e adattando a questo “nuovo” metodo le sue abilità artistiche. Nonostante lo consideri il suo lavoro minore, è comunque una pellicola degna di nota.

In conclusione, Korine è tra quei “giovani” che sicuramente hanno molto altro da raccontare (è già in cantiere un nuovo film con protagonisti Matthew McConaughey e Snoop Dogg e si pensa di diffondere un’essenza alla cannabis in sala durante l’intera proiezione della pellicola, per favorirne il coinvolgimento dello spettatore) e che lasceranno il segno nella storia del cinema contemporaneo. A me non resta che consigliare la visione dei suoi film, affiancati ai lavori di Clark.

 

-Matteo Verban.

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