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Verso la DisUguaglianza

L’8 marzo è quel momento particolare dell’anno cui, insieme allo sbocciare delle mimose, si festeggia la Donna, spesso e volentieri attraverso manifestazioni che chiedono l’implementazione di diritti a favore delle donne. Questi tipi di festeggiamenti rimandano anche a un’altra data, quella del 25 dicembre, vale a dire la giornata contro la violenza sulle donne: in concomitanza con questa seconda ricorrenza, il 21 dicembre 2017, è stata approvata una nuova legge che, tra l’altro, estende l’ergastolo “automatico” in caso di omicidio di discendenti (figli, nipoti, ecc.) anche al: «coniuge, anche legalmente separato, contro l’altra parte dell’unione civile o contro la persona legata al colpevole da relazione affettiva e con esso stabilmente convivente». Un estensione — vi invito a rileggere — con un grande spirito di uguaglianza; i termini “coniuge” o “persona” sono infatti neutri e possono essere applicati sia agli uomini che alle donne. Per quale motivo, dunque, sia i media che la società hanno salutato questa legge come un provvedimento contro il femminicidio?

Un’analisi commissionata dal Ministero di Giustizia parla di 600 casi di femminicidio in quattro anni; nell’inchiesta si parla di «Genocidio» sul genere femminile. Mi si consenta, come forse molti lettori, di avere dei dubbi: di omicidi volontari, nel 2016, ne sono stati compiuti un migliaio; di questi, facendo un semplice calcolo, la percentuale di femminicidi sarebbe del 15%. Questo dato però si abbassa considerevolmente (intorno a circa il 5%) volendo aggiungere nel calcolo anche gli omicidi non premeditati. In questo caso, seguendo il ragionamento dell’inchiesta, mi si permetta di dire che se il femminicidio fosse considerato alla stregua di un genocidio, gli omicidi dovrebbero essere equiparati allo sterminio dell’intera specie. Provando ad andare ancora più in là e lasciando da parte la discussione sull’utilità o meno di una legge del genere, mi concentrerei sull’efficacia: nei media e nel mondo dei diritti per le donne si è molto parlato di questa legge, che è stata accolta anche con un certo fervore. Ma siamo sicuri che non si tratti di un semplice “contentino” per far dimenticare altri problemi più spinosi? Se ammettessimo che tutti i 600 omicidi detti per femminicidio siano perpetrati dal partner, ci ritroveremo con un’applicazione che “aiuterebbe” ben lo 0.002% della popolazione femminile (0.001% di quella italiana). Chiaramente, la legge non si occupa solamente della condanna all’ergastolo dell’omicida — cosa che a ben vedere la renderebbe quasi del tutto inefficace, in quanto non potrebbe aiutare di certo la donna morta — ma, di contro, non costituisce nemmeno un deterrente visto che, secondo il rapporto, più della metà degli omicidi sono «pulsionali».

Per quale motivo questa legge può essere considerata un contentino? Perché, sempre a dicembre 2017, è stata varata la nuova legge di bilancio. Fra le varie voci, vi è quella relativa al “Fondo nazionale per politiche sociali”. I soldi previsti per il fondo quest’anno non variano: 300 milioni (ed è il minimo, poiché una legge del 2014 impedisce che venga varata una cifra inferiore). È stato previsto però che dal 2017 questi stessi fondi debbano coprire anche il nuovo Reddito d’Inclusione (REI) e che l’ammontare destinato a questa nuova voce sarà pari a 200 milioni. Che cosa c’entra questo con le donne e la violenza? Le cosiddette “case sicure”, i centri antiviolenza, vengono pagate in buona parte proprio da questo Fondo, e le case sicure non interessano lo 0.002% delle donne, ma il 26.4% («dichiara di aver subito una violenza psicologica ed economica da un partner attuale», ISTAT, 2014) che sarebbe anche il 13.2% della popolazione.

Un’ultima riflessione può essere fatta se si osservano i dati sul congedo genitoriale: lo scarso congedo di maternità (due mesi prima e tre dopo il parto) non riguarda infatti lo 0.001%, ma potenzialmente il 52%; se poi dovesse arrivare anche un vero congedo di paternità (attualmente ben 2+2 giorni obbligatori) sarebbe il 100% potenziale. Non dimentichiamoci che l’attuazione del congedo di paternità renderebbe non solo moralmente e direttamente corresponsabili entrambi i genitori — abbattendo definitivamente l’idea che i figli siano della madre (nel senso dell’esclusività del dovere nelle cure) e che questa debba rinunciare al lavoro, mentre in altri paesi capita anche il contrario — ma toglierebbe anche l’idea che l’unico responsabile del mantenimento economico della famiglia sia il padre, eliminando forse anche quella parte di omicidi-suicidi di famiglia che capitano quando il padre perde il lavoro.

Per l’8 marzo si andrà a manifestare; spero che sia per l’uguaglianza vera di tutti.

 

-Joël David Guerrazzi.

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