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LIBRI NASCOSTI: Le maschere di Oscar Wilde

Tra tutte le maschere indossate da Oscar Wilde probabilmente quella di autore di fiabe è la meno nota. Sì, maschere; perché, durante tutta la sua carriera, Wilde non ha fatto altro che fingere di essere chi non era e travestirsi. Non ha forse scritto, infatti, che «dal punto di vista del sentimento la professione dell’attore è esemplare»? E poi, parafrasando D’Annunzio, se “bisogna fare della propria vita un’opera d’arte” non si deve forse avere l’animo disposto, almeno un po’, al travestimento e alla finzione?

Così, accanto al campione di estetismo del Ritratto di Dorian Gray e all’esperto di satira sociale dell’Importanza di chiamarsi Ernesto, c’era anche l’autore di fiabe, che ha trovato occasione di esprimersi nella raccolta Il Principe Felice e Altri Racconti. Non bisogna assolutamente pensare però che questa maschera sia così diversa dalle altre: dopotutto Wilde, come ogni altro artista, aveva dei sani principi stilistici e credeva fermamente nel potere dell’arte — proprio per questo scriveva «tutta l’arte è perfettamente inutile». Il suo pensiero può essere ritrovato in ognuna delle fiabe contenute in questo volume, caratterizzate da una feroce critica sociale, soprattutto ne L’Amico Devoto. Questa fiaba vede come protagonisti due uomini agli antipodi, un mugnaio ricco e un contadino povero. Il mugnaio rappresenta ovviamente la grassa e ipocrita borghesia britannica, mentre il contadino l’ottuso proletariato vessato dai patrizi. Il loro rapporto di subordinazione appare chiaro dall’episodio della carriola: il mugnaio dice al contadino di volergli regalare la sua vecchia e ormai quasi marcia carriola perché, tanto, ne ha un’altra nuova di zecca; qualche giorno dopo però piomba in casa del contadino pretendendo che egli porti un sacco di farina al mercato e, al rifiuto di quest’ultimo a causa dell’affaticamento dovuto al lavoro, il mugnaio lo accusa di essere pigro e ingrato, dato che lui gli ha promesso in regalo la carriola (promessa che, ovviamente, non sarà mantenuta.

Da bravo dandy sbruffone (e con mirabile acume) Wilde non solo condanna l’assistenzialismo ipocrita dei nobili e dei borghesi britannici — dediti alla beneficienza come un bohémien all’oppio — ma anche l’ottusa ingenuità dei proletari.

Tuttavia la storia in cui Wilde riesce a sintetizzare alla perfezione critica sociale e riflessione estetica sull’arte — addolcendo il tutto con il sublime e lieve linguaggio della fiaba — è sicuramente Il Principe Felice. Il principe in questione è la statua (parlante) di un bambino, ampiamente decorata con foglie d’oro e pietre preziose; tutti la ammirano per la sua bellezza, compreso un consigliere cittadino che però la considera anche “non molto utile”. Toccato da queste parole, il principe compie il sacrificio estremo e, grazie all’aiuto di un uccellino che aveva fatto il nido su di lui, dà via tutte le sue foglie d’oro e tutte le pietre preziose di cui era rivestito ai poveri della città, rimanendo totalmente spoglio. Nonostante il gesto dolorosamente altruistico, il sindaco e tutti i cittadini buttano giù la statua del principe asserendo che “poiché non è più bello, non è più utile”. Nonostante queste storie, essendo fiabe, siano pensate per i bambini, emanano un pessimismo lancinante.

 

-Lorenzo Sgro.

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