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DISCMAN 2.0 – #13 L’evoluzione delle scimmie artiche

Prima di scrivere questo articolo mi sono presa un po’ di tempo: quando decidi di scrivere su una delle band più apprezzate di questo secolo (almeno fino a questo momento) ci devi pensare due volte — ma anche tre o quattro — senza esserne convinto lo stesso.
Perciò mi sono fatta aiutare da Matteo, fan della prima ora, decisamente più esperto della loro musica. 

Dopo aver ascoltato l’ultimo album Tranquillity Base Hotel & Casino no-stop per quasi una settimana, siamo entrambi giunti a una conclusione diametralmente opposta alla reazione dei fan della prima ora — che, a questo punto, forse tanto fan non sono: questo album è un capolavoro. Un disco necessario, esattamente la chiave di volta per capire tutto quello che non si può capire: l’arrivo dei trent’anni e la decadenza di Hollywood racchiusa in una stanza.
Confusi? Tranquilli, è normale. 

Gli Arctic Monkeys si sono presi parecchio tempo per metabolizzare il successo estremo di AM e i conseguenti 150 concerti in solo un anno e mezzo, tanto che nell’ultimo lavoro hanno quasi completamente stravolto i loro schemi, sorprendendo il pubblico. C’è chi lo boccia completamente, chi ancora non ha realizzato e chi come noi pensa sia un capolavoro. Una sola cosa è certa: l’era dell’indie rock è finita e tanti cari saluti a Julian Casablancas.
Forse però era già finita nel 2014, quando Alex Turner ha affermato «Rock’n’roll it seems like it’s faded away sometimes but I’ll never die. And there’s nothing you can do about it»; o forse quando, per i suoi trent’anni, ha ricevuto un pianoforte per regalo e ha deciso di abbandonare le chitarre scrivendo un disco senza destinazione… e qui la domanda sorge spontanea sin dal primo ascolto: ma è un disco solista o è il successore di AM?
Una squallida camera d’albergo di Los Angeles, un pianoforte, un poster della Roma di Fellini sul letto e un registratore analogico a bobina: signore e signori, ecco a voi il disco.

Innovativo, caotico e controverso: se le note del primo brano sembrano preannunciare un programma televisivo in cui Alex Turner parla del suo sogno — infranto — di diventare «uno degli Strokes», gli ultimi quattro pezzi (da Science Fiction in poi, per intenderci) sono delle canzonette old style e, a mio parere, la parte più bella dell’albumÈ un disco nostalgico, quasi completamente anni ’70 e pieno zeppo di riferimenti: dal refrain di Do I Wanna know? sparso tra più brani, alle sonorità dei The Last Shadow Puppets; dal marziano David Bowie a suoni psichedelici che, esagerando tantissimo, ricordano uno dei più grandi gruppi rock britannici (cui nome non menzionerò perché, avendoli probabilmente sentiti solo io, le probabilità di essere presa a pizze in faccia sono alte); dalla stessa sala di registrazione parigina di Nick Cave al vecchio album Humbug. 

Il bello di quest’album è proprio questo: i riferimenti, le diverse sonorità, il pianoforte creano un vortice che ti trascina nel loro mondo; così, più lo ascolti, meno capisci.
È di una bellezza quasi pericolosa, che  potrebbe portare a conseguenze catastrofiche: mi riferisco al fatto che la band, conosciuta e apprezzata ancora di più nel Nuovo Mondo, è sempre stata un’influencer sulla scena musicale mondiale. A ben pensarci questo potrebbe essere davvero un problema: cosa dovremmo aspettarci quindi dai manieristi degli Arctic Monkeys? La stessa confusione inebriante o il completo rigetto di questo nuovo modo di fare musica? 

Senza poi andare lontano e pronosticare troppo il futuro è lecito domandarsi: cosa bisogna aspettarsi dai concerti di Roma e Milano? Anzi, cosa deve aspettarsi Matteo, che è riuscito ad acciuffare i biglietti? Io non ci ho nemmeno provato, mi mettono molta ansia queste cose.
Dalla scaletta (e a detta sua) lo spettacolo sarà esattamente il riflesso della loro carriera, delle loro «mangiare in testa ad altri gruppi contemporanei» e della loro cazzimma (perdonate il francesismo). Ma soprattutto quale sarà la reazione delle “Regazzinas”*? Voleranno reggiseni sul palco anche questa volta oppure questo album non è abbastanza commerciale?

Vi lasciamo il beneficio del dubbio, che sarà svelato tra meno 10 giorni.

Suck it and see

 

 

*Regazzinas: temine coniato da Matteo che indica quella categoria di ragazze fomentate per un determinato cantante solo perché va di moda e non perché ascoltano davvero la musica. Le Regazzinas sono presenti in tutto il mondo, regazzinas può essere chiunque (purtroppo). 

 

 

-Caterina Calicchio.

 

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