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DISCMAN 2.0 – #12 Un nuovo articolo facile

Giovedì scorso sono andata al concerto dei Baustelle ed è stato stupefacente.
Forse perché lo aspettavo da tanto, troppo tempo; forse perché l’ultimo album descrive quasi perfettamente quell’ingorgo di emozioni che ho nel cervello; forse perché ho un debole per la musica dal vivo, sia in compagnia di qualcuno, magari con una birra (lì andate sicuri), che da soli: in ogni caso, le mie aspettative non sono state deluse.
Partendo dal più disomogeneo pubblico mai visto, continuando con i giochi di luce semplici ma efficaci e terminando con la voce di Bianconi, che con la sua magrezza ti fa sorgere spontanea la domanda «da dove prende tutto ‘sto vocione?» l’intero concerto è stato un’esperienza catartica, condivisa con tutti coloro che hanno avuto bisogno almeno una volta di amore, di violenza: dal caschetto nero con la camicia color pesca che aveva bisogno di una doccia posizionato davanti a me alla nonnetta sugli spalti che filmava tutto, da gente in giacca e camicia a una ragazza vestita peggio di me (e ce ne vuole), fino a una coppia che si baciava dolcemente mentre dal palco arrivava “Baby, baby come on”, Veronica, N.2. 

Sto realizzando solo ora, mentre scrivo, quello che è stato il concerto e la grandezza di ciò che sono i Baustelle: lavori in corso, un cantiere sempre pronto a evolversi e crescere durante gli anni. Lavori in corso anche durante l’intero concerto: tra sintetizzatori, pianoforte e sonagli c’è Bianconi fermo, immobile in tutta la sua magrezza, illuminato dal basso che sembrava un dio dell’Olimpo; c’è l’immensa Rachele Bestreghi che balla, si muove da una parte all’altra del palco suonandosi addosso il tamburello (vi ricordo che sono miope, quindi io ho visto un tamburello, che vi piaccia o no), piena di grinta e con una voce intensa e cristallina allo stesso tempo, ci sono il basso e la batteria.

Con un’apertura violenta, come se in un attimo ti volessero buttare nella verità più cruda e assoluta, lo spettacolo in cantiere di  L’amore e la violenza vol.1 e vol.2 rappresenta esattamente questo: una crescita, con la consapevolezza che L’amore è negativo e che a volte non si può avere quello che si vuole; che c’è Lei malgrado te, la via più semplice e immediata, che sfido chiunque a non prendere (o perlomeno a non pensarci). C’è l’LP di Amanda Lear e una storia finita, c’è Betty che finge quando sorride, con un bel profilo e delle belle fotografie, c’è la triste realtà del Vangelo di Giovanni.
I Baustelle mi piacciono perché hanno la capacità di parlare dell’amore maturo, della dipendenza, dello schifo di mondo che ci circonda tramite pezzi facili, apparentemente pacati e privi di emozioni che, attraverso parole semplicissime, ti spiattellano la realtà nuda e cruda, lasciandoti dare l’interpretazione che più ti piace.
Per i loro pezzi l’interpretazione (o parafrasi, che dir si voglia) è sempre stata necessaria, sebbene si senta la differenza tra i primi album e gli ultimi due: dai ritmi accelerati e quasi adolescenziali a un pianoforte molto più “adulto” (forse perché “adolescenti” non lo sono più), da temi sociali a temi personali. 

Proprio per apprendere appieno l’oracolo in musica, non ho foto né video di nessun momento della serata: perché andare ai concerti, cari lettori, non significa restare con le braccia alzate per tutta la durata e far bestemmiare quello che malauguratamente si trova dietro di voi, significa godersi la musica più da vicino, con tutte le stecche, le imperfezioni, significa condividere un canto stonato con tutto il pubblico. È sentirsi meglio e non pensare a niente. 

Lasciate stare il cellulare per una volta, andate ai concerti solamente con le orecchie e il cuore aperto, fa bene all’anima.

  

 

-Caterina Calicchio.

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