Studenti di tutto il mondo, unitevi!

Tous pour le peuple, rien par le peuple”. Così si esprimeva Voltaire a proposito di un tema scottante ai suoi tempi come ai nostri, il popolo; la visione del filosofo francese su un ipotetico cambiamento sociale, auspicato dall’intero movimento dell’Illuminismo, esclude la gente comune, vista semplicemente come “plebaglia”, e pretende di porre il fardello (quindi la libertà) di tale cambiamento su qualcun altro. Chi è questo qualcun altro? Gli intellettuali. Infatti chi frequentava i caffè? Chi dirigeva i giornali? Chi ideò il Dispotismo Illuminato?
Allo stesso modo, sembrerebbe che “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità” tanto esaltata da Kant non fosse, in realtà, per ogni uomo, ma soltanto per chi si arrogava il diritto di metterla in pratica. Ma da dove proveniva questa arroganza? Perché gli intellettuali si sentivano come gli uomini d’oro della Repubblica di Platone? La risposta sta nel fatto che questi individui provenivano tutti dallo stesso ceto sociale, la borghesia.
Ai tempi di Voltaire, infatti, i borghesi cominciavano a pesare sempre di più nel bilancio sociale delle nazioni europee; non solo erano un ceto di crescente potenza economica, ma stavano anche iniziando a costruirsi un’identità sociale, in modo da contraddistinguersi, e in ciò erano aiutati dal fatto che l’aristocrazia era, ormai, odiata per il governo scellerato di Luigi XIV e che i contadini erano esausti, esauriti dal lungo e faticoso regno del Re Sole. I borghesi trovarono il perno della loro identità nella Ragione, intesa come capacità di sfruttare le risorse del mondo grazie al loro intelletto (metaforicamente, allo stesso modo di Robinson Crusoe nel romanzo eponimo di Defoe). Questo, unito all’Etica del Lavoro e all’Onestà, li aiutò a distinguersi dal parassitismo aristocratico e all’ottundimento contadino. In realtà, tuttavia, questa Ragione di cui tanto si vantavano i borghesi non era altro che capacità negli affari, che gli permetteva di accumulare capitale e che ha cominciato a fargli pensare che tutto potesse essere posseduto con il solo pagamento di una somma di denaro; di conseguenza, l’Etica del Lavoro era mera cupidigia e l’Onestà soltanto ipocrisia. Appare chiaro, a questo punto, che l’“uscita […] dallo stato di minorità”, i borghesi se la sono comprata, acquistando la cultura presso le istituzioni educative. Proprio come Voltaire.
Nella borghesia di oggi, invece, il mito della Ragione è ovviamente sfumato: nello scenario da Morte di Dio in cui viviamo il ragionamento, la capacità di esercitare la propria razionalità, non trova più spazio, perciò i borghesi sono stati presi in possesso da forze irrazionali. La conseguenza più tragica di ciò è stata lo svilupparsi della cosiddetta Politica di Pancia, ovvero quel tipo di politica non più basata sull’ideologia come guida dell’azione e sulla democrazia come collaborazione tra cittadini, bensì sulla demagogia e, nei casi più estremi, sulla violenza.
Lo spazio in cui queste forze irrazionali trovano sfogo sono le manifestazioni, ma la manifestazione non è uno strumento di protesta borghese, in quanto la caratteristica principale dei borghesi, come afferma Marx nel Manifesto, è l’“Indolenza”. E, allora, chi è che dà loro “la sveglia”? chi ammaestra le loro pance e le sfrutta per rendersi potente? Nell’Italia di oggi, il Movimento 5 Stelle. Basti pensare agli strilli di Grillo, che attirano folle oceaniche di borghesi, in quanto hanno un effetto deviatamente catartico, perché non purificano ma fomentano. Il carisma perverso dei volti celebri del M5S avrebbe anche una connotazione erotica, poiché sembrerebbe fare breccia nella frustrazione sessuale borghese (andate a sentire cosa dicono le donne a Di Battista…). Ma non tutte le manifestazioni sono dettate dalla necessità di sfogo libidinoso, esistono anche quelle pienamente giustificate dalla richiesta di diritti. Fino all’epoca pre-Statuto alla seconda categoria appartenevano le manifestazioni operaie, manifestazioni proletarie in piena regola, perché messe in atto da persone il cui unico bene erano i figli (questa è, infatti, la definizione etimologica), le quali avevano e dovevano avere la speranza in un futuro migliore. In tempi recenti la manifestazione Contro la Buona Scuola, tenutasi a Roma il 17 novembre, rappresenta un esempio perfetto di questo tipo di proteste; centinaia di studenti, l grido di “lotta per la scuola, riprendiamoci i nostri diritti”, hanno marciato in mutande (come in una sorta di rivisitazione amaramente sarcastica del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo) da Piramide al Miur. Ciò che apparenta questi studenti e, in generale, tutti gli studenti di oggi ai proletari di ieri è la loro nuova posizione nella catena sociale. Se una volta gli studenti provenivano da famiglie borghesi e, quindi, avevano gli studi pagati dai genitori, adesso la maggior parte di loro sono anche lavoratori. Il fatto di dover pagare da sé i propri studi, ovvero di doversi dare al “lavoro salariato” (sempre Marx dal Manifesto), li rende più esposti alle contraddizioni del Capitalismo e allo sfruttamento dell’operaio che esso comporta. E ciò, in conclusione, fa nascere negli studenti il desiderio di lottare e di credere nel futuro inteso come Progresso Sociale (in questo caso, come rinnovo delle istituzioni educative per una migliore e più equa elargizione della cultura).

Manifestazione studenti 17 Novembre 2017

-Lorenzo Sgro.

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