Il ventenne dimezzato

Quando si hanno vent’anni e una vita che potrebbe definirsi “normale” questa stessa normalità può non risultare abbastanza: ci sono alcune situazioni, come quella in cui io stessa mi sono trovata qualche tempo fa, che nella quotidianità si ripresentano periodicamente. Il contesto è più o meno sempre uguale: sono all’incirca le 9 del mattino e, dopo un viaggio di più di mezz’ora su un treno sempre troppo pieno e troppo poco puntuale, si è sulla metro, direzione università, con una sola domanda in testa: «Quello che faccio è abbastanza? Sarà abbastanza?».  

Ed è proprio in una normalissima mattina come questa che mi è tornata alla mente una frase di Italo Calvino, letta ai tempi del liceo nel finale de Il visconte dimezzato: «Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane». Quando lessi per la prima volta queste parole le trovai cariche di cruda verità e oggi, a pochi mesi dalla laurea, capisco ancora di più come questa sensazione d’incompletezza sia pesantemente presente nella vita di ogni giovane. Mi sono decisa quindi di riprendere quel prezioso libro tra le mani, l’ho riletto e sentirmi di consigliarlo a ciascun ventenne che, come me, si sente un po’ come il protagonista del romanzo: dimezzato.

Durante la guerra tra Austria e Turchia Medardo, visconte di Terralba, viene colpito da una cannonata che non lo uccide ma lo divide paradossalmente a metà. La storia, raccontata dalla voce del piccolo nipote di Medardo, racconta di come la metà crudele, fatto ritorno a Terralba, inizia a compiere una serie di azioni tanto assurde quanto terrificanti, come tagliare a metà ogni animale, frutto, oggetto incrociato per la sua strada o condannare a morte anche il più innocuo dei criminali. Anche l’altra metà, quella buona, è però sopravvissuta alla cannonata e ad un certo punto anche questa ritorna tra gli abitanti di Terralba, ma non è come questi s’aspettano. Nemmeno Medardo-Buono, infatti è privo di difetti: il suo eccesso di buonismo e di virtù porta tanti danni quanto fanno le azioni vili e dispettose del Gramo (ossia del Medardo-Cattivo).

«Così passavano i giorni a Terralba, e i nostri sentimenti si facevano incolori e ottusi, poiché ci sentivamo come perduti fra malvagità e virtù ugualmente disumane»: con queste parole il giovane narratore racconta lo spaesamento di coloro che si trovano improvvisamente a convivere con il Male assoluto ed il Bene assoluto, e che si rendono conto di quanto sia ugualmente difficoltoso accettare entrambi i “caratteri”. Il finale della storia penso sia meglio lasciarlo in sospeso, per non rovinare una vostra eventuale prossima lettura (può esser detto che, come in ogni fiaba che si rispetti, l’epilogo ha a che fare con una “storia d’amore”). Vorrei solo fare un appunto sull’importanza ma anche sull’attualità del messaggio che Calvino ci lascia con queste poche pagine di Letteratura italiana, vale a dire la dimostrazione che l’autore ci dà della “bipolarità” dell’essere umano: il bene e il male esistono in ciascuna persona e in un certo senso queste due opposte “personalità” si completano a vicenda, poiché neanche la metà buona di Medardo è perfetta senza la crudeltà dell’altra. È come quando nei cartoni animati la coscienza dei personaggi viene descritta da un angelo ed un diavolo che litigano stando uno sulla spalla destra ed uno su quella sinistra, con il povero pupazzetto che sta nel mezzo e deve decidere a quale voce dare ascolto anche se in fin dei conti entrambe gli appartengono.

Soprattutto, quando tratto dell’attualità di quest’opera, un’altra riflessione che mi sono ritrovata a fare leggendo la fiaba riguarda la debolezza insita nell’umanità: il sentirsi incompleto non deve essere per forza sintomo di debolezza e anzi, può essere un trampolino per migliorarsi e pretendere sempre di più dalla vita. A volte è proprio nell’incompletezza che si riesce a cogliere il senso delle cose e questo è importante soprattutto quando si vive in una società di precaria come la nostra.

«Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane» è vero, ma gioventù e incompletezza non devono mai e poi mai diventare sinonimi: si corre il rischio di perdere fiducia nella gioventù e una società che non ha fiducia nei giovani non ha avvenire, diventa una società che manca di linfa vitale.

Quindi il consiglio che do a me stessa nelle mattinate in cui viaggio in metro e mi sento inspiegabilmente insoddisfatta e incompleta è un consiglio che in parte devo a Italo Calvino e al suo visconte, vale a dire quello di continuare a pensare che il motivo per cui ci si alza ogni giorno ha un valore, dato che soltanto così si diventa una persona di valore: ciò non vuol dire necessariamente essere quello che viene stereotipato come il “bravo cristiano”, ma semplicemente essere coscienti di avere la libertà di poter scegliere tra il bene ed il male, di poter essere se stessi o tutto il contrario di se stessi a seconda delle circostanze in cui ci si trova, o anche la libertà di non dover scegliere. Ogni giorno tutti noi abbiamo la possibilità di decidere di non essere solo un “ventenne dimezzato”, o di esserlo, ma comunque un ventenne dimezzato e speranzoso. Dimezzato e consapevole del fatto che al di là di tutta la negatività che ci viene bombardata addosso ogni giorno, noi siamo giovani e in quanto tali abbiamo ancora la possibilità (e l’obbligo) di lottare. Dimezzato ma felice e fiero, quindi. Anche perché alla fine, chi l’ha deciso che l’interezza è qualcosa di positivo?

Insomma, noi possiamo sempre scegliere: se stare con i “buoni” o con “malvagi”, se essere felici o infelici, se essere soddisfatti o insoddisfatti, completi o incompleti. Ciò che veramente conta è non perdere mai fiducia nella vita soprattutto quando si è giovani, pioché la giovinezza, così come la definisce Calvino stesso, è «l’età in cui i sentimenti stanno tutti in uno slancio confuso, non distinti ancora in male e in bene; l’età in cui ogni nuova esperienza, anche macabra e inumana, è tutta trepida e calda d’amore per la vita»

 

-Serena Di Luccio.

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