IL FOTOGRAFO DEL MESE: Vivian Maier, una moderna Mary Poppins

Vivian Maier, newyorkese, classe 1926, fu fotografa e donna misteriosa la cui attività artistica venne alla luce solo quando, qualche anno dopo la sua morte, il connazionale  John Maloof presentò al mondo intero la ricchezza dei suoi scatti trovati per caso in un box acquistato ad un’asta, espropriato per legge ad una donna che aveva smesso di pagare i canoni di affitto: tra vari cappelli, vestiti e scontrini Maloof reperì una cassa contenente centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Ma chi era davvero Vivian Maier?

Una vita trascorsa lavorando come governante e bambinaia, prima in una famiglia di Southampton e poi a Chigago, dove si trasferì all’età di trent’anni. Di casa in casa, le sue uniche compagne di viaggio rimanevano una macchina fotografica Rolleiflex e un apparecchio Leica IIIc. L’arrivo a Chigago rappresentò senza dubbio il trampolino di lancio che le permise di dare libero sfogo alla sua passione per la fotografia. Ogni volta, appena ne aveva occasione, immortalava la vita quotidiana nelle grandi strade americane con tutti i suoi abitanti: a partire dai bambini che sono stati la sua vita per quei quarant’anni, passando per lavoratori, persone d’alta società e infine, ma non certo per importanza, i più umili, i mendicanti e gli emarginati. La strada per Vivian era un grande palcoscenico che offiriva emozioni e sensazioni da raccontare. Le sue sono fotografie principalmente in bianco e nero che parlano di storie rese perfettamente attraverso le varie sfumature dei due colori e attraverso l’attenzione nell’inquadratura, di cui la Maier era esperta: non voleva semplicemente scattare fotografie, bensì mirava a scoprire quanto ci si potesse avvicinare al vero volto di una persona. Allo stesso tempo la moderna ma solitaria “Mary Poppins” produsse una grande quantità di autoritratti.L’esigenza dell’autoritratto nasceva dal costante bisogno di trovare un posto nel mondo e instaurare una relazione con esso: Vivian era sola, non aveva amici né famiglia, dunque quello risultava l’unico contatto con l’ambiente che la circondava. La sua figura compare, quasi sempre, in modo minimale: la silouette proiettata sul pavimento, su di un muro, il riflesso del suo viso in uno specchio o su di un vetro. Non vi è mai chiarezza e in ogni immagine c’è un elemento che disturba l’armonia. La Maier non gettò mai, in realtà, i suoi lavori nella spazzatura: preferì abbandonarli in un magazzino nella speranza, forse, che qualcuno prima o poi li avrebbe trovati e avrebbe dato loro la vita che meritavano. Un tesoro dal valore inestimabile che ha contribuito, senza dubbio, alla crescita della street photography.


-Francesca Romana Petrucci.

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