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Autunni caldi

Chi di voi non ha partecipato almeno una volta nell’arco della sua vita, soprattutto liceale, ad una manifestazione studentesca?

Per alcuni era un momento di fondamentale discussione e contestazione sulle tematiche scolastiche attuate in quel preciso periodo, per altri un semplice modo di non andare a scuola quel giorno o, per altri ancora, un pretesto per creare scompiglio e mettere in atto la propria voglia di generare caos; in qualsiasi gruppo vi collochiate, però, è evidente che quel semplice giorno, mese, periodo vi è rimasto impresso, contribuendo a creare dei vividi ricordi. Ora, ci siamo mai chiesti come i vari slogan, movimenti e battaglie si siano evoluti in tutto questo tempo e durante tutti questi “autunni caldi”?
Di qualche mese fa sono gli ultimi eventi che hanno visto protagonisti gli studenti nelle piazze: il 13 ottobre e il 17 novembre 2017, ma il malessere che viene sottolineato dai ragazzi ha radici ben più lontane.
«Forse lo schermo era veramente uno schermo, schermava noi, dal mondo. Ma ci fu una sera nella primavera del ’68 in cui il mondo finalmente sfondò lo schermo»: questa citazione del film di Bernardo Bertolucci The Dreamers – I sognatori può essere un buon punto di partenza per ben delineare il famoso Maggio francese durante la primavera del 1968, da molti considerato l’apice della contestazione sessantottina in Europa. L’ondata che travolse la Francia in quel periodo non fu autunnale bensì primaverile, ma non ebbe ripercussioni solo nell’ambito studentesco (ed è proprio questo a sottolineare l’importanza di questo momento storico) ma coinvolse tutti gli ambiti della società francese degli anni ’60 del Novecento, tanto da far convenire gli storici su una suddivisione degli eventi in tre fasi: un “periodo studentesco” (3-13 maggio), un “periodo sociale” (13-26 maggio) e un “periodo politico” (27-30 maggio). Da Nanterre alla Sorbonne di Parigi, la protesta dilagò in tutta la Francia: la miccia che innescò l’incendio fu una riforma, proposta da Christian Fouchet (ministro dell’Educazione nel governo gollista di Georges Pompidou), che tendeva a creare un legame più stretto fra università e mondo lavorativo. All’inizio del 1968 il progetto, definito “tecnocratico”, creò diffusi malumori soprattutto nelle facoltà umanistiche, che si sentivano marginalizzate; il 22 marzo si registrò il primo atto di protesta, in cui circa 200 studenti occuparono la Facoltà di lettere dell’Università di Nanterre, sobborgo di Parigi. Ma Fouchet era solo una miccia casuale: già dal 1967 tutti gli ambienti giovanili d’Europa erano in fermento.

Ma quali erano i motivi che spingevano gli studenti a protestare?
Sovraffollamento delle università, incertezza degli sbocchi professionali, crisi dei valori tradizionali, scarso ricambio nelle classi dirigenti: in Germania l’epicentro del movimento fu Berlino Ovest, patria di Rudi Dutschke, capo carismatico degli studenti di sinistra. Quanto all’Italia, tutto era iniziò a Trento, dove gli studenti avevano occupato la Facoltà di sociologia con mesi di anticipo rispetto ai loro colleghi di Nanterre. Articolati in gruppi diversi, i vari movimenti dell’Europa Occidentale erano accomunati da alcune parole d’ordine: antiautoritarismo, anticonsumismo, rifiuto della “società borghese”. Da una certa fase in poi li accomunò anche una diffusa violenza, sia inferta che subita: l’Italia ebbe il suo “battesimo del fuoco” il 1° marzo, con la “battaglia di Valle Giulia”, nata dal tentativo di un corteo di entrare a forza nella Facoltà di architettura presidiata dalla polizia, mentre in Francia tutto precipitò quando le istituzioni decisero di usare il pugno di ferro contro gli studenti che si barricarono in altre università, dapprima quelle parigine e poi quelle dell’intera nazione. Da quel momento la protesta cambiò volto; ormai il “Maggio” non era più una semplice protesta studentesca, ma si era saldata con vertenze contrattuali di varia categoria, creando un connubio con il mondo operaio che di lì a poco sarebbe riuscito a paralizzare il paese con numerosi scioperi. Per la Francia gollista tutto ciò era inaccettabile e anzi, aveva quasi un sapore di eversione, percepita come tale non solo per i caratteri violenti che ebbe in alcune fasi, ma soprattutto per la denigrazione delle istituzioni e dei modelli di comportamenti tradizionali da parte dei rebelles della Sorbonne. Successivamente un ulteriore segmento della popolazione francese scese in piazza preoccupato di un probabile razionamento della benzina che sarebbe stato causato dai numerosi scioperi, e chiedendo a voce alta che venisse ristabilito, quanto prima possibile, l’ordine pubblico; il generale Charles De Gaulle sbalordì tutti, sciogliendo le camere e andando ad elezioni anticipate, senza ascoltare gli appelli dell’opposizione che chiedevano un governo di unità nazionale. Si concluse così quelli che molti definiscono una rivoluzione mancata, ma che comunque ha segnato (nel bene e nel male) un’intera generazione. Nei decenni successivi, sopratutto a causa del terrorismo di matrice politica, i movimenti e le proteste studentesche cominciarono a spegnersi un po’ in tutta Europa: nell’Italia degli ultimi tempi, complici le riforme volute da vari ministri nel corso dell’ultimo decennio del ‘900 e dei primi anni 2000, le proteste sono ritornate in auge portando istanze diverse (ma non distanti) rispetto alle corrispettive degli anni ’60. La scena politica italiana però è completamente diversa, come diverso è il mondo nei quali i ragazzi si trovano a “combattere” per ottenere voce in capitolo su ciò che li riguarda: i tagli alla spesa pubblica, in primis al sistema scolastico e universitario; una carenza di credibilità nella democrazia rappresentativa e nei partiti, che sembrano non prendersi più carico delle istanze della propria base elettorale; riforme scolastiche volte a una scuola pubblica maggiormente privatizzata; l’alternanza scuola-lavoro; l’accesso alle facoltà a numero chiuso e la conseguente difesa al diritto all’istruzione sono temi ricorrenti in questi ultimi anni di proteste studentesche, che nelle ultime settimane si sono legate anche ad una battaglia di carattere civile come quella dello Jus Soli.

Nell’autunno caldo (anche e soprattutto climaticamente parlando) del 2017 sembra che vi sia una nuova forza vitale all’interno di questa generazione di studenti consapevoli, pronti a lottare per diritti tutt’altro che garantiti. Nell’ultima manifestazione, organizzata dall’UDU il 17 novembre scorso, si chiedevano garanzie di natura economica e prospettive lavorative che non sempre devono essere cercate all’estero – altra parola chiave di chi in questi anni cerca di specializzarsi compiendo studi universitari e che vede fuori dal nostro paese l’unica possibilità per realizzarsi ed essere realmente considerati come professionisti. Nel mondo globalizzato di oggi gli studenti hanno ancora motivo di alzare la voce per far sentire le proprie istanze? Serve a loro, alle future generazioni, affinché credere in un mondo dove studiare ed essere retribuiti per quello in cui ci si è specializzati non debba essere visto come semplice utopia, ma come una realtà quotidiana.

«Un innegabile bisogno di diritti, e di diritto, si manifesta ovunque, sfida ogni forma di repressione, innerva la stessa politica.»
(Stefano Rodotà)

-Lucilla Troiano.

 

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