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DISCMAN 2.0 – #9 E poi, Giorgio

Benvenuti su Discman 2.0. Oggi vi parleremo di quel non raro fenomeno che è il giudicare un libro dalla copertina; il giudizio a priori non è saggio, in quanto ci si basa su un’idea infondata o, peggio, su quello che gli altri ci inculcano. Così facendo, ci si preclude la possibilità di scoprire possibili libri meravigliosi, ma anche film, album, cantanti, persone…

Ecco: come si può ben notare, stamattina mi son svegliata Immanuel Kant… «Ca t pass» (scusate, dovevo). È bastato un momento e sono ritornata la zassa* di sempre: quando dici che chi nasce tondo non può morire quadrato…
Ritornando ai giudizi avventati, volevo parlarvi del mio rapporto con Giorgio Poi.
Nonostante il successo e la fama nel mondo delle ragazzine in preda alle esplosioni ormonali (sì, sempre loro), ho sempre ritenuto la sua voce un fastidio per le mie orecchie: un miscuglio tra il verso della gazza ladra e la voce di un ragazzetto in pubertà.
Poi però ho avuto occasione di ascoltarlo dal vivo: insospettabilmente, il libro si è aperto, le mie orecchie hanno apprezzato e ho cambiato idea; forse perché l’ho ascoltato nella cornice pazzesca del Farm Festival, tra i trulli di Alberobello; forse perché conosco un ragazzo molto simpatico che gli somiglia tantissimo; forse perché l’ho visto mangiare in solitudine un panino seduto ad un tavolino. Forse perché, rubando una parola alla città che mi ospita con tanta pioggia e immenso amore, è caruccio: bassino, biondo, sempre con un cappellino in testa. Quindi Fa niente, Giorgì! Accetto la tua voce stridula, le cover di Contessa e pure che sei biondo.

Credo fermamente che con cantanti dalla voce fuori dagli schemi il giusto atteggiamento sia: «guarda oltre ciò che vedi». Regà: leggete i testi, ascoltate l’arrangiamento, scoprite il perché delle cose oppure accettate che il ritornello vi entri in testa e basta, come ho fatto io. E, fidatevi, è stato l’inizio della fine. Quando entro in fissa per una canzone succede sempre così e le persone che mi conoscono lo sanno: lo sa mia madre, che quando sono a casa deve sorbirsi il mio djset giornaliero; lo sanno le mie coinquiline; lo sanno Sofia ed Eleonora a lezione. La Madonna sul divano mi ha accompagnato durante Linguistica Generale, nel tragitto casa-università, a fare la spesa.

Oltre alla madonna beata «che se fa er sofà», la cosa che più mi piace di Giorgio Poi –sorvolando sul nido di uccellini gracchianti tra le corde vocali – è che racconta la sincera verità, la vita com’è e non quella che vorrebbe che fosse.
I suoi pezzi sono genuini, da cantare rigorosamente a squarciagola, in doccia, per strada, con gli amici. In Tubature, in Acqua Minerale, in Niente di strano, se non gridi quanto lui, godi solo a metà.
E l’album, Fa niente, è esattamente questo: un insieme di quell’amore spensierato e sincero; della vita di tutti i giorni; di un Patatrac; di un sorriso che non doveva scappare perché tradisce la perfetta maschera da incazzata; di parole rimaste tra i denti; di arance sbucciate e delle foto che non mi fai mai. Questo album è la giusta combinazione tra il vivere in un’altra nazione e l’essere italiano: una nazione che contamina la musica, che contamina il giro di Do all’italiana con suoni nuovi, elettronici e, concedetemelo, anche un po’ vaporwave. Dall’altra parte però, il bisogno necessario dell’italiano e delle sue parole, così intense e belle che tradotte in un’altra lingua non susciterebbero lo stesso brivido, le stesse emozioni.

E dunque, cari figliuoli, non fate come me: apritelo prima ’sto libro, non aspettate che un soffio di vento lo faccia per voi. Chiamatelo destino, fato, karma, Dio onnipotente… Chiamatelo come vi pare (anche se per me rimane sempre vento, che a credere a ’ste stronzate siamo buoni tutti).
Non fate come me, che se avessi aperto il libro prima di agosto scorso, adesso avrei la risposta alla domanda delle domande: «Ma perché sta fissa per il blu? La felpa blu, il dentifricio che era meglio quello blu, l’acqua minerale, le tubature».

Purtroppo è andata così: non ho ancora avuto una risposta, oggi è la Festa della Donna e nessuno m’ha regalato una mimosa (e c’è sciopero dei mezzi).
Io, nel dubbio, ritorno ad ascoltare i carissimi Gipsy King.
Ma niente di strano.

 

*zasso: termine dell’alta Murgia Barese; indica un giovane provinciale o di periferia che si sforza di adeguarsi ai modi di vita cittadini, ma in maniera eccessiva, volgare. 

 

 


-Caterina Calicchio.

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