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Il segno ma anche il sogno della bellezza: riflessioni su “Canova. Arte, musica e scena”

«L’uomo che mille belve non furono in grado di vincere, né il figlio di Stenelo, suo nemico, né Giunone, lo vince Amore.»

Queste le parole che Deianira dedica a Ercole secondo Ovidio nella IX epistola delle “Eroidi”: il semidio è morente, ha appena indossato la tunica pregna del sangue di Nesso, ma trova ancora la forza di scagliare in aria Lica, lo schiavo che gliel’ha recapitata su commissione della gelosa moglie.

La scena, rappresentata da Canova in un complesso scultoreo oggi conservato nella Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea, ha fatto da cornice, venerdì due marzo,  all’evento CANOVA. Arte, musica e scena, frutto della collaborazione fra il gruppo Cose Belle d’Italia e la casa editrice UTET Grandi Opere, che ha promosso così la sua nuova opera editoriale: Canova. Il segno della bellezza.

All’interno del libro Giuseppe Pavanello, professore di Storia dell’arte moderna all’Università di Trieste, presenta ogni opera dell’artista come se stesse raccontando una novella, senza però perdere di vista quella che è la scheda artistica di ogni lavoro: partendo dal Canestro di frutta conservato oggi a Venezia, più di 75 gli scatti in bianco e nero del Maestro Mimmo Jodice delle sculture del Canova e altrettante immagini di suoi bozzetti, disegni, opere in gesso, pitture a tempera e a monocromo e incisioni realizzate dal fotografo Alfredo Dagli Orti. Per un totale di 400 pagine e più di 10 kg di peso, il volume è interamente rilegato a mano (come ci è stato mostrato da alcuni artigiani nell’arco della serata) e cela al suo interno una preziosità straordinaria: 12 lettere scritte dall’artista e tre incisioni realizzate a torchio secondo l’antica tecnica calcografica presso la Stamperia d’Arte di Luigi Berardinelli di Verona. Un libro che non solo tratta di arte, ma diventa esso stesso arte.

La presentazione del volume è inoltre solo il primo di una serie di eventi che si svolgeranno nel corso dell’anno, fra cui la grande mostra Magister Canova che si terrà in autunno a Venezia e celebrerà l’arte canoviana in ogni sua forma.

Perché dedicare così grande rilievo ad Antonio Canova? Qualsiasi persona abbia sfogliato almeno una volta un libro d’arte (o forse anche chi non lo avesse mai fatto) saprebbe trovare la risposta.

Il Canova fu il primo artista italiano ad aver raggiunto in vita una fama planetaria: nato a Possagno nel 1757, secondo Stendhal egli fu l’unico ad avere il coraggio di non imitare i greci ma di emularli, inventando una nuova forma di bellezza; un tipo di bellezza che, come ci ha ricordato lo storico dell’arte Claudio Strinati, pur essendo alla base di ogni arte assume valore proprio quando libera da ogni imposizione.

I soggetti scolpiti nel marmo dalle sapienti mani dello scultore veneto sembrano prendere vita: le figure sono estremamente realistiche e i contatti fra di esse sono resi con superba attenzione. L’amore si rivela in tutta la sua dolcezza; il rapporto familiare è espresso con tenerezza e complicità. Canova è il primo a inventare l’abbraccio nell’arte: Amore e  Psiche, Adone e Venere, le tre Grazie, Dedalo e Icaro.

Artista e amante dell’arte, Canova fu forse il primo grande difensore del patrimonio artistico: venuto a sapere della razzia operata da Napoleone sul territorio italiano, ne fu talmente turbato da maledirne in eterno la famiglia. Paolina, la sorella dell’imperatore francese scolpita in quella che è probabilmente una delle più grandi opere marmoree conosciute al mondo, viene paragonata sì ad una Venere vincitrice (con il mitico pomo in mano) ma richiama anche, per citare Pavanello: «pur nello splendore delle sue carni vellutate, l’attitudine di riposo delle figure giacenti dei sarcofagi etruschi». Tale opera ricorda anche La grande odalisca di Ingres, La Venere di Urbino di Tiziano o, addirittura, dettagli di pitture antiche di Ercolano. Si fondono dunque in un’unica immagine spirito vitale e spirito funereo, così come, allo stesso modo, si incontrano passato, talvolta anche quello più remoto, e presente.

Morto nel 1822, Canova (oltre a godere della caduta di colui che aveva saccheggiato parte delle opere italiane) fu incaricato da Papa Pio VII di riportare in patria opere di estrema bellezza e prestigio: dall’Apollo del Belvedere di Leocare alla Deposizione di Caravaggio, dalla Trasfigurazione di Raffaello al Laocoonte di Agesandro.

A pochi chilometri di distanza dai luoghi dell’infanzia di Antonio Canova, un anno prima dello scultore nasceva Wolfgang Amadeus Mozart: la vicinanza tra la Repubblica di Venezia, ormai al tramonto, e l’Austria Asburgica, e la contemporaneità fra queste due importanti personalità, ha fatto sì che la serata evento si concludesse con un’esibizione del Quartetto Evan, pianoforte ed archi, in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

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-Beatrice Tominic.

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