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Mostre per mostrarsi, o come l’arte diventa mezzo per sentirsi di tendenza

“Impara l’arte e…” mettila sui social: questo è ciò che viene fuori parafrasando un vecchio proverbio, considerando ciò che fanno quei visitatori furbi che, armati di telefonino, scattano e registrano laddove foto e video sono proibiti. Questo però, per assurdo, è anche ciò che viene proposto in ogni angolo e in ogni spazio di muro fra un’opera e l’altra della mostra ENJOY L’arte incontra il divertimento, ospitata al Chiostro del Bramante fino a febbraio 2018: una mostra che sembra mettere in discussione il concetto stesso di arte. La visione romanzata di un’arte d’élite rappresentata da uno studio attento e meticoloso, da una propensione al sacrificio della propria vita, riservata a un pubblico di pochi e portata avanti da un’oligarchia di maestri sparisce per restare al passo con i giovani e la società di oggi. L’arte, non più un disegno o una scultura, si esprime in questa sede attraverso installazioni luminose e sonore di cui i visitatori diventano parte integrante indossando maglioni rossi, sedendosi su apposite sedie, sprofondando su un’amaca o entrando in una sala con dei palloncini. La mostra, già dalle strutture poste all’ingresso, si presenta come un viaggio nel Paese delle Meraviglie esponendo al pubblico labirinti di “specchi” attraversabili, enormi dolci e fiori, cui seguono lavori di ogni tipo: da apparentemente banali collage di foto a disegni realizzati mediante gli stencils, fino ad arrivare a sculture messe in movimento da meccanismi singolari, realizzate con i materiali più disparati – la ruota di una bicicletta, dei tubi, persino un pelliccia di volpe. Capita, all’interno della mostra, di chiedersi sempre più spesso quale sia la linea che separa l’arte dall’oggettistica quotidiana, quale la particolarità che rende un oggetto qualsiasi una creazione speciale: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”, suggerisce come soluzione Paul Klee in uno dei tanti pannelli che accompagnano le opere esposte. Non più artisti in cerca di ispirazione chini a disegnare su taccuini che ingialliranno nel tempo, bisognosi di imparare dai grandi maestri, ma giovani e anziani di ogni età che si immortalano in foto da condividere ovunque con appositi hashtag, per mostrare se stessi più che l’arte che li circonda. La nostra generazione passa la vita alla ricerca di un’originalità che risulta sempre più catalogata: vogliamo essere liberi da qualsiasi etichetta che ci contrassegni per come ci vestiamo o per ciò che ascoltiamo, ma allo stesso tempo permettiamo a semplici parole, termini o aggettivi di schedarci dietro un cancelletto. Sembriamo vivere una ribellione interiore che non sappiamo neanche noi stessi come e dove sfogare, come se ogni controversia importante fosse stata già risolta e vivesse solo nel passato, lasciando a noi il sono onere di accettarla così com’è. Forse invece sono ancora troppi i problemi che necessitano di una soluzione, ma sembriamo rassegnati in partenza e ogni sforzo risulta vano, come se stessimo tentando di risolvere un cubo di Rubik a sette colori. E allora ENJOY, per illuderci di essere speciali, importanti, o semplicemente per ignorare il fatto che siamo parte di una generazione che rinuncia interrogarsi e cercare se stessa per fare in modo che siano gli altri a guidarla.

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-Beatrice Tominic

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