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La primavera araba, sette anni dopo

Il 17 dicembre 2010 un’ondata rivoluzionaria diffusasi in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrain, Yemen e Siria fece scendere in piazza milioni di persone chiedendo dignità: era l’inizio della Primavera Araba, un movimento che avrebbe trasformato le dinamiche sociopolitiche di tutto il territorio arabo. Cinque anni dopo i regimi fondamentalisti riottennero il controllo con la violenza: l’Egitto si trovò sotto una dittatura peggiore di quella precedente alle rivolte mentre in Siria, Libia e Yemen scoppiarono violente guerre civili. Oggi, a sette anni da quella rivoluzione che rese possibile una “politica della speranza”, le vittime sono centinaia di migliaia, i profughi milioni. Allo scoppio, i media occidentali considerarono la Primavera Araba come il frutto culturale e politico della nuova generazione connessa alla globalizzazione e videro nella caduta di Ben Ali e di Mubarak l’inizio di un periodo di transizione che – similmente a ciò che accadde in Est Europa nel triennio 1989-91 – avrebbe di certo avuto bisogno di molto tempo per stabilizzarsi, ma che alla fine avrebbe inaugurato una nuova era democratica. La visione occidentale non era completamente sbagliata: libertà e democrazia erano infatti caratteristiche salienti della rivolta, ma motivazioni più profonde dovevano essere cercate in ragioni sociali ed economiche piuttosto che politiche. Non può di certo considerarsi un caso che la rivolta sia partita da quei paesi che durante gli anni precedenti avevano vissuto un accumulo eccezionale di lotte sociali e di classe – Tunisia ed Egitto – e che gli slogan della rivolta non fossero meramente politici, ma riguardassero soprattutto temi sociali. Da questo punto di vista si possono considerare le rivolte in questi due paesi come un caso di rivoluzione sociale di stampo marxista dovuto al blocco dello sviluppo durante i tre decenni precedenti, con dei minimi di crescita che a loro volta registravano dei massimi di disoccupazione; ma mentre nei contesti tunisini ed egiziani vennero svolte insurrezioni relativamente pacifiche nei confronti delle classi politiche, in Paesi quali Libia, Yemen e Siria le circostanze oggigiorno rimangono disastrose. Per capire effettivamente la situazione si possono osservare i tassi di crescita economica nella regione a confronto con altre parti di Africa ed Asia. Non si può non notare quanto questi tassi siano molto bassi. Ciò significa che le economie sono state incapaci di creare posti di lavoro che rispondessero alla crescita demografica, producendo di conseguenza ineguaglianze locali e regionali. La coesistenza di benessere largamente ostentato e povertà estrema ha creato un’enorme frustrazione sociale, un problema peggiorato considerevolmente dal boom del petrolio del 1970. La questione reale nel 2011 non fu tanto, dunque, perché la rivolta sia scoppiata, ma perché sia servito così tanto tempo per avere un’esplosione di questo potenziale. La ragione del blocco economico può essere trovata nello sviluppo del neoliberismo all’interno del contesto Arabo: come la maggior parte dei Paesi nel mondo, negli anni ‘70 questi stati iniziarono ad abbracciare il neoliberismo e la sua tendenza a ridurre il ruolo dello stato dell’economia. Il declino dell’investimento pubblico fu compensato dal settore privato il quale, pur ricevendo molti incentivi, non fu comunque in grado di sopperire alle varie necessità. Questo modello di crescita a base privata, con le dovute condizioni, funzionò in alcuni stati come il Cile, la Turchia o l’India, anche se con un alto contributo sociale, ma nelle regioni Arabe, invece, questo modello non poté funzionare per via delle caratteristiche dei vari stati. La maggior parte degli stati Arabi, infatti, combina due caratteristiche: la rendita che frutta loro dalle risorse naturali o da funzioni strategiche, che costituiscono una parte dominante del PIL statale, posizionando tutti gli stati in una scala che va dal “patrimoniale” al “neopatrimoniale”; gli stati sono posseduti dal gruppo economico dominante, situazione che porta alla determinazione politica dell’orientamento delle attività economiche. Se si aggiunge lo stato generale politico di alta instabilità e di conflitti, si capisce come non ci sia stato alcun modo per far sì che il settore privato potesse agire da motore del miracolo economico come auspicato. Rimuovere  Ben Ali o Mubarak, a ogni modo, non portò a termine le agitazioni: il 14 agosto 2013, sei settimane dopo il golpe militare contro il governo della Fratellanza Musulmana, furono uccise più di 800 persone vicino alla moschea di Rabaa al-Adawiya al Cairo. Fu la prima ecatombe negli ultimi anni e pose fine a ciò che era rimasto della Primavera Araba. Non ci sarà stabilità nella regione, a meno di cambiamenti radicali.

-Andrea Menichelli.

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