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Discman 2.0 – #7 Alta fedeltà

Ma che colore ha una giornata uggiosa? Ma che sapore ha una vita mal spesa?… il sapore delle lenticchie che sto cercando di cuocere? O quello della mia manica bruciata? Lo scopriremo solo vivendo, intanto oggi, in una giornata dedicata al dolce far niente in cui già dalle 10 di mattina c’è un buio pesto che manco la Norvegia, ho deciso di parlarvi di quel concetto molto simile ai dugonghi, in termine di rarità s’intende, che è la fedeltà.
Così, bell e buon.
E qui, il 50% di quei pochi che leggono le cazzate che scrivo, ha già chiuso la pagina e sta pensando “Ao, ma questa che vuole?”.
Figliuoli, non vi allarmate, che mettervi in testa strani pensieri riguardo i vostri tradimenti è l’ultima delle mie intenzioni.
Qui si parla di una fedeltà diversa.
Per l’appunto, riflettevo sul fatto che ci hanno sempre insegnato ad essere fedeli al nostro Credo, fedeli alla dieta, fedeli alle cose che si affermano… e mi sono chiesta: ma io sono fedele? La risposta è stata: anche no. C’ho una memoria da pesce rosso che mi fa dimenticare cosa ho fatto ieri, figuriamoci se mi ricordo cosa ho detto 5 anni fa! E proprio grazie a queste domande esistenziali, che Giacomino Leopardi levate, oggi vi parlerò di Infedele, ovvero l’album che Colapesce ci ha regalato l’ottobre scorso.
Concentrato in sole 8 tracce, “Infedele” è un disco nuovo, in cui la sua voce (che è sempre la stessa) incontra suoni innovativi e moderni; a primo ascolto ti lascia perplessa, perché da uno come lui, non te l’aspetti un album del genere. Perché Colapesce siculo fu, e la trap, l’inglese non fanno per te, che sei nata e vissuta a Catania, come dice lui. Capite adesso il perché dello shock?
È paradossale, ma pur essendo infedele, per me l’album è diventato La Bibbia.
Forse perché la musichetta identica da discount di tutta questa musica nuova, è stata rimpiazzata dai synth e dai suoni elettronici: passiamo dalla tenera ninna nanna de Le foglie appese al ritmo di Pantalica, che potrebbe benissimo essere inserita nella playlist di una serata al “Goa”.
O forse perché mette a confronto il moderno con una delle cose più vecchie di questo mondo, ossia la chiesa, la religione. In ogni caso, una volta metabolizzata la novità, non farete più a meno di ascoltarlo, rimarrete sospesi nel nulla cosmico e spensierato. E non solo dal 20 al 28 dicembre.
Sospesi sullo stretto di Messina, sull’autostrada Roma-Bari, sospesi tra le note e le parole sussurrate da un auricolare o per i più fortunati, dal cantante stesso: le sue canzoni sembrano quasi quei segreti che si dicono nell’orecchio al migliore amico, o a chiunque vogliate dire un segreto. Nel tempo, Colapesce è riuscito a sussurrare Tuyo, ormai simbolo di quel grand’uomo di Pablo Escobar, che grazie alla dolcezza della sua voce è diventato per un minuto un monaco buddista; e addirittura Thriller, di un Michael Jackson sicuramente sotto effetto di goccine, data la pacatezza dei toni del suo incubo.
E ancora oggi, Colapesce continua a sussurrare segreti come l’amore è anche fatto di niente”mi sento meglio se mi baci al sole, segreti che devono necessariamente rimanere sospesi nell’aria, tra le particelle di CO2 del traffico di Roma.
E noi con loro, sospesi ad osservare un Maometto che sorseggia un Negroni sbagliato nei locali di Milano e una band di chierichetti capeggiata da un prete di nome Lorenzo che fa la comunione al pubblico mentre canta. Con l’augurio che durante il concerto scappino i primi accordi di “Il tuo popolo in cammino”, non posso che riconfermare il genio e la bravura di Colapesce. Totale, come sempre.

È arrivato il momento di salutarvi, visto che mi sono dilungata così tanto a scrivere questo articolo che tra poco ricomincia Sanremo, che anche se quest’anno i cantanti li hanno presi dal reparto di geriatria, è sempre una bella cosa. Buona infedeltà a tutti.

N.B.: Per scrivere questo articolo, nessun Beppe Vessicchio è stato maltrattato e, per la prima volta in vita mia, non ho bruciato le lenticchie: sempre fedele ai consigli di mamma Rosa. 

 

 

  

 

-Caterina Calicchio.

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