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Everything Now, Arcade Fire: tra alienazione e sonorità pop

Se c’è una cosa che ci ripetiamo continuamente, è che ormai social e tecnologia hanno preso il sopravvento. Non c’è sondaggio, articolo, discussione da bar che non parli di quanto il progresso e la cultura dell’apparenza siano pervasivi. Eppure, già negli anni ‘90, nel mondo della musica si avvertiva la stessa inquietdine. Le macchine ci rimpiazzeranno? Faremo la fine della società descritta da Orwell in 1984? Riusciremo mai a stabilire rapporti umani come prima? O siamo condannati a vivere alienati, carichi di un opprimente senso di solitudine?
Era il 1997, e i Radiohead pubblicavano Ok Computer, l’album che più di tutti esprimeva questa inquietudine e questi interrogativi a cui, tutt’ora, siamo riusciti a rispondere solo in parte.
Dall’epoca dei Radiohead, moltissime band di rock alternative, indie ed elettronico hanno fatto della paura verso il progresso uno degli argomenti principali dei loro album, in maniera più o meno critica.
Sotto queste premesse è nato “Everything now”, il nuovo album degli Arcade Fire. Band controversa, band sperimentale, band per hipster, band addirittura scomoda, secondo alcuni. Tuttavia è impossibile non notarli nel panorama musicale odierno: la ricchezza del loro sound li rende indistinguibili, nonostante  alcuni elementi che li avvicinano ai grandi artisti rock del passato (fra le influenze citiamo Beatles, David Bowie, Placebo, Bruce Springsteen, Sonic Youth, Björk, Joy Division, New Order, Neil Young, The Smiths, Pixies, Talking Heads e, naturalmente, Radiohead), e basta sentire un loro accordo, o la voce in falsetto di Règine Chassagne, per riconoscerli.
Ma andiamo con ordine. Innanzitutto il titolo, “Everything Now”. Nell’era della tecnologia siamo abituati ad avere tutte le notizie in tempo reale, tutti i contenuti a nostra disposizione, tutte le foto, la musica, i video, i tweet, i post gli streaming e i testi che ci vengono in mente. E Tutto questo Adesso. Questa estrema disponibilità del web nei nostri confronti ne ha reso i confini più labili. Internet è modificabile e plasmabile a nostro piacimento, non importa l’uso che vogliamo farne. Questo ha causato un perenne senso di frustrazione quando non si ottiene Subito Tutto ciò che si vuole, non solo nelle nuove generazioni, ma anche nelle persone dipendenti dai social abituate a passare molto tempo online. Questi sono i temi dell’omonimo singolo estratto, in cui si estrinseca questo bisogno viscerale di avere “tutto e adesso”, altrimenti non si riesce a vivere.
La frustrazione, però, non si limita a questo. Nella cultura dell’apparenza, è importante essere famosi, belli, perfetti, e tutto questo al momento giusto. Praticamente impossibile, direte voi, ma tutte queste aspettative che gravano sulle nostre spalle, e la paura di non essere abbastanza, possono portare alcune persone particolarmente fragili a cadere in depressione e a tentare il suicidio.
È proprio di questo che parla Creature Comfort, un altro dei singoli estratti dall’album, che recita:

“Some boys hate themselves
Spend their lives resenting their fathers
Some girls hate their bodies
Stand in the mirror and wait for the feedback
Saying God, make me famous
If you can’t just make it painless
Just make it painless”

Il tema delicato del suicidio viene affrontato anche dal singolo Good God Dam, che esprime i pensieri di chi non crede più a nulla, di chi non ha nemmeno un dio a cui aggrapparsi prima di morire. E nell’era della scienza, quando certe convinzioni crollano, chi è più fragile crolla assieme a loro.
E se c’è chi cerca Signs of Life senza trovarli, riconoscendo nell’alienazione collettiva l’unico vero modo di relazionarsi, c’è anche chi si copre gli occhi di  Electric Blue, accecandosi per non vedere. C’è chi cerca l’infanzia con l’ingenuità di un bambino (Peter Pan) o chi parla di chimica, mentale o sintetica (Chemistry).
La sensazione globale è di trovarsi di fronte al percorso di un personaggio, o meglio, di una persona comune, che potrebbe essere chiunque di noi. Le canzoni non sono consequenziali da questo punto di vista, ma possiamo comunque azzardare una lettura: quando si è bambini si è in grado di amare, seppur in modo infantile, e si pensa alle favole, mentre crescendo in un’epoca come la nostre, si inizia ad avvertire sempre di più il senso di inquietudine, si cade nell’alienazione, ci si rifiuta di vedere, e infine si arriva al suicidio per non essere riusciti a raggiungere obbiettivi irraggiungibili.
Ma Everything Now non è interessante solo per i suoi risvolti psicologici. Più prolisso del precedente Reflektor, l’album non rinuncia alle sonorità glam rock che hanno portato David Bowie a idolatrare la band come “la più interessante sulla scena musicale odierna”. Degli Arcade Fire questo è l’album più groove, ma a prevalere su tutti gli altri influssi è principalmente una sorta di pop rock gioioso, che contrasta con forza con i testi tutt’altro che allegri. Non sono presenti parole esplicite, d’altronde non siamo in una raccolta di poesie di Baudelaire, ma basta leggere poche righe per ritrovarvi una sorta di depressione inconsapevole, mascherata dall’ironia, dal sarcasmo, e dalla scarsa comprensione della realtà circostante. Perché perdere contatto con la realtà vuol dire anche perdere contatto con se stessi. L’unica espressione genuina di sentimenti la ritroviamo proprio in Peter Pan, la canzone dell’infanzia. Dopo di questa, sembra esserci il nulla cosmico: si assiste (o si rifiuta di assistere) a cose terribili senza reagire, fino ad arrivare al sacrificio estremo, che però diventa come spegnere un computer, anziché un organismo umano.
E il contrasto delle sonorità è proprio giocato su questo: ci si sente allegri, o si cerca di mostrarsi allegri, quando i nostri pensieri sono in realtà terribili.
L’album è consigliatissimo anche solo per i messaggi che cerca di veicolare e i temi che tratta: i testi, nella loro scabrosità, risultano veri e poetici, e l’accompagnamento musicale si riconferma sperimentale e azzeccato. Gli Arcade Fire non sfornano mai un album senza contenuti e uguale al precedente, ma si riconoscono anche ad occhi chiusi. Si raccomanda l’ascolto sia a coloro che amano scrivere testi, che musica: sicuramente vi sarà di ispirazione.

-Enrica Ilari.

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