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Glitch music, la supremazia dell’errore.

Primi anni ‘90.
In tutta Europa impazza la cultura del rave, della techno, dei 200 BPM e delle più svariate droghe sintetiche. Cultura che tuttavia, proprio negli inizi degli anni ‘90 stava conoscendo una sua prima forte scissione dovuta all’intesificazione dell’interesse politico contro di essi, sopratutto in Inghilterra dove il fenomeno era nato e si era sviluppato. I DJs non si sentivan più quindi strettamente legati alla sola funzione di accendere la festa, ma iniziavano ad acquisire una loro dignità artistica, portando spesso le strade di alcuni di loro a una musica sperimentale, non ballabile, frammentaria.
In Germania ad esempio, nel 1968 nasceva Markus Popp. Appena poco più che ventenne, questo giovane ragazzo tedesco fu capace, con il solo ausilio del suo campionatore, di lasciare una forte impronta nel mondo della musica elettronica.
Nel 1995, con la collaborazione di due colleghi e sotto lo pseudonimo Oval, esce l’album 94 Diskont, e lo scenario musicale che si presenta nell’oretta scarsa di questo loro quarto lavoro è qualcosa di allora mai sentito prima.
Popp compone il disco mandando intenzionalmente in crash le macchine a sue disposizione, le quali collegato poi al suo laptop non riescono a leggere i dati programmati al loro interno, riuscendo a produrre solo suoni distorti o di errore.
Il risultato è una musica rotta e sbilenca, composta di suoni frammentati e atonali, totalmente privi di qualunque musicalità. La lunga traccia iniziale, Do While, retta da un loop di vibrafono (uno strumento simile allo xilofono), va avanti per 24 minuti, scandita da sample distorti quanto rilassanti, come ascoltare musica d’ascensore proveniente da un’altra dimensione.
Da questo disco e da questa assurda pretesa musicale prende quindi vita il Glitch, dal nome attribuito nel linguaggio informatico agli errori delle apparecchiature elettroniche.
In un mondo fortemente in digitalizzazione come quello di quegli anni, di fatto un’anticamera tra l’epoca analogica e quella digitale, l’infallibilità e la precisione delle macchine era un’idea che andava pian piano affermandosi e che dava fiducia in un futuro migliore.
L’invenzione del web forniva una via di accesso privilegiata alle più svariate informazioni sicure e certificate, basti ad esempio pensare alla banale prima commercializzazione dei dispositivi GPS nel 1996, la cui accuratezza nell’individuazione di una posizione era e probabilmente è ancora sconvolgente.
Gli Oval agivano tuttavia di controtendenza, e se la tecnologia si presenteva agli occhi dei sognatori come divina per la sua incapacità di sbagliare, essi ne svelevano i limiti e i difetti, autoetichettandosi come profeti di un “estetica del fallimento”.
Ronzii elettronici, improvvise riduzioni di frequenza, bugs di software e suoni hardware sono la base delle loro composizioni, ripetitive e senza particolari progressioni, dilatate e minimaliste.
Non si può definire infatti il Glitch un genere oltremodo chiassoso, dato che i suoni sgradevoli messi in campo sono comunque giocati in una forma che ricorda più la musica ambient che la dance o la techno dei rave, assumendo quasi a una funzione contemplativa.
Se infatti è una tendenza tipica della post-rave music quella di ibridarsi con suggestioni ambientali, nel caso del Glitch la cosa sembra tuttavia apparire non come sterile denuncia di un elevata fiducia del progresso (più obiettivo di certa musica Industrial) quanto invece come schegge di un manifesto teorico ben più grande.
Dataplex del compositore giapponese Ryoji Ikeda può aiutarci a capire meglio.
Il disco si presenta come la più grande esaltazione dello spirito Glitch: I suoni sono quanto più minimali e scarni possibili, e l’antimusicalità è tale da legittimare l’uso di diverse frequenze ad ultrasuoni, impossibili se non fastidiose da sentire per l’orecchio umano.
La prima sensazione che si ha ascoltando in cuffia l’opera è di sentirsi come parte di un intricato meccanismo digitale, di ricevere i suoni come fossero stimoli elettronici da eseguire. Ascoltando Dataplex ci si sente un po’ meno umani, e si avverte quasi un amore viscerale per questi suoni privi di vita che sembrano elevarti e porti a metà tra la carne e i circuiti, e più il disco avanza più ogni parte del tuo corpo ti sembra meccanica, fredda, più simile a un computer di quanto tu possa immaginare.
Ciò porta a una sola conclusione: niente come il Glitch ci fa sentire in maniera così sincera la nostra condizione di ibridi organico-tecnologici. Niente mai come questa musica ha tentato di fondere l’uomo e la macchina compiendo la semplice operazione, ignorata da tanta presunta arte che ama definirsi futuristica, di restituire l’imperfezione umana nell’errore della macchina e viceversa. Ed è questo che crea la sua stramba fascinazione, il suo attrarre senza apparenti ragioni. Rende noto più che mai (e senza parlare) quanto la tecnologia ha deturpato i nostri spazi più intimi, e quando si sia insediata dentro di noi. In parole povere, ci spiega quanto il nostro smartphone non è solamente nostro, ma è NOI, nella stessa esatta quantità in cui credono di esserlo i nostri pensieri. E ci fa un ultima confessione, ugualmente importante: Se il progresso che sembra spingerci verso un futuro migliore si riscopre come noi animato da limiti e difetti, la tecnologia è il mezzo per cambiare le cose, ma probabilmente non sarà mai la risposta. E che il progresso non rimedia ai nostri errori più di quanto, evolvendoci, possiamo fare noi per farlo.

-Vincenzo “Notta” Riccardi.

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