Colori, risate, suoni, odori.

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Messico e nuvole – la faccia triste dell’America cantava Giuliano Palma.

Peccato che tra tutto ciò che si può trovare non ci sia spazio per la sua descrizione. È più di un mese che mi trovo in questo luogo che la faccia triste me l’ha fatta dimenticare. E voglia di piangere ho al solo pensiero che già sto per ritornare e per lasciare una piccola quotidianità che mi ero creata qui.
Partiamo dall’inizio: perché sei in Messico? Che ci fai lì? Non ti bastava l’Europa?
Non ci si accontenta mai, una volta che provi l’ebbrezza del viaggio non puoi abbandonarla.
Il Messico per un programma di volontariato, il Messico per crescere, il Messico per capire.
Il primo impatto che ho avuto dopo le tredici ore di volo è stato un abbraccio, anzi cinque. L’abbraccio di accoglienza che ti riserva perché lui – volente o nolente – accoglie tutti come fossero suoi figli che stanno finalmente tornando dopo un lungo viaggio. E forse è così che va preso questo luogo, ringraziandolo per il caloroso benvenuto (la calorosità di questo popolo non è un luogo comune), un benvenuto che ti fa dimenticare la stanchezza del viaggio così come il dolore alla schiena, senti subito una chiamata che ti obbliga a iniziare a conoscere.
Perché se una delle prime domande è “¿vamos por tacos?” non puoi dire di no.
Anche se ti senti come un pesce fuor d’acqua, cercando di stare dietro al loro velocissimo modo di parlare, con il fuso che ti piomba addosso come fosse una piuma rimane il fatto che sei felice.
Felice di viaggiare, conoscere, crescere.
Ma perché sono in Messico? Come ho accennato su, sono partita come volontaria applicando per un progetto che si chiama Sharing English, l’obiettivo del progetto – per farla molto breve –  è quello di condividere e impattare sulle vite di persone. Nel mio caso si tratta di ragazzini di tredici anni.
Mai, mai e poi nella vita avrei pensato di trovarmi a combattere con dei bambini e per di più di questa età. Un’età che mi ha sempre fatto paura; paura perché può essere inizio o fine. Credo sia l’età che più necessita di una mano tesa pronta a sorreggerti.
In questa età si cade facilmente. Cerchi di sembrare qualcosa di più pur di non far intendere che – in realtà – sei un po’ meno. Meno non perché ti manchi qualcosa, bensì perché quel che senti che ti manca è ancora nascosto sotto pelle e, magari, ci vorrà una bella scossa a farlo sbucar fuori.
E allora mentre aspetti ti nascondi, parli a bassa voce, ti senti in imbarazzo a guardare negli occhi, ti senti fuori luogo, ti sembra che nessuno ti capisca. Ti senti e non ti senti.
C’è chi ha la fortuna, tipo me, di trovarla questa mano che ti sorregge e chi viene lasciato in balìa di sé stesso.
Grazie a varie perdite e varie vittorie che ho vissuto mi sento nel momento perfetto per poter tendere la mia di mano. A volte basta un semplice sorriso rivolto nel momento giusto a poter motivare.
E motivare è semplice, non come fanno credere in molti.
Per motivare bisogna saper condividere, mettersi su uno stesso piano, esser disposti a mostrare un proprio punto debole che, col tempo, si è riusciti a farlo diventare un punto di forza.

La città – invece – è incredibile. Il distretto federale di Santa Fe è quasi contraddittorio, anche se in realtà contraddittorio non è il termine più appropriato. Ci sono zone della città molto ricche, abitate da gente fresa e zone marginali, dove la povertà regna sovrana. Los fresas, per capirci, sono un po’ come quelli di Roma Nord.
La zona in cui ho svolto il mio lavoro è una zona difficile, è presente un centro per la comunità che offre servizi di qualsiasi tipo per cercare di salvare le persone da delinquenza e droga e, a solo mezzora da questo centro, c’è uno dei più grandi centri commerciali affiancato da una delle zone più ricche della città.

Tuttavia il momento più bello è quando si esce un po’ dalla ciudad e ci si addentra nel pueblo.
È proprio quest’ultimo che offre di più: la gente è ancora più umile e calorosa di quanto già non sia nella città e, sarà l’atmosfera, anche il cibo sembra migliore. Ti fermi per chiedere indicazioni e ti ritrovi a parlare della tua vita con anziani estranei che si illuminano a sentire ciò che fai e da quanto lontano tu sia arrivato per farlo. Vedi persone che ti ringraziano per aver scelto di prender parte ad un progetto del genere, sentono la necessità di dirti che apprezzano il tuo aiuto. Ti sono grati per la tua non indifferenza.

Una delle prime cose che mi hanno riferito è stata: aquí todo pica.
E, sarà perché a casa mia si mangia abbastanza piccante, mi sento di dire ¡mentirosos! Non si illudono in questa maniera le persone.

Avrei tantissimo da dire riguardo questa esperienza, le persone, i luoghi, il funzionamento dei cinema, la quantità esagerata di musei, le tredici linee della metro, i metrobus solo per le donne, il folklore e tanto altro…
Ciò che vi posso garantire è che il México dà mille e più ragioni per tornare. Ti accoglie e ti coccola.
Ti fa crescere e ti fa aprire gli occhi su molte cose.
La quantità di emozioni che ho vissuto e sto vivendo è incredibile.
È un luogo che vale la pena e, se voleste saperne di più, sapete come contattarmi.
Ti fa sentire a casa e infatti “los mexicanos nacemos donde nos da la rechingada gana”

 

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