Tra individuo e individualism

Guess who’s back con due pensieri che scaturiscono dai suoi viaggi?

Sono tornata in Austria, questa volta a Hagenbrunn un paesino tranquillo, dai tipici paesaggi accoglienti e pacifici. Appena usciti da Hagenbrunn ci si trova nella mitica Wien di cui abbiamo già parlato qualche mese fa di fronte una tazza di tè e una fetta di Sacher. Ricordate?

Oggi ero in metro, non la B direzione Laurentina, e ho pensato che la globalizzazione ci guarda da ogni angolo.
E devi imparare l’inglese così agevoli la comunicazione, puoi viaggiare e hai la lingua dalla tua, sarà più semplice utilizzare ogni cosa. Come se l’inglese fosse il punto di partenza per vivere.
Aspettate, fatemi spiegare. È ormai chiaro che in molte situazioni se si conosce l’inglese a livelli che superino lo scolastico the cat is on the table si è avvantaggiati. Però mi sembra che questa globalizzazione voglia annullare l’individuo in quanto tale, in quanto singolo, per poterlo porre su un piano superiore ma allo stesso tempo inferiore. Io ti voglio, ti voglio come parlante di lingua x – inglese di questi tempi – perché ti devi adeguare a determinate situazioni e non voglio vederti né patriottico né legato a qualsiasi cosa che non sia imposta da me.
È così che lo vedo questo pensiero di globalizzazione. Tutti uguali. Ma chi, ma dove?
Attenzione che qui non voglio vedere dita puntate verso di me con tanto di razzista scritto su, o racist, come preferite. Perché io stessa sono un agglomerato di culture differenti tra loro, io stessa sono una che con le lingue ci combatte quotidianamente, io stessa sono una che le serie tv le guarda in lingua originale perché i doppiaggi non si avvicinano minimamente a ciò che quella determinata lingua mi voleva comunicare.
Eppure mi dà fastidio vederci tutti all’interno di un grande contenitore, non ci stiamo bene. Non vi sentite stretti? Ed è per questo che sorrido, anzi amo rendermi conto che molte persone non si integrano.

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L’errore che si commette spesso è quello di parlare di non integrazione se si vede, per esempio, un gruppo di ragazzi di colore che parlano “nella loro lingua”. Ancora una volta: non sono commenti razzisti, ma pensieri che provengono dal quotidiano guardarsi intorno. È quasi inevitabile pensare “queste persone non si sono integrate” solo perché tra loro non comunicano in italiano.
Ribaltiamo la situazione: voi e i vostri genitori, tutti parlanti nativi italiani, andate in vacanza a Londra.
Che lingua parlereste? Italiano? Ah, non vi siete integrati.
“eh, ma siamo in vacanza mica viviamo lì” okay. Vi trasferite a Londra, con i vostri genitori o altri italiani che lingua parlereste? Sempre italiano. E sapete perché? Non perché non siete integrati, ma perché sentite bisogno di conservare e portare avanti la vostra identità. La stessa identica cosa avviene per chi qui/lì in Italia conserva la propria identità.
Io stessa spesso e volentieri con mia madre e mio fratello parlo serbo in pubblico e non perché io non sia integrata in questa società o perché vi voglia escludere (anche se a volte la seconda opzione la adotto con tanta gioia – JK – ), semplicemente perché so da dove vengo e non voglio passare nemmeno un giorno della mia vita dimenticandolo. L’ho già dimenticato in passato e ha fatto male.
Per cui sono contenta se vengo un gruppo eterogeneo, un gruppo che presenta differenze… perché se tutti impiegassero i minuti persi a pensare alla non integrazione di alcuni in maniera diversa, ci si renderebbe conto della vastità di opportunità e colori cui ci troviamo di fronte, ogni giorno.
È come se ci trovassimo in un immenso giardino curato, un giardino pieno di fiori diversi che però non vogliono prevalere l’uno sull’altro. Coesistono.
Potremmo coesistere, ogni giorno un po’ di più.
Potremmo crescere, ogni giorno un po’ di più.
Preferirei questa globalizzazione.

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