Il matriarcato: quando la donna è il “sesso forte”

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Immaginate un mondo in cui la donna ha il potere ed è ricca, il capo famiglia è una donna, il datore di lavoro è una donna, chi corteggia è la donna, in cui chi dà il cognome ai figli è la madre. Un mondo un po’ strano, per certi versi…un mondo “alla rovescia”. Eppure questo mondo esiste, e si chiama “matriarcato”.

Il Corriere della sera definisce il matriarcato come una “Istituzione sociale in cui la donna ha il predominio e il potere in quanto madre e capo famiglia”. La donna predomina, quindi è la madre che ha l’autorità. Ma perché predomina? Principalmente per ragioni economiche: è lei che possiede la ricchezza, che nella maggior parte delle tribù organizzate secondo questo modello sociale significa possedere la terra. Difatti, quando in epoche passate gli uomini per motivi di caccia o guerra abbandonavano i propri villaggi, erano le donne che dovevano gestire le case ed i campi posseduti. Da questa potenza economica si passò poi ben presto ad una potenza sociale.

Le comunità basate sul matriarcato sono oramai poche, ma ancora esistono: ci sono in Giappone, in Cina, in parte dell’India meridionale, in Malesia. E secondo alcuni studiosi il matriarcato è il sistema sociale più antico del mondo, più antico anche del patriarcato: antropologi come L.H. Morgan e soprattutto J.J. Bachofen lo consideravano infatti come la fase primitiva di organizzazione sociale.
E allora vediamo meglio come funzionano queste “particolari” società. Si tratta di collettività in cui il progresso così come lo intendiamo noi è inesistente, in cui si vive in condizioni quasi primordiali: sono in gran parte società agricole, strutturate in clan.

La donna è colei che lavora e che possiede interamente i beni del clan, tramandati di madre in figlia. Curioso è l’istituto del matrimonio. Le matriarche scelgono i propri sposi ma ovviamente non prendono il loro cognome né vivono insieme a loro. Gli uomini sposati, infatti, non devono e non possono lasciare la casa materna: è solo durante la notte che si recano dalle proprie mogli, per poi all’alba far ritorno dalle madri. Un matrimonio “ad ore”, potremmo dire, dove l’uomo conta poco o niente, tanto che neanche i suoi figli gli riconoscono autorità: l’unica autorità legittima è quella della madre, il padre biologico non ha voce in capitolo.

In alcune di queste società inoltre, il matrimonio addirittura non esiste. Esistono la famiglia, il sesso e l’amore ma per il matrimonio non c’è spazio. È quello che succede per esempio tra i Mosuo, gruppo etnico cinese che vive nelle province dello Yunnan e del Sichuan, al confine col Tibet, in cui sono le giovani donne che decidono chi deve essere il proprio compagno (attenzione, compagno e non marito) e mai il contrario.

Il “prescelto” può passare la notte con la donna, ma non gli viene mai permesso di convivere con lei: questa tradizione è chiamata dello zou hun, ossia del matrimonio passeggiata. Quando all’interno di una casa vi è presenza maschile, che sia per una sola notte o per più di una, questa viene “segnalata” agli altri uomini mettendo un cappello davanti alla porta. Tra i Mosuo, la donna non ha assolutamente l’obbligo di essere casta; il sesso si vive in maniere del tutto libera, senza alcun pregiudizio, ed è la donna che decide anche a tal proposito: può cambiare partner quando desidera, scegliere a proprio piacimento chi far entrare nella propria stanza, seguendo istinto o sentimenti. La donna è madre ed amante ma mai moglie.

La sua famiglia sono i suoi figli ed i suoi fratelli. In quanto società basata sul matriarcato, poi, è sempre la donna che amministra ogni aspetto della vita economica, sociale e familiare e che prende le decisioni più importanti anche se gli uomini danno il loro contributo, svolgendo comunque mansioni meno impegnative.

Si potrebbe dire quindi che il matriarcato è “un patriarcato al contrario”? Forse sì, forse no. Quello che è certo è che in entrambi i sistemi vige un principio: quello del dominio, del controllo. Cambia il soggetto, ma non il funzionamento: è la donna che prevale sull’uomo o viceversa; è la donna contro l’uomo o viceversa. Ma deve per forza essere così? Ci deve per forza essere un “sesso debole” ed uno “forte”? Forse l’unica verità è che l’uomo è debole senza la donna, la donna è debole senza l’uomo. Forse è arrivato il momento di creare una nuova forma di organizzazione sociale, in cui non c’è un soggetto che ha la meglio sull’altro, in cui uomini e donne svolgono le stesse funzioni, collaborano per il benessere comune, hanno pari dignità e pari diritti, non esistono “capi famiglia” poiché la famiglia non ha bisogno di autorità ma di amore, unione e dialogo, non ci sono discriminazioni di genere perché le opportunità non si differenziano in base al sesso, perché le scelte delle donne hanno lo stesso valore di quelle degli uomini.

Una società insomma, in cui non è per niente vero che “dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”, ma accanto ad ogni grande uomo sì, c’è una grande donna.

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